MOSTRA “NULLA E’ PERDUTO”, ILLEGIO, 13 SETTEMBRE 2020

Di fronte alla Casa delle Esposizioni

A un giorno di distanza dalla mia visita a questa mostra peculiare, ancora sto riflettendo sui contenuti, oltre che sulla straordinaria bellezza delle opere che ho potuto ammirare. Opere che sarebbero rimaste celate agli occhi della maggior parte delle persone, se ci trovassimo ancora privi di un’evoluzione tecnologica. I dipinti mirabili presenti a Illegio, infatti, sono ufficialmente distrutti, dispersi, bruciati e quelli che si possono guardare altro non sono che ricostruzioni perfette degli originali, realizzate da un’equipe di esperti madrilena, la Factum Arte.

Qualcuno ha esclamato: “Ma allora sei andata a vedere dei falsi! Che gusto c’è?”

Non so se mi è venuto più da ridere o più da piangere. Che quelle opere non siano originali è un dato di fatto. Che le pennellate di Vincent Van Gogh su una delle sue sei versioni di “Girasoli” non siano quelle autentiche, che gli sono costate “lacrime e sangue”, è un dato assodato, ma quella che ho potuto ammirare a Illegio è stata la ricostruzione dell’idea, della tecnica e soprattutto dello spirito dell’artista che ha realizzato opere immense, che arrivano dritte all’anima e la sconvolgono.

Nonostante il Covid-19 e le difficoltà organizzative che comporta, sono riuscita a godermi una mostra alla quale anelavo di partecipare con tutta me stessa, soprattutto per la presenza di “Medicina” (1900-07) di Klimt. Come moltissime altre persone, sono sempre stata affascinata dalla bellezza dei suoi dipinti, ma se ci si sofferma solo all’estetica, non si è capaci di cogliere la profondità, la frattalità di quanto l’artista ci ha voluto comunicare. Un messaggio che resta ben dopo la sua morte e che riesce a trascendere l’epoca in cui ha creato i suoi dipinti, perché è un messaggio eterno. Il grande pannello venne bruciato dalle SS nel Castello di Immendorf (Austria) nel 1945, e quella presente a Illegio è la sua rimaterializzazione in gesso, foglie d’oro e pigmenti su tela.

“A ogni epoca la sua arte, a ogni la arte la sua libertà”, diceva Klimt. E ha spinto la sua fin nel subconscio delle persone per liberarle dai loro condizionamenti. La sua è un’arte bidimensionale, primitiva e simbolista, sempre diretta allo scopo principale.

“Le arti sono un’interruzione di questo mondo alienante” aggiungeva. E quanta ragione aveva e ha?

Quando sono entrata nella sala di “Medicina” ero emozionata, ma alle pareti non riuscivo a scorgere che riproduzioni in bianco e nero, pannelli preparatori dell’opera. Poi un fascio di luce mi ha colpita dall’alto, ho sollevato lo sguardo e mi sono ritrovata il dipinto sul soffitto. Immenso e talmente affollato e denso, da restare senza fiato. “Medicina” mostra un’umanità fragilissima, sull’orlo della morte, in tutte le fasi della vita e della malattia, ma anche alla nascita e nel corso della crescita. E su tutte le persone umane domina lei, la sacerdotessa Igea, figlia del sommo Esculapio, padre nobile della medicina greca. Igea è avvolta dai serpenti, che finalmente trionfano nel loro simbolismo arcaico e autentico, come fautori del farmakon, capaci di elargire, vita, morte e rinascita. E oro, oro a 22 carati dappertutto. Il padre di Gustav Klimt era un orafo e mi sono commossa all’idea che il figlio, che perse il padre precocemente, lo abbia ricordato perpetuamente nei suoi quadri aggiungendo questo metallo prezioso che, a occhi superficiali, sembra una strategia per richiamare acquirenti, per incentivare l’ammirazione delle opere dell’artista. Invece è un proseguimento ideale del lavoro paterno, un modo per continuare a sentirlo ancora vicino.

Tornando all’opera, troviamo donne incinte, anziane, bambini innocenti. Nudità che, anziché suscitare vicinanza, intimità, hanno generato un’accusa di indecenza a Klimt.

“Medicina”, insieme a “Filosofia” e “Giurisprudenza” era state commissionate dallo Stato austriaco all’artista per coprire i soffitti dell’università viennese, ma tutto venne bloccato a causa dei corpi esposti. Si scatenò lo scandalo, e a Klimt venne chiesto di accettare la modifica della collocazione dei dipinti. L’artista non solo declinò l’offerta, ma infuriato, ricomprò le sue opere e da quel momento sancì la fine dei suoi rapporti con i burocrati, dedicandosi a opere realizzate su commissione da ricchi committenti.

Che peccato. Il messaggio di Klimt era che la Medicina non salva l’uomo dal dolore e dalle sofferenze, la Filosofia non gli permette certezze assolute e la Giurisprudenza non risolve le ingiustizie di questo mondo. Quanto bene avrebbero fatto agli studenti che le avessero ammirate quotidianamente? Quante coscienze avrebbe smosso? Non potè accadere a causa del conformismo, dell’indottrinamento religioso e politico, a causa della perpetua volontà di mantenere il popolo nell’ignoranza. Anche quando il popolo anela a un’elevazione intellettiva e studia, frequenta l’università.

Naturalmente è questa l’opera che ho più amato di tutta la mostra, ma vanno citati certamente anche i “Girasoli” di Van Gogh, prima soltanto accennati. Realizzato nel 1888, il dipinto venne distrutto durante il bombardamento di Ashyia (presso Osaka) il 6 agosto 1945. Factum Arte lo ricostruisce nel 2017 e oggi si trova nella Collezione Sky di Milano, riprodotto in gesso e pigmenti su tela.

La pittura ruvida e densa, anche con incisioni sulla tela con il legno del pennello, cerca di riportare in vita il gesto del pittore. Lo sfondo blu intenso, anch’esso ruvido, fa da contrasto al giallo dei girasoli.

Il blu era il colore della spiritualità per eccellenza, secondo Kandinskij, capace di far risuonare le corde più profonde dell’anima, mentre il giallo era il colore prediletto di Van Gogh.

“La luce del sole, che non posso definire meglio se non con un giallo pallido, oro” scrive al fratello Theo. Giallo è il suo colore, il più usato nelle sue tele. Van Gogh dipinge la forza che muove la vita, l’anelito dei fiori che si protendono verso il sole. I girasoli sono il sole della vita.

Per lui, l’arte ha la possibilità di cambiare le nostre anime. E ciò che la Natura ci offre è uno sguardo sull’infinito, ma solo per le anime pure e autentiche.

“Le ninfee” di Claude Monet (1924-26) furono gravemente compromesse in un incendio al MoMA nel 1958 e anche quelle presenti alla mostra sono una rimaterializzazione operata da Factum Arte.

Monet realizzò 48 tele di grandi dimensioni prendendo i soggetti dallo stagno che aveva realizzato nella sua dimora di campagna. Avrebbe voluto esporle in un’enorme sala circolare, per mostrarle tutte in fila ai visitatori.

Nelle sue tele naturalistiche non c’è un orizzonte, nè terra, nè cielo, solo acqua, foglie, piante e ninfee. La volontà era precisa. L’ultima parte della sua vita fu costellata da lutti e malattie, ma lui continuò a dipiongere anche sotto le bombe perché per lui la vastità spirituale genera dipinti, ma abita nella coscienza.

