RECENSIONE: “LA LADRA DI FRAGOLE” DI JOANNE HARRIS

Garzanti, 2019

“Anch’io sono segnata e graffiata. È un pensiero che mi rassicura. Sono come il cucchiaio di legno, il tagliere, il tavolo. La vita mi ha presa e mi ha resa diversa. Ma io che cosa ho trasformato? Che cosa ho fatto per cambiare le persone intorno a me?”

Vianne Rocher è tornata. Dopo “Chocolat”, dopo “Le scarpe rosse” la ritroviamo in questo romanzo carico di realismo magico, e non potrebbe essere altrimenti, perché la protagonista ora è Rosette, la figlia che Vianne ha avuto col il misterioso Roux. Rosette ha 16 anni ed è una bambina “speciale”, ma la gente del villaggio la crede molto più incapace di quanto realmente sia. La voce di Rosette ci raggiunge attraverso le pagine, che descrivono i suoi pensieri e il suo modo di osservare il mondo. Il disegno è il suo medium. Attraverso la rappresentazione delle persone trasformate in animali, Rosette sonda le loro anime, regalando al lettore una nuova chiave di lettura per ciascuno. Dolce Rosette, amante della natura, del “suo” bosco, quello nel quale il vecchio e burbero Narcisse, che sembra non curarsi di nessuno, le fa vivere liberamente, fino a lasciarglielo in eredità, scatenando le ire dell’avida figlia. Ma Rosette, la “ladra di fragole”, è entrata nel cuore indurito di Narcisse fin da bambina, perché è speciale nel senso pieno di questa parola e perché gli ricorda Mimi, perduta per sempre.

Maman dice sempre che sono le storie a tenerci in vita; le storie che la gente racconta e che sparge come soffioni nel vento. Le storie sono tutto ciò che resta di noi quando non ci siamo più, dice maman, mentre il freddo vento del Nord canta la sua canzone desolata sopra il suono della neve che si scioglie”.

Ecco la voce di Rosette, “l’invalida” (agli occhi dei villani).

Ho faticato ad abbandonare la lettura di questo romanzo, perché ho un debole per il realismo magico e Joanne Harris ne è una sapiente interprete. Inoltre, i personaggi principali -Vianne, Roux, Anouk e Rosette- mi sono entrati sotto pelle dai tempi di “Chocolat” e sono rimasti nella costellazione della mia anima come parenti, o antenati. Dunque, ogni volta che Vianne torna a parlare della sua famiglia outsider, anche la mia anima trova sollievo e partecipa alle sue vicende. E qui ce ne sono tante. Dalla tristissima storia di Narcisse allo sfortunato nipote Yannick. Dalla misteriosa tatuatrice che raggiunge Lansquenet-sous-Tannes, al prete, Reynaud, sempre più tormentato e infelice, che fa una riflessione che non mi sarei mai aspettata in un romanzo di Harris:

“E’ questo essere genitori, mon père? Questo perenne senso di perdita? Se è così, allora probabilmente sono grato perché non lo conoscerò mai in prima persona. Eppure, io invidio loro quella gioia che non capirò mai. Mon père, ti sei mai chiesto perché ai preti è negato quel legame? Sicuramente nell’amore dei genitori per un figlio riecheggia l’amore di Dio per la sua gente. E se io non posso fare quell’esperienza, allora come posso esprimere davvero la Sua volontà?”

Uno scacco matto dritto come una freccia e chirurgico alla Chiesa e alle privazioni che causa ai suoi pastori e al suo gregge. Ma forse, come diceva Armande: “Quello che non sa, non le farà del male”.

E’ forse questa la potenza narrativa di Harris: non offre risposte, ma semina domande e ipotizza possibilità. Agli antipodi. Mette il lettore nella condizione di riflettere profondamente, il tutto in un contesto dipinto con colori intensi e speziati, che restano con il lettore per molto tempo, dopo la fine della lettura.

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RECENSIONE: “L’ALTRA META’ DI DIO” DI GINEVRA BOMPIANI

Feltrinelli, 2019

“E’ possibile che un altro mondo sia già stato,

che lo abbiamo dimenticato,

che abbiamo letto male le nostre storie,

che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo”.

Un retro di copertina che dice tutto.

Auspico che in molti leggano, studino e riflettano grazie a questo saggio straordinario di Bompiani, scrittrice, saggista, traduttrice e grande erudita, perché i contenuti sono dirompenti. A cominciare dalla Genesi, che ha diverse interpretazioni e una di esse può risultare sconvolgente a molti. Non soltanto: le conseguenze di una tale revisione comportano cambiamenti radicali nello spirito delle persone. Lo spirito, che in ebraico è femminile: Ruach. “Per questo viene considerato la parte femminile di Dio. E poiché la voce è parola femminile, è dunque la parte femminile di Dio a produrre il creato. Così come Giovanni avrebbe detto in un testo apocrifo: ‘Divenne la Madre di ogni cosa, poiché esisteva prima di tutti, il madre-padre’”.

