RECENSIONE: “PICNIC A HANGING ROCK” DI JOAN LINDSAY

Sellerio, 2017

Vallo a spiegare a un lettore di e-reader, Kobo, Tolino, ecc, il godimento che si prova nel tenere in mano un’edizione cartacea Sellerio. Personalmente, non riesco a provare la stessa emozione con nessun altro editore e non me ne vogliano Adelphi e Iperborea, per esempio, che hanno pure un formato classico delizioso.

E’ naturale, quindi, che prediliga la lettura dei romanzi Sellerio a molti altri. Non che li legga tutti -amanti di Camilleri non odiatemi, ma il commissario Montalbano non mi prende proprio!- ma appena noto un titolo acattivamente e, soprattutto, una trama che “mi chiama”, corro a comprarne una copia, attendendo con trepidazione il momento in cui le mie mani incontreranno quelle confortevoli, incantevoli copertine.

Questa volta, l’occasione è arrivata grazie alla pubblicità aggressiva che è stata fatta sui canali Sky della nuova serie tv “Picnic a Hanging Rock”. Sei episodi, una sola stagione (per ora) e delle immagini conturbanti. Sentivo odore di marketing a centinaia di chilometri di distanza, ma la sostanza, ovvero la trama, continuavano a fare eco nella mia mente. Finché mi sono ricordata che un lettore, anni fa, mi aveva consigliato esattamente questo romanzo, asserendo che, da scrittrice di romanzi storici (allora avevo edito “La dama e l’aquila”) ero tenuta a leggere il capolavoro dell’autrice australiana Joan Lindsay. Come una brava Sherlock Holmes avevo inserito l’informazione dentro uno dei cassetti del mio cervello ed ecco che, qualche settimana fa, l’ho estratto con vivo gusto.

Ho comprato il libro e messo in registrazione la serie tv. Ebbene, dopo aver terminato la lettura del romanzo e aver visto il primo episodio, vi assicuro che il primo batte il secondo, almeno per chi, come me, ama immergersi nelle atmosfere dei secoli passati, carpirne i colori, i volti, i gesti, le consuetudini. Riporto un estratto di ciò che intendo:

“Isolate dal naturale contatto con la terra, l’aria e la luce del sole per via dei corsetti prementi sul plesso solare, delle sottane voluminose, delle calze di cotone e degli stivaletti di capretto, le ragazze sazie e assonnate che poltrivano all’ombra non facevano parte dell’ambiente più di quanto ne facciano parte le figure di un album di fotografie messe in posa a capriccio su un fondale con rocce di sughero e alberi di cartone”.

Se oltre a questo, aggiungete anche un talento nella descrizione della natura, comprenderete che la lettura di un simile romanzo è un dono:

“A ogni passo la vista diventava più affascinante, man mano che si aggiungevano altri particolari di rupi merlettate e di pietra macchiata di licheni. Ora una kalmia latifolia lucida al di sopra delle polverose foglie argentee di un corniolo, ora una crepa scura tra due massi, dove il capevenere tremolava come un merletto verde”.

Ma di cosa parlano il romanzo, un film famosissimo di Peter Weir del 1975 e la nuova serie tv? La trama è semplice: il giorno di San Valentino 1900, le studentesse del college Appleyard festeggiano l’evento alle pendici della misteriosa Hanging Rock, una formazione rocciosa preistorica che si erge nel mezzo del fitto bush australiano. Dopo un pasto luculliano, tre studentesse più grandi, Marion, Irma, Miranda, e la più giovane Edith, si allontanano per una ravvicinata osservazione di Hanging Rock, giurando di tornare nell’arco di un’ora, ma due di loro e l’insegnante di matematica McCraw, che era andata a cercarle, non faranno più ritorno. Solo Edith, sconvolta e urlante, tornerà dalla professoressa di francese e dalle sue amiche, pur incapace di spiegare cosa sia accaduto e qualche giorno dopo, un’altra collegiale verrà ritrovata vicino a Hanging Rock dal giovane e nobile Albert, e tuttavia neanche lei ricorderà nulla.

Una storia intrigante di per sé che, se corredata da numerosi articoli di giornale e deposizioni al comisariato, presenti nello stesso romanzo, diventa ancora più accattivante. Non solo. La scrittrice aveva inserito, nel capitolo finale, la soluzione della vicenda, ma il suo editore si era opposto alla pubblicazione, in quanto un finale aperto è molto più misterioso di uno dove tutti i nodi vengono al pettine. Lindsay acconsentì e il diciottesimo capitolo uscì postumo: “The secret of Hanging Rock” (1987), mai tradotto in italiano.

Basta e avanza per avere un notevolissimo richiamo di lettori e stampa, e tuttavia il mistero di Hanging Rock divenne di interesse internazionale quando circolò la voce che il romanzo si basasse su una storia realmente accaduta e che gli aborigeni non si avvicinavano mai alla conformazione rocciosa, in quanto la ritenevano un ricettacolo di spiriti nefasti. Non voglio perdere tempo nel descrivere le ridicole supposizioni di fine Novecento sulla possibilità di abduction da parte di alieni. Che differenza di gusto tra inizio e fine secolo!

Voglio consigliarvi la lettura di questa opera perché contiene tante qualità e vi permetterà di entrare in un mondo non troppo distante dal nostro nel tempo, ma nello spazio sì. Vi invaghirete delle descrizioni paesaggistiche, psicologiche, del netto contrasto della società vittoriana e degli arcani misteri di un’isola da poco colonizzata, brulicante di misteri ancestrali di cui all’epoca non si conosceva quasi niente. Se poi avrete del tempo per godervi il film di Weir fatelo. Per quanto riguarda la serie, ve la consiglio solo se siete amanti di sceneggiature come “Hannibal”, “Game of Thrones” e “American Horror Story”, altrimenti passate direttamente a un altro Sellerio!

Picnic at Hanging Rock, William Ford, 1875, National Gallery di Melbourne
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Intervista alla ricercatrice e saggista Erika Maderna

Dott.ssa Erika Maderna

 

1. Sono anni che apprezzo i tuoi saggi, ma dal mio blog passano anche lettori che potrebbero non conoscerti ancora. Puoi presentarti e raccontarci la tua formazione e la tua attività?

Il mio percorso di studi parte dalla laurea in Lettere Classiche ad indirizzo archeologico. L’archeologia di scavo, però, l’ho coltivata poco, e solo da studentessa: mi ha sempre appassionato di più scavare nelle pagine immateriali della storia piuttosto che in quelle materiali. Finita l’università, ho avuto l’opportunità di realizzare un paio di pubblicazioni che, in un certo senso, hanno aperto la strada alle successive ricerche a cui mi sono dedicata. Alcuni anni fa, l’incontro fortunato con il progetto culturale di Aboca ha costituito per me una svolta molto interessante. Grazie al rapporto di fiducia e affetto reciproco che si è instaurato, oggi mi dedico prevalentemente alla ricerca indipendente e alla divulgazione, e posso trascorrere gran parte del mio tempo con il naso infilato fra i libri… una bella fortuna!

2. Ho avuto modo di leggere tre delle tue opere: “Aromi sacri, fragranze profane”, “Medichesse” e “Per virtù d’erbe e d’incanti”, editi da Aboca dal 2009 a oggi. Nell’articolo precedente (http://www.arteculturae.it/saggistica/recensione-per-virtu-derbe-e-dincanti-la-medicina-delle-streghe-di-erika-maderna/) ho recensito proprio l’ultimo uscito. Da dove provengono i tuoi interessi?

Negli ultimi anni ho avuto modo di approfondire due filoni di studio, entrambi a me molto cari. Il primo è collegato alla dimensione del mito e dei simboli, che è confluito nelle esplorazioni botaniche di “Le mani degli dèi”, una ricerca complessa ma appassionante sulla sacralità del mondo vegetale e sulle sue mitologie. Il secondo filone è quello della storia della medicina femminile, che ha preso avvio dall’idea di “Medichesse”, attingendo a uno straordinario bacino di saperi, curiosità e aneddoti ancora poco esplorato nell’editoria divulgativa.

3. Sono molto colpita dalla profondità delle tue ricerche. La bibliografia, che doni al lettore alla conclusione di ogni saggio, è ricchissima e io stessa ho attinto ad essa per approfondire certi temi. Sbaglio, o leggi le fonti direttamente nella lingua originale (greco e latino)?

E’ l’eredità degli studi classici, fortificata dalla mia passione per la lingua greca e latina, che mi consente di accedere alle fonti originali. Parto sempre dalla parola antica perché lì trovo grande ispirazione: nelle parole ci sono radici, e le radici attingono acqua in profondità.

4. Tornando per un attimo a “Per virtù d’erbe e d’incanti”, un dettaglio mi ha particolarmente fatto riflettere: l’uso della parola all’interno del percorso di guarigione che le guaritrici compivano per i loro pazienti. Fino al secolo scorso (e forse ancora oggi), le empiriche adottavano delle preghiere e degli scongiuri cristianizzati, ma sappiamo che la loro origine è pagana. Hai trovato qualche fonte antica dove è rimasta traccia di queste parole? E qual è la struttura di tali preghiere?

La consapevolezza del potere intrinseco della parola ha accompagnato tutta la storia della medicina magica: nella tradizione classica ne troviamo traccia a partire dalla filosofia pitagorica. Perfino la raccolta delle erbe officinali era accompagnata da preghiere e formule, che avevano lo scopo di attivare il potenziale terapeutico custodito nella natura. Di queste antichissime liturgie abbiamo qualche fortunata sopravvivenza negli erbari medievali, ma anche nei testi medici sono conservate importanti testimonianze di questa fase sacerdotale e liturgica. Forse non tutti sanno che uno dei primi “abracadabra” presenti nelle fonti scritte si trova nel trattato di medicina di Marcello Empirico, un autore latino del V secolo. Nel passaggio dalla cultura pagana al cristianesimo, il nuovo linguaggio religioso si è semplicemente appropriato di quelle modalità rituali, riadattandole. “Herba et verba”, erbe e parole magiche, sono da sempre la colonna portante della medicina magica delle cosiddette streghe curatrici.

5. Le umili guaritrici di campagna e le medichesse ti hanno insegnato qualcosa?

La storia della medicina osservata attraverso lo sguardo delle curatrici empiriche dice molto della natura femminile e ci consegna uno sguardo “di genere” sull’atto di cura. Ci invita a rivalutare i valori che hanno accompagnato le pratiche quotidiane delle nostre antenate, che ci raccontano l’attitudine all’osservazione, il rispetto, la partecipazione emotiva. Un “tocco” femminile che ancora oggi è bene che continui ad essere parte viva del contributo delle donne.

6. Cosa hai capito dell’essere umano e del nostro mondo, grazie alla tua erudizione e riflessione personale?

Capire l’essere umano è davvero un’impresa ardua, ma vale assolutamente la pena di procedere per tentativi… Ognuno di noi sceglie i propri strumenti di elezione per leggere il mondo: a me appassiona la ricerca delle origini. Credo che la storia ci parli, e se la interroghiamo nel modo giusto può aiutarci a trovare qualche risposta, o almeno ad orientarci lungo il cammino.

7. Ti seguo anche su Facebook, dove hai un profilo ricco di approfondimenti e articoli che scrivi per il web. Fra tutti i ricercatori che conosco, sei stata l’unica a parlare del mito di Ananke. Lo vuoi illustrare anche ai lettori di questo blog e darci la tua interpretazione?