Contestava la cultura del positivismo e delle scienze esatte, voleva suggerire che la tela dipinta è solo l’inizio di una visione che poi si estende in tutte le direzioni.

Nelle altre sale mi sono imbattuta in vari San Matteo di Caravaggio e in un probabile falso caravaggesco d’epoca della “Buona ventura”, in un Vermeer, nelle vetrate della Cattedrale di Notre Dame di Chartres realizzate da un mastro vetraio del XII secolo.

Potrei descrivere ciascuna delle opere, ma questo post diventerebbe lunghissimo, invece quello che importa è andare a vedere la mostra. Avete ancora tempo per farlo. Fatelo per voi stessi e per l’arte e la cultura, che in questo momento critico ha la necessità di essere ancora più divulgata e vissuta. Quello che vi tornerà indietro è immenso, e molto soggettivo, naturalmente, ma anche “quell’interruzione da questo mondo alienante”che, ne sono certa, è preziosissima per ciascuno di noi.

Il Bookshop

INFORMAZIONI:

Sede: Casa delle Esposizioni di Illegio, Tolmezzo (UD)

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Tel. 0433-44445

Email: mostra@illegio.it

Sito: www.illegio.it

Costo del biglietto: 10 euro con audioguida e 13 euro accompagnati da guida

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RECENSIONE: “LA RINASCITA DI VENERE” DI GINETTE PARIS

Moretti & Vitali, 2006

Qualche giorno fa ho ascoltato con viva attenzione una conferenza del Tempio della Grande Dea di Roma sul tema: “Nudità sessualità pornografia”. La potete vedere integralmente al seguente link:

𝑰 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑭𝒆𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒍𝒆

🌈 𝑰 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑭𝒆𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒍𝒆🌈 Un Poker di Donne Maya Vassallo, Laura Ghianda, Luisa Camatta, Giulia Goggi, Irene Zanier, fedeli ricercatrici del Sacro, riunite per parlare di una nuova prospettiva possibile, una prospettiva rivoluzionaria ed antica, individuale e collettivainsieme.Un tuffo in un Femminile integro, completo. Parleremo di Sessualità di ieri e di oggi, energia sessuale e repressione ad opera del patriarcato e delle grandi religioni monoteiste.#direttafacebook #imillecoloridelfemminile #pokerdidonne #ricercatricidelsacro #prospettivarivoluzionaria #femminileintegro #infinitesfumature

Pubblicato da Tempio della Grande Dea – Roma su Lunedì 10 agosto 2020

Ebbene, fra i tanti libri proposti dalle relatrici, uno ha catturato particolarmente la mia attenzione, perché ricordavo -e non ricordavo- di averlo in casa da diversi anni. Alla fine dell’ascolto, in effetti, sono andata a cercarlo e l’ho trovato, con mia grande gioia. Intuivo, infatti, che al suo interno potessero trovarsi delle risposte ai conflitti nei quali mi sono arenata da qualche anno. Ed è andata proprio così: non soltanto ho sciolto un grosso nodo, un dubbio importante, ma ho aggiunto nozioni preziose per il mio percorso di conoscenza, che non rappresenta la Verità assoluta (non sono così mitomane da prenderlo in considerazione). Ritengo che ognuno di noi abbia il suo percorso, e il mio passa attraverso le tappe del mito e dei suoi archetipi.

Il saggio che ho potuto studiare è scritto dalla professoressa di psicologia e mitologia Ginette Paris, canadese di origine francese. Il suo scopo è quello di sviscerare le varie sfaccettature della sessualità, che non è soltanto uno dei maggiori piaceri della vita, ma un’esperienza che può portare a scoprire molti lati di se stessi, del proprio partner. Può condurre a un’unione profonda con l’altro, ma anche a una vera e propria illuminazione.

E’ la dea Afrodite che ci conduce attraverso questa sconosciuta iniziazione a nuovi stati di coscienza, ma solo nel caso in cui ci proponiamo di liberarci dalle sovrastrutture e dai condizionamenti religiosi e sociali, spirituali e famigliari. Bisogna entrare nello spazio sacro afroditico per compiere un simile percorso di trasformazione.

Ciò che mi ha tanto colpita del saggio, è la ricerca approfondita delle diverse espressioni della dea, lungo il suo percorso mitico e lo svelamento dell’ipocrisia e della volontà di migliaia di ecclesiastici, studiosi e politici che hanno tentato, con ogni mezzo a loro disposizione, di velare e addirittura occultare, la multiforme natura della dea, tentando di privare, in questo modo, i suoi accoliti dalla verità che essa cela, una verità sfaccettata, capace di farci vivere intensamente e profondamente l’unione con l’altro.

Eppure il libro non si riduce a tutto questo, va oltre. Per esempio, mettendo in coppia Afrodite con Apollo e Artemide con Dioniso, la professoressa ci svela dei dettagli delle vite degli dei -e di riflesso delle nostre- sui quali meditiamo poco: Afrodite rappresenta la Bellezza effimera, temporanea, o delicatissima di un ricamo, dell’arredamento di una dimora, del trucco e della scelta di una composizione floreale. Lei ama in una maniera raffinata, cura il proprio corpo e i suoi modi per offrirsi agli amanti in modo indimenticabile. Apollo rappresenta la Bellezza scolpita nella pietra, quella che tende all’eternità, poiché permanente. La si trova nelle statue, nei templi, nei monumenti. La sua bellezza, come il suo amore sono detti apollinei, poiché distaccati, non partecipanti dell’ardore. Al contrario, abbiamo Artemide, la dea vergine (non in quanto ignorante rispetto al sesso, ma in quanto “bastante a se stessa”!), colei che si riflette nella Bellezza selvaggia del bosco, delle fiere, dell’erba che cresce disordinata. Infine vi è Dioniso, il dio dell’ebbrezza, del sesso selvaggio, colui che erompe nei laghi per stupire le ninfe e farle sue.

Ma ecco il conflitto che mi ha accompagnata per tanti anni: negli studi dell’Ermetismo e dello Stoicismo, come in altri campi filosofico-esoterici, ho trovato concordia sul fatto che il corpo debba essere “lasciato indietro” al fine di concedere allo spirito di liberarsi dalle passioni, dai tormenti che i rapporti fisici possono comportare, nonché da quelli causati dalle malattie e da altri disagi. Eppure, mi chiedevo, come molti altri, perché il nostro involucro esterno dovesse essere considerato ricettacolo di ogni perturbamento? Una donna come me, in particolare, sa fare buon uso del proprio corpo e amarlo, in quanto è la culla della maternità (per chi la sceglie, beninteso, non è un dovere), ma anche il luogo dove si svolgono riti di passaggio fondamentali, dalle mestruazioni alla menopausa, dai massaggi studiati per il ben-essere ai rapporti sessuali. Perché, dunque, il corpo deve essere “lasciato indietro”? Non che questi filosofi consigliassero di non occuparsene affatto: mentre si è in vita, infatti, il corpo è essenziale per consentirci una condotta esemplare e progredire nei nostri studi. Se esso è in sofferenza, infatti, non è semplice continuare la cerca. E tuttavia il sesso è realmente messo da parte. C’è dunque una similitudine importante con i precetti delle religioni monoteiste e io mi sono sempre trovata immersa nel dubbio.

