RECENSIONE “THE DANISH GIRL” DI DAVID EBERSHOFF

Giunti, 2016

Dopo la lettura di “The Danish Girl” ho capito che sto invecchiando. Il motivo è presto detto: mi ha molto commossa, quasi fino alle lacrime e, si sa, io sono poco incline a queste reazioni. Suppongo, di conseguenza, che molti di voi rimarranno profondamente colpiti dalle vicende del(la) protagonista, partendo dalla consapevolezza che il romanzo si basa su una storia realmente accaduta.

Einar Wegener fu un pittore paesaggista danese, proveniente da una famiglia di umili origini, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento. Minuto, timido e introverso, fin da bambino convisse con una profonda insoddisfazione. Crescendo, conobbe una pittrice e illustratrice, Gerda Gottlieb (qui descritta come un’americana di ricca famiglia, Greta Waud) e il loro feeling li condusse al matrimonio. Unione felice, anche perché benedetta dalla condivisione di una passione artistica comune. Ma è proprio la necessità di Greta -e qui entriamo nella vicenda romanzata raccontata dal talentuoso e sensibile scrittore- di terminare il ritratto di una cantante lirica a far sì che Einar indossi dei collant e un abito da sera per posare. È al contatto con i morbidi e femminili tessuti che il giovane percepisce un’emozione meravigliosa e terrificante al tempo stesso. Passa davvero poco prima che Einar inizi a indossare i panni di Lili, una fanciulla eterea e dolce, dotata di un’eleganza angelica che fa voltare uomini e donne al suo passaggio e che diventa la musa ispiratrice di Greta. Da mediocre ritrattista, la sposa americana diventa una capace artista, le cui tele raffiguranti Lili in innumerevoli pose ed eventi, le regalano la fama.

Nel frattempo, Lili prende il sopravvento su Einar. Il pittore non prende più in mano un pennello che non sia quello per il trucco e, in effetti, da pittore si trasforma nell’artista di se stesso: crea Lili ogni mattina e, dopo qualche anno di sofferenza emotiva e fisica, decide di compiere un salto nel vuoto, tentando un’operazione sperimentale per cambiare sesso.

Ciò che colpisce di questo romanzo è anzitutto la dolcezza con cui viene trattato un tema così delicato, una dolcezza che appartiene allo stesso carattere di Lili e che induce tutti coloro che la circondano, dalla moglie al suo fratello gemello Carlisle, dall’amico di infanzia Hans alla stretta cerchia di conoscenti, ad accogliere con naturalezza la metamorfosi di Einar/Lili.

A livello profondo, personale ed emotivo, il romanzo mi ha indotta a immedesimarmi in una creatura nata in un corpo che considera sbagliato. In un mondo contemporaneo come il nostro, dove #beyourself è ancora soltanto un hashtag, perché la maggior parte delle persone faticano a trovare il vero sé, ci sono state e ci sono ancora persone perfettamente consce di chi sono, ma intrappolate fisicamente in un corpo che non è il loro. Come ci si può sentire quando ci si conosce bene, ma il riflesso allo specchio mostra una persona completamente diversa?

“Tha Danish Girl” ci porta lontano, con il cuore e con l’intelletto.

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MOSTRA “LIBERTY” ALLE SCUDERIE DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TS)

Io davanti all’ingresso

Dovete sapere che amo il Liberty (e l’Art Nouveau, e la Secessione Viennese) dai tempi delle scuole superiori, quando la nostra illuminata professoressa di tedesco portò la mia classe a Praga. Mi innamorai della bellezza della capitale ceca, gioiello della Mitteleuropa, e ovviamente trovai innumerevoli riproduzioni delle opere e dei cartelloni pubblicitari realizzati da Alfons Mucha. Da allora, appena ne ho avuto occasione, mi sono circondata di immagini e ninnoli risalenti a quegli anni magici e me la sono presa a morte con chi criticava la mia passione in quanto “pura illusione”, “orpello”, “arte per l’arte (sempre che si possa definire tale)”, ecc ecc.

Visitare la mostra a Miramare mi ha permesso anche di sbugiardare questi “amici”, perché i fini curatori dell’evento hanno stampato cartelli espositivi ricchi di spiegazioni approfondite e dettagliate in merito allo spirito dell’epoca.

Il Liberty -o Art Nouveau- fu un movimento artistico riformatore che promuoveva un’integrazione tra arte e vita di tutti i giorni, ambendo a una “propagazione e a un’intensificazione dell’esistenza” e costituì uno tra i maggiori tentativi di riforma moderna degli stili di vita. Rafforzatosi attorno al 1900 sulla scia di altri movimenti sviluppatisi in precedenza (come l’Art and Crafts inglese), la corrente riformista intese offrire una risposta alle conseguenze negative dell’industrializzazione, sfidandola con una nuova “cultura etica”, ponendo l’accento sulla qualità artistica e manifatturiera nella realizzazione di oggetti di uso comune, proponendo un ritorno alla natura e l’adesione a uno stile di vita sano.

Orologio da tavolo, 1900 circa, Bronzo fuso patinato e smaltato

 

Jardinière con interno in vetro, 1900 circa

I movimenti riformisti trovavano fondamento ai loro principi in teorie biologiche e in concezioni filosofiche della vita, così come in dottrine spirituali occultiste. Tutte idee che gettarono le basi per lo sviluppo del Modernismo artistico, un forte movimento che portò alla rinascita delle avanguardie del Novecento.

In quegli anni nacquero molte associazioni artistiche e riviste d’arte, e si inauguravano esposizioni artistiche a cadenza regolare, determinando così un considerevole aumento dell’utilizzo della stampa per la realizzazione di manifesti e riviste d’arte illustrate.

