RECENSIONE: “LE SORELLE DONGURI” DI BANANA YOSHIMOTO

Feltrinelli, 2018

Nuovo romanzo della pluripremiata scrittrice giapponese Banana Yoshimoto ed ennesima conferma della bellezza stilistica, della profondità psicologica e della capacità di passare dal mondo tangibile a quello onirico in maniera fluida, senza percepire lo stacco tra una dimensione e l’altra. E mi colpisce anche sul personale dal momento che, proprio pochi giorni fa, ho terminato di leggere “I sogni” di Sinesio di Cirene, allievo della filosofa e matematica Ipazia di Alessandria. Secondo lui -e stiamo parlando di riflessioni datate IV sec. d.C.!- bisognerebbe tenere sia un Diario Diurno, che uni Notturno, perché l’importanza dei sogni è grande. I sogni possono prevedere gli eventi, prepararci a situazioni difficili, ma anche portare consigli, insegnamenti preziosi per il quotidiano. I sogni erano considerati un tipo di mantica (divinazione) assolutamente democratica, poiché a disposizione dello schiavo tanto quanto del re.

Chissà se Yoshimoto ha letto “I sogni”. Certo è che Guri, la sorella minore delle “Sorelle Donguri”, rubrica di posta del cuore, attraverso i sogni riesce a raggiungere persone a lei molto care, anche quando ritrovarle nel “mondo reale” diventa impossibile.

Donko e Guri sono due brave ragazze alle quali il destino ha tolto i genitori in tenera età. Sono passate di zia in zio, fino a un felice approdo a casa del nonno. Lungo la strada hanno sofferto, ma hanno anche imparato molto. Si sono allontanate per poi ritrovarsi.

È un romanzo onirico e riflessivo, per questo mi è piaciuto molto e credo che anche voi potrete cogliere diverse virtù nella sua trama.

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RECENSIONE: “LE PERSIANE VERDI” DI GEORGES SIMENON

Adelphi, 2018

Èmile Maugin è un attore francese ultracinquantenne di cinema e teatro. È molto famoso. Ha avuto tre mogli e l’ultima gli ha dato una figlia, l’amata Baba. Ha un’autista e un assistente personale che lo accompagnano dappertutto, una casa enorme e presto acquisterà una villa in Costa Azzurra con le persiane azzurre, non verdi, come avrebbe desiderato.

E’ da questo ultimo dettaglio che si potrebbe partire per strappare la maschera a Maugin e rivelare la sua vera natura: quella di un vecchio alcolizzato e grasso con il cuore di un settantenne, un uomo irrisolto che ha trascorso la vita con Bacco e Venere, costantemente alla ricerca di qualcosa che non ha trovato.

Acclamato dalla critica europea come il romanzo dell’autentico talento letterario di Georges Simenon, mille miglia distante dalle decine di episodi del pur famosissimo commissario Maigret, pure amatissimo da milioni di lettori nel mondo, “Le persiane verdi” conferma i lusinghieri giudizi. Lo stile di Simenon è impeccabile, lo scavo psicologico chirurgico. Anche se l’atmosfera e i personaggi possono non piacere -per me, a tratti Maugin è disturbante- la maestria dello scrittore rende la lettura ipnotica, a tratti ossessiva. Impossibile allontanarsi da queste pagine, tale è la capacità narrativa dell’autore. A posteriori ho scoperto che il romanzo venne scritto in undici giorni.

Diavolo di un Simenon! Verrebbe da dire. E me lo immagino a sogghignare dietro il fumo della sua pipa, lassù, oltre le nuvole, nell’Iperuranio dove dimorano gli dèi dei miti e della letteratura.

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RECENSIONE: “LA RAGAZZA DEL CONVENIENCE STORE” DI MURATA SAYAKA

E/O, 2018

Mi ero preparata all’impatto con un romanzo del genere seguendo da anni lo sviluppo sociale giapponese, tuttavia devo confessare che il finale mi ha spiazzata.

Chiaramente non scriverò lo spoiler, ma posso assicurarvi che ci sono molti motivi per cui questa opera è stata premiata in patria e sono certa che proprio la sua vittoria possa rappresentare un sonoro schiaffo in faccia a un conformismo distruttivo e, a tratti, grottesco.

La vicenda si svolge a Tokyo, in una delle metropoli più caotiche del mondo, dove si muove la protagonista, Keiko, che da ben diciotto anni lavora in un konbini, “abbreviazione dell’inglese convenience store: un minimarket aperto fino a tarda notte o, più spesso, 24 ore su 24”, come ci suggerisce l’utile glossario a fine libro. A noi occidentali potrebbe sembrare una vicenda banale, ma non lo è per la società giapponese: che una donna di trentasei anni lavori in un konbini, part-time, con un contratto a tempo determinato, che non sia sposata e non abbia figli, ma neanche una relazione, rappresenta l’acme della stranezza. Come le suggerirà brutalmente Shiraha, il suo “partner di interesse”: “anche i miei testicoli appartengono alla società, esattamente come il tuo utero”, a significare che il popolo conservatore giapponese respinge e rigetta in ogni modo gli individui che non seguono un percorso di vita tracciato fin dalla più tenera infanzia: studio, apprendimento della disciplina e della responsabilità, lavoro, formazione di una famiglia con figli. In questa successione.