Ciò ricorda la Divina Sophia, divulgata da Padre Bulgakov e dal Leonardo da Vinci russo, il grande scienziato e teologo Pavel Florenskij. Una Divina Sophia repressa in ogni modo dalla Chiesa Ortodossa Russa: la corrente mistica sofianica è ritenuto ancora oggi eretica.

Icona russa con la Divina Sophia seduta al centro.

Ma tornando alla Genesi, la versione che presenta qui Bompiani è questa:

“Un’essenza divina maschio e femmina (Elohim, non Dio) crea un essere maschio e femmina che le somiglia. Così la creazione procede senza strappi: ogni cosa proviene dall’altra, la luce dalla tenebra, i serpenti dalle acque, i germogli dalla terra, gli umani dagli dei. Ogni cosa nasce nel suo elemento, nell’humus in cui frutterà e si moltiplicherà. […] La figura finale porta impresso lo stampo di Elohim. Chiudendo il cerchio della creazione, la sua duplice natura si riflette nella loro, e può lasciarli liberi sulla terra ospitale.

Niente divieti, né colpe, né punizioni nella creazione di Elohim. Non vi è un amore geloso fra dio e la creatura. Una sola parola definisce la loro relazione: tzelem (immagine). È questa immagine che li farà riconoscere in futuro, e ricordare di se stessi e dell’Altro. Quando Agostino inciterà a guardare dentro di sé, a conoscere se stessi per conoscere Dio, parlerà di questa intima e libera relazione con Dio, che la prima creazione lascia intravedere.

La creatura somiglia al creatore: creata dal soffio e dalla voce, la sua storia comincia quando, fra le anime viventi, un maschio e una femmina simili a dio si diffondono insieme sulla terra, fra le erbe del campo e i frutti degli alberi, copulando, coltivando e proteggendosi a vicenda”.

[…]

“La storia della prima creazione non contiene il male, ma contiene il tempo ed è contenuta nel tempo: un giorno dopo l’altro, fino al giorno del riposo in cui contemplare l’opera compiuta. Non c’è il male in questa storia”.

Gli Elohim, creando l’uomo e la donna e a loro immagine e somiglianza, li lasciano liberi. La memoria collettiva, confondendo le due origini, ha dimenticato la sua libertà.

Quali sono le due culture che hanno formato il nostro immaginario? Quella greca e quella giudaica. Cosa racconta Esiodo? Che ci fu un’Età dell’Oro nella quale i figli maschi del dio Crono venivano inghiottiti per la paura che facessero come lui, ovvero lo spodestassero. L’astuzia di Gaia salva l’ultimo di loro, Zeus, allevandolo di nascosto a Creta, dopo aver fatto inghiottire una pietra al padre. Così si conclude l’Età dell’Oro e inizia quella dell’Argento, durante la quale la società si fondava sulle donne, o meglio, sulle madri. Gli uomini vivevano con loro, infantili e sciocchi, fino a cento anni. Quando finalmente lasciavano la casa materna, non sapevano fare altro che guerreggiare e uccidersi. Dal momento che non recavano offerte agli dei, essi si stancarono di loro e li cacciarono agli Inferi, dove diventarono divinità minori.

A questa era ne seguiranno altre, tra cui l’Età degli Eroi, in cui le stesse attività belliche verranno viste come buone e giuste.

Dunque, anche secondo Esiodo, ci fu un’età Matriarcale. L’archeologia lo ha confermato e questo ha aperto la possibilità che la nostra civiltà sia stata preceduta da molte altre, diverse tra loro, che ci insegnano -tra le altre cose- che l’idea del progresso e dello sfruttamento delle risorse non è un destino, e non è neppure naturale.

Nel saggio sono presenti diversi esempi di culture matriarcali e matrifocali, ma quello che mi colpisce di più, è la quantità di analisi e di dati concreti esposti dall’autrice per dimostrare quanto sia sbagliato restare invischiati nella manipolazione delle religioni monoteiste. Questo non significa che io sia nemica di un ebreo, di un cristiano, o di un musulmano. Ciascun essere umano è libero di scegliere la propria religione. Scegliere -e già qui potremmo aprire nuove pagine di discussione, dal momento che altri ci impongono una religione, attraverso il battesimo-. Quello che mi preme trasmettere è la necessità di studiare, ricercare e riflettere su quanto ci viene propinato, per farci una nostra idea, perché, come diceva il grande scienziato Stephen Hawking:

”Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza,

ma l’illusione della conoscenza”.

