RECENSIONE: PAPYRUS – L’INFINITO IN UN GIUNCO

di Irene Vallejo, Bompiani, 2021

Come riuscire a condensare la meraviglia e lo stupire destati in un essere umano da un libro, scrivendo una recensione di qualche riga? E’ difficile, non perché sia incapace di usare le parole, ma perché esse hanno un grosso limite: non riescono a contenere la straripante conoscenza, esperienza e Vita della filologa spagnola Irene Vallejo.

E vi dico subito cosa mi ha più stupita: la confessione della sua infanzia, dove si trova un forte contrasto tra l’amore immenso dei suoi genitori e il bullismo scolastico. Un bullismo che l’ha portata a tacere per tanti anni, perché “chi fa la spia non è figlio di Maria” e allora, per sua stessa ammissione, quel mutismo ha avuto come contraltare una comunicazione sfrenata e un immenso flusso di coscienza in età adulta.

Allora mi domando: dovremmo ringraziare quei bulli, per il dono di “Papyrus”? La domanda è lecita, ma io non ho il coraggio di rispondere sì, nonostante sia evidente che una tale capacità narrativa sia scaturita da una motivazione molto forte.

Irene Vallejo ha recuperato il tempo perduto nel silenzio e nell’umiliazione, e lo ha fatto in maniera superba, con una capacità affabulatoria che non ha eguali. Leggo almeno ottanta libri all’anno e non mi sono mai confrontata con nulla di simile.

Il libro ha più di 500 pagine, è corredato da un’ampia bibliografia e narra la storia del libro e delle biblioteche dall’epoca sumera a oggi. È ricchissimo di aneddoti, citazioni bibliografiche e cinematografiche, incursioni nei templi delle Muse odierni, come la Bodleian Library di Oxford.

Cito alcuni passi, il primo inerente alle maledizioni che i bibliotecari scagliavano sui ladri di libri:

“Pensai ai brillanti anatemi scagliati nel corso della storia contro i ladri di libri, testi di oscura invettiva che mi attraggono in modo inspiegabile, forse perché escogitare una maledizione efficace non è da tutti. Un’ipotetica antologia che lo raccogliesse dovrebbe iniziare con le minacciose parole custodite nella biblioteca del monastero di Sant Pere de les Puelles, a Barcellona: “Se qualcuno ruba un libro o lo prende a prestito e non lo restituisce, possa esso mutarsi in una serpe nelle sue mani, e morderlo. Possa egli esser colto da paralisi, e gli si dissecchino tutte le membra. Possa essere travagliato da infiniti tormenti invocando pietà, e la sua pena non cessi finché non si sarà consumato. Possano i vermi divorare le sue viscere, e quando si presenterà al Giudizio Finale, venga scagliato nelle fiamme dell’Inferno che lo consumino per sempre”.

E questo gioiello sulla similitudine tra la scrittura e la tessitura, arte femminile per antonomasia da millenni:

“Eppure, fin dai tempi più remoti le donne hanno raccontato storie, hanno cantato romanze e inanellato versi sedute all’amorevole calore del fuoco. Quand’ero bambina, mia madre dispiegò davanti ai mei occhi l’universo delle storie sussurrate; non fu un caso che lo facesse lei. Nel corso del tempo, il compito di sdipanare di notte la memoria dei racconti è spettato soprattutto alle donne. Sono state le tessitrici del narrato e dell’ordito. Per secoli hanno intessuto storie mentre facevano girare la conocchia o maneggiavano la spola del telaio. Furono loro le prime a plasmare l’universo come maglie di una rete. Annodavano in fila gioie, speranze, angosce, terrori e le più intime convinzioni. Tingevano di tanti colori la monotonia. Intrecciavano verbi, lana, aggettivi e seta. Per questo “testi” e “tessuti” hanno in comune così tante parole: la trama di un racconto, il nodo di un romanzo, il filo della storia, lo scioglimento della narrazione; cavillare; ricamare un discorso; fare un ragionamento senza una grinza; parlare senza fronzoli; tessere una gran trama d’inganni. Per questo gli antichi miti parlano della tela di Penelope; delle tuniche di Nausicaa; dei ricami di Aracne; del filo di Arianna; di quello delle Moire, tessitrici della vita; dei filamenti cuciti dalle Norne; dell’arazzo magico di Sherazade.

Adesso mia madre e io sussurriamo le storie della buona notte a mio figlio. Non sono più la bambina di allora, ma scrivo perché i racconti non finiscano. Scrivo perché non so cucire e nemmeno fare a maglia; non ho mai imparato a ricamare, ma la delicata tessitura delle parole mi affascina. Racconto le mie fantasie raggomitolate tra sogni e ricordi. Mi sento erede di quelle donne che da sempre hanno intessuto e disfatto storie. Scrivo perché non si spezzi il vecchio filo della voce”.

Ed ecco perché scrivo anche io: so lavorare a maglia, ricamare, merlettare, conosco l’uncinetto e la tessitura, eppure l’intreccio delle storie mi ha catturata fin da quando ho iniziato a leggere e restare affascinata da scrittori e scrittrici. Irene Vallejo è un’autrice speciale di cui è impossibile non innamorarsi. A una mia compagna universitaria, la notte prima dell’esame di Storia e Trasmissione dei testi, ho dichiarato: “Voglio sposare Irene Vallejo!”

La mia ammirazione e il mio entusiasmo sono comparabili a quelli che provai la prima volta che lessi “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, perciò non posso che consigliarvi caldamente la lettura e la diffusione di questo preziosissimo papiro contemporaneo, ricordandovi che dovete ringraziare Johannes Gutenberg, se non adesso vi potete portare “Papyrus” a spasso sotto un braccio: se fossimo rimasti ai papiri, a quest’ora dovreste spremervi le meningi per trovare una soluzione al trasporto di un enorme rotolo di una ventina di metri (almeno).

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RECENSIONE: SPECCHIO DELLE MIE BRAME – LA PRIGIONE DELLA BELLEZZA

Einaudi, 2002

Dai, cominciamo bene questa giornata, con una bella recensione al vetriolo…

Perché al vetriolo? Perché ho l’accortezza di evitare di recensire libri che non mi piacciono -ritengo che sia una pratica di buona educazione quella di non infliggere dolore a una collega o a un collega scrittore, che hanno dedicato tempo, dedizione e cura per la loro opera- ma quando trovo testi divisivi, mi sento profondamente stimolata. “Specchio delle mie brame” è divisivo e adesso vi spiegherò perché.

Partiamo dal presupposto che adoro la filosofa Maura Gancitano: da quando la vidi, per la prima volta a Otto e Mezzo, il programma di Lilli Gruber su La7, mi innamorai di lei. Era lì, seduta davanti alla conduttrice, completamente vestita di nero, con i capelli lucidissimi tirati indietro, il viso dalla pelle di porcellana -e non a causa del botox, ma per dono di Madre Natura e la sua dedizione allo skin care- un rossetto appena accennato e questi occhi grandi grandi, che esplorano il mondo, che bramano conoscenza. Avrei scommesso che si trattasse di una figlia di Sophia prima ancora di sentire la sua presentazione!

Negli anni, ho continuato a seguirla, anche attraverso il suo progetto Tlon, condiviso col marito, e trovo spesso spunti molto interessanti, riflessioni che lascio sedimentare e sulle quali torno. Potevo, quindi, lasciar perdere questo libro gioiello, sia per contenuti che per la copertina della straordinaria illustratrice Elisa Seitzinger? Assolutamente no! Anzi, l’ho preordinata, anche per ricevere la cartolina che vedete nell’immagine, in modo da poter ascoltare i podcast della stessa Prof.ssa Gancitano.

E dunque, entriamo nel merito: la filosofa racconta una buona fetta della storia della bellezza, accompagnandola ad esempi di vita vissuta, sua personale, di sua figlia adolescente e di donne famose, come la modella Emily Ratajkowski e l’attrice Demi Moore. Coinvolge moltissimo la lettrice e il lettore, perché induce a riflettere sui mutamenti dello sguardo, sul modo che l’essere umano ha di giudicare la bellezza, mosso soprattutto dal condizionamento dei mass media e dei progetti imprenditoriali.

