Scrittrice, Creativa e Baby-Sitter!

Ebbene sì. Da una settimana esatta sono diventata la baby-sitter di una bambina meravigliosa (che chiamerò Camilla, per proteggere la sua privacy). Le cose raramente accadono per caso e, anche se adesso mi ritrovo a lavorare 12 ore al giorno, cinque giorni su sette, con tanto di figliolo (quasi sempre) al mio fianco, non riesco ancora a credere quanto questa nuova esperienza mi renda felice e stanca, quasi in egual misura.

Analizzandola, mi rendo conto di più fattori. Senza ritenere di aver scoperto chissà quale novità, ma stare a contatto con i bambini sia per maternità che per lavoro, ti porta a fare diverse considerazioni. Naturalmente quelle che leggerete sono personali e sindacabili, ma realmente, osservando il mondo qui fuori, trascorrere la maggior parte del proprio tempo con i bambini rappresenta un’àncora di salvezza. Non ripeterò frasi trite e ritrite (“i bambini sono puri”, “il candore dell’infanzia”, ecc ecc), perché i bambini sanno essere buonissimi e cattivissimi proprio come gli adulti, tuttavia quello che dei grandi ancora non hanno è la capacità machiavellica di manipolare, sfruttare e rendersi profondamente crudeli. Ce l’hanno in potenza, alcuni sono inoltre precoci, ma “i miei bambini” sono due perle. Anche quando litigano tra loro, si vede che si vogliono bene. Anche quando sono arrabbiati con me, perché con autorevolezza cerco di spiegare che non si può trascorrere troppo tempo davanti alla tv o al Sapientino, si capisce che gli passerà presto e che sono consapevoli del fatto che, quello che gli dico, è per il loro bene.

I bambini sono semplici.

I bambini sono autentici.

I bambini ti riportano a uno stato di “Inizio”, dove tutto può succede.

Sento inoltre molte persone lamentarsi delle lezioni su Zoom e dei compiti che i piccoli svolgono. Invece, nonostante mi debba giostrare fra due scuole e due piattaforme distinte, con orari e insegnanti diversi, ho apprezzato molto lo sforzo dei maestri e degli scolari stessi per riuscire a gestire una simile impalcatura. Certo sono convinta che ai bambini serva andare a scuola perché contribuisce alla loro evoluzione, non solo educativa, ma anche sociale, eppure il Ministero dell’Istruzione ha fatto il meglio che poteva e, anche se c’è da “stare addosso” ai piccoli, affinché mantengano la concentrazione, e la connessione a internet tira brutti scherzi, tutto si può fare con pazienza e volontà.

Ci sono poi i momenti del gioco e quelli delle coccole. In entrambi i casi, mi rendo conto che i bambini ti facilitano il compito -benedetto- di restare nel qui e ora. La cosiddetta mindfullness, grazie ai bambini, è uno stato facile da raggiungere. Si resta in un eterno presente fatto di idee, rincorse, palle che finiscono nel recinto dei vicini, capelli strappati, baci e abbracci. Puoi cercare di evadere dal tempo presente, pensando ossessivamente a quello che devi fare “dopo”, ma non ne vale la pena, perché quello che i bambini ti offrono è prezioso e non tornerà più indietro, nè per loro, nè per te.

Ci sono state tante scrittrici, fotografe e artiste che hanno svolto la mansione di baby-sitter prima di me. Il mio impiego sarà breve, però mi sto rendendo conto di quanta ricchezza stia accogliendo dentro di me e di quanto la piccola Camilla mi stia facendo sentire grata dell’opportunità di starle accanto.

E’ una nuova esperienza, che tornerà utile anche per i miei scritti e i progetti che si svilupperanno da settembre in poi, ma adesso è il momento dei bambini e mi voglio immergere in esso totalmente.

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RECENSIONE: “IL PROFESSORE E IL PAZZO” DI SIMON WINCHESTER

Adelphi, 2018

Questo straordinario libro, con la copertina color carta da zucchero e la fotografia del prof. James Murray in una spiaggia del Galles del Nord, ci riporta anche visivamente all’epoca vittoriana dell’Inghilterra dickensiana, un periodo storico e culturale fecondo, forse uno dei più ricchi di luce e ombra della Grande Bretagna.

Spinta -per l’ennesima volta- dalla recensione del giornalista e scrittore Corrado Augias, ho comprato il libro appena uscito, ma solo in questi giorni sono riuscita a leggerlo e, subito dopo, a guardare il film omonimo.