Nella stampa venne introdotta un’inedita fusione tra contenuti e grafiche di grande raffinatezza formale dove, per la prima volta, si proponeva una sintesi tra caratteri tipografici, elementi decorativi e immagini, tutti improntati alla stilizzazione e al dinamismo.

Job di Alfons Mucha, 1896, Litografia a colori su carta

I manifesti che annunciavano le mostre d’arte e i periodici del settore -come Ver Sacrum, la rivista della Secessione Viennese, e Volné Smery (Libere direzioni) legata all’associazione Spolek Mànes di Praga- divennero l’espressione di una trasformazione di criteri estetici, documentando gli stilemi dell’Art Nouveau così come declinati nei vari centri artistici europei. Queste pubblicazioni ebbero un ruolo chiave nell’introduzione di un nuovo stile di comunicazione visiva caratterizzata da ricchezza di contenuti e nuove idee artistiche.

Ma cosa voleva raffigurare e rappresentare l’Art Nouveau? Il movimento ritrovò nella natura una fonte di bellezza artistica da tempo dimenticata. Gli artisti presero a guardare le forme delle piante e degli animali con occhi nuovi, ammirandone la natura sfuggente, la perfezione formale, così come la loro forza dinamica e vitale. Motivi floreali e zoomorfi si propagarono in tutti i campi delle arti applicate -mobili, manufatti in metallo (come quelli ispirati ai motivi del repertorio di Alfons Mucha), e in particolare vetri e ceramiche.

Questa nuova sensibilità costituì un’importante fonte di ispirazione per i maestri vetrai boemi e le ceramiche realizzate dagli artisti raggiunsero a loro volta livelli di eccellenza. Queste finissime opere, emblematiche della corrente organica dell’Art Nouveau, dimostrano come l’obiettivo degli artisti non fosse solo una mera imitazione dei motivi naturali, ma anche una radicale trasformazione della forma mediante ardite modellazioni dinamiche.

Due fondamentali elementi dell’Art Nouveau e del Liberty furono l’ornamentazione e la geometria.

L’ornamentazione si impose come elemento unificatore tra tutte le arti applicate dell’epoca, pervadendo e dando nuovo spirito a spazi abitativi pubblici e privati.

Le linee sinuose e dinamiche caratteristiche della decorazione Art Nouveau -simbolo di crescita e forza vitale- incarnarono una visione vitalista del mondo inteso come fenomeno creativo eterno e naturale di infinita rigenerazione organica. L’approccio scientifico alla natura, amplificato dalle possibilità offerte da strumenti ottici come il microscopio, i raggi X e la microfotografia, diventarono le fonti principali di ispirazione per l’ornamentazione Art Nouveau.

La formulazione di motivi ornamentali tuttavia non si basava solo sull’osservazione della natura, ma anche sulla consultazione di album di modelli le cui forme potevano essere utilizzate come base per decori più semplici e astratti da comporsi in motivi ritmici e ripetibili all’infinito.

In contemporanea al movimento principale, si sviluppò una nuova corrente artistica che, all’opposto, perseguiva il contenimento e il raffinamento della forma mirando alla precisione ottica e all’eliminazione di ogni elemento superfluo. Questa tendenza verso un rigoroso stile geometrico si andò affermando nelle regioni dell’Europa centrale, dapprima tra gli studenti del corso di Otto Wagner presso la Wiener Akademie di Vienna, tra cui figuravano molti futuri architetti di grande talento, come Jan Kotera, Josef Hoffmann, Leopold Bauer e Pavel Janak. Questi artisti traevano ispirazione dalla rivisitazione delle forme misurate del Neoclassicismo centro-europeo (Stile Impero e Biedermeier), così come dal simbolismo Art Nouveau, in un percorso verso “l’essenza della forma”.

Il nuovo movimento rifuggiva dal realismo e dalla definizione oggettiva. Il simbolismo Art Nouveau esplorava piuttosto dimensioni allusive ed evocative. Attorno al 1900, l’interesse per la resa della sfaccettata psiche umana portò a un approfondimento dei fenomeni occultisti inaccessibili alla scienza e ai suoi metodi.

Molti giovani artisti si avventurarono oltre i confini della coscienza individuale nel tentativo di svelare i più profondi misteri dell’esistenza, studiando scienze esoteriche e partecipando a sedute spiritiche che a quell’epoca godevano della massima popolarità. Nei circoli artistici si diffuse un vivo interesse per la Teosofia, una dottrina che fonda la cognizione dei poteri spirituali occulti su uno studio comparativo dei sistemi religiosi del mondo (ispirati dalle teorie dell’occultista Helena Petrovna Blavatsky). Tra gli artisti cechi, Alfons Mucha, profondo conoscitore delle dottrine teosofiche, diede forma alla sua interpretazione dell’evoluzione spirituale dell’umanità nelle illustrazioni della pregiata edizione di Le Pater, così come nella sua monumentale celebrazione delle popolazioni slave che si apre con un ciclo tratto dalla storia della Bosnia e dell’Erzegovina. Tali dottrine di natura spirituale furono accolte con interesse anche dalla seconda generazione di artisti Simbolisti appartenenti al gruppo Sursum (fondato nel 1910) che contava, tra le sue fila, Josef Vachal e Jan Konupek.

Le Pater

La diffusione di manifesti illustrati come nuova forma di comunicazione pubblicitaria destinata a essere affissa lungo le strade cittadine fu incoraggiata dai cambiamenti in atto nelle città in quegli anni e dal consolidarsi di nuovi stili di vita, nonché dalle innovazioni tecniche della stampa litografica in grande formato.

I manifesti raggiunsero il loro massimo sviluppo nell’ultimo decennio del XIX secolo quando si diffusero anche in ambito artistico.