Ri-scopriamo così che siamo schiave e schiavi della bellezza, rileviamo le ragioni profonde dei nostri pre-giudizi sulla bellezza e ci accorgiamo che le conseguenze non ricadono solo sulle donne (in primis) brutte -i maschi se la passano sempre meglio, anche in questi casi- ma anche su quelle belle, che non vivono esattamente un’esistenza libera e autentica, almeno fino a quando non si liberano dal giogo che le tiene avvinte. Stiamo parlando di modelle che rappresentano donne oggetto e per questo sono costrette, anche per contratto, a restare a lungo magre e belle, a sottostare alle richiese di aziende di moda, di cosmetici e di profumi. Oppure pensiamo alle attrici, anche loro incastrate in ruoli spesso ripetitivi. Per la Moore, ad esempio, c’erano registi sconvolti nel trovare copioni in cui lei dovesse recitare senza mostrarsi nuda. Ma come? Associamo Demi alla nudità! (Ma anche no, aggiungo io).

Insomma, in questo libro avrete modo di indignarvi molto, ma ora arriviamo al punto divisivo: io non mi ci sono ritrovata dentro questo testo. Non c’è materiale per me, a parte la conoscenza nozionistica, perché io con la bellezza ho sempre avuto un bel rapporto e niente affatto complessato.

Io a 20 anni

Per spiegarvi le ragioni, non posso che partire da questa mia foto: avevo 20 anni e l’unica nota artificiale, acquistata in una profumeria, sono le lenti a contatto viola. Le avevo prese sia perché il mio colore preferito è questo, e lo si vede anche dall’ametista che porto al collo, sia perché non avevo mai usato delle lenti colorate ed ero molto curiosa. Per il resto, i capelli lunghissimi li tenevo perché li adoravo e mi ricordavano Queen Millennia, la protagonista di un vecchio cartone animato giapponese, Galaxy Express 999. Ho sempre adorato Millennia. Ma erano anche un omaggio alla bisnonna paterna: la mia nonna, Baba Jula, mi raccontava sempre che lei e sua sorella intrecciavano i capelli della mamma in due lunghissime trecce da Raperonzolo, che lei poi nascondeva sotto il fazzoletto. Quanto all’outfit, per anni sono stata un po’ gotica e un po’ metallara. Sì, sembra strano: capelli colore del grano, pelle chiara, sorridente, però mi piaceva lo stile opposto. Anche qui c’è una spiegazione razionale, ma non voglio scendere in particolari, perché finirei troppo al largo rispetto al tema in questione.

La bellezza.

Mi sono sempre piaciuta e crescendo, quando il mio corpo iniziava a trasformarsi, vuoi per gli ormoni, vuoi per la gravidanza, vuoi per la mia golosità, soprattutto in fatto di dolci, questa immagine di me che vedete mi è sempre rimasta impressa nella mente, come un monito: se Madre Natura ti ha dotata di queste fattezze e di questa forma a clessidra, perché dovresti sputarle addosso? E non l’ho fatto. Certo, ho avuto le mie cadute, anche di recente: con l’università la fame nervosa non si è fatta mancare, ma poi torno sempre al punto di partenza, che è il più forte di tutti. Essere fedele a me stessa!

Non si tratta di prendere l’immagine di una persona in particolare. Io non potrò mai, per esempio, assomigliare in tutto e per tutto a Queen Millennia, perché lei era longilinea, invece il mio corpo somiglia più a quello di una pin-up. Da lei ho preso solo la passione per i capelli lunghi, ma neppure quelli posso tenere, superati i 40, non me la sento. Tuttavia mi prendo cura del mio corpo, cerco di non affaticarlo con chili in più, col cibo spazzatura, non esagero con i miei adoratissimi dolci e faccio del mio meglio per stare in movimento, nonostante uno stile di vita che spinge a tenermi ancorata a una sedia, davanti ai libri. Pratico Yoga e meditazione da casa, in modo costante e curo pelle, trucco e parrucco!

Io oggi

Mi dovrei sentire schiava del sistema per questo: no! Non c’entra nulla quel che il mainstream vuole da me, in quanto donna. Qui c’entro solo io, che il concetto di bello lo amo da sempre. Voglio semplicemente onorare quel che mi è stato dato alla nascita e di questo non posso sentirmi in colpa.

In più, c’è la questione della salute. Non una questione di poco conto, vi pare? Nel libro, la filosofa suggerisce che ci siano molte dietiste che non sono d’accordo col fatto che magro = salute. Al contrario, io posso portare l’esempio di fior di dietiste e medici che dicono il contrario, ma non entriamo in questo vespaio, perché ci sono bastati due anni di pandemia, per capire quanto i medici ragionino in maniera divergente. Dirò solo che io alla salute tengo ancora più della bellezza, e quindi, soprattutto da quando ho messo al mondo mio figlio, ho deciso di lavorare assiduamente sulla prevenzione. Mi sono chiesta: come posso fare per mantenermi in salute e attiva, per il mio bene e quello del mio bambino, che voglio seguire al meglio? Tutte le risposte me le ha date il Dott. Franco Berrino. L’ho conosciuto attraverso la rivista Yoga Journal e da anni divoro i suoi libri e lo seguo on-line. La sua esperienza clinica è pressoché infinita -ci credo, si sta avvicinando ai 100 anni!- e si è occupato proprio di prevenzione dalle malattie degenerative e dai tumori, nonché ha curato le persone malate anche attraverso il cibo e lo stile di vita. E sapete cosa è successo, da quando ho ripreso a seguire il dottore con maggiore fedeltà? Che non mi sono mai sentita meglio. Sono sempre lucida, energica, la mia pelle splende, ho il ciclo regolare e puntuale come un orologio svizzero e un unico “effetto collaterale”: sto dimagrendo! Sì, se anche durante questo ultimo inverno la mia bilancia aveva cominciato a salire, grazie alla mi ansia da prestazione universitaria, che mi portava a mangiare spesso e male, finalmente sto tornando al mio peso forma.

La questione è semplice: più ti prendi cura della tua salute, più bella e a tuo agio ti senti.

Però questo non l’ho trovato scritto nel libro. Si parla molto di accettazione, di liberazione dal diktat del pensiero unico e sono tutte questioni con le quali concordo, ma se si agisse proprio sul tema della prevenzione, non sarebbe meglio? Voglio dire, si prenderebbero due piccioni con una fava, no?

Allora non posso concordare pienamente con questa citazione:

“Nutriamo moltissimi pregiudizi nei confronti delle donne bellissime. Ci illudiamo che, per il semplice fatto di incarnale un ideale, siano anche persone felici. Ed Diener e Martin Seligman, al contrario, hanno rilevato che esiste una corrispondenza minima tra bellezza e felicità: le persone molto felici sono altamente sociali e hanno relazioni romantiche e amicali più forti, ma non fanno più esercizio fisico delle altre, non sono più belle, non hanno una vita religiosa più intensa né accadono loro fatti significativi migliori. Quel che le persone felci hanno di diverso è, in realtà, un sistema di emozioni funzionante che può reagire in modo appropriato agli eventi della vita. Il nostro quoziente di bellezza, quindi, non ha davvero il potere di migliorare la nostra vita, e il mito della bellezza può provocare sofferenza e infelicità in chiunque, anche in chi pensiamo sia stato baciato dalla fortuna”.

Invece io ritengo che una persona bella, o che faccia del suo meglio per esserlo, può avere proprio tutto: emozioni funzionanti, amici, spiritualità feconda, ecc ecc. Perché, ahimè, continuo ad associare la bellezza alla salute, e non mi ritengo una pessima persona per questo motivo: ci sono fior di studi che confermano quanto ho descritto di me, in primis, ovvero che, se ti prendi cura della tua salute, a tutti gli effetti risplendi, stai bene, sei più lucida e di aiuto verso il tuo prossimo. Hai energie da vendere, insomma.

E ancora:

“Non può quindi essere un caso se la malattia della bellezza sia cresciuta con il crescere dei canali di comunicazione. Non è infatti una bellezza che stimola, quella a cui siamo abituati, ma che colpevolizza. Non ti spinge a formulare nuove domande, ma ti schiaccia sui soliti arrovellamenti del pensiero. Ti fa credere di non essere abbastanza, ti costringe a tenere lo sguardo fisso sui confini del tuo corpo”.