La storia narra la vicenda vera del lessicografo scozzese James Murray, che diede l’avvio alla creazione del monumentale dizionario inglese chiamato Oxford English Dictionary (OED) e del suo più fido collaboratore, il medico chirurgo militare in congedo William Chester Minor. Le due “api operose”, come solevano definirsi, si incontrarono a distanza di anni, dalla prima lettera di Minor indirizzata a Murray e solo in quel momento il lessicografo comprese con chi aveva a che fare: il medico viveva in un manicomio criminale a soli sessanta chilometri da Oxford. Murray non era un accademico qualunque, anzi, ottenne una Laurea Honoris Causa per le sue straordinarie capacità, ma proveniva da una famiglia povera, il padre era un venditore di tessuti e, forse anche grazie alla sua umiltà, certamente attraverso la sua sincera fede, non indietreggiò di fronte a quella scoperta scioccante, ma continuò a essere un fedele amico di Minor fino alla fine dei suoi giorni.

Sono da sempre d’accordo con chi asserisce che la realtà superi la fantasia. Questo è uno di quei casi ed è anche un gioco di specchi, dal momento che i due protagonisti si guardano come se si trovassero davanti a uno specchio, uno opposto all’altro. Esteticamente erano molto somiglianti, con lunghe barbe ingrigite e pochi capelli sulla sommità del capo, che nascondevano maliziosamente con diversi tipi di cappelli. Erano anche due menti geniali e acutissime. Eppure Murray poteva contare sulla propria lucidità, mentre Minor era afflitto da quella che, alla sua epoca, era definita paranoia, mentre oggigiorno si chiama schizofrenia e che gli provocava stati allucinatori e tormenti continui, soprattutto dopo il calare della sera.

Se credete che vi abbia raccontato troppo o che vi abbia spoilerato il film, vi sbagliate di grosso. C’è molto, moltissimo da scoprire dentro il libro di Winchester, ma anche nel generoso film, interpretato da due monumenti umani come Mel Gibson (il professore) e Sean Penn (il pazzo). Ve lo posso assicurare: non ve li dimenticherete.

Però vi prego: leggete prima il libro e dopo il film, altrimenti vi perderete degli elementi importanti, essenziali e, soprattutto, riuscirete anche a comprendere come gli sceneggiatori, talvolta forzino e manipolino le pellicole. In questo caso non c’è stato uno stravolgimento delle storie di Minor e Murray, ma qualche forzatura ben congegnata sì.

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RECENSIONE: “IL MINIMALISTA” DI FRANCINE JAY

Macro Libri, 2019

Questa nuova guida al riordino per tutta la famiglia, non presenta vistose novità, rispetto ai vari manuali di decluttering, pulizie e governo della casa, a parte il metodo STREAMLINE, ideato dall’autrice, nota in America con lo pseudonimo di “Miss Minimalist” e dotata di un sito internet: www.missminimalist.com dove elargisce periodici consigli su come mantenere una casa zen.

A causa della mia caoticità tipicamente balcanica, ciclicamente mi ributto in letture come questa, con la speranza che mi si accenda un interruttore nel cervello, un’illuminazione, o qualsiasi altra cosa capace di farmi mantenere l’ordine in casa ad aeternum. Ovviamente il fallimento è perpetuo, ma la speranza non muore mai.

Miss Minimalist mi aveva entusiasmata all’inizio, quando spiegava con la teoria gli innumerevoli benefici di una casa minimalista, come:

  • non inciampare negli scatoloni e nelle borse lasciati lungo il corridoio;
  • avere più spazio concede allo sguardo di scorrere e quindi di avere nuove idee e ispirazioni;
  • le pulizie si riducono al minimo;
  • si spende molto di meno;
  • si litiga di meno (!).

Frasi come: “Dobbiamo ricordare che i nostri ricordi, i nostri sogni e le nostre ambizioni non sono contenute negli oggetti, ma sono dentro di noi. Non siamo ciò che possediamo: siamo ciò che facciamo, pensiamo e amiamo”, mi avevano conquistata.

Poi però, arrivano le frasi infelici, come il suggerimento di eliminare la nostra macchina per il caffè, perché è un ingombro e richiede tanta manutenzione, mentre è molto più semplice scendere al bar e ordinare quel che si vuole. Con tanti cari saluti agli amici e parenti invitati a casa per bere il caffè a fine pasto, o accanto a una torta fatta con le proprie mani. Senza contare che, ai tempi del Coronavirus, fino a pochi giorni fa, i bar erano chiusi e c’era il distanziamento sociale. E ancora, chiudiamo gli occhi, sul costo di uno, due, o quattro caffè al giorno bevuti nei locali, in un anno. Ma non aveva detto, che puntavamo anche al risparmio?

La cosa che più mi fa accapponare la pelle, tuttavia, è la richiesta di eliminare tutte le fotografie in casa, digitalizzandole, oppure di lasciare pochi libri “sentiti” sugli scaffali.

A questo punto ho capito che, almeno per me, Miss Minimalist non è la coach adatta.

