BOSCHI IN FESTA -al Bosco Bolderatis in cerca di erbe spontanee-

Ve lo assicuro: erano vent’anni che aspettavo questo momento! Vent’anni che cercavo una guida esperta che mi insegnasse a riconoscere le erbe spontanee, a evitare di scambiarne una per un’altra e introdurmi nella preziosa arte di saperle cogliere nel modo e nel momento più adatto. Certamente, in due decadi, le occasioni ci sono state, ma ogni volta accadeva qualcosa per cui il tanto atteso evento saltava.

Ebbene, domenica 29 aprile 2018, tutto è andato come sognavo e quello che vi presento è un riassunto delle 14 facciate di appunti che ho preso freneticamente durante la passeggiata al Bosco Bolderatis di Carlino (UD). Le mie emozioni, beh, quelle potete immaginarle.

Buona lettura.

Introduzione geologico-storica

Fino a 10000 anni fa, nel periodo dell’ultima glaciazione, avevamo i ghiacciai fino a sud di Udine. 5000 anni fa, quando il ghiacciaio si è ritirato, la vegetazione era di pini e betulle, chiaramente per un fattore climatico. Il problema fondamentale è che i ghiacciai, quando si ritirano, depositano ghiaia molto fine, con sassi spigolosi. In questi posti vivevano piante come quelle scandinave, perciò, mutando ulteriormente il clima, è arrivato il faggio. Poi la temperatura è aumentata ancora e qui sono rimasti la quercia e il carpino, alberi che ancora oggi caratterizzano questi luoghi.

A monte, abbiamo il deposito di ciottoli (magredi). Più sotto c’è il deposito di materiale più fine: sabbia (grave). Quando arriva qui, l’acqua sembra non ci sia, invece procede nel sottosuolo per risalire verso il mare e riversarvisi. Le olle (di superficie o risorgiva) sono i buchi dove l’acqua, da sotto terra, risale. Lì, l’acqua è priva di sabbia e a temperatura costante. Abbiamo acqua di risorgiva di 10-11 gradi, pulitissima. Poi, dovendo l’acqua andare sempre più a sud, verso la sua foce, possiamo trovarne di più pulita o più sabbiosa, ma la cosa importante da ricordare è che le piante sentono una presenza d’acqua diversa, da zona a zona.

Carpino con infiorescenze

Zellina, fiume di risorgiva. Siamo a 5 m di pendenza

Nei campi che stiamo attraversando, possiamo goderci un panorama molto naturale, con vegetazione fluviale (salice, ontano e canna palustre) e poche piante.

Possiamo fare anche incontri simpatici, come questa tartaruga palustre, che si trova appunto solo nelle zone palustri e fresche. In questo periodo è in amore, per questo è facile trovarla lungo la strada, anzi, proprio per questa ragione vi raccomando di non correre come matti in macchina, moto o scooter, perché potreste investire queste creature inermi:

Tartaruga palustre femmina

D’ora in avanti, ogni volta che troverò una pianta o un albero, ve lo indicherò.

ORTICA: da non confondersi con il Lamion (fiori rosa) che hanno il fusto quadrato, mentre la vera ortica ce l’ha scannellato. L’ortica ha i peli, l’altra no. Qui in Bassa Friulana, c’è tanta ortica, più a nord no (da collina a montagna). Va raccolta quando è più giovane, ma se vogliamo tentare, possiamo prendere le punte (se sono tenere) e si può mangiare. Per crescere, deve esserci zero o poco calcare!

Perché procura il prurito? Perché dentro il fusto c’è un foro. Lì c’è una molla che in cima ha un aghetto. Il pelo è il grilletto, che appena toccato, fa attivare l’acido formico (lo stesso delle formiche) contenuto nella pianta e lo rilascia. C’è un trucco per evitarlo: cogliere il fusto dal basso.

L’ortica saltata in tegame, è come lo spinacio.

Coda cavallina o Equiseto

CODA CAVALLINA o EQUISETO: pianta antica, quasi un fossile vivente. Tutto il carbone che noi abbiamo prodotto nei secoli, proviene da lei. Decotto ricco di silice. È una pianta maschio o femmina. Quella femmina, con la pannocchia, se si mangia fritta, come il fiore di zucca, è una leccornia.

Iris

IRISI PSEUDACURUS (giallo): tipica pianta che vive in acqua e nei canali. La ritroveremo anche nel bosco.

Euforbia

EUFORBIA: può fare anche pochi petali, ma produce un latte caustico. Si usa sui porri, ma per guarire, meglio ancora la CELIDONIA.

Romice

ROMICE o RUMEX: si mette in bocca e si mastica per dissetarsi.

Bosco di impianto

BOSCHETTO GIOVANE: quando trovate un giovane bosco come questo, dovete sapere che ci piantano tutte piante diverse, in filari, come l’uva. Sono boschi di impianto. Un terreno, dove il proprietario ha deciso di reimpiantare un bosco. L’inserimento del bosco, avendo specie diverse, e disposte a scacchiera, è più veloce nella crescita. È un bene piantare boschi, perché è il massimo che la nostra terra può produrre. Comunque, quando vedete filari di alberi, sapete che non sono spontanei.

PAPAVERO: ottima pianta mangereccia. Fino a 20-25 cm si taglia ed è buonissimo. Meglio cucinarlo. Se il fusto è duretto, in parte, si taglia e si mangia quello più tenero con le foglie. Ha un gusto dolce unico.

FIORDALISI: sono spariti dai campi! Erano come la cicoria ed erano buonissimi.

Asparagus Tenui Folis

ASPARAGUS TENUI FOLIS: sta nei versanti umidi, mentre in Carso e Prealpi, cresce l’ACUTIFOLIS, la versione che sembra vero asparago. Quello che punge è molto buono, rispetto a quello che troviamo qui. L’Acutifolis: un mazzetto di questo ha un sapore cento volte migliore dell’asparago che si compra.

BOSCO BOLDERATIS

Facendo studi di fossili e pollini di questi terreni, si è capito che nel IV sec.a.C. (Età del Ferro) la composizione era pressoché identica. Tutto fino al IV sec.d.C.

Questo era un bosco che dal Piemonte arrivava fino al Friuli Venezia-Giulia. Tutto bosco! Era come stare a 500-600 m di quota!

Alla fine del periodo romano e nel periodo medievale, l’uomo ha iniziato a disboscare sempre di più, quindi il bosco ha cominciato a scomparire. In periodo veneziano e asburgico, il disboscamento si è fermato, bene o male. Solo dopo la I Guerra Mondiale, si è ripreso ad abbattere, causa bonifiche e lotta alla malaria. Nel II Dopoguerra, è subentrata in modo massimo l’agricoltura tecnologica e si è ripreso a disboscare.

La situazione di partenza era la Selva Lupanica, dall’Isonzo al Livenza, zona sotto le risorgive.

Oggi Bosco Bolderatis è una porzione di quei boschi, ed è rimasto intero, per fortuna. Quando si parlava di Selva Lupanica, c’erano 16 000 ettari di bosco, ora la quota si è ridotta all’osso.

Dunque questo bosco è un reperto storico!

Dovete sempre tenere a mente che, se si disbosca, ci vogliono cento anni per ritornare alla situazione di partenza. Qui è meglio non pensarci nemmeno: se si dovesse disboscare questo bosco, perderemmo una testimonianza storica millenaria.

Dato importante: questo è un bosco di quercia e carpino, ovvero un unicum, molto raro da trovare.

Al suo interno, ci sono delle vasche d’acqua, con un massimo di 1 m di profondità.

Nei campi circostanti, c’erano altre vasche, probabilmente erano vasche per il prelievo dell’argilla, usate dai romani per realizzare le loro ceramiche invetriate.

Qui, in questo periodo, bisogna stare attenti alla Vipera Apis. Procediamo sul sentiero, se ne vediamo una attenti. La Vipera Modites può avere più veleno, ma dorme di più. L’Apis ha meno veleno, ma tende a essere più pericolosa.

Come vedete, passeggiando troviamo vari stagni pieni di polline che galleggia e larici che crescono all’interno. In estate, le pozze si asciugano del tutto. Ora ci sono rane, tritoni, salamandre.

Pungitopo
Getto del Pungitopo

PUNGITOPO: pianta mangereccia. Si mangiano i suoi getti, che sono ottimi. Quando si coglie, non serve rasare a terra, basta piegarlo e si spezza da solo. Lessato, con la maionese se si vuole, altrimenti con olio e basta. Il suo amaro è genetico.

CROCO SATIVO: cresce in primavera. È quello che dà lo zafferano. Invece il COLCHICO è un fiore d’autunno, che se colto in questo periodo, è velenoso. Ha la caratteristica di non avere foglie né frutti, perciò attenzione! Inizialmente il Colchico venne usato per tentare di fermare il tumore, in quanto blocca la crescita delle cellule. C’era il problema della dose e di dove metterlo, però.

Foglie di Primula

PRIMULA: le foglie buone per la frittata. Meglio se si colgono quelle più piccole e tenere. In generale vanno solo saltate nel tegame, senza sbollentarle.

Aglio Orsino

AGLIO ORSINO: si raccoglie la foglia. Sott’olio, da mettere in vasetti, si usa anche a Natale. È piuttosto dolce, non piccante. Per le frittate e i risotti è buonissima e non serve sbollentarla. Si coglie prima della fioritura, ma anche col fiore si possono cogliere le foglie più giovani.

Trovate impronte di cinghiali e caprioli. È difficile vedere l’animale: magari all’alba, attendendo per ore in silenzio

Mutonia Palustris

MUTONIA PALUSTRIS: pianta bianca che cresce in acqua. È rarissima. A livello di biodiversità, si tratta di un autentico gioiello.

Funghi che crescono sugli alberi. In questi boschi ci sono tantissimi funghi: chiodini, porcini, amanite cesarea, ma ci sono anche funghi mortali. In autunno si colgono se si ha il patentino e stando comunque sempre bene attenti.

Quercia e frassino insieme hanno dato il nome al tipo di questo bosco: Querco Carpineto.

FRASSINO OXIACANTIS: cresce nelle zone paludose, come queste. Ma oggi abbiamo trovato anche il FRASSINO ORNIELLO, che è quello da cui si ottiene la manna e normalmente si trova nelle zone calde (la Sicilia ne è piena).

Sentito i fischi sopra le nostre teste? Sono le poiane. Qui ci sono anche assioli e gufi. E più fuori i picchi, che sono capaci di scavare anche 20 cm in profondità, per realizzare i loro nidi, senza danneggiare l’albero che li ospita.

Orchidea

ORCHIDEA: è in piena fioritura. Di norma è una pianta che cresce in Carnia. Per dire cosa fanno le glaciazioni!

Fornace romana

Fornace romana: ne parlavamo prima. Negli anni ’60, ci sono state grosse alluvioni e quindi si sono fatti degli sbancamenti, ma qui negli anni ’70/’71 hanno trovato reperti archeologici e scoperto che era una fornace. Era un’industria bella grossa, le vasche erano almeno un centinaio, stando alle foto aree scattate sui campi circostanti. Comunque, qui c’era una produzione a sé stante, non non come quella di Aquileia, dove si realizzavano soprattutto bicchieri per l’esercito di stanza nel Danubio e in Ungheria in generale, non per gli autoctoni. Il sito è stato aperto e riaperto tre volte. L’anno scorso hanno trovato una fibula di bronzo. Tutti i materiali archeologici sono raccolti nel museo di Aquileia.

Corniolo Comune

CORNIOLO COMUNE (SANGUINELLO): poi c’è anche un altro tipo di CORNIOLO, che veniva usato per fare i denti dei rastrelli.