Ma anche no! Se tu levi, anche per un po’, lo sguardo dai social e lo interiorizzi, troverai mille tesori. E se torni all’esterno e ti guardi allo specchio, lasciando scorrere il pensiero liberamente, potrai interrogarti su cosa c’è di bello in te e come mantenerlo. Perché tutti abbiamo una parte bella, una meno bella e una decisamente brutta. Se impari a conoscerti e a far emergere il bello, poi, francamente, il tuo corpo te lo scordi pure: se stai bene dentro di esso, sei libera di spiccare il volo con maggiore facilità. Il volo del pensiero, della creatività, di tutto. E questo la filosofa può confermarlo, se lei stessa scrive di tutte le crisi avute durante conferenze e presentazioni di libri, al pensiero “ma sto bene? Questa giacchetta mi tira troppo in vita? ecc” Se smetti di avere questi pensieri perché, a monte, hai sciolto tutte le problematiche, poi al corpo non ci pensi davvero più.

E potrei continuare ancora, però mi fermo qui, è più che sufficiente.

Se mi è piaciuto il libro? Lo sto recensendo pubblicamente, quindi sì.

Lo trovo utile? Assolutamente sì, soprattutto per le adolescenti che si approcciano quotidianamente ai social e per le adulte che vivono spesso delle crisi.

E’ esaustivo? No, perché avrei inserito anche le voci di donne come me, che nel proprio corpo e con la propria estetica, si trovano benissimo. E tuttavia la filosofa lo scrive chiaramente, che il libro non può essere esaustivo, data la vastità dell’argomento.

Da parte mia, posso solo dire di rifletterci profondamente e di partire non tanto dalla bellezza, che è ovunque, tanto dentro quanto intorno a noi, ma dalla salute.

La salute, amiche e amici. Il resto seguirà naturalmente.

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RECENSIONE: FOLLIA? VINCENT VAN GOGH

Bompiani, 2010

“La natura comincia sempre col dimostrarsi refrattaria a chi vuol disegnare, ma, se si è profondamente intenzionati a farlo, non ci si lascia sviare dalla sua ostilità. Al contrario, essa stimola a vincere, e in fondo il vero disegnatore e la natura sono d’accordo. Nondimeno è certo che la natura è intangibile: occorre afferrarla con mano ferma”.

Avevo comprato questo libro diversi anni fa, e come spesso succede, era rimasto sugli “scaffali dei libri da leggere” a decantare. Ci passavo spesso davanti e agognavo di immergermi fra le sue pagine, perché la scrittura di Giordano Bruno Guerri mi stupisce da sempre, sebbene buona parte della sua produzione bibliografica non sia di mio interesse (vedi alla voce analisi del Fascismo e dei suoi protagonisti).

Ma sono finalmente arrivata alla lettura della biografia di Van Gogh, la cui vita è del tutto superfluo rinarrare, perché ormai la conosciamo tutti. Negli ultimi decenni, in particolare, sono fioriti libri, mostre, documentari, film -tra i quali voglio menzionare e ricordare “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel del 2018, un autentico capolavoro.

Quello che voglio menzionare qui, in questa opera di Guerri, è la profonda passione dell’artista verso la pittura, che divenne la sua ragione di vita in un modo difficile da comprendere, per chi non è rapito dal cosiddetto “sacro fuoco dell’arte”.

“Molti hanno a cuore più la vita esteriore, che quella interiore e sono convinti di fare del bene ad agire così. La società ne è piena: gente che lotta per mostrare la facciata, invece di vivere una vita vera. Non sono cattivi: sono solo sciocchi”.

Van Gogh rinuncia a tutto: a una vita familiare, alla dignità (in alcuni periodi, soprattutto) e all’accettazione sociale, pur di seguire la sua Musa. Non riceverà alcuna soddisfazione in vita, e questa è una delle ragioni per cui, ancora oggi, molti potrebbero definirlo pazzo, ma era davvero follia quella di un uomo che dedica tutto se stesso ala sua più grande passione, vivendo nella povertà, reietto dalla società e ripudiato (quasi) da tutti, nonostante la totale mancanza di riconoscimenti? Oppure Van Gogh è un maestro, un insegnante prezioso per tutti coloro che credono nei loro talenti, a prescindere dai risultati?

Io credo questo: che l’uomo Vincent non abbia mai fatto del male a nessuno, nel corso della sua esistenza. Al contrario: nei brevi periodi di fervente religiosità, cercò di aiutare i poveri minatori belga in ogni modo possibile, addirittura donando loro le lenzuola del suo misero appartamento e il cibo, pur di lenire un poco la miseria nella quale vivevano. E per questo subì dapprima lo sdegno del clero e in seguito la cacciata dalla Chiesa, in quanto l’abito talare richiedeva un decoro che Vincent non dimostrava. È questa una delle ragioni per le quali lui arrivò a dire che: “Qualunque maiale è migliore di loro” e che i sacerdoti di tutte le chiese sono materialisti senza cuore, la corporazione più empia del consorzio sociale. Se i suoi uomini erano incapaci di dare tutto di sé stessi per il bene del popolo, come potevano essere coerenti con la loro missione spirituale?

“Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male”.

È sempre Vincent che si unisce a una donna di strada, Sien, non bella, invecchiata anzitempo, già madre e incinta. La sua famiglia inorridisce, ma lui vuole stare con quella che è diventata anche la sua Musa, e per il lasso di tempo vissuto assieme, le offre tutto quello che può. La loro storia terminerà solo quando, messo alle strette dalla famiglia, dovrà scegliere tra lei e i pochi soldi per la pittura. Inevitabilmente sceglie la pittura, perché riconosce a se stesso che, se fossero rimasti con due spiccioli per mangiare, lui li avrebbe usati non per sfamarsi, ma per compare i colori…

E’ follia?

Ciascuno giudichi, se vuole farlo, per me la risposta è no: Van Gogh fu coerente con se stesso al 100%, e se questo gli costò prima innumerevoli sofferenze e poi la vita. Sono sicura che abbia anche avuto il privilegio di provare emozioni altissime, gioie incommensurabili per la maggior parte di noi, soprattutto nel momento in cui fu in grado di trasporre su tela la tavolozza di colori e le immagini che percepiva dentro di sé, stando a contatto con la natura. A noi ha consegnato la sua testimonianza e mi auguro che ne sapremo tutti fare buon uso.

Antonin Artaud scrisse di lui: “nessuno ha mai scritto, scolpito o dipinto, modellato, costruito, inventato, se non per uscire letteralmente dall’inferno”. E denuncia le repressioni di una società ipocrita, che soffoca il diverso e bolla come pazzo l’individuo che vuole emanciparsi dal sistema che lo rifiuta. “Una società malata ha inventato lo psichiatra per difendersi dalle indagini delle menti superiori, di cui non sopporta la facoltà di divinazione”. “Lo hanno ucciso perché rivela all’umanità di vivere sopra un’immensa bestia immonda. Questa terra fatta di carne ostile, di collera, di viscere sventrate. Rovinava la poesia della natura, non sarebbero più riusciti a camminare in un prato, se lo lasciavano fare. Così hanno detto che era pazzo, gli hanno fatto credere di essere pazzo”.

E Guerri aggiunge: c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere di che saziare mille grandi geni. E se Van Gogh non ha potuto appagare il suo desiderio così da irradiarne la sua esistenza intera è perché la società glielo ha proibito. L’umanità non vuole darsi il fastidio di vivere: ha sempre preferito accontentarsi di esistere”.

“Cosa sono io, agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico e sgradevole, qualcuno che non ha posizione sociale né mai ne avrà una. In breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fossero vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero quello che c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno”.

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RECENSIONE: LA CENA DEL CUORE – TREDICI PAROLE PER EMILY DICKINSON

Curato da Beatrice Masini e Pia Valentinis, rueBallu, 2015

La poetessa americana Emily Dickinson è come il buon vino: va degustata con estrema lentezza, preferibilmente nel corso di cene preparate con estrema cura, quasi fossero dei rituali. Sono certa che a lei piacerebbe questa riflessione, nonché il titolo del libro, che proviene dalle sue innumerevoli lettere e poesie. Io, che mi stupisco sempre meno degli eventi di questa vita, confesso di essere stata catturata da questo libro come una falena che va incontro a una fonte di luce, perché Dickinson, la sua penna, la sua mente, il suo cuore e l’atmosfera che è capace di evocare ha qualcosa di magico e di eterno, che si può anche descrivere, ma perché farlo? Va vissuto!