Keiko è invece una donna strana. Lo è sempre stata, fin da bambina, quando certe sue uscite lasciavano attoniti i genitori. L’unica sua fortuna è stata la sorella minore, che l’ha protetta e aiutata a trovare varie scuse, nel corso degli anni, per apparire il più normale possibile allo sguardo degli altri. Ma la vera colonna portante dell’esistenza di Keiko è stato proprio il konbini, perché come in un gioco di opposti, la struttura e l’organizzazione rigida del negozio le hanno permesso di conformarsi alle regole sociali. Keiko è la commessa perfetta. Keiko dorme le ore necessarie per essere lucida per il lavoro. Keiko si offre di coprire turni impossibili, anche all’ultimo momento. Keiko lavora a Capodanno, se necessario. Keiko si riesce ad addormentare la sera, o calmare in un momento di disagio, solo ascoltando mentalmente la musica di sottofondo del konbini.

Nemmeno l’incontro con l’irrequieto commesso Shiraha, che dal konbini verrà espulso molto velocemente per la totale incapacità di accettazione delle regole, riesce a smuovere Keiko da quello che io definisco torpore, ma che alcuni di voi potrebbero valutare altrimenti.

Di più non posso raccontare, perché andrei a svelare troppo della trama.

Ciò che continua a colpirmi profondamente è l’incapacità di una cultura tanto florida e profonda come quella giapponese, di accettare il diverso, l’estroso o semplicemente l’unicità della persona. Ma forse non dipende nemmeno dalla cultura in sé, bensì dalla velocità con cui la società si è modificata dall’Ottocento a oggi. Non dobbiamo dimenticarci che fino a duecento anni fa, i giapponesi vivevano in una realtà che noi definiremmo medievale e che l’incontro con il nostro mondo creò un autentico terremoto. Forse fu proprio questo trauma a renderli così attaccati, con le unghie e con i denti, a certi meccanismi interni. Può essere comprensibile a livello logico, lo è meno quando, ancora oggi, si ascoltano dei giovani ragazzi asserire che, per il solo fatto di essersi fatti un tatuaggio, non vengono accettati dagli altri. Oppure ascoltare lavoratori indefessi ai quali viene chiesto sempre di più, tanto da sentirsi in dovere di portare in ufficio i loro futon per dormire qualche ora e tornare a essere operativi. La cosa che più mi ha lasciata basita, tuttavia, è stato scoprire l’alto tasso di suicidio tra i bambini. La pressione è talmente alta fin dalla prima infanzia che molti scolari non ce la fanno e piuttosto di ammettere ai propri genitori di avere fallito (perché per loro un pessimo voto in pagella è un fallimento) decidono di uccidersi, come samurai sconfitti.

Credo sia una lettura straniante, a tratti alienante, ma “La ragazza del convenience store” ci apre una finestra molto grande su una realtà che difficilmente potremmo conoscere così da vicino.

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RECENSIONE: “IL GIARDINO SEGRETO” DI BANANA YOSHIMOTO

Feltrinelli, 2016

Siamo al terzo e ultimo romanzo della trilogia “Il regno” e la protagonista, Shizukuishi, giunge al termine del suo passaggio da giovane fanciulla ingenua, cresciuta tra le montagne con la nonna guaritrice a giovane donna temprata dalla vita di città, da un nuovo lavoro e una relazione che inizia a scricchiolare nel momento in cui si avvia alla convivenza.

Ho trovato quest’ultimo tomo davvero intenso. So che per alcuni potrebbe rivelarsi pesante, perché è come un lungo flusso di coscienza. Tuttavia, credo che contenga delle perle di saggezze e delle riflessioni importanti per ogni lettore. Come per esempio:

“Da bambini ci costringono a diventare grandi quando non siamo ancora pronti, poi basta un niente e ci aggrappiamo disperati al tempo perduto dell’infanzia, trascorriamo l’età adulta immersi nel senso di colpa e, voltandoci troppo spesso dall’altra parte, ci avviamo alla morte… Vivono tutti sbilanciati, con le lancette dell’orologio spostate in avanti di cinque minuti. Se fossero uno o dieci anni avrebbe senso. Ma cinque minuti servono solo a procurare ansia. Tutti si affrettano, sciupano energie. Perché sono convinti che sia semplice ricaricare le batterie. In questo modo cediamo al tempo e alle circostanze il dominio della nostra vita…”

C’è poi un tuffo nel cuore del senso dell’essere e della Natura:

“C’era qualcosa che non mi tornava. Perché alla gente non sono sufficienti dipinti e fotografie, perché sentono il bisogno di usare la natura per dare vita alle proprie opere? Si parla di armonia tra uomo e natura, ma in quel caso gli elementi naturali erano utilizzati per produrre un’opera del tutto umana. Era il mondo della sua immaginazione, e ogni pianta, fiore o ramo si era messo al servizio del suo estro prendendo la forma che lui desiderava.

Ebbi l’impressione che quel giardino contenesse le risposte alle mie domande: perché non ci accontentiamo della natura? Perché ci ostiniamo a riprodurla? Era forse perché la si ritiene soltanto un frammento della pur meravigliosa opera degli dèi? Takahashi doveva sapere molto di più. Probabilmente riusciva a vedere più lontano, e a ciò che vedeva non avrebbe voluto rinunciare. Di fronte alla perfezione della natura era in grado di immaginarselo. Ecco perché non riusciva a trattenere la spinta creativa. Ma com’è che si era infilato in un’impresa così diversa dalle altre? Perché non poteva muoversi? O perché sapeva che non sarebbe vissuto a lungo?”

Domande che mi fanno sollevare la testa.

Takahashi era un ragazzo su una sedia a rotelle morto giovane, che nell’arco della sua breve vita aveva sviluppato un amore immenso nei confronti della natura e aveva creato il “giardino segreto” che dà il titolo al romanzo. Nella citazione trovo una riflessione che in molti dovrebbero fare: c’è bisogno di tempo per creare qualcosa di bello, per progettare e sognare. Noi ce lo concediamo? Oppure viviamo alla mercé dei condizionamenti, del “dovere”. Che poi quel dovere è reale, oppure siamo noi ad averlo fatto diventare sempre più grande, imponente, fino a schiacciarci?