TARASSACO: il decotto di fitone (radice) di Tarassaco rende più fluido il sangue. Un bicchiere la mattina, soprattutto per gli anziani, salva la vita. Una settimana si e una no. Il fitone va colto in autunno!

Luppolo e Tamaro

LUPPOLO (URTISON in friulano): ha i dentelli e lo riconosci perché, se prendi la parte sopra tra le dita, non riesci a staccare la crescita dei pezzi laterali scorrendo le dita. Meglio mangiare solo la parte superiore, non tutta la pianta. Il TAMARO sembra luppolo, ma ha il fusto liscio. Si mangia in primavera, ma più tardi è meglio di no: già in tarda primavera, infatti, sviluppa una tossicità. Meglio non coglierla già quando si vede che ha i fiori sviluppati.

Curiosità: in tempi di guerra, per fare le sigarette, si usavano i luppoli maturi, dal momento che c’era una parte legnosetta.

I consigli e le raccomandazioni più importanti:

– Le parti aree vanno raccolte in primavera (tossicità bassa), se devo raccogliere le parti nel terreno, le radici, va fatto in autunno, perché le sostanza più importanti si trovano allora.

– Le erbe spontanee sono piene di oligoelementi, altro che pastiglie di minerali e vitamine o acqua minerale!!

– La pianta non può muoversi: quindi è sempre una felicità trovare tanta biodiversità. L’animale si può trovare in diverse zone, la pianta soltanto in quelle specifiche, perciò, quando troviamo piante rare, strane, prendiamoci del tempo per osservarle e conoscerle.

Nota:

Se vi piacciono questi eventi, vi consiglio di seguire i siti internet e le pagine Facebook degli straordinari organizzatori. Non ve ne pentirete!

www.studioforest.it

www.slowfood.it

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Intervista allo scrittore Francesco Boer

Francesco Boer, 2018

1. Francesco, noi ci conosciamo, ma vuoi presentarti ai nostri lettori? Chi sei e qual è la tua formazione?

Ho trentasette anni e abito a Selz, in provincia di Gorizia. Crescere e vivere vicino al confine mi ha dato la possibilità di comprendere che la realtà non è risolvibile in una visione univoca. Il mondo è fatto di contrasti e sfumature, non c’è una verità unica ma tante voci diverse. Voci che possono cercare di sopraffarsi l’una contro l’altra, oppure accordarsi in un coro armonioso. Forse è anche per questo che sono affascinato dal mondo dei simboli, un argomento che studio da anni in tutte le sue sfaccettature. L’espressione simbolica è infatti una costante dell’essere umano. Nei simboli si può trovare un tratto comune a diverse culture, che permette di tracciare linee che uniscono in un significato affine fenomeni storici distanti sia nello spazio che nel tempo. Il simbolo poi è anche il fulcro che permette di collegare conoscenze che in genere vengono divise in materie di studio diverse: psicologia e storia, arte e natura, religione e scienza.

L’approccio che ho scelto ha portato di necessità ad una formazione da autodidatta, con i pregi e i difetti che ciò comporta. Procedere senza una guida è più difficile, ma mi permette di costruire una rete di collegamenti a 360 gradi, invece di sbilanciarmi in approfondimenti unilaterali su una sola materia.

2. Ho scelto la foto dell’intervista personalmente, perché mostra tutta la tua ironia. Sei un giovane uomo erudito e pieno di progetti, eppure conservi uno spirito giocoso e profondamente autoironico. Addirittura, nelle tue informazioni su Facebook, dichiari di essere un ”eremita part-time”. Da dove provengono la tua semplicità e umiltà?

L’umiltà non è tanto una scelta quanto una conseguenza degli studi e delle esperienze che ho intrapreso. Di fronte alla vastità delle cose da studiare e comprendere ci si sente come uno che deve misurare il mare con un secchio. C’è poco di che insuperbirsi! L’autoironia e gli scherzi sono per me un modo per non inaridire il discorso, e soprattutto per evitare di apparire come un maestro o un guru – cosa che non sono di certo, e che comunque non vorrei essere. La giocosità però non significa concedersi inesattezze o leggerezze nella ricerca. Su questo sono molto esigente con me stesso, e preferirei ritrattare tutte le mie tesi che sorvolare su un dettaglio incongruente.

3. Nel romanzo “Labirinto interiore” (Leucotea, 2017), hai inserito argomenti legati a una grande quantità di credi e conoscenze. Alchimia, Antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcune. E’ una scelta presa a priori, oppure si è presentata mentre scrivevi il romanzo?

Per me il processo di scrittura non è finalizzato all’esposizione di qualcosa che so già. Al contrario, scrivo per imparare, scopro mentre cerco le parole. I simboli sono come una fonte che sgorga spontanea, basta sapersi chinare per attingerne a piene mani. I sistemi e le credenze che citi sono però altrettanto importanti, perché costituiscono lo stampo in cui colare il metallo fuso del simbolo vivo. Servono da struttura per collocare in un insieme armonioso la materia prima che si raccoglie. Senza questa mediazione la storia resterebbe un sogno confuso: sarebbe come se qualcuno ci parlasse dicendoci cose importanti, ma in una lingua che non comprendiamo.

4. La vicenda che narri è avvincente e coinvolgente, ricca di riferimenti eruditi e simbologia. La cosa sorprendente è che, a una prima lettura, il lettore è libero di farsi un’idea soggettiva, e poi, alla fine del romanzo, troviamo una spiegazione dettagliata dei contenuti, che concede al lettore un approfondimento ulteriore. L’ho trovato geniale, ma soprattutto un generoso dono verso chi vuole conoscere gli argomenti trattati. Come ti è venuta in mente questa particolare architettura?

Ho pensato a lungo se includere o meno questa appendice. Non volevo venisse recepita come la “soluzione” della storia, come se fosse la risposta definitiva che mette una pietra tombale su un indovinello. Mi sono però reso conto che la nostra cultura ci ha allontanato dalla ricerca del significato intrecciato nelle parole, abituandoci invece a una comunicazione immediata e superficiale. La guida ai simboli che chiude la storia non vuole dunque essere una spiegazione esaustiva, né potrebbe esserlo, perché i simboli sono una fonte di significato inesauribile: più si raccoglie e più dona con abbondanza. L’appendice è dunque un invito ad andare oltre, l’inizio di un viaggio individuale che potrebbe portare verso mete distanti e inattese.

5. Hai scelto ambienti carsici poco noti ai più, ma probabilmente sono luoghi a te noti. È un invito a conoscere le nostre zone?

Scegliere una terra lontana o un luogo di fantasia avrebbe portato al rischio di sviare il viaggio simbolico, trasformandolo in una fuga. Per come la vedo io l’immaginazione non è escapismo, ma è un lavoro che trasfigura la realtà, la libera dalle convenzioni e la fa fiorire. L’invito pertanto non è tanto a scoprire le terre che amo e a cui appartengo; idealmente ogni lettore dovrebbe riscoprire la propria appartenenza, trasfigurare i luoghi in cui è radicato fino a trasformare il deserto contemporaneo in un giardino vivo e meraviglioso.

6. Da dove proviene la tua sete di conoscenza? E perché ti capita di scegliere la forma narrativa, in luogo del saggio?

Credo che la curiosità sia un dono che chiunque possiede, solo che va alimentata. Non è una fame, che si placa dopo aver mangiato, ma un fuoco che più viene nutrito e più si ingrandisce. Purtroppo nella nostra società ci sono molti sistemi per soffocarla, ma non si spegne mai del tutto, rimane sempre una brace che si può rattizzare.

Il mio rapporto con la forma della scrittura è sempre duplice. Anche quando leggo, mi capita di interpretare i romanzi come se fossero saggi in forma figurata. Difficilmente riesco ad appassionarmi a quelle storie in cui l’autore non ha infuso idee ed argomenti.

Rispetto ad un saggio, in cui si espone solamente il punto di vista di chi scrive, il romanzo offre l’opportunità di esprimere diverse voci, raffigurando nei personaggi e nelle vicende i contrasti e le verità simmetriche che costituiscono la complessità del reale. E’ un’accortezza che cerco di non dimenticare anche quando scelgo di scrivere in forma saggistica. Di fatto i miei libri finiscono sempre in una via di mezzo: saggi articolati come storie, o racconti che mettono in scena idee.

7. Sei molto prolifico. Riesci a stare senza scrivere per qualche tempo? E, in caso affermativo, soffri della mancanza della scrittura?

Scrivo solo quando sento l’urgenza di farlo; in quei casi in pochi mesi butto giù le bozze del libro intero. Poi ovviamente segue un lavoro di riscrittura e rifinitura del testo, ma il grosso del lavoro devo farlo di getto, finché l’entusiasmo per l’idea è ancora vivo. Scrivere dunque per me è quasi una necessità: lasciar libero qualcosa che non riesce più a restare dentro.

Quando non ho niente da dire faccio tranquillamente a meno della scrittura. Non ne soffro, anzi: sono periodi in cui ho più tempo per dedicarmi a letture, viaggi e divertimenti. Sono però intervalli che in genere durano poco, proprio perché queste nuove esperienze innescano il fermento che culminerà in una nuova idea da affidare alla carta.

8. Che rapporto hai con la tua anima?

Per me l’anima è al tempo stesso un mondo interiore e una porta verso un regno ancora più vasto. Cito un passaggio da un testo sull’immaginazione che ho da poco finito di scrivere:

“Pensiamo che l’anima ci appartenga, ma forse siamo noi a esser parte di essa. Immagina un albero: ogni individuo è una piccola foglia, distinta dalle altre. Eppure le foglie vicine hanno in comune lo stesso rametto, e i singoli rametti confluiscono nei rami più grossi. Seguendo quella via si arriva al medesimo tronco. Ecco, l’anima è così. L’anima individuale è la foglia, ma il supporto che la regge è l’anima della collettività in cui è inserita. A sua volta la società si innerva nella sua storia e nella sua cultura, e infine converge nel tronco comune dell’umanità. Le radici dell’albero affondano nella terra, proprio come l’umanità è legata all’Anima Mundi.”

9. Perché hai voluto regalare un libro come “Gli assassini dell’Anima Mundi” (lo trovate in formato .pdf sul sito internet dell’autore: www.f-boer.com), scrivendo sull’ultima pagina: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è”? Che messaggio vuoi lanciare con questo regalo ai lettori?

E’ un testo che vorrei diffondere il più possibile, perché ritengo sia una presa di coscienza nei confronti di un problema vasto ed urgente. L’umanità e il pianeta sono invischiati in una rete di disastri correlati, la cui azione si somma a vicenda portando ad una gravità sempre crescente. Ne vediamo e ne conosciamo i singoli effetti, nella società e nell’ambiente, nell’estetica e nella psiche, e anche nell’economia e nella politica. Pochi però si accorgono che questi fenomeni sono sintomi di un male comune, e che è necessario agire in modo globale per arginare questa marea distruttiva che si auto-alimenta.

10. Come combatti tu, l’assassinio dell’Anima Mundi?

L’Anima Mundi è collegata all’anima individuale di ognuno di noi, ed è lì che a mio avviso bisogna iniziare. Mi sforzo di non indulgere in quelle debolezze che apparentemente sono insignificanti e prive di conseguenze, ma che sommandosi nella società portano a disastri di scala abissale. Non è che il primo passo, si intende, ma è un inizio necessario: anche le azioni più meritevoli possono portare a pericolosi squilibri, se chi le porta avanti ha in sé il seme della disarmonia.

