E’ USCITO IL MIO NUOVO ROMANZO! “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” (QUDU LIBRI)

Cari amici,

a metà della prossima settimana il mio nuovo romanzo epistolare sarà disponibile nelle librerie e on-line.

Sono molto emozionata per la sua uscita, perché grazie all’editore Qudu, che ha creduto nella trama del romanzo e nella sua particolare forma, sarò in grado di offrirvi un libro speciale. Per la prima volta, infatti, sono riuscita a trasportare su carta il frutto della mia immaginazione, lettere manoscritte incluse.

La storia del romanzo narra le vicende della Prof.ssa Helene Brandi, insegnante di Lettere di un liceo triestino, che subisce una tragedia e si ritrova ad affrontare la vita sola, con un bambino piccolo. I suoi amici e i suoi parenti non le stanno vicino, eccetto il padre, che si occupa del nipote, ma a livello emotivo, Helene si ritrova rinchiusa in una solitudine apparentemente senza uscita.
Una notte, tuttavia, una forza interiore la spinge a riaprire lo scrittoio della sua camera da letto e a riprendere la corrispondenza con le sue amiche di penna. Ha inizio, grazie all’epistolario, la sua rinascita interiore. Le sue corrispondenti, infatti, riescono a rimettere insieme i pezzi della sua anima, lettera dopo lettera, e due misteriosi uomini, uno del passato e uno del presente, le offriranno nuovi punti di osservazione.

Il mio romanzo nasce dalla mia passione per le lettere, ma anche dalla visita a una mostra goriziana, “Oltre lo sguardo”, che si svolse a Palazzo Carigo qualche anno fa, e dove ebbi modo di conoscere la vita e le gesta di una fotografa bavarese vissuta tra Otto e Novecento a Gorizia: Helene Hofmann. Fu una donna straordinaria, e il suo spirito aleggia in tutto il romanzo. Capirete il perché leggendolo.

In calce, devo ringraziare fin d’ora i miei compagni di avventura. Naturalmente Patrizia Dughero e Simone Cuva, i miei editori, ma anche Claudio Macrini, Barbara Peteani e Chicca Pg D’Andreamatteo, i lettori della prima bozza del romanzo, che mi hanno elargito preziosi consigli, così come lo scrittore Francesco Boer. L’artista Stefania Bressani ha ispirato il suo omonimo personaggio, una delle corrispondenti di Helene. Infine, voglio abbracciare virtualmente i miei cari amanuensi, che si sono occupati della scrittura delle lettere contenute nel libro: Didì Agostini, Giada Carugati e Roberto Dal Zilio. Siete stati tutti preziosissimi!

Commenti da Facebook
Continue Reading

DONNE, DONNE, DONNE!

Questo post comincia così, un inno alle donne, un inno al mio genere. La settimana appena trascorsa è infatti stata all’insegna delle donne: gli ultimi ritocchi per l’uscita del mio nuovo romanzo “Lettere dai frammenti dell’anima” (Qudu Editore) e la comunicazione costante con l’editoressa e poetessa Patrizia Dughero, le mattine con le mie amiche e mia madre, il pranzo con le compagne di classe delle elementari e due incontri piuttosto speciali.

Sabato 16 novembre 2019, presso la Sala Civica di Cormons, alle 20:15 si è tenuto lo spettacolo “Cormons Magica”, organizzato dall’Associazione Fulcherio Ungrispach, con testi e le letture curati dal Prof. Roberto Tirelli, Lis Tarpulutis e Pierluigi Pintar, canti e dalle musiche del Corale Fogolâr di Corno di Rosazzo, Evaristo Casonato e Carolina Zanelli.