In molti ritengono che Yoshimoto sia un’autrice difficile, malinconica e a tratti pesante. Io credo invece che sia una donna, prima di tutto, profondamente consapevole e che nei suoi romanzi ci faccia dono di dubbi utilissimi alla nostra quotidianità.

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Il mio articolo sul terzo numero del mensile “La tua felicità”

In edicola oggi ci sono anche io: il mio articolo “L’eredità delle streghe” è uscito sulla rivista “La tua felicità”:

 

Sei facciate ricche di consigli pratici e ricordi di famiglia degli usi delle erbe e delle piante per la cura delle persone.

Il tutto arricchito dall’intervista alla prof.ssa Erika Maderna, autrice di numerosi saggi sull’argomento

per Aboca Editore.

 

Di seguito, le prime due facciate del mio articolo:

 

Buona lettura!

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RECENSIONE: “LYTTON STRACHEY – L’ARTE DI VIVERE A BLOOMSBURY” DI MICHEAL HOLROYD

Il Saggiatore, 2011

Per anni sono corsa dietro a questa biografia. Sentivo, fin nelle più minuscole vene del mio cervello, che in essa non avrei scoperto solo l’anima di un uomo straordinario, una tra le più brillanti gemme del Bloomsbury Group, ma molto molto altro. Le mie aspettative non sono state deluse. Tutt’altro: la lettura della biografia di Lytton Strachey ha spalancato molte nuove porte di conoscenza e non solo a livello letterario, ma anche umano.

Lytton Strachey nacque a Londra il 1° marzo 1880 da una famiglia importante. Il padre era il generale Sir Richard Strachey, militare di alto rango che trascorse quasi tutta la carriera in India coltivando poliedriche passioni: botanica, esplorazione, ingegneria, meteorologia, matematica, geografia, ecc. La madre era Jane Mary Grant e proveniva da una famiglia angloindiana. Infatti conobbe il marito in India e lo sposò nel 1859. Ebbe tredici figli, due dei quali morti in tenera età. Da tutti venne ricordata come una donna di grande vigore, seppure volubile, conoscitrice della letteratura francese e dei drammi elisabettiani, oltre che battagliera femminista e amica di George Eliot.

Lytton era l’undicesimo figlio e crebbe al 69 di Lancaster Gate, un tetro edificio ottocentesco vicino ai giardini di Kensington. Fin da piccolo, Lytton presentò vistosi problemi di salute e a scuola venne bersagliato da quelli che oggi chiamiamo atti di bullismo. Non lo aiutò il fatto di essere timido, portare gli occhiali, essere dotato di una scarsa vitalità e avere una voce in falsetto. Più tardi sosterrà che ci sia una relazione fra le condizioni fisiche di uno scrittore e lo stile letterario che impiega. Tuttavia raggiunse Cambridge, dove ci fu un importante svolta: conobbe il critico Desmond MacCarthy, il romanziere E.M.Forster, l’economista Maynard Keynes, lo scrittore Leonard Woolf e il critico d’arte Clive Bell, grazie ai quali, unitamente alla famiglia Stephen, avrebbe formato il noto circolo artistico e intellettuale Bloomsbury Group.

Virginia Woolf annotò che Lytton “ha nel centro di se stesso una grande passione per la mente”. Mentre Carrington scrisse nel suo diario (4 febbraio 1919): “Tutte le sue avventure ed esperienze sono mentali, e soltanto lui ne gode. All’esterno è come la vita di una gallina. I pasti scandiscono il giorno, i libri letti la mattina, la siesta, la passeggiata a Pangbourne, altri libri. Una lezione di francese con me, magari la cena. Leggere ad alta voce. Letto e bottiglie d’acqua calda, e ogni giorno uguale, sembra. Ma dentro, che varietà, e che fantastiche imprese”.

Per buona parte della sua vita, si preoccupò della propria condizione economica, dipendente dalla famiglia, ma grazie alle sue biografie, a cominciare da “Eminenti vittoriani” (1918), ottenne un enorme successo, sia in Inghilterra che in America, e non ebbe più ragioni di affannarsi. Scrisse: “L’arte sta tutta in questo. Polverizzare il materiale e rimodellarlo a guisa della propria particolare assurdità”.

A un certo punto della sua carriera letteraria, si trovò anche a ragionare sulla felicità:

“C’è tanta felicità che mi tiene a galla! A questo proposito, mi sono venute in mente due generalizzazioni:

Generalizzazione n.1: “Il segreto della felicità è non desiderare troppo né troppo poco”.

Generalizzazione n.2: “Nessuno può padroneggiare tale segreto prima dei 39 anni di età”.

Era una mente infaticabile e un divoratore di libri. Carrington descrisse parte della sua libreria:

“Su un’altra mensola, poco lontano, c’era il Diario di Katherine Mansfield curato da Middleton Murry, che Lytton definì “sorprendente e incomprensibile. Vedo che Murry lascia intuire che fosse scritto in vista della pubblicazione -il che senza dubbio la dice lunga su molte cose. Ma perché quel manico di scopa sboccato, violento, sfacciato si presenti come un batuffolo di cotone profumato alla rosa sfugge alla mia comprensione”.

L’amore era la sua religione, e l’unico dio che potesse accettare avrebbe sacrificato gli amori, così singolari, così plurali, che avevano costituito le passioni più durevoli della sua vita. Infatti ebbe diverse relazioni omosessuali, ma convisse con la pittrice Dora Carrington quasi tutta la vita.