Medèe di Alfons Mucha, 1898, Litografia a colori su carta

Il processo di emancipazione femminile cambiò il ruolo della donna all’interno della società e portò alla nascita di un nuovo settore di mercato fondato su un orientamento al consumismo della donna borghese. La presenza delle donne nei manifesti pubblicitari non servì soltanto a rendere il messaggio visivo accattivante, ma anche a catturare l’attenzione delle donne stesse, sempre più percepite come un rilevante bacino di potenziali clienti. I manifesti pubblicitari costituiscono dunque delle preziose fonti documentarie per ricostruire i cambiamenti che si succedettero nel settore della moda, dei beni di consumo e nell’arredamento, così come nel campo dello spettacolo, dello sport e della tecnologia.

Corsetto “Radical”, 1905 c.ca, Tela a strisce, merletto eseguito a macchina, nastri e cuoio

La sempre maggiore presenza delle donne in società, in particolare nelle classi elevate, portò a una crescente richiesta di abbigliamento di lusso, e nei primi anni del ventesimo secolo, la necessità di disporre di un guardaroba lussuoso e alla moda determinò la nascita del sistema dell’haute couture in Francia. Il nuovo ruolo della moda come forma d’arte emerse con evidenza nella grande mostra dei salon parigini nell’ambito dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Fu in questa cornice che si presentò la nuova silhouette a “S”, caratterizzata dal vitino a vespa, dal cosiddetto “petto d’oca” e in generale dalla modellazione del corpo femminile secondo il gusto per le forme curvilinee, tipico dell’ornamentazione Art Nouveau. Silhouette che richiamava il corpo della donna, ma che era tutt’altro che naturale per via dell’imperante corsetto il cui uso era anche dannoso per la salute. Oltre a essere specchio dell’emancipazione femminile, la moda Art Nouveau fu anche uno strumento di democratizzazione, in particolare con l’introduzione di indumenti che rispondevano a un principio di praticità, secondo una tradizione e una cultura dell’abbigliamento tipicamente inglese andata affermandosi nei secoli. La crescente popolarità di svariati sport incoraggiò questa tendenza.

Abito da passeggio, 1900 c.ca, Vienna, Merletto irlandese a uncinetto, seta, nastro di raso

Abito estivo da passeggio, 1913 c.ca, Praga o Vienna, Georgette di seta, merletto al tombolo, ad ago e a macchina, ricamo

Abito da pomeriggio in due pezzi, 1902-1903, Vienna, Stoffa, velluto, ricamo, richelieu eseguito a macchina

Per ragioni di spazio, e pensando alla vostra vista, ho deciso di esporre una minima parte delle foto che ho scattato. Il resto potete ammirarlo voi: avete ancora tempo.

La mostra rimarrà aperta fino al 7 gennaio 2018, tutti i giorni con il seguente orario: 9:00/19:00.

Per informazioni, potete telefonare al: 041/2770470

Buona visione!

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RECENSIONE “COME ESSERE STOICI” DI MASSIMO PIGLIUCCI

Garzanti, 2017

“Qual’è il risultato della virtù?

La serenità”.

Epitteto, Diatribe, I,4,6

“Bisogna rendere migliore quel che è in nostro potere

e delle altre cose usare come richiedere la loro natura”.

Epitteto, Diatribe, I,1,17

Il mio approdo alla lettura di questo manuale è stato così felice e sorprendente che potrei rimanere a crogiolarmi sul divano con questo pensiero per ore, ma sono certa che farei un torto all’autore, il cui piglio è quello di un filosofo guerriero, pronto a difendere lo Stoicismo dall’ignoranza, dalle false interpretazioni -che purtroppo perdurano da secoli- e dal pregiudizio che la filosofia sia un argomento per persone con la testa tra le nuvole, oppure una filosofia da salotto, di cui si possono occupare solo accademici, letterati e insomma la creme della società.

Ma andiamo con ordine: ho letto la presentazione di questo testo su Il libraio, e me lo sono ritagliato come faccio sempre con gli articoli che mi catturano. Passano i mesi, sono in procinto di partire per le vacanze estive e mi dico: dai, è la volta buona che lo compri e te lo porti dietro. Eppure ero tormentata dalla consapevolezza di ricordare dello Stoicismo ciò che avevo studiato alle superiori, quindi poco e questo mi innervosiva: volevo arrivare alla lettura di “Come essere stoici” con una preparazione adeguata. Senonché in una libreria di seconda mano del centro di Grado in cosa mi sono imbattuta? Nel Manuale di Epitteto, uno dei massimi esponenti dello Stoicismo greco! Amo quando succedono questi eventi! L’ho comprato subito e l’ho letteralmente divorato nel corso di una notte. Va da sé che quella successiva ero pronta per affondare il naso in “Come essere stoici”!

E’ UN MANUALE CHE TUTTI DOVREMMO LEGGERE.

TUTTI, ANCHE I BAMBINI (NATURALMENTE ACCOMPAGNATI DAGLI ADULTI).

Lo scrivo perché ne sono assolutamente certa.

Massimo Pigliucci ha una formazione scientifica, oltre che filosofica, perciò conosce bene “la natura delle cose” e per di più è uno di quegli uomini che non si accontentano e non si adagiano sugli allori, ma continuano a studiare e riflettere ogni giorno e, soprattutto, ad agire, sperimentare e fare per comprendere se il proprio pensiero possa essere aderente alla realtà e germogliare adeguatamente. Lo Stoicismo che lui propone è un pensiero che “ha passato tutti i test” e che, personalmente, mi sono resa conto di applicare già da anni.

