RECENSIONE: MORGANA – L’UOMO RICCO SONO IO

di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, Mondadori, 2021

Non vedevo l’ora di recensire questo libro, nonostante la vergogna. Sì, perché in casa ho la prima “Morgana”, ma non l’ho ancora letta! Cosa mi ha indotta a cominciare dalla seconda? Naturalmente il messaggio sotteso: l’abbattimento di uno degli ultimi tabù legati a “ciò che le donne possono fare”, ovvero: guadagnarsi il proprio denaro e andarne fiere.

Da che mondo è mondo, infatti, la donna viene vista come colei che studia, entra nel mondo del lavoro, si sposa (o va a convivere), mette al mondo dei figli (preferibilmente uno solo, visti i tempi grami) e… fine della storia. Si riduce a vivere per le creature, abbandonando il proprio mestiere, la carriera o qualsiasi altra velleità artistica e creativa.

Triste storia, non credete? Perché avere figli non significa che bisogna dedicarsi a loro definitivamente. Qualcuno pretenderebbe mai una cosa simile da un uomo? Niente affatto. È un’ipotesi, se ci pensate bene, improponibile. Invece, come si è visto anche durante la pandemia, è stato il 90% delle donne a perdere il proprio posto di lavoro, e solo il 10% degli uomini. Perché? Perché ancora oggi (nel XXI secolo!) ci si aspetta che siano proprio le madri a occuparsi dei figli, sotto ogni aspetto.

Ma è davvero accettabile?

No, affatto. Non lo è per la mia generazione (1979) e men che meno per quella delle mie quattro nipoti che, mi auguro, continuino la battaglia che stiamo conducendo noi oggi. Una battaglia assurda, se ci pensate bene, perché stiamo parlando di uno stile di vita equo, che dovrebbe essere naturale e ovvio. Vi faccio uno schema per capire meglio e per comodità mi riferirò alla cosiddetta coppia tradizionale, composta da una donna e da un uomo con figlio/a, ben consapevole della presenza di coppie arcobaleno e senza figli (per scelta o meno):

  • Lei e lui lavorano;
  • Lei e lui pagano l’affitto, le tasse e le spese dell’appartamento/casa in cui vivono;
  • Lei resta incinta continuando, nella maggior parte dei casi, a lavorare fino al giorno prima del parto, mentre lui lavora prima, durante e dopo, anche perché in Italia non abbiamo il congedo parentale previsto in molti Paesi virtuosi, come quelli Scandinavi;
  • Lei resta a casa per qualche mese, in modo da potersi occupare del bambino/a, mentre lui continua a lavorare, ma appena torna a casa, aiuta la sua compagna, visto e considerato che, nella maggioranza dei casi, le reti familiari si sono talmente sfilacciate che le puerpere hanno ben pochi aiuti (o zero) durante i primi mesi con il proprio/a bebè;
  • Quando il bambino/a inizia a frequentare l’asilo, lei torna a lavorare, mentre lui non ha mai smesso;
  • Spesso lei torna al lavoro con il part-time, ma appena terminato, deve correre a riprendere il figlio/a all’asilo e occuparsene, mentre lui torna alla solita ora a casa;
  • Se il bambino/a si ammala, i genitori decidono di occuparsene in modo egualitario: una volta sarà lui a restare a casa con il bambino, la volta seguente lo farà lei;
  • Se lei e lui hanno altre passioni e progetti extra-lavorativi, si accordano per occuparsene in modo equo;
  • In casa tutti e due si occupano delle faccende domestiche in modo paritario;
  • Entrambi continuano a pagare le tasse e la spesa congiuntamente.

Al netto del problema relativo all’assenza di un congedo parentale da parte del padre, cosa rileviamo? Che se lo schema venisse applicato in ogni famiglia, bene o male avremmo un equilibrio delle parti.

Qualche uomo, mi ha fatto spesso notare che, però, è l’uomo a portare a casa l’introito economico maggiore, perché di norma è lui ad avere un lavoro più remunerativo, ad essere pagato di più (in quanto uomo) e quindi c’è una disparità netta nei riguardi della compagna che, dopo la nascita del figlio, inizia a lavorare di meno e quindi a portare meno soldi a casa.

Attenzione: se la compagna avesse la stessa opportunità dell’uomo, di fare carriera, siamo proprio sicuri che continuerebbe a guadagnare di meno, rispetto all’uomo? La risposta è no. Inoltre, se è lei ad andare a prendere il figlio all’asilo dopo aver terminato di lavorare, e a occuparsene per altre quattro, o sei ore, prima del ritorno del compagno a casa, possiamo davvero affermare che lei lavori part-time? Ma poi, voi li avete visti i padri che trascorrono i primi mesi a casa col bebè h24? Io no. E quelli che dicono alla compagna: no guarda, il part-time lo richiedo io, tu ritorna al lavoro full-time: “Sarò io ad andare a prendere il bambino/a all’asilo e a occuparmene”? No, nemmeno quelli…

Insomma, bando alle ipocrisie e alle congetture. Se noi donne ci battiamo per avere pari diritti e opportunità, è perché sappiamo chi siamo, quanto valiamo e siamo perfettamente consapevoli del fatto che questa culturale maschilista e patriarcale è giunta al capolinea. Senza nulla togliere al valore dell’uomo -che ha la stessa importanza di quello della donna- c’è bisogno proprio di uno schema come quello che vi ho presentato, con tutti i miglioramenti del caso già delineati, e perché no? Molti altri ancora. Se esiste una giustizia universale, ve lo dico chiaramente: noi donne dovremmo venire portate sul palmo di una mano, perché per millenni siamo rimaste sotto, sotto a tutto e a tutti. Schiacciate dalla morale religiosa, dalle leggi, costrette a fungere da incubatrici senza diritti sui nostri figli/e, a camminare a capo chino, a usare mille sotterfugi per avere una boccata di aria fresca, di libertà, ma sempre con una percezione di un terrore di sottofondo, perché guai a essere scoperte. Siamo state degli oggetti che passavano dalla mano del padre a quella del marito, per finire poi in quella dei figli maschi. Siamo state (e siamo) oggetto di persecuzioni e violenze, stalking e critiche feroci che, guarda caso, ai maschi non verrebbero mai rivolte.