In questo libro finemente curato dalla scrittura di Beatrice Masini, illustrato da Pia Valentinis ed edito da una casa editrice siciliana, rueBallu, maniacale fin nei più minuti dettagli -pensiamo anche solo alla carta scelta: Materica, una carta naturale realizzata con fibre di cotone riciclate e di pura cellulosa provenienti dalla gestione responsabile delle foreste, quindi con una certificazione internazionale FSC, che tanto piacerebbe alla parca e rigorosa poetessa- le voci scelte per tratteggiare l’anima di Emily sono: Casa, Ritratto, Pietre, Cani, gatti e il resto, Fiori, Scrivere, leggere, scrivere, Famiglia, Amore, Successo, Bianco, Morte, A cena con Emily.

Ogni pagina è corredata da illustrazioni, da una parte scritta e dalle poesie di Emily. Ogni paragrafo colpisce e fa sprofondare nella quotidianità della poetessa, perché bisogna ricordarlo: per ragioni di salute, e probabilmente nervose, la poetessa più famosa del mondo, trascorse la maggior parte della sua vita reclusa volontariamente in casa. E, ciò nonostante, il suo mondo interiore è di una vastità che ci fa comprendere quanto la solitudine sia foriera di ricchezza, scoperte e potenziale talento. Credete che tutte le giornate siano uguali, se trascorse fra le stesse quattro mura? Provate a leggere queste pagine e vi ricrederete.

Non c’è nave come un libro

Che ci porti in terre lontane

Né destrieri come una pagina

Di scalpitante poesia

Un viaggio che il più povero può fare

Non temendo il pedaggio

Quanto è modesto il carro

Che porta l’anima dell’uomo.

Mi sono commossa al pensiero del piccolo tavolino di ciliegio, davvero minuscolo, sul quale Emily scrisse la maggior parte delle sue poesie. Non le serviva un supporto più grande, perché la poesia necessita solo di un foglio, una penna e un’anima. È per lo stesso principio che lei afferma di poter traslocare tenendo tutta la sua vita in una cappelliera.

In tempi durante i quali non c’erano smartphone, televisori e altri metodi di intrattenimento in casa, immaginate la potenziale lunghezza di una giornata. Ebbene, Emily, pur graziata dai mestieri di casa, proprio a causa della sua malattia -se ne occupava la sorella Vivienne, che rimase sempre a suo fianco- riempiva ogni istante con la scrittura di poesie e missive, con le quali si occupava anche di lenire le sofferenze altrui, causate da lutti, o dalla guerra. Leggeva tanto, esplorava il suo giardino, contemplava le innumerevoli specie di fiori, piante e insetti, costruiva i suoi erbari e, anche attraverso queste attività formava la sua tavolozza di parole, anche ricercate, attraverso le quali riusciva poi a condensare intere galassie in due versi.

Per fare un prato ci vuole un trifoglio

E un’ape sola,

Un trifoglio solo, e un’ape,

E sogno.

Basterà solo il sogno

Se le api sono poche.

Colpisce tanto la vita di Emily, non soltanto per la sua particolarità, ma perché sembra talmente diversa dal nostro mondo frenetico, quasi schizofrenico. La quotidianità di Emily è lenta, distesa e così ricca e pulsante di vita.

Questo è un libro da gustare lentamente, leggere, rileggere e regalare.

“Una lettera fa sembrare importanti le cose ordinarie”, Marilynne Robinson.

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RECENSIONE: PERSONE NORMALI

di Sally Rooney, Einaudi, 2019

Mi sono convinta a comprare un’opera della scrittrice irlandese Sally Rooney solo dopo aver letto un’intervista su Robinson de La Repubblica. Di norma, infatti, non mi interesso dei “casi letterari” appena usciti. Lascio decantare l’effetto che si crea intorno al nuovo successo editoriale per capire se è solo una bolla di sapone, oppure l’inizio della carriera di una scrittrice o di uno scrittore dotati di autentico talento. Ecco, già dall’intervista a Rooney, si evincono la sua erudizione e intelligenza. Per questo mi sono incuriosita e ho acquistato i suoi primi due libri.

A questo punto, non posso che accordarmi alla scia di applausi, in quanto la capacità descrittiva della psicologia dei personaggi di Rooney è palpabile, quasi in senso fisico. Benché i suoi protagonisti, Marianne e Connell tendano -anche troppo spesso- a non far trapelare i loro sentimenti e quasi a muoversi il meno possibile nella loro porzione di spazio, l’autrice è capace di farci conoscere a fondo ciò che si muove all’interno delle loro anime. Arriva addirittura a farlo comprendere prima a noi lettori, che ai suoi personaggi.

E allora succede che ti affezioni ai due ragazzi, che nella vicenda narrata trascorrono assieme gli anni delle superiori e poi quelli dell’università, affrontando le sfide che tutti, più o meno conosciamo, anche perché Mariane parte da una condizione agiata, mentre Connell è esattamente all’opposto della scala sociale, essendo figlio di una ragazza madre che, peraltro, è la colf della famiglia di Marianne. E nonostante una realtà ambientale tanto favorevole, Marianne si trova immersa in un’anestesia emotiva. Nessuno la ama, anzi, è vittima di violenze psico-fisiche. Per questa ragione cresce “storta”, emotivamente instabile. Per converso, Connell riceve molto più amore, ma la sua posizione di inferiorità lo spinge a fare tutto il possibile per guadagnarsi uno spazio di notorietà e fama nel mondo, di accettazione sociale, fissazione che, purtroppo, minerà il rapporto con Marianne.

La storia colpisce anche perché mi sarei aspettata tutt’altro finale. L’autrice sa sorprenderci, scuotere i suoi personaggi e portarli a limiti e oltre.

Dunque è un libro che consiglio caldamente, perché è un romanzo di formazione nel quale possiamo riconoscerci e imparare molto. Inoltre si trovano delle riflessioni interessanti sia sul mondo accademico che su quello economico. Rooney sa lanciare strali contro la realtà universitaria, pregna di sofisti, piuttosto che di menti realmente pensanti e profonde e inoltre, senza timore di andare contro il politicamente corretto, dimostra coi fatti che le nostre vite, per essere pienamente ricche e vissute, hanno anche bisogno di una situazione economica solida, altrimenti, come osserva Connell, tutti i bei posti che vorresti visitare, restano delle immagini sulle riviste, non si concretizzano mai. E chi ama l’arte e la cultura sa che, qui, né io né Rooney ci riferiamo alle vacanze alle Maldive o nei resort svizzeri, bensì ai viaggi culturali, alle visite ai musei, ai siti archeologici, alle mostre, alle biblioteche, insomma, a tutti quei templi a cielo aperto o chiuso che possono insegnarci tanto ed espandere le nostre menti, oltre che i nostri spiriti.

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Rivista culturale “Sotto il Vulcano” di Feltrinelli Editore

Rivista culturale “Sotto il Vulcano”, Feltrinelli editore, #1 e #2

Negli ultimi vent’anni non ho fatto altro che dispiacermi per l’assenza di una rivista culturale che riflettesse i miei gusti. Ne ho passate in rassegna tante -e non farò i nomi, perché sono una persona educata- ma nessuna riusciva a soddisfare le mie poliedriche necessità. Avevo bisogno di leggere le riflessioni degli scrittori e degli intellettuali contemporanei, ma volevo anche gettare uno sguardo sull’attualità e sulla situazione geopolitica. Anelavo anche alle discussioni tra filosofi e scienziati, così come a divagazioni di genere artistico, fumettistico e, non da ultimo, avrei apprezzato molto anche la presenza delle poesie, che vengono così snobbate dal mainstream.

Potete immaginare la mia sorpresa, quando ho scoperto l’uscita de “Sotto il Vulcano”, la rivista trimestrale dell’editore Feltrinelli. Devo essere sincera: non ci credevo. Di primo acchito mi dicevo che sarebbe stata l’ennesima delusione, e infatti ho preso l’ultima uscita, la n° 2. Inutile cominciare una collezione, se fossi rimasta bruciata anche da questa lettura frettolosa. Invece mi sono piacevolmente ricreduta e no, non è stata una lettura frettolosa: non solo ho letto e riletto gli articoli di “Metamorfosi”, il tema scelto per la seconda uscita, ma ho mandato degli estratti alle mie amiche, per discuterne e sono sorti dibattiti profondamente interessanti e profondi. Proprio quello che mi mancava, e che continua a mancarmi… lo so, lo so, sembra che io abbia il dilemma della coperta troppo corta, che se la tiri da un lato ti scopre i piedi, e se la tiri giù, prendi freddo alla gola, ma realmente: sono l’unica letterata che sente la mancanza di luoghi di aggregazione in cui parlare di questi argomenti? Arte, scrittura, disegno, fumetto, filosofia, geopolitica, storia, narrativa di viaggio, poesia, ecologia, ecc? La risposta è no e lo so perché non vivo dentro una torre d’avorio, sotterrata dai miei amati libri, ma dialogo con le persone, e per carità, molte di esse sono prese dal tran tran quotidiano, dalla necessità di portare il pane a casa -viviamo una crisi economica ormai ventennale!- e dalle conseguenze psicologiche della pandemia di Covid-19, ma la sete di cultura e intellettuale, chi più, chi meno, ce l’hanno tutti.