Lytton morì nel 1932 dopo giorni di agonia Vennero convocati diversi dottori, per capire quale male lo affliggesse, ma solo l’autopsia lo rivelò: cancro allo stomaco. La notizia della sua morte, colpì tutto Bloomsbury, ma a pagarne lo scotto più alto fu Carrington.

Sulle pagine del LIBRO (un diario), Carrington riversò le proprie emozioni, non per liberarsene ma per fissarle nei dettagli e non dimenticarle mai. Sembrano una lunga lettera senza risposta. “O caro Lytton, sei morto e non posso dirti niente”. Non le interessava nulla, non pensava a null’altro che al passato ancora vivo.

“In questi sedici anni non sono mai stata felice quando lui non c’era. Era, e questo è il motivo per cui rappresentava tutto per me, l’unica persona alla quale non avevo mai bisogno di mentire, perché non si aspettava mai che fossi diversa da ciò che ero, e non si mostrava mai curioso se non gli dicevo qualcosa. Nessuno capirà mai la felicità assoluta della nostra vita insieme. Le battute assurde e fantastiche a tavola, a passeggio, dai nostri amici, e le meravigliose descrizioni delle feste di Londra e delle sue storie d’amore, e poi tutti i pensieri che condivideva con me”.

Il dolore costituiva il suo unico legame con Lytton e non sopportava l’idea di superarlo. A questo genere di afflizione si aggiunse il rimorso, una vera punizione autoinflitta, per avere (di questo era convinta) trascurato Lytton nell’ultimo paio d’anni in favore di un giovane amante, Beacus Penrose. Ma il senso di colpa immotivato sarebbe giunto anche in assenza di un Beacus, perché il forte sentimento era saldato alla sua personalità. Si sentiva responsabile non tanto di colpe precise, quanto di pensieri segreti, dei momenti di depressione o amarezza e delle ore inutilmente trascorse lontano da lui.

Con queste premesse, era difficile convincerla che valesse la pena di continuare a vivere. Gli amici più stretti speravano che, passato qualche mese, ritrovasse un legame inconscio con la vita. Ma sapevano che le fondamenta erano scomparse e che negli anni sarebbero comunque arrivati momenti di depressione in cui la decisione di farla finita sarebbe stata incombente.

Nelle prime pagine della biografia di Micheal Holroyd sono rimasta piacevolmente colpita dalla scoperta che lo scritto aveva ispirato il film “Carrington” (1995) che guardai con tanta ammirazione due anni fa. Se non avete tempo per leggere questa biografia, non perdetevi la pellicola.

Bibliografia (traduzioni in italiano):

  • “Eminenti vittoriani”, Castelvecchi;

  • “La regina Vittoria”, Castelvecchi;

  • “Libri e personaggi”, Bompiani;

  • “Voltaire”, Castelvecchi;

  • “Elisabetta e il conte di Essex”, Castelvecchi;

  • “Ritratti in miniatura”, Sellerio;

  • “Ermyntrude ed Esmeralda”, ES;

  • “Uomini, donne, sesso e arte”, Castelvecchi.

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RECENSIONE: “LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI” DI GERALD DURRELL

Adelphi, 1975

“Perché sopportiamo questo maledetto clima?” domandò all’improvviso, facendo un gesto verso la finestra con i suoi obliqui ruscelli di pioggia. “Guarda lì! E quanto a questo, guarda noi… Margo tutta gonfia come un piatto di porridge rosso… Leslie che se ne va in giro con dieci metri di ovatta nelle orecchie… Gerry che pare che abbia il palato fesso dalla nascita… E guarda te: ogni giorno che passa hai un’aria più decrepita e stravolta”.

Mamma gettò un’occhiata al di sopra di un grosso volume intitolato “Ricette facili” del Rajputana.

“Neanche per sogno!” disse sdegnata.

“E invece sì”, insistette Larry “cominci a somigliare a una lavandaia irlandese… e i tuoi figli sembrano le illustrazioni dell’enciclopedia medica”.

A questo mamma non riuscì a trovare nessuna risposta veramente schiacciante, quindi si accontentò di dargli un’occhiata severa prima di tornare a rifugiarsi dietro il suo libro.

“Quello che ci vuole per noi è il sole” continuò Larry, “non sei d’accordo, Les?… Les… Les!”

Leslie si srotolò da un orecchio un bel pezzo di ovatta.

“Cosa hai detto?” domandò.

“Eccoti servita!” disse Larry, voltandosi trionfante verso mamma. “Parlare con lui è diventata un’impresa problematica. Dimmi tu che razza di situazione! Un fratello non sente quello che gli dici e l’altro non lo si capisce quando parla. Francamente è ora di fare qualcosa. Non si può pretendere che io crei la mia prosa immortale in un’atmosfera pregna di tetraggine e di eucalipto”.

Introducendo due dei personaggi principali del romanzo, durante una loro conversazione, illustro perfettamente il clima familiare, intimo e denso di umorismo britannico che impregna il romanzo zoologico di Durrell.

Gerald Durrell fu uno zoologo inglese nato nel 1925 che, fin dal bambino, fu diverso rispetto ai suoi compagni di scuola. Amava gli ambienti aperti alle aule scolastiche, e fin qui niente di straordinario. La sua essenza, tuttavia, ebbe modo di esplodere e diramarsi verso ogni punto cardinale quando, da bambino, trascorse cinque anni sull’isola greca di Corfù, proprio dietro insistenza del fratello maggiore Larry, futuro scrittore, che non ce la faceva più a languire nella tetra Inghilterra e convinse la madre, vedova, a trascorrere dei tempo con i suoi quattro figli in un angolo soleggiato del Mediterraneo. La donna si dimostrò un’illuminata, perché quel cambio di prospettiva giovò a tutti i componenti della sua famiglia e divenne una pietra miliare dei loro ricordi.