Dal mito di Ananke sono partita per tracciare il percorso archetipico della figura della strega. La Necessità, che per i Greci rappresentava una forza superiore perfino a quella degli dèi, nella visione proposta da Platone è una dea seduta in trono, intenta a far ruotare un fuso, metafora dell’atto creativo. Le sue tre figlie, le Moire (Parche per i Romani), proprio attraverso il processo della filatura governavano l’esistenza dei mortali. Creare, dare la vita, è il grande privilegio delle donne, e allo stesso tempo l’atto magico per eccellenza. Il fuso, così come l’arcolaio e il telaio, strumenti maneggiati con grande perizia da mani femminili, è da sempre considerato uno strumento magico potentissimo; addirittura pericoloso, tanto che nell’antica Roma leggi speciali proibivano di utilizzare tali oggetti in prossimità dei campi coltivati, nel timore che il gesto di rotazione, accompagnato da una volontà malevola, avesse il potere di guastare i raccolti.

8. Alla luce di tutto ciò, quanto ritieni siano importanti gli antichi miti per noi contemporanei?

Li ritengo addirittura necessari alla nostra sopravvivenza! Parlo della sopravvivenza psichica, immaginativa, perché i miti contengono tutto ciò che è essenziale per la nostra vita interiore; non diventano mai obsoleti, ma si rivitalizzano e rinnovano continuamente attraverso il simbolo. I miti parlano sempre di noi, in una dimensione che travalica il tempo, i luoghi e le culture, e ogni volta che ci immergiamo in quelle acque, la pesca è fruttuosa.

9. Grazie alla tua conoscenza, avrai compreso che il concetto di male è ciclico nella società umana, in ogni Paese e angolo del mondo. Esiste un rimedio?

Trovare un rimedio al male sarebbe come trovare la pietra filosofale! Può essere scoraggiante prendere coscienza di quanto lenti e pigri siano i passi verso i grandi obiettivi che l’umanità dovrebbe porsi, eppure non possiamo permetterci di rimanere indifferenti. Farci avvincere dalla ricerca di soluzioni è l’unico strumento a cui possiamo aggrapparci. E naturalmente, educare le nuove generazioni a fare altrettanto è l’eredità più importante che possiamo lasciare.

10. Siamo due donne e due madri. Fai un mestiere che ami profondamente. Non posso fare a meno di chiederti come concili la famiglia con la passione della tua vita. E cosa puoi dire alle tante donne che, ancora oggi, lamentano la solitudine e, spesso, l’abbandono del lavoro per la cura dei figli.

Mi ritengo fortunata perché l’attività di ricerca mi consente grande libertà e indipendenza nella gestione dei tempi, e questo mi ha sempre permesso di conciliare in modo flessibile lavoro e vita famigliare. A monte, però, anche per me c’è stata una scelta di campo, fatta consapevolmente anni fa, quando, vincitrice di concorso, ho rinunciato a una cattedra di ruolo assegnata in una sede troppo lontana, in un momento in cui era più importante che la mia presenza in famiglia fosse costante. Una decisione che mi ha certamente privato di una maggiore stabilità economica, ma di cui non mi sono mai pentita. In generale, per noi donne, il braccio di ferro fra famiglia e lavoro può comportare scelte difficili; nel mio caso, tuttavia, credo che si sia messa di mezzo la dea Ananke…

11. Hai appena terminato edito l’ultimo saggio, “Per virtù d’erbe e d’incanti” e lo stai presentando. E’ troppo presto per chiederti se hai in progetto un nuovo libro per i tuoi lettori più appassionati?

“Per virtù d’erbe e d’incanti”, è nato con l’intento di colmare una lacuna del precedente “Medichesse”, nel quale avevo rinunciato ad approfondire la cosiddetta “medicina delle streghe”, consapevole che lo spazio di un capitolo non avrebbe reso onore a un tema tanto affascinante. Ma la storia della vocazione femminile alla cura è un bacino ampio e interessante, che fatica ad esaurirsi. Ci sono altre suggestioni che mi affascinano, e credo che, complice anche la volontà del mio editore, tornerò a farmi incuriosire da nuovi spunti. Ma mi fermo qui per evitare di spoilerare troppo!

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RECENSIONE: “PER VIRTU’ D’ERBE E D’INCANTI – LA MEDICINA DELLE STREGHE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2018

E’ tempo, Luna, di assistere ai tuoi riti.

Seneca, Medea, v.770

Oggi sono davvero lieta di poter recensire un saggio importante come quello della Dott.ssa Maderna. Per citare il titolo, le sue virtù non si contano: l’autrice vanta una laurea in Lettere Classiche ed è solita fare ricerca attingendo direttamente dalle fonti, perciò i suoi scritti raccolgono riflessioni originali, non trascritte da altri testi, benché anche la bibliografia fornita sia ricchissima; l’editore Aboca realizza libri con carta di altissima qualità, destinati a durare nel tempo; la grafica è curatissima e felice nella scelta delle immagini stampate, a cominciare dalle tavole botaniche.

Nel saggio ho riscontrato un effetto specchio tra due tipi di donne: da una parte la monaca, che grazie alla sua (?) scelta virginale, ha potuto emanciparsi dalla famiglia, studiare e talvolta fare carriera, come la nota Badessa Hildegard Von Bingen -oggi Dottoressa della Chiesa, una delle uniche quattro donne al mondo cui è stato assegnato questo titolo dalla Chiesa Cristiano-Cattolica di Roma-; dall’altra parte le popolane, talvolta conoscitrici di erbe per la cura di animali e uomini, talvolta levatrici, che per riuscire a mettere insieme i pasti per sé e le famiglie, erano solite accettare ogni tipo di mestiere: la contadina, la sarta, la prostituta. Entrambi i gruppi femminili avevano accesso a diverse forme di conoscenza, ma se le prime erano protette dalla vita monastica, che le limitava, soprattutto fisicamente, le seconde erano più libere, seppur costrette alla miseria e, in casi estremi, al rogo, perché le loro conoscenze esulavano dal dogma cristiano, attingevano spesso a reminiscenze pagane e, nel periodo storico moderno, con la nascita della medicina ufficiale, diventarono una spina nel fianco all’unico genere di cura accettato: quello promosso dagli uomini abbienti e laureati.

Dunque, nel corso di secoli, le donne che, grazie alla loro personalità, carisma e competenza, emergevano rispetto alla massa, trovarono due possibilità: “diventare le spose di Cristo o sue adultere; essere inglobate nel sistema, oppure perseguitate”. E in nessuno dei due casi, la vita diventava facile: la monaca subiva il martirio, attraverso crisi mistiche e stimmate; la strega andava incontro al supplizi inquisitoriali. Le esperienze estatiche provocavano in entrambe uno stato di coscienza alterato e impressioni di distacco dal proprio corpo, simili a “viaggi astrali”. E poi, la scelta di un percorso, piuttosto che dell’altro, era dovuta sovente dalle famiglie: quelle ricche mettevano al mondo figlie che venivano date in sposa a buoni partiti, oppure finivano in convento, mentre le popolane conducevano le loro esistenze tra la dura vita dei campi, delle famiglie e delle malattie, oppure con un minimo di dignità in più guadagnato grazie alle conoscenze erboristiche, dignità che poteva venire spazzata via se qualcosa andava storto (un bambino nato morto, un legamento d’amore fallito, ecc).

Eppure, la conclusione è che “streghe e sante sono state medichesse e farmaciste: le prime per necessità, le seconde per vocazione alla cura del mondo”.

Nel saggio si trovano anche figure mitiche e mitologiche, dedite alla cura, alla magia e alla morte, come la dea Afrodite, che possedeva una cintura magica che conteneva tutti gli incanti, o Circe, la maga che, grazie alla sua capacità di comprensione della natura, era una pharmakìs, o polypharmakòs, cioè un’esperta di erbe magiche e medicinali, conoscitrice dei segreti metamorfici. Dall’antichità fino all’epoca moderna, i nomi si sprecano e quanti non hanno mai raggiunto l’inchiostro? Una cosa è certa: “la medicina delle empiriche rappresentava il terminale di quel percorso variegato che dall’antica medicina sacerdotale, fatta di divinazione, sapere erboristico e parola taumaturgica, attraversava la dimensione mitica e folclorica delle lamie rapitrici di bambini, delle maghe preparatrici di filtri erotici, delle negromanti e delle malefiche sovvertitrici delle leggi naturali”.

E ci sono due elementi fondamentali nella conoscenza delle guaritrici: la misurazione e la parola. La “misurazione dei panni” è una delle pratiche più caratteristiche della magia terapeutica delle donne di conoscenza, noto anche nella mia regione, il Friuli Venezia-Giulia*, consisteva nel “sentire” il malessere dell’ammalato toccando i vestiti che erano stati a contatto con il suo corpo e misurandoli con la spanna mentre si pronunciavano parole misteriose. Le guaritrici usavano spesso la parola durante la somministrazione del medicamento, frasi sussurrate e spesso incomprensibili, preghiere o invocazioni. Un modus operandi conosciuto già dai pitagorici, come anche Galeno, che non ignorava affatto i messaggi del soprannaturale, affidandosi oltrettutto alle rivelazioni ottenute durante i sogni, prima di dedicarsi agli ammalati, seguendo precisamente gli insegnamenti dei medici-sacerdoti di Asclepio. Insomma, “la litania magica era parte integrante dell’offerta terapeutica e aveva la funzione di rivitalizzare le antiche procedure che rimettevano alla sinergia di herbe et cantus l’azione del medico sacerdote, garante della funzione connettiva della parola fra il mondo reale e la dimensione invisibile”. L’antico paradigma dell’incantare (o dell’excantare), presente già nella Roma antica, benchè perseguitato anche allora, attraversò indenne il passaggio dal paganesimo alla cristianità, trovando nuove forme di accomodamento che ne consentissero la sopravvivenza, ovvero da preghiere pagane a preghiere cristiane.

Arrivando alle erbe, le protagoniste del saggio, quelle dette “delle streghe” hanno due valenze: da un lato sono psicotrope, spesso letali, connesse ai rituali cosiddetti “demoniaci”. Sono allucinogeni e narcotici e sovente si trovavano tra gli ingredienti del cosiddetto unguento preparato dalle maliarde per compiere i viaggi notturni: aconito, belladonna, canapa, cicuta, giusquiamo, mandragora, oppio, papavero e stramonio. Poi c’è la farmacopea “dolce”, costituita dalle erbe comuni o spontanee, che grazie all’efficacia dei loro principi vegetali e al potere teurgico delle matres herbarum, guariva anche casi disperati. Queste erbe sono: artemisia, betonica, caprifoglio, malva, menta, mirto, ruta, salvia, verbena.

Nè mancano, tra queste pagine ricchissime, terribili racconti inquisitoriali ai quali la sottoscritta, ancora nel XXI secolo, non trova spiegazioni logiche. Né le trovò Franchetta Borelli di Triora nel 1588 se, durante un supplizio, concluse:

“Stringo i denti e diranno che rido”.

* L’etnografo Gian Paolo Gri ne ha scritto in “Altri modi – Etnografia dell’agire simbolico nei processi friulani dell’Inquisizione”, Eut, 2001

Postilla: aggiungo l’indice. Sono una divoratrice di libri e so quanto possa essere utile nella scelta dell’acquisto di un libro!