Anzi. Anzi… la pandemia prima, le guerra ucraino-russa poi, ci ha resi tutti spossati e assetati di risposte. “Sotto il Vulcano” non ha certamente la tracotanza di giungere a questo, di offrirci tutte le chiavi per le soluzioni ai nostri problemi. Nessuno può farlo, ma è una bussola potente, perché ci permette di orientarci nel mondo, a specchiarci in quello che siamo diventati.

Ho comprato anche il n° 1 della rivista, il cui titolo è “Cronache dal mondo nuovo”. Tra questo titolo, e il seguente, “Metamorfosi”, appunto, c’è un filo conduttore, una narrazione che ci porta a un viaggio dentro il mondo, ma anche dentro a noi stessi. Gli autori hanno fatto un lavoro mirabile, per indurci alla riflessione e alla reazione rispetto al “New Normal” nel quale ci stiamo faticosamente abituando a vivere. Parlo di: Ilaria Gaspari, Fabio Genovesi, Francesca Mannocchi, Telmo Pievani, Igiaba Scego, Chiara Valerio, Walter Siti, Jonathan Bazzi, Fumettibrutti, Paolo Giordano, Elvira Mujčič, Katja Petrowskaja, Davide Toffolo, Nicla Vassallo, Banana Yoshimoto e molti, molti altri.

Non posso che ringraziare l’editore, i curatori dei primi due numeri -Helena Janeczek e Melania G. Mazzucco- e tutti coloro che hanno contribuito a redigere questa rivista, perché mi hanno fatta finalmente sentire nel mio elemento, mi hanno offerto la possibilità di avviare discussioni con le mie amiche e di interfacciarmi a spaccati di vita lontani al mio spazio, ma non dal mio tempo (Afghanistan e Bosnia, solo per citarne due), cosa che non avviene nel quotidiano, né in tv, né sui social e men che meno nella realtà.

Ecco, adesso manca il passo successivo: creare un luogo di aggregazione in presenza, per continuare a dialogare.

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L’inestinguibile ferita del popolo slavo

The flame of contemplation – Laura Makabresku

Avrei potuto scrivere un lungo articolo di geopolitica, per illustrare l’attuale situazione bellica ucraino-russa. Avrei potuto stilare la lunga lista dei crimini compiuti in questi giorni. Avrei potuto trascrivere i numeri dei profughi, degli orfani e dei soldati morti sulla neve, sia tra gli ucraini che tra i russi, ma tutte queste informazioni, ciascuno di noi le può trovare -nella migliore delle ipotesi- documentandosi seriamente, e non ascoltando la tv o la radio, in modo passivo e inconcludente.

Quello che posso fare, invece, e che ritengo essere più utile, è dare una testimonianza diretta di cosa significhi portare addosso l’inestinguibile ferita del popolo slavo. Perché la mia famiglia è slava, proviene da Vranjak, nell’attuale Republika Srpska di Bosnia. Benché nata a Grado, in Italia, alla nascita mi è stata conferita la cittadinanza jugoslava: i miei genitori erano intenzionati a tornare “a casa” nel giro di qualche anno. Invece gli eventi si sono svolti diversamente e siamo arrivati all’annus horribilis, il 1991, quando la Jugoslavia ha cominciato a sgretolarsi, fino a frammentarsi in tanti piccoli staterelli.

Fu l’inizio della fine, per la mia famiglia. Sia per il dolore causato dalla visione dei milioni di profughi e morti in Bosnia, sia perché l’anima di mio padre si inabissò, assieme al dolore del nostro popolo. Io ero un’adolescente e feci la mia parte: al momento dell’arrivo dei profughi della mia scuola, mi offrii spontaneamente per aiutarli a imparare l’italiano, stetti loro più vicino possibile, fino al mese di maggio quando, mancando poco alla fine dell’anno scolastico, e avendo loro appreso l’italiano in modo adeguato, improvvisamente giunsero a scuola muti. Un mutismo selettivo. Tacquero solo con me, e con nessun altro. I nostri insegnanti, sbigottiti, tentarono in ogni modo di avere delle spiegazioni, invano. Allora convocarono i loro genitori e scoprirono la verità: “Nataša è serba. I nostri, figli con lei non devono parlare!” Già, i miei compagni di scuola, provenienti dall’ex-Jugoslavia, erano tutti cattolici e musulmani. Io non ci avevo neanche pensato, per me l’importante era mettermi a servizio per aiutarli. Invece per loro la differenza c’era, eccome. Ricordo che la mia insegnante di Lettere esplose: “Sì, è serba, ma non mi sembra che questo abbia costituito un problema, fino a quando la ragazzina serviva loro per imparare l’italiano”. Nessun commento. Le parole si erano esaurite e io cercai di placare l’ira della mia insegnante, o meglio, il suo sdegno. In fondo me lo aspettavo.

Mi aspettavo l’odio delle persone, in generale, perché ero serba. Ero quella del popolo che tagliava le gole agli innocenti croati e musulmani. Venivo guardata con timore e disprezzo. Per anni subii una sottile gogna pubblica, mai espressa chiaramente, sempre velata. Perché ci vuole coraggio anche per scagliarsi contro le persone, un coraggio manca alla maggior parte della gente. È più semplice lanciare frecciatine, fare allusioni.

L’11 settembre 2001 cambiò tutto: col crollo delle torri gemelle, la pubblica opinione si scagliò contro i musulmani di tutto il mondo, rei di avere compiuto un attentato imperdonabile. Le stesse persone che mi avevano denigrata tornarono da me sconvolte, a chiedermi perdono per la loro “errata visione della situazione”. Improvvisamente i serbi erano diventati dei profeti, un popolo che aveva visto anzitempo di cosa erano capaci i musulmani.

Ero basita. Mi chiedevo: come si può cambiare idea così tante volte, nel lasso di così pochi anni? Come si può continuare a credere che un popolo, nella sua interezza, anche subendo diaspore e divisioni interne per secoli, sia identico, sia nei periodi di pace che in quelli di violenza?

Eppure la “massa” funziona proprio così: si inebetisce davanti alla tv. Non approfondisce. E da quando ci sono i social, è tutto un passarsi notizie false, esasperanti, strappalacrime, senza porsi il minimo dubbio: sto forse traghettando delle fake news? Sono inconsapevolmente a servizio di una propaganda?

Macchè, domande troppo impegnative.

E intanto un’altra guerra tra popoli slavi è cominciata. Stavolta russi contro ucraini. Di nuovo, davanti ai miei occhi, scorrono le immagini di bombe, distruzione, profughi e sangue. Di nuovo i gruppi umanitari si muovono per aiutare i civili inermi. Solo che oggi non sono un’adolescente, ma una donna e una madre. La differenza è sostanziale. Da venti giorni, la mia consapevolezza ha aggiunto un nuovo tassello: adesso riesco a comprendere meglio il dolore di mio padre. Non arriverò mai a una percezione simile alla sua, perché nel ’91, a frantumarsi, è stata la sua terra, quella in cui era nato e cresciuto, quella che aveva servito come militare per tre lunghi anni. Io sono nata in Italia e non ho vissuto la Jugoslavia, se non durante le vacanze. Dunque no, la mia comprensione resta ancora superficiale, ma nonostante questo è viva, vibrante. Adesso riesco a riconoscere meglio la sensazione di impotenza di un essere umano che vede la sua patria distrutta e si danna pensando che dei fratelli slavi uccidono altri fratelli slavi.

Sono stata cresciuta da forti valori etnici: i miei genitori mi hanno sempre fatto presente quanto fosse potente ed essenziale la percezione del “noi”, tra il popolo slavo. Un “noi” che significa zadruga (comunità), rod (tribù, famiglia), in contrapposizione a quell’”io” egoriferito che serpeggia nell’Occidente. Quasi che il popolo slavo sia più onorevole e saggio, rispetto a quello europeo, proprio perché pensa alla società tutta, perché reca in sé un comunismo naturale: “io sto bene solo se tutti noi stiamo bene”, “non mi interessa accumulare la ricchezza: se il mio vicino non ha di che mangiare, non potrei sentirmi felice nemmeno se nuotassi nell’oro”, ecc.