11. Qual è il tuo prossimo libro in uscita?

Ho diversi inediti, ma il prossimo che vorrei pubblicare è un saggio sulla simbologia dell’allattamento. E’ un viaggio per immagini, dalla preistoria fino al cristianesimo, dall’India alla Parigi del 1900 fino ad arrivare alla simbologia dei trattati alchemici. In questo gesto naturale è racchiuso un grande tesoro di significato, declinato in tutte le sue sfumature da differenti culture con diverse sensibilità. E’ stato come scoprire un grande mosaico, un simbolo vivente e importante di cui spesso ci dimentichiamo.

12. Stai per partire alla volta di un viaggio molto importante, come scrittore: parteciperai a ben due presentazioni letterarie al prossimo Salone dei Libri di Torino. Come ti senti? Quali sono le tue aspettative? E vuoi trasmetterci i dati per rintracciarti?

Non cerco una vetrina in cui apparire o un piedistallo su cui salire. Spero invece in un confronto diretto, in una cultura che sia principalmente incontro e dialogo, per annodare esperienze creando rapporti diretti e fruttuosi.

Sicuramente poi spenderò una fortuna comprando libri!

L’undici maggio alle ore 15:30 sarò alla Sala della Poesia del padiglione 1 per presentare il mio libro “Favole della Grande Guerra” (Kappa Vu Edizioni): è una raccolta di storie fantastiche ambientate nel fronte della Prima Guerra Mondiale. E’ una riflessione su come la memoria rielabori la storia, e di come la retorica del potere sfrutti gli archetipi simbolici per creare narrazioni distorte a proprio uso e consumo.

Lo stesso giorno, alle ore 20, sarò alla Libreria Belgravia a presentare “Labirinto Interiore” nell’ambito dell’iniziativa SaloneOFF.

Sempre per il libro “Labirinto interiore” il 12 maggio alle 18:30 sarò disponibile per incontri e domande presso lo stand della casa editrice Leucotea, allo stand B68 del padiglione 1.

Insomma, una settimana impegnativa, contando che l’8 maggio (ore 18:00) ho anche un altro appuntamento alla libreria Ubik di Trieste: lì presenterò l’ultimo libro che ho scritto, “La Verità dei Tempi” in cui parlo di complottismo, leggende urbane e altri intrecci fra immaginazione e realtà.

13. Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che voglia lanciarsi nel mondo della narrativa o della saggistica?

Il consiglio principale è di gustarsi il piacere di scrivere. Non pensare alla pubblicazione, non orientare lo stile o limitare gli argomenti in base a calcoli di mercato.

E’ importante d’altro canto evitare di scrivere solo per sé. La scrittura dovrebbe essere un dialogo fra autore e lettore che arricchisce entrambi. Altrimenti rischia di diventare un esercizio vano che non porta da nessuna parte.

E’ utilissimo ascoltare i consigli e le considerazioni di chi legge i tuoi testi, ma bisogna trovare il giusto equilibrio fra apertura e sicurezza di sé. Non si potrà mai accontentare tutti. A un certo punto si deve individuare i propri punti di forza, e avere il coraggio di crederci anche quando qualcuno li critica.

14. Come ti vedi da qui a dieci anni?

Fra dieci anni avrò già finito di pagare le rate del mutuo! A parte gli scherzi, in genere navigo a vista, per cui mi riesce difficile immaginare scenari futuri. Mi piace seguire la spontaneità della vita. Piuttosto che sforzarmi in progetti artificiosi, lascio che la barca segua la corrente.

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RECENSIONE A TRE LIBRI DI FRANCESCO BOER

Oggi mi dedico a una triplice recensione. Sembra un azzardo, una follia, ma presto capirete che le tre opere scelte hanno un filo rosso che le tiene insieme e che esso non è nemmeno tanto sottile. Vi chiedo solo un po’ di tempo e di attenzione per leggere questo post. Potrebbe rivelarsi a tratti impegnativo, ma elargisce straordinarie capacità di conoscenza e riflessione e, fossi in voi, non me lo perderei per nessuna ragione al mondo. Se non avete tempo ora, segnate in agenda la data della lettura, magari da fare seduti sul divano, o alla scrivania, con una tazza di caffè fumante e qualche genere alimentare di conforto.

 

“Labirinto interiore”, Edizioni Leucotea, 2017

Edoardo ha tutto quello che potrebbe sperare un uomo, soprattutto in questi tempi grami dal punto di vista economico: una famiglia, una casa, un lavoro sicuro e colleghi e amici con cui condividere il tempo. Sembra un idillio, ma a un certo punto qualcosa in lui si incrina e perde l’anima. Ma cos’è l’anima? E come fa a perdersi? Cosa comporta vivere senza anima? C’è un modo per riaverla indietro?

Il romanzo è un viaggio di iniziazione, oltre che un recupero dell’anima, un viaggio non terreno, ma interiore (da qui il titolo del libro) e pochi scrittori si prenderebbero la libertà e il rischio di scriverne, perché è facile cadere nel ridicolo o in derive New Age che conosciamo fin troppo bene.

Francesco Boer riesce a collocare la trama in una realtà tangibile -nell’Isontino dove abita- e a inserire elementi e simboli che derivano da studi e tradizioni diverse: antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcuni.

E i pregi di questo romanzo breve (102 pagine) non finiscono qui: in appendice, l’autore ha ripreso capitolo per capitolo spiegando i riferimenti e i simboli utilizzati e concedendo in questo modo al lettore di fare una lettura personale, con un’interpretazione soggettiva del viaggio interiore di ricongiungimento all’anima, per poi poterlo confrontare con le sue ricerche. E’ una possibilità che offrono pochi scrittori e Boer è uno di questi.

“La forza del simbolo è la sua spontaneità, la sua capacità di coinvolgere emotivamente, anche (e soprattutto) quando non lo si comprende a livello intellettivo”, Francesco Boer

 

“Gli assassini dell’anima mundi”, Autoprodotto, 2017

A detta dello stesso autore, questo piccolo libello avrebbe potuto essere inserito nell’appendice di “Labirinto interiore”, poiché ne è la sua naturale continuazione, ovvero una riflessione sull’Anima Mundi e su coloro che si impegnano quotidianamente, da millenni, a distruggerla.

In un mondo dove nessuno regala niente, Boer ha inserito questo piccolo e prezioso saggio all’interno del suo sito internet www.f-boer.com con la possibilità di scaricarlo, anzi, si raccomanda: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è! Il mio intento è di distribuire un’idea senza dover ricorrere ai compromessi dell’editoria commerciale. Il vostro contributo è indispensabile e prezioso”.

Ho il fondato sospetto che, se vi penderete la briga di scaricarlo sul vostro e-reader o stamparlo, seguirete il consiglio dell’autore e lo regalerete ad amici e parenti, perché i pensieri e le riflessioni in esso contenute riguardano tutti noi.

Ma partiamo dall’Anima Mundi. Cos’é?

“L’Anima del Mondo è un’intuizione antica, a metà strada fra l’idea filosofica e il sentimento religioso, un modo di pensare che considera l’intero pianeta Terra, o addirittura l’intero Cosmo, come un immenso essere vivente, dotato appunto di una propria anima. Bisognerebbe a questo punto approfondire cosa si intende con ‘anima’. A un livello più elementare, l’anima è il principio vitale, quell’energia sottile che contraddistingue gli esseri viventi dalla materia inerte. L’anima però è anche la psiche, tant’è che Ψυχή in greco significa proprio ‘anima’. I due concetti non si escludono a vicenda, anzi. Il soffio vitale è necessario al pensiero e la capacità di conoscere il mondo è forse la quintessenza della vita, che culmina nella mente che riflette in sé stessa.

Affermare che il mondo abbia un’anima, significa sostenere che è vivo. Un gigantesco essere vivente composto dagli elementi, dal clima e dagli esseri viventi che lo popolano, un immenso sistema di relazioni fittamente intrecciate. Significa anche che questo mondo vivente è dotato di una propria intelligenza, di una sorta di personalità che nasce dalla somma di tutte le singole individualità. Tra i riferimenti più celebri a questo concetto troviamo traccia nel ‘Timeo’ di Platone”.

A questo punto, chi siano gli assassini dell’Anima Mundi è piuttosto intuitivo, ma credo che troverete delle sorprese, leggendo l’opuscolo ed è proprio per questo che vi indurrà a riflettere molto su voi stessi, le persone che vi circondano e la realtà che osservate.

 

“Il volto arcano di Trieste”, Bruno Fachin Editore, 2015

Arrivare fin qui, benché abbia cercato di condensare più possibile le due recensioni precedenti, vi rende onore, ma sarete ricompensati non dalla “ciliegina sulla torta”, bensì da un metaforico pomo d’oro, perché “Il volto arcano di Trieste” non è una banale guida alle opere statuarie, ai bassorilievi e ai fregi di una delle città più affascinanti e ambite d’Italia, ma un viaggio con il genius loci nei simboli dell’umanità.

Al suo interno troviamo un dispiegamento di fotografie in bianco e nero accattivanti, che ci fanno provare intense emozioni (immaginatevi la loro visione dal vivo!), corredate di didascalie che ne indicano la collocazione. A farla da padrone, però, è la spiegazione che l’autore ci regala: ricchissima, dettagliata, multiforme, che attinge naturalmente all’erudizione dello scrivente che, vorrei ricordarvi, è un assoluto divoratore di libri. Io leggo molto, ma lui mi batte, soprattutto per quanto concerne la saggistica. La cosa sorprendente è che la sua capacità di lettura, non si limita al far scorrere sotto agli occhi lettere e spazi, ma si imprime nella memoria e crea collegamenti con quanto letto precedentemente, oltre che realizzare archivi mentali ai quali attingere in seguito, quando giungeranno nuove letture. E’ sorprendente come riesca a memorizzare tante informazioni, a trattenerle dentro di sé e a immetterle in tantissimi libri a tema. Mi ricorda Giordano Bruno, noto per possedere una ars memoriae pressoché irraggiungibile, per la quale veniva chiamato in ogni angolo d’Europa e pagato per insegnarla. Il suo discorso era semplice: bisogna ricordare ciò che si studia perché solo in questo modo riusciremo a creare nuovi argomenti, mettendo insieme ciò che già abbiamo appreso. Non è cosa semplice, soprattutto nei nostri tempi, dotati di smartphone, laptop, tablet e massicce memorie esterne. Boer possiede un’arte della memoria rara e la nostra fortuna è che la trasmette!

In “Il volto arcano di Trieste” troverete le maggiori divinità del pantheon greco e romano, animali e mostri, diaframmi, geroglifici e “loschi figuri”. Qui sotto vi trascrivo un passaggio, per comprendere meglio il potenziale del libro:

“Il caduceo è uno simbolo di Ermes (Mercurio). Il suo tema principale è il dualismo che pervade l’intera creazione. Al serpente di destra corrisponde quello di sinistra: senza la destra, infatti, non ci sarebbe nemmeno la sinistra. Se non ci fosse l’alto, non ci sarebbe il basso, e non c’è luce che non generi ombre. Similmente, anche l’animo umano è continuamente disgiunto fa due forze opposte, uguali e contrarie: al desiderio corrisponde l’autocontrollo, alla virtù la viltà, e al coraggio fa da contraltare la paura. Le liste potrebbero continuare ancora a lungo: i riflessi del dualismo si trovano ovunque si possa posare il nostro sguardo.

Il bastone del caduceo indica che le due forze hanno un’origine comune: la coppia di opposti si genera infatti dalla divisione dell’unità. L’unità centrale è il punto fermo attorno cui tutto ruota, è l’asse del mondo, è la stella polare attorno alla quale le stelle giocano il loro girotondo. E’ un’idea che non esiste nel mondo della mescolanza, quello in cui viviamo noi, dove non esiste un riferimento che sia veramente fisso. Ma resta un’idea, magari non reale, ma sicuramente bellissima, un’illusione a cui è bello credere. Quando la bussola non funziona più, che male c’è a orientarsi con i miraggi?