Proprio nel corso della settimana, infatti mi ero messa a pulire e sistemare gli scaffali di libri dell’angolo ovest del soggiorno:

Prima

Dopo averli opportunamente passati al vaglio, ho trovato due doppioni e pochi altri testi che non aveva più senso tenere, e che quindi lascerò sui banchi dei libri del mercato, per chi li voglia portare a casa gratuitamente, ma per il resto, non potrei vivere senza di loro:

Dopo

Ho pochissime dipendenze (sane!) e una di queste è rappresentata proprio dai libri.

Perciò, se siete privi di dipendenze di qualsivoglia genere, potrete trovare utile questo manuale, altrimenti nutro qualche dubbio.

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RECENSIONE: “SEDICI ALBERI” DI LARS MYTTING

Caro Edvard, ci sono solo due momenti in cui siamo completamente innocenti: quando sogniamo e quando siamo bambini”.

Ho comprato questo libro a seguito di una recensione letta su alcune riviste culturali e letterarie che divoro settimanalmente e devo ammettere che ha superato tutte le mie aspettative.

“Sedici alberi” è un romanzo strano, sia perché l’autore è norvegese e quindi il suo stile è diverso rispetto a quello di un italiano, un inglese o tedesco, sia perché è pregno della conoscenza della terra, in particolare di quella misteriosa Norvegia che molti di noi osservano stupiti, dalle calde sponde del Mediterraneo. E’ una terra aspra, nevosa, ricchissima di alberi -una passione dell’autore, già noto per “Norwegian Wood, Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna”, che si è aggiudicato il Premio dell’associazione dei librai norvegesi e il Bookseller Industry Award 2016-.

La trama racconta le vicende di Edvard, un ragazzo norvegese che lavora nella fattoria del nonno, in un paese sperduto del nord, carico di neve in inverno e straordinariamente caldo in estate, a causa dei cambiamenti climatici. Una vita apparentemente banale, se non fosse che, nella sua famiglia, nulla è normale.

Suo nonno Sverre fece parte della sezione nazista norvegese durante la II Guerra mondiale, mentre il fratello di lui, Einar, si trovò a combattere e morire per la Resistenza francese. Edvard è il figlio di un norvegese e di una francese, ma di loro ricorda poco: aveva tre anni quando fecero un viaggio in Francia, nei luoghi della drammatica battaglia della Somme, e lì i suoi genitori morirono annegati in uno stagno, mentre lui venne ritrovato tre giorni dopo, a un centinaio di chilometri di distanza, misteriosamente illeso. Chi lo aveva portato fin lì? Fu un rapimento, o un salvataggio?

Edvard cresce lavorando duramente per il nonno, sopportando gli sguardi di rimprovero dei compaesani nei riguardi dell’ex-nazista e di compassione per lui. Ma Edvard cosa prova? Poco o niente. In lui ogni emozione è attutita, come velata da uno spesso manto di ignoranza rispetto al suo passato.

Sarà al momento della morte di Sverre, che in lui scatterà qualcosa. Il parroco del paese, infatti, farà pervenire al giovane una bara realizzata in legno di betulla fiammata, ricca di decorazioni create da un’ebanista finissimo. Un feretro degno di un nobile. Lo realizzò Einar per il fratello, negli anni ’60. Ma non era morto in guerra? No, non era vero. Allora cosa lo era? Ed Einar è ancora vivo?

Edvard deve partire. Deve ripercorrere la sua vita a ritroso, tornare nelle Shetland, da dove proviene la misteriosa bara, e poi in Francia, sui luoghi della Somme, dove la sua eredità, i “suoi” sedici alberi lo aspettano. Lo deve ai suoi genitori, e lo deve a se stesso.

Questo è un romanzo importante. Sia perché è l’intensissima storia di una famiglia le cui origini si spargono in tutta Europa, sia perché essa è intrecciata a ben due conflitti mondiali e, in modo laterale, ma non per questo meno efficace, ci insegna moltissimo sulla violenza e l’ingiustizia che i nostri antenati subirono nel corso di quegli anni mostruosi.

Una lettura dovuta alla memoria dei morti, ma anche a quella dei vivi, perché è nell’oscurità che si apprezza di più la luce. Da sempre.

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RECENSIONE: “LA GRANDE VIA” DI FRANCO BERRINO E LUIGI FONTANA

Il sottotitolo di questo saggio dice tutto: “Alimentazione, movimento, meditazione per una lunga vita felice, sana e creativa”.

Potrei non aggiungere altro.

Davvero, raramente consiglio con tanto ardore un libro, ma questo non è un semplice saggio: è la Bibbia della Salute e del corretto Stile di Vita, in modo oggettivo e insindacabile. Se volete farvi un regalo, o farlo a chi amate, mettete questo libro in cima alla lista.

Non a caso, i suoi autori sono Franco Berrino, un medico ed epidemiologo che io ho conosciuto grazie alla rivista mensile Yoga Journal, e che è stato direttore del Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. La sua conoscenza in materia di salute e di prevenzione da malattie gravissime, quali i tumori, è sterminata e i suoi consigli preziosissimi.