Giunti a questo giorno, mi rendo conto che, per la seconda volta in una sola vita, mi hanno strappato l’innocenza e i valori con i quali sono cresciuta. Perché una guerra tra slavi può essere un caso, ma due, in meno di mezzo secolo l’una dall’altra, no. Significa che i valori che mi sono stati trasmessi non sono così puri, non sono percepiti da tutti gli slavi allo stesso modo. Non da Putin, né da quei nazionalisti che si trovano sia in Russia che in Ucraina. Non dagli oligarchi, né dal regime politico russo. Men che meno dai militari russi e da tutta quella popolazione russa che resta in silenzio, contrariamente ai coraggiosi che urlano in piazza, contro la guerra, a ogni età, e vengono incarcerati e zittiti per questo.

Sia ben chiaro: il mio dolore vale zero, rispetto a quello dei cittadini ucraini che, dall’oggi al domani, sono diventati dei profughi e degli orfani, che hanno perso la casa o pezzi di famiglia, che hanno un genitore, uno zio o un nonno sul fronte. Sono perfettamente consapevole di non avere alcun diritto a fare la vittima, perché al contrario di tutti loro, vivo nel “ricco Occidente”, sono una cittadina italiana e non mi manca nulla.

Quello che intendo dire è solo questo: per anni ho onorato e messo su un piedistallo la mia etnia slava. Adesso tutto questo è finito. Resterò sempre devota alle mie antenate e ai miei antenati, e a quello che rimane della loro terra, ma anche l’ultimo legame, l’ultimo condizionamento identitario è totalmente caduto. Non mi posso riconoscere in un popolo capace di compiere crimini fratricidi. Dall’inizio di questa guerra, sono diventata una donna che si rispecchia non in un popolo, ma solo ed esclusivamente tra quegli esseri umani capaci ancora di provare amore, compassione, fratellanza, sorellanza e solidarietà gli uni nei riguardi degli altri, senza alcuna distinzione identitaria.

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Doppia recensione di due saggi sulle donne filosofe

Torno sul mio blog dopo qualche mese dedicato all’università: come potete immaginare, se si desidera conseguire una laurea triennale entro i tempi giusti, bisogna dedicare moltissimo tempo allo studio. Certo il mio pensiero vola al mio blog culturale e voglio continuare a nutrirlo. Per questa ragione, ho stilato un piano editoriale -il primo della mia vita!- e voglio tentare di seguirlo scrupolosamente, in modo da far uscire un post almeno due volte al mese.

Spero che questa nuova idea vi piacerà.

Nel frattempo, studi universitari o no, continuo a leggere testi di mio gusto, in parallelo, perché non posso farne a meno. Sono così affamata di libri da essere perfettamente consapevole del fatto che non basterà una sola vita per soddisfare tutto questo appetito. E allora ho portato a termine due letture che, proprio le lezioni di Storia della Filosofia Antica del Prof. Salvatore Lavecchia, mi avevano stimolato. In effetti, mi sono chiesta: per quale ragione, nei testi bibliografici, si parla così poco delle donne filosofe dell’antichità, che pure ci sono state? Per la penuria di informazioni che le riguardano? Certo, ma è impossibile che nessuno se ne sia occupato. E infatti avevo ragione, e grazie a un’altra professoressa, Laura Casella, ho potuto approfondire l’argomento leggendo:

Filosofe maestre imperatrici – per un nuovo canone della storia della filosofia antica,

a cura di Maddalena Bonelli, Edizioni di Storia e Letteratura, 2020

Nel saggio c’è la conferma della presenza di molte donne filosofe in epoca antica e si trova anche la conferma della loro evanescenza. La ragione? “Le fonti che riportano i nomi, gli aneddoti e gli scritti delle filosofe, sono più o meno gravemente viziate da pregiudizi di genere svalorizzanti”.

Nonostante questo, le fonti ci sono, e ci presentano diversi dati interessantissimi e molti altri che andrebbero approfonditi. Considerate che già Platone, nella Repubblica, afferma che alcune donne sono candidabili al ruolo di guardiano della città e, come ben sapete, tale ruolo doveva essere ricoperto da un vero e proprio filosofo. Ne consegue che, secondo uno dei padri della filosofia antica, una donna, se ben istruita, poteva governare un’intera città. Un ragionamento che costò a Platone innumerevoli critiche.

Eppure la sua idea non era rivoluzionaria: ben 2500 anni fa, già Pitagora aveva aperto lo spazio filosofico alle donne. In particolare, la storia delle donne pitagoriche si divide in due fasi: le pitagoriche antiche dell’età arcaica e classica e le neo-pitagoriche di età ellenistica e imperiale. Tra le prime, troviamo discepole dirette di Pitagora e dei suoi seguaci, che vissero nella Magna Grecia. Tra di esse ci furono la madre del filosofo, Pitai, la sorella, la moglie Teano e le tre figlie: Myia, Damo e Arignote, nonché la nipote Bitale. Esse, insieme ad altre seguaci come Esara, Phyntis, Perictione, Melissa, Cleareta e molte altre produssero scritti come: Sulla devozione, Sulla moderazione delle donne, Sulla natura dell’uomo, Sull’armonia delle donne, Sulla sapienza e diverse lettere. Invece, delle neo-pitagoriche, il materiale è anche maggiore, sebbene ancora oggi si discuta sull’effettiva origine femminile di tali scritti. A prescindere dalla risposta, un punto resta fermo: le donne occupavano uno spazio rilevante, all’interno delle scuole pitagoriche, e se ne parlava diffusamente.

Ne consegue che “Pitagora fu il primo filosofo greco a considerare entrambi i sessi degni di un trattamento filosofico. Non rimane da chiedersi se le sue compagne e seguaci ebbero un ruolo nel dar forma e contenuto alle sue teorie riguardo al genere femminile, le donne e il loro potenziale filosofico”.

Certo la più nota tra le filosofe antiche fu Diotima di Mantinea, una profetessa di tale potere e fama da essere riuscita a posticipare di dieci anni la peste di Atene del 430 a.C.. E la sua conoscenza si diffuse in modo esponenziale quando Platone scrisse il Simposio, e affermò che fosse stata la maestra del sommo Socrate. E bisogna leggere questo dialogo, per comprendere la profondità del pensiero della filosofa, che condizionò così tanto Socrate, sebbene solo in seguito al primo dei maggiori condizionamenti da lui subiti da un influsso femminile: quello della madre Fenarete, che di mestiere era stata una levatrice, e il lavoro di “portare alla luce una nuova vita e un pensiero” fu proprio la maieutica, il leitmotiv della vita di Socrate.

Nonostante la grande valenza di Diotima, ancora oggi gli accademici si dicono discordi sulla sua reale esistenza. Le ricercatrici e le professoresse che se ne sono occupate, hanno portato diversi ragionamenti su questo punto, a cominciare dal fatto che tutti i personaggi dei dialoghi di Platone furono persone realmente vissute, dunque perché Diotima dovrebbe essere priva di una reale biografia? Il dibattito resta aperto.

Fra le altre donne filosofe troviamo anche un’imperatrice del X sec. d.C., Pompeia Plotina, di scuola epicurea e, naturalmente, Ipazia di Alessandria, trucidata da cristiani estremisti nel 415 d.C. -e a questo proposito, vi invito a leggere le sue biografie (1), anziché accontentarvi dell’omonimo film uscito qualche anno fa, fuorviante sotto molti punti di vista. Il maggior problema riguardante la vita e le opere della maestra d’Alessandria riguarda proprio le fonti: non abbiamo altro che documenti indiretti, ovvero scritti di allievi e discepoli. Con una sola eccezione: l’edizione al III libro del Sistema Matematico di Tolomeo, di cui scrisse il commento il padre Teone. L’opera di Ipazia è quindi tramandata nel complesso delle opere di Teone, il Commentario al Sistema Matematico. Tuttavia, dalle fonti in nostro possesso sappiamo che fu una mente talmente brillante da spaziare dalla conoscenza della filosofia pratica all’astronomia. Ipazia apportò un’innovazione alla storia del pensiero e si segnalò per fama e prestigio, nel corso della sua vita. Fu allieva del padre, il matematico e scolarca del Museo di Alessandria, Teone. Lo stesso destino di allieve del padre ebbero anche Atenaide/Eudocia, figlia del retore Leonzio, la quale divenne poetessa di fama e sposò l’imperatore Teodosio II nel 421, diventando Augusta del regno di Oriente e mecenate della cultura ellenica. Vi è poi Asclepigenia, la figlia di Plutarco, scolarca della scuola di Atene (430-1). E tuttavia Ipazia fu speciale, perché superò la conoscenza astronomica paterna: secondo Damascio, inoltre, a un certo punto della sua vita si curò principalmente alle scienze matematiche “ma, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche”.