Ecco cosa ne pensa la professoressa Paris:

“La filosofia platonica segna l’eclissi di Afrodite, perché privilegia Eros e separa l’amore dalla sua matrice corporea, elevandolo a forma che trascende il rapporto uomo-donna. La scissione tra anima e corpo ha inizio nel momento in cui i filosofi classici suggeriscono che per raggiungere l’estasi della conoscenza suprema bisogna andare “oltre” il corpo. Apollo ottiene il controllo su Dioniso, l’Eros dei filosofi assume la forma dell’amore superiore, rispetto all’amore afroditico, destinato ai comuni. Platone ritiene infatti l’amore omosessuale tra uomini più elevato rispetto all’amore eterosessuale, perché è sotto la protezione di Eros.

Dal momento in cui il mito di Eros ha soppiantato quello di Afrodite, la relazione tra l’uomo e la donna si è gerarchizzata, come accade ancora oggi. Il corpo e la donna non sono più vie d’accesso all’esperienza del sacro, ma un ostacolo. Platone ha aperto la porta al machismo e al masochismo cristiani”.

Dunque anche il corpo e le sue percezioni sono validissime per una ricerca spirituale, filosofica ed esoterica. Purché si segua una determinata purezza di intenzioni:

“La perla è uno degli attributi della dea Afrodite. Essa evoca qualcosa di esclusivo, di segreto, di difficile reperimento, qualcosa di estremamente prezioso. Come il diamante, la perla è spesso il simbolo della spiritualizzazione della materia, una immagine che ben si adatta alla rappresentazione della mistica di Afrodite e il suo legame con la realtà corporea. Per chi sa trovare le perle, la loro purezza e il loro splendore non sono offuscati dalla rozza conchiglia che le racchiude, dalla melma che simbolizza la pesantezza della vita corporea. La perla si nasconde alla vista e per trovarla, come accade per ogni conquista spirituale, occorre una profonda immersione nell’interiorità, occorrono cura e disciplina.

L’apostolo Matteo ha detto: “Non dare le perle ai porci”. Lo stesso ammonimento vale per la mistica di Afrodite: l’orgia e la promiscuità sessuale non hanno nulla a che fare con i misteri afroditici, perché manca la spiritualizzazione della materia”.

Come dice la mia amica astrologa Irene Zanier: “La strada della donna è stata smembrata”. Io credo che dobbiamo ricostruirla noi tutte, come delle piccole Isidi, dobbiamo operare assiduamente per ricomporre il nostro corpo, conoscerlo e ricercare la spiritualizzazione della materia. Individualmente e tutte insieme.

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VIAGGIO DALLE CASCATE DI ARZINO AL LAGO DI CORNINO

Evidentemente questa è per me l’estate delle cascate e dei pic-nic. Ogni fine settimana a disposizione, organizzo infatti una gita fuori porta per la famiglia, stimolata dalla necessità di condurre mio figlio nell’esplorazione di nuovi posti e dal mio bisogno primario di Natura.

Due domeniche fa eravamo alle Cascate di Kot e, mentre tornavamo indietro lungo il sentiero, ci siamo imbattuti in una coppia che ci chiedeva quanto tempo fosse necessario per arrivare alla fine del percorso. E’ iniziato uno scambio di informazioni che ha consentito a noi di scoprire l’esistenza delle Cascate di Arzino. Vivo in Friuli Venezia Giulia da tutta la vita e non ne avevo mai sentito parlare prima. Ecco cosa significa fermarsi a parlare con gli escursionisti: ogni volta c’è qualcosa di nuovo da scoprire.

Così domenica mattina ho preparato dei semplici panini, ho ripulito la dispensa dai dolci cucinati in settimana, ho riempito le borracce d’acqua e siamo partiti alla volta della montagna.

C’è voluta quasi un’ora e mezza per raggiungere Preone, e per uno sbaglio di percorso, abbiamo fatto una strada in salita lunga ben sette chilometri, così stretta che a malapena sarebbe potuta passare qualche moto, a fianco del nostro suv. Infatti, ogni volta che ci imbattevamo in una macchina, o noi o l’altro guidatore doveva fare retromarcia fino a trovare uno spiazzo dove mettersi di lato per consentire all’altro veicolo di passare. Il tutto su una forte pendenza. E ciò nonostante un buontempone locale si è fatto beffe di me quando gliel’ho raccontato: “Ma se io vado su e giù da una vita: in macchina, motorino, in bici, a piedi e pure al contrario”. Grazie tante, noi veniamo da Gorizia… Insomma, non è stata esattamente una passeggiata di salute, ma al ritorno abbiamo trovato una strada più semplice.

Comunque sia, ne è valsa la pena:

A leggere la tabella, il tempo di percorrenza dell’intero sentiero sarebbe stato di sette chilometri e mezzo, per un’ora e mezza, ma da un lato il mio bambino, di sei anni, era già bello stanco dopo pranzo e dall’altro noi abbiamo pure iniziato il percorso, ma ci siamo imbattuti in un grosso albero caduto che sbarrava la strada. Così noi, come altre famiglie che ho notato, abbiamo desistito, mentre altre persone, senza bambini appresso, sono saltati oltre l’ostacolo e hanno proseguito.

Nonostante questa limitazione, non mi posso lamentare. Non ero salita per fare del vero e proprio escursionismo, ma per far godere a mio figlio lo spettacolo che si schiudeva a ogni angolo del bosco.

Abbiamo quindi consumato il nostro pic-nic, siamo scesi fino al torrente a giocare con l’acqua e ci siamo riposati sul plaid steso a terra. Rispetto alle Cascate di Kot, lì c’era più gente e inoltre mancava quell’atmosfera rarefatta, quel colore lattiginoso dell’ambiente circostante. Faceva caldo, non freddo come nelle Valli del Natisone. Inoltre il rumore delle cascate era molto più invadente rispetto a quelle di Kot. Ci trovavamo insomma in tutt’altro contesto, ma non per questo meno apprezzabile e anche la constatazione del fatto che intorno a noi ci fossero tanti ragazzi e famiglie con bambini di ogni età ci ha fatto molto piacere. Significa che, nonostante tutto, il lockdown causato dalla pandemia ha provocato un cambiamento: le persone cercano di ritagliarsi del tempo libero nel proprio territorio, scoprendo o riscoprendo scorci magici come questo, anziché trascorrere i soliti fine settimana chiusi in qualche centro commerciale o outlet village.

Tornando indietro abbiamo trovato la scritta Fontanon poco distante dalla macchina e abbiamo seguito il percorso. In teoria, saremmo arrivati in una zona molto bella del torrente, ma anche in questo caso abbiamo trovato la difficoltà del terreno e degli impedimenti, così sia noi che altre persone siamo tornati indietro, accontentandoci di vedere il torrente da lontano.

Poco male: una volta risaliti in macchina, mi sono messa a cercare la distanza tra il Lago di Cornino e noi, scoprendo con sollievo che si trovava proprio lungo la strada del ritorno e così, nonostante un bambino riluttante, abbiamo parcheggiato la macchina a 26 chilometri di distanza, accanto al sentiero che porta a questo lago dai colori sgargianti.

Ho coperto che qui arrivano molte persone per il Bird Watching. Si trovano infatti numerose specie di uccelli rapaci (come il nibbio reale, il capovaccaio e l’aquila di mare) e l’area è situata su un importante rotta migratoria (qui si possono ammirare il falco di palude, l’albanella reale e minore, il falco pescatore e il cuculo, oltre che lo smeriglio), perciò di qui passano molte specie sia in primavera che in autunno. Ma il vero protagonista del Lago di Cornino è il grifone, e per lui gli autoctoni si sono mossi in ogni modo, al fine di consentirgli di ripopolare la zona.