Luigi Fontana, il co-autore, è un medico e scienziato riconosciuto a livello mondiale, considerato come uno dei massimi esperti mondiali nel campo della nutrizione e degli stili di vita per promuovere la longevità in salute.

Va da sé che in questo libro troverete molti dati scientifici, ma fidatevi, è scritto in modo divulgativo e, quello che mi interessa principalmente, è anche un manuale, che vi consente di iniziare a seguire le migliori strategie per la vostra vita da subito.

Personalmente, sono stata davvero felice di scoprire una lista di ingredienti da introdurre nella mia dispensa, salutari e ricchi di nutrienti, addirittura farine e cereali “dimenticati”, che appartengono cioè al passato della tradizione italiana, ma che contadini avveduti e bio continuano a far crescere. Inoltre ho trovato conferma che la disciplina dello Hatha Yoga, che pratico da anni, è quanto di meglio ci sia per la triade mente-corpo-spirito.

Nota sorprendente (o no!), c’è una parte dedicata alla spiritualità, che non è semplice fede, ma trova eco nella voce di filosofi e scienziati di tutti i tempi:

“Secondo il maestro e filosofo taoista Chuang-Tzu, ogni essere vivente è veramente felice solo quando riesce a vivere in accordo con la propria natura.

A questo proposito, Albert Einstein diceva: ‘Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido’.

L’invito a guardare dentro di sé, presente nella Grecia arcaica, si trova anche negli antichi sistemi filosofici orientali. Nel Tao Te Ching, scritta dal saggio Lao Tzu, probabilmente tra il IV e III sec.a.C., si dice: ‘Comprendere gli altri è saggezza, ma conoscere se stessi è illuminazione. Gli altri si possono dominare con la forza, ma per regnare su se stessi è necessario conoscere il principio universale, il Tao. Chi possiede molte cose materiali è considerato un benestante, ma solo colui che conosce se stesso, ed è tutt’uno con l’universo, è veramente ricco e autosufficiente. Forza di volontà nell’applicarsi allo scopo significa carattere, ma solo la serenità della mente, la tranquillità dello spirito, ci permetteranno di vivere una vita lunga e felice. Unicamente colui le cui idee non cessano d’essere dopo la morte è veramente immortale’.

Pure nel Yoga Sutra di Pantanjali, uno dei più imporanti testi filosofici dell’induismo, è scritto: ‘Il saggio non scruta il cielo per trovare Dio, sa che Egli è in lui, conoscendolo come Antaratma, l’Io profondo’.

Anche gli altri pensatori come Spinoza e Krishnamurti hanno intuito l’importanza di una conoscenza diretta e viva delle leggi che regolano l’universo, che non è possibile senza una profonda consapevolezza del funzionamento della nostra mente, dei meccanismi attraverso cui essa comprende e riconosce le cose. Capire come funziona la mente ci permette di liberarci dalle illusioni, dai tabù, dai condizionamenti culturali che distorcono la visione della realtà. Una visione falsata della realtà e di se stessi è una delle maggiori cause di sofferenza, d’inquietudine e di malessere che condiziona pesantemente la vita quotidiana delle persone. Ma allora come possiamo elevare la nostra consapevolezza ed esplorare la vera natura e potenzialità della nostra mente fino ad arrivare a trascenderla?”

Leggete il libro per scoprirlo!

E per tutti gli aggiornamenti, restate connessi a: www.lagrandevia.it

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DOPPIA RECENSIONE E INTERVISTA ALLA SCRITTRICE SIMONA MATARAZZO

In queste settimane ho avuto la fortuna di leggere due romanzi di una blogger, fotografa, scrittrice, nonché di un’amante della natura e dell’autoproduzione: Simona Matarazzo. Seguo i suoi blog (https://apiedinudi.blog/https://appuntiealtrestorie.blogspot.com/) da anni e rimango sempre stupita e rapita dal contenuto -solo apparentemente- caotico dei suoi post: fotografie scattate da Simona in ogni viaggio, dagli States alla gita fuori porta, citazioni e recensioni di film, fini perlustrazioni dell’anima umana -anche in questi cupi tempi di Coronavirus e quarantena-. Insomma, il mondo interiore di Simona Matarazzo è denso e ricchissimo. Proprio per questa ragione leggere i suoi ultimi due romanzi è stata una piccola grande sorpresa: le trame e le ambientazioni sono limpide come una goccia di rugiada sulla foglia di una primula, oppure, dal momento che siamo nel genere gotico, come la vernice su una sedia medievale di legno di noce.