  1. Ipazia di Alessandria, Gemma Beretta, Editori Riuniti, 2004 e Ipazia, Silvia Ronchey, Bur, 2011

Le regine della filosofia – Eredità di donne che hanno fatto la storia del pensiero,

AA.VV., a cura di Lisa Whiting e Rebecca Buxton, prefazione di Maura Gancitano, Edizioni Tlon, 2021

Al primo saggio, non potevo che accoppiare questo, per comprendere come e quante filosofe hanno ricoperto lo spazio accademico (e non solo) negli ultimi duecento anni. Ed ero sicura che avrei trovato un simile libro presso le Edizioni Tlon, perché seguo la filosofa Maura Gancitano e so con quanta cura e devozione approfondisce temi come questo.

Le regine della filosofia presenta -dopo qualche voce sulle prime filosofe- una selezione precisa di filosofe del mondo anglofono, pertanto non pensiate di trovarle tutte qui: il testo è solo una parte delle vostre ricerche, se vorrete continuare a farle “con me”.

Parlarvi di tutte le filosofe qui presenti, richiederebbe molte pagine, e io vi ho già lungamente intrattenuto. Vi cito i nomi, preziosisimi: Diotima, Ban Zhao, Ipazia, Lalla, Mary Astell, Mary Wollstonecraft, Harriet Taylor Mill, George Eliot, Edith Stein, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Iris Murdoch, Mary Midgley, Elizabeth Anscombe, Mary Warnock, Sophie Bosede Oluwole, Angela Davis, Iris Marion Young, Anita L. Allen, Azizah Y. Al-Hibri.

E vi spiego perché questo libro va letto, nonché diffuso nelle scuole, come lettura consigliata sia alle studentesse che agli studenti: le donne sono sempre state filosofe, amanti della sapienza, proprio come gli uomini, solo che i secondi si sono presi, per millenni, tutto lo spazio e il tempo per riflettere, scrivere e condizionare le sorti del mondo, mentre le donne sono rimaste relegate a casa, a occuparsi dei mestieri di casa e dei campi, del bestiame e poi delle fabbriche. Non voglio includere un discorso femminista, ma voglio fare un ragionamento oggettivo: se, anche in questi giorni, viviamo l’attesa angosciosa dell’esito della guerra tra Ucraina e Russia, e rileviamo che, ancora una volta, è stata avviata da uomini, potete prendere in considerazione il fatto che, se le donne avessero avuto la possibilità di far fiorire il loro pensiero, nel corso degli ultimi duemila anni, se fosse stato lasciato loro il potere e lo spazio politico, economico e sociale, oggi, 28 febbraio 2022, la storia avrebbe avuto un corso diverso? Questo non vuol dire che le donne siamo migliori degli uomini, ma che l’evidenza dei fatti dimostra che gli uomini, ed esclusivamente loro, hanno avuto il potere di vita e morte su questa terra, dunque un pensiero altro, diverso o divergente avrebbe potuto fare la differenza.

E basta vedere cosa accadeva nelle università, più precisamente nelle facoltà di filosofia, fino a pochi decenni fa -e, in alcuni luoghi, ancora oggi: “Per questi ragazzi la filosofia era una competizione da vincere: volevano dimostrare la superiorità della loro dialettica e dar prova della propria intelligenza. Lo scopo non era capire, ma evitare di apparire deboli” (da un’osservazione della filosofa Mary Midgley, fine anni ’30, ai corsi di lettere classiche del Sommerville College di Oxford). E le università sono ancora oggi i luoghi in cui si forma il dibattito, dove si fanno le ricerche e nascono idee nuove che prenderanno poi forma nello spazio pubblico, in ogni settore.

Allora continuiamo ad aprirli alle donne questi settori, e anche gli altri, perché oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rivedere il pensiero politico, economico e sociale. Oggi. Ora.

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Nuova presentazione letteraria alla Società Ginnastica Triestina

Sono davvero lieta di comunicarvi la mia prossima presentazione letteraria in presenza!

Ci vediamo dunque a Trieste, dopo il mio intervento su MRTV Italia, che potete rivedere su questo link: Zibaldone N. 13 – Intervista a Nataša Cvijanović: Lettere dai frammenti dell’anima – YouTube

Di seguito, il Comunicato Stampa della S.G.T.:

“Un libro per la SGT”: alla riscoperta della scrittura epistolare
Il ciclo di eventi “Un libro per la SGT” giunge all’ultimo appuntamento in programma: si torna a scrivere una lettera a mano con la scrittrice goriziana Nataša Cvijanović.
L’autrice infatti presenterà un’opera – “Lettere dai frammenti dell’anima” (Quduibri, 2019) – esplicitamente dedicata alla bellezza dell’epistolario: dall’emozione di ricevere una lettera, al piacere di scriverne una a propria volta all’amico di penna, al valore della lettera come auto analisi esistenziale.

La presentazione avverrà questo sabato 11 dicembre, ore 18, nella sala Primo Rovis della Società Ginnastica Triestina (SGT), Via della Ginnastica 47, Trieste. L’accesso, dall’ingresso che porta al parcheggio coperto, è gratuito previo Super Green Pass (vaccino o ertificato di guarigione).

In conclusione, per chi lo desidera, si terrà una visita guidata del curatore Zeno Saracino alla mostra “Il Dante ‘Adriacus’: una storia risorgimentale” e al Museo sportivo.

Il romanzo, scritto per i ragazzi, pensato in particolare per “giovani adulti”, ma rivolto equanimemente a insegnanti, genitori e nonni, nasce con l’intento di instillare nel lettore la curiosità per la scrittura epistolare. Non a caso il libro rappresenta un assoluto unicum nel panorama editoriale, perchè comprende le lettere scritte a mano dall’autrice stessa.
In un mondo caratterizzato dalla comunicazione breve e veloce, come quella offerta dai Social e dagli Smartphone, l’autrice offre un’alternativa aggiornata al nostro secolo: l’epistolario, la scrittura a mano, la ricerca di una bella e personale grafia.
La protagonista, Helene, è una giovane insegnante di lettere, vive a Trieste e viene colpita da una tragedia. Giorno dopo giorno, cerca di rimanere ancorata alla vita, risalendo faticosamente la china, ma la sua è una battaglia solitaria e irta di ostacoli. In questo percorso difficile, solo poche persone riescono a oltrepassare la bolla nella quale è rinchiusa: suo figlio, le sue corrispondenti e due insoliti uomini. Attraverso il loro sguardo e quello immaginario, ispirato alla fotografa bavarese Helene Hoffman, cui deve il nome, la protagonista comprenderà le possibilità e il potere della resilienza femminile.

Nataša Cvijanović ha pubblicato due romanzi “La dama e l’aquila” (2012), “Tempora d’autunno – una guerra di Streghe e Benandanti” (2015) e un ricettario con il quale ha vinto il primo premio del Concorso Letterario Donne tra Ricordi e Futuro della Città di Pratovecchio (AR): “Il ricettario di Baba Ljuba – la cucina rurale jugoslava” (2014) tutti editi da Segno Editore.

Società Ginnastica Triestina – 1863
https://www.societaginnasticatriestina.it/museo-societa-ginnasti

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RECENSIONE: MORGANA – L’UOMO RICCO SONO IO

di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, Mondadori, 2021

Non vedevo l’ora di recensire questo libro, nonostante la vergogna. Sì, perché in casa ho la prima “Morgana”, ma non l’ho ancora letta! Cosa mi ha indotta a cominciare dalla seconda? Naturalmente il messaggio sotteso: l’abbattimento di uno degli ultimi tabù legati a “ciò che le donne possono fare”, ovvero: guadagnarsi il proprio denaro e andarne fiere.