Insomma: basta! Basta! Basta!

Adesso vogliamo i nostri diritti, senza se e senza ma, anche perché non si tratta di richieste straordinarie, ma ordinarie e imbarazzanti per la loro semplicità che, tuttavia, ancora non viene messa in atto!

E allora ben vengano libri come questo, dove si presentano delle vere e proprie icone di empowerment femminile, donne che sono riuscite a spuntare tutti (o la maggior parte) i loro sogni e che rappresentano uno stimolo continuo per tutte noi. Chi sono?

  • Oprah Winfrey
  • Nadia Comǎneci
  • Francesca Sanna Sulis
  • J.K. Rowling
  • Helena Rubinstein
  • Angela Merkel
  • Veuve Clicquot
  • Beyoncé
  • Chiara Lubich
  • Asia Argento

La maggior parte di loro ha sofferto pene indicibili e/o è nata in epoche talmente ostili all’indipendenza economica femminile che possiamo affermarlo con certezza: sono state capaci di compiere un miracolo, qualcosa di oggettivamente impossibile. Invece ci sono riuscite, e lo hanno fatto partendo, talvolta, da condizioni così difficili, da famiglie e società talmente crudeli e violente, che oggi riteniamo impensabile, sovrumano, un simile successo.

Invece si può arrivare dove si vuole.

Questo è il messaggio che deve restare impresso nelle nostre menti e, a maggior ragione, in quelle delle nuove generazioni.

Noi arriviamo dove vogliamo. Magari ci vorranno anni. Magari troveremo lungo il percorso gli orchi, i mostri, i nostri carcerieri, ma se abbiamo l’intenzione, se la nutriamo quotidianamente, usciremo dalle gabbie che ci hanno costruito intorno. Lo faremo perché è un nostro diritto e perché l’ora è arrivata da un bel pezzo.

Quindi, mi auguro che in tante di voi leggano questo libro, e che lo facciano anche i maschi. Io l’ho letto a voce alta con mio figlio -certo saltando le parti intrise di maggior violenza, perché bisogna sempre tenere a mente come veicolare i messaggi, ai bambini a seconda della loro età- proprio perché è essenziale che anche i maschi della generazione che ha appena aperto gli occhi sul mondo, conosca il valore delle donne e i loro diritti, oltre che quelli degli uomini.

N:B Questo è il primo libro in cui ho trovato l’uso dello schwa: Ə, un fonema di inclusione adottato per parlare a femmine, maschi e agli altri, ovvero a tutti coloro che non si ritrovano nel genere binario. Uso questo fonema nelle mie comunicazioni social quando voglio invitare le persone a un evento o incontro letterario e culturale, e lo trovo molto pratico. Non mi ha dato alcun fastidio, nel corso della lettura e, mentre rileggevo questo post, avrei voluto adottarlo per comodità (anziché scrivere figli/e, per esempio), ma per il momento lo uso moderatamente.

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Appunti dall’incontro con il filosofo Massimo Cacciari sul tema “La nave dei folli. L’immagine della follia nell’Umanesimo”


Presso il Kulturni Dom di Gorizia, in data 23 ottobre 2021

Il tema della follia nell’Umanesimo è vastissimo. Le immagini della follia, come quella che vedete alle mie spalle, sono numerosissime.

Vedremo che queste immagini non sono relegabili solo a questa epoca, ma che irromperanno anche in questo attuale periodo storico.

C’è un dibattito dunque ampio e anche tragico, perché anche per il tema della follia, l’Umanesimo è un periodo in cui, con grande realismo e disincanto, gli autori affrontano fattori tragici (come il delirio e la follia) del loro tempo. Questi temi entrano in conflitto e in contraddizione con le altre materie dell’Umanesimo, più luminose e armoniose.

È istruttivo vedere come non si relegasse la follia in una casa matta: la follia è in relazione al nostro essere quotidiano, anche presso persone apparentemente razionali. Non c’è separazione: di qua razionalità e di là follia. Anzi, l’Umanesimo tragico indica che la nostra natura è vista -come scrisse Leon Battista Alberti, il grande architetto- come l’incurabilis homo. L’uomo non è curabile, ma è ontologicamente insano perché, tra tutti gli esseri, lui cerca sempre di andare oltre a sé, non è mai sazio, è infermissimus, non sta mai fermo. È e non è una follia, questa? Ho chiamato il mio saggio “La mente inquieta” per questo.

Einaudi, 2019

Lucrezio diceva della mente che era impiger, ovvero mai pigra. “La mente arriva e poi va sempre oltre”, motto di Carlo V. e non è insano, questo? Salute è, dunque, essere quieti.

Questa follia comporta spesso la violenza, perché questo andare sempre oltre, non rende l’uomo violento? Dove sta il confine tra questa volontà di trascenderci e il voler sempre andare oltre? Dove poniamo il confine? È molto difficile.

Vogliamo costantemente fare, creare.

È una stessa linfa, dice Alberti, da cui si produce la grande opera del genio e la violenza.  E quindi, che fatica discernere, prendere una via anziché l’altra, perché la linfa è la stessa. E questa è follia, insana, non essere mai sani, in salute. Quindi vi è una inguaribile inquietudine dell’essere.

Il primo aspetto generale su cui proiettare tutto ciò che dirò: vi è un’ontologica insania dell’essere. Può darsi che in India non sia così, né in Cina, ma da noi in Occidente è così.

Questo è lo sfondo. E comporta che noi ogni giorno dobbiamo interrogarci e chiederci: la mia insania e follia procede in senso buono? Mi dà energie per cui creo opere buone ed edifico? O procede invece nel senso della violenza, della prepotenza, dell’imporsi del mio essere? Scelgo l’armonia -collegare, misurare le cose insieme- o deliro, divoro? La mia insania procede nel senso del donare o del prendere? Perché l’energia, lo ripeto, è la stessa, che fa in modo che trascendiamo lo stato in cui siamo. E noi dobbiamo cercare, ammesso che siamo liberi, di deciderci per una via o per un’altra.