Come sarebbe ascoltare anche le voci degli altri fratelli, e della madre stessa…

Comunque, in questo libro c’è abbastanza da soddisfare i palati di tutti, soprattutto se partiamo dall’incipit, quando l’autore spiega come il suo progetto iniziale fosse quello di scrivere un saggio sugli animali incontrati sull’isola, ma i suoi familiari entrarono tra le pagine e fu impossibile cacciarli.

Come non capirlo, quando lo stesso Larry offriva battute così divertenti:

La seconda mattina, quando comparve, aveva un diavolo per capello perché un contadino aveva legato il suo asino proprio accanto alla siepe. A intervalli regolari, la bestia alzava il muso e gettava un lungo e lugubre raglio.

“Ma ditemi voi!” proruppe Larry “non è da ridere che le future generazioni debbano essere private della mia opera solo perché un ilota cretino ha legato quella puzzolente bestia da soma vicino alla mia finestra?”

“Sì, caro” disse mamma. “Perché non vai a spostarla, se ti disturba?”

“Cara mamma, non si può pretendere che io passi il mio tempo a inseguire asini per gli uliveti. Gli ho scaraventato addosso un opuscolo della Scienza Cristiana; che altro pretendi che faccia?”

Tuttavia, l’isola era densamente popolata e ricca di aneddoti e insegnamenti, come di superstizioni. Durante una delle innumerevoli ricognizione di Gerry (Gerald) alla scoperta degli animali autoctoni, un anziano si avvicinò a lui per spiegargli qualcosa che riteneva importante:

“Voglio avvertirti di una cosa, piccolo lord” disse.

“Per te è pericoloso startene sdraiato qui sotto questi alberi”.

Alzai gli occhi sui cipressi, ma non ci vidi niente di allarmante, e allora gli domandai perché pensava che fossero pericolosi.

“Ah, puoi startene seduto sotto, questo sì. Fanno una bella ombra, fresca come l’acqua. Ma danno la tentazione di dormire, e questo è un guaio. E tu non devi mai dormire sotto un cipresso, per nessuna ragione al mondo”.

Tacque, si lisciò i baffi, attese che gli domandassi perché e poi continuò:

“Perché? Perché? Perché se dormi, quando ti svegli sei cambiato. Sì, i cipressi neri sono pericolosi. Mentre dormi, le loro radici ti crescono nel cervello e te lo rubano, e quando ti svegli sei matto, con la testa vuota come uno zufolo”.

Gli domandai se erano soltanto i cipressi a far questo, o anche altri alberi.

“No, soltanto il cipresso” disse il vecchio, alzando gli occhi a fissare fieramente gli alberi che troneggiavano su di me, quasi volesse vedere se stavano in ascolto “soltanto il cipresso è il ladro dell’intelligenza. Perciò sta in guardia, piccolo lord, e non dormire qui”.

E poi c’erano anche altri ospiti dell’isola, come l’anziano prof. Kralefsky, che fu maestro di Gerry per qualche tempo e che, sorprendentemente, aveva una madre ancora in vita. Gerry descrive il loro incontro:

Con una grande cautela raccolsi la massa di capelli ramati e la spostai da una parte per potermi sedere sul letto. I capelli erano morbidi, serici e pesanti, come un’onda color fiamma che mi scorresse tra le dita. La signora Kralefsky mi sorrise e ne prese una ciocca, facendosela rigirare tra le dita perché scintillasse.

“L’unica vanità che mi sia rimasta” disse “tutto quello che resta della mia bellezza”.

Contemplò quell’ondata di capelli come se fosse un cucciolo, o qualche altra bestiolina che non avesse nulla a che fare con lei, e se li accarezzò affettuosamente.

“E’ strano” disse, “molto strano. Io ho una teoria, sai? Che alcune cose belle si innamorano di se stesse, come Narciso. E quando questo succede, non hanno nessun bisogno di aiuto per vivere; diventano così prese dalla propria bellezza che vivono soltanto per quella, nutrendosi di se stesse, per così dire. In questo modo, più si fanno belle e più forti diventano; vivono in un circolo. I miei capelli hanno fatto proprio questo. Sono autosufficienti, crescono soltanto per se stessi e il fatto che il mio corpo sia andato in rovina non li turba minimamente. Quando morirò, se ne potrà colmare tutta la mia bara, e probabilmente loro continueranno a crescere anche quando il mio corpo sarà ridotto in polvere”.

“Dicono” mi annunciò, “dicono che quando si diventa vecchi, come lo sono io, il corpo si fa più lento. Io non ci credo. No, per me è completamente sbagliato. Io sono convinta che non siamo noi a farci più lenti, ma la vita a farsi più lenta per noi. Mi capisci? Tutto diventa languido, per così dire, e allora si notano tante e tante cose, quando tutto si muove lentamente. Quante cose si vedono! Quante cose straordinarie avvengono intorno a te, cose che non avevi mai nemmeno sospettate! E’ un’avventura incantevole”.

Mentre leggevo il diario-saggio-romanzo di Gerald Durrell, non facevo che pensare alla felicità di quel bambino già zoologo che viene condotto su un’isola così piena di vita e di esperienze da fare. Da madre, ho condiviso ogni sua più piccola gioia, ogni descrizione vergata sui suoi taccuini. Certo, ci sono passaggi che possono risultare noiosi, perché non tutti sopportiamo di leggere a lungo la vita delle tartarughe marine, piuttosto che quella di particolari insetti. Però si può procedere e scoprire altri battibecchi tra i Durrell e, soprattutto, innamorarsi di Corfù attraverso i loro occhi e sognare di preparare le valigie e partire come fecero loro, quasi cent’anni fa, con pochi mezzi a disposizione, verso un paradiso noto a pochi.