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RECENSIONE: “CON GRAZIA DI TOCCO E DI PAROLA – LA MEDICINA DELLE SANTE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2019

Magari l’argomento non stava in cima alla lista delle mie preferenze ma, buon Dio, questa saggista riesce sempre a sorprendermi! I contenuti dei suoi libri sono ineccepibili, frutto di una ricerca seria e approfondita e, soprattutto, di una passione che esce dalla pagine in modo potente e ti travolge.

L’introduzione riporta la citazione di una delle mie scrittrici più amate: Isabel Allende.

“Le streghe, come le sante, sono stelle solitarie che brillano di luce propria, non dipendono da nulla e da nessuno, perciò non hanno paura e possono lanciarsi alla cieca nell’abisso con la certezza che, invece di schiantarsi, spiccheranno il volo”.

Troppo fantasioso? Letterario? Niente affatto, a giudicare dalle storie di sante vere, raccontate da Maderna. Infatti, uno dei molti punti in comune tra una strega e una santa è la disobbedienza: se le streghe sono donne libere, o che almeno tentano di ribellarsi a una religione patriarcale che le schiaccia, le sante non sono da meno. Possono assoggettarsi a determinati doveri, come quelli coniugali, ma nel profondo e nel quotidiano, agiscono mosse da una fede e da una volontà ferree.

La donne che entravano in convento, per esempio, anziché andare in spose, sfuggivano al controllo di un uomo e potevano approfondire studi erboristici, medici, teologici, addirittura astronomici. Il convento, dunque, non come prigione e privazione della libertà ma, per quegli spiriti dediti alla conoscenza e allo studio, ingresso principale verso la piena presa di coscienza dell’essere uomo e donna, del corpo e delle sue funzioni, della spiritualità più alta e della compassione autentica.

Cosa ci fa sentire spesso alieni rispetto alle suore e alle badesse? L’idea della loro vita dimessa, votata alla clausura, alla preghiera. Ebbene, grazie a questo saggio possiamo cambiare idea: i conventi diventano biblioteche ricchissime, tempi di conoscenza e ricoveri per persone bisognose, reietti, lebbrosi e malati di ogni genere. Le spose di Cristo sono le loro protettrici, infermiere e medichesse, curano i loro corpi, ma anche lo spirito. Le preghiere rimangono, ma c’è anche l’azione, il “fare la differenza” in modo concreto, fattore che mi ha stupita in modo positivo. L’uomo sovente distrugge e uccide. La donna dà la vita e cura. Le suore non hanno figli, ma pongono rimedio alla violenza sempiterna dell’uomo.

E’ un saggio da leggere con calma, prendendosi del tempo per riflettere su alcuni suoi passaggi e sulla vita di sante che conosciamo, come Agata e Lucia, la somma Ildegarda di Bingen e altre meno note, come Radegonda di Poitiers e la straordinaria Elisabetta d’Ungheria, la Carità personificata, morta giovanissima dopo una vita totalmente dedicata alla propria famiglia e ai bisognosi.

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RECENSIONE: “SCUOLA DI DEMONI – CONVERSAZIONI CON MICHELE MARI E WALTER SITI”

Minimum Fax, 2019

Ho un vero debole per la casa editrice Minimum Fax. Non tanto per i romanzi che edita, ma per i saggi. Autentiche perle, pietre miliari che rimarranno a lungo sugli scaffali delle librerie -quelle con la “L” maiuscola- e nelle case degli scrittori, degli intellettuali e degli appassionati.

Un esempio di libro “che rimane” è proprio quello che sto per recensire ora: una lunga conversazione tra Carlo Mazza Galanti e due scrittori contemporanei italiani che, secondo la rivista letteraria “Orlando esplorazioni”, rimarranno nel futuro canone italiano. Forse alcuni di voi non hanno mai sentito parlare di questo giornale e allora vi consiglio di rimediare, ma resta il fatto che, per mettere in cima a questa classifica Michele Mari, Walter Siti e Antonio Moresco, sono stati intervistati cento specialisti -redattori, editor, dottorandi, ecc-. Potete credere o meno a tali giudizi ma, se stimolano la vostra curiosità, vi invito a leggere i due scrittori o, almeno, questo piccolo e prezioso volume, nel quale entrambi si confessano illustrando parte della genesi delle loro opere, i testi sui quali si sono formati e il perché dei generi da loro scelti: il fantastico di Mari e il realismo di Siti.

Lo trovo un libro utile anche dal punto di vista pratico, dal momento che i generosi autori snocciolano consigli di scrittura importanti e riflessioni che rimangono in mente a lungo; ho scoperto anche dei retroscena del mondo dell’editoria e della letteratura che torneranno preziosi in futuro (non me li aspettavo). Dulcis in fundo, ci sono confessioni estremamente divertenti, come quella di Mari:

Sono divertenti per me, certo, che caratterialmente sono l’opposto dell’autore, ma per esempio, due persone che conosco si sono perfettamente ritrovate nella descrizione.