E Machiavelli dice: quasi sempre decidiamo per la pessima via. E divoriamo tutto. Divoriamo la natura (Alberti), denaturiamo la natura, perché la deprediamo, ma con lo stesso sistema deprediamo anche gli altri uomini, li usiamo come cose. E non dovremmo fare né l’una, né l’altra cosa. Ma l’uomo lo fa sempre e perché?

  1. Risposta naturalista e laica, tendenzialmente ateistica. Ce la forniscono Alberti e Machiavelli. “La natura dell’uomo è captiva (prigioniera)”, Machiavelli. Tu sei prigioniero delle tue passioni, dei tuoi affetti, ma principalmente della filopsichia (amore per la propria anima). Curiamo soltanto il nostro interesse, ciecamente, perché questo comporta entrare in lotta col prossimo. Siamo captivi, ed è arduo liberarsi di questa natura, entrare ai ferri corti con questa passione di sé. L’amore per sé è cieco, perché la ragione dovrebbe farti capire che è l’armonia, la via giusta per star bene tu e gli altri. Ma guai a dire a questi prigionieri che sono cattivi: non è una loro colpa. Essi sono prigionieri, è la loro natura. Possono liberarsene? Sì, c’è la possibilità di uscire da questa caverna egotica.

La caverna rimanda ovviamente alla metafora platonica, dove ci sono uomini reclusi in una caverna che credono che le ombre (oggi la tv) sono la realtà. Ma possono uscirne, ammesso che siano liberi.

E come fanno a uscire?

  • Ci sono coloro, tra noi, che scelgono le naviculae (i libri, i testi dei grandi filosofi nel passato, la cultura, lo studio, ecc) che ci permettono di farci attraversare il fiume-vita. Quindi siamo tutti insani, ma ci sono quelli che scelgono le naviculae. Che li porta all’ateismo. Poi, dopo la morte, si vedrà. Tra di essi si trovano gli artisti, che non sono soltanto i grandi, gli architetti, i pittori e gli scultori, ma anche, semplicemente, coloro che hanno compiuto l’opera della loro vita;
  • Poi ci sono quelli che si gettano nel fiume-vita, annaspano, e sono i “tiepidi”. Costoro sono i folli, quelli che sono sopravvissuti a metà. Gli accidiosi, direbbe Dante, quelli che non hanno fatto parte di niente, ma che si ritenevano saggi. Invece sono dei folli;
  • Infine vi sono i peggiori, quelli che per sopravvivere si aggrappano a coloro che nuotano. Costoro sono coloro che sfruttano il prossimo.

Siamo tutti nel fiume-vita, ma ci sono queste tre categorie, tra di noi.

2. Risposta teologica. Certo che l’uomo appare incurabile, insano. Certo che dimostra questa filopsichia, i vizi, la cupidigia (avarizia, invidia, lussuria, ecc), ma ciò dipende non dal fatto che la nostra natura è vulnerata (atteggiamento ateistico), ma che la nostra natura ha peccato. C’è un peccato originale. Ma questo, si dirà, è stato risarcito da Gesù. No! Ci ha messo nella condizione di superare il peccato originale, ma soltanto se diventi veramente cristiano, allora sì. Cisto ti ha reso possibile la liberazione dal peccato, ovvero dalle follie. Se tu imiti Cristo, se santifichi la tua vita, ecco che ti potrai liberare.

La prima è una risposta che non ti salva: ti consente di morire, e che la morte abbia il tuo nome, che sia tu a compiere l’opera della tua vita attraverso lo studio e l’applicazione.

Nella seconda risposta, invece, ti viene offerta la liberazione attraverso la religione. È una prospettiva salvifica. La morte è la tua morte, ma anche transito all’immortalità.

Quindi sono due dimensioni rinascimentali che si contraddicono, ma coesistono in epoca umanistica. La nostra insania si radica nella storia del peccato e comporta la possibilità della redenzione, perché il Cristo è venuto tra di noi, e quindi la speranza è certa, secondo i cristiani.

Possiamo articolare le due prospettive ancora di più: cosa aggiunge Machiavelli nella prospettiva naturalistica? Che a volte, nella nostra vita, impazzire è necessario. Cioè, quando la situazione è disperata, quando tu vedi addirittura con occhio profetico che il tuo Paese, la tua patria vanno in rovina, devi cercare degli estremi rimedi, rimedi che sono pazzi. Ne “Il principe”, Machiavelli, per salvare l’Italia, si appella a un capitano di ventura. Follia. Oppure quando Machiavelli, dopo aver demonizzato il Papa per decenni, ipotizza che sia lui a salvare l’Italia. Machiavelli afferma insomma che, quando la situazione è disperata, occorre affrontarla da pazzi. Certi, serve una analisi della situazione a monte, che ci porta a comprendere che la situazione è appunto estrema, ma dopo è necessaria un’azione pazza per modificare lo status quo.

È successo molte volte nella storia: la rivoluzione marxista al tempo della Russia bolscevica, per esempio, fu un’azione folle. Quindi, nella prospettiva naturalistica-ateistica troviamo il “folle volo” (Dante), l’impresa folle, per affrontare una situazione ho analizzato razionalmente come disperata.

Pensiamo anche all’amore. È una follia. Lo dicevano Cavalcanti, Petrarca. È una passione che non ti permette di ragionare. Dante dice che l’amore muove tutto. Vi è l’amore-passione, l’amore-platonico, l’amore-sublimato (con Beatrice nel Paradiso). L’amore che vince l’amore stesso e la passione. Dante lo definisce come sovrumano e per farlo serve una particolare grazia. Il suo amore lo aveva portato proprio nella selva oscura e una grazia lo aveva posto accanto a Virgilio per uscirne, altrimenti Dante sarebbe ancora lì.

Quando amiamo, dunque, siamo folli, e ci vuole una grazia per uscirne. Dobbiamo scomodare la Santissima Vergine per riuscirci, come Dante? Ma la Madre si scomoderà per ciascuno di noi?

Il tema dell’amore è un leitmotiv di tutto l’Umanesimo, perché è follia, mania platonica. C’è una mania divina, c’è una mania umana (l’amore). Ma nell’Umanesimo e nel Rinascimento questa separazione è ardua da mantenere. Platone parla anche della mania divinatoria: ma come distinguere il falso profeta da quello vero? Platone dice: l’oracolo è mania, follia divina. Poi c’è la mania poetica (dell’artista, che viene da Dio), e la mania erotica, e così via. Ma sono tutte doppie queste manie. Come distinguere quelle buone da quelle cattive?