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BOSCHI IN FESTA -al Bosco Bolderatis in cerca di erbe spontanee-

Ve lo assicuro: erano vent’anni che aspettavo questo momento! Vent’anni che cercavo una guida esperta che mi insegnasse a riconoscere le erbe spontanee, a evitare di scambiarne una per un’altra e introdurmi nella preziosa arte di saperle cogliere nel modo e nel momento più adatto. Certamente, in due decadi, le occasioni ci sono state, ma ogni volta accadeva qualcosa per cui il tanto atteso evento saltava.
Ebbene, domenica 29 aprile 2018, tutto è andato come sognavo e quello che vi presento è un riassunto delle 14 facciate di appunti che ho preso freneticamente durante la passeggiata al Bosco Bolderatis di Carlino (UD). Le mie emozioni, beh, quelle potete immaginarle.
Buona lettura.

Introduzione geologico-storica

Fino a circa 10000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, i ghiacciai arrivavano fino a sud di Udine. 5000 anni fa, quando il ghiacciaio si era già ritirato, la vegetazione era caratterizzata dalla presenza di pini e betulle, chiaramente per un fattore climatico. Il problema fondamentale è che i ghiacciai, quando si ritirano, depositano ghiaia molto fine, con sassi spigolosi. In questi posti vivevano piante come quelle scandinave di oggi.

Con il miglioramento del clima, è arrivato il faggio. Poi la temperatura è aumentata ancora e qui sono arrivate la quercia e il carpino, alberi che ancora oggi caratterizzano questi luoghi. A monte della linea della risorgive, abbiamo il deposito di ciottoli (magredi, grave). Più a valle c’è il deposito di materiale più fine: sabbia e limo. Nei magredi l’acqua sembra non ci sia, invece procede nel sottosuolo verso il mare, per risalire in superficie quando incontra i terreni meno permeabili. Le olle (di risorgiva) sono i buchi dove l’acqua, da sotto terra, risale. Qui l’acqua è priva di sabbia e a temperatura costante: abbiamo acqua di risorgiva di 10-11 gradi di temperatura, pulitissima. Poi, dovendo l’acqua andare sempre verso la sua foce più a sud, possiamo trovarne di più pulita o più torbida, ma la cosa importante da ricordare è che le piante sentono la presenza di un’acqua diversa, che cambia da zona a zona.

Carpino con infiorescenze

Zellina, fiume di risorgiva. Siamo a 5 m di quota

Mentre attraversiamo i campi, incontriamo lo Zellina, fiume di risorgiva. Siamo a 5 m di altezza sul livello del mare. Osservandolo, possiamo godere di un panorama molto naturale, con vegetazione fluviale (salice, ontano e canna palustre) e poche altre specie di piante.

Possiamo fare anche incontri simpatici, come la tartaruga di terra. In questo periodo è in amore, per questo è facile trovarla lungo la strada, anzi, proprio per questa ragione vi raccomando di non correre come matti in macchina, moto o scooter, perché potreste ​investire queste creature inermi.

Testudo hermanni

D’ora in avanti, ogni volta che troverò una pianta o un albero interessanti, ve lo indicherò.

ORTICA: da non confondersi con i vari Lamium (fiori rosa) che hanno il fusto a sezione quadrata, mentre la vera ortica ce l’ha scannellato. L’ortica ha i peli, l’altra no. Qui nella Bassa Friulana c’è abbastanza ortica, più che al nord (da collina a montagna), perché predilige i terreni più profondi e con meno calcare! Va raccolta quando è giovane, ma, se vogliamo tentare, possiamo prendere le punte (se sono ancora tenere) e si può cucinare.

Perché procura il prurito? Perché dentro il fusto ci sono delle cavità. Lì c’è una molla che in cima ha un aghetto. Il pelo è il grilletto che, appena toccato, fa attivare la molla che spinge l’aghetto ricoperto di acido formico (lo stesso delle formiche) che lo rilascia nella nostra cute. C’è un trucco per evitarlo: cogliere il fusto spostando la mano dal basso verso l’alto.

L’ortica saltata in tegame, è come lo spinacio.

Coda cavallina o Equiseto

CODA CAVALLINA o EQUISETO: pianta antica, quasi un fossile vivente. Quasi tutto il carbone che noi abbiamo usato nei secoli, proviene da lei. Decotto ricco di  silice. È una pianta dioica, con gli apparati riproduttivi (maschio – femmina) su due individui distinti. La “pannocchia” di quella femmina, se si mangia fritta, come il fiore di zucca, è una leccornia.

IRISI PSEUDACORUS (giallo): tipica pianta che vive in acqua e nei canali. La ritroveremo anche nel bosco.

Euforbia

EUFORBIA: senza petali evidenti, contiene un lattice caustico. Si può usare sui porri, ma per guarire, meglio ancora la CELIDONIA.

Romice

ROMICE o RUMEX: si può masticare per togliere il senso di sete.

Bosco giovane

BOSCHETTO GIOVANE: quando trovate un bosco giovane come questo, dove si vedono piante di diverse specie in filari come un vigneto, dovete sapere che sono boschi di impianto. Questo è un terreno, dove il proprietario ha deciso di reimpiantare un bosco. L’impianto del bosco, avendo specie diverse e disposte a scacchiera, è più veloce nella crescita. È un bene piantare boschi, perché è il massimo di sviluppo vegetazionale che la nostra terra può produrre. Comunque, quando vedete filari di alberi, sapete che non sono spontanei.

PAPAVERO: ottima pianta mangereccia. Fino a 20-25 cm di altezza, si taglia ed è buonissimo dopo cucinato. Se il fusto è duretto, si taglia e si mangia quello più tenero con le foglie. Ha un gusto dolce unico.

FIORDALISI: sono spariti dai campi! Erano come la cicoria ed erano buonissimi.​

Asparagus Tenuifolius

ASPARAGUS TENUIFOLIUS: sta nelle zone umide e fresche, mentre in Carso e nelle Prealpi più secche, cresce l’ACUTIFOLIUS, la versione che è vero asparago. Quello che punge ha senso raccoglierlo, rispetto a quello che troviamo qui, che ha poca consistenza. Un mazzetto del Acutifolius ha un sapore cento volte più forte dell’asparago coltivato che si compra.

BOSCO BOLDERATIS

Facendo studi sui fossili e pollini di questi terreni, si è capito che nel IV sec. a.C. (Età del Ferro) la composizione floristica era pressoché identica a quella attuale. Questo era un bosco che dal Piemonte arrivava fino al Friuli Venezia-Giulia. Tutto bosco! E’ come stare a 500-600 m di quota!
Alla fine del periodo romano e nel periodo medievale, l’uomo ha iniziato a disboscare, quindi il bosco ha cominciato a scomparire. Nel periodo veneziano e asburgico, il disboscamento è rallentato. Solo dopo la I Guerra Mondiale, si è ripreso ad abbattere il bosco, per aumentare la superficie coltivabile, assieme alle bonifiche e con la lotta alla malaria. Nel II Dopoguerra, è subentrata in modo pesante l’agricoltura industriale e si è ripreso a disboscare.
La situazione di partenza era la Selva Lupanica, una foresta che si estendeva dall’Isonzo al Livenza, nella zona sotto le risorgive.
Oggi il Bosco Bolderatis è una porzione di quei boschi, ed è rimasto integro, per nostra fortuna. Quando si parlava di Selva Lupanica, c’erano 16 000 ettari di bosco, ora la quota si è ridotta all’osso. Pertanto questo bosco è un reperto storico!
Dovete sempre tenere a mente che, se si disbosca, ci vogliono circa cento anni per ritornare alla situazione di partenza. Qui è meglio non pensarci nemmeno: se si dovesse disboscare questo bosco, perderemmo una testimonianza storica millenaria.
Dato importante: questo è un bosco di quercia (farnia) e carpino bianco, ovvero un unicum, molto raro da trovare.
Al suo interno, ci sono delle vasche d’acqua, con un massimo di 1 m di profondità. Nei campi circostanti, c’erano molte altre vasche. Probabilmente erano vasche per il prelievo dell’argilla, usate dai Romani per realizzare le loro ceramiche invetriate.
Camminando qui dentro, soprattutto in questo periodo, bisogna stare attenti alla Vipera aspis. Procediamo sul sentiero, e stiamo attenti! Parlando delle vipere, la Vipera ammodytes può avere più veleno, ma è meno aggressiva. L’Aspis ha meno veleno, ma tende a essere più pericolosa. In pianura possiamo trovare anche la Vipera berus (Marasso palustre).
Come vedete, passeggiando incontriamo vari di questi stagni, ricoperti da polline che galleggia e salici che crescono all’interno. In estate, le pozze possono asciugarsi del tutto. Ora ci sono rane, tritoni, salamandre.

Pungitopo
Getto del Pungitopo

PUNGITOPO: pianta mangereccia. Si mangiano i suoi getti, che sono ottimi. Quando si coglie, non serve rasare a terra, basta piegarne il fusto e si spezza da solo. Lessato, si accompagna con la maionese o un uovo sodo se si vuole; altrimenti con solo olio.
La sensibilità al gusto amaro è genetico: ciascuno di noi vi è più o meno sensibile.

CROCCO SATIVO: si raccoglie in primavera. È quello che dà lo zafferano. Invece il COLCHICO è un fiore d’autunno, quando sembra non avere foglie né frutti, che compaiono in primavera, ma che è sempre velenoso; perciò attenzione! Tempo fa, il Colchico venne usato per tentare di fermare i tumori, in quanto blocca il proliferare delle cellule. Ma c’era il problema della dose e di come metterlo nel posto utile.

Foglie di Primula

PRIMULA: le foglie buone per la frittata. Meglio se si colgono quelle più piccole e tenere. In generale vanno solo saltate nel tegame, senza sbollentarle.

Aglio Orsino

AGLIO ORSINO: si raccoglie la foglia. Sott’olio, messo in vasetti, si usa anche a Natale. È piuttosto dolce, non piccante. Per le frittate e i risotti è buonissimo e non serve sbollentarla. Si coglie prima della fioritura, ma anche col fiore si possono cogliere le foglie più giovani.
Trovate impronte di cinghiali e caprioli. È difficile vedere gli animali: magari all’alba o al crepuscolo, attendendo fermi per ore in silenzio!

Biotopo di Hottonia Palustris

HOTTONIA PALUSTRIS: pianta a fiori rosati che cresce in acqua. È rarissima. A livello di biodiversità, si tratta di un autentico gioiello. Funghi che crescono sugli alberi. In questi boschi ci sono tantissimi funghi: chiodini, porcini, amanite cesarea, ma ci sono anche funghi mortali. In autunno si possono cogliere se si ha il patentino e stando comunque sempre bene attenti.
Quercia e frassino insieme hanno dato il nome a questo tipo di bosco: Querco frassineto.

FRASSINO OSSIFILLO: cresce nelle zone paludose, come queste. Ma oggi abbiamo trovato anche il FRASSINO ORNIELLO, che è quello da cui si ottiene la manna, normalmente nelle zone più calde (la Sicilia ne è piena).

Sentito i fischi sopra le nostre teste? Sono le poiane. Qui ci sono anche assioli e gufi. Ai margini del bosco anche i picchi, che sono capaci di scavare anche 20 cm in ​profondità, per realizzare i loro nidi, senza danneggiare l’albero che li ospita.

Listera Ovata

LISTERA OVATA: è in piena fioritura. Di norma è una pianta che cresce in montagna. Qui relitto glaciale. Per dire cosa fanno le glaciazioni!