Con una scrittura felice e scorrevole, da autentico divulgatore culturale, Pigliucci ci spiega le basi dello Stoicismo:

  • Comprendere cosa dipende da noi e cosa non dipende da noi;

  • Evitare reazioni affrettate;

  • Ricordarsi della transitorierà delle cose;

  • Scegliere obiettivi in nostro potere;

  • Parlare poco e bene;

  • Scegliere in modo accorto le proprie compagnie;

  • Rispondere agli insulti con l’umorismo;

  • Parlare senza giudicare;

  • Riflettere sulla giornata appena trascorsa.

E’ solo un micro riassunto di ciò che troverete in questo libro.

Sono decine di anni che nelle librerie vedo distese di manuali di auto-aiuto e psicologia da quattro soldi. 2300 anni fa la Grecia prima e Roma poi hanno prodotto una filosofia di vita che contiene tutto ciò che oggi trovate diluito in quei manualetti, dentro a libri dalle copertine accattivanti, autori dai sorrisi smaglianti e conti in banca che lievitano grazie alla proposta dello stesso Stoicismo, ma all’acqua di rose. Volete fare la differenza e arrivare al nocciolo dei vostri problemi? Scoprire perché tornate sempre sugli stessi errori? Perché vi sentite sempre più stressati e oppressi? Massimo Pigliucci ve lo spiegherà punto per punto in un manuale che è una perla e che, vi assicuro, rimarrà sul vostro comodino tutta la vita per leggerlo e rileggerlo, a voi e ai vostri cari.

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RECENSIONE ARTISTICA: “FUORI ROTTA” COLLETTIVA DI ARTISTI PRESSO PROLOGO DI GORIZIA

Mi emoziona sempre molto entrare in una galleria d’arte e osservare una mostra. Sono abituata a partecipare a diversi generi di esposizione ma poco, lo ammetto, a quelli di opere d’arte contemporanea. Ho difficoltà ad apprezzarle, a capirle, addirittura a provare emozioni dinanzi a esse.

Per questo cerco una guida, una figura che mi affianchi durante la visita di queste opere. Rende l’esperienza più stimolante, oltre che compresiva, perché certe creazioni sono linguaggi stranieri e un interprete è essenziale.

“Fuori rotta” è un’idea nata una sera, durante chiacchiere e scambi di opinione proprio qui, nella galleria d’arte di Via Ascoli 8/1. Ne è scaturita la volontà di creare qualcosa di inusuale, mai provato prima.

Paolo Figar è artista figurativo, principalmente scultore. Ha esposto un cane policromatico, con pennellate blu cobalto e colori accesi, e un’altra tela, un’architettura astratta, forme nere con ramage verticali di diverso colore, erba alla base e parti lucide e opache.

Stefano Ornella è un ritrattista realista. Ha iniziato a dare pennellate di un intenso colore magenta ad alcune tele. Non è un colore cui era abituato, ma ha deciso di risolvere la novità tratteggiando un ritratto di Jimi Hendrix psichedelico, con colori molto vivaci e con alcuni tratti picassiani. È quasi uno studio del colore:

Marina Legovini: ha realizzato diversi studi sul corpo. Nel dipinto che presenta, troviamo un soggetto non finito. Doveva essere un equilibrista impegnato in un percorso molto fluido, ma l’artista lo sta ancora studiando. Ci sono colori freddi predominanti e intensi, con un’ampia pennellata di rosso al centro del corpo. A me è sembrata una fiamma, se non uno scatto d’ira.

Lia del Buono: astrattista e incisore di riprese dal vero. Qui presenta l’unico ritratto che abbia mai realizzato.

Francesco Imbimbo, disegnatore e pittore con influenze surrealiste e simboliste, presenta un disegno molto complesso, realizzato su carta con matita, gomma e sfumino: un Giano bifronte con un fiore in bocca:

Lara Steffe: scultrice. Ha portato una delle opere che ho più apprezzato: il volto stilizzato di una donna circondato da rami, garbugli e/o pensieri, scolpito su legno di cirmolo. Ho voluto riprendere anche l’ombra dell’opera, perché la trovo particolarmente suggestiva:

 

Stefano Comelli: scultore, aveva realizzato una performance in una vecchia caserma mezza diroccata. All’ingresso aveva posto un’installazione: un pezzo di vetro con l’incisione della scritta Presenze. Ora l’ha incorniciato e portato qui.

Damjan Komel era in cura per una malattia. Ha scolpito un soggetto inerte, un oggetto medico, una farfalla sulla quale si mette la siringa con la sostanza che contiene la cura che gli ha salvato la vita. Una scultura che rappresenta la sua salvezza, proprio la farfalla con la siringa, posta su una scrivania col cassetto aperto che contiene tante altre farfalle di plastica, di piccole dimensioni, una siringa e un’immagine sacra:

Silvia Klainscek: questo è un suo impianto classico, con figure geometriche, dove la decorazione diventa pittura. Il “fuori rotta”, in questa opera, è che si tratta di un grande disegno realizzato con matita, sfumino, l’uso di squadre e inserti di metallo:

Ivan Crico ha portato una delle sue tavolozze di colore che, con l’aggiunta di un albero e un uomo è diventata paesaggio, un dipinto. Crico è un vero poeta a servizio della pittura:

Alessandra Ghiraldelli ha esposto un’opera composta da diversi quadrati di vetro con foto e grafica.

Franco Spanò: da anni fotografa composizioni di immagini con due o quattro scatti sovrapposti per creare nuove realtà. Qui espone tre fotografie di scale a spirale che provengono da un viaggio e sono frutto di una sua domanda: “Siamo fuori rotta tutta la vita con rari momenti nitidi, o no?”