Questo rende drammatico il periodo dell’Umanesimo.

L’immagine che ricorre è la stultifera navis, la nave che porta gli stolti insani. Sempre c’è l’acqua, vicino alla follia. L’acqua sempre mobile, l’acqua marina che è pericolosa di per sé, la navigatio vitae che è sempre pericolosa. Ma la vita è navigazione e va affrontata con la stultifera navis. C’è l’immagine di Bosch che ce la mostra, una nave sulla quale si trova sull’albero della cuccagna, dunque un carnevale oscuro, perché i presenti sulla nave ballano, bevono, badano a soddisfare solo la loro cupidigia.

C’è anche un altro dipinto di Bosch, con il carro di fieno. Il carro porta il fieno n gran quantità e noi captivi lottiamo tra di noi per cercare di arraffare questo fieno il più possibile. Dietro al carro, cavalieri e papi che seguono. In cima al carro un angelo e un demone che si contendono le anime. E più lontano, molto più lontano, Gesù.

Sono tutte immagini apocalittiche, eppure sono immagini sentite come vicine, all’epoca. Lutero, un anno dopo affigge le sue tesi e inizia il grande sconvolgimento religioso, culturale e scientifico in tutta l’Europa.

Il Rinascimento è un periodo di crisi. Quando osservate le opere di Michelangelo, pensate a tutto ciò.

Erasmo da Rotterdam cerca una soluzione a tutti questi dilemmi attraverso “L’elogio della follia”. Consa tenta di fare, di fronte all’Apocalisse? Anzitutto cerca di prendere le distanze da tutte queste immagini apocalittiche. Dice che l’uomo non solo è folle, ma in realtà la sua follia è anche ironia, cosa buona. Grazie alla follia noi possiamo non vedere i nostri limiti, non disperare (mentre dovremmo disperare per le malattie, la morte, ecc), ma la follia è buona con noi, è consolante. La follia è anche una ragionevole insania. Il discorso è ironico, ma è in contraddizione con le immagini più cupe della nostra insania, che ci vengono da Alberti, Machiavelli, Bosch e Brandt. La follia può essere dunque ragionevole, ci dice la verità sul nostro essere, e giungiamo al fool shakesperiano, soprattutto il fool dell’Amleto. Quando Amleto scopre il cranio del burlone nel cimitero, il fool dice la verità proprio per indurre a vedere la verità del nostro essere, in modo da poterla controbattere. Non lo fa con crudeltà, ma con ironia, affinché tu veda la tua follia e te ne possa curare.

Questa ironia di Erasmo, come può valere laddove tutto diventa mare mosso e la terraferma non c’è da nessuna parte?

Ed ecco Lutero, che se la prende con Erasmo: l’uomo è naturalmente insano e solo la fede in Cristo potrà salvare, non la tua ragionevole follia. Cosa andate in cerca voi umanisti di naviculae, di follia? Non vedi che la tua volontà non ha la potenza di liberarti da quella stultifera navis?

Le due opere, di Erasmo e di Lutero, segnano la fine di ogni speranza di pace. Diventano il fallimento del Rinascimento e dell’Umanesimo.

Fino a quel momento, le due prospettive si erano confrontate. Qui si arriva all’aut aut. Questa è la tragedia dell’Umanesimo.

Ma, direbbe Erasmo, anche Cristo è folle! Vi pare poca follia un Dio che rinuncia alla propria divinità, si fa uomo e muore sulla croce per liberare l’umanità? Non è, questa, una divina follia?

Lutero avrebbe risposto: è la follia di San Paolo. Soltanto se tu diventerai folle di questa follia, potrai salvarti dalla follia. L’unica follia che potrà vincere tutte le altre follie. Dunque solo se sarai superfolle, potrai andare oltre a tutte le altre follie. Una follia attiva, Erasmo: è Dio che vuole liberamente svuotarsi della sua follia, ed è Cristo che sale sulla croce liberamente. Non lo fa da captivo, lo fa di sua spontanea volontà.

Ecco la differenza: la follia del cristiano è attiva. Voglio svuotarmi di cupidigia, di passioni, ecc, mentre le altre sono serve, passive follie.

Domande e risposte dal pubblico:

D: Dove sfocia il fiume-vita?

R: Nella concezione albertiana, è un fiume che passa da una sponda all’altra. È un transitus. Secondo i cristiani si giunge a una foce, che porta a un transitus verso l’immortalità.

D: Pensando alla follia di San Francesco e poi a quella di Erasmo, quale fu la posizione della Chiesa?

R: La curia romana mise all’indice le opere di Erasmo, ma lui rimase sempre dentro alla Chiesa Cattolica. San Francesco era folle a modo suo, pensava alla follia divina che ti spoglia di tutto e ti fa amare l’altissima paupertas, che alla follia umana appare come una orribile paupertas. Cosa appare, infatti, più orrido dell’essere poveri?

D: Il coraggio è una via di uscita?

R: Lo è. Ci vogliono virtù e coraggio per affrontare i bivi e mettersi sul cammino. Bisogna ance riconoscere che non c’è nessuna superbia nel concetto di virtù umanistica. Tutti siamo dentro quel fiume, dobbiamo riconoscere la follia altrui, perché noi non ne siamo immuni. Dove è il confine tra me e loro? Non c’è. E la strada la costruisci andando. Ci vuole virtus, senza superbia.

D: Quali sono, a suo avviso, gli strumenti che ci aiutano a uscire da questo essere captivi, oltre alle naviculae?

R: Le naviculae, le virtù, la saggezza. Non è come andare a un tavolo con un rinfresco e scegliere tutto quello che si vuole. Bisogna selezionare. E bisogna essere compassionevoli nei riguardi dei captivi e dei folli. L’atteggiamento dell’umanista è questo, perché sa che costoro diventano tali per ignoranza, paura, disperazione, non soltanto per una loro volontà crudele. E allora bisogna offrire anche dei metodi per risolvere quelle situazioni.