ALLA RICERCA DI AGATA

Amazon, 2019

Isotta Giovenale è una scrittrice di successo. Dopo alcuni racconti per bambini, il romanzo “Canto d’inverno” l’ha portata alla ribalta. Lei non vive questo clamore con grande entusiasmo. È una donna introversa e irrequieta, la sua mente talvolta fluttua per conto proprio e non è un caso che l’incontro con il misterioso Douglas MacFarlane, corrisponda al suo mondo interiore onirico. Douglas è un signore elegante e ombroso che cattura immediatamente la sua attenzione. All’inizio, lui sembra un ammiratore della sua opera, ma dopo un appuntamento, Isotta capisce che l’interesse di Douglas nei suoi confronti è mosso anche da una necessità: la storia d’amore che Isotta ha raccontato nel suo romanzo descrive l’amore di Douglas per la sua Agata. I nomi e i personaggi sono incredibilmente somiglianti con il vissuto del signor MacFarlane. Tuttavia, nella vita reale, Douglas ha perduto la sua Agata e vuole che Isotta la ritrovi. L’autrice si sente in principio smarrita: la sua è una storia d’invenzione, una fiction. Come può un uomo pretendere che lei trovi una donna che ha inventato per il suo romanzo? Eppure Isotta si intenerisce, sia per il dolore che percepisce dietro a quel desiderio, sia perché Douglas è diventato non vedente in seguito a un incidente stradale e questo smuove qualcosa in lei.

Inizia in questo modo la ricerca di Isotta, una ricerca difficile, perché irta di ostacoli e pericoli, il cui esito è tuttavia sorprendente, sia per lei che per il lettore.

AL TEMPO DEI LUPI

Amazon, 2020

Anna Gada è un’insegnante che trova lavoro in un collegio femminile di Lago di Mezzo, in Irlanda. Approda nel piccolo villaggio con la speranza di costruire la vita che desidera, un’esistenza emancipata, rispetto alle donne della sua epoca -siamo nell’Ottocento-, perché ha studiato molto per bastare a se stessa e vivere del suo lavoro, un mestiere che ama. Purtroppo, lo scontro con la realtà sbriciola le sue aspettative. Gli insegnanti del collegio sono tutti uomini e nemmeno il direttore, il Signor Baker, può -o vuole- opporsi al loro conformismo. Anzichè insegnare geografia e storia, Anna è costretta a trasmettere alle piccole allieve la conoscenza del disegno e dell’economia domestica. Oltre a questo, dal momento che i signori insegnanti aborrono la presenza di una donna nubile alla tavola da pranzo, ad Anna diventa chiaro che mangerà assieme ai domestici.

Tuttavia, tutto questo non abbatte la giovane insegnante, che è abituata a lottare fin da bambina, essendo a sua volta cresciuta in un rigido collegio. Ed è proprio in cucina che, in mezzo a un nutrito gruppo di cameriere e cuoche, conosce il silenzioso Edward Brandon, un uomo che possiede qualcosa di selvaggio e oscuro nello sguardo cristallino. Anna si sente incuriosita dal suo modo di fare schivo e ne resta rapita quando condivide con lui il salvataggio di una bambina che, vittima di un attacco epilettico, rischia di essere internata in un manicomio. Da quel momento, Anna ed Edward condividono un segreto, il primo di tanti, che condurrà la giovane istitutrice a conoscere un uomo e un popolo antichi, le cui usanze e peculiarità affondano le loro origini nella notte dei tempi e rischiano l’estinzione.

Simona Matarazzo, 2020

Simona Matarazzo, finalmente riesco a intervistarti! Quale occasione migliore: dopo aver recensito il tuo primo libro, “Romanzo Gotico” (http://www.arteculturae.it/letteratura/recensione-racconto-gotico-di-simona-matarazzo/), ora ho potuto affondare i denti nelle tue nuove opere. Devo dirti che la mia preferita è “Al tempo dei lupi”, sia per affinità etnica -io sono serba e il mio popolo è chiamato “figlio dei lupi”- sia perché l’atmosfera è così gotica e misteriosa, che ti ammalia. Senza contare che amo la complicata storia dell’emancipazione femminile, che ancora oggi risulta motivante per noi donne, che non dobbiamo mai abbassare la guardia rispetto ai diritti che abbiamo conquistato nei secoli, minacciate come siamo da continue incursioni maschiliste, machiste e patriarcali. Anna Gada ne sa più di qualcosa. Ma passiamo alle domande, andando con ordine.

“Alla ricerca di Agata” è un romanzo ricco di colpi di scena. Non si può stare calmi un attimo, che subito accade qualcosa. Qual è stata la sua genesi?

“Alla ricerca di Agata” è nato quasi per caso. Inizialmente avevo in mente una storia completamente diversa. Presi spunto da “Racconto gotico” per costruire qualcosa di buffo. Una commedia brillante, dove la protagonista si trova coinvolta in episodi al limite dell’assurdo. Ma a mano a mano che andavo avanti con la storia i protagonisti hanno preso il sopravvento e il racconto si è scritto da solo. Quando vedo un film o leggo un libro mi aspetto “l’effetto sorpresa”, per certi versi “Alla ricerca di Agata” ha consentito al mio lato fantasioso di esprimersi.