Ho preso furiosamente appunti durante tutta la sera, poi un’altra donna (!), Monica Devidé, mi ha contattata per offrirmi l’audio di tutto l’incontro, in modo tale da poter scrivere un post generoso per tutti coloro che non sono riusciti a partecipare, e che ho pubblicato sulla mia pagina Facebook: https://www.facebook.com/ibenandantielestreghedelfriuli/?ref=bookmarks

E’ stata una sera emozionante ed evocativa, anche perché delle streghe e dei benandanti di Cormons, soprattutto delle vittime dell’Inquisizione Lucia e Antonia, mi sono occupata nel mio romanzo “Tempora d’Autunno” (2017), ma questa è la parte che più mi ha colpita al cuore:

“L’uso delle erbe, nel passato, è stato spesso una nostra prerogativa. Eravamo noi donne a raccogliere le erbe nei campi e a curare gli orti, a conoscerne le proprietà per usarle sia a scopi culinari che curativi. Per questo motivo, fin dall’antichità, siamo considerate maghe, capaci di usare le erbe per ammaliare e sedurre gli uomini e accusate di usare le piante per commettere misfatti. Molte di noi sono state considerate malefiche, dedite ai veleni, ma noi, già nell’antichità, siamo soprattutto guaritrici, specializzate in quelle affezioni tipiche del nostro mondo. Da sempre ci siamo occupate di mestruazioni, gravidanze, parti, aborti, che non potevano riguardare l’universo maschile, assolutamente escluso dalla nostra sfera. Da sempre siamo state un essere misterioso e ignoto, capace di dare la vita, ma anche di diventare una creatura funesta, capace di portare la morte. Questo nasceva da un mistero che, per molto tempo, ha spaventato gli uomini. Noi perdiamo il sangue e non moriamo, ma rigeneriamo le nostre forze vitali e diamo la vita. Per questo motivo fummo considerate creature facilmente preda del demonio, per cui, o santificavamo la nostra vita diventando spose e madri esemplari, o dedicavamo noi stesse a Cristo, nella vita conventuale. Oppure venivamo guardate con sospetto e additate come megere, soprattutto le donne anziane, che conoscevano certi arcani, che sapevano dominare, con erbe e rimedi, la vita e la morte, col tempo vennero accusate di essere streghe, seguaci di Satana e nemiche della Chiesa Cristiana, perché solo chi ha familiarità con il demonio può apprendere i misteri della vita. All’uomo non è dato saperlo. Da allora ci avete chiamate streghe e ci avete messe al rogo!” (“Le erbe delle streghe nel Medioevo” di Rossella Omicciolo Valentini)

E per concludere la settimana, questa notte non riuscivo a dormire. Troppe emozioni, troppe ispirazioni e riflessioni. Allora ho deciso di vedermi i primi tre episodi di un nuovo programma della conduttrice e scrittrice Serena Dandini: “Valorose”, il cui incipit racconta:

“Le donne hanno fatto la storia dell’umanità in tutti i campi, dalla matematica alla letteratura, dalla fisica quantistica alla politica, ma non sono nei libri di storia, non ci sono strade a loro intitolate, tantomeno statue. Così abbiamo pensato di ricordarle noi”.

https://www.tvblog.it/post/1659127/valorose-serena-dandini-su-sky-arte-racconta-le-donne-che-hanno-fatto-storia

La ballerina Anna Pavlova

La pittrice Vanessa Bell

La protagonista dimenticata del Risorgimento: la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso

E allora non ho dormito più.

Non ho fatto che pensare e ripensare a quanto noi donne siamo forti, resistenti, talentuose, vitali e resilienti e quanto gli uomini -ma anche altre donne dalle capacità minori, o imbruttite dalla corruzione dello spirito del tempo- hanno cercato di annichilirci, sottometterci, condannarci all’oblio e, come leggiamo quotidianamente nei giornali, ucciderci.

Questo non vuole essere un post del “noi contro loro”, ma solo una semplice constatazione: che fossimo levatrici o guaritrici di campagna, streghe o mogli, abbiamo sempre corso dei rischi altissimi, ma nonostante questo siamo sopravvissute e oggi abbiamo ancora moltissime battaglie da vincere.