D: Quali sono le follie odierne, rispetto a quelle del Cinquecento?

R: E’ tutto uguale, a parte la coscienza che abbiamo oggi e gli strumenti che abbiamo per affrontarli. La nostra natura non è cambiata, anzi, siamo sempre captivi, ne facciamo esperienza quotidianamente, e lottiamo per liberarcene ogni giorno. L’Umanesimo è uno specchio anamorfico: ci vediamo tutti stiracchiati, mostruosi, uguali ai folli di allora. Ci serve però per riflettere. Ma la gente legge poco per evitare questo specchiamento. L’ignoranza protegge. È una virtù, in qualche modo. Andare con la corrente, non pensare.

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RECENSIONE: LA MATEMATICA E’ POLITICA DI CHIARA VALERIO

Einaudi, 2021

pamphlet ‹pãflè› s. m., fr. [dall’ingl. pamphlet ‹pä′mflit› «opuscolo», a sua volta dall’ant. fr. Pamphilet, titolo pop. della commedia lat. in versi Pamphilus seu de amore, del sec. 12°; nel sec. 18° acquistò, in Francia, il sign. odierno]. – Libello, breve scritto di carattere polemico o satirico.

Fonte: Treccani

Chiara Valerio è una scrittrice ed è la responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio. Lavora su Rai Radio3 e collabora con diverse riviste. Ha studiato e insegnato matematica per molti anni e ha un dottorato di ricerca in calcolo delle probabilità. Per quanto mi riguarda, è soprattutto un’influencer culturale che, sul suo profilo Instagram (slaterpins), oltre a mostrare una peculiare passione per i gatti e le suore, propone immagini, frasi, citazioni e stories che fanno riflettere. E tutti noi abbiamo bisogno di riflettere. Meglio ancora, scendere dalla ruota del criceto che corre ininterrottamente, dalla mattina alla sera, sederci e riflettere. Su cosa? Per esempio sulla matematica. E se ve lo dice una di quelle che, a scuola e all’università, si è sempre gettata con ardore nelle materie umanistiche, scansando quelle Stem come la peste, un motivo c’è. Anzi, a dire il vero i motivi sono tanti.

Anzitutto, Valerio ci dimostra che non è vero, come credevo io stessa, che esistano persone incapaci di capire la matematica. Per affrontarla serve semplicemente tanto studio, tanta dedizione, come per qualsiasi altra materia. In secondo luogo, la matematica insegna non soltanto a ragionare e a trovare soluzioni pratiche al supermercato o al momento di riempire una valigia, ma ci trasmette anche un’altra informazione utile: “La verità (la soluzione di una equazione) dipende dal contesto. E aggiungo che le verità umane somigliano alle verità matematiche. Sono tutte assolute, e tutte transeunti, dipendono dall’insieme in cui vengono enunciate, dal contesto”.

Soprattutto, la matematica è uno strumento per ampliare il ragionamento, e pertanto ci spalanca le porte del confronto con la politica, con la democrazia. E qui, Valerio ci guida, novella Virgilio, alla scoperta delle chiavi che aprono porte inedite, nell’analisi della politica.

E se proprio non volete andare così oltre, toccare vette intellettuali così alte (che poi non è proprio così, perché ognuno di noi vive immerso nella politica, volente o nolente), sappiate che la matematica ci offre anche una chiave di lettura interessante sul rapporto con i nostri bambini, o con quelli degli altri (mi riferisco ai maestri, ai professori, alle baby-sitter, ai nonni, ecc): “Io non credo all’intrattenimento dei bambini. E nemmeno alla letteratura d’intrattenimento. Io penso che l’unica difesa dalla dittatura dell’intrattenimento sia la lettura […]. Il lettore, come chi studia matematica e in generale chi studia, è capace di stare da solo. Chi sta da solo è politicamente complesso perché non deve essere intrattenuto. Chi sta da solo si intrattiene a solo, con i propri modi e i propri tempi, sfugge alla dittatura. La dittatura dell’intrattenimento è un’altra forma di negazione del tempo”.

Insomma, ce n’è per tutti, e la parte dedicata al rapporto dell’autrice con i suoi docenti, non ve la accenno nemmeno, dovete scoprirla e goderne da soli.

Questo libro è un pamphlet, è piccolo, ha solo 105 pagine, ma è capace di aprire la mente. Leggetelo e regalatelo, vi ringrazierete e sarete ringraziati.

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RECENSIONE: “NEGLI ABISSI LUMINOSI- Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica” di Angelo Tonelli

Feltrinelli, 2021

A scuola, o nei saggi, ci è stato insegnato che gli antichi greci dividevano il mondo tra ciò che è apollineo e ciò che è dionisiaco, laddove, nel primo caso, si trovavano tutti i fenomeni legati all’ordine, alla bellezza e alla forma, mentre nel secondo, l’irrazionale, l’ebbrezza, l’estatico. Il grecista Angelo Tonelli, con questo poderoso saggio di recentissima uscita, spariglia le carte e, fonti alla mano, ci dimostra che i nostri nobili antenati non erano così polarizzati come si crede, anzi: il dio Apollo era anche profetico, e Dioniso contemplativo.

Con buona pace di certi accademici arroccati nelle loro torri di avorio, ho fatto questo viaggio nell’antica Grecia e ne sono uscita con la consapevolezza di quanto ci sia ancora da scavare in questa realtà (e in quelle vicine, come la mia, Slava). Dunque si tratta di un libro molto prezioso, e di facile comprensione anche per coloro che non sono avvezzi a termini come noûs e holos.

Cosa ci indicano queste nuove prese di coscienza, iniziate già con gli studi del grande Colli, professore di Tonelli dai tempi della Normale di Pisa? Che ci può essere una ricomposizione dell’unità interiore e collettiva, che nel corso dei secoli è stata frammentata da una visione meccanicistica della realtà, che ci ha portati a perdere la connessione armoniosa con il cosmo. E come è accaduto? Attraverso la conclusione delle esperienze iniziatiche e sapienziali presenti sul territorio greco e magnogreco, le cui origini si trovano nelle civiltà eurasiatiche.