Nell’unità centrale coesistono gli opposti. In particolare vi si può scorgere uno strano spettacolo: in esso stanno mano nella mano due nemici che si credeva inconciliabili -la vita e la morte!

L’unione degli opposti significa infatti la morte, perché la vita è espressione dell’energia, e l’energia è sempre una tensione fra due cariche diverse. Pensate alla potenza della cascata, la cui forza trae origine dalla distanza che separa il punto più alto da quello più basso del salto.

Se non ci fosse differenza tra l’alto e il basso, non ci sarebbe la cascata, e avremmo soltanto una pozzanghera stagnante.

I due serpenti si avvitano attorno al bastone, scambiandosi più volte di lato, come a ricordarci quanto le distinzioni dipendano dai punti di vista. I serpenti volteggiano attorno al bastone, senza mai toccarlo: l’armonia è infatti una tensione viva tra gli opposti, e non una loro unione”.

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RECENSIONE: “L’EREDITA’ DELLE DEE” DI KATEŘINA TUČKOVÁ

Keller, 2017

Partiamo da un mio odioso pregiudizio. Odioso in quanto detesto i pregiudizi, eppure scopro di averne io in primis. Riguarda l’idea che una donna dell’est sia capace di sopportare molto di più di quanto non riesca a farne una occidentale. Esempio pratico: la stregoneria e le sue condanne, in maggior parte riguardanti lo spettro femminile. Ebbene, presso i popoli slavi non c’è stata un’Inquisizione di registro occidentale, perciò credevo che certe torture psico-fisiche fossero state risparmiate alle donne dell’est. Con questo romanzo ho scoperto che è vero: l’Inquisizione non c’è stata, tuttavia l’uomo ha trovato altri modi per schiacciare le donne slave che possedevano una sapienza maggiore rispetto alla massa. Incassato il colpo, la voce dentro di me diceva: va bene, ma sono state certamente più impermeabili al dolore, più forti. Ed ecco il primo, grande potere di questa opera: ha sradicato molte delle mie certezze e mi ha esposta a un dolore lancinante, perché le vicende delle bohyni (dee) qui raccolte, spesso affondano le loro radici negli archivi di stato cechi e slovacchi, confermando il fatto che si tratta di avvenimenti realmente accaduti, che quelle donne sono esistite e hanno sofferto a causa del voltafaccia dei loro pazienti e di autorità crudeli e infami.

La storia è narrata, per la maggior parte del romanzo, da Dora Idesová, studentessa di etnografia a Brno, nella Repubblica Ceca. Come tesi di laurea ha scelto un argomento tanto problematico quanto personale: la storia delle bohyni, le dee dei Carpazi Bianchi, villane residenti in luoghi sperduti della Repubblica Ceca e della Slovacchia e custodi di una sapienza ancestrale, che permetteva loro di guarire animali e uomini, di prevedere il futuro attraverso la lettura della cera fusa, di dominare i temporali, di far innamorare e abortire. Per Dora il tema è personale, perché la sua è una famiglia di dee: sua zia e sua madre, sua nonna e le loro antenate lo erano. Potrebbe esserlo anche lei, e forse lo è, ma nessuno l’ha addestrata, e la sua erudizione accademica le impedisce di credere a certe superstizioni. Tuttavia continua a cercare, a creare archivi febbrilmente, attraversando i due Stati, arrivando fino in Polonia, pur di recuperare tutto il materiale cartaceo rimasto sulle dee. Dora è spinta anche da un’insopprimibile necessità di comprendere appieno le ragioni per cui la sua famiglia ha scelto quello stile di vita e perché le è stata strappata così presto. Perché Dora è cresciuta in un collegio dall’età di otto anni, perché suo fratello Jakub, nato deformato e con ritardo mentale è stato messo in un centro di igiene mentale e separato da lei, perché suo padre ha assassinato sua madre, perché sua zia Terezie, l’ultima dea di Žitková, che si è occupata per anni di Dora e Jakub con amore e dedizione, è stata rinchiusa in un manicomio, anche sei Dora la ricordava perfettamente capace di intendere e di volere? E’ stato un destino avverso a strapparle gli affetti più cari, oppure c’era una strategia diabolica, dietro a tanto dolore? Con una sinossi del genere, si potrebbe già scrivere un lungo romanzo, ma vi assicuro che c’è molto, molto di più, perché la storia fa incursione in questo romanzo ibrido, dove trovate anche ritagli di giornale e archivi dell’ex-Cecoslovacchia e della Germania del Terzo Reich.

Ho terminato la lettura del romanzo una settimana fa, ma le sue parole continuano ancora a lavorare dentro di me. Smuovono reminiscenze del villaggio dei miei genitori in Bosnia, Vranjak, visite a donne sapienti che praticavano rituali simili alle dee. E poi c’è la coscienza collettiva, la sensazione che tutto l’orrore contenuto in queste pagine meravigliose e strazianti al tempo stesso, non sia frutto di un passato ormai chiuso e sepolto, ma qualcosa di ciclico, che è capace di riproporsi quando la combinazione di politica, ideologia, magia e vendetta si incastra in un puzzle pericoloso e mortale.

Consiglio a tutti la lettura del romanzo di Tučková, perché sa parlare a tutti noi, farci conoscere luoghi remoti dell’est e scoperchiare diverse certezze.

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Mostra: Dea del cielo o figlia di Eva? La donna nella cultura italiana fra Rinascimento e Controriforma

Ho trovato l’avviso di questa mostra su un numero di La Lettura de Il Corriere della Sera e immediatamente l’ho segnata in agenda. Avrei mai potuto mancare alla vista di un’esposizione di opere artistiche, letterarie, poetiche e teatrali realizzate da donne secoli fa? Giammai! Ma soprattutto, a spingermi è stata la necessità di comprendere quanto spazio fosse stato dato loro in quei lontani anni.

Sono una femminista, senza alcun dubbio. Certi argomenti sono ferite aperte che non si rimarginano mai, però voglio conoscere, sapere, perché solo attraverso la comprensione di ciò che è stato, si può fare la propria parte nel progetto di miglioramento della condizione femminile mondiale.

La mostra che ho visitato era ridotta, in termini di opere presentate e di sale dedite all’esposizione -solo due-, ma se leggerete attentamente quanto ho trascritto, noterete che le informazioni sono tante e stimolano a ulteriori approfondimenti.

Buona lettura e buona visione.

Se pensiamo a Cinquecento, secolo in cui la cultura italiana ha espresso personalità geniali nei più vari campi, probabilmente i primi nomi che verranno in mente saranno di uomini: Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Machiavelli, Ariosto, Tasso,… Alle donne era solitamente riservata un’istruzione più modesta di quella degli uomini, pertanto era difficile che riuscissero a esprimere appieno il proprio talento. Eppure, questa epoca segna un cambiamento anche per loro. Si afferma infatti la moda dei discorsi sull’eccellenza della donna, tesi a dimostrare che il sesso femminile non è inferiore a quello maschile. Vengono pubblicate raccolte poetiche in onore di donne esaltate come “dee del cielo”. Si crea un’atmosfera favorevole al protagonismo femminile in campo culturale. Non a caso, nel Cinquecento assistiamo a un’inedita fioritura di scrittrici e artiste.

Tale situazione è però destinata a cambiare: tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, diventano sempre più frequenti gli scritti anti-femminili. Piuttosto che come “dea del cielo”, si tende sempre più a considerare la donna quale “figlia di Eva”. Sono in molti a ritenere inappropriato elogiare troppo delle creature fragili e peccatrici come le donne del presente. Onori del genere vanno resi semmai alla Vergine Maria, oppure alle grandi sante del passato. Questo clima infetto giunge fino al campo culturale e dopo il 1610-20, sono sempre meno le donne attive in ambito letterario.

Tale mutamento sembra potersi spiegare solo in parte con l’incupirsi dell’ideologia controriformista (il Concilio di Trento termina nel 1563). Fra le cause, forse anche più determinanti, sono state ricordate il ruolo cruciale delle corti nel panorama culturale secentesco, nonché il passaggio dal gusto degli ideali del Rinascimento a quelli del Barocco. Proprio perché il Rinascimento aveva esaltato la figura femminile, il Barocco tende per reazione a sostenere argomenti misogini.

Scritti sull’eccellenza femminile e protagonismo culturale delle donne

Nella tradizione pre-rinascimentale, il sesso femminile era stato spesso oggetto di duri giudizi. Aristotele, ad esempio, aveva dichiarato senza mezzi termini la naturale inferiorità della donna rispetto all’uomo. Con l’avvento del Cristianesimo, era diventata comune l’accusa alle donne di essere le eredi della colpa di Eva. Per questo motivo è notevole che nel Rinascimento -in particolare a partire da fine ‘400-inizio ‘500- si sviluppi una tendenza di segno opposto, volta a dimostrare che la donna ha pari (o addirittura superiore) dignità rispetto all’uomo. Per spiegare questo fenomeno si è ricordato che la riscoperta di Platone (e del suo “Simposio”) invitava a rivalutare l’amore e la contemplazione della bellezza femminile come mezzi di raffinamento spirituale. Soprattutto negli ambienti di corte (ma anche al di fuori di essi), la disponibilità alla “difesa delle donne” diventa un segno distintivo che permette a uomini colti, galanti e illuminati di riconoscersi fra loro: in altre parole, favorisce il senso di appartenenza a un’elite.

Oltre al “Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, si possono ricordare vari testi rinascimentali espressamente dedicati a sostenere l’eccellenza del sesso femminile:

– “La nobiltà delle donne” (1549) di Lodovico Domenichi;

– “De mulieribus claris”, Cinquecento, di Boccaccio;

– “Helice”, (1566), di Cornelio Frangipane;

– “Imagini del tempio della Signora Donna Giovanna Aragona”, (1556) di Giuseppe Betussi;

– “Discorso”, (1581) di Verino;

– “I sonetti, le canzoni et i triomphi di M. Laura”, (1552) di Stefano Colonna.

Secondo alcuni studiosi, questa esaltazione della figura femminile è fra le principali cause per cui, nel Cinquecento e soprattutto in Italia, le donne diventano più attive in ambito culturale rispetto a prima. In effetti, esse si segnalano nei più vari campi, come la pittura, la musica, la scienza e, soprattutto, la letteratura.

Suonatrice di liuto, S. Baldisseroni
Olio su tela, 85 x 68, 1846
Trieste, Civici Musei di Storia e Arte
Il dipinto, di gusto storico-romantico, rimanda al periodo rinascimentale, come suggerito dall’abito quattrocentesco, dal modo di suonare con il plettro e dallo stile goticheggiante della sedia con alta spalliera.

Peculiarità della scrittura femminile: l’esempio della lontananza in amore

Fra le più importanti scrittrici che si vanno affermando nel Cinquecento, abbiamo: Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Isabella di Morra, Tullia d’Aragona, Chiara Matraini, Laura Terracina, Laura Battiferri, Gaspara Stampa. Più tardi emergono Veronica Franco, Maddalena Campiglia, Moderata Fonte, Margherita Sarrocchi, Isabella Andreini, Lucrezia Marinelli, Margherita Costa, Arcangela Tarabotti.

Il fenomeno delle donne scrittrici è particolarmente rilevante nei decenni 1540-50 e 1580-90, mentre declina a partire dal 1610-20. In un primo momento, le donne si dedicano soprattutto alla poesia lirica, mentre in seguito si aprono ad altri ambiti, come il teatro, l’epica e la scrittura in prosa.