Insomma, questo libro è un multi-mondo-letterario e realistico e non posso fare a meno di consigliarvelo con ardore.

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LANCIO DEL MIO NUOVO ROMANZO!

Cari lettori,

sono molto felice di invitarvi al lancio del mio nuovo romanzo epistolare.

Spero di trovarvi numerosi per quella che, a tutti gli effetti, sarà una Festa dell’Anima.

A Gorizia, questo mercoledì,

Nataša Cvijanovic’

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E’ USCITO IL MIO NUOVO ROMANZO! “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” (QUDU LIBRI)

Cari amici,

a metà della prossima settimana il mio nuovo romanzo epistolare sarà disponibile nelle librerie e on-line.

Sono molto emozionata per la sua uscita, perché grazie all’editore Qudu, che ha creduto nella trama del romanzo e nella sua particolare forma, sarò in grado di offrirvi un libro speciale. Per la prima volta, infatti, sono riuscita a trasportare su carta il frutto della mia immaginazione, lettere manoscritte incluse.

La storia del romanzo narra le vicende della Prof.ssa Helene Brandi, insegnante di Lettere di un liceo triestino, che subisce una tragedia e si ritrova ad affrontare la vita sola, con un bambino piccolo. I suoi amici e i suoi parenti non le stanno vicino, eccetto il padre, che si occupa del nipote, ma a livello emotivo, Helene si ritrova rinchiusa in una solitudine apparentemente senza uscita.
Una notte, tuttavia, una forza interiore la spinge a riaprire lo scrittoio della sua camera da letto e a riprendere la corrispondenza con le sue amiche di penna. Ha inizio, grazie all’epistolario, la sua rinascita interiore. Le sue corrispondenti, infatti, riescono a rimettere insieme i pezzi della sua anima, lettera dopo lettera, e due misteriosi uomini, uno del passato e uno del presente, le offriranno nuovi punti di osservazione.

Il mio romanzo nasce dalla mia passione per le lettere, ma anche dalla visita a una mostra goriziana, “Oltre lo sguardo”, che si svolse a Palazzo Carigo qualche anno fa, e dove ebbi modo di conoscere la vita e le gesta di una fotografa bavarese vissuta tra Otto e Novecento a Gorizia: Helene Hofmann. Fu una donna straordinaria, e il suo spirito aleggia in tutto il romanzo. Capirete il perché leggendolo.

In calce, devo ringraziare fin d’ora i miei compagni di avventura. Naturalmente Patrizia Dughero e Simone Cuva, i miei editori, ma anche Claudio Macrini, Barbara Peteani e Chicca Pg D’Andreamatteo, i lettori della prima bozza del romanzo, che mi hanno elargito preziosi consigli, così come lo scrittore Francesco Boer. L’artista Stefania Bressani ha ispirato il suo omonimo personaggio, una delle corrispondenti di Helene. Infine, voglio abbracciare virtualmente i miei cari amanuensi, che si sono occupati della scrittura delle lettere contenute nel libro: Didì Agostini, Giada Carugati e Roberto Dal Zilio. Siete stati tutti preziosissimi!

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DONNE, DONNE, DONNE!

Questo post comincia così, un inno alle donne, un inno al mio genere. La settimana appena trascorsa è infatti stata all’insegna delle donne: gli ultimi ritocchi per l’uscita del mio nuovo romanzo “Lettere dai frammenti dell’anima” (Qudu Editore) e la comunicazione costante con l’editoressa e poetessa Patrizia Dughero, le mattine con le mie amiche e mia madre, il pranzo con le compagne di classe delle elementari e due incontri piuttosto speciali.

Sabato 16 novembre 2019, presso la Sala Civica di Cormons, alle 20:15 si è tenuto lo spettacolo “Cormons Magica”, organizzato dall’Associazione Fulcherio Ungrispach, con testi e le letture curati dal Prof. Roberto Tirelli, Lis Tarpulutis e Pierluigi Pintar, canti e dalle musiche del Corale Fogolâr di Corno di Rosazzo, Evaristo Casonato e Carolina Zanelli.