A dimostrazione di un antico contatto tra il mondo greco e quello delle popolazioni orientali. Con diverse sorprese: il mondo estatico e sciamanico non era ad appannaggio esclusivamente maschile, ma anche femminile, se non originariamente femminile. A oggi conosciamo i nomi di iniziate e sagge antiche come Diotima, maestra di Socrate, Saffo, poetessa orfica e guida spirituale di un tiaso dedicato alla dea Afrodite. Vi erano poi le cerchie iniziatiche femminili: le Baccanti, sciamane di Dioniso e le Pizie, sciamane profetiche delfiche. Per non parlare delle festività condotte principalmente dalle donne: Afrodisie, Agrionie, Alee, Anteforie, Artemisie, Brauronie, e così via. Tutti rimandi a un tempo arcaico, molto più antico di quello greco e al patriarcato, dunque al matriarcato studiato da Bachofen, Gimbutas, Goettner-Abendroth e Straube.

E allora in cosa consistono gli “oscuri” nomi greci citati sopra? Sono termini che fanno parte del nostro quotidiano, ma non li sappiamo riconoscere: il noûs è il Sé junghiano, e noi lo leggiamo spesso tradotto come ‘intelletto’, ma per i sapienti greci -come Parmenide, Platone e i Neoplatonici- è la facoltà centrale. Tonelli lo traduce come ‘intuizione’, si tratta dunque di una dimensione della nostra interiorità che è sia razionale, sia istintuale. Plutarco lo definiva il galleggiante, quella parte di noi che, quando ci sentiamo agitati dalle tempeste emozionali o mentali, rappresenta una sorta di boa, situata negli abissi luminosi della nostra interiorità. Una parte essenziale della nostra capacità di restare a galla in ogni circostanza, o meglio, lo è per l’iniziato, non per il profano, incapace di connettersi a esso. Si comprende quanto sia importante la ripresa di una connessione con questo Sé?

Holos, forse è un termine di più semplice comprensione: rimanda infatti a una parola usata, quasi abusata nei nostri tempi, ovvero olistico. Il termine nasce nel “Carmide”, dove Platone contrappone la guarigione che si occupa dell’holos, dell’intero al metodo più razionalistico della medicina greca. L’olistico cura perché prende in questione l’individuo nella sua interezza. Il metodo di cura è vario: c’è l’uso della parola, della trance indotta dalla musica (Coribantismo) e così via.

Colpisce la cura delle ricerche del Prof. Tonelli, in quanto anche per la scelta degli strumenti sciamanici, capaci di indurre la trance, vi sono delle differenze notevoli: nelle “Baccanti” di Euripide si parla del tamburo e del flauto. Il tamburo è il classico strumento della trance sciamanica, quasi in ogni parte del mondo, e agisce più nella dimensione viscerale, terrigna del nostro sistema corporeo, mentre il flauto ci prende a un livello più alto. Volendo parlare in termini di chakra, il tamburo lavora più nella dimensione del Muladara, mentre il flauto sui chakra più alti. Curiosamente troviamo la combinazione delle due sonorità nella Taranta e nei suoi riti di guarigione. Insomma, la danza e la musica facilitano la trance ed essa facilita la guarigione, perché ci rimette in contatto con la natura e il noûs.

Leggere questo saggio farà riemergere in noi davvero molte intuizioni e la presa di coscienza sarà facilitata anche dall’incontro e dalla conoscenza di grandi sciamani e sapienti del passato come Pitagora, Epimenide, Abaris, Ermotimo, Aristea e Zalmoxis.

Non c’è altro da dire se non: buon viaggio negli “abissi luminosi”.

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RECENSIONE: “TROVERAI PIU’ NEI BOSCHI” DI FRANCESCO BOER

Il Saggiatore, 2021

Se avessi avuto tra le mani il manuale di Francesco Boer nel corso del lockdown che tutti abbiamo vissuto lo scorso anno, probabilmente avrei percepito una minore mancanza del contatto con la natura, rispetto a quello che ho sentito allora. Non soltanto il libro sembra un erbario, arricchito com’è da finissime illustrazioni di piante, fiori, insetti e animali, ma è una vera e propria enciclopedia portatile del perfetto naturalista. Un testo compatto, che sta in una mano aperta e, se chiudi gli occhi puoi immaginarti, immersa in una foresta, o seduta sull’argine di un fiume, intenta a contemplare la meraviglia intorno a te, tenendo il libro aperto sulla pagina in cui Boer descrive il suono di un gufo, o il volo elegante di una libellula. E non solo.

Il coinvolgimento, la vicinanza che si prova, mentre si legge “Troverai più nei boschi” deriva dalla stratificazione della lettura, che può essere fatta passeggiando e osservando, ma anche riflettendo a fondo sui simboli che la natura ci pone davanti agli occhi quotidianamente. E cosa sono i simboli? Forse alcuni lettori resteranno sorpresi dal vero significato del termine, che deriva dal greco, symbàllein, ovvero “mettere insieme”. Nell’antica Grecia si usava spezzare in due parti un oggetto -una moneta, o una tessera- e ogni persona conservava una parte. Al momento del ritrovo, per riconoscersi, magari dopo anni di lontananza, si avvicinavano i due pezzi e questo faceva sì che non ci si potesse sbagliare. È la metafora di una relazione. Proprio la relazione che abbiamo avuto, fin dall’alba dell’umanità, con la natura, ma che a causa delle culture che si sono succedute nel tempo, dell’avanzare dell’industria e della tecnologia, il sorgere dei supermercati e dei centri commerciali, dei social e degli smartphome, abbiamo sfilacciato, fino quasi ad annientare.

A ciascuno di noi capita di provare l’impulso di uscire a fare una passeggiata nel bosco addomesticato da abili giardinieri urbani, o al mare, su spiagge linde e costellate di ombrelloni, ma ognuno di noi è consapevole di quanto il suo sguardo sia limitato, in quegli orizzonti. Certo calpesteremo l’erba (con le scarpe) e contempleremo il mare (entrandovi muniti di costume da bagno), ma è nulla in confronto alla relazione con la natura che ci siamo lasciati alle spalle. Abbiamo perduto la metà della nostra moneta.