Sembri avere un fortissimo legame con il mondo irlandese. Ci sono tracce più o meno evidenti in ognuna delle tue opere, puoi spiegarne il motivo?

Sono stata un paio di volte in Irlanda, ed entrambe le volte sono rimasta colpita dal paesaggio: il Connemara con le sue insenature; la bellezza ruvida e desolata del Burren; l’oceano che si infrange sulle altissime scogliere; i muri di pietra delle isole Aran; i cimiteri megalitici immersi nel verde… L’Irlanda è una terra di contraddizioni, leggende, superstizioni, sofferenza, crudeltà, sangue. Non è, come banalmente si pensa, il regno delle fate e degli elfi, è un paese complicato con una storia complicata. L’Irlanda è, nella mia immaginazione, sinonimo di ribellione. Infine, alcune zone mi hanno riportata con la mente nel Montello – mia madre è nata a Crocetta del Montello -, ad alcuni luoghi della mia infanzia. Luoghi che non ho più rivisto e che quasi certamente sono cambiati.

Ogni inizio capitolo in “Alla ricerca di Agata” presenta una citazione. E ogni frase è appropriata al racconto che segue. Sono le citazioni ad averti ispirata, oppure hai una mente talmente enciclopedica da essere riuscita a ricordare quelle citazioni ogni volta?

Le citazioni sono arrivate in seguito. L’idea mi è venuta dopo aver letto, in libreria, la frase di Sylvia Townsend Warner: “Se sarà maschio” disse “Lo chiamerò Dolore. Ma se sarà femmina si chiamerà Gioia”. Pensai subito che avrei dovuto farci qualcosa. Scrivere un post, un racconto, condividerla.

Mi ricordai alcune frasi di Allende, Yoshimoto e Christie, e, per gioco, cercai le altre sui libri. Scelsi di inserire all’inizio di ogni capitolo una citazione. Non utilizzai la frase di Sylvia Townsend Warner, ma se non fossi inciampata sulla sua citazione non avrei aggiunto quei richiami.

Cosa ti ha ispirata a scrivere “Al tempo dei lupi”?

Come per “Alla ricerca di Agata”, “Al tempo dei lupi” è nato grazie a “Racconto Gotico”. Sono stata influenzata da “Jane Eyre” e dai racconti di fantasmi, come quelli di Walpole, Hoffmann e Crawford.

L’istitutrice Anna Gada è davvero una donna anticonformista per la sua epoca. Nel tuo immaginario, questo deriva dalla sua biografia -orfana, cresciuta in un collegio-, oppure da una presa di coscienza avvenuta con la maturità?

Le esperienze, il dolore, le gioie, possono cambiare le persone e le loro le vite. Alcuni non usciranno mai dalla zona di comfort: lavoro, famiglia, casa, amicizie, paese. Dinanzi a uno ostacolo si abbattono o lo sottovalutano. Questo accade per svariati motivi: educazione, ambiente, trascorsi. Grazie al suo vissuto Anna è una donna indipendente. Non è una femminista nel verso senso del termine, conosce il mondo che la circonda e tenta di cambiarlo.

Il mondo arcaico e ferino di Edward Brandon proviene da una realtà antropologica e storica irlandese autentica, da un mito, oppure dalla tua invettiva?

Per i nomi dei luoghi mi sono ispirata alle strade e ai sentieri di montagna, come quelli del Trentino Alto Adige e del Veneto. L’Alto Adige, come l’Irlanda, compare spesso nei miei racconti. In merito ai “Faoladh”, e alla loro mitologia, ho preso spunto da alcuni racconti irlandesi. Le case dei Faoladh, invece, somigliano a quelle vichinghe, l’idea mi è venuta dopo un viaggio in Danimarca. Quando scrissi “Racconto Gotico” scelsi a caso antichi nomi irlandesi, senza sapere che fossero legati ai boschi e ai lupi. Più che alle coincidenze, credo nel destino e mi piace pensare che le leggende sui Faoladh facciano, in qualche modo, parte del mio DNA. Purtroppo, l’ultimo lupo irlandese venne ucciso alla fine del millesettecento.

Mi hai fatto venire una voglia matta di scrivere un romanzo o un racconto gotico. Significa che i tuoi romanzi mi hanno davvero rapita. Tu sei un’appassionata del genere, oppure è un caso che tu abbia sempre scelto questo stile? E se la prima ipotesi è corretta, quali sono i tuoi autori-guida?

Non è un caso che mi sia ispirata ai racconti gotici per scrivere le mie storie. Benché il genere gotico si sia sviluppato dopo il 1700, l’epoca Vittoriana è la culla dell’orrore, basti pensare a Jack lo squartatore. E’ un’epoca in bilico tra il fascino e il ribrezzo, in cui la ricerca del bello stride con la povertà dei bassifondi. Da una parte abbiamo circoli letterari, dall’altra quartieri sovrappopolati. Per questi motivi ho scelto come ambientazione temporale di “Al tempo dei lupi” gli ultimi anni del 1800. I miei punti di riferimento sono Robert Louis Stevenson e Edgar Allan Poe. Ma anche Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Charles Dickens o Francis Marion Crowford. Mi piacciono le vecchie storie di fantasmi e le leggende metropolitane.