Mi dispiace per gli appassionati di Bird Watching, ma io non rientro nel club: sono venuta fin qui per ammirare il lago, che è davvero spettacolare. Piccolo, ma impressiona a causa dei suoi colori e della limpidezza dell’acqua. Viene una gran voglia di tuffarsi, peccato che, nonostante la zona più profonda sia di dodici metri, i gradi siano dieci, e quindi si rischia l’ipotermia.

E’ stata davvero una bella domenica. Stancante a causa del caldo e dell’afa, che non ti aspetti in montagna, ma sappiamo che i cambiamenti climatici comportano anche questi profondi mutamenti. Un segno tangibile delle conseguenze dell’agire dissennato dell’uomo e dell’importanza di tutti noi, non soltanto di Greta Thunberg e degli Eco-Millennials, di agire in modo illuminato per rallentare i danni di chi ci ha preceduti.

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VIAGGIO DALLE CASCATE DI KOT A PULFERO, NELLE VALLI DEL NATISONE

Il giorno dopo il mio compleanno, ho voluto organizzare una gita fuori porta con tanto di pic-nic e sono molto soddisfatta del suo esito, nonché di aver scovato posti nuovi, estremamente interessanti, con alcuni aspetti da approfondire.

Siamo partiti dalle Cascate di Kot, alle quali si giunge arrivando nel paese di San Leonardo e percorrendo un sentiero di circa 600 metri. Ci vogliono circa 20 minuti a piedi, attraversando pietre talvolta grandi, sconnesse e scivolose, ma ne vale la pena, perché la cascata più alta (12 metri), anche quando l’acqua è poca, resta incantevole:

La cascata di Kot

Tornando indietro, alla ricerca di uno spiazzo dove consumare il nostro pic-nic, abbiamo trovato il posto adatto accanto al magico torrente Erbezzo, circondati da una flora e un boschetto che ci hanno lasciato a bocca aperta:

Abbiamo attraversato un bosco di forra dominato dal carpino bianco, accostato da tigli selvatici, frassini maggiori e aceri campestri. Mi ha colpita in particolare questa pianta:

In seguito ho scoperto che si tratta di una pianta rara, che cresce in pochi luoghi, con un microclima particolare. Ha diversi nomi: Erba bonifica, Ruscolo maggiore, Linguette, Bislingua (in latino Ruscum Hypoglossum). Appartiene alla famiglia delle Asparagaceae, è perenne. Ha delle ramificazioni fogliari particolari, per cui sembra che su una foglia ce ne siano due e sotto la più piccola, posta sopra la grande, cresce una bacca di colore rosso-vivo scarlatto. Si resta affascinati dalla sua particolarità.

Fra le piante presenti c’erano anche il Geranio nodoso, il Veratro nero, l’Asarabacca, la Scolopendria comune e il Pungitopo:

Dopo aver trascorso più tempo possibile nel bosco, anche stesa, con gli occhi rivolti in su:

Ci siamo diretti verso Pulfero, dove ho fatto delle grandi scoperte, come la Casa Raccaro:

E il Castello di Ahrenberg:

Purtroppo nessuno di questi luoghi era visitabile, tra le chiusure causate dal Covid-19 e le ristrutturazioni, ma questo non mi ha impedito di ammirare quello che avevano da offrire e soprattutto di prendere appunti per il futuro, o per contattare le associazioni del luogo, dal momento che c’è davvero tanto da indagare.

Il luogo é molto importante per la tradizione locale in quanto sede della vicinia grande di Antro, sede delle riunioni della banca di Antro. L’intera comunità delle valli del Natisone era rappresentata dalle due banche di Antro e di Merso, che si riunivano in arengo, nella piazza di San Quirino (nei pressi di San Pietro al Natisone), composto da due sindaci, due decani e due giurati detti Grandi, uno per convalle. Ogni banca si radunava in Vicinia grande per trattare gli affari di competenza. La complessa prassi scomparve verso il X secolo. Gli scavi archeologici, nel 2003 hanno riportato alla luce i resti di un castello, pochi metri a nord di Biacis. Un castello di cui è conservata una torre e resti di mura.

Non lontano si trova una lastra di origini celtiche. Presenta diverse incisioni e sul vecchio basamento furono ritrovate delle monete. Probabilmente erano state poste lì con gesto propiziatorio. Attorno alla lastra si riunivano i capifamiglia per discutere dei problemi della Vicinia e i giudici della Banca di Antro.

Nella Casa Raccaro, invece, sbirciando dalle finestre e porte, ho scoperto dati interessanti: anzitutto la lingua autoctona, il Nediško, che i locali cercano di difendere dall’estinzione con le unghie e con i denti, rivendicandone l’importanza per la tradizione della loro terra e cercando di lottare contro chi la vorrebbe identificare come un qualsiasi dialetto sloveno.

Vecchie case di Pulfero

Ho poi trovato la Camera di San Giacomo, una camera da letto con il letto, detto “lettiera”, molto particolare, in quanto sopra di esso veniva posto un primo materasso piuttosto rigido, confezionato con il rustico tessuto “bercando”, al quale venivano sovrapposti uno o più morbidi “piumazzi”, le lenzuola, e il “cussino” o “cervelliera”, un cilindro di stoffa imbottito della larghezza del letto, atto a sostenere la testa. C’erano poi i “cussinelli”, piccoli cuscini di norma rettangolari confezionati con stoffe aventi una più o meno spiccata valenza decorativa. Le coperte e la coltre, quasi sempre a colori vivaci, erano anch’esse decorate. Le lettiere che si potevano trovare nelle locande potevano variare a seconda dello status sociale e del censo degli ospiti. Normalmente, la lettiera era dotata di una cortina con l’evidente scopo di creare una sorta di schermo tra il dormiente e l’ambiente circostante dal momento che la camera da letto di una locanda spesso era zona di passaggio e condivisa con altri clienti. Sotto la lettiera quasi sempre era infilata la cosiddetta “carriola”, una piccola lettiera provvista di ruote che si estraeva all’occorrenza, solitamente per il servitore personale che normalmente dormiva nella camera del suo padroni. I lati lunghi erano invece occupati da predelle, utili per salire sulla lettiera, ma più spesso da cassoni, che a questa funzione abbinavano anche quella di conservare la biancheria.

Nella camera, oltre agli arredi presenti, c’erano scranni a tre gambe con dorsale sagomato e “armario”, tavole, “cattedre” de paleis, ovvero sedie impagliate provviste di braccioli, sedili che garantivano una certa comodità e quindi adatti per la lettura e la conversazione.

Tutto ciò mi ha fatto pensare che la Casa Raccaro contenesse altri tesori e infatti, dalle indicazioni:

Ho capito che ci deve essere anche un Laboratorio tessile e, al piano di sopra, un ampio spazio dedicato al Pust e alle sue maschere, ovvero il Carnevale delle Valli del Natisone. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Abbiamo salutato il posto rinfrescandoci sotto una fontana bellissima, con l’effige e il volto dell’imperatore Francesco Giuseppe, due turchi e una quarta figura misteriosa che non sono riuscita a decifrare.

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Appunti dai cicli di conferenze “E’ tempo di virtù”

Eccomi di ritorno, dopo un lungo periodo, fra le pagine del mio blog, con una serie di appunti presi nel corso di alcune conferenze davvero speciali, svoltesi a Gorizia grazie al progetto SconfinataMente.