Da che mondo è mondo, infatti, la donna viene vista come colei che studia, entra nel mondo del lavoro, si sposa (o va a convivere), mette al mondo dei figli (preferibilmente uno solo, visti i tempi grami) e… fine della storia. Si riduce a vivere per le creature, abbandonando il proprio mestiere, la carriera o qualsiasi altra velleità artistica e creativa.

Triste storia, non credete? Perché avere figli non significa che bisogna dedicarsi a loro definitivamente. Qualcuno pretenderebbe mai una cosa simile da un uomo? Niente affatto. È un’ipotesi, se ci pensate bene, improponibile. Invece, come si è visto anche durante la pandemia, è stato il 90% delle donne a perdere il proprio posto di lavoro, e solo il 10% degli uomini. Perché? Perché ancora oggi (nel XXI secolo!) ci si aspetta che siano proprio le madri a occuparsi dei figli, sotto ogni aspetto.

Ma è davvero accettabile?

No, affatto. Non lo è per la mia generazione (1979) e men che meno per quella delle mie quattro nipoti che, mi auguro, continuino la battaglia che stiamo conducendo noi oggi. Una battaglia assurda, se ci pensate bene, perché stiamo parlando di uno stile di vita equo, che dovrebbe essere naturale e ovvio. Vi faccio uno schema per capire meglio e per comodità mi riferirò alla cosiddetta coppia tradizionale, composta da una donna e da un uomo con figlio/a, ben consapevole della presenza di coppie arcobaleno e senza figli (per scelta o meno):

  • Lei e lui lavorano;
  • Lei e lui pagano l’affitto, le tasse e le spese dell’appartamento/casa in cui vivono;
  • Lei resta incinta continuando, nella maggior parte dei casi, a lavorare fino al giorno prima del parto, mentre lui lavora prima, durante e dopo, anche perché in Italia non abbiamo il congedo parentale previsto in molti Paesi virtuosi, come quelli Scandinavi;
  • Lei resta a casa per qualche mese, in modo da potersi occupare del bambino/a, mentre lui continua a lavorare, ma appena torna a casa, aiuta la sua compagna, visto e considerato che, nella maggioranza dei casi, le reti familiari si sono talmente sfilacciate che le puerpere hanno ben pochi aiuti (o zero) durante i primi mesi con il proprio/a bebè;
  • Quando il bambino/a inizia a frequentare l’asilo, lei torna a lavorare, mentre lui non ha mai smesso;
  • Spesso lei torna al lavoro con il part-time, ma appena terminato, deve correre a riprendere il figlio/a all’asilo e occuparsene, mentre lui torna alla solita ora a casa;
  • Se il bambino/a si ammala, i genitori decidono di occuparsene in modo egualitario: una volta sarà lui a restare a casa con il bambino, la volta seguente lo farà lei;
  • Se lei e lui hanno altre passioni e progetti extra-lavorativi, si accordano per occuparsene in modo equo;
  • In casa tutti e due si occupano delle faccende domestiche in modo paritario;
  • Entrambi continuano a pagare le tasse e la spesa congiuntamente.

Al netto del problema relativo all’assenza di un congedo parentale da parte del padre, cosa rileviamo? Che se lo schema venisse applicato in ogni famiglia, bene o male avremmo un equilibrio delle parti.

Qualche uomo, mi ha fatto spesso notare che, però, è l’uomo a portare a casa l’introito economico maggiore, perché di norma è lui ad avere un lavoro più remunerativo, ad essere pagato di più (in quanto uomo) e quindi c’è una disparità netta nei riguardi della compagna che, dopo la nascita del figlio, inizia a lavorare di meno e quindi a portare meno soldi a casa.

Attenzione: se la compagna avesse la stessa opportunità dell’uomo, di fare carriera, siamo proprio sicuri che continuerebbe a guadagnare di meno, rispetto all’uomo? La risposta è no. Inoltre, se è lei ad andare a prendere il figlio all’asilo dopo aver terminato di lavorare, e a occuparsene per altre quattro, o sei ore, prima del ritorno del compagno a casa, possiamo davvero affermare che lei lavori part-time? Ma poi, voi li avete visti i padri che trascorrono i primi mesi a casa col bebè h24? Io no. E quelli che dicono alla compagna: no guarda, il part-time lo richiedo io, tu ritorna al lavoro full-time: “Sarò io ad andare a prendere il bambino/a all’asilo e a occuparmene”? No, nemmeno quelli…

Insomma, bando alle ipocrisie e alle congetture. Se noi donne ci battiamo per avere pari diritti e opportunità, è perché sappiamo chi siamo, quanto valiamo e siamo perfettamente consapevoli del fatto che questa culturale maschilista e patriarcale è giunta al capolinea. Senza nulla togliere al valore dell’uomo -che ha la stessa importanza di quello della donna- c’è bisogno proprio di uno schema come quello che vi ho presentato, con tutti i miglioramenti del caso già delineati, e perché no? Molti altri ancora. Se esiste una giustizia universale, ve lo dico chiaramente: noi donne dovremmo venire portate sul palmo di una mano, perché per millenni siamo rimaste sotto, sotto a tutto e a tutti. Schiacciate dalla morale religiosa, dalle leggi, costrette a fungere da incubatrici senza diritti sui nostri figli/e, a camminare a capo chino, a usare mille sotterfugi per avere una boccata di aria fresca, di libertà, ma sempre con una percezione di un terrore di sottofondo, perché guai a essere scoperte. Siamo state degli oggetti che passavano dalla mano del padre a quella del marito, per finire poi in quella dei figli maschi. Siamo state (e siamo) oggetto di persecuzioni e violenze, stalking e critiche feroci che, guarda caso, ai maschi non verrebbero mai rivolte.

Insomma: basta! Basta! Basta!

Adesso vogliamo i nostri diritti, senza se e senza ma, anche perché non si tratta di richieste straordinarie, ma ordinarie e imbarazzanti per la loro semplicità che, tuttavia, ancora non viene messa in atto!

E allora ben vengano libri come questo, dove si presentano delle vere e proprie icone di empowerment femminile, donne che sono riuscite a spuntare tutti (o la maggior parte) i loro sogni e che rappresentano uno stimolo continuo per tutte noi. Chi sono?

  • Oprah Winfrey
  • Nadia Comǎneci
  • Francesca Sanna Sulis
  • J.K. Rowling
  • Helena Rubinstein
  • Angela Merkel
  • Veuve Clicquot
  • Beyoncé
  • Chiara Lubich
  • Asia Argento

La maggior parte di loro ha sofferto pene indicibili e/o è nata in epoche talmente ostili all’indipendenza economica femminile che possiamo affermarlo con certezza: sono state capaci di compiere un miracolo, qualcosa di oggettivamente impossibile. Invece ci sono riuscite, e lo hanno fatto partendo, talvolta, da condizioni così difficili, da famiglie e società talmente crudeli e violente, che oggi riteniamo impensabile, sovrumano, un simile successo.

Invece si può arrivare dove si vuole.

Questo è il messaggio che deve restare impresso nelle nostre menti e, a maggior ragione, in quelle delle nuove generazioni.

Noi arriviamo dove vogliamo. Magari ci vorranno anni. Magari troveremo lungo il percorso gli orchi, i mostri, i nostri carcerieri, ma se abbiamo l’intenzione, se la nutriamo quotidianamente, usciremo dalle gabbie che ci hanno costruito intorno. Lo faremo perché è un nostro diritto e perché l’ora è arrivata da un bel pezzo.

Quindi, mi auguro che in tante di voi leggano questo libro, e che lo facciano anche i maschi. Io l’ho letto a voce alta con mio figlio -certo saltando le parti intrise di maggior violenza, perché bisogna sempre tenere a mente come veicolare i messaggi, ai bambini a seconda della loro età- proprio perché è essenziale che anche i maschi della generazione che ha appena aperto gli occhi sul mondo, conosca il valore delle donne e i loro diritti, oltre che quelli degli uomini.

N:B Questo è il primo libro in cui ho trovato l’uso dello schwa: Ə, un fonema di inclusione adottato per parlare a femmine, maschi e agli altri, ovvero a tutti coloro che non si ritrovano nel genere binario. Uso questo fonema nelle mie comunicazioni social quando voglio invitare le persone a un evento o incontro letterario e culturale, e lo trovo molto pratico. Non mi ha dato alcun fastidio, nel corso della lettura e, mentre rileggevo questo post, avrei voluto adottarlo per comodità (anziché scrivere figli/e, per esempio), ma per il momento lo uso moderatamente.

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