Ho preso furiosamente appunti durante tutta la sera, poi un’altra donna (!), Monica Devidé, mi ha contattata per offrirmi l’audio di tutto l’incontro, in modo tale da poter scrivere un post generoso per tutti coloro che non sono riusciti a partecipare, e che ho pubblicato sulla mia pagina Facebook: https://www.facebook.com/ibenandantielestreghedelfriuli/?ref=bookmarks

E’ stata una sera emozionante ed evocativa, anche perché delle streghe e dei benandanti di Cormons, soprattutto delle vittime dell’Inquisizione Lucia e Antonia, mi sono occupata nel mio romanzo “Tempora d’Autunno” (2017), ma questa è la parte che più mi ha colpita al cuore:

“L’uso delle erbe, nel passato, è stato spesso una nostra prerogativa. Eravamo noi donne a raccogliere le erbe nei campi e a curare gli orti, a conoscerne le proprietà per usarle sia a scopi culinari che curativi. Per questo motivo, fin dall’antichità, siamo considerate maghe, capaci di usare le erbe per ammaliare e sedurre gli uomini e accusate di usare le piante per commettere misfatti. Molte di noi sono state considerate malefiche, dedite ai veleni, ma noi, già nell’antichità, siamo soprattutto guaritrici, specializzate in quelle affezioni tipiche del nostro mondo. Da sempre ci siamo occupate di mestruazioni, gravidanze, parti, aborti, che non potevano riguardare l’universo maschile, assolutamente escluso dalla nostra sfera. Da sempre siamo state un essere misterioso e ignoto, capace di dare la vita, ma anche di diventare una creatura funesta, capace di portare la morte. Questo nasceva da un mistero che, per molto tempo, ha spaventato gli uomini. Noi perdiamo il sangue e non moriamo, ma rigeneriamo le nostre forze vitali e diamo la vita. Per questo motivo fummo considerate creature facilmente preda del demonio, per cui, o santificavamo la nostra vita diventando spose e madri esemplari, o dedicavamo noi stesse a Cristo, nella vita conventuale. Oppure venivamo guardate con sospetto e additate come megere, soprattutto le donne anziane, che conoscevano certi arcani, che sapevano dominare, con erbe e rimedi, la vita e la morte, col tempo vennero accusate di essere streghe, seguaci di Satana e nemiche della Chiesa Cristiana, perché solo chi ha familiarità con il demonio può apprendere i misteri della vita. All’uomo non è dato saperlo. Da allora ci avete chiamate streghe e ci avete messe al rogo!” (“Le erbe delle streghe nel Medioevo” di Rossella Omicciolo Valentini)

E per concludere la settimana, questa notte non riuscivo a dormire. Troppe emozioni, troppe ispirazioni e riflessioni. Allora ho deciso di vedermi i primi tre episodi di un nuovo programma della conduttrice e scrittrice Serena Dandini: “Valorose”, il cui incipit racconta:

“Le donne hanno fatto la storia dell’umanità in tutti i campi, dalla matematica alla letteratura, dalla fisica quantistica alla politica, ma non sono nei libri di storia, non ci sono strade a loro intitolate, tantomeno statue. Così abbiamo pensato di ricordarle noi”.

https://www.tvblog.it/post/1659127/valorose-serena-dandini-su-sky-arte-racconta-le-donne-che-hanno-fatto-storia

La ballerina Anna Pavlova

La pittrice Vanessa Bell

La protagonista dimenticata del Risorgimento: la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso

E allora non ho dormito più.

Non ho fatto che pensare e ripensare a quanto noi donne siamo forti, resistenti, talentuose, vitali e resilienti e quanto gli uomini -ma anche altre donne dalle capacità minori, o imbruttite dalla corruzione dello spirito del tempo- hanno cercato di annichilirci, sottometterci, condannarci all’oblio e, come leggiamo quotidianamente nei giornali, ucciderci.

Questo non vuole essere un post del “noi contro loro”, ma solo una semplice constatazione: che fossimo levatrici o guaritrici di campagna, streghe o mogli, abbiamo sempre corso dei rischi altissimi, ma nonostante questo siamo sopravvissute e oggi abbiamo ancora moltissime battaglie da vincere.

Alle lettrici di questo blog, auguro lunga vita e, soprattutto, la conoscenza di quello che è stato, per trasformarlo in benzina utile a lottare in questa esistenza e raggiungere tutti gli scopi che siamo prefissate.

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RECENSIONE: “LOLLY WILLOWES O L’AMOROSO CACCIATORE” DI SYLVIA TOWSEND WARNER

Adelphi, 1990

Scoprire questa straordinaria autrice britannica è stato davvero importante. La sua è una scrittura intensa e fluida, magica e profonda. Mi mancava. Pur conoscendo così tanti autori talentuosi, Towsend Warner è unica, e ve ne potete accorgere solo leggendola.

In questo romanzo, considerato il suo capolavoro, si entra nella vita di Laura, una zitella dei primi del Novecento che, alla morte del padre, si trasferisca dalla sua casa immersa nella campagna inglese nella dimora londinese del fratello, trascorrendo anni con la cognata e le nipoti, diventando la pacata e amorevole zia Lolly.

“La sua mente inseguiva a tentoni qualcosa che sfuggiva all’esperienza, un qualcosa di rarefatto e minaccioso, e che tuttavia, per qualche ragione, le era affine; un qualcosa che si celava in luoghi tetri, evocato dal rumore dell’acqua che gorgoglia in canali profondi e dal canto sinistro degli uccelli notturni. Solitudine, desolazione, propensione a far paura, una sorta di pagana sacralità: queste erano le cose che attiravano i suoi pensieri lontano dal fuoco che ardeva sereno nel camino”.