Alle lettrici di questo blog, auguro lunga vita e, soprattutto, la conoscenza di quello che è stato, per trasformarlo in benzina utile a lottare in questa esistenza e raggiungere tutti gli scopi che siamo prefissate.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “LOLLY WILLOWES O L’AMOROSO CACCIATORE” DI SYLVIA TOWSEND WARNER

Adelphi, 1990

Scoprire questa straordinaria autrice britannica è stato davvero importante. La sua è una scrittura intensa e fluida, magica e profonda. Mi mancava. Pur conoscendo così tanti autori talentuosi, Towsend Warner è unica, e ve ne potete accorgere solo leggendola.

In questo romanzo, considerato il suo capolavoro, si entra nella vita di Laura, una zitella dei primi del Novecento che, alla morte del padre, si trasferisca dalla sua casa immersa nella campagna inglese nella dimora londinese del fratello, trascorrendo anni con la cognata e le nipoti, diventando la pacata e amorevole zia Lolly.

“La sua mente inseguiva a tentoni qualcosa che sfuggiva all’esperienza, un qualcosa di rarefatto e minaccioso, e che tuttavia, per qualche ragione, le era affine; un qualcosa che si celava in luoghi tetri, evocato dal rumore dell’acqua che gorgoglia in canali profondi e dal canto sinistro degli uccelli notturni. Solitudine, desolazione, propensione a far paura, una sorta di pagana sacralità: queste erano le cose che attiravano i suoi pensieri lontano dal fuoco che ardeva sereno nel camino”.

Ma Laura continua a vivere nell’inconscio di zia Lolly e basta un evento apparentemente da niente, come la razzia di una bottega colma di prodotti agricoli e fiori profumatissimi, per ridestare la dormiente Laura e farle divorare la silenziosa e remissiva zia Lolly.

“Si inginocchiò tra i fiori e chinò il viso verso il loro profumo. Per un momento il peso di tutti i suoi anni infelici sembrò gravarle sul petto fin quasi a schiacciarla a terra; Laura tremò, comprendendo per la prima volta quanto aveva sofferto. Un attimo dopo era libera. Era tutto passato, non poteva più succedere e non era mai successo. Lacrime di gratitudine le rigarono il volto. A ogni respiro il profumo delle primule entrava in lei e la affrancava”.

La trasformazione repentina della protagonista, lascia sgomenti i suoi parenti, ma lei è implacabile e raggiunge il suo obiettivo: trasferirsi in un’amena località collinare, sconosciuta ai più, Great Mop. Da qui, riprendere la sua autentica vita, e si scopre strega, grazie all’incontro con l’amoroso cacciatore, il diavolo. Ma se pensate che sia un essere orrendo con le corna, la coda e i piedi caprini, vi sbagliate di grosso, così come se immaginate che lui la attiri nel suo abbraccio attraverso la lussuria. Niente di tutto questo.

Il peso e il valore etici e sociali di questo romanzo, vanno a braccetto con il realismo magico del suo cuore. Al principio, io stessa ho provato del disappunto, per la presenza del diavolo in associazione con la stregoneria, memore di odiosi testi ecclesiastici come il “Malleus Maleficarum”, che condannò decine di migliaia di eretici, miscredenti, maghi, guaritrici, levatrici, streghe e presunte tali. Tuttavia, continuando la lettura del romanzo e giungendo alla sua fine, la natura e la posizione del diavolo mutano profondamente, non appartengono a quello sciagurato quadro cristiano.

Insomma, questo è un romanzo sorprendente e io, come molti altri estimatori di Towsend Warner, continuo a chiedermi perché l’autrice non sia conosciuta in Italia come dovrebbe, e perché non tutte le sue opere sono tradotte. Nell’attesa dello scioglimento di tali dubbi, acquisterò senza indugi “Il cuore vero” (Adelphi) e “Reami degli Elfi” (Tre Editori).

Commenti da Facebook
Continue Reading

LA CONSULENZA FILOSOFICA -INTERVISTA ALLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA-

Come promesso, questa settimana intervisto la Dottoressa Chiara Pradella, filosofa e scrittrice che, una settimana fa, ha inaugurato in Via Garibaldi 9 a Gorizia il suo studio di Consulenza Filosofica. Un inizio importante: affiancata dal sindaco Rodolfo Ziberna, dal Vicepresidente della Camera di Commercio Gianluca Madriz e dallo psicologo Franco Perazza, la filosofa ha illustrato i suoi prossimi progetti ai presenti e alla stampa. Oggi passa dal nostro blog per raccontarci di più.