Purtroppo, per ragioni di lavoro, non sono riuscita a partecipare a tutti gli incontri, ma tutto ciò che sono riuscita a raccogliere, ve lo riporto fedelmente.

Ariel Haddad, Rabbino Capo di Slovenia – “Le virtù dell’Ebraismo, cosa sono e cosa farne”:

  • Se tu guardi nello specchio, devi vederci te stesso, ma anche gli altri, poiché lo specchio è un vetro con una vernice argentata;
  • Non puoi vedere qualcuno, riconoscergli pregi e difetti e credere che non siano presenti anche in te: li hai tutti;
  • L’unica entità alla quale tu puoi rivolgere lo sguardo e rifletterti positivamente è il divino. Gli altri esseri umani e tu siete uguali e quindi, l’unico modo per coesistere è costringerti a non guardarli con giudizio e malevolenza. Piuttosto guarda al Divino e ricorda che l’uomo è riflesso del Divino. Questa è l’unica virtù (parola, peraltro, non presente nell’ebraico antico);
  • Midot significa Misura e sono 13 attributi divini grazie ai quali conosciamo la misura del comportamento. Vi si trovano: perdono, scusa, pietà, compassione, verità (Emet) come a volerci ricordare che la chiave per poter giungere a tutto questo risiede nella verità, quella che è presente nel Divino;
  • Ciò che di brutto vediamo negli altri è ciò che noi possediamo. Se non lo vediamo, significa che non lo possediamo.

Prof.ssa Carmela Crescenti, insegnante di scuola primaria e docente universitaria -“Solidarietà nel Corano e negli hadadith”:

  • Di solito l’Islam appare il contrario della virtù (guerra, violenza, odio), ma sono le caratteristiche più basse. Invece c’è anche un aspetto molto più interiore, spirituale e luminoso, ma difficile da far proprio;
  • il Jihad (combattimento) prevede il detto del Profeta: “C’è un piccolo jihad e c’è un grande jihad”. Ovvero c’è il combattimento guerriero e quello interiore, per avvicinarsi a Dio. Plasmare l’anima: combattere contro i difetti dell’egoismo, che ti impedisce di pensare agli altri, pensando alle cose importanti. L’esteriore è tutto il mondo che c’è intorno a noi. La Natura, che è sacra e divina. Il più alto gradino della virtù è lodare Dio, il più basso togliere un sasso da terra perché per te è un ingombro: il sasso è di tutti, quindi non devi toglierlo;
  • Dio è più vicino a noi della vena giugulare. Quindi la nostra è una ricerca di come stabilizzare la nostra entità divina e la strada è purificare l’anima. L’uomo è fatto di tre componenti: corpo, anima, mente. Si loda Dio essendo se stessi, conoscendosi, capendo qual è la verità sua e divina. Questa via della conoscenza è virtuosa. La ricerca è divina di per sé, poiché è interiore, è la grande jihad. Conoscere se stessi non si può insegnare, è un percorso individuale. Chi conosce se stesso, conosce il Signore. E che faccia ha il Signore?
  • Ascoltare serve moltissimo. Come anche vedere: la ricchezza del Creato. Se trovi il tuo modo per star bene con te stesso, allora vivi nell’armonia.
  • Perché si vive? Per lodare Dio, il Creato e conoscere se stessi;
  • Cos’è l’Amore? Il legame universale e non puoi farne a meno. Lo troverai sempre in te stesso.

Malvina Savio, monaca del centro Buddhista Tibetano Sakya, Trieste – “Le virtù nel Buddhismo”:

  • Buddha và dall’ateo al credete. Chi viene al nostro centro non viene chiesto di cambiare religione, anzi. Il Dalai Lama suggerisce che ognuno deve approfondire la propria religione.
  • Il Samsara è sempre turbolento. Bisogna trovare un equilibrio per vivere in modo armonioso in esso;
  • Per arrivare a essere un Bodhisattva, bisogna fare un percorso. Le virtù sono: generosità, etica, pazienza, perseveranza, meditazione e saggezza. La prima Paramita/Virtù è la generosità, il dare, quindi imparare a staccarsi piano piano dai beni materiali per poi imparare a donare anche il proprio corpo. Praticare il Dono è la più grande Virtù.

Alessia Rizzardi (Rumkini Devi) e Andrea Giuseppin (Shilanga Deva), rappresentanti dell’Unione Induista Italiana – “Le Virtù nell’Induismo”:

  • L’Induismo è una religione monoteista. Infatti, crede che Dio sia Uno, ma che abbia molti volti. Il numero è di 33 milioni di divinità, ma non sono che rappresentazioni dell’Uno.
  • Sanatana Dharma è il vero nome dell’Induismo, termine coniato dagli inglesi e divenuto internazionale;
  • Dharma: nutrire, sostenere. Si tratta di norme che regolano il rapporto tra divino e creato. Quando noi ci poniamo in armonia con il Dharma, siamo persone realizzate, in armonia con Dio. Il Dharma è eterno: non ha inizio, né fine. Diventa universale. Una virtà è l’Ahimsa/Non violenza. L’ecologia deriva da Ahimsa;
  • Il Dharma riguarda le persone in base al ruolo che l’uomo asusme nella società. Se sei un religioso, hai regole diverse da quelle di un guerriero. Se noi realizziamo il Suadharma, saremo soddisfatti a prescindere dal ruolo che abbiamo nella soceità;
  • Luogo- Tempo -Circostanza: le virtù assumoni sfumature diverse in base a questi elementi. La verità non è infatti rigida, ma deve adattarsi alla situazione;
  • Ci sono quattro scopi nell’Induismo: il Dharma è la stella polare di tutti gli scopi e deve regolare anche Artha/Sostentamento: ciò che ci serve per vivere in questa vita; Kama/Desiderio: se non siamo guidati dal Dharma, diventeremo schiavi del vizio; Moksha/Liberazione: è il fine dei praticanti, liberarsi dai vincoli e dai condizionamenti. Tutte le pratiche induiste servono a provare libertà dal possesso. In questo modo non saremo condizionati. Seva / Servizio disinteressato: “Chi fa il bene non sa di fare il bene”, infatti non bisogna attaccarsi al frutto del bene che stiamo facendo. Bisogna agire senza metterci dentro l’Ego.
  • “Tutto il mondo è una grande famiglia”, ecco perché dobbiamo essere tutti uniti.
  • Yoga, Ayurveda, Sankya, Vedanta ci aiutano nel nostro percorso.

Annamaria Zin, insegnante di Qi Gong – “Le Virtù del Taoismo”:

  • Il testo base è il Tao Te Ching. La virtù è qualcosa di benevolo, che viene dal cuore (Te) ed è qualcosa di salutare (ha poteri di guarigione), è magico, potente (può attivare le nostre potenzialità nascolste, che altrimenti potrebbero restare latenti) e lo hanno tutti, basta attivarlo, per esempio attraverso il Tao;
  • Il Tao mostra il mutamento e il fluire, nonché l’unione e l’influenza reciproca tra uomo-cielo-terra. Poiché partiamo tutti dall’Uno, poi 2 (Yin-Yang), 3, ecc;
  • Importante è percepire quwsta unione con tutto ciò che è dentro, fuori, sotto e sopra di noi, attraverso gli esercizi. Lao Tzu parla del Tao, ma c’è qualcosa di inconoscibile, che ci arriva attraverso l’intuizione.