L’identità femminile ha degli interessanti riflessi sul piano della scrittura. Si prenda ad esempio il modo in cui – in una poesia pubblicata all’interno del “Vocabulario” di Fabrizio Luna (1536) – Vittoria Colonna lamenta la lontananza dello sposo, Ferrante d’Avalos.

Ritratto di Vittoria Colonna Marchesa di Pescara (copia di Cristofano Papi)
Olio su tela, 72 x 55, prima metà del XIX sec.
Trieste, Museo Petrarchesco Piccolomineo
Copia del dipinto realizzato nel 1568 da C. Papi detto l’Altissimo da Cosimo I de’ Medici. Domenico Rossetti acquistò la copia credendo che fosse un ritratto di Laura, con ogni probabilità a causa del ramo d’alloro nella parte superiore del dipinto. In realtà, in questo caso l’alloro allude al magistero letterario della nobildonna romana ritratta.

Nel Cinquecento, Petrarca era il principale modello per trattare poeticamente il tema della lontananza in amore dal punto di vista maschile. In quanto donna, però, la Colonna trova naturale fare riferimento a un’altra opera, le “Heroides” di Ovidio, in cui l’autore latino immagina che alcune celebri eroine del mito scrivano lettere ai propri amanti per lamentarne la lontananza. Anche un’altra opera di grande successo del Cinquecento, l'”Elegia di Madonna Fiammetta” di Boccaccio, consiste nel lungo sforzo epistolare di una donna per la lontananza dell’amato.

Nell'”Orlando furioso” (1532) di Ludovico Ariosto, la lontananza dell’amato Ruggiero spinge la guerriera Bradamante a effondersi in lamenti che rinviano chiaramente alle “Heroides” e alla “Fiammetta”. Il poema cavalleresco di Ariosto è interessante anche le varie figure femminili che offre. La più famosa di esse, la bellissima Angelica, si presta particolarmente bene a evocare il fascino sensuale e sfuggente della figura femminile. I poeti successivi all’Ariosto, irritati dallo spirito indipendente di Angelica, immaginano continuazioni della sua storia in cui “si vendicano” dell’astuzia con cui si è fatta beffe degli illustri cavalieri che la desiderano: ne è un esempio l'”Angelica innamorata” di Vincenzo Brusantini (1550). Il poema ariostesco offre materiale alle donne stesse per rivendicare la dignità del proprio sesso, come vediamo nel curioso “Discorso sopra il principio di tutti i canti d’Orlando Furioso” (1549) di Laura Terracina.

Angelica allo scoglio, Pietro Magni
Marmo, h 66 cm, 1872
Trieste, Civico Museo Revoltella
L’artista fu uno scultore milanese assai apprezzato da Pasquale Revoltella e da altri protagonisti della società triestina dell’epoca. La statua viene realizzata sulla base dell’episodio dell'”Orlando Furioso”, in cui Angelica, prigioniera dei corsari dell’isola di Ebuda, viene incatenata nuda a uno scoglio per essere offerta in pasto a una terribile orca marina, ma il valoroso Ruggiero se ne accorge e, volando in sella a un ippogrifo, riesce a salvarla.

 

L’ambiguo ruolo della donna nei dialoghi letterari

Il Cinquecento segna la svolta per l’inclusione di personaggi femminili nei dialoghi letterari. Nella tradizione precedente, le donne sono quasi sempre estromesse, sebbene si registrino alcune importanti eccezioni, fra cui il “Filocolo” e il “Decameron” di Boccaccio e- almeno indirettamente- già il “Simposio” di Platone, nel quale Socrate riferisce un lungo colloquio da lui avuto con la sacerdotessa Diotima.

Laura de Sade, Pierre Antoine Massol
Stampa colorata a mano, 42 x 32,7, ante 1817
Trieste, Museo Petrarchesco Piccolomineo
La stampa, basata su una composizione di Pierre-Nolasque Bergeret (Bordeaux, 1782 – Parigi, 1863) è firmata “Massole”, probabilmente identificabile con Pierre Antoine Massole (Parigi, 1766 – 1819). Laura sembra compiacersi di essere celebrata da Petrarca, stando ai fogli di versi petrarcheschi che tiene in mano e al medaglione con l’effige sua e del poeta. La donna è ritratta in una posa che sembra sollecitare il coinvolgimento dello spettatore.

Gli “Asolani” (1505) di Pietro Bembo e “Il cortegiano” (1528) di Baldassarre Castiglione si impongono come esempi autorevoli per l’ammissione di donne in conversazioni a cui prendono parte degli uomini. In entrambe le opere, tuttavia, come in quasi tutti i dialoghi successivi, le donne intervengono nella discussione in modo marginale. Sono gli uomini a dominare la scena, sfoggiando cultura ed eloquenza. Per ragioni di decoro e di verosimiglianza (come già accennato, le donne dell’epoca ricevevano un’istruzione di livello inferiore rispetto agli uomini), in questi dialoghi spetta agli uomini insegnare, mentre le donne apprendono, limitandosi perlopiù a regolare la conversazione, a stimolarla con qualche domanda e a commentare brevemente gli insegnamenti appena forniti dai personaggi maschili.

Ritratto di gentildonna, Lavinia Fontana Zappi
Olio su tela, 58 x 42,5, seconda metà XVI sec.
Udine, Civici Musei-Galleria darte antica
L’attribuzione del quadro a Lavinia Fontana (Bologna, 1552 – Roma, 1614), ha trovato conferma nella monografia di Maria Teresa Cantaro dedicata alla pittrice. La Fontana era assai apprezzata come ritrattista, in particolare per la sua abilità nella resa dei tessuti e dei gioielli

Le donne sono presenti nei dialoghi rinascimentali soprattutto quando la discussione verte su temi tipicamente “femminili” quali amore e bellezza, uguaglianza dei sessi, condizione della donna e governo della casa. Ad esempio, il “Raverta” (1544) di Giuseppe Betussi -personaggio attivo nel vivace mondo editoriale veneziano di metà Cinquecento- è un dialogo sull’amore ambientato presso il salotto di una famosa cortigiana del tempo, Franceschina Baffa.

Verso la fine del secolo, i “Discorsi” (1585) di Annibale Romei, ambientati in un contesto di corte, si segnalano per la partecipazione di donne alla conversazione non solo quando si discute di amore e bellezza, ma anche quando si affrontano i temi della nobiltà, della ricchezza, della superiorità delle armi o delle lettere.

Floria Zuzzeri, Antonio Nardello
Litografia Veneta, Venezia (incisione), 36,4 x 28, 1841
Trieste, Civico Museo Sartorio
Questa litografia chiude la “Galleria di Ragusei illustri (Ragusa, Martecchini, 1841). Floria Zuzzeri (Ragusa di Dalmazia, 1552 – Ancona, 1648) è nota come poetessa, sebbene non si siano conservati suoi versi. E’ protagonista di due dialoghi del filosofo dalmata Niccolò Vito di Gozze (“Dialogo della bellezza” e “Dialogo d’amore”), Venezia, Ziletti, 1851. Fu celebrata in alcune poesie di Torquato Tasso.

Anche i dialoghi letterari, tuttavia, testimoniano delle via via crescenti difficoltà incontrare dalle donne nel partecipare al dibattito culturale. Nel “Dialogo de’ giuochi che nelle vegghie sanesi si usano fare” (1572) di Girolamo Bargagli, si esprime nostalgia per un’epoca ormai lontana, fra gli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento, in cui le donne senesi si distinguevano per la loro “eroica e libera maniera di procedere” nei dibattiti intellettuali.

Manifattura faentina (Abbazia di Pomposa), Albarello
Maiolica, seconda metà XVII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio
Questo albarello proviene dal corredo farmaceutico dell’Abbazia di Pomposa. E’ in maiolica “berrettina”. Tramite l’aggiunta di azzurro cobalto negli smalti, la tecnica “berrettina” permetteva di ottenere maioliche le cui tonalità spaziavano dal rigio cenere all’azzurro cupo. Nel Rinascimento, varie donne lasciarono memoria di sè in ambito medico-farmaceutico, come Caterina Sforza (Milano, 1463 – Firenze, 1509), di cui rimangono 454 ricette riguardanti lozioni di bellezza, suggerimenti per la cura dei capelli e del corpo, sostanze abortive, pratiche medico-chirurgiche e alchemiche.

 

Bustino infantile, Manifattura domestica friulana
Raso ricamato con sete policrome ritorte e argento lamellare
h 28 cm, XVII-XVIII
Udine, Civici Musei-Museo Etnografico del Friuli
Questo è un capo di abbigliamento molto raro, realizzato per una bambina di 2-3 anni di classe sociale elevata. E’ ricamato con seta policroma e foderato di tela di cotone bianca. L’ornamentazione è di gusto barocco, a motivi floreali leggermente stilizzati.

 

Corpetto, Manifattura artigianale friulana
Taffetas cangiante, h 55 cm, ca. 1750-1770
Udine, Civici Musei-Museo Etnografico del Friuli
Questo corpetto proviene dall’ambiente della media borghesia. E’ in taffetas cangiante, con moduli decorativi a rose e altri fiori policromi su sfondo violetto. E’ rinforzato da 64 stecche d’osso di balena e foderato di tela di canapa.

 

Colei che sola deve parer donna: la Vergine Maria come “nuova Laura”

Sebbene nel Cinquecento diventi comune esaltare l’eccellenza del sesso femminile, con il passare del tempo è facile cogliere un sempre maggiore irrigidimento nella valutazione della donna e della libertà. E’ interessante il caso di Alessandro Piccolomini: nella “Raffaella” (1539), egli mette in scena un’astuta mezzana che insegna a una giovane sposa trascurata dal marito come scegliere un amante e rendersi desiderabile. Nell'”Institutione” (1542), tuttavia, egli ritratta l’opera precedente e si oppone decisamente ai rapporto carnali al di fuori del matrimonio. Anche nella “Gerusalemme liberata” (1581) di Torquato Tasso viene sottolineata l’importanza del vincolo coniugale tramite l’episodio di Olindo e Sofronia.

Olindo e Sofronia legati sulla pira, Ambito veneto
Olio su tela, 43,3 x 58, XVIII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio
Il quadro fa riferimento a un episodio della Gerusalemme Liberata. A Gerusalemme, il re Aladino incolpa i cristiani di aver fatto sparire dalla moschea un simulacro che avrebbe protetto la città dall’assalto dei crociati. Sebbene innocenti, Sofronia e il suo innamorato Olindo, si autoaccusano del furto. Mentre stanno per essere bruciati al rogo, però, sopraggiunge la guerriera Clorinda, che ottiene la liberazione dei due cristiani. Questi ultimi possono quindi convolare a giuste nozze.

La pericolosa carica tentatrice della donna è rappresentata efficacemente da un altro personaggio tassiano, la maga Armida, inviata da Satana a seminare la discordia nel campo cristiano facendo innamorare di sè i guerrieri crociati. Fra il tardi Cinquecento e il primo Seicento, la polemica anti-femminile acquista sempre più vigore. Proprio in risposta a un violento pamphlet misogino, la veneziana Lucrezia Marinelli scrive “Le nobiltà et eccelleze delle donne” (1600), uno dei più celebri scritti proto-femministi.

Se la donna è spesso accusata di essere “figlia di Eva”, è però riscattata da una figura eccezionale come la Vergine Maria, la “nuova Eva” che ha rimediato alla colpa dell’antica progenitrice dando alla luce Cristo, il Salvatore dell’umanità.