Ma Laura continua a vivere nell’inconscio di zia Lolly e basta un evento apparentemente da niente, come la razzia di una bottega colma di prodotti agricoli e fiori profumatissimi, per ridestare la dormiente Laura e farle divorare la silenziosa e remissiva zia Lolly.

“Si inginocchiò tra i fiori e chinò il viso verso il loro profumo. Per un momento il peso di tutti i suoi anni infelici sembrò gravarle sul petto fin quasi a schiacciarla a terra; Laura tremò, comprendendo per la prima volta quanto aveva sofferto. Un attimo dopo era libera. Era tutto passato, non poteva più succedere e non era mai successo. Lacrime di gratitudine le rigarono il volto. A ogni respiro il profumo delle primule entrava in lei e la affrancava”.

La trasformazione repentina della protagonista, lascia sgomenti i suoi parenti, ma lei è implacabile e raggiunge il suo obiettivo: trasferirsi in un’amena località collinare, sconosciuta ai più, Great Mop. Da qui, riprendere la sua autentica vita, e si scopre strega, grazie all’incontro con l’amoroso cacciatore, il diavolo. Ma se pensate che sia un essere orrendo con le corna, la coda e i piedi caprini, vi sbagliate di grosso, così come se immaginate che lui la attiri nel suo abbraccio attraverso la lussuria. Niente di tutto questo.

Il peso e il valore etici e sociali di questo romanzo, vanno a braccetto con il realismo magico del suo cuore. Al principio, io stessa ho provato del disappunto, per la presenza del diavolo in associazione con la stregoneria, memore di odiosi testi ecclesiastici come il “Malleus Maleficarum”, che condannò decine di migliaia di eretici, miscredenti, maghi, guaritrici, levatrici, streghe e presunte tali. Tuttavia, continuando la lettura del romanzo e giungendo alla sua fine, la natura e la posizione del diavolo mutano profondamente, non appartengono a quello sciagurato quadro cristiano.

Insomma, questo è un romanzo sorprendente e io, come molti altri estimatori di Towsend Warner, continuo a chiedermi perché l’autrice non sia conosciuta in Italia come dovrebbe, e perché non tutte le sue opere sono tradotte. Nell’attesa dello scioglimento di tali dubbi, acquisterò senza indugi “Il cuore vero” (Adelphi) e “Reami degli Elfi” (Tre Editori).

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LA CONSULENZA FILOSOFICA -INTERVISTA ALLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA-

Come promesso, questa settimana intervisto la Dottoressa Chiara Pradella, filosofa e scrittrice che, una settimana fa, ha inaugurato in Via Garibaldi 9 a Gorizia il suo studio di Consulenza Filosofica. Un inizio importante: affiancata dal sindaco Rodolfo Ziberna, dal Vicepresidente della Camera di Commercio Gianluca Madriz e dallo psicologo Franco Perazza, la filosofa ha illustrato i suoi prossimi progetti ai presenti e alla stampa. Oggi passa dal nostro blog per raccontarci di più.

La Dott.ssa Chiara Pradella nel suo studio “Lo Ziqqurat”

-Dunque Dottoressa Pradella, come si sente a poco più di una settimana dall’inizio del suo nuovo progetto?

Mi sento molto emozionata e, a dirla tutta, ancora non mi sembra vero!

Aprire uno studio privato per aiutare le persone a ritrovare sé stesse e il loro sorriso è un sogno che ho da quando avevo 15 anni, ovvero dal primo anno al Liceo delle Scienze Sociali.

La strada per arrivare fino a qui è stata davvero molto dura, fatta di tanti anni di studio, volontariato e – nel contempo – presa in carico di lavori completamente diversi per mantenermi, tanto che quasi non ci credevo più, all’apertura di un mio studio privato, invece… Dopo tanto impegno è successo. Mai smettere di inseguire i propri sogni!

-Vuole parlarci della storia della Consulenza Filosofica, per spiegarla a chi potrebbe esserne digiuno?

Nonostante la Filosofia sia antica quasi quanto il mondo (va bene, ora non esageriamo, ma sicuramente antecedente alla psicologia e a Cristo), la Consulenza Filosofica è una disciplina piuttosto recente, nata in Germania negli anni ’80 con Gerd B. Achenbach, grazie al quale si è configurata come “dialogo che cura” (espressione mia), che aiuta – concretamente – nella risoluzione dei problemi di tutti i giorni, intervenendo nel mondo reale, delle relazioni.