Prof. Alberto Severi, filosofo simbolista -”I tre pilastri dello Yoga per raggiungere la felicità”:

  • Ci parla di Padre Anthony, che nel 2011 ha lasciato il suo corpo, ma in vita ha scritto molti libri, tra cui “Comprensione interreligiosa”;
  • Baghvadad Gita è un capitolo di uno dei più grandi poemi epici induisti, il Matabarata. Il VI capitolo è la storia di una battaglia, in realtà, una rappresentazione della battaglia interiore che noi compiamo nel corso della nostra vita;
  • Ci sono diversi modi per accedere alla spiritualità, tra cui amore devozionale (Bakti) o la conoscenza (Gnostica, attraverso lo studio e l’intuizione). Sono una dualità, ma c’è un terzo modo: Bhakti, Joga Jnana (Conoscenza) e Karma yoga (Azione). Allora, come ci si comporta? Jnana Yoga è la Gnosi, la conoscenza per arrivare al Divino. È necessario però anche il Bhakti Yoga, perché bisogna avere devizione: Dio è dentro di noi, è lì che dobbiamo cercarlo e il modo migliore per arrivarci è attraverso la meditazione. Il Sè è differente dall’Ego, il Sè è quella particella divina che ci porta a non vedere solo noi, ma tutti, il mondo intero, il nostro Sè è il mondo intero. Dunque le tre virtù yoga sono un treppiede essenziale, poiché se usiamo solo Jnana saremo sapienti ma freddi. Se usiamo solo Bhakti saremo solo dei baciabanchi, ovvero crederemo solo a qualcosa che è esterno a noi, quando in realtà è dentro di noi. Se, infine, lavorassimo solo su Karma Yoga, ci dimenticheremmo completamente perchè facciamo la ricerca;
  • Yoga sigifica unire. È qualcosa che ci spinge a diventare Uno col Divino. Quindi studiare per capire cosa stiamo facendo. Secondo: agire in modo disinteressato. Quindi lavorare per mantenerci, ma per il resto agire per il bene altrui. Terzo: la meditazione, per entrare nel nostro cuore. Tutte queste cose devono essere fatte per raggiungere il proprio Sè.

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DOPPIA RECENSIONE: “IL CIBO DELLA SAGGEZZA” DI F. BERRINO E M. MONTAGNANI – “LA FELICITA’ FA I SOLDI” DI D. F. SADA E E. GARZOTTO

Vi starete chiedendo perché ho deciso di recensire due libri insieme e perché proprio questi, che sembrano anni luce lontani fra loro per argomento e ambiente. Ebbene, da un lato sono costretta a fare economia di tempo e risorse, perché attualmente lavoro parecchio, ma vi stupirà scoprire quanto, in realtà, i due saggi che ho appena terminato di leggere “si parlino” tra loro.

Il primo, “Il cibo della saggezza” non ha neppure bisogno di un’introduzione per quanto riguarda il Dottor Franco Berrino, uno dei suoi autori. Medico ed epidemiologo in pensione, scrive da anni saggi divulgativi per indurre le persone a nutrirsi consapevolmente per non ammalarsi. Ha creato, assieme ad altri collaboratori, il sito internet www.lagrandevia.it dove elargisce preziose informazioni e collabora mensilmente con la rivista mensile Yoga Journal. Marco Montagnani, invece, è un Maestro Taoista, docente di Medicina tradizionale cinese e Filosofia taoista presso la Scuola di agopuntura di Firenze, nonché tecnico di Qigong terapeutico ed MTC. Perchè hanno scritto questo libro a quattro mani? Per unire le conoscenze mediche occidentali a quelle orientali, un po’ come fa lo Yoga, che unisce corpo, mente e anima per trovare un equilibrio fra tutte le parti che ci compongono.

Il libro è una miniera di informazioni scientifiche, di errori medici, spesso di visione della medicina e della cura del paziente. Anche chi non è taoista come me, può trarre, proprio come succede con il buddhismo, preziosi consigli da una filosofia che aiuta l’uomo a vivere meglio nel suo presente, nonostante le avversità, umane e fisiche, psicologiche e ambientali.

Sono anni, ormai, che compro i libri di Berrino a occhi chiusi: escono in libreria ed entrano direttamente nella mia biblioteca personale, dove vengono collocati in una posizione prioritaria, dal momento che l’autore ci stimola profondamente a volerci bene e a onorare questo tempio del nostro spirito, il corpo.

E per il male di vivere?

Marco Montagnani ricorda: “Un giorno di sole, in Cina, in un monastero taoista mi trovavo in compagnia di alcuni monaci e di qualche bambino. Chiesi loro il motivo di quella che mi sembrava una gioia contagiosa e mi risposero: ‘Come si può essere tristi quando il sole ci riscalda il corpo e ci illumina l’esistenza?’

Verso le tre del pomeriggio il tempo cambiò. Malgrado il forte temporale e la pioggia violenta, nessuno sembrava aver notato il brusco peggioramento. Rimasi un po’ perplesso dal modo in cui tutti erano rimasti indifferenti all’accaduto e così chiesi: ‘Sta piovendo molto forte e il sole se né andato, quale motivo avete adesso per essere così gioiosi della giornata?’

La loro risposta fu questa: ‘Dopo che il sole ci ha riscaldato il corpo e illuminato l’esistenza, oggi il Tai onora la vita dando da bere a tutte le creature della natura e il cielo lascia cadere sulle nostre teste le sue meravigliose perle di gioia per festeggiare l’accaduto. Come si può essere tristi in un giorno di festa?’

Penserete che sono tante belle parole, ottime per chi vive nella semplicità, in un monastero ai confini con la civiltà umana, ma che nel caos delle nostre vite quotidiane, non è fattibile. Al contrario, io ritengo che sia una giusta via da scegliere: non sono solo i monaci taoisti e i bambini residenti nei loro spazi a pensarla-viverla così, ma anche i bambini, e ora ne ho la prova quotidiana. Ancora, ribatterete che i bambini sono bambini e gli adulti sono adulti. I primi hanno il sacrosanto diritto di vivere in un mondo ovattato e semplice, mentre gli adulti hanno doveri e responsabilità, devono portare il cibo a casa, quindi lavorare duramente, sacrificarsi, altro che contemplazione.

Ed ecco che ci viene incontro magicamente il secondo libro nella fotografia: “La felicità fa i soldi”, titolo ironico, per stessa ammissione degli autori, due traders, esperti di economia e finanza che ci danno consigli seri e competenti su come diventare dei “ricchi consapevoli”. Avete ragione, sia il libro che questa sequenza di parole, ricorda troppo da vicino un’americanata, quei libri automotivazionali e di business che scrivono fior di scrittori yankee con il sorriso a sessanta denti, naturalmente tutti finti, ma segno dell’altissimo status da loro raggiunto. Ecco perché non bisogna avere pregiudizi: Sada e Garzotto hanno fatto esperienza anche con quei “fantastici” personaggi, hanno provato a lavorare in Borsa, sono stati traders d’assalto, hanno guadagnato milioni di euro salvo poi comprendere che erano stressati, infelici e sull’orlo di una crisi di nervi. Erano ricchi, ma infelici. Era questo il fine dell’arricchimento? Tutt’altro.

Attraverso il loro libro, i due giovani traders mettono a disposizione dei lettori aneddoti, riflessioni, link e podcast utili per comprendere che si può arrivare a uno stato di agiatezza senza per forza fare gli strilloni, gli splendidi, andare alle feste giuste, dannarsi per raggiungere un numero di followers vertiginoso su Instagram, ecc. Si fa impegnandosi su uno scopo e attivando tutta la propria capacità intellettuale, diminuendo -anziché aumentando- le ore di lavoro perché è statisticamente confermato che, allungando i tempi trascorsi davanti al computer o in studio, l’efficacia diminuisce.