Fornace romana

Fornace romana: ne parlavamo prima. Alla fine degli anni ’60, ci sono state grosse alluvioni e quindi si sono fatti degli sbancamenti, per cui negli anni ’70/’71 hanno trovato reperti archeologici e scoperto che era una fornace. Era un’industria bella grossa, le vasche erano almeno un centinaio, stando alle foto aree scattate sui campi circostanti. Comunque, qui c’era una produzione a sé stante, non come quella di Aquileia. Si realizzavano soprattutto bicchieri per l’esercito romano di stanza nel Danubio e in Ungheria, non per gli autoctoni. Il sito è stato aperto e riaperto tre volte.
L’anno scorso hanno trovato una fibula di bronzo. Tutti i materiali archeologici sono raccolti nel museo di Aquileia.

Corniolo Comune

Visto il (CORNIOLO) SANGUINELLO. Poi c’è anche un altro tipo: il CORNIOLO (COMUNE) che veniva usato per fare i denti dei rastrelli.

TARASSACO: il decotto di fittone (radice) di Tarassaco rende più fluido il sangue. Un bicchiere la mattina, soprattutto per gli anziani, allunga la vita. Si prende a settimane alterne. Il fittone meglio coglierlo in autunno!

Luppolo e Tamaro

LUPPOLO (URTISON in friulano): ha dei dentelli lungo il fusto e lo riconosci perché, se prendi il fusto tra le dita, non riesci a scivolare. Meglio mangiare solo la parte superiore, più tenera.

Il TAMARO sembra luppolo, ma ha il fusto liscio. Si mangia in primavera, non più tardi: già in tarda primavera, quando si vede che ha i fiori, sviluppa una certa tossicità.

Curiosità: in tempi di guerra, in mancanza delle sigarette, si fumavano i fusti legnosetti della clematide (liana dei boschi).

I consigli e le raccomandazioni più importanti:

– Le parti aree vanno raccolte in primavera (tossicità bassa); se devo raccogliere le radici, va fatto in autunno, perché le sostanza più importanti si trovano allora.
– Le erbe spontanee sono piene di oligoelementi, come le acque minerali! Sono meglio che le pastiglie di minerali e vitamine dell’industria farmaceutica!
– E’ sempre una felicità trovare tanta biodiversità.

– L’animale si può muovere e trovare in diverse zone; la pianta non può muoversi, quindi si trova soltanto in ambienti a lei adatti; perciò, quando troviamo piante rare, strane, prendiamoci del tempo per osservarle e conoscerle.

Nota:

Se vi piacciono questi eventi, vi consiglio di seguire i siti internet e le pagine Facebook degli straordinari organizzatori. Non ve ne pentirete!

www.studioforest.it

www.slowfood.it

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Intervista allo scrittore Francesco Boer

Francesco Boer, 2018

1. Francesco, noi ci conosciamo, ma vuoi presentarti ai nostri lettori? Chi sei e qual è la tua formazione?

Ho trentasette anni e abito a Selz, in provincia di Gorizia. Crescere e vivere vicino al confine mi ha dato la possibilità di comprendere che la realtà non è risolvibile in una visione univoca. Il mondo è fatto di contrasti e sfumature, non c’è una verità unica ma tante voci diverse. Voci che possono cercare di sopraffarsi l’una contro l’altra, oppure accordarsi in un coro armonioso. Forse è anche per questo che sono affascinato dal mondo dei simboli, un argomento che studio da anni in tutte le sue sfaccettature. L’espressione simbolica è infatti una costante dell’essere umano. Nei simboli si può trovare un tratto comune a diverse culture, che permette di tracciare linee che uniscono in un significato affine fenomeni storici distanti sia nello spazio che nel tempo. Il simbolo poi è anche il fulcro che permette di collegare conoscenze che in genere vengono divise in materie di studio diverse: psicologia e storia, arte e natura, religione e scienza.

L’approccio che ho scelto ha portato di necessità ad una formazione da autodidatta, con i pregi e i difetti che ciò comporta. Procedere senza una guida è più difficile, ma mi permette di costruire una rete di collegamenti a 360 gradi, invece di sbilanciarmi in approfondimenti unilaterali su una sola materia.

2. Ho scelto la foto dell’intervista personalmente, perché mostra tutta la tua ironia. Sei un giovane uomo erudito e pieno di progetti, eppure conservi uno spirito giocoso e profondamente autoironico. Addirittura, nelle tue informazioni su Facebook, dichiari di essere un ”eremita part-time”. Da dove provengono la tua semplicità e umiltà?

L’umiltà non è tanto una scelta quanto una conseguenza degli studi e delle esperienze che ho intrapreso. Di fronte alla vastità delle cose da studiare e comprendere ci si sente come uno che deve misurare il mare con un secchio. C’è poco di che insuperbirsi! L’autoironia e gli scherzi sono per me un modo per non inaridire il discorso, e soprattutto per evitare di apparire come un maestro o un guru – cosa che non sono di certo, e che comunque non vorrei essere. La giocosità però non significa concedersi inesattezze o leggerezze nella ricerca. Su questo sono molto esigente con me stesso, e preferirei ritrattare tutte le mie tesi che sorvolare su un dettaglio incongruente.

3. Nel romanzo “Labirinto interiore” (Leucotea, 2017), hai inserito argomenti legati a una grande quantità di credi e conoscenze. Alchimia, Antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcune. E’ una scelta presa a priori, oppure si è presentata mentre scrivevi il romanzo?

Per me il processo di scrittura non è finalizzato all’esposizione di qualcosa che so già. Al contrario, scrivo per imparare, scopro mentre cerco le parole. I simboli sono come una fonte che sgorga spontanea, basta sapersi chinare per attingerne a piene mani. I sistemi e le credenze che citi sono però altrettanto importanti, perché costituiscono lo stampo in cui colare il metallo fuso del simbolo vivo. Servono da struttura per collocare in un insieme armonioso la materia prima che si raccoglie. Senza questa mediazione la storia resterebbe un sogno confuso: sarebbe come se qualcuno ci parlasse dicendoci cose importanti, ma in una lingua che non comprendiamo.

4. La vicenda che narri è avvincente e coinvolgente, ricca di riferimenti eruditi e simbologia. La cosa sorprendente è che, a una prima lettura, il lettore è libero di farsi un’idea soggettiva, e poi, alla fine del romanzo, troviamo una spiegazione dettagliata dei contenuti, che concede al lettore un approfondimento ulteriore. L’ho trovato geniale, ma soprattutto un generoso dono verso chi vuole conoscere gli argomenti trattati. Come ti è venuta in mente questa particolare architettura?

Ho pensato a lungo se includere o meno questa appendice. Non volevo venisse recepita come la “soluzione” della storia, come se fosse la risposta definitiva che mette una pietra tombale su un indovinello. Mi sono però reso conto che la nostra cultura ci ha allontanato dalla ricerca del significato intrecciato nelle parole, abituandoci invece a una comunicazione immediata e superficiale. La guida ai simboli che chiude la storia non vuole dunque essere una spiegazione esaustiva, né potrebbe esserlo, perché i simboli sono una fonte di significato inesauribile: più si raccoglie e più dona con abbondanza. L’appendice è dunque un invito ad andare oltre, l’inizio di un viaggio individuale che potrebbe portare verso mete distanti e inattese.

5. Hai scelto ambienti carsici poco noti ai più, ma probabilmente sono luoghi a te noti. È un invito a conoscere le nostre zone?

Scegliere una terra lontana o un luogo di fantasia avrebbe portato al rischio di sviare il viaggio simbolico, trasformandolo in una fuga. Per come la vedo io l’immaginazione non è escapismo, ma è un lavoro che trasfigura la realtà, la libera dalle convenzioni e la fa fiorire. L’invito pertanto non è tanto a scoprire le terre che amo e a cui appartengo; idealmente ogni lettore dovrebbe riscoprire la propria appartenenza, trasfigurare i luoghi in cui è radicato fino a trasformare il deserto contemporaneo in un giardino vivo e meraviglioso.

6. Da dove proviene la tua sete di conoscenza? E perché ti capita di scegliere la forma narrativa, in luogo del saggio?

Credo che la curiosità sia un dono che chiunque possiede, solo che va alimentata. Non è una fame, che si placa dopo aver mangiato, ma un fuoco che più viene nutrito e più si ingrandisce. Purtroppo nella nostra società ci sono molti sistemi per soffocarla, ma non si spegne mai del tutto, rimane sempre una brace che si può rattizzare.

Il mio rapporto con la forma della scrittura è sempre duplice. Anche quando leggo, mi capita di interpretare i romanzi come se fossero saggi in forma figurata. Difficilmente riesco ad appassionarmi a quelle storie in cui l’autore non ha infuso idee ed argomenti.

Rispetto ad un saggio, in cui si espone solamente il punto di vista di chi scrive, il romanzo offre l’opportunità di esprimere diverse voci, raffigurando nei personaggi e nelle vicende i contrasti e le verità simmetriche che costituiscono la complessità del reale. E’ un’accortezza che cerco di non dimenticare anche quando scelgo di scrivere in forma saggistica. Di fatto i miei libri finiscono sempre in una via di mezzo: saggi articolati come storie, o racconti che mettono in scena idee.

7. Sei molto prolifico. Riesci a stare senza scrivere per qualche tempo? E, in caso affermativo, soffri della mancanza della scrittura?

Scrivo solo quando sento l’urgenza di farlo; in quei casi in pochi mesi butto giù le bozze del libro intero. Poi ovviamente segue un lavoro di riscrittura e rifinitura del testo, ma il grosso del lavoro devo farlo di getto, finché l’entusiasmo per l’idea è ancora vivo. Scrivere dunque per me è quasi una necessità: lasciar libero qualcosa che non riesce più a restare dentro.

Quando non ho niente da dire faccio tranquillamente a meno della scrittura. Non ne soffro, anzi: sono periodi in cui ho più tempo per dedicarmi a letture, viaggi e divertimenti. Sono però intervalli che in genere durano poco, proprio perché queste nuove esperienze innescano il fermento che culminerà in una nuova idea da affidare alla carta.

8. Che rapporto hai con la tua anima?

Per me l’anima è al tempo stesso un mondo interiore e una porta verso un regno ancora più vasto. Cito un passaggio da un testo sull’immaginazione che ho da poco finito di scrivere:

“Pensiamo che l’anima ci appartenga, ma forse siamo noi a esser parte di essa. Immagina un albero: ogni individuo è una piccola foglia, distinta dalle altre. Eppure le foglie vicine hanno in comune lo stesso rametto, e i singoli rametti confluiscono nei rami più grossi. Seguendo quella via si arriva al medesimo tronco. Ecco, l’anima è così. L’anima individuale è la foglia, ma il supporto che la regge è l’anima della collettività in cui è inserita. A sua volta la società si innerva nella sua storia e nella sua cultura, e infine converge nel tronco comune dell’umanità. Le radici dell’albero affondano nella terra, proprio come l’umanità è legata all’Anima Mundi.”

9. Perché hai voluto regalare un libro come “Gli assassini dell’Anima Mundi” (lo trovate in formato .pdf sul sito internet dell’autore: www.f-boer.com), scrivendo sull’ultima pagina: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è”? Che messaggio vuoi lanciare con questo regalo ai lettori?

E’ un testo che vorrei diffondere il più possibile, perché ritengo sia una presa di coscienza nei confronti di un problema vasto ed urgente. L’umanità e il pianeta sono invischiati in una rete di disastri correlati, la cui azione si somma a vicenda portando ad una gravità sempre crescente. Ne vediamo e ne conosciamo i singoli effetti, nella società e nell’ambiente, nell’estetica e nella psiche, e anche nell’economia e nella politica. Pochi però si accorgono che questi fenomeni sono sintomi di un male comune, e che è necessario agire in modo globale per arginare questa marea distruttiva che si auto-alimenta.