Ad ogni modo, i miei racconti sono stati influenzati dalla vita di Charlotte Brontë e dal suo romanzo: “Jane Eyre”. Per me il romanticismo deve avere un tocco di “tenebra”.

Una peculiarità dei tuoi libri è che le copertine provengono tutte da fotografie scattate da te. Sono immagini suggestive e uniche, che riescono a trasmettere la tua interiorità alla perfezione. Lo trovo un dettaglio di un’eleganza unica. E’ mai successo che un’ispirazione ti rapisse proprio grazie a una foto che avevi scattato, magari a distanza di anni?

Anni fa andai a visitare le rovine di Žička kartuzij (la certosa di Seitz) in Slovenia. Aveva appena nevicato e c’era un’atmosfera incredibile. Le foto mi hanno influenzata per “Alla ricerca di Agata” e per la copertina di “Racconto gotico”.

Nella vita reale, tu sei una donna piena di talenti artistici e pratici. Riesci a individuare cosa ti rappresenta di più in questa fase della tua vita -la scrittura, la fotografia, il tuo giardino e orto, ecc- e se c’è qualcosa in cui ti vorresti focalizzare di più, oppure continui a gestire, come una maestra d’orchestra, tutte le tue passioni quotidianamente?

Non riesco a gestire le mie passioni. Sono un bradipo iperattivo. In pratica, sono un ossimoro. Non corro, eppure durante il giorno, quando non lavoro, passo dall’orto al preparare una torta, da un time-lapse a una ricerca sulle piante. Probabilmente la fotografia è l’attività che mi rappresenta di più. Diciamo, che amo sperimentare e vorrei che le giornate, vista la mia lentezza, durassero 48 ore.

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RECENSIONE: “LE OTTO MONTAGNE” DI PAOLO COGNETTI

Einaudi, 2016

Questo è un romanzo che ha vinto il Premio Strega nel 2017. E a ragione.

Narra la storia di due amici, si potrebbe dire opposti per carattere e natura, ma simili per quanto concerne l’amore per la montagna, che li unisce fin da bambini.

Pietro viene dalla città, ma i suoi genitori, appassionati di trekking, lo accompagnano spesso sulle montagne lombarde, piemontesi e venete. A un certo punto scelgono Grana, come loro residenza estiva e qui Pietro conosce l’undicenne Bruno, figlio e nipote di montanari, che tra un pascolo e l’altro sfugge al suo obbligo di bambino lavoratore per stare con Pietro e i suoi genitori, che piano piano diventeranno un po’ anche la sua famiglia.

Bruno è colui che resta, Pietro colui che và e viene e sarà sempre così, anche quando Pietro e il Destino consiglieranno a Bruno di cambiare rotta.

Ma se uno nasce montanaro può reinventarsi?

E se uno sale (in montagna), sempre più su, è solo per desiderio di avventura e passione, o perché vuole lasciare il basso (la civiltà, il capitalismo, il corri corri) alle spalle?

Mi hanno davvero travolta, le vicissitudini di Pietro e Bruno, anche perché a una prima lettura possono sembrare talvolta banali o minime, ma in realtà contengono universi di riflessioni, mentalità, cultura e anima.

L’autore ci presenta diverse personalità, le mette in comparazione, poi le allontana. E’ come mettere a fuoco un immagine. E in questo modo riesci a coglierne tutte le sfumature.

Le domande che Cognetti si pone e ci pone sono tante, e restano dentro di noi anche a fine lettura. Sedimentano. Forse sono semi, che germoglieranno a tempo debito. Di certo sto recensendo un romanzo prezioso, che talvolta può risultare noioso a causa di alcune nozioni tecniche, ma che lascia un sapore di autenticità e selvatico in bocca, sapore di cui abbiamo fame.

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SECONDA VIDEO-PRESENTAZIONE DI “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” DI NATASA CVIJANOVIC’, QUDU LIBRI, 2019

Cari lettori,

oggi vi offro la mia seconda video-presentazione letteraria, stavolta con un focus su uno degli argomenti principali del mio libro: l’epistolario.

Spero vi godrete il mio monologo, che contiene anche numerose informazioni utili per chi è incuriosito dal mondo della corrispondenza e non sa dove andare a cercare un amico di penna.