Madonna in preghiera, Gianbattista Salvi detto il Sassoferrato (maniera di)
Olio su tela, 60 x 51, XVII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio, Stanza da letto del Duca
Sono centinaia le rappresentazioni della Vergine realizzate dal maestro nella sua bottega, secondo uno stile ispirato a Raffaello. La fortuna delle sue Madonne va messa in relazione con l’impegno della Chiesa controriformistica nel promuovere il culto mariano e nel valorizzare l’efficacia delle immagini per l’educazione dei fedeli.

Già nel “Petrarca spirituale” (1536) di frate Girolamo Malipiero, il “Canzoniere” petrarchesco viene riscritto adattando alla Vergine le lodi indirizzate a Laura. Il culto mariano è particolarmente vivo nell’Italia della Controriforma. A partire dalla metà del Cinquecento, la Chiesa rafforza il ruolo della Santa Casa di Loreto, facendone uno dei centri nevralgici di diffusione dell’ideologia controriformistica. Ciò in polemica con i protestanti, che proprio nel culto della Madonna di Loreto avevano trovato uno dei propri bersagli preferiti.

Tra la fine del Cinquecento e inizio Seicento, si assiste a una condizione per certi versi paradossale: mentre il sesso femminile è spesso oggetto di attacchi misogini, la Vergine e alcune sante del passato (come la Maddalena) sono sempre più presenti negli scritti letterari e additate a modelli esemplari.

Maria Maddalena, Pier Francesco Mola detto il Ticinese (attr.)
Olio su tela, 61 x 46, XVII sec.
Trieste, Civico Museo Morpurgo
La sensuale Maria Maddalena (Laura Ruaro Loseri ha però supposto si tratti piuttosto di Maria Egiziaca) ascende al cielo aiutata da quattro putti. La figura di Maddalena è assai popolare nella cultura del tardo ‘500 e del ‘600, grazie soprattutto alla sua caratterizzazione di “penitente”.
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RECENSIONE: “AGANE – FATE D’ACQUA” DI BARBARA BACCHETTI, TATIANA DEREANI ED ELIDO TURCO

Anguana Edizioni, 2016

Conosco le leggende e le storie delle Agane grazie agli scritti di Andreina Nicoloso Ciceri e, soprattutto, all’approfondito lavoro di ricerca di Silvana Sibille-Sizia, che con il suo “Liber de Aganis” (Circolo Culturale del Menocchio, 2010) si è spinta ben oltre la regione del Friuli Venezia-Giulia, per cercare le origini di queste creature misteriose.

Nel libro di Barbara Bacchetti si trova l’essenza delle Agane. Vengono illustrati infatti sia il sostrato arcaico delle fate d’acqua, attraverso la genealogia della Grande Madre, sia i residui recenti di queste figure mitiche (o umane, secondo alcuni), che si possono trovare, forse ancora oggi, in diversi paesi: da Cercivento a Resia, da Chiusaforte a Ragogna, da Cividale a Frisanco e così via. Gli studiosi hanno indagato la loro presenza anche al di fuori della regione perché la loro attività, talvolta con un’alterazione del nome (Anguane, Aquane) viene registrata anche in Veneto e Trentino, come in alcune reminiscenze letterarie francesi.

Quando si tratta l’argomento delle fate vengono in mente eteree figure danzerine dotate di ali, o anche Campanellino, la gelosa fata compagna di Peter Pan. Le Agane sono ben diverse dall’immaginario collettivo, perché anche quando vengono descritte come fate d’acqua, le troviamo impegnate a lavare enormi lenzuola di un bianco accecante, oppure intente a lavorare al telaio in prossimità di una caverna. Dal punto di vista estetico, possono apparire come donne bellissime, alte, fini, con una carnagione chiara e lunghissimi capelli che vanno dal colore biondo alle sfumature delle acque che le ospitano. Dotate di una voce suadente ai limiti dell’incantesimo, la peculiarità che le può rendere spaventose è la conformazione del piede, caprino o palmato. In questa modalità, sanno sedurre gli uomini di passaggio e talvolta farli sparire per anni, o addirittura secoli. Al contempo, esiste anche una versione oscura delle Agane, donne sgraziate con chiome arruffate e lunghi seni pendenti che lanciano dietro la schiena per allattare bambini che portano in ceste di vimini. Conoscono le erbe, sanno curare gli uomini e gli animali, ma sono anche capaci di lanciare maledizioni, diventando molto pericolose.

Sono creature che vivono in gruppi, soprattutto di tre e procreano per partenogenesi, di norma figlie femmine cui trasmettono tutta la loro conoscenza e magia.

Le loro peculiarità sono tante e tutte avvincenti. Nel libro viene spiegato il significato della loro zoppia, che in alcuni casi è presente, così come la similitudine con le Sirene, le Torke, la Perchta e le Krivapete. Inoltre si trova una nutrita descrizione di leggende e del territorio friulano in cui le Agane si possono incontrare.

Insomma, troverete informazioni estremamente interessanti e approfondimenti doverosi, e già questo significa che è un libro di valore. Eppure gli autori sono andati oltre: Tatiana Dereani ha illustrato il suo progetto di Turismo Esperienziale, un turismo sostenibile e verde che è concentrato sulle emozioni. Il fruitore dei percorsi turistici e delle visite a paesi, valli e musei, curato dal progetto “Aganis Spiritual Experience” ha lo scopo specifico di coordinare operatori turistici, istituzioni e attività culturali/ricreative atte a valorizzare le leggende e il mito delle Agane. Decisamente un’innovazione per la regione Friuli Venezia-Giulia e una grande possibilità per il turista consapevole, quello che, scegliendo di visitare un luogo, desidera viverlo intensamente. Le Agane rappresentano perfettamente il genius loci, in quanto potenti archetipi femminili e spirituali.

Per concludere, il fotografo Elido Turco ha illustrato il saggio con un numero poderoso di fotografie che, grazie alla presenza di modelle autoctone -e della stessa autrice Barbara Bacchetti- hanno impersonato le Agane in diversi momenti della loro quotidianità, ritualizzata e non. Le fotografie sono di altissima qualità e il livello artistico è notevole, a cominciare dall’immagine scelta per la copertina.

LINK:

www.anguanaedizioni.it

http://tdtatianadereani.wix.com/aganispiritual

www.aganispiritualexperience.it

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RECENSIONE: “L’ISOLA” DI SIRI RANVA HJELM JACOBSEN

Ero in dubbio se postare o meno questa recensione. Mi è capitato in passato, in effetti, di scrivere recensioni poco positive di un romanzo e di venire attaccata, dapprima dagli amici e dai lettori affezionati dell’autore e, in seguito, dallo scrittore stesso. Ora, senza entrare nel merito delle situazioni specifiche, trovo queste reazioni controproducenti per l’opera stessa e svilenti per l’autore. Io stessa scrivo romanzi, articoli, recensioni e quant’altro e trovo che la critica -sempre se costruttiva e sincera- possa essere di grande aiuto allo scrittore. Purtroppo non è così per tutti, oppure esistono al mondo autori così sensibili da abbattersi per il giudizio di un singolo lettore. Beh, mi dispiace per loro, ma non credo di essere mai stata cattiva o insensibile. Ciò che scrivo, lo faccio perché sento di farlo e non perdo mai la speranza di leggere un’opera migliore dell’autore stroncato.

Tornando a l’”Isola”, l’ho voluto leggere sulla scia di commenti entusiastici, anche da parte di scrittrici che apprezzo personalmente, ragion per cui sono rimasta un po’ interdetta quando, pagina dopo pagina, ho constatato che il mio interesse andava via via scemando. Non è uno di quei romanzi che non vedi l’ora di tornare a leggere, per il quale tenti di accorciare i tempi per infilarti tra le lenzuola e goderti la lettura.

La trama è semplice: una ragazza danese prova nostalgia nei riguardi dell’sola delle Faroe che ha sempre chiamato «casa», non perché ci abbia mai vissuto, ma perché i suoi nonni emigrarono da lì. La protagonista viaggia dapprima con la mente e poi fisicamente, muovendosi verso l’amata isola e rievocando i fantasmi del passato, dal nonno pescatore, che sognava una vita migliore, alla nonna Marita, irrequieta fanciulla che desiderava abbracciare una realtà più contemporanea.

Si tratta di un’opera in parte autobiografica, che scava nell’identità, nell’emigrazione, nello sradicamento dalle radici, nei legami di sangue e, scrivono in molti, lo fa attraverso una prosa poetica e sognante, degna di grandi autori del passato nordico. Bene, questo è il punto: forse sono io a peccare di insensibilità, o autentica ignoranza, ma a parte rare pagine, non ho percepito tutta questa poetica, anzi. E’ ammirevole il tentativo dell’autrice di descrivere anche i più minuti dettagli della vita in barca, del pescatore, dell’aborto, ma forse la sua voce non collima con il mio gusto e per questo non ho trovato la lettura né scorrevole, né piacevole.

Tuttavia salvo alcune pagine, soprattutto quelle che descrivono le gesta dello zio Ragnar il Rosso, uno strano faroese basso e dai colori scuri, comunista e divoratore di libri, che per amore della sposa Beate, candida, alta e delicata, desidera eliminare un grande masso dal suo giardino per consentirle di realizzare l’orto dei suoi sogni. Quel masso, tuttavia, appartiene a una Huldra, che nel folklore scandinavo è una bellissima creatura del bosco dalle fattezze femminili e tuttavia dotata di una lunga coda e una schiena cava come il tronco di un albero, una fata sfuggente temuta e certamente ostinata. Infatti Ragnar userà ogni mezzo per eliminare il masso che abita, ma invano e la Huldra saprà anche vendicarsi dell’oltraggio subito.

Come si noterà, casco sempre sui miti e sulle leggende, l’etnografia e il folklore che mi affascinano e quindi riescono a salvare da una nota totalmente negativa anche un romanzo che per centinaia di pagine mi ha trasmesso poco o niente.

Lo consiglio agli amanti delle terre scandinave, del tema dell’emigrazione e a chi è affascinato da scritture che, in molti, definiscono poetiche e antiche. Per quanto mi riguarda, darò una seconda possibilità all’autrice, che in alcuni punti è stata efficace, ma per ora passerò decisamente ad altro.

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RECENSIONE: “LA DONNA E’ UN’ISOLA” DI AUĐUR AVA ÓLAFSDÓTTIR

Einaudi, 2014

Se imparare la pronuncia del suo nome rappresenterà una sfida non da poco, acquistare tutti i suoi romanzi sarà un gioco da ragazzi. Auđur Ava Ólafsdóttir è, infatti, una scrittrice islandese dalle grandi potenzialità. La scoprii grazie a un programma di LaEffe, “Scrittori d’Europa”. Già l’Islanda è una terra che desidero visitare, misteriosa e selvatica com’è, poi, quando vidi Ólafsdóttir, rimasi colpita dal suo carisma e dal suo sguardo intenso e scrutatore. Classe 1958, insegnante di storia dell’arte e direttrice del Museo dell’Università d’Islanda per anni, oggi è una scrittrice a tempo pieno (anche) per la mia delizia.

In “La donna è un’isola”, narra le rocambolesche vicende di una traduttrice trentatreenne, all’apparenza molto fredda e distaccata, alle prese con un divorzio. Le prime scene mi hanno scioccata: lei torna a casa dopo essere stata a letto con l’amante, trova il marito, cenano insieme, lui le dice che ha una relazione con la collega e che aspettano un figlio; la protagonista annuisce e, quando parte la raffica di domande su chi terrà cosa, lascia che sia lui a depredare l’appartamento. Sembra davvero un’isola, questa donna. Come l’Islanda, che appare lontana e, forse, irraggiungibile. Senonché, proprio quando ha deciso di partire per le vacanze estive (a novembre!) per cambiare aria, la sua amica musicista la raggiunge con la cena, ma prima di varcare la soglia del suo nuovo mini appartamento, cade e finisce in ospedale. È incinta di due gemelle e c’è il primo figlio, il gracile e sordo Tumi, da andare a prendere all’asilo. Che poi la questione non finirà lì, anzi, Tumi seguirà la traduttrice nel suo viaggio nell’est dell’isola e raggiungerà presto la strada del suo cuore, sciogliendolo.