10. Come combatti tu, l’assassinio dell’Anima Mundi?

L’Anima Mundi è collegata all’anima individuale di ognuno di noi, ed è lì che a mio avviso bisogna iniziare. Mi sforzo di non indulgere in quelle debolezze che apparentemente sono insignificanti e prive di conseguenze, ma che sommandosi nella società portano a disastri di scala abissale. Non è che il primo passo, si intende, ma è un inizio necessario: anche le azioni più meritevoli possono portare a pericolosi squilibri, se chi le porta avanti ha in sé il seme della disarmonia.

11. Qual è il tuo prossimo libro in uscita?

Ho diversi inediti, ma il prossimo che vorrei pubblicare è un saggio sulla simbologia dell’allattamento. E’ un viaggio per immagini, dalla preistoria fino al cristianesimo, dall’India alla Parigi del 1900 fino ad arrivare alla simbologia dei trattati alchemici. In questo gesto naturale è racchiuso un grande tesoro di significato, declinato in tutte le sue sfumature da differenti culture con diverse sensibilità. E’ stato come scoprire un grande mosaico, un simbolo vivente e importante di cui spesso ci dimentichiamo.

12. Stai per partire alla volta di un viaggio molto importante, come scrittore: parteciperai a ben due presentazioni letterarie al prossimo Salone dei Libri di Torino. Come ti senti? Quali sono le tue aspettative? E vuoi trasmetterci i dati per rintracciarti?

Non cerco una vetrina in cui apparire o un piedistallo su cui salire. Spero invece in un confronto diretto, in una cultura che sia principalmente incontro e dialogo, per annodare esperienze creando rapporti diretti e fruttuosi.

Sicuramente poi spenderò una fortuna comprando libri!

L’undici maggio alle ore 15:30 sarò alla Sala della Poesia del padiglione 1 per presentare il mio libro “Favole della Grande Guerra” (Kappa Vu Edizioni): è una raccolta di storie fantastiche ambientate nel fronte della Prima Guerra Mondiale. E’ una riflessione su come la memoria rielabori la storia, e di come la retorica del potere sfrutti gli archetipi simbolici per creare narrazioni distorte a proprio uso e consumo.

Lo stesso giorno, alle ore 20, sarò alla Libreria Belgravia a presentare “Labirinto Interiore” nell’ambito dell’iniziativa SaloneOFF.

Sempre per il libro “Labirinto interiore” il 12 maggio alle 18:30 sarò disponibile per incontri e domande presso lo stand della casa editrice Leucotea, allo stand B68 del padiglione 1.

Insomma, una settimana impegnativa, contando che l’8 maggio (ore 18:00) ho anche un altro appuntamento alla libreria Ubik di Trieste: lì presenterò l’ultimo libro che ho scritto, “La Verità dei Tempi” in cui parlo di complottismo, leggende urbane e altri intrecci fra immaginazione e realtà.

13. Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che voglia lanciarsi nel mondo della narrativa o della saggistica?

Il consiglio principale è di gustarsi il piacere di scrivere. Non pensare alla pubblicazione, non orientare lo stile o limitare gli argomenti in base a calcoli di mercato.

E’ importante d’altro canto evitare di scrivere solo per sé. La scrittura dovrebbe essere un dialogo fra autore e lettore che arricchisce entrambi. Altrimenti rischia di diventare un esercizio vano che non porta da nessuna parte.

E’ utilissimo ascoltare i consigli e le considerazioni di chi legge i tuoi testi, ma bisogna trovare il giusto equilibrio fra apertura e sicurezza di sé. Non si potrà mai accontentare tutti. A un certo punto si deve individuare i propri punti di forza, e avere il coraggio di crederci anche quando qualcuno li critica.

14. Come ti vedi da qui a dieci anni?

Fra dieci anni avrò già finito di pagare le rate del mutuo! A parte gli scherzi, in genere navigo a vista, per cui mi riesce difficile immaginare scenari futuri. Mi piace seguire la spontaneità della vita. Piuttosto che sforzarmi in progetti artificiosi, lascio che la barca segua la corrente.

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RECENSIONE A TRE LIBRI DI FRANCESCO BOER

Oggi mi dedico a una triplice recensione. Sembra un azzardo, una follia, ma presto capirete che le tre opere scelte hanno un filo rosso che le tiene insieme e che esso non è nemmeno tanto sottile. Vi chiedo solo un po’ di tempo e di attenzione per leggere questo post. Potrebbe rivelarsi a tratti impegnativo, ma elargisce straordinarie capacità di conoscenza e riflessione e, fossi in voi, non me lo perderei per nessuna ragione al mondo. Se non avete tempo ora, segnate in agenda la data della lettura, magari da fare seduti sul divano, o alla scrivania, con una tazza di caffè fumante e qualche genere alimentare di conforto.

 

“Labirinto interiore”, Edizioni Leucotea, 2017

Edoardo ha tutto quello che potrebbe sperare un uomo, soprattutto in questi tempi grami dal punto di vista economico: una famiglia, una casa, un lavoro sicuro e colleghi e amici con cui condividere il tempo. Sembra un idillio, ma a un certo punto qualcosa in lui si incrina e perde l’anima. Ma cos’è l’anima? E come fa a perdersi? Cosa comporta vivere senza anima? C’è un modo per riaverla indietro?

Il romanzo è un viaggio di iniziazione, oltre che un recupero dell’anima, un viaggio non terreno, ma interiore (da qui il titolo del libro) e pochi scrittori si prenderebbero la libertà e il rischio di scriverne, perché è facile cadere nel ridicolo o in derive New Age che conosciamo fin troppo bene.

Francesco Boer riesce a collocare la trama in una realtà tangibile -nell’Isontino dove abita- e a inserire elementi e simboli che derivano da studi e tradizioni diverse: antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcuni.

E i pregi di questo romanzo breve (102 pagine) non finiscono qui: in appendice, l’autore ha ripreso capitolo per capitolo spiegando i riferimenti e i simboli utilizzati e concedendo in questo modo al lettore di fare una lettura personale, con un’interpretazione soggettiva del viaggio interiore di ricongiungimento all’anima, per poi poterlo confrontare con le sue ricerche. E’ una possibilità che offrono pochi scrittori e Boer è uno di questi.

“La forza del simbolo è la sua spontaneità, la sua capacità di coinvolgere emotivamente, anche (e soprattutto) quando non lo si comprende a livello intellettivo”, Francesco Boer

 

“Gli assassini dell’anima mundi”, Autoprodotto, 2017

A detta dello stesso autore, questo piccolo libello avrebbe potuto essere inserito nell’appendice di “Labirinto interiore”, poiché ne è la sua naturale continuazione, ovvero una riflessione sull’Anima Mundi e su coloro che si impegnano quotidianamente, da millenni, a distruggerla.

In un mondo dove nessuno regala niente, Boer ha inserito questo piccolo e prezioso saggio all’interno del suo sito internet www.f-boer.com con la possibilità di scaricarlo, anzi, si raccomanda: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è! Il mio intento è di distribuire un’idea senza dover ricorrere ai compromessi dell’editoria commerciale. Il vostro contributo è indispensabile e prezioso”.

Ho il fondato sospetto che, se vi penderete la briga di scaricarlo sul vostro e-reader o stamparlo, seguirete il consiglio dell’autore e lo regalerete ad amici e parenti, perché i pensieri e le riflessioni in esso contenute riguardano tutti noi.

Ma partiamo dall’Anima Mundi. Cos’é?

“L’Anima del Mondo è un’intuizione antica, a metà strada fra l’idea filosofica e il sentimento religioso, un modo di pensare che considera l’intero pianeta Terra, o addirittura l’intero Cosmo, come un immenso essere vivente, dotato appunto di una propria anima. Bisognerebbe a questo punto approfondire cosa si intende con ‘anima’. A un livello più elementare, l’anima è il principio vitale, quell’energia sottile che contraddistingue gli esseri viventi dalla materia inerte. L’anima però è anche la psiche, tant’è che Ψυχή in greco significa proprio ‘anima’. I due concetti non si escludono a vicenda, anzi. Il soffio vitale è necessario al pensiero e la capacità di conoscere il mondo è forse la quintessenza della vita, che culmina nella mente che riflette in sé stessa.

Affermare che il mondo abbia un’anima, significa sostenere che è vivo. Un gigantesco essere vivente composto dagli elementi, dal clima e dagli esseri viventi che lo popolano, un immenso sistema di relazioni fittamente intrecciate. Significa anche che questo mondo vivente è dotato di una propria intelligenza, di una sorta di personalità che nasce dalla somma di tutte le singole individualità. Tra i riferimenti più celebri a questo concetto troviamo traccia nel ‘Timeo’ di Platone”.

A questo punto, chi siano gli assassini dell’Anima Mundi è piuttosto intuitivo, ma credo che troverete delle sorprese, leggendo l’opuscolo ed è proprio per questo che vi indurrà a riflettere molto su voi stessi, le persone che vi circondano e la realtà che osservate.

 

“Il volto arcano di Trieste”, Bruno Fachin Editore, 2015

Arrivare fin qui, benché abbia cercato di condensare più possibile le due recensioni precedenti, vi rende onore, ma sarete ricompensati non dalla “ciliegina sulla torta”, bensì da un metaforico pomo d’oro, perché “Il volto arcano di Trieste” non è una banale guida alle opere statuarie, ai bassorilievi e ai fregi di una delle città più affascinanti e ambite d’Italia, ma un viaggio con il genius loci nei simboli dell’umanità.

Al suo interno troviamo un dispiegamento di fotografie in bianco e nero accattivanti, che ci fanno provare intense emozioni (immaginatevi la loro visione dal vivo!), corredate di didascalie che ne indicano la collocazione. A farla da padrone, però, è la spiegazione che l’autore ci regala: ricchissima, dettagliata, multiforme, che attinge naturalmente all’erudizione dello scrivente che, vorrei ricordarvi, è un assoluto divoratore di libri. Io leggo molto, ma lui mi batte, soprattutto per quanto concerne la saggistica. La cosa sorprendente è che la sua capacità di lettura, non si limita al far scorrere sotto agli occhi lettere e spazi, ma si imprime nella memoria e crea collegamenti con quanto letto precedentemente, oltre che realizzare archivi mentali ai quali attingere in seguito, quando giungeranno nuove letture. E’ sorprendente come riesca a memorizzare tante informazioni, a trattenerle dentro di sé e a immetterle in tantissimi libri a tema. Mi ricorda Giordano Bruno, noto per possedere una ars memoriae pressoché irraggiungibile, per la quale veniva chiamato in ogni angolo d’Europa e pagato per insegnarla. Il suo discorso era semplice: bisogna ricordare ciò che si studia perché solo in questo modo riusciremo a creare nuovi argomenti, mettendo insieme ciò che già abbiamo appreso. Non è cosa semplice, soprattutto nei nostri tempi, dotati di smartphone, laptop, tablet e massicce memorie esterne. Boer possiede un’arte della memoria rara e la nostra fortuna è che la trasmette!