La Dott.ssa Chiara Pradella nel suo studio “Lo Ziqqurat”

-Dunque Dottoressa Pradella, come si sente a poco più di una settimana dall’inizio del suo nuovo progetto?

Mi sento molto emozionata e, a dirla tutta, ancora non mi sembra vero!

Aprire uno studio privato per aiutare le persone a ritrovare sé stesse e il loro sorriso è un sogno che ho da quando avevo 15 anni, ovvero dal primo anno al Liceo delle Scienze Sociali.

La strada per arrivare fino a qui è stata davvero molto dura, fatta di tanti anni di studio, volontariato e – nel contempo – presa in carico di lavori completamente diversi per mantenermi, tanto che quasi non ci credevo più, all’apertura di un mio studio privato, invece… Dopo tanto impegno è successo. Mai smettere di inseguire i propri sogni!

-Vuole parlarci della storia della Consulenza Filosofica, per spiegarla a chi potrebbe esserne digiuno?

Nonostante la Filosofia sia antica quasi quanto il mondo (va bene, ora non esageriamo, ma sicuramente antecedente alla psicologia e a Cristo), la Consulenza Filosofica è una disciplina piuttosto recente, nata in Germania negli anni ’80 con Gerd B. Achenbach, grazie al quale si è configurata come “dialogo che cura” (espressione mia), che aiuta – concretamente – nella risoluzione dei problemi di tutti i giorni, intervenendo nel mondo reale, delle relazioni.

E’ una pratica che aiuta a riflettere sul proprio modo di vedere le cose, le persone, sviluppando una visione sul mondo aperta a 360°, capace di far rientrare entro il suo raggio di veduta tutte le risorse interne all’individuo (anche quelle che ancora non conosce di sé), comprese le risposte alle sue difficoltà.

-La filosofia è una materia che affascina moltissime persone, ma certamente nel XXI secolo, così votato alla scienza e alla tecnologia, in tanti potrebbero pensare che sia desueta. Cosa risponderebbe agli scettici?

Quando (molto spesso) mi fanno questa osservazione mi torna sempre in mente una frase del filosofo Carlo Michelstaedter, il quale affermava che “Vana cosa è la filosofia se esce dalla vita – è l’ultima illusione, e l’ultimo gioco del vecchio rimbambito – è l’ultimo ottimismo che arresta la vita nel suo glorioso svolgimento verso l’universale”.

Un pensiero così (espresso per giunta più di 100 anni fa) ci fa pensare come sia ormai un pregiudizio ritenere la filosofia una disciplina che ha poco a che fare col mondo. Aristotele stesso (e qui andiamo molto, molto più indietro nel tempo) la riteneva alla base di tutte le altre discipline, in quanto ha a che fare con la domanda, con la riflessione profonda sul senso di ciò che, poi, varierà di contenuto in contenuto.

Per dirla con una metafora in termini comuni, mi piace pensare alla filosofia come una sorta di allenamento (o di prova generale) prima di una partita importante o di un concerto: un luogo e un momento in cui ragionare, pensare e sperimentare scelte importanti, decisioni difficili da prendere, cambiamenti, emozioni, vita.

-E lei, come si è innamorata della filosofia?

E’ stato un vero e proprio amore a prima vista. Ho cominciato a studiarla al terzo anno di liceo. Mi ricordo che prima non sapevo nemmeno cosa fosse! Eppure, appena iniziato il manuale, non sono più riuscita a staccarmene! Leggevo ovunque e tutto quello che contenevano i vari capitoli, anche le parti che non era necessario studiare. Mi portavo dietro il libro anche quando dovevo andare a fare la fila alle poste o se uscivo al parco per una passeggiata.

-Ci sono delle scuole di pensiero filosofiche che la rispecchiano di più? E sono le stesse che trova utili per l’uomo e la donna contemporanei?