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RECENSIONE: “LA SIRENA” DI GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

   Feltrinelli, Cofanetto libro e audiolibro, 2014

Il senatore Rosario “Sasà” La Ciura e la voce narrante, il giornalista Paolo Corbèra, sono due siciliani residenti a Torino e due improbabili compagni di chiacchiere e passeggiate. Il primo, politico in pensione con un enorme conoscenza della storia e della lingua greca antica, il secondo, ultimo discendente di una famiglia nobile, con una laurea in legge nel cassetto e un presente instabile, condito da frequentazioni femminili di bassa lega. È proprio da queste ultime evidenze che Sasà bacchetta il giovane amico e, prima della partenza per Genova, decide di abbassare le distanze e confessare a Paolo la più importane esperienza della sua vita.

L’incanutito e apparentemente fragile distinto signore, spalaca le porte su un’estate siciliana della giovinezza, durante la quale la sua vita è cambiata per sempre grazie all’incontro con Lighea, una sirena figlia di Calliope.

Ascoltare questa storia, narrata dalla stessa voce dell’autore in una registrazione del 1957 con il magnetofono, è un regalo per se stessi e per gli altri, perché il mite scrittore possiede una voce e un ritmo perfetti per raccontare una storia e perché l’incontro di Sasà e Lighea è l’incrocio tra due culture distanti nel tempo, ma vicinissime per lingua e storia.

Lighea si avvicina alla barca di Sasà dopo che per giorni lo ha ascoltato studiare e ripetere a voce alta canti e odi in greco antico e quando, finalmente, l’unione tra i due protagonisti si compie, l’estasi sessuale provata da Sasà, che spaventerebbe qualunque uomo mortale, viene da lui riconosciuta come un chiaro dono degli dèi e per niente temuta, anzi, accolta nella sua incommensurabile totalità.

E’ un racconto denso di riferimenti arcaici e parole desuete, ma non per questo lontano da noi lettori del XXI secolo. Anzi! L’ho ascoltato durante una siesta pomeridiana e mi ha trasportata sulle celesti coste di Augusta, tra le risacche e i flutti. Mi ha fatto comprendere quanto sia importante “scrivere ciò che si conosce”, perché la descrizione dei luoghi e delle sensazioni marine di Tomasi di Lampedusa è così penetrante proprio a causa della sua esperienza.

Infine, ho riflettuto sulla bellezza della lettura ad alta voce. Si potrebbe introdurre in ogni famiglia la lettura di un racconto o di un breve romanzo una volta a settimana. Pensateci bene: anziché trascorrere le serate davanti alla tv, ai videogiochi, oppure chini sugli smartphone, si potrebbero spegnere tutte le luci, accendere qualche candela e, comodamente seduti sul divano, ascoltare un membro della famiglia mentre legge un racconto, facendosi trasportare da esso ovunque lo scrittore avesse intenzione di condurci. A fine lettura ci si potrebbe dedicare a una discussione, a cominciare dalle emozioni mosse in ciascuno all’ascolto del racconto, per poi proseguire con riflessioni, ricordi e connessioni tra l’epoca e la società narrate nel libro con noi, oggi.

La mia è solo un’ispirazione, ma state certi che la proporrò in famiglia.

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RECENSIONE “IL CLUB DELLE LETTERE SEGRETE” DI ÁNGELES DOÑATE

La mia corrispondenza settimanale in spedizione e il romanzo recensito

 

L’amicia raddoppia le gioie

e divide a metà le sofferenze.

Francis Bacon

A Porvenir, borgo montano spagnolo, la postina Sara corre il rischio di perdere il lavoro. Non solo, lo stesso paese potrebbe rimanere senza ufficio postale. Un brivido percorre la schiena dell’anziana signora Rosa, che ha visto nascere e poi crescere Sara. Rosa è la sua vicina di casa, una madre putativa e poi sostitutiva, da quando la postina è rimasta orfana prima dei genitori e poi abbandonata dal marito, con tre figli a carico. Rosa non dorme più la notte: se Sara dovesse trasferirsi in città, lei perderebbe tutti gli affetti e rimarrebbe da sola in quella grande dimora. Così, dopo l’ennesima notte insonne, escogita un piano: inizia una catena di lettere.

Rosa scrive la prima epistola all’amica di giovinezza Luisa, la ragazza alla quale cinquant’anni prima soffiò l’innamorato. Non fu una decisione presa alla leggera, perché Rosa era cresciuta con Luisa, mentre il loro comune innamorato, Abel, era arrivato dal nulla a Porvenir. Ma l’amore che colpì Abel e Rosa fu più forte dell’amicizia sororale e così Rosa non rivide mai più Luisa.

Rosa spedisce la lettera all’indirizzo della casa dei genitori di Luisa, sperando che qualcuno gliela faccia recapitare, ovunque si trovi, e augurandosi così di avviare una solida catena epistolare per salvare il posto di lavoro di Sara. Non sa che ad aprire la busta sarà Alma, la nipote di Luisa che ha ereditato la vecchia dimora. Da quel momento inizierà la narrazione di un coro di personaggi commoventi, intensi e straziati dalla vita.

E’ un romanzo dalla lettura piacevole e scorrevole. Lo sguardo scivola placido sulle righe come sulla distesa di un mare calmo, con la differenza che, tra queste pagine, si è anche circondati da suggestioni e piccoli incanti.

Ci sono lettere spesso scritte dopo un’accurata ricerca della carta e la presenza di un’essenza speciale, come la lavanda. C’è la biblioteca di Porvenir, con i suoi muri a vivo e le ampie vetrate, e pile di libri impilati a terra in apparente disordine, ma in realtà perfettamente catalogati dalla ligia bibliotecaria.