Se, dopo la fine della lettura del libro, i Durrell dovessero mancarvi, potete guardare ben due stagioni dell’omonimo telefilm: “I Durrell”, che io ho ammirato sul canale LaF. Ci sono molte aggiunte e modifiche fisiognomiche, ma sono certa che non ve ne pentirete.

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VACANZE (PIU’ O MENO)

Damon & Nat

 

La vedete questa piccola birba alla mia destra?

E’ mio figlio Damon, quattrenne scatenato e pieno di energie, amante della Natura e delle passeggiate.

 

Damon è in vacanza dall’asilo e, dal momento che non ha espresso particolari passioni

verso alcun Campo Estivo, rimarrà a casa per due mesi.

Traduzione: io sono il suo Campo Estivo!

 

Pertanto, auguro a tutti voi di trascorrere al meglio le vostre ferie.

Io sarò molto impegnata con la famiglia, ma dedicherò le sere a intense e interessanti letture

per tornare sul mio blog a settembre,

con un bagaglio di libri e nuove esperienze, artistiche, culturali e umane.

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RECENSIONE: “PICNIC A HANGING ROCK” DI JOAN LINDSAY

Sellerio, 2017

Vallo a spiegare a un lettore di e-reader, Kobo, Tolino, ecc, il godimento che si prova nel tenere in mano un’edizione cartacea Sellerio. Personalmente, non riesco a provare la stessa emozione con nessun altro editore e non me ne vogliano Adelphi e Iperborea, per esempio, che hanno pure un formato classico delizioso.

E’ naturale, quindi, che prediliga la lettura dei romanzi Sellerio a molti altri. Non che li legga tutti -amanti di Camilleri non odiatemi, ma il commissario Montalbano non mi prende proprio!- ma appena noto un titolo acattivamente e, soprattutto, una trama che “mi chiama”, corro a comprarne una copia, attendendo con trepidazione il momento in cui le mie mani incontreranno quelle confortevoli, incantevoli copertine.

Questa volta, l’occasione è arrivata grazie alla pubblicità aggressiva che è stata fatta sui canali Sky della nuova serie tv “Picnic a Hanging Rock”. Sei episodi, una sola stagione (per ora) e delle immagini conturbanti. Sentivo odore di marketing a centinaia di chilometri di distanza, ma la sostanza, ovvero la trama, continuavano a fare eco nella mia mente. Finché mi sono ricordata che un lettore, anni fa, mi aveva consigliato esattamente questo romanzo, asserendo che, da scrittrice di romanzi storici (allora avevo edito “La dama e l’aquila”) ero tenuta a leggere il capolavoro dell’autrice australiana Joan Lindsay. Come una brava Sherlock Holmes avevo inserito l’informazione dentro uno dei cassetti del mio cervello ed ecco che, qualche settimana fa, l’ho estratto con vivo gusto.

Ho comprato il libro e messo in registrazione la serie tv. Ebbene, dopo aver terminato la lettura del romanzo e aver visto il primo episodio, vi assicuro che il primo batte il secondo, almeno per chi, come me, ama immergersi nelle atmosfere dei secoli passati, carpirne i colori, i volti, i gesti, le consuetudini. Riporto un estratto di ciò che intendo:

“Isolate dal naturale contatto con la terra, l’aria e la luce del sole per via dei corsetti prementi sul plesso solare, delle sottane voluminose, delle calze di cotone e degli stivaletti di capretto, le ragazze sazie e assonnate che poltrivano all’ombra non facevano parte dell’ambiente più di quanto ne facciano parte le figure di un album di fotografie messe in posa a capriccio su un fondale con rocce di sughero e alberi di cartone”.

Se oltre a questo, aggiungete anche un talento nella descrizione della natura, comprenderete che la lettura di un simile romanzo è un dono:

“A ogni passo la vista diventava più affascinante, man mano che si aggiungevano altri particolari di rupi merlettate e di pietra macchiata di licheni. Ora una kalmia latifolia lucida al di sopra delle polverose foglie argentee di un corniolo, ora una crepa scura tra due massi, dove il capevenere tremolava come un merletto verde”.

Ma di cosa parlano il romanzo, un film famosissimo di Peter Weir del 1975 e la nuova serie tv? La trama è semplice: il giorno di San Valentino 1900, le studentesse del college Appleyard festeggiano l’evento alle pendici della misteriosa Hanging Rock, una formazione rocciosa preistorica che si erge nel mezzo del fitto bush australiano. Dopo un pasto luculliano, tre studentesse più grandi, Marion, Irma, Miranda, e la più giovane Edith, si allontanano per una ravvicinata osservazione di Hanging Rock, giurando di tornare nell’arco di un’ora, ma due di loro e l’insegnante di matematica McCraw, che era andata a cercarle, non faranno più ritorno. Solo Edith, sconvolta e urlante, tornerà dalla professoressa di francese e dalle sue amiche, pur incapace di spiegare cosa sia accaduto e qualche giorno dopo, un’altra collegiale verrà ritrovata vicino a Hanging Rock dal giovane e nobile Albert, e tuttavia neanche lei ricorderà nulla.

Una storia intrigante di per sé che, se corredata da numerosi articoli di giornale e deposizioni al comisariato, presenti nello stesso romanzo, diventa ancora più accattivante. Non solo. La scrittrice aveva inserito, nel capitolo finale, la soluzione della vicenda, ma il suo editore si era opposto alla pubblicazione, in quanto un finale aperto è molto più misterioso di uno dove tutti i nodi vengono al pettine. Lindsay acconsentì e il diciottesimo capitolo uscì postumo: “The secret of Hanging Rock” (1987), mai tradotto in italiano.