Insomma, se vi sembra che ci sia già tanta carne al fuoco, non stupitevi se vi dico che c’è molto, molto di più in questo romanzo, incluse 47 ricette di cucina e un lavoro a maglia!

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Intervista alla scrittrice Sibilla Pinocchio

Riuscire a collocare questo post in una delle categorie del blog è stato assai complicato: letteratura? Si. Arte? Si. Artigianato? Si. Intervista? Ovvio. Alla fine ho optato per inserirlo in quest’ultima sede, anche perché è nuova e sono molto felice di inaugurarla con Sibilla Pinocchio, una scrittrice e artista poliedrica, perché non soltanto è una donna dalle mille capacità e virtù, ma una custode del sapere nascosto del Friuli Venezia Giulia, la cui ricerca ha fatto sì che i nostri sentieri si incrociassero in diverse occasioni.

La nostra foto insieme è molto giocosa ed è stata scattata da me nella zona Selfie posta all’ingresso della mostra della Galleria Tullio Crali di Via Diaz a Gorizia, dove Sibilla ha collocato anche un cerchio di lana rossa e i capelli della fata Agana per arricchire l’immagine finale. E’ dunque un gioco, ma è anche la conclusione di un incontro magico e speciale con un’autrice esordiente solo per modo di dire, dal momento che Sibilla è una cantastorie da anni, una ricercatrice, un insegnante, una libera professionista e… qui mi fermo, perché c’è molto, molto da scrivere in merito al nostro incontro mattutino.

Prima di tutto, all’ingresso, si trova una grande bottiglia che raccoglie i tappi. Un progetto molto importante che Sibilla segue da anni e di cui potete trovare i dettagli qui: http://www.sorgentedeisogni.it/

Una volta entrata nel vortice artistico “sibillino”, nessuna delle due sapeva cosa fare per prima cosa: io perché ero travolta dalle energie delle opere esposte, a dir poco estasianti e lei perché doveva ancora capire come inquadrarmi. Avevo tempo per una guida approfondita e tranquilla? Ero di corsa perché dovevo andare a prendere mio figlio da qualche parte? Sibilla ha anche questa capacità: comprendere il suo interlocutore nel lasso di qualche minuto e trovare il modo per metterlo a suo agio, mostrandogli ciò che ha da offrire in base al tempo a disposizione, all’età e alla conoscenza dei soggetti delle opere esposte. E’ una grande virtù.

La mostra è un’illustrazione del romanzo “La rilegatrice di abiti”, che narra di turismo letterario e di luoghi e fiabe friulane dimenticati.

Le opere che maggiormente mi hanno colpita sono le seguenti:

Un quadro, qui esposto in formato di cartolina (l’originale si trova esposto al momento in un altro luogo) realizzato da Emanuela Riccioni, che crea composizioni con carte di sua produzione. A ispirare l’artista sono state le fate dell’acqua Agane, che hanno la capacità di trasformarsi in salamandre.

Germana Fasolo ha esposto una “Fata dell’acqua”, acrilico su tela, molto suggestiva, che si può ammirare frontalmente, oppure di lato, per meglio comprendere la consistenza della sua chioma, per metà asciutta e per metà bagnata dall’acqua.

“La Madre Terra” di Roberta Palladino è una scultura realizzata con panni riutilizzati e ha un forte impatto emotivo. Le Agane sovente erano donne divenute madri a causa di violenze, e i loro figli potevano essere portati via e gettati in inghiottitoi. Lì crescevano diventando Scrat e facendo dispetti ai passanti. La statua raffigura una Madre senza ventre, perché privata della maternità e senza braccia, perché impossibilitata a cullare il suo bambino.

“Prima neve sul Montasio” è un’illustrazione di Barbara Jelinkovich, artista molto nota all’estero, tanto da essere stata selezionata in Oriente per illustrare l’Occidente.

“L’inverno” di Manuela Iuretig rappresenta un villaggio della Valle del Natisone. L’artista trova il materiale in natura. Realizza anche Krivapete con volti che sono funghi lasciati essiccare per diciotto mesi e piedi realizzati con sassi, dito per dito.

“Ancora in viaggio” di Marina Sussa narra un mondo di persone in viaggio, con fregi dedotti da cassapanche friulane realmente esistenti e poi mostrando grandi fuochi con uomini che li circondano.

Quando l’uomo ha scoperto il fuoco, ha anche cominciato a occuparsi di arte. All’interno di molte grotte europee sono state rinvenute impronte di mani, soprattutto di bambini e donne, che venivano realizzate premendo le mani sulle ceneri e poi sulle pareti delle grotte. In Friuli, il fuoco scoppiettava nel fogolar e il larìn era una delle pietre con cui era realizzato, un nome che è legato ai Lari, e ci induce a riconoscere la comunione del popolo friulano con i suoi antenati: anche quando si trovava attorno al fuoco, sentiva ben presenti i cari estinti.

“Il laghetto segreto di montagna” ci sussurra un segreto noto a pochi: nel borgo di Movada, nel pordenonese, c’è il lago di Redona, che nasconde un villaggio abbandonato decenni fa e dal quale spunta, in certi periodi dell’anno, la punta del campanile della chiesa.

Il cardo acquerellato di Germana Fasolo è il fiore dell’amore friulano. Veniva reciso ed esposto alla rugiada di San Giovanni. Se fioriva, la fanciulla che si era occupata del rituale lo esponeva a tutto il paese, facendo così sapere che si sarebbe maritata entro l’anno.

Il Gugjet, qui realizzato in ceramica da Laura Piani, era il dono di fidanzamento tipico della Carnia. Originariamente realizzato in metallo, talvolta in legno, veniva appeso al collo della fanciulla promessa e tenuto bloccato a un fianco con il grembiule. Mentre la fanciulla carnica lavorava, magari trasportando con la gerla grossi ciocchi di legno dalla montagna al villaggio e ritorno, sferruzzava. Con una mano teneva bloccato un ferro e l’altro le sbatteva lungo il fianco, ma non la pungeva, perché il Gugjet la proteggeva.

Il primo bottone della Krivapeta:

Ma sapete chi era la Krivapeta? Secondo molti, come le Agane e altri personaggi femminili friulani, era una figura acquatica, mitica o proveniente dalla realtà. Tutti queste creature avevano una deformazione: le Krivapete avevano i piedi al contrario, mentre le Agane piedi caprini. Erano così perché creavano percorsi diversi, perché erano donne libere e spesso, proprio per questo, non accettate. Vivevano di conseguenza fuori dalla comunità, nell’ultima casa “al limitar del bosco”, oppure all’ombra del campanile, perché “il Cristianesimo è luce e il Paganesimo tenebra”.

Sibilla, però, nelle sue lunghe peregrinazioni, ha trascritto un’intervista a una levatrice delle Valli del Natisone. La donna le ha raccontato che aveva fatto nascere diversi bambini con piedi al contrario. Quando avveniva un parto con un bambino deformato, indagando lei scopriva che era frutto di uno stupro. I bambini, dunque, nascevano con i piedi al contrario, perché non era il modo giusto di entrare nel mondo.

INTERVISTA

Qual’è la fonte di ispirazione de “La rilegatrice di abiti”? E il romanzo è stato scritto come in un’epifania, a seguito della prima ispirazione, oppure è mutato nel tempo?

“Nasce dall’idea che, secondo la psicologia, noi indossiamo tante maschere e i personaggi delle fiabe fanno tutti parte di noi, perché noi siamo re quando dobbiamo prendere una decisione -il re rappresenta il libero arbitrio, infatti è simboleggiato dalla corona, che poggia sul capo tra due orecchie, ovvero le due direzioni-; siamo eroi quando agiamo seguendo il cuore; siamo fate quando crediamo e speriamo. Io mi sono immaginata tutti i caratteri umani e da lì sono partita, ma certo nel tempo il romanzo è cambiato, anche grazie a un incidente che mi fece perdere i primi 27 capitoli. Però, visto che nulla accade per caso…”

L’editore Bookabook è nuovo e “particolare”. Vuoi parlarcene e spiegarci la ragione della tua scelta?

“Sì, si tratta di un editore che ha vinto una Start Up europea ed è quindi una nuova realtà. Ha una piattaforma di crowfunding che quindi sovvenziona l’edizione del libro inizialmente dal basso, ovvero dai lettori che ci credono, ma per arrivare a Bookabook devi partire da una selezione severa. Ci sono arrivata dopo aver ricevuto altre proposte molto interessanti, che però mi avrebbero costretta a una pubblicazione principalmente regionale, mentre la mia storia ha bisogno di spazio, anche perché non si colloca esclusivamente in regione e tuttavia ha la volontà di esportare la conoscenza delle fiabe e dei miti locali ovunque”.

Siamo amiche da anni. Ti conosco come un’esploratrice appassionata dei miti e delle leggende del nostro Friuli Venezia Giulia (e non solo!). Cantastorie, fiorista, libera professionista e ora scrittrice. Ammettilo: anche tu, come me, vivi con un piede nella realtà e l’altro nella dimensione artistica!

“Sì e comporta il fatto di riuscire a essere molto concreta e realizzare in questo modo i miei sogni. Tutte le mie ricerche diventano corsi e percorsi. Quindi tutto confluisce in un romanzo e nei miei progetti e viene condiviso con gli altri. Nella realtà”.

In questo momento della tua vita, cosa ti senti? Cantastorie? Scrittrice? Più cose insieme?

“Il lavoro di fiorista non lo faccio da tanto tempo, ma continuo a realizzare corsi sui fiori e sui riti. Ora mi sento una scrittrice e sono la cantastorie del mio libro! In questa mostra ricevo bambini, adulti, anziani e studenti, quindi interpreto, faccio l’attrice, la cantastorie e cambio in continuazione modo di comunicare”.

Come ti è venuta l’idea di creare rete con altre artiste e artigiane per un progetto così importante? Un romanzo che diventa mostra. Opere artistiche che entrano ed escono dal tuo romanzo.

“E’ nata dalla necessità e dall’amore per l’arte. Per me i confini sono molto fluidi. E poi non solo l’arte, perché il mio libro è diventato anche cibo: alla fine del romanzo sono presenti ricette friulane! E non solo: se andate a Udine, alla pasticceria Dama Dolce, la titolare e pasticcera Michela Salerno ha creato un percorso di gusto ispirato dal mio romanzo, fatto di infusi e biscotti”.

Hai scelto le artiste con cui viaggiare, oppure le hai conosciute vivendo?

“Vivendo. E aggiungo che sono partite da 3 e oggi sono arrivata a 81!”

Sei un’artista eclettica, lo sai. Adesso che il tuo primo romanzo è stato stampato ed edito anche in eBook, sei nell’occhio del ciclone. Mostre, presentazioni, interviste. Riesci a vederti da qui a dieci anni e a immaginare chi e cosa starai facendo?

“Sì, perché questo è il primo capitolo di una saga e quindi già so in quale regione capiterò tra qualche anno: la Liguria. Perciò sarò principalmente una scrittrice”.