Le storie dei numerosi personaggi sono ben intrecciate tra loro e hanno un buon ritmo. Se dovessi trovare qualche difetto, segnalerei l’utilizzo eccessivo di citazioni legate alle lettere e all’amore che risultano ridondanti; inoltre, proprio a riguardo dell’amore, ci sono diverse pagine dedicate alle dichiarazioni che ho trovato noiose e pesanti. In questo senso l’autrice avrebbe potuto tagliare diversi capitoli. Tuttavia sono certa che molti, tra voi lettori, apprezzeranno così tanto le vicende degli abitanti di Porvenir che anche queste lungaggini desteranno gratitudine.

In questo libro troverete storie di amicizia, amore, tradimento, la corrispondenza cartacea e l’attaccamento alla terra dei propri antenati. Ve lo consiglio come lettura autunnale o invernale, sprofondati in strati di maglioni e plaid, tazza di caffè fumante e candela profumata accesa.

Se poi vi farà venire voglia di scrivere una lettera a una persona cara che non sentite da tempo, sono certa che strapperete un sorriso di soffisfazione all’autrice.

Un libro aperto è un cervello che parla;

chiuso, un amico che aspetta;

dimenticato, è un’anima che perdona;

distrutto, è un cuore che piange.

Proverbio indù

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PERCHE’ INSERIRE LA CATEGORIA “NATURA” IN UN BLOG CULTURALE?

Forse questa è una domanda che vi sarete posti quando siete approdati su queste pagine della blogosfera, o forse no. Per fugare ogni dubbio, voglio spiegarvelo, perché credo che scrivere di arte, artigianato, letteratura et similia diventi meccanico, senza un pizzico di umanità e personalizzazione.

A tre anni, seduta sul davanzale della finestra della cucina dove trascorrevo ore a disegnare

Il motivo per cui ho voluto inserire anche la categoria “Natura” nel mio nuovo blog è perché ho avuto il privilegio di crescere tra campagna e mare. Molti di voi potranno capirmi al volo, tanti altri, invece, no. Ho conosciuto persone con il mio stesso background che sembravano aver scavalcato tutto il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza con un lungo salto per arrivare all’università e trasferirsi in una casa dello studente urbana. Persone che detestavano i campi, i vigneti, l’assenza di discoteche o locali trend. Naturalmente non le giudico, però mi sono spesso chiesta che senso avesse trascorrere vent’anni racchiusi dentro una bolla, quasi ibernati, in attesa di essere scongelati in una stanza di quattro pareti come una camera da letto studentesca per poi uscire sull’asfalto. Due decadi trascorse in attesa di altro, spostando ostinatamente lo sguardo altrove, piuttosto che lasciarlo scivolare sui fili d’erba e di grano, tra un vasto cielo sgombro da grattacieli e pali della luce, fabbriche e antenne telefoniche.

Il gelso centenario -e accanto il fico- del casolare di Terzo d’Aquileia dove sono cresciuta e dove ho imparato a camminare, sorridere, vivere

 

Potrebbe dipendere dal carattere. Sì, io credo che tutti nasciamo con una sorta di matrice, la cui provenienza mi è sconosciuta. Lo percepisco anche in mio figlio: già a un anno e mezzo presentava atteggiamenti a me sconosciuti e certamente svincolati da qualsiasi condizionamento. Potrebbe trattarsi delle eredità parentali? Sì.

Tornando a me, posso assicurarvi che mi sono trovata a mio agio nel casolare di famiglia in mezzo ai campi. Con mia nonna facevo lunghe passeggiate in mezzo a sentieri battuti da contadini e, fino a pochi decenni prima, da cavalli e muli. Con mio fratello costruivo sofà sopra il gelso secolare davanti casa e trascorrevo ore a giocare con i cani e i gatti di casa. Nelle fredde sere invernali mi arrampicavo sui mobili della cucina, con i piedini penzoloni davanti allo spargher, appoggiavo tutto il materiale da disegno sul davanzale della finestra e spaventavo gli ospiti di casa, perché quando entravano in quella stanza mi trovavano lì, in silenzio, intenta a disegnare con grande concentrazione. E non ero una bambina timida: mi trovavo a mio agio sia in solitudine che in compagnia, dettaglio che non è mai cambiato nella mia vita.

Nel 2004 con Mescal, durate un’indimenticabile cavalcata tra terra e fiume

Crescendo ho viaggiato e visto una porzione di mondo, la mia nuova famiglia mi ha portata lontano dalla terra, in città, proprio su quell’asfalto dal quale volevo tenermi bene a distanza. Mai dire mai… eppure continuo a ricercare la Natura ovunque. Dal terrazzo di casa, dove coltivo piante aromatiche e fiori di campo, ai parchi cittadini dove mi rifugio con mio figlio, dai fine settimana al mare ai viaggi in luoghi dove la natura la fa da padrone, insieme ai campi archeologici, ai musei e alle mostre di cui mi nutro.

I libri, va da sé, sono i miei compagni silenziosi e perpetui. Non serve nemmeno nominarli, tutti sanno che, dove c’è Nat, ci sono anche un libro, un quaderno e varie penne.

Però questo è il punto centrale: in città non posso proprio fare a meno dei libri e delle attività culturali, mentre quando mi trovo immersa nell’abbraccio di Madre Natura, spesso lascio perdere tutto il resto. Il silenzio, la tranquillità e gli insegnamenti che trovo in un bosco, immersa nell’acqua del mare, oppure davanti a un fiume sono tutto ciò che mi serve. Qualcun altro al posto mio potrebbe annoiarsi. Io smetto semplicemente di essere…Io. Mi lascio andare, la mente si espande e si disperde, divento parte dell’ambiente stesso e, credetemi, quando ne riemergo, la sensazione è impareggiabile. Non ci sono Spa, massaggi, ore in vasca da bagno che possano provocare lo stesso effetto di pace e di ripristino delle energie.