“La consapevolezza dei simboli serve anche a questo: capire il coinvolgimento della nostra anima con ciò che ci circonda, ci permette di goderne la poesia, senza però sovrapporla al mondo, senza confondere significato e segno, e incappare così nelle trappole di un letteralismo deleterio”.

Ecco come l’autore ci guida nella riscoperta della natura da un punto di vista percettivo, scevro da condizionamenti culturali e urbanizzati. Non è una comunicazione pedagogica e verticale. Boer si mette al nostro fianco, come un compagno di avventura e ci indica frontalmente e orizzontalmente tutto quanto possiamo ri-scoprire dei boschi, degli stagni, dei laghi, delle colline. È come tornare a ritroso nel tempo, quando vivevamo tutti immersi nella natura e ne eravamo dipendenti, nel bene e nel male. Quando lei ci forniva direttamente tutto ciò che ci serviva per mangiare.

“Saper accettare la generosità del bosco, e mantenere al tempo stesso la moderazione: è un equilibrio difficile, cercarlo è un importante insegnamento”.

Non è un ritorno al primitivismo, il sogno di una vita arcadica, perché non possiamo tornare indietro nel tempo, ma abbiamo la possibilità di raccogliere con gratitudine i doni che lei ancora ci elargisce a piene mani. Dalle piante e i funghi commestibili alla pace dell’anima.

“Le acque del lago sono così calme che riescono a tramutarsi in uno specchio. È come la mente, quando placa le brame e le ossessioni, e risolve le paure che la attanagliano: allora riesce a riflettere senza più ombre o distorsioni”.

In questo lungo presente pandemico, il distacco con la natura sembra essersi fatto ancora più profondo. Qualcuno potrebbe pensare che è proprio a causa sua che il Covid-19 si è diffuso, e quindi potrebbe percepirla come una nemica. La realtà, purtroppo, è più dura da accettare, dal momento che la natura esiste da milioni di anni, ci ha sfamati e ha offerto legna per scaldarci, piante e animali per coprirci, ma anziché esserne grati e coesistere in maniera armoniosa, abbiamo deciso di sfruttarla, fino allo sfinimento. La natura non è una matrigna, bensì un’ecosistema equilibrato, ma se l’uomo lo modifica, deve aspettarsi delle reazioni che non provengono da una dea furibonda e devastatrice, bensì da un effetto boomerang.

È l’uomo la ragione della sua stessa sofferenza.

C’è una possibilità di redenzione? Sì, e Boer ce la indica nel modo più semplice e autodeterminante possibile. Prendere atto degli errori compiuti e cominciare daccapo, affrontando la vita in modo consono, ovvero diventando parte cosciente dell’ecosistema della natura, affiancandoci alle piante e agli animali come fratelli e sorelle, e non come dominatori ed entità superiori. La lezione della pandemia è stata chiara, l’effetto boomerang è stato compreso. Ora possiamo immergerci nuovamente tra le fronde dei boschi e nuotare in un lago alla ricerca del pezzo mancante della nostra tessera.

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Nuovo articolo sullo stato dell’Artigianato a Gorizia oggi

Sono lieta di rimandarvi a questo link: https://www.guardareoltrego.com/artigianato-di-gorizia-oggi-20-aprile-2021/20/04/2021/ dove ho scritto un articolo in merito allo stato attuale dell’artigianato nella mia città.

In passato, ho studiato tutte le tecniche pittoriche presso la bottega di un artista e per sei anni ho frequentato la Fondazione Scuola di Merletti, realizzando quadri e creazioni di una bellezza eccelsa. Il merito non è tutto mio, ma delle mie insegnanti e del mio insegnante, grazie ai quali ho la possibilità di mantenere delle tradizioni artigianali che, altrimenti, andrebbero perse.

Tengo profondamente all’artigianato e all’arte, in primis quelli della città in cui risiedo e per la quale mi sto muovendo in ogni direzione, al fine di promuoverne la bellezza, la storia e la tradizione.

Buona lettura!

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Evento on-line per la presentazione della mia Lettera al Premier Draghi e molto altro

Sono molto lieta di invitarvi al mio intervento serale presso Trivenetoblog, con Monica Soldano.

Conducono Serena Pattaro e Roberto Hechich.

Come sapete, ho indetto una petizione per sensibilizzare l’attuale premier sulla condizione delle donne in questi tempi difficili. Anche in questa epoca di emergenza sanitaria, infatti, sono le donne a pagarne le conseguenze economiche e sociali in maniera maggiore, situazione costante nella storia, fin dai tempi antichi, quando, nelle zone del triveneto orientale erano loro a tenere le chiavi di quel mondo di confine tra il mondo razionale e quello magico e trascendente: streghe, krivapete, sciamane hanno fatto spesso le spese della loro sensibilità e della capacità di guardare l’essenziale, invisibile agli occhi dei più.

Vi aspetto quindi stasera alle 21:00 su questo link:

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Lettera al Premier Mario Draghi

Care lettrici e cari lettori,

in questi giorni, mossa dall’indignazione per la situazione farraginosa e inaccettabile nella quale si trovano le donne in generale -dalla pandemia in particolare- ho deciso di scrivere una lettera al nostro Premier per chiedergli di attuare i diritti che ci riguardano sul piano concreto e quotidiano.

Sono e siamo tutte stanche di vivere in un Paese che non rispetta la nostra personalità, i nostri piani di vita e ci costringe ad abbandonare il lavoro, a chiuderci in casa con i figli, a loro volta incatenati allo schermo del computer a causa della D.a.d., oppure a occuparci delle persone fragili della famiglia, o ancora a rinunciare alla formazione e all’università, perché l’economia è crollata.

Nel corso di ogni evento critico dell’umanità, il prezzo più alto è stato pagato dalle donne, come se, sul nostro corpo, dovessero svolgersi tutte le battaglie: politiche, economiche, belliche, sanitarie, familiari, filosofiche e psicologiche.

Non è questo il modo in cui vogliamo vivere.

Ascoltando me stessa e le donne che fanno parte della mia geografia, ho stilato una lista di azioni concrete di cui il nostro governo deve occuparsi immediatamente.