I miei riferimenti fanno dei grandi salti temporali. Di sicuro la mia guida principale è il filosofo Socrate, il primo vero “ideatore” del “dialogo autentico”, colui che interrogava gli interlocutori per far emergere la loro personale visione delle cose e non quelle convenzioni imparate a memoria. Diciamo che in qualche modo, attraverso lo scambio verbale, aiutava le persone ad essere pienamente sé stesse.

Un altro importante riferimento è senza dubbio Kant, che ci permette di capire l’importanza degli altri, della moralità intesa come fare del bene. Infine, Wittgenstein, Derridà (che ci lasciano la responsabilità di scoprire cosa si nasconde dietro le cose, i limiti del linguaggio come limiti del nostro mondo) e Luigi Vero Tarca, quello che è stato il mio professore all’Università, fautore del “puro positivo”.

-Ha un’idea di dove si sta dirigendo la filosofia oggi?

Contro ogni pronostico, sembra si stia facendo sempre più strada nel mondo contemporaneo. Le persone sono spaventate dalla tecnica, dalle derive a cui può condurre troppa scienza… E hanno bisogno di ritrovare sé stesse e il senso della vita.

Allora ricominciano a interrogarsi, ricercando quei valori che forse hanno perduto, o magari rimescolando le carte e capendo l’importanza di crearne di nuovi. Insieme. Un nuovo modo di con-vivere, insomma, e di con-dividere. Non a caso, sempre più aziende chiedono l’aiuto di un filosofo per migliorare il proprio operato.

-Torniamo al suo studio di Consulenza Filosofica. Cosa trasmetterà ai suoi pazienti, individualmente?

Prima di tutto mi piacerebbe che nel mio piccolo spazio trovassero un luogo accogliente e familiare in cui sentirsi ascoltati e accolti per ciò che sono. Vorrei riuscissero a sentirsi liberi di esprimersi, di tirare fuori tutto ciò che gli crea ansia, paura, dolore.

Poi – così come ha fatto con me, tanti anni fa, la mia consulente Regina – vorrei guidarli nel riuscire a guardare sempre l’altro lato della medaglia: quello della gioia, del superamento della difficoltà che parte, innanzitutto, dalla sua accettazione e – prima ancora – dall’accettazione di sé stessi, senza rimorsi e sensi di colpa (le assicuro che non è una cosa facile!).

-Nei quotidiani, ho letto che offrirà anche caffè letterari, conferenze e gruppi di auto-aiuto. Può raccontarci questi progetti così diversificati?

Il bello della filosofia è che va d’accordo con tutti! Ovvero, dato che facilita l’emergere di contenuti – ma senza mai imporli – può intervenire in diversi ambiti, essendo d’aiuto sia in gruppi di lavoro/equipe che in libere associazioni di persone.

Così, quello che vorrei fare è innanzitutto far conoscere meglio questa disciplina, attraverso conferenze con colleghi ed esperti; poi, aiutare nella sperimentazione della pratica filosofica, attraverso caffè letterari e incontri. Infine, credo molto nel ruolo dei gruppi di auto-mutuo-aiuto: un insieme di persone che si riunisce sulla base di un vissuto, di un’esperienza comune (malattia, lutto, disagio…). Per questo, vorrei fare rete con le strutture psichiatriche del territorio e le istituzioni laiche e religiose, al fine di individuare le difficoltà più diffuse e provare a dare una mano.

-Lei è una giovane donna competente e dinamica. C’è un messaggio che vorrebbe lanciare a chi leggerà questa intervista, e vorrebbe saperne (ancora) di più sulla consulenza filosofica?

Ogni tanto, al Master che ho frequentato a Ca’ Foscari, ci dicevano che “La Consulenza Filosofica è il Consultante!”, intendendo dire che la nostra pratica si basa sul rapporto che instauriamo con chi viene a chiederci aiuto. Perchè ogni persona – si sa – è unicità e imprevisto, per cui la Consulenza Filosofica viene a configurarsi come un’apertura all’altro – che, in fin dei conti, è sempre un altro io, un altro me stesso (Levinas).