In “Il volto arcano di Trieste” troverete le maggiori divinità del pantheon greco e romano, animali e mostri, diaframmi, geroglifici e “loschi figuri”. Qui sotto vi trascrivo un passaggio, per comprendere meglio il potenziale del libro:

“Il caduceo è uno simbolo di Ermes (Mercurio). Il suo tema principale è il dualismo che pervade l’intera creazione. Al serpente di destra corrisponde quello di sinistra: senza la destra, infatti, non ci sarebbe nemmeno la sinistra. Se non ci fosse l’alto, non ci sarebbe il basso, e non c’è luce che non generi ombre. Similmente, anche l’animo umano è continuamente disgiunto fa due forze opposte, uguali e contrarie: al desiderio corrisponde l’autocontrollo, alla virtù la viltà, e al coraggio fa da contraltare la paura. Le liste potrebbero continuare ancora a lungo: i riflessi del dualismo si trovano ovunque si possa posare il nostro sguardo.

Il bastone del caduceo indica che le due forze hanno un’origine comune: la coppia di opposti si genera infatti dalla divisione dell’unità. L’unità centrale è il punto fermo attorno cui tutto ruota, è l’asse del mondo, è la stella polare attorno alla quale le stelle giocano il loro girotondo. E’ un’idea che non esiste nel mondo della mescolanza, quello in cui viviamo noi, dove non esiste un riferimento che sia veramente fisso. Ma resta un’idea, magari non reale, ma sicuramente bellissima, un’illusione a cui è bello credere. Quando la bussola non funziona più, che male c’è a orientarsi con i miraggi?

Nell’unità centrale coesistono gli opposti. In particolare vi si può scorgere uno strano spettacolo: in esso stanno mano nella mano due nemici che si credeva inconciliabili -la vita e la morte!

L’unione degli opposti significa infatti la morte, perché la vita è espressione dell’energia, e l’energia è sempre una tensione fra due cariche diverse. Pensate alla potenza della cascata, la cui forza trae origine dalla distanza che separa il punto più alto da quello più basso del salto.

Se non ci fosse differenza tra l’alto e il basso, non ci sarebbe la cascata, e avremmo soltanto una pozzanghera stagnante.

I due serpenti si avvitano attorno al bastone, scambiandosi più volte di lato, come a ricordarci quanto le distinzioni dipendano dai punti di vista. I serpenti volteggiano attorno al bastone, senza mai toccarlo: l’armonia è infatti una tensione viva tra gli opposti, e non una loro unione”.

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RECENSIONE: “L’EREDITA’ DELLE DEE” DI KATEŘINA TUČKOVÁ

Keller, 2017

Partiamo da un mio odioso pregiudizio. Odioso in quanto detesto i pregiudizi, eppure scopro di averne io in primis. Riguarda l’idea che una donna dell’est sia capace di sopportare molto di più di quanto non riesca a farne una occidentale. Esempio pratico: la stregoneria e le sue condanne, in maggior parte riguardanti lo spettro femminile. Ebbene, presso i popoli slavi non c’è stata un’Inquisizione di registro occidentale, perciò credevo che certe torture psico-fisiche fossero state risparmiate alle donne dell’est. Con questo romanzo ho scoperto che è vero: l’Inquisizione non c’è stata, tuttavia l’uomo ha trovato altri modi per schiacciare le donne slave che possedevano una sapienza maggiore rispetto alla massa. Incassato il colpo, la voce dentro di me diceva: va bene, ma sono state certamente più impermeabili al dolore, più forti. Ed ecco il primo, grande potere di questa opera: ha sradicato molte delle mie certezze e mi ha esposta a un dolore lancinante, perché le vicende delle bohyni (dee) qui raccolte, spesso affondano le loro radici negli archivi di stato cechi e slovacchi, confermando il fatto che si tratta di avvenimenti realmente accaduti, che quelle donne sono esistite e hanno sofferto a causa del voltafaccia dei loro pazienti e di autorità crudeli e infami.

La storia è narrata, per la maggior parte del romanzo, da Dora Idesová, studentessa di etnografia a Brno, nella Repubblica Ceca. Come tesi di laurea ha scelto un argomento tanto problematico quanto personale: la storia delle bohyni, le dee dei Carpazi Bianchi, villane residenti in luoghi sperduti della Repubblica Ceca e della Slovacchia e custodi di una sapienza ancestrale, che permetteva loro di guarire animali e uomini, di prevedere il futuro attraverso la lettura della cera fusa, di dominare i temporali, di far innamorare e abortire. Per Dora il tema è personale, perché la sua è una famiglia di dee: sua zia e sua madre, sua nonna e le loro antenate lo erano. Potrebbe esserlo anche lei, e forse lo è, ma nessuno l’ha addestrata, e la sua erudizione accademica le impedisce di credere a certe superstizioni. Tuttavia continua a cercare, a creare archivi febbrilmente, attraversando i due Stati, arrivando fino in Polonia, pur di recuperare tutto il materiale cartaceo rimasto sulle dee. Dora è spinta anche da un’insopprimibile necessità di comprendere appieno le ragioni per cui la sua famiglia ha scelto quello stile di vita e perché le è stata strappata così presto. Perché Dora è cresciuta in un collegio dall’età di otto anni, perché suo fratello Jakub, nato deformato e con ritardo mentale è stato messo in un centro di igiene mentale e separato da lei, perché suo padre ha assassinato sua madre, perché sua zia Terezie, l’ultima dea di Žitková, che si è occupata per anni di Dora e Jakub con amore e dedizione, è stata rinchiusa in un manicomio, anche sei Dora la ricordava perfettamente capace di intendere e di volere? E’ stato un destino avverso a strapparle gli affetti più cari, oppure c’era una strategia diabolica, dietro a tanto dolore? Con una sinossi del genere, si potrebbe già scrivere un lungo romanzo, ma vi assicuro che c’è molto, molto di più, perché la storia fa incursione in questo romanzo ibrido, dove trovate anche ritagli di giornale e archivi dell’ex-Cecoslovacchia e della Germania del Terzo Reich.

Ho terminato la lettura del romanzo una settimana fa, ma le sue parole continuano ancora a lavorare dentro di me. Smuovono reminiscenze del villaggio dei miei genitori in Bosnia, Vranjak, visite a donne sapienti che praticavano rituali simili alle dee. E poi c’è la coscienza collettiva, la sensazione che tutto l’orrore contenuto in queste pagine meravigliose e strazianti al tempo stesso, non sia frutto di un passato ormai chiuso e sepolto, ma qualcosa di ciclico, che è capace di riproporsi quando la combinazione di politica, ideologia, magia e vendetta si incastra in un puzzle pericoloso e mortale.

Consiglio a tutti la lettura del romanzo di Tučková, perché sa parlare a tutti noi, farci conoscere luoghi remoti dell’est e scoperchiare diverse certezze.

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Mostra: Dea del cielo o figlia di Eva? La donna nella cultura italiana fra Rinascimento e Controriforma

Ho trovato l’avviso di questa mostra su un numero di La Lettura de Il Corriere della Sera e immediatamente l’ho segnata in agenda. Avrei mai potuto mancare alla vista di un’esposizione di opere artistiche, letterarie, poetiche e teatrali realizzate da donne secoli fa? Giammai! Ma soprattutto, a spingermi è stata la necessità di comprendere quanto spazio fosse stato dato loro in quei lontani anni.

Sono una femminista, senza alcun dubbio. Certi argomenti sono ferite aperte che non si rimarginano mai, però voglio conoscere, sapere, perché solo attraverso la comprensione di ciò che è stato, si può fare la propria parte nel progetto di miglioramento della condizione femminile mondiale.

La mostra che ho visitato era ridotta, in termini di opere presentate e di sale dedite all’esposizione -solo due-, ma se leggerete attentamente quanto ho trascritto, noterete che le informazioni sono tante e stimolano a ulteriori approfondimenti.

Buona lettura e buona visione.

Se pensiamo a Cinquecento, secolo in cui la cultura italiana ha espresso personalità geniali nei più vari campi, probabilmente i primi nomi che verranno in mente saranno di uomini: Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Machiavelli, Ariosto, Tasso,… Alle donne era solitamente riservata un’istruzione più modesta di quella degli uomini, pertanto era difficile che riuscissero a esprimere appieno il proprio talento. Eppure, questa epoca segna un cambiamento anche per loro. Si afferma infatti la moda dei discorsi sull’eccellenza della donna, tesi a dimostrare che il sesso femminile non è inferiore a quello maschile. Vengono pubblicate raccolte poetiche in onore di donne esaltate come “dee del cielo”. Si crea un’atmosfera favorevole al protagonismo femminile in campo culturale. Non a caso, nel Cinquecento assistiamo a un’inedita fioritura di scrittrici e artiste.

Tale situazione è però destinata a cambiare: tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, diventano sempre più frequenti gli scritti anti-femminili. Piuttosto che come “dea del cielo”, si tende sempre più a considerare la donna quale “figlia di Eva”. Sono in molti a ritenere inappropriato elogiare troppo delle creature fragili e peccatrici come le donne del presente. Onori del genere vanno resi semmai alla Vergine Maria, oppure alle grandi sante del passato. Questo clima infetto giunge fino al campo culturale e dopo il 1610-20, sono sempre meno le donne attive in ambito letterario.

Tale mutamento sembra potersi spiegare solo in parte con l’incupirsi dell’ideologia controriformista (il Concilio di Trento termina nel 1563). Fra le cause, forse anche più determinanti, sono state ricordate il ruolo cruciale delle corti nel panorama culturale secentesco, nonché il passaggio dal gusto degli ideali del Rinascimento a quelli del Barocco. Proprio perché il Rinascimento aveva esaltato la figura femminile, il Barocco tende per reazione a sostenere argomenti misogini.

Scritti sull’eccellenza femminile e protagonismo culturale delle donne

Nella tradizione pre-rinascimentale, il sesso femminile era stato spesso oggetto di duri giudizi. Aristotele, ad esempio, aveva dichiarato senza mezzi termini la naturale inferiorità della donna rispetto all’uomo. Con l’avvento del Cristianesimo, era diventata comune l’accusa alle donne di essere le eredi della colpa di Eva. Per questo motivo è notevole che nel Rinascimento -in particolare a partire da fine ‘400-inizio ‘500- si sviluppi una tendenza di segno opposto, volta a dimostrare che la donna ha pari (o addirittura superiore) dignità rispetto all’uomo. Per spiegare questo fenomeno si è ricordato che la riscoperta di Platone (e del suo “Simposio”) invitava a rivalutare l’amore e la contemplazione della bellezza femminile come mezzi di raffinamento spirituale. Soprattutto negli ambienti di corte (ma anche al di fuori di essi), la disponibilità alla “difesa delle donne” diventa un segno distintivo che permette a uomini colti, galanti e illuminati di riconoscersi fra loro: in altre parole, favorisce il senso di appartenenza a un’elite.

Oltre al “Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, si possono ricordare vari testi rinascimentali espressamente dedicati a sostenere l’eccellenza del sesso femminile:

– “La nobiltà delle donne” (1549) di Lodovico Domenichi;

– “De mulieribus claris”, Cinquecento, di Boccaccio;

– “Helice”, (1566), di Cornelio Frangipane;

– “Imagini del tempio della Signora Donna Giovanna Aragona”, (1556) di Giuseppe Betussi;

– “Discorso”, (1581) di Verino;

– “I sonetti, le canzoni et i triomphi di M. Laura”, (1552) di Stefano Colonna.

Secondo alcuni studiosi, questa esaltazione della figura femminile è fra le principali cause per cui, nel Cinquecento e soprattutto in Italia, le donne diventano più attive in ambito culturale rispetto a prima. In effetti, esse si segnalano nei più vari campi, come la pittura, la musica, la scienza e, soprattutto, la letteratura.