Gli autori insegnano vari modi e metodi per trovare la propria vocazione del mondo e lavorare su quella, raggiungendo la capacità di attuare un vero e proprio Yoga Finanziario, simpatico termine da loro usato in quanto autentici yogin, uomini che hanno fatto della meditazione il centro delle loro vite, perché sanno che solo togliendo, anziché aumentando (risorse, tempo, acquisti, strumenti) si può raggiungere un benessere consapevole e attraverso esso un benessere totale. Ecco perché Yoga Finanziario: raggiungere una sicurezza economica non deve per forza significare rischiare di impazzire a causa del denaro, spendere e spandere a piene mani -benché ti consiglino di farlo, per un periodo, al fine di comprendere quanto sia sciocco e insensato- no! Raggiungere una sicurezza economica tale che metta insieme il tuo benessere economico, quello interiore, quello familiare, alimentare, fisico.

Unione.

Non divisione: unione.

Sono libri che fanno riflettere e credo che, anche se ci soffermiamo su pochi punti, ne trarremo grande giovamento.

Buone letture.

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Scrittrice, Creativa e Baby-Sitter!

Ebbene sì. Da una settimana esatta sono diventata la baby-sitter di una bambina meravigliosa (che chiamerò Camilla, per proteggere la sua privacy). Le cose raramente accadono per caso e, anche se adesso mi ritrovo a lavorare 12 ore al giorno, cinque giorni su sette, con tanto di figliolo (quasi sempre) al mio fianco, non riesco ancora a credere quanto questa nuova esperienza mi renda felice e stanca, quasi in egual misura.

Analizzandola, mi rendo conto di più fattori. Senza ritenere di aver scoperto chissà quale novità, ma stare a contatto con i bambini sia per maternità che per lavoro, ti porta a fare diverse considerazioni. Naturalmente quelle che leggerete sono personali e sindacabili, ma realmente, osservando il mondo qui fuori, trascorrere la maggior parte del proprio tempo con i bambini rappresenta un’àncora di salvezza. Non ripeterò frasi trite e ritrite (“i bambini sono puri”, “il candore dell’infanzia”, ecc ecc), perché i bambini sanno essere buonissimi e cattivissimi proprio come gli adulti, tuttavia quello che dei grandi ancora non hanno è la capacità machiavellica di manipolare, sfruttare e rendersi profondamente crudeli. Ce l’hanno in potenza, alcuni sono inoltre precoci, ma “i miei bambini” sono due perle. Anche quando litigano tra loro, si vede che si vogliono bene. Anche quando sono arrabbiati con me, perché con autorevolezza cerco di spiegare che non si può trascorrere troppo tempo davanti alla tv o al Sapientino, si capisce che gli passerà presto e che sono consapevoli del fatto che, quello che gli dico, è per il loro bene.

I bambini sono semplici.

I bambini sono autentici.

I bambini ti riportano a uno stato di “Inizio”, dove tutto può succede.

Sento inoltre molte persone lamentarsi delle lezioni su Zoom e dei compiti che i piccoli svolgono. Invece, nonostante mi debba giostrare fra due scuole e due piattaforme distinte, con orari e insegnanti diversi, ho apprezzato molto lo sforzo dei maestri e degli scolari stessi per riuscire a gestire una simile impalcatura. Certo sono convinta che ai bambini serva andare a scuola perché contribuisce alla loro evoluzione, non solo educativa, ma anche sociale, eppure il Ministero dell’Istruzione ha fatto il meglio che poteva e, anche se c’è da “stare addosso” ai piccoli, affinché mantengano la concentrazione, e la connessione a internet tira brutti scherzi, tutto si può fare con pazienza e volontà.

Ci sono poi i momenti del gioco e quelli delle coccole. In entrambi i casi, mi rendo conto che i bambini ti facilitano il compito -benedetto- di restare nel qui e ora. La cosiddetta mindfullness, grazie ai bambini, è uno stato facile da raggiungere. Si resta in un eterno presente fatto di idee, rincorse, palle che finiscono nel recinto dei vicini, capelli strappati, baci e abbracci. Puoi cercare di evadere dal tempo presente, pensando ossessivamente a quello che devi fare “dopo”, ma non ne vale la pena, perché quello che i bambini ti offrono è prezioso e non tornerà più indietro, nè per loro, nè per te.

Ci sono state tante scrittrici, fotografe e artiste che hanno svolto la mansione di baby-sitter prima di me. Il mio impiego sarà breve, però mi sto rendendo conto di quanta ricchezza stia accogliendo dentro di me e di quanto la piccola Camilla mi stia facendo sentire grata dell’opportunità di starle accanto.

E’ una nuova esperienza, che tornerà utile anche per i miei scritti e i progetti che si svilupperanno da settembre in poi, ma adesso è il momento dei bambini e mi voglio immergere in esso totalmente.

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RECENSIONE: “IL PROFESSORE E IL PAZZO” DI SIMON WINCHESTER

Adelphi, 2018

Questo straordinario libro, con la copertina color carta da zucchero e la fotografia del prof. James Murray in una spiaggia del Galles del Nord, ci riporta anche visivamente all’epoca vittoriana dell’Inghilterra dickensiana, un periodo storico e culturale fecondo, forse uno dei più ricchi di luce e ombra della Grande Bretagna.

Spinta -per l’ennesima volta- dalla recensione del giornalista e scrittore Corrado Augias, ho comprato il libro appena uscito, ma solo in questi giorni sono riuscita a leggerlo e, subito dopo, a guardare il film omonimo.

La storia narra la vicenda vera del lessicografo scozzese James Murray, che diede l’avvio alla creazione del monumentale dizionario inglese chiamato Oxford English Dictionary (OED) e del suo più fido collaboratore, il medico chirurgo militare in congedo William Chester Minor. Le due “api operose”, come solevano definirsi, si incontrarono a distanza di anni, dalla prima lettera di Minor indirizzata a Murray e solo in quel momento il lessicografo comprese con chi aveva a che fare: il medico viveva in un manicomio criminale a soli sessanta chilometri da Oxford. Murray non era un accademico qualunque, anzi, ottenne una Laurea Honoris Causa per le sue straordinarie capacità, ma proveniva da una famiglia povera, il padre era un venditore di tessuti e, forse anche grazie alla sua umiltà, certamente attraverso la sua sincera fede, non indietreggiò di fronte a quella scoperta scioccante, ma continuò a essere un fedele amico di Minor fino alla fine dei suoi giorni.

Sono da sempre d’accordo con chi asserisce che la realtà superi la fantasia. Questo è uno di quei casi ed è anche un gioco di specchi, dal momento che i due protagonisti si guardano come se si trovassero davanti a uno specchio, uno opposto all’altro. Esteticamente erano molto somiglianti, con lunghe barbe ingrigite e pochi capelli sulla sommità del capo, che nascondevano maliziosamente con diversi tipi di cappelli. Erano anche due menti geniali e acutissime. Eppure Murray poteva contare sulla propria lucidità, mentre Minor era afflitto da quella che, alla sua epoca, era definita paranoia, mentre oggigiorno si chiama schizofrenia e che gli provocava stati allucinatori e tormenti continui, soprattutto dopo il calare della sera.