Quando facciamo consulenza, perciò, non rimaniamo impassibili, e nemmeno professionisti seduti dietro una scrivania che mettono in pratica delle teorie, ma ci mettiamo in cammino, anche noi, consultante dopo consultante, alla scoperta di noi stessi. In un circolo virtuoso che va da anima ad anima.

Questo è ciò che di più bello il nostro lavoro possa offrirci!

Commenti da Facebook
Continue Reading

UNA GRANDE NOVITA’ A GORIZIA: APRE LO STUDIO DI CONSULENZA FILOSOFICA DELLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA

Diversi anni fa, lessi un articolo sulle sorprendenti capacità del consulente filosofico. In un mondo oberato da ritmi frenetici, spesso disumani, ingiustizie sociali, mancanza di lavoro e solitudine, questa figura professionale offre gli strumenti utili per cercare in sé le risorse e le risposte che permettono al paziente di riappropriarsi di se stesso e scrollarsi di dosso il peso del problema. Perché il problema rimane, ma la sua gravità è direttamente proporzionale allo sguardo con cui esso viene osservato. Dopo quell’articolo, ci è voluto molto tempo prima che mi arrivasse la notizia dell’apertura di un centro di consulenza filosofica proprio nella mia città, Gorizia e non potrei esserne più felice, perché a condurlo è una donna con la vocazione della filosofia e un curriculum importante: la Dott.ssa Chiara Pradella.

Attraverso il dialogo della filosofia, ma anche altre tecniche e discipline -disegno, pittura, musica, gioco e meditazione- la Dott.ssa Pradella si prefigge l’obiettivo di aiutare persone singole, o gruppi, ad affrontare i loro disagi o problemi personali. In Via Garibaldi 9, nello studio “Lo Ziqqurat”, verranno organizzati dei gruppi di auto aiuto su diverse tematiche, e dei Caffè Filosofici, indirizzati anche ad aziende.

In molti si chiederanno perché rivolgersi a un consulente filosofico, anziché a uno psicologo. La risposta che darei io, è che ci sono situazioni personali e conflitti che sono più attinenti alla filosofia e altri alla psicologia, ma il consulente filosofico spiega che le due discipline non si escludono a vicenda, perché si occupano dello stesso soggetto, ovvero l’anima umana e la salute psico-fisica della persona, ma con punti di vista diversi e diverse strade da percorrere.

Lo strumento principale del consulente filosofo è il dialogo: Socrate chiedeva così tante volte “Che cos’è quello che stai dicendo, ciò che esprimi (ecc)?” al suo interlocutore, da portarlo a confondersi e a non riuscire a rispondere. Era una tecnica atta a indurre la persona a guardare profondamente in se stessa, prima di fornire una risposta autentica, non superficiale o di ripiego. Una risposta che (troppo) spesso abbiamo paura di dire e ammettere a noi stessi.

Sono molto soddisfatta di questa nuova opportunità offerta alla mia città e alla sua gente. Nelle grandi città come Milano e Roma, non manca niente, invece nelle cittadine più piccole, spesso non arrivano possibilità come queste e auspico che le persone ne siano consapevoli, e premino la loro promotrice, che intervisterò la prossima settimana.

Nel frattempo vi invito a visitare la sua pagina Facebook: https://www.facebook.com/drschiarapradella/

Commenti da Facebook
Continue Reading

“IL METODO SPRECO ZERO” DI ANDREA SEGRE’

Bur, 2019

Ogni tanto mi concedo libri che posso usare come manuale pratico per una delle mie passioni: l’ecologia e, in generale, la cura della Madre Terra. Il prof. Andrea Segrè ha scritto davvero un libro prezioso, in tal senso, e lo consiglio a tutti, anche a coloro che già si sentono dei virtuosi guerrieri della terra, perché si occupano in modo corretto di smaltimento dei rifiuti e acquistano solo ciò che possono consumare.