Suonatrice di liuto, S. Baldisseroni
Olio su tela, 85 x 68, 1846
Trieste, Civici Musei di Storia e Arte
Il dipinto, di gusto storico-romantico, rimanda al periodo rinascimentale, come suggerito dall’abito quattrocentesco, dal modo di suonare con il plettro e dallo stile goticheggiante della sedia con alta spalliera.

Peculiarità della scrittura femminile: l’esempio della lontananza in amore

Fra le più importanti scrittrici che si vanno affermando nel Cinquecento, abbiamo: Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Isabella di Morra, Tullia d’Aragona, Chiara Matraini, Laura Terracina, Laura Battiferri, Gaspara Stampa. Più tardi emergono Veronica Franco, Maddalena Campiglia, Moderata Fonte, Margherita Sarrocchi, Isabella Andreini, Lucrezia Marinelli, Margherita Costa, Arcangela Tarabotti.

Il fenomeno delle donne scrittrici è particolarmente rilevante nei decenni 1540-50 e 1580-90, mentre declina a partire dal 1610-20. In un primo momento, le donne si dedicano soprattutto alla poesia lirica, mentre in seguito si aprono ad altri ambiti, come il teatro, l’epica e la scrittura in prosa.

L’identità femminile ha degli interessanti riflessi sul piano della scrittura. Si prenda ad esempio il modo in cui – in una poesia pubblicata all’interno del “Vocabulario” di Fabrizio Luna (1536) – Vittoria Colonna lamenta la lontananza dello sposo, Ferrante d’Avalos.

Ritratto di Vittoria Colonna Marchesa di Pescara (copia di Cristofano Papi)
Olio su tela, 72 x 55, prima metà del XIX sec.
Trieste, Museo Petrarchesco Piccolomineo
Copia del dipinto realizzato nel 1568 da C. Papi detto l’Altissimo da Cosimo I de’ Medici. Domenico Rossetti acquistò la copia credendo che fosse un ritratto di Laura, con ogni probabilità a causa del ramo d’alloro nella parte superiore del dipinto. In realtà, in questo caso l’alloro allude al magistero letterario della nobildonna romana ritratta.

Nel Cinquecento, Petrarca era il principale modello per trattare poeticamente il tema della lontananza in amore dal punto di vista maschile. In quanto donna, però, la Colonna trova naturale fare riferimento a un’altra opera, le “Heroides” di Ovidio, in cui l’autore latino immagina che alcune celebri eroine del mito scrivano lettere ai propri amanti per lamentarne la lontananza. Anche un’altra opera di grande successo del Cinquecento, l'”Elegia di Madonna Fiammetta” di Boccaccio, consiste nel lungo sforzo epistolare di una donna per la lontananza dell’amato.

Nell'”Orlando furioso” (1532) di Ludovico Ariosto, la lontananza dell’amato Ruggiero spinge la guerriera Bradamante a effondersi in lamenti che rinviano chiaramente alle “Heroides” e alla “Fiammetta”. Il poema cavalleresco di Ariosto è interessante anche le varie figure femminili che offre. La più famosa di esse, la bellissima Angelica, si presta particolarmente bene a evocare il fascino sensuale e sfuggente della figura femminile. I poeti successivi all’Ariosto, irritati dallo spirito indipendente di Angelica, immaginano continuazioni della sua storia in cui “si vendicano” dell’astuzia con cui si è fatta beffe degli illustri cavalieri che la desiderano: ne è un esempio l'”Angelica innamorata” di Vincenzo Brusantini (1550). Il poema ariostesco offre materiale alle donne stesse per rivendicare la dignità del proprio sesso, come vediamo nel curioso “Discorso sopra il principio di tutti i canti d’Orlando Furioso” (1549) di Laura Terracina.

Angelica allo scoglio, Pietro Magni
Marmo, h 66 cm, 1872
Trieste, Civico Museo Revoltella
L’artista fu uno scultore milanese assai apprezzato da Pasquale Revoltella e da altri protagonisti della società triestina dell’epoca. La statua viene realizzata sulla base dell’episodio dell'”Orlando Furioso”, in cui Angelica, prigioniera dei corsari dell’isola di Ebuda, viene incatenata nuda a uno scoglio per essere offerta in pasto a una terribile orca marina, ma il valoroso Ruggiero se ne accorge e, volando in sella a un ippogrifo, riesce a salvarla.

 

L’ambiguo ruolo della donna nei dialoghi letterari

Il Cinquecento segna la svolta per l’inclusione di personaggi femminili nei dialoghi letterari. Nella tradizione precedente, le donne sono quasi sempre estromesse, sebbene si registrino alcune importanti eccezioni, fra cui il “Filocolo” e il “Decameron” di Boccaccio e- almeno indirettamente- già il “Simposio” di Platone, nel quale Socrate riferisce un lungo colloquio da lui avuto con la sacerdotessa Diotima.

Laura de Sade, Pierre Antoine Massol
Stampa colorata a mano, 42 x 32,7, ante 1817
Trieste, Museo Petrarchesco Piccolomineo
La stampa, basata su una composizione di Pierre-Nolasque Bergeret (Bordeaux, 1782 – Parigi, 1863) è firmata “Massole”, probabilmente identificabile con Pierre Antoine Massole (Parigi, 1766 – 1819). Laura sembra compiacersi di essere celebrata da Petrarca, stando ai fogli di versi petrarcheschi che tiene in mano e al medaglione con l’effige sua e del poeta. La donna è ritratta in una posa che sembra sollecitare il coinvolgimento dello spettatore.

Gli “Asolani” (1505) di Pietro Bembo e “Il cortegiano” (1528) di Baldassarre Castiglione si impongono come esempi autorevoli per l’ammissione di donne in conversazioni a cui prendono parte degli uomini. In entrambe le opere, tuttavia, come in quasi tutti i dialoghi successivi, le donne intervengono nella discussione in modo marginale. Sono gli uomini a dominare la scena, sfoggiando cultura ed eloquenza. Per ragioni di decoro e di verosimiglianza (come già accennato, le donne dell’epoca ricevevano un’istruzione di livello inferiore rispetto agli uomini), in questi dialoghi spetta agli uomini insegnare, mentre le donne apprendono, limitandosi perlopiù a regolare la conversazione, a stimolarla con qualche domanda e a commentare brevemente gli insegnamenti appena forniti dai personaggi maschili.

Ritratto di gentildonna, Lavinia Fontana Zappi
Olio su tela, 58 x 42,5, seconda metà XVI sec.
Udine, Civici Musei-Galleria darte antica
L’attribuzione del quadro a Lavinia Fontana (Bologna, 1552 – Roma, 1614), ha trovato conferma nella monografia di Maria Teresa Cantaro dedicata alla pittrice. La Fontana era assai apprezzata come ritrattista, in particolare per la sua abilità nella resa dei tessuti e dei gioielli

Le donne sono presenti nei dialoghi rinascimentali soprattutto quando la discussione verte su temi tipicamente “femminili” quali amore e bellezza, uguaglianza dei sessi, condizione della donna e governo della casa. Ad esempio, il “Raverta” (1544) di Giuseppe Betussi -personaggio attivo nel vivace mondo editoriale veneziano di metà Cinquecento- è un dialogo sull’amore ambientato presso il salotto di una famosa cortigiana del tempo, Franceschina Baffa.

Verso la fine del secolo, i “Discorsi” (1585) di Annibale Romei, ambientati in un contesto di corte, si segnalano per la partecipazione di donne alla conversazione non solo quando si discute di amore e bellezza, ma anche quando si affrontano i temi della nobiltà, della ricchezza, della superiorità delle armi o delle lettere.

Floria Zuzzeri, Antonio Nardello
Litografia Veneta, Venezia (incisione), 36,4 x 28, 1841
Trieste, Civico Museo Sartorio
Questa litografia chiude la “Galleria di Ragusei illustri (Ragusa, Martecchini, 1841). Floria Zuzzeri (Ragusa di Dalmazia, 1552 – Ancona, 1648) è nota come poetessa, sebbene non si siano conservati suoi versi. E’ protagonista di due dialoghi del filosofo dalmata Niccolò Vito di Gozze (“Dialogo della bellezza” e “Dialogo d’amore”), Venezia, Ziletti, 1851. Fu celebrata in alcune poesie di Torquato Tasso.

Anche i dialoghi letterari, tuttavia, testimoniano delle via via crescenti difficoltà incontrare dalle donne nel partecipare al dibattito culturale. Nel “Dialogo de’ giuochi che nelle vegghie sanesi si usano fare” (1572) di Girolamo Bargagli, si esprime nostalgia per un’epoca ormai lontana, fra gli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento, in cui le donne senesi si distinguevano per la loro “eroica e libera maniera di procedere” nei dibattiti intellettuali.

Manifattura faentina (Abbazia di Pomposa), Albarello
Maiolica, seconda metà XVII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio
Questo albarello proviene dal corredo farmaceutico dell’Abbazia di Pomposa. E’ in maiolica “berrettina”. Tramite l’aggiunta di azzurro cobalto negli smalti, la tecnica “berrettina” permetteva di ottenere maioliche le cui tonalità spaziavano dal rigio cenere all’azzurro cupo. Nel Rinascimento, varie donne lasciarono memoria di sè in ambito medico-farmaceutico, come Caterina Sforza (Milano, 1463 – Firenze, 1509), di cui rimangono 454 ricette riguardanti lozioni di bellezza, suggerimenti per la cura dei capelli e del corpo, sostanze abortive, pratiche medico-chirurgiche e alchemiche.

 

Bustino infantile, Manifattura domestica friulana
Raso ricamato con sete policrome ritorte e argento lamellare
h 28 cm, XVII-XVIII
Udine, Civici Musei-Museo Etnografico del Friuli
Questo è un capo di abbigliamento molto raro, realizzato per una bambina di 2-3 anni di classe sociale elevata. E’ ricamato con seta policroma e foderato di tela di cotone bianca. L’ornamentazione è di gusto barocco, a motivi floreali leggermente stilizzati.

 

Corpetto, Manifattura artigianale friulana
Taffetas cangiante, h 55 cm, ca. 1750-1770
Udine, Civici Musei-Museo Etnografico del Friuli
Questo corpetto proviene dall’ambiente della media borghesia. E’ in taffetas cangiante, con moduli decorativi a rose e altri fiori policromi su sfondo violetto. E’ rinforzato da 64 stecche d’osso di balena e foderato di tela di canapa.

 

Colei che sola deve parer donna: la Vergine Maria come “nuova Laura”

Sebbene nel Cinquecento diventi comune esaltare l’eccellenza del sesso femminile, con il passare del tempo è facile cogliere un sempre maggiore irrigidimento nella valutazione della donna e della libertà. E’ interessante il caso di Alessandro Piccolomini: nella “Raffaella” (1539), egli mette in scena un’astuta mezzana che insegna a una giovane sposa trascurata dal marito come scegliere un amante e rendersi desiderabile. Nell'”Institutione” (1542), tuttavia, egli ritratta l’opera precedente e si oppone decisamente ai rapporto carnali al di fuori del matrimonio. Anche nella “Gerusalemme liberata” (1581) di Torquato Tasso viene sottolineata l’importanza del vincolo coniugale tramite l’episodio di Olindo e Sofronia.