1998. Seduta sulle sponde del fiume Bosna, nella terra dei miei antenati

Ecco perché ho voluto inserire la Natura nel mio blog. Lei è l’altra faccia della medaglia della mia essenza, come lo è quella di molti di voi e non può rimanere una banalità, un elemento scontato. Troppo spesso le persone si perdono nella rete di internet, dimentiche del mondo reale. Voglio impedire che questo avvenga. Grazie al mio piccolo contributo, voglio portare il Bello e il Buono che la Terra ha da offrire a tutti noi, anche a coloro che prediligono l’asfalto.

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RECENSIONE LETTERARIA: “COME DELLA ROSA” DI TIZIANA RINALDI CASTRO

Editore Effige, 2017

Se sei venuto da me è per abbattere ogni resistenza.

Non c’è evoluzione se non c’è resa.

Ho scoperto questo libro grazie a un’intuitiva recensione televisiva realizzata dalla scrittrice Michela Murgia nel programma “Quante storie”, condotto da Corrado Augias su Rai Tre nel corso della scorsa primavera. È stato un bene, perché trovare questa copertina -peraltro non bellissima- in una libreria standard, sarebbe stato se non difficile, certamente un colpo di fortuna. La casa editrice è modesta, e si sa che da anni c’è la tendenza, forse dovuta alla crisi economica nazionale, di mettere in evidenza prevalentemente i testi dei colossi editoriali. Dunque il mio primo ringraziamento va a Murgia, mentre il secondo è tutto per l’autrice.

La storia narrata illustra le vicende di Bruna/Lupo, che dall’Italia scappa a New York lasciando alle spalle grandi delusioni, ma non l’alcolismo, ed Emiliano, cubano americanizzato, mercante d’armi e guerriero. I due outsider diventano fedeli a Mama, una sacerdotessa yoruba di Harlem che li guida alla guarigione dai vizi e alla riscoperta di sé, in un romanzo a tratti difficile da leggere vuoi per flashback continui e pagine crude, vuoi per indizi spirituali tutti da cogliere e sui quali meditare a fondo.

Reggere senza toccare.

Una metafora della vita illuminata:

orizzonti illimitati;

essere presenti senza attaccarsi;

avere tutto senza possedere niente.

Non vi nasconderò che ho impiegato tre mesi per terminare la lettura di “Come della rosa”. Come scritto poco fa, è un romanzo che richiede un coinvolgimento emotivo e spirituale, ma vi assicuro che, se riuscite ad arrivare alla fine e ad accettare tutto della rosa (spine incluse), questo libro vi trasformerà.

Lo consiglio a tutti, dai vent’anni in su, perché è uno di quei pochi romanzi capaci di fare la differenza nella vita e mettere in moto il cervello e l’anima insieme.

Lo so che ti offri alla tempesta senza scudo per ‘espiare’, come dite voi bianchi.

Ma espiare non serve a niente se non sai anche ‘perdonarti’, come dite voi bianchi.

Non affrettarti a tornare da ciò che richiede pazienza.

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RECENSIONE ARTISTICA: “THE SPACE IN BETWEEN” DI MARINA ABRAMOVIC’

97′, 2016

Questo è il viaggio della performing artist più famosa del mondo presso varie comunità religiose brasiliane, iniziato per superare un dolore e divenuto poi la ricerca di un ponte fra arte e spiritualità.

L’ultima volta che sono stata in Brasile ho fatto visita a una sciamana, Denise. Ha osservato le sue rocce meteoritiche per indicarmi da dove provenissi. Mi ha detto: ‘Tu non ti senti a casa in nessun luogo’. Era vero. ‘Non ti senti a casa in nessun luogo’ proseguì, ‘perché non appartieni a questo pianeta. Il tuo dna è galattico. Provieni dalle stelle remote e sei arrivata sul pianeta Terra con uno scopo’. Le ho chiesto quale fosse il mio scopo. ‘Il tuo scopo è quello di insegnare agli esseri umani a trascendere il dolore’”.

Marina Abramović è da sempre una donna e un’artista alla ricerca di qualcosa che vada -solo apparentemente- oltre l’essere umano. Ha incontrato culture e saggi tibetani, australiani, indiani e, in questa occasione, è tornata in Brasile per apprendere da questi posti remoti e da alcune persone particolari, il modo in cui hanno imparato ad attingere energia dall’esterno e da loro stessi, trasformandola e restituendola a chi non è in grado di farlo.

Lungo il percorso incontra diversi medium che accolgono entità nella loro psiche per assisterli e guidarli in operazioni che solo diversi medici specializzati potrebbero eseguire. ‘Ma bisogna avere fede’ asseriscono loro, ‘perché con la fede non esiste dolore’.

Diversi sciamani le hanno proposto l’uso dell’ayahuasca, una potente droga che serve a far uscire da sé tutti i demòni di una vita.

O ancora, una signora centenaria le ha trasmesso regole di vita semplici, figlie del buon senso, tanto immediate e a portata di tutti, da indurre lo spettatore a chiedersi come possa rivelarsi tanto difficile seguirle, dal momento che i risultati positivi si riscontrano chiaramente nelle persone che riescono a metterli in pratica.

Per molto tempo ho spinto i miei limiti mentali e fisici all’estremo. Il vero problema non era il dolore: era molto più importante il concetto. C’è una differenza tra il dolore fisico e quello emotivo. Posso tollerare il dolore fisico, posso controllarlo. Il dolore emotivo è quello che mi pesa di più”.