Non è sufficiente. Non lo è perché Segrè spiega quanto cibo sprechiamo, spesso senza neppure accorgercene. In un mondo dove bisogna stare attenti a come e quanto si spende, a causa della crisi economica che colpisce la maggioranza della popolazione, l’autore consiglia come risparmiare in modo intelligente ed ecologico, sia attraverso l’attenzione all’acquisto, sia grazie alla rielaborazione degli avanzi. I nostri nonni sapevano quanto fosse doveroso non gettare niente, ma nel corso degli ultimi decenni, noi nipoti ci siamo ammorbiditi in modo eccessivo e decisamente vergognoso. C’è stato un boom economico negli anni ’80 che ci ha resi, magari inconsapevolmente, ciechi di fronte alla dovere di consumare il giusto.

Cosa è il giusto? Vi faccio un esempio personale. Da circa un anno, ho iniziato una dieta ayurvedica -iper-personalizzata in base al cibo a km zero e stagionale- che mi ha fatto perdere i chili in eccesso senza sofferenze ed è poi diventata il mio stile di vita. Ebbene, mi sono resa conto che, acquistando gli alimenti al mercato della città, evitando i cibi precotti e surgelati, diminuendo le dosi di consumo, calibrandole in base a quel che consumo effettivamente in termini di calorie, ho riscontrato un risparmio economico che ha dell’incredibile. Quindi, riassumendo: sono dimagrita, continuo a mantenere la linea, mangio cibi freschi e di stagione. e mi rimangono in tasca molti soldi in più.

C’è altro da dire?

Molto, e infatti Segrè presenta due esempi di famiglie tipo, per aiutarci a capire quali sono i piccoli errori che possiamo commettere senza neppure accorgercene.

Leggete questo libro e regalatelo, per tornare a uno stile di vita sano, ecologico e pure economico!

Commenti da Facebook
Continue Reading

Visita alla mostra “Magnifici ritorni – Tesori Aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum di Vienna” presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

Nel Museo Archeologico di Aquileia, da qualche mese c’è un nuovo allestimento, al quale si è aggiunta questa mostra preziosa, perché restituisce -sebbene per il periodo dell’esposizione- importanti reperti archeologici rinvenuti sul territorio.

In queste foto, ho catturato gli oggetti e le statue che più hanno attirato la mia attenzione. Voi avete ancora a disposizione cinque giorni per ammirare la mostra.

Non esitate!

Telamone

I secolo a.C.

Terracotta

da località Panigai e Monastero

Statua di divinità femminile (c.d. Afrodite)

I secolo d.C.

Marmo

La statua fu rinvenuta nel febbraio 1824 negli scavi del parroco Antonio Supanzig e venduta per il tramite di Girolamo de’ Moschettini alle collezioni imperiali a Vienna nel 1828.

L’opera rappresenta una figura femminile nuda, con il solo mantello che avvolge il corpo ai fianchi. La posa della figura rimanda all’iconografia di una Venere Marina (o Ninfa), in genere raffigurata con una roccia posta dietro alla gamba destra, qui solo in parte conservata. A seconda della collocazione cui era destinata, la raffigurazione era completata da delfini, pilastrini, lunghi panneggi e recipienti per l’acqua. Si tratta di un’elaborazione di II sec. a.C. della famosissima Afrodite Cnidia di Prassitele, opera di IV sec. a.C., che per la prima volta rappresentava la dea completamente nuda. La scultura aquileiese doveva essere originariamente collocata in un luogo pubblico di grande visibilità, forse il teatro o le terme della città.

Applique con Testa di Vento

Fine del I secolo a.C. – inizio del I secolo d.C.

Bronzo

Dal Foro, pozzo orientale

Rilievo con Bucrani

Metà I secolo d.C.

Marmo

Da località ignota

Rilievo con scena di aratura

II secolo d.C.

Marmo

Si ignora il rinvenimento di questo rilievo. Fu venduto alle collezioni imperiali nel 1874 da Johan Lusnik, insegnante ad Aquileia, e poi esposto nel Palazzo del Belvedere inferiore di Vienna.