Olindo e Sofronia legati sulla pira, Ambito veneto
Olio su tela, 43,3 x 58, XVIII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio
Il quadro fa riferimento a un episodio della Gerusalemme Liberata. A Gerusalemme, il re Aladino incolpa i cristiani di aver fatto sparire dalla moschea un simulacro che avrebbe protetto la città dall’assalto dei crociati. Sebbene innocenti, Sofronia e il suo innamorato Olindo, si autoaccusano del furto. Mentre stanno per essere bruciati al rogo, però, sopraggiunge la guerriera Clorinda, che ottiene la liberazione dei due cristiani. Questi ultimi possono quindi convolare a giuste nozze.

La pericolosa carica tentatrice della donna è rappresentata efficacemente da un altro personaggio tassiano, la maga Armida, inviata da Satana a seminare la discordia nel campo cristiano facendo innamorare di sè i guerrieri crociati. Fra il tardi Cinquecento e il primo Seicento, la polemica anti-femminile acquista sempre più vigore. Proprio in risposta a un violento pamphlet misogino, la veneziana Lucrezia Marinelli scrive “Le nobiltà et eccelleze delle donne” (1600), uno dei più celebri scritti proto-femministi.

Se la donna è spesso accusata di essere “figlia di Eva”, è però riscattata da una figura eccezionale come la Vergine Maria, la “nuova Eva” che ha rimediato alla colpa dell’antica progenitrice dando alla luce Cristo, il Salvatore dell’umanità.

Madonna in preghiera, Gianbattista Salvi detto il Sassoferrato (maniera di)
Olio su tela, 60 x 51, XVII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio, Stanza da letto del Duca
Sono centinaia le rappresentazioni della Vergine realizzate dal maestro nella sua bottega, secondo uno stile ispirato a Raffaello. La fortuna delle sue Madonne va messa in relazione con l’impegno della Chiesa controriformistica nel promuovere il culto mariano e nel valorizzare l’efficacia delle immagini per l’educazione dei fedeli.

Già nel “Petrarca spirituale” (1536) di frate Girolamo Malipiero, il “Canzoniere” petrarchesco viene riscritto adattando alla Vergine le lodi indirizzate a Laura. Il culto mariano è particolarmente vivo nell’Italia della Controriforma. A partire dalla metà del Cinquecento, la Chiesa rafforza il ruolo della Santa Casa di Loreto, facendone uno dei centri nevralgici di diffusione dell’ideologia controriformistica. Ciò in polemica con i protestanti, che proprio nel culto della Madonna di Loreto avevano trovato uno dei propri bersagli preferiti.

Tra la fine del Cinquecento e inizio Seicento, si assiste a una condizione per certi versi paradossale: mentre il sesso femminile è spesso oggetto di attacchi misogini, la Vergine e alcune sante del passato (come la Maddalena) sono sempre più presenti negli scritti letterari e additate a modelli esemplari.

Maria Maddalena, Pier Francesco Mola detto il Ticinese (attr.)
Olio su tela, 61 x 46, XVII sec.
Trieste, Civico Museo Morpurgo
La sensuale Maria Maddalena (Laura Ruaro Loseri ha però supposto si tratti piuttosto di Maria Egiziaca) ascende al cielo aiutata da quattro putti. La figura di Maddalena è assai popolare nella cultura del tardo ‘500 e del ‘600, grazie soprattutto alla sua caratterizzazione di “penitente”.
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RECENSIONE: “AGANE – FATE D’ACQUA” DI BARBARA BACCHETTI, TATIANA DEREANI ED ELIDO TURCO

Anguana Edizioni, 2016

Conosco le leggende e le storie delle Agane grazie agli scritti di Andreina Nicoloso Ciceri e, soprattutto, all’approfondito lavoro di ricerca di Silvana Sibille-Sizia, che con il suo “Liber de Aganis” (Circolo Culturale del Menocchio, 2010) si è spinta ben oltre la regione del Friuli Venezia-Giulia, per cercare le origini di queste creature misteriose.

Nel libro di Barbara Bacchetti si trova l’essenza delle Agane. Vengono illustrati infatti sia il sostrato arcaico delle fate d’acqua, attraverso la genealogia della Grande Madre, sia i residui recenti di queste figure mitiche (o umane, secondo alcuni), che si possono trovare, forse ancora oggi, in diversi paesi: da Cercivento a Resia, da Chiusaforte a Ragogna, da Cividale a Frisanco e così via. Gli studiosi hanno indagato la loro presenza anche al di fuori della regione perché la loro attività, talvolta con un’alterazione del nome (Anguane, Aquane) viene registrata anche in Veneto e Trentino, come in alcune reminiscenze letterarie francesi.

Quando si tratta l’argomento delle fate vengono in mente eteree figure danzerine dotate di ali, o anche Campanellino, la gelosa fata compagna di Peter Pan. Le Agane sono ben diverse dall’immaginario collettivo, perché anche quando vengono descritte come fate d’acqua, le troviamo impegnate a lavare enormi lenzuola di un bianco accecante, oppure intente a lavorare al telaio in prossimità di una caverna. Dal punto di vista estetico, possono apparire come donne bellissime, alte, fini, con una carnagione chiara e lunghissimi capelli che vanno dal colore biondo alle sfumature delle acque che le ospitano. Dotate di una voce suadente ai limiti dell’incantesimo, la peculiarità che le può rendere spaventose è la conformazione del piede, caprino o palmato. In questa modalità, sanno sedurre gli uomini di passaggio e talvolta farli sparire per anni, o addirittura secoli. Al contempo, esiste anche una versione oscura delle Agane, donne sgraziate con chiome arruffate e lunghi seni pendenti che lanciano dietro la schiena per allattare bambini che portano in ceste di vimini. Conoscono le erbe, sanno curare gli uomini e gli animali, ma sono anche capaci di lanciare maledizioni, diventando molto pericolose.

Sono creature che vivono in gruppi, soprattutto di tre e procreano per partenogenesi, di norma figlie femmine cui trasmettono tutta la loro conoscenza e magia.

Le loro peculiarità sono tante e tutte avvincenti. Nel libro viene spiegato il significato della loro zoppia, che in alcuni casi è presente, così come la similitudine con le Sirene, le Torke, la Perchta e le Krivapete. Inoltre si trova una nutrita descrizione di leggende e del territorio friulano in cui le Agane si possono incontrare.

Insomma, troverete informazioni estremamente interessanti e approfondimenti doverosi, e già questo significa che è un libro di valore. Eppure gli autori sono andati oltre: Tatiana Dereani ha illustrato il suo progetto di Turismo Esperienziale, un turismo sostenibile e verde che è concentrato sulle emozioni. Il fruitore dei percorsi turistici e delle visite a paesi, valli e musei, curato dal progetto “Aganis Spiritual Experience” ha lo scopo specifico di coordinare operatori turistici, istituzioni e attività culturali/ricreative atte a valorizzare le leggende e il mito delle Agane. Decisamente un’innovazione per la regione Friuli Venezia-Giulia e una grande possibilità per il turista consapevole, quello che, scegliendo di visitare un luogo, desidera viverlo intensamente. Le Agane rappresentano perfettamente il genius loci, in quanto potenti archetipi femminili e spirituali.

Per concludere, il fotografo Elido Turco ha illustrato il saggio con un numero poderoso di fotografie che, grazie alla presenza di modelle autoctone -e della stessa autrice Barbara Bacchetti- hanno impersonato le Agane in diversi momenti della loro quotidianità, ritualizzata e non. Le fotografie sono di altissima qualità e il livello artistico è notevole, a cominciare dall’immagine scelta per la copertina.

LINK:

www.anguanaedizioni.it

http://tdtatianadereani.wix.com/aganispiritual

www.aganispiritualexperience.it

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RECENSIONE: “L’ISOLA” DI SIRI RANVA HJELM JACOBSEN

Ero in dubbio se postare o meno questa recensione. Mi è capitato in passato, in effetti, di scrivere recensioni poco positive di un romanzo e di venire attaccata, dapprima dagli amici e dai lettori affezionati dell’autore e, in seguito, dallo scrittore stesso. Ora, senza entrare nel merito delle situazioni specifiche, trovo queste reazioni controproducenti per l’opera stessa e svilenti per l’autore. Io stessa scrivo romanzi, articoli, recensioni e quant’altro e trovo che la critica -sempre se costruttiva e sincera- possa essere di grande aiuto allo scrittore. Purtroppo non è così per tutti, oppure esistono al mondo autori così sensibili da abbattersi per il giudizio di un singolo lettore. Beh, mi dispiace per loro, ma non credo di essere mai stata cattiva o insensibile. Ciò che scrivo, lo faccio perché sento di farlo e non perdo mai la speranza di leggere un’opera migliore dell’autore stroncato.

Tornando a l’”Isola”, l’ho voluto leggere sulla scia di commenti entusiastici, anche da parte di scrittrici che apprezzo personalmente, ragion per cui sono rimasta un po’ interdetta quando, pagina dopo pagina, ho constatato che il mio interesse andava via via scemando. Non è uno di quei romanzi che non vedi l’ora di tornare a leggere, per il quale tenti di accorciare i tempi per infilarti tra le lenzuola e goderti la lettura.

La trama è semplice: una ragazza danese prova nostalgia nei riguardi dell’sola delle Faroe che ha sempre chiamato «casa», non perché ci abbia mai vissuto, ma perché i suoi nonni emigrarono da lì. La protagonista viaggia dapprima con la mente e poi fisicamente, muovendosi verso l’amata isola e rievocando i fantasmi del passato, dal nonno pescatore, che sognava una vita migliore, alla nonna Marita, irrequieta fanciulla che desiderava abbracciare una realtà più contemporanea.

Si tratta di un’opera in parte autobiografica, che scava nell’identità, nell’emigrazione, nello sradicamento dalle radici, nei legami di sangue e, scrivono in molti, lo fa attraverso una prosa poetica e sognante, degna di grandi autori del passato nordico. Bene, questo è il punto: forse sono io a peccare di insensibilità, o autentica ignoranza, ma a parte rare pagine, non ho percepito tutta questa poetica, anzi. E’ ammirevole il tentativo dell’autrice di descrivere anche i più minuti dettagli della vita in barca, del pescatore, dell’aborto, ma forse la sua voce non collima con il mio gusto e per questo non ho trovato la lettura né scorrevole, né piacevole.

Tuttavia salvo alcune pagine, soprattutto quelle che descrivono le gesta dello zio Ragnar il Rosso, uno strano faroese basso e dai colori scuri, comunista e divoratore di libri, che per amore della sposa Beate, candida, alta e delicata, desidera eliminare un grande masso dal suo giardino per consentirle di realizzare l’orto dei suoi sogni. Quel masso, tuttavia, appartiene a una Huldra, che nel folklore scandinavo è una bellissima creatura del bosco dalle fattezze femminili e tuttavia dotata di una lunga coda e una schiena cava come il tronco di un albero, una fata sfuggente temuta e certamente ostinata. Infatti Ragnar userà ogni mezzo per eliminare il masso che abita, ma invano e la Huldra saprà anche vendicarsi dell’oltraggio subito.

Come si noterà, casco sempre sui miti e sulle leggende, l’etnografia e il folklore che mi affascinano e quindi riescono a salvare da una nota totalmente negativa anche un romanzo che per centinaia di pagine mi ha trasmesso poco o niente.

Lo consiglio agli amanti delle terre scandinave, del tema dell’emigrazione e a chi è affascinato da scritture che, in molti, definiscono poetiche e antiche. Per quanto mi riguarda, darò una seconda possibilità all’autrice, che in alcuni punti è stata efficace, ma per ora passerò decisamente ad altro.

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