Basta e avanza per avere un notevolissimo richiamo di lettori e stampa, e tuttavia il mistero di Hanging Rock divenne di interesse internazionale quando circolò la voce che il romanzo si basasse su una storia realmente accaduta e che gli aborigeni non si avvicinavano mai alla conformazione rocciosa, in quanto la ritenevano un ricettacolo di spiriti nefasti. Non voglio perdere tempo nel descrivere le ridicole supposizioni di fine Novecento sulla possibilità di abduction da parte di alieni. Che differenza di gusto tra inizio e fine secolo!

Voglio consigliarvi la lettura di questa opera perché contiene tante qualità e vi permetterà di entrare in un mondo non troppo distante dal nostro nel tempo, ma nello spazio sì. Vi invaghirete delle descrizioni paesaggistiche, psicologiche, del netto contrasto della società vittoriana e degli arcani misteri di un’isola da poco colonizzata, brulicante di misteri ancestrali di cui all’epoca non si conosceva quasi niente. Se poi avrete del tempo per godervi il film di Weir fatelo. Per quanto riguarda la serie, ve la consiglio solo se siete amanti di sceneggiature come “Hannibal”, “Game of Thrones” e “American Horror Story”, altrimenti passate direttamente a un altro Sellerio!

Picnic at Hanging Rock, William Ford, 1875, National Gallery di Melbourne
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Intervista alla ricercatrice e saggista Erika Maderna

Dott.ssa Erika Maderna

 

1. Sono anni che apprezzo i tuoi saggi, ma dal mio blog passano anche lettori che potrebbero non conoscerti ancora. Puoi presentarti e raccontarci la tua formazione e la tua attività?

Il mio percorso di studi parte dalla laurea in Lettere Classiche ad indirizzo archeologico. L’archeologia di scavo, però, l’ho coltivata poco, e solo da studentessa: mi ha sempre appassionato di più scavare nelle pagine immateriali della storia piuttosto che in quelle materiali. Finita l’università, ho avuto l’opportunità di realizzare un paio di pubblicazioni che, in un certo senso, hanno aperto la strada alle successive ricerche a cui mi sono dedicata. Alcuni anni fa, l’incontro fortunato con il progetto culturale di Aboca ha costituito per me una svolta molto interessante. Grazie al rapporto di fiducia e affetto reciproco che si è instaurato, oggi mi dedico prevalentemente alla ricerca indipendente e alla divulgazione, e posso trascorrere gran parte del mio tempo con il naso infilato fra i libri… una bella fortuna!

2. Ho avuto modo di leggere tre delle tue opere: “Aromi sacri, fragranze profane”, “Medichesse” e “Per virtù d’erbe e d’incanti”, editi da Aboca dal 2009 a oggi. Nell’articolo precedente (http://www.arteculturae.it/saggistica/recensione-per-virtu-derbe-e-dincanti-la-medicina-delle-streghe-di-erika-maderna/) ho recensito proprio l’ultimo uscito. Da dove provengono i tuoi interessi?

Negli ultimi anni ho avuto modo di approfondire due filoni di studio, entrambi a me molto cari. Il primo è collegato alla dimensione del mito e dei simboli, che è confluito nelle esplorazioni botaniche di “Le mani degli dèi”, una ricerca complessa ma appassionante sulla sacralità del mondo vegetale e sulle sue mitologie. Il secondo filone è quello della storia della medicina femminile, che ha preso avvio dall’idea di “Medichesse”, attingendo a uno straordinario bacino di saperi, curiosità e aneddoti ancora poco esplorato nell’editoria divulgativa.

3. Sono molto colpita dalla profondità delle tue ricerche. La bibliografia, che doni al lettore alla conclusione di ogni saggio, è ricchissima e io stessa ho attinto ad essa per approfondire certi temi. Sbaglio, o leggi le fonti direttamente nella lingua originale (greco e latino)?

E’ l’eredità degli studi classici, fortificata dalla mia passione per la lingua greca e latina, che mi consente di accedere alle fonti originali. Parto sempre dalla parola antica perché lì trovo grande ispirazione: nelle parole ci sono radici, e le radici attingono acqua in profondità.

4. Tornando per un attimo a “Per virtù d’erbe e d’incanti”, un dettaglio mi ha particolarmente fatto riflettere: l’uso della parola all’interno del percorso di guarigione che le guaritrici compivano per i loro pazienti. Fino al secolo scorso (e forse ancora oggi), le empiriche adottavano delle preghiere e degli scongiuri cristianizzati, ma sappiamo che la loro origine è pagana. Hai trovato qualche fonte antica dove è rimasta traccia di queste parole? E qual è la struttura di tali preghiere?

La consapevolezza del potere intrinseco della parola ha accompagnato tutta la storia della medicina magica: nella tradizione classica ne troviamo traccia a partire dalla filosofia pitagorica. Perfino la raccolta delle erbe officinali era accompagnata da preghiere e formule, che avevano lo scopo di attivare il potenziale terapeutico custodito nella natura. Di queste antichissime liturgie abbiamo qualche fortunata sopravvivenza negli erbari medievali, ma anche nei testi medici sono conservate importanti testimonianze di questa fase sacerdotale e liturgica. Forse non tutti sanno che uno dei primi “abracadabra” presenti nelle fonti scritte si trova nel trattato di medicina di Marcello Empirico, un autore latino del V secolo. Nel passaggio dalla cultura pagana al cristianesimo, il nuovo linguaggio religioso si è semplicemente appropriato di quelle modalità rituali, riadattandole. “Herba et verba”, erbe e parole magiche, sono da sempre la colonna portante della medicina magica delle cosiddette streghe curatrici.