Sibilla Pinocchio vi saluta e vi attende accanto a una creazione profumatissima di lavanda, realizzata dall’Azienda Agricola di Luigia Zian di Gorizia. La mostra del romanzo “La rilegatrice di abiti” rimarrà aperta fino al 14 marzo con i seguenti orari: 9:00/20:00

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Mostra: La Rivoluzione Russa. L’arte da Djagilev all’Astrattismo 1898-1922

A Palazzo Attems-Petzenstein

Una mostra preziosa non soltanto per me, che vanto origini russe, oltre che serbe e montenegrine, ma per tutti coloro che amano l’arte, la cultura e la storia. Un evento importante per comprendere le dinamiche di un passato “rosso” che ha investito l’Oriente, quanto l’Occidente.

Dalle parole di una delle curatrici della mostra, la Prof.ssa Silvia Burini, durante un’intervista a TG Est-Ovest del 11/02/18:

“Non si tratta solo di una rivoluzione che sarà quella della pittura Astratta, ma di più momenti esplosivi che cominciano sicuramente con i simbolisti russi, quindi gli artisti legati a questa grande figura di Djagilev che cominciano a portare l’arte russa in Europa. L’idea incredibile dell’Avanguardia era quella di una trasfigurazione totale. Questi artisti saranno all’inizio i fautori della Rivoluzione (Kandinskij, Majakovskij, Malevič), tutti all’interno della macchina di propaganda. La cosa che facciamo fatica a capire in Occidente è perché questi stessi artisti, dopo pochi decenni, diventano invece gli oppositori, da un certo punto di vista: è il passaggio agli anni ’20, quando dal pluralismo di situazioni di gruppi e di arte tutto sommato libera, si passerà nel ’32 al dogma del Realismo Socialista. Quindi questi artisti capiscono a un certo punto -il suicidio di Majakovskij è del ’30- che il loro progetto rivoluzionario non è lo stesso progetto della rivoluzione politica”.

Il percorso inizia con il 1898: è la fine del secolo e un’epoca di effervescenza intellettuale e di inquietudine: i valori della tradizione vengono messi in discussione. Viene stampata una nuova rivista artistica e culturale: Mir iskusstva (Il mondo dell’arte). Sergej Djagilev vi difende il principio dell’autonomia e dell’indipendenza dell’arte. Vuole aprirsi verso l’Europa e mostrare la Russia. Secondo lui e il suo gruppo di artisti, l’arte deve svilupparsi contro ogni utilitarismo e allontanarsi dall’impegno dichiarato dagli ideologi degli anni Sessanta o dalla spinta etica sostenuta da Tolstoj: si abbandona il realismo critico degli “Ambulanti” per orientarsi verso l’Impressionismo e lo Stil’modern.

Sono il figlio debole di un’epoca malata.

Innokentij Annenskij, Ego

Voi capirete chi siete soltanto quando vedrete gli altri,

la natura russa è troppo elastica per spezzarsi

sotto l’influsso dell’Occidente.

Sergej Djagilev

1905. Il gruppo moscovita dei Simbolisti, conosciuto come Golubaja roza (La rosa azzurra), si può considerare il punto di partenza dell’Avanguardia. Gli artisti sostituiscono la solidità materiale con l’indeterminatezza, sperimentano una pittura “filosofica” e indipendente, tendono all’astratto, convinti che la sollecitazione soggettiva sia più creativa della registrazione documentaria: attraverso la mescolanza della massa e la perdita dei contorni, le loro opere trasmettono la risonanza di una realtà ulteriore, scoperta oltre il mondo delle apparenze.

Nell’arte non ci interessa la proiezione della realtà su un piano;

non è l’immagine a dover uscire allo scoperto,

quanto piuttosto la veridicità di emozioni e stati d’animo.

Andrej Belyj

Ancora confuso e fresco di neve è il cammino,

ancora sensibile e orrendo come una notizia.

Nell’irreale novità di questi giorni

tutt’intera tu sei, Rivoluzione.

Borìs Pasternàk, L’anno Novecentocinque

1910. Il fante di quadri è un’associazione di artisti più formale rispetto alla “Rosa azzurra”. Propone sin dalla sua prima mostra una poetica provocatoria: elimina il consueto modo di vedere un dipinto, si prende gioco del “buon gusto”, rifiuta l’anatomia e la prospettiva. I ritratti hanno volti dipinti grossolanamente, le figure risultano deformi, le nature morte spaventano per le dimensioni interne inquietanti. Alla filosofia, alla serietà eccessiva, alla contemplazione lirica, che erano state esaltate nell’arte russa del XIX secolo -inizio del XX, la prima avanguardia oppone una fervente gioia di vivere che si ispira al folklore nazionale e all’arte “primitiva”.

I neo-primitivisti hanno uno sguardo attento alle radici orientali della civiltà russa, e sono orientati verso fonti non classiche: fotografia provinciale, insegne di negozi, lubki (stampe popolari di basso costo), giocattoli, icone, l’arte dei popoli antichi.

Ci sembrava che la nostra pittura sconfiggesse il mondo dei morti […].

Per noi era importante che il nostro linguaggio pittorico suonasse

come un organo, un’orchestra, un coro di trombe di persone sane.

Il’ja Maškov

Il passato ci soffoca.

L’Accademia e Puškin sono più incomprensibili dei geroglifici. Gettare Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc ecc

dal Vapore Modernità.

Chi non sa dimenticare il suo primo amore non potrà mai conoscere l’ultimo.

Gruppo di artisti in Schiaffo al gusto corrente

1913. L’ultimo anno di pace inizia con la pubblicazione in lingua trasnmentale di un componimento di Aleksej Kručënych, subito percepito come “un buco sul futuro”; termina con la rappresentazione al Luna Park di San Pietroburgo dell’opera La vittoria sul sole di Michail Matjušin e dello stesso

Kručënych. Le scenografie e i costumi li realizzò Kazimir Malevič, e in questi lavori già si cela la sua maggiore scoperta: “La tenda presenta un quadro nero, l’embrione di tutte le possibilità, che nel suo sviluppo acquisisce una forza spaventosa”. Il 1913 segna in Russia l’affermazione del cubo-futurismo: un linguaggio che riuniva pittori cubisti e poeti futuristi, ma per arrivare a forme differenti di pittura astratta. L’approdo all’astrazione è l’elemento cruciale: i cubisti francesi si erano spinti sulla soglia della non oggettualità, ma senza oltrepassarla. Toccò all’Avanguardia russa il superamento del rappresentativo e il coerente passaggio all’arte astratta.

E’ anche l’epoca di grandi presenze femminili. Livšic definì queste artiste “vere Amazzoni, scudiere sciite”, a sottolineare la matrice orientale comune a molte espressioni culturali di questo periodo. Non si tratta di figure con uno stile artistico simile. Non esistono prove sul fatto che si considerassero una categoria a parte. Come per l’Avanguardia nel suo complesso, rappresentano tendenze, filosofie artistiche, concezioni estetiche, politiche e sociali diverse le une dalle altre. Un elemento che le accomuna merita tuttavia di essere considerato: è l’atteggiamento verso il corpo, gli oggetti, i vestiti. Pur mimetizzati dietro lo smontaggio cubista, oggetti “femminili” fanno la loro comparsa nelle opere delle Amazzoni, non dimentiche, si direbbe della loro stravagante esistenza.

1917. L’aspirazione alla democratizzazione dell’arte trova campo fertile nei progetti di propaganda. Le grandi feste per anniversari e congressi del Partito si dotano di scenografie monumentali. I treni e i battelli partono da Mosca decorati dagli artisti dell’Avanguardia. L’agenzia telegrafica russa incolla nelle sue sedi delle grandi affiches, in cui Majakovskij congiunge immagini primitive e versetti illustrativi, in una sorta di tendenziosa cronaca contemporanea. L’arte insomma scende in piazza, non necessariamente in forma di “pittura”. La scarsità di esempi di pittura futurista si spiega anche con la “liberazione” dell’arte dalle sue forme precedenti.

La Rivoluzione fu accolta da artisti e intellettuali come la realizzazione dei loro sogni: una rottura definitiva con l’odiato passato. Ci potevano essere divergenze di fondo sul futuro, ma l’obiettivo era lo stesso: la trasformazione radicale del paese. La contrapposizione tra gli artisti e le autorità sovietiche riguarda la funzione della cultura nei confronti della nuova classe dirigente, il proletariato, cui bisognava offrire prospettive del tutto nuove. C’è in comune la tensione verso un’estetica che privilegi la forma rispetto al contenuto, dato che il proletario doveva costruire un nuovo quadro sociale e in questo senso il problema della forma risulta prevalente.

Ho sconfitto la fodera del cielo colorato

e dopo averla afferrata ho messo

i colori nel sacco che ne ho formato

e ho un nodo. Navigate!

Il bianco libero abisso,

l’infinito sono dinanzi a voi.

Kazimir Malevič

Tutto è bene quel che comincia bene.

E finisce?

Non ci sarà fine.

Velimir Chlebnikov, La vittoria sul sole

Rifare tutto: rifare in modo che tutto diventi nuovo;

che la nostra falsa, sporca, tediosa, mostruosa vita

diventi una vita giusta, pulita, allegra e bellissima.

Aleksandr Blok

Battete in piazza il calpestio delle rivolte!

In alto, catena di teste superbe!

Con la piena d’un nuovo diluvio

laveremo la città dei mondi.

Vladimir Majakovskij, La nostra marcia

1922. L’uso del termine Costruttivismo è legato alla fondazione del Primo gruppo di lavoro dei Costruttivisti (con Aleksandr Rodčenko, Varvara Stepanova, Kostantin Meduneckij e i fratelli Vladimir e Georgij Štenberg). Nella sua prima accezione il termine implicava che l’arte dovesse mescolarsi alla vita, organizzare, formare, “costruire la vita” attraverso la produzione di massa e l’industria.

Pur esposte in luoghi tradizionali, le opere dei Costruttivisti alludevano al fatto che la loro presenta aveva un carattere passeggero, oggetti/ospiti in attesa di uscire all’aperto, o allo scoperto, per acquistare una funzione produttiva, per entrare nella vita. Nella propaganda monumentale rientrano prima i grandi piatti commemorativi, poi i vassoi, grandi e piccoli, che resuscitavano il culto piccolo borghese degli oggetti. Agli artigiani di Žostovo, a quelli di Palech e persino a quelli che nel villaggio di Sergiev Posad vicino al Monastero creavano giocattoli di legno intagliato, vennero suggeriti, richiesti o imposti temi rivoluzionari.

Incontro all’Ottobre universale, Andrej Strachov, 1925, carta, stampa

Viene abrogata la presenza dell’arte

nei ripostigli del genio umano:

palazzi, gallerie, salotti, biblioteche, teatri.

I pittori e gli scultori sono tenuti

a prendere subito tubetti e pennelli

della loro arte per ornare

di colori e disegni

i fianchi, le fronti, i petti delle città.

Che il cittadino possa da oggi

dilettarsi, contemplare il policromo splendore

in ogni luogo.

Vladimir Majakovskij

Chi potrà, mia epoca, mia belva,

fissarti nelle pupille un istante

e di due secoli agganciare le vertebre

incollandole con il proprio sangue?

Osip Mandel’štam, Epoca

Al primo fra tutti i maggi

andiamo incontro, compagni,

con la voce affratellata nel canto.

E’ mio il mondo con le sue primavere.

Sciogliti in sole, neve!

Io sono operaio,

è mio questo maggio!

Io sono contadino,

questo maggio è mio!

Vladimir Majakovskij, Il mio maggio

Informazioni e contatti:

Palazzo Attems-Petzenstein

Piazza De Amicis, 2

34170 Gorizia

Tel. 0481/547499

Orari: da martedì a domenica 10-18

Chiuso i lunedì

Ingresso eur 6/ ridotto eur 3

Prenotazioni visite guidate: 0481/547499 / 348/1304726

didatticamusei.erpac@regione.fvg.it

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