Buona visione:

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RECENSIONE: “IL SOGNO DELLA MACCHINA DA CUCIRE” DI BIANCA PITZORNO

Bompiani, 2018

Sono tremenda: non avevo mai letto niente della scrittrice Bianca Pitzorno. Conoscerla attraverso questo romanzo, ha fatto sì che ora desideri leggere tutto ciò che ha scritto fino a oggi, anche gli articoli. Il motivo? La sua scrittura è scorrevole, preziosa, coinvolgente e la storia che ha scelto per questo romanzo mi è rimasta nel cuore. O meglio, nell’anima. Perché parla a tutte noi, donne emancipate e contemporanee, perché ci ricorda che abbiamo molti più diritti di quanti ne abbiano mai avuti le nostre antenate in (quasi) ogni angolo del mondo, ma che una certa mentalità patriarcale e machista continua a strisciare sottoterra, pronta ad afferrarci le caviglie e a trascinarci giù, nella meschinità, nell’ingiustizia, nello stupro e nella totale assenza di libertà.

La trama racconta la vicenda di una bambina di fine Ottocento, alla quale il colera ha ucciso tutti i parenti, fuorché la nonna. L’anziana è una donna forte, che per tutta la vita ha sbarcato il lunario come domestica nelle case dei signori, oppure come sartina. Essendo rimaste sole, la nonna decide di insegnare alla nipotina di sette anni tutto quello che sa della sartoria, perché sa, in cuor suo, di non poter sopravvivere ancora a lungo, e vuole affidare alla bambina un mestiere che le consentirà di essere economicamente indipendente e di non dover sottostare alle regole di una famiglia ricca, alle molestie e crudeltà, all’umiliazione. In quel modo potrà stare anche lontana dalle fabbriche e dalle lavanderie, dove subirebbe le stesse attenzioni orribili da parte degli uomini e tornerebbe ogni sera a casa stremata dalle lunghissime ore trascorse rinchiusa fra quattro mura o con le mani sempre immerse nelle tinozze di acqua e cenere. La bambina cresce quindi fianco a fianco con la nonna, accompagnandola nelle case dei ricchi e dei borghesi per realizzare corredini per bambini, biancheria per gli adulti, corredi matrimoniali, rammendi, tutte quelle cose che un tempo venivano affidate alle sartine, un diminutivo utilizzato per distinguerle dalle sarte, quelle che avevano una boutique in centro città e realizzavano capi di alta sartoria per le passeggiate, il teatro, i matrimoni e ogni altro importante evento dove confluivano i signori e le signore.

La sartina si ritrova sola ancora minorenne, ma grazie alle conoscenze della nonna, riesce a continuare a fare il suo mestiere con la testa alta, addirittura a tenere dei soldi per togliersi dei piccoli capricci -il teatro, le riviste, i libri- e per le emergenze. Soldi che tiene in due scatole di latta ben distinte e nascoste. Fra queste conoscenze, due sono molto speciali per la giovane sartina: la marchesina Ester e la sua insegnante di inglese, la Miss americana. Due donne talmente diverse dalla protagonista, che seppur dello stesso sesso, grazie alla classe sociale e al denaro di cui dispongono riescono a vivere un’esistenza dignitosa, scappando da un marito, con la propria figlia la prima e vivendo in totale libertà la seconda. Ma entrambe, nonostante tutto, pagheranno un prezzo alto, perché restano due donne in una società, di un mondo, dove il loro ruolo è estremamente circoscritto.

Questo romanzo parla a tutte noi, dicevo, e mi hanno sconvolta due dettagli, in particolare: il fatto che ogni vicenda prenda spunto da un fatto realmente accaduto, e che le persecuzioni subite da alcuni personaggi somigliano spaventosamente alla caccia alle streghe che ha infiammato l’Europa e buona parte dell’America del Nord per secoli. Non me lo aspettavo. Non avevo mai riflettuto su questa drammatica somiglianza: se una donna di fine Ottocento -ma potremmo parlare di secoli, anche in questo caso- non sottostava alle regole, finiva in manicomio -e questo lo sapevo- ma poteva anche venire perseguitata legalmente da un potente, che pagava dei testimoni, i quali dichiaravano esattamente quello che, il ricco di turno, comandava, al fine di distruggere la reputazione e la vita intera della vittima destinata. Anche la nostra sartina corre questo rischio. Anche lei viene perseguitata dall’ombra del triste destino di Ofelia, una ragazza che si era ribellata alle molestie di un ricco “signore”, che gliela aveva fatta pagare e aveva finito i suoi giorni in una casa di tolleranza, dopo essere passata per ogni genere di tribunali, carceri e persecuzioni.

E’ un quadro triste e deprimente, quello di Bianca Pitzorno, che ci regala una specie di lieto fine, ma ci lascia l’amaro in bocca. Perché quando non disponi della tua libertà, quando devi lottare con le unghie e con i denti per mangiare ogni giorno e proteggerti dalle angherie e dalle violenze, e non puoi neppure permetterti di sognare, la vita non ha davvero alcun senso.

Questo è un romanzo necessario. Leggetelo.

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