E’ una pratica che aiuta a riflettere sul proprio modo di vedere le cose, le persone, sviluppando una visione sul mondo aperta a 360°, capace di far rientrare entro il suo raggio di veduta tutte le risorse interne all’individuo (anche quelle che ancora non conosce di sé), comprese le risposte alle sue difficoltà.

-La filosofia è una materia che affascina moltissime persone, ma certamente nel XXI secolo, così votato alla scienza e alla tecnologia, in tanti potrebbero pensare che sia desueta. Cosa risponderebbe agli scettici?

Quando (molto spesso) mi fanno questa osservazione mi torna sempre in mente una frase del filosofo Carlo Michelstaedter, il quale affermava che “Vana cosa è la filosofia se esce dalla vita – è l’ultima illusione, e l’ultimo gioco del vecchio rimbambito – è l’ultimo ottimismo che arresta la vita nel suo glorioso svolgimento verso l’universale”.

Un pensiero così (espresso per giunta più di 100 anni fa) ci fa pensare come sia ormai un pregiudizio ritenere la filosofia una disciplina che ha poco a che fare col mondo. Aristotele stesso (e qui andiamo molto, molto più indietro nel tempo) la riteneva alla base di tutte le altre discipline, in quanto ha a che fare con la domanda, con la riflessione profonda sul senso di ciò che, poi, varierà di contenuto in contenuto.

Per dirla con una metafora in termini comuni, mi piace pensare alla filosofia come una sorta di allenamento (o di prova generale) prima di una partita importante o di un concerto: un luogo e un momento in cui ragionare, pensare e sperimentare scelte importanti, decisioni difficili da prendere, cambiamenti, emozioni, vita.

-E lei, come si è innamorata della filosofia?

E’ stato un vero e proprio amore a prima vista. Ho cominciato a studiarla al terzo anno di liceo. Mi ricordo che prima non sapevo nemmeno cosa fosse! Eppure, appena iniziato il manuale, non sono più riuscita a staccarmene! Leggevo ovunque e tutto quello che contenevano i vari capitoli, anche le parti che non era necessario studiare. Mi portavo dietro il libro anche quando dovevo andare a fare la fila alle poste o se uscivo al parco per una passeggiata.

-Ci sono delle scuole di pensiero filosofiche che la rispecchiano di più? E sono le stesse che trova utili per l’uomo e la donna contemporanei?

I miei riferimenti fanno dei grandi salti temporali. Di sicuro la mia guida principale è il filosofo Socrate, il primo vero “ideatore” del “dialogo autentico”, colui che interrogava gli interlocutori per far emergere la loro personale visione delle cose e non quelle convenzioni imparate a memoria. Diciamo che in qualche modo, attraverso lo scambio verbale, aiutava le persone ad essere pienamente sé stesse.

Un altro importante riferimento è senza dubbio Kant, che ci permette di capire l’importanza degli altri, della moralità intesa come fare del bene. Infine, Wittgenstein, Derridà (che ci lasciano la responsabilità di scoprire cosa si nasconde dietro le cose, i limiti del linguaggio come limiti del nostro mondo) e Luigi Vero Tarca, quello che è stato il mio professore all’Università, fautore del “puro positivo”.

-Ha un’idea di dove si sta dirigendo la filosofia oggi?

Contro ogni pronostico, sembra si stia facendo sempre più strada nel mondo contemporaneo. Le persone sono spaventate dalla tecnica, dalle derive a cui può condurre troppa scienza… E hanno bisogno di ritrovare sé stesse e il senso della vita.

Allora ricominciano a interrogarsi, ricercando quei valori che forse hanno perduto, o magari rimescolando le carte e capendo l’importanza di crearne di nuovi. Insieme. Un nuovo modo di con-vivere, insomma, e di con-dividere. Non a caso, sempre più aziende chiedono l’aiuto di un filosofo per migliorare il proprio operato.

-Torniamo al suo studio di Consulenza Filosofica. Cosa trasmetterà ai suoi pazienti, individualmente?

Prima di tutto mi piacerebbe che nel mio piccolo spazio trovassero un luogo accogliente e familiare in cui sentirsi ascoltati e accolti per ciò che sono. Vorrei riuscissero a sentirsi liberi di esprimersi, di tirare fuori tutto ciò che gli crea ansia, paura, dolore.

Poi – così come ha fatto con me, tanti anni fa, la mia consulente Regina – vorrei guidarli nel riuscire a guardare sempre l’altro lato della medaglia: quello della gioia, del superamento della difficoltà che parte, innanzitutto, dalla sua accettazione e – prima ancora – dall’accettazione di sé stessi, senza rimorsi e sensi di colpa (le assicuro che non è una cosa facile!).

-Nei quotidiani, ho letto che offrirà anche caffè letterari, conferenze e gruppi di auto-aiuto. Può raccontarci questi progetti così diversificati?