Il link per leggere la lettera e firmare è il seguente:

https://www.change.org/p/premier-mario-draghi-e-governo-italiano-lettera-al-premier-draghi-per-l-attuazione-dei-diritti-delle-donne?recruiter=42994940&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_petition&recruited_by_id=bf402a00-66f7-0130-d618-3c764e048845

Tra un mese invierò la lettera e le firme al Premier Draghi.

Più siamo, più possibilità avremo di emergere sulla scrivania del capo del governo, perciò agiamo compatte e compatti.

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RECENSIONE: “IL RITORNO DELLA GRANDE MADRE” DI GABRIELE LA PORTA

Il Saggiatore, 1997

Gabriele La Porta è stato direttore di Raidue e responsabile del palinsesto notturno delle tre reti televisive Rai, occupandosi principalmente di cultura ed esoterismo. Laureato in filosofia, ha scritto una biografia di Giordano Bruno e ha tradotto le sue opere latine “De umbris idearum” e “Cantus circaeus”. Numerosi i libri scritti successivamente e, a un lettore di passaggio, potrebbe sembrare strano che un signore con queste credenziali si sia occupato della dea primigenia, la Grande Madre, invece essa fu il perno attorno al quale si svolse tutta la sua vita, perché la Dea non è solo un’essenza spirituale, ma anche archetipo e carne, è sorella, madre, nonna. Ed è proprio dal nucleo familiare di La Porta, squisitamente matriarcale, che dobbiamo partire per comprendere la parabola della sua vita.

L’autore nasce a Roma nel 1945 e, per ragioni davvero particolari, ad allattarlo non è sua madre, ma la nonna Carla, con la quale trascorrerà gran parte dell’infanzia, alle pendici del Vesuvio, protetto dalle sue rassicuranti braccia e da quelle della zia, che vive con loro. Fin da bambino, Gabriele è curioso, cerca, indaga, e scopre ben presto di possedere una qualità rara, nella sua epoca, così come in quella di Giordano Bruno e nella nostra. Lui la chiama “brillantanza”. Vede, cioè, al di là quanto gli altri riescono a percepire. E le sue esperienze si fanno, di anno in anno, sempre più peculiari e legate strettamente al mondo femminile e a quello del femminino sacro, che sono in fondo la stessa cosa.

In questo suo saggio, La Porta ci accompagna attraverso una serie di incontri fortuiti, coincidenze (che non sono coincidenze) e illuminazioni, ci fa conoscere grandi ricercatori del passato come Giorgio Colli ed Elemire Zolla, ma soprattutto ci mette davanti a ri-scoperte di figure femminili antiche e contemporanee, che tessono, sia per lui che per noi lettori, un arazzo antico, i cui fili ci riconducono ad antiche reminiscenze, ci scuotono e ci fanno annuire interiormente.

Come la vicenda della guaritrice campana Cornelina, che per salvare un neonato attaccato da un roditore, effettua un rituale talmente delicato, da sembrare anacronistico e fuori luogo, per una donna povera come lei: “Cornelia aveva mostrato a Ninnillo (il fratello maggiore dell’infante) una scatola blu e gli aveva confidato che dentro c’era dipinto il cielo stellato e che le sue facoltà, di cui non si dava spiegazione razionale, derivavano in parte dal cielo blu e in parte dalla sua immaginazione. Lei ‘vedeva’ la parte del corpo, di chi ricorreva alle sue arti, già ‘risanata’. Insomma, si immaginava la guarigione e spesso questa avveniva davvero. Ma senza il cielo blu e il colore blu, lei non poteva nulla”.

Dal mondo contadino della Campania, il libro passa a quello ‘alto’ di ricercatrici e scrittrici come Frances A. Yates, Daniela Palladini e Barbara Alberti, la cui grandezza è evidente a tanti accademici ed altrettanti spettatori della televisione, ma fatica ancora a essere completamente accolta. Perché delle donne, dai tempi delle antiche baccanti, gli uomini hanno ancora tanta paura. Non tutti però. Non Gabriele La Porta, né Giorgio Galli, che da sapiente filosofo e storico contemporaneo ha saputo raccontarne la storia, spesso occultata ai più. Secondo le sue ricerche, tra il 1000 e l’800 a.C., le baccanti fecero parte di un movimento di rivolta femminile -poi passato alla storia con il nome di Amazzoni- che lottò per mantenere l’antico culto della Dea, una società matriarcale egualitaria, e venne stroncato dagli ‘eroi’ dell’antica Grecia, da Ercole fino a Giasone.

Ciclicamente i movimenti femminili ritornano. Fu il caso delle antiche sapienti, delle guaritrici, delle streghe, delle sufraggette, delle femministe. Ogni donna, ancora oggi, in fondo lotta per un ritorno alle origini: il riconoscimento della propria essenza e quindi quello del proprio potere. Perché una donna non è solo Madre, non è solo grembo. Una donna può essere tutto ciò che desidera e, per ottenerlo, e per vivere, compie azioni, scelte e assume comportamenti che spesso terrorizzano gli uomini, così legati al concetto di categorizzazione e ordine.

Di tutto questo Gabriele La Porta è stato consapevole. Lo aveva interiorizzato fin dal latte di Carla e, anziché esserne impaurito, è diventato un Uomo Consapevole, uno di quelli che noi donne del XXI secolo cerchiamo disperatamente. Altrimenti facciamo a meno di qualunque uomo, perché siamo tutte stanche degli uomini-etichetta, della pandemia, della reclusione forzata, della mancanza di lavoro e prospettive, di avere il peso del mondo (e dei bambini) esclusivamente sulle nostre spalle. E allora, una lettura come questa non può che spronarci a raddrizzare la schiena -ancora e ancora- e a lottare per ottenere quello che ci spetta, per vivere apertamente la nostra multiforme essenza femminile e riabbracciare il mondo della Grande Madre. Lo dobbiamo a noi, e alle nostre antenate, fino alle baccanti e alle amazzoni.

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LOU VON SALOME’ NEL XXI SECOLO

Sono lieta di proporvi il mio articolo, pubblicato sulla rivista on-line

Morel, Voci dall’Isola:

Perché c’è bisogno di Lou Von Salomè anche oggi, forse soprattutto oggi.

Onore alla “Vecchia strega di Gottinga”!

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