Se credete che vi abbia raccontato troppo o che vi abbia spoilerato il film, vi sbagliate di grosso. C’è molto, moltissimo da scoprire dentro il libro di Winchester, ma anche nel generoso film, interpretato da due monumenti umani come Mel Gibson (il professore) e Sean Penn (il pazzo). Ve lo posso assicurare: non ve li dimenticherete.

Però vi prego: leggete prima il libro e dopo il film, altrimenti vi perderete degli elementi importanti, essenziali e, soprattutto, riuscirete anche a comprendere come gli sceneggiatori, talvolta forzino e manipolino le pellicole. In questo caso non c’è stato uno stravolgimento delle storie di Minor e Murray, ma qualche forzatura ben congegnata sì.

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RECENSIONE: “IL MINIMALISTA” DI FRANCINE JAY

Macro Libri, 2019

Questa nuova guida al riordino per tutta la famiglia, non presenta vistose novità, rispetto ai vari manuali di decluttering, pulizie e governo della casa, a parte il metodo STREAMLINE, ideato dall’autrice, nota in America con lo pseudonimo di “Miss Minimalist” e dotata di un sito internet: www.missminimalist.com dove elargisce periodici consigli su come mantenere una casa zen.

A causa della mia caoticità tipicamente balcanica, ciclicamente mi ributto in letture come questa, con la speranza che mi si accenda un interruttore nel cervello, un’illuminazione, o qualsiasi altra cosa capace di farmi mantenere l’ordine in casa ad aeternum. Ovviamente il fallimento è perpetuo, ma la speranza non muore mai.

Miss Minimalist mi aveva entusiasmata all’inizio, quando spiegava con la teoria gli innumerevoli benefici di una casa minimalista, come:

  • non inciampare negli scatoloni e nelle borse lasciati lungo il corridoio;
  • avere più spazio concede allo sguardo di scorrere e quindi di avere nuove idee e ispirazioni;
  • le pulizie si riducono al minimo;
  • si spende molto di meno;
  • si litiga di meno (!).

Frasi come: “Dobbiamo ricordare che i nostri ricordi, i nostri sogni e le nostre ambizioni non sono contenute negli oggetti, ma sono dentro di noi. Non siamo ciò che possediamo: siamo ciò che facciamo, pensiamo e amiamo”, mi avevano conquistata.

Poi però, arrivano le frasi infelici, come il suggerimento di eliminare la nostra macchina per il caffè, perché è un ingombro e richiede tanta manutenzione, mentre è molto più semplice scendere al bar e ordinare quel che si vuole. Con tanti cari saluti agli amici e parenti invitati a casa per bere il caffè a fine pasto, o accanto a una torta fatta con le proprie mani. Senza contare che, ai tempi del Coronavirus, fino a pochi giorni fa, i bar erano chiusi e c’era il distanziamento sociale. E ancora, chiudiamo gli occhi, sul costo di uno, due, o quattro caffè al giorno bevuti nei locali, in un anno. Ma non aveva detto, che puntavamo anche al risparmio?

La cosa che più mi fa accapponare la pelle, tuttavia, è la richiesta di eliminare tutte le fotografie in casa, digitalizzandole, oppure di lasciare pochi libri “sentiti” sugli scaffali.

A questo punto ho capito che, almeno per me, Miss Minimalist non è la coach adatta.

Proprio nel corso della settimana, infatti mi ero messa a pulire e sistemare gli scaffali di libri dell’angolo ovest del soggiorno:

Prima

Dopo averli opportunamente passati al vaglio, ho trovato due doppioni e pochi altri testi che non aveva più senso tenere, e che quindi lascerò sui banchi dei libri del mercato, per chi li voglia portare a casa gratuitamente, ma per il resto, non potrei vivere senza di loro:

Dopo

Ho pochissime dipendenze (sane!) e una di queste è rappresentata proprio dai libri.

Perciò, se siete privi di dipendenze di qualsivoglia genere, potrete trovare utile questo manuale, altrimenti nutro qualche dubbio.

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RECENSIONE: “SEDICI ALBERI” DI LARS MYTTING

Caro Edvard, ci sono solo due momenti in cui siamo completamente innocenti: quando sogniamo e quando siamo bambini”.

Ho comprato questo libro a seguito di una recensione letta su alcune riviste culturali e letterarie che divoro settimanalmente e devo ammettere che ha superato tutte le mie aspettative.

“Sedici alberi” è un romanzo strano, sia perché l’autore è norvegese e quindi il suo stile è diverso rispetto a quello di un italiano, un inglese o tedesco, sia perché è pregno della conoscenza della terra, in particolare di quella misteriosa Norvegia che molti di noi osservano stupiti, dalle calde sponde del Mediterraneo. E’ una terra aspra, nevosa, ricchissima di alberi -una passione dell’autore, già noto per “Norwegian Wood, Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna”, che si è aggiudicato il Premio dell’associazione dei librai norvegesi e il Bookseller Industry Award 2016-.

La trama racconta le vicende di Edvard, un ragazzo norvegese che lavora nella fattoria del nonno, in un paese sperduto del nord, carico di neve in inverno e straordinariamente caldo in estate, a causa dei cambiamenti climatici. Una vita apparentemente banale, se non fosse che, nella sua famiglia, nulla è normale.

Suo nonno Sverre fece parte della sezione nazista norvegese durante la II Guerra mondiale, mentre il fratello di lui, Einar, si trovò a combattere e morire per la Resistenza francese. Edvard è il figlio di un norvegese e di una francese, ma di loro ricorda poco: aveva tre anni quando fecero un viaggio in Francia, nei luoghi della drammatica battaglia della Somme, e lì i suoi genitori morirono annegati in uno stagno, mentre lui venne ritrovato tre giorni dopo, a un centinaio di chilometri di distanza, misteriosamente illeso. Chi lo aveva portato fin lì? Fu un rapimento, o un salvataggio?

Edvard cresce lavorando duramente per il nonno, sopportando gli sguardi di rimprovero dei compaesani nei riguardi dell’ex-nazista e di compassione per lui. Ma Edvard cosa prova? Poco o niente. In lui ogni emozione è attutita, come velata da uno spesso manto di ignoranza rispetto al suo passato.

Sarà al momento della morte di Sverre, che in lui scatterà qualcosa. Il parroco del paese, infatti, farà pervenire al giovane una bara realizzata in legno di betulla fiammata, ricca di decorazioni create da un’ebanista finissimo. Un feretro degno di un nobile. Lo realizzò Einar per il fratello, negli anni ’60. Ma non era morto in guerra? No, non era vero. Allora cosa lo era? Ed Einar è ancora vivo?

Edvard deve partire. Deve ripercorrere la sua vita a ritroso, tornare nelle Shetland, da dove proviene la misteriosa bara, e poi in Francia, sui luoghi della Somme, dove la sua eredità, i “suoi” sedici alberi lo aspettano. Lo deve ai suoi genitori, e lo deve a se stesso.

Questo è un romanzo importante. Sia perché è l’intensissima storia di una famiglia le cui origini si spargono in tutta Europa, sia perché essa è intrecciata a ben due conflitti mondiali e, in modo laterale, ma non per questo meno efficace, ci insegna moltissimo sulla violenza e l’ingiustizia che i nostri antenati subirono nel corso di quegli anni mostruosi.

Una lettura dovuta alla memoria dei morti, ma anche a quella dei vivi, perché è nell’oscurità che si apprezza di più la luce. Da sempre.

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