Dona Flor, una guaritrice, si lascia andare a un lungo monologo, durante il quale racconta di essere analfabeta, di provenire da una famiglia povera e di aver cresciuto, allattato e allevato tanti figli propri e altrui. E’ diventata guaritrice per necessità: quando era solo una bambina, una zia ebbe un attacco epilettico e svenì. Lei, impaurita, chiese alla madre di aiutarla e questa le rispose di no, che poteva farlo lei. Flor prese una zappa, un machete e un sacco e si inoltrò da sola nel bosco, dove si fermò a osservare. Iniziò a capire, in modo inspiegabile razionalmente, cosa potesse funzionare per sua zia e cosa no. Asserisce: ‘E’ questione di intuizione, bisogna seguirla. Quando ti trovi nella foresta devi usare gli insegnamenti di Dio. Sai dirmi da dove arriva questa intuizione? È una cosa che io non so spiegare. Quando ho una sensazione io la seguo e basta, ma là fuori c’è qualcuno che mi insegna a farlo. Ho un maestro spirituale, ne sono certa. È con lui che comunico. Non mi interessano i soldi. Mi interessa migliorare la vita e la salute delle persone. Se tutti lavorano e sono in buona salute, per me è sufficiente. Significa che tutti si evolvono. Bisogna vivere secondo la fede, bisogna essere preparati e calmi, senza rabbia, conflitti e senza cattivo umore. Non posso fare questo lavoro se non mi sento bene: non percepisco i messaggi se non li percepisco sono inutile, non posso dire nulla. In questo momento li ricevo. C’è qualcuno che mi sostiene’.

Denise Maia, una maestra spirituale, racconta: ‘Io appartengo a un clan. Ogni generazione del clan ha la responsabilità di accrescere e concretizzare le conoscenze dei propri antenati con lo scopo di adattarle allo stadio attuale dell’evoluzione umana. Tutti i genitori sono colpevoli, perciò finiamo per generare dei modelli di comportamento eterni, perché il nostro bambino interiore è traumatizzato da qualsiasi atto violento subito in passato. Qui nella nostra scuola abbiamo eliminato questa responsabilità genitoriale e sociale. Abbiamo smantellato l’intero sistema di credenze che ipnotizza la nostra consapevolezza. Quando si accetta la propria vera natura, se ne rimane impressionati. Si prende coscienza che dentro di noi c’è una persona che non conosciamo. Comincia una storia d’amore con noi stessi. Si ottiene una comunicazione libera dalla tirannia. Quando si acquisisce questa natura, si diventa incapaci di violenze contro qualunque cosa nell’universo, perché il fondamento della nostra natura è l’amore’.

Abramovic’ conclude ricordando che il Brasile è per lei un territorio noto. Diversi anni prima l’aveva già percorso, fin nelle viscere della terra, alla ricerca di minerali. Faceva impazzire i minatori con le sue richieste: ‘Lasciatemi sola con le pietre, voglio che mi parlino’; ‘Rimarrò stesa su un lettino, accanto ai minerali, finché non capirò cosa fare’; ‘Voglio costruire delle scarpe con questi specifici minerali’. E loro: ‘Ma signora, come farà a camminare con delle scarpe così pesanti?’ ‘Queste scarpe non servono per camminare: sono scarpe per un viaggio della mente’.

La natura è già perfetta senza di noi. Abbiamo bisogno dell’arte nelle città. Ci serve l’arte nelle città, dove gli esseri umani non hanno tempo, nelle città che sono inquinate. Nelle città dove c’è troppo rumore. Dobbiamo attingere esperienze dalla natura e trasmetterle nelle città.

Ho sempre creduto che l’arte abbia la funzione di ponte. Per collegare persone di diversa estrazione sociale con diverse fedi religiose, diverse razze. Ma è anche un mezzo di comunicazione tra il mondo fisico e il mondo spirituale, oppure semplicemente, tra due esseri umani.

Credo che questo viaggio sia stato molto importante per me, non solo per trovare nuove idee, ma anche per aprire la mia mente a qualcosa di diverso. Al mio ritorno, alcuni pezzi del puzzle hanno trovato posto in un immagine molto chiara e luminosa. Ho capito che devo dare al pubblico gli strumenti per sperimentare il proprio Io. Io devo solo mimetizzarmi, devo fare come da guida, perché io mi esibisco sempre davanti al pubblico, sono legata a esso, è il mio specchio e io sono lo specchio del pubblico.

Tutti hanno vissuto dei traumi, tutti provano solitudine, tutti hanno paura della morte, tutti soffrono. Io dono loro una parte di me stessa e loro donano a me una parte di se stessi. L’unico modo in cui possono capire a livello profondo in cosa consiste la performance è facendo il loro viaggio personale”.

Questo lavoro di Abramovic’ sembra molto diverso dal famoso “The artist in present”, ma io lo vedo piuttosto come un suo proseguimento naturale.

Marina Abramovic’ per me non è più “solo” un’artista. Gli artisti sono molto importanti in ogni cultura, perché sono liberi -quando sono veri artisti, si intende- e di conseguenza si muovo oltre il quadrato della razionalità, lungo il suo bordo e anche all’esterno, spingendosi talvolta così lontano da non riuscire più a fare ritorno. Tuttavia, con la loro capacità visionaria, riescono a smuovere in noi percezioni, sensazioni e passioni sopite, dimenticate, oppure fanno germogliare idee.

Abramovic’ si è spinta molto lontano con le sue ricerche, eppure torna sempre da noi, il pubblico, per mostrarci ciò che ha trovato.

Alcuni possono pensare che sia una folle, ma io vi invito a guardare alle sue opere senza preconcetti e pregiudizi. Non c’è bisogno di credere a ogni parola che dice, a ogni immagine che ci propone. I suoi sono concetti e possiamo eliminare molti elementi dalle sue performance. Però provate a lasciarvi andare e a coglierne l’essenza.

Allora qualcosa cambierà.

Buona visione.

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