Il bello della filosofia è che va d’accordo con tutti! Ovvero, dato che facilita l’emergere di contenuti – ma senza mai imporli – può intervenire in diversi ambiti, essendo d’aiuto sia in gruppi di lavoro/equipe che in libere associazioni di persone.

Così, quello che vorrei fare è innanzitutto far conoscere meglio questa disciplina, attraverso conferenze con colleghi ed esperti; poi, aiutare nella sperimentazione della pratica filosofica, attraverso caffè letterari e incontri. Infine, credo molto nel ruolo dei gruppi di auto-mutuo-aiuto: un insieme di persone che si riunisce sulla base di un vissuto, di un’esperienza comune (malattia, lutto, disagio…). Per questo, vorrei fare rete con le strutture psichiatriche del territorio e le istituzioni laiche e religiose, al fine di individuare le difficoltà più diffuse e provare a dare una mano.

-Lei è una giovane donna competente e dinamica. C’è un messaggio che vorrebbe lanciare a chi leggerà questa intervista, e vorrebbe saperne (ancora) di più sulla consulenza filosofica?

Ogni tanto, al Master che ho frequentato a Ca’ Foscari, ci dicevano che “La Consulenza Filosofica è il Consultante!”, intendendo dire che la nostra pratica si basa sul rapporto che instauriamo con chi viene a chiederci aiuto. Perchè ogni persona – si sa – è unicità e imprevisto, per cui la Consulenza Filosofica viene a configurarsi come un’apertura all’altro – che, in fin dei conti, è sempre un altro io, un altro me stesso (Levinas).

Quando facciamo consulenza, perciò, non rimaniamo impassibili, e nemmeno professionisti seduti dietro una scrivania che mettono in pratica delle teorie, ma ci mettiamo in cammino, anche noi, consultante dopo consultante, alla scoperta di noi stessi. In un circolo virtuoso che va da anima ad anima.

Questo è ciò che di più bello il nostro lavoro possa offrirci!

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UNA GRANDE NOVITA’ A GORIZIA: APRE LO STUDIO DI CONSULENZA FILOSOFICA DELLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA

Diversi anni fa, lessi un articolo sulle sorprendenti capacità del consulente filosofico. In un mondo oberato da ritmi frenetici, spesso disumani, ingiustizie sociali, mancanza di lavoro e solitudine, questa figura professionale offre gli strumenti utili per cercare in sé le risorse e le risposte che permettono al paziente di riappropriarsi di se stesso e scrollarsi di dosso il peso del problema. Perché il problema rimane, ma la sua gravità è direttamente proporzionale allo sguardo con cui esso viene osservato. Dopo quell’articolo, ci è voluto molto tempo prima che mi arrivasse la notizia dell’apertura di un centro di consulenza filosofica proprio nella mia città, Gorizia e non potrei esserne più felice, perché a condurlo è una donna con la vocazione della filosofia e un curriculum importante: la Dott.ssa Chiara Pradella.

Attraverso il dialogo della filosofia, ma anche altre tecniche e discipline -disegno, pittura, musica, gioco e meditazione- la Dott.ssa Pradella si prefigge l’obiettivo di aiutare persone singole, o gruppi, ad affrontare i loro disagi o problemi personali. In Via Garibaldi 9, nello studio “Lo Ziqqurat”, verranno organizzati dei gruppi di auto aiuto su diverse tematiche, e dei Caffè Filosofici, indirizzati anche ad aziende.

In molti si chiederanno perché rivolgersi a un consulente filosofico, anziché a uno psicologo. La risposta che darei io, è che ci sono situazioni personali e conflitti che sono più attinenti alla filosofia e altri alla psicologia, ma il consulente filosofico spiega che le due discipline non si escludono a vicenda, perché si occupano dello stesso soggetto, ovvero l’anima umana e la salute psico-fisica della persona, ma con punti di vista diversi e diverse strade da percorrere.

Lo strumento principale del consulente filosofo è il dialogo: Socrate chiedeva così tante volte “Che cos’è quello che stai dicendo, ciò che esprimi (ecc)?” al suo interlocutore, da portarlo a confondersi e a non riuscire a rispondere. Era una tecnica atta a indurre la persona a guardare profondamente in se stessa, prima di fornire una risposta autentica, non superficiale o di ripiego. Una risposta che (troppo) spesso abbiamo paura di dire e ammettere a noi stessi.

Sono molto soddisfatta di questa nuova opportunità offerta alla mia città e alla sua gente. Nelle grandi città come Milano e Roma, non manca niente, invece nelle cittadine più piccole, spesso non arrivano possibilità come queste e auspico che le persone ne siano consapevoli, e premino la loro promotrice, che intervisterò la prossima settimana.

Nel frattempo vi invito a visitare la sua pagina Facebook: https://www.facebook.com/drschiarapradella/

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