5. Le umili guaritrici di campagna e le medichesse ti hanno insegnato qualcosa?

La storia della medicina osservata attraverso lo sguardo delle curatrici empiriche dice molto della natura femminile e ci consegna uno sguardo “di genere” sull’atto di cura. Ci invita a rivalutare i valori che hanno accompagnato le pratiche quotidiane delle nostre antenate, che ci raccontano l’attitudine all’osservazione, il rispetto, la partecipazione emotiva. Un “tocco” femminile che ancora oggi è bene che continui ad essere parte viva del contributo delle donne.

6. Cosa hai capito dell’essere umano e del nostro mondo, grazie alla tua erudizione e riflessione personale?

Capire l’essere umano è davvero un’impresa ardua, ma vale assolutamente la pena di procedere per tentativi… Ognuno di noi sceglie i propri strumenti di elezione per leggere il mondo: a me appassiona la ricerca delle origini. Credo che la storia ci parli, e se la interroghiamo nel modo giusto può aiutarci a trovare qualche risposta, o almeno ad orientarci lungo il cammino.

7. Ti seguo anche su Facebook, dove hai un profilo ricco di approfondimenti e articoli che scrivi per il web. Fra tutti i ricercatori che conosco, sei stata l’unica a parlare del mito di Ananke. Lo vuoi illustrare anche ai lettori di questo blog e darci la tua interpretazione?

Dal mito di Ananke sono partita per tracciare il percorso archetipico della figura della strega. La Necessità, che per i Greci rappresentava una forza superiore perfino a quella degli dèi, nella visione proposta da Platone è una dea seduta in trono, intenta a far ruotare un fuso, metafora dell’atto creativo. Le sue tre figlie, le Moire (Parche per i Romani), proprio attraverso il processo della filatura governavano l’esistenza dei mortali. Creare, dare la vita, è il grande privilegio delle donne, e allo stesso tempo l’atto magico per eccellenza. Il fuso, così come l’arcolaio e il telaio, strumenti maneggiati con grande perizia da mani femminili, è da sempre considerato uno strumento magico potentissimo; addirittura pericoloso, tanto che nell’antica Roma leggi speciali proibivano di utilizzare tali oggetti in prossimità dei campi coltivati, nel timore che il gesto di rotazione, accompagnato da una volontà malevola, avesse il potere di guastare i raccolti.

8. Alla luce di tutto ciò, quanto ritieni siano importanti gli antichi miti per noi contemporanei?

Li ritengo addirittura necessari alla nostra sopravvivenza! Parlo della sopravvivenza psichica, immaginativa, perché i miti contengono tutto ciò che è essenziale per la nostra vita interiore; non diventano mai obsoleti, ma si rivitalizzano e rinnovano continuamente attraverso il simbolo. I miti parlano sempre di noi, in una dimensione che travalica il tempo, i luoghi e le culture, e ogni volta che ci immergiamo in quelle acque, la pesca è fruttuosa.

9. Grazie alla tua conoscenza, avrai compreso che il concetto di male è ciclico nella società umana, in ogni Paese e angolo del mondo. Esiste un rimedio?

Trovare un rimedio al male sarebbe come trovare la pietra filosofale! Può essere scoraggiante prendere coscienza di quanto lenti e pigri siano i passi verso i grandi obiettivi che l’umanità dovrebbe porsi, eppure non possiamo permetterci di rimanere indifferenti. Farci avvincere dalla ricerca di soluzioni è l’unico strumento a cui possiamo aggrapparci. E naturalmente, educare le nuove generazioni a fare altrettanto è l’eredità più importante che possiamo lasciare.

10. Siamo due donne e due madri. Fai un mestiere che ami profondamente. Non posso fare a meno di chiederti come concili la famiglia con la passione della tua vita. E cosa puoi dire alle tante donne che, ancora oggi, lamentano la solitudine e, spesso, l’abbandono del lavoro per la cura dei figli.

Mi ritengo fortunata perché l’attività di ricerca mi consente grande libertà e indipendenza nella gestione dei tempi, e questo mi ha sempre permesso di conciliare in modo flessibile lavoro e vita famigliare. A monte, però, anche per me c’è stata una scelta di campo, fatta consapevolmente anni fa, quando, vincitrice di concorso, ho rinunciato a una cattedra di ruolo assegnata in una sede troppo lontana, in un momento in cui era più importante che la mia presenza in famiglia fosse costante. Una decisione che mi ha certamente privato di una maggiore stabilità economica, ma di cui non mi sono mai pentita. In generale, per noi donne, il braccio di ferro fra famiglia e lavoro può comportare scelte difficili; nel mio caso, tuttavia, credo che si sia messa di mezzo la dea Ananke…

11. Hai appena terminato edito l’ultimo saggio, “Per virtù d’erbe e d’incanti” e lo stai presentando. E’ troppo presto per chiederti se hai in progetto un nuovo libro per i tuoi lettori più appassionati?

“Per virtù d’erbe e d’incanti”, è nato con l’intento di colmare una lacuna del precedente “Medichesse”, nel quale avevo rinunciato ad approfondire la cosiddetta “medicina delle streghe”, consapevole che lo spazio di un capitolo non avrebbe reso onore a un tema tanto affascinante. Ma la storia della vocazione femminile alla cura è un bacino ampio e interessante, che fatica ad esaurirsi. Ci sono altre suggestioni che mi affascinano, e credo che, complice anche la volontà del mio editore, tornerò a farmi incuriosire da nuovi spunti. Ma mi fermo qui per evitare di spoilerare troppo!

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