La scena raffigura un uomo che conduce l’aratro, trainato da due buoi aggiogati. Al margine destro della lastra un elemento vegetale, forse un ramo di pino, con appeso uno strumento musicale (krotalon), completa la rappresentazione. Questo dettaglio, insieme all’abito orientale del personaggio, il berretto frigio e il bastone da pastore (pedum), hanno suggerito di riconoscervi Attis, divinità di origine orientale, le cui vicende mitiche si legano indissolubilmente a quelle della dea Cibele. L’identificazione resta però dubbia a causa dell’assenza di confronti per la scena d aratura nella documentazione del culto di Attis.

Capitello Corinzio con maschera teatrale

Fine del II secolo d.C. – inizio del III secolo d.C.

Marmo

Da località ignota

Stele funeraria di Bassilla

Prima metà del III secolo d.C.

Calcare

Da un’area funeraria a sud della città

…a lei che spesso sul palcoscenico morì, ma non in questo modo, alla mima Bassilla, decima musa, Eraclide, attore valente nella declamazione, pose questa stele. Anche da mota essa ottenne un onore uguale a quello che godeva da viva, poiché il suo corpo riposa in un suolo sacro alle muse. I tuoi colleghi ti dicono: “Sta di buon animo, Bassilla, nessuno è immortale”.

Inscriptiones Aquileiae

Statua di Artemide Efesia

I secolo d.C.

Marmo

Da località ignota

Tra le divinità orientali presenti ad Aquileia spicca l’Artemide di Efeso, dea lunare della natura e della caccia, dalla caratteristica veste aderente, adorna di offerte e simboli di fecondità. La divinità è ricordata anche in un’iscrizione bilingue, posta da Tiberio Claudio Magno, originario di Efeso e patrono ad Aquileia, del collegio dei cacciatori di Nemesi, altra divinità legata alla caccia e in particolare alle venationes che si svolgevano nell’anfiteatro.

Corredo funerario di Sacerdotessa

I-II secolo d.C.

Oro, Argento

Dalla necropoli di Beligna

Entro un’urna ancora sigillata nel 1885, si rinvenne un preziosissimo corredo, forse appartenuto, per la singolarità degli oggetto deposti, a una sacerdotessa di origine orientale.

Purtroppo, solo alcuni di essi entrarono a far parte della collezione storica: uno specchietto in argento con incise le tre Grazie, appliques in oro raffiguranti mosche ad ali chiuse, destinate a essere cucite sulla veste della donna, due foglie di edera in oro, che dovevano decorarne i sandali e un ciondolo cilindrico, anch’esso in oro, con funzione di amuleto.

Gemme con formule magiche

II-III secolo d.C.

Pietra Dura

Mano Magica di Sabazio

Bronzo

II secolo d.C.

Testa di Demetra (Iside)

I secolo d.C.

Marmo

La testa rappresenta una divinità femminile con capo velato recante sulla sommità un piccolo canestro (kalathos) decorato con un crescente lunare. Due corna, appena visibili, in corrispondenza dell’attaccatura della chioma, completano l’iconografia della divinità, interpretata da alcuni con un’immagine di Demetra-Iside.

Nella propaganda politica dell’Egitto di età tolemaica, a partire dal regno di Arsinoe II (275-268 a.C.), numerose furono le sovrane che scelsero di farsi ritrarre con le fattezze della divinità, espressione di regalità e di abbondanza. Quest’uso fu recuperato in età romana e molte furono le dame della corte imperiale che adottarono il modello per i propri ritratti. Per tali ragioni vi è chi ha riconosciuto nella scultura aquileiese un ritratto di Cleopatra Selene, figli di Cleopatra e di Marco Antonio.

L’opera, appartenuta a Georg von Millosicz, ammiraglio della marina austriaca e collezionista di monete e oggetti antichi, fu acquistata a Vienna dal Gabinetto di Antichità nel 1890, dopo la sua morte.

Qui ci sono io, appoggiata a un Cedro del Librano (o Himalayano ?) di circa 150 anni, il cui diametro è di 6 metri e l’altezza di 21. E’ immenso, possente, e i suoi rami toccano fino a terra.

Quando andate in un museo, dotato di giardino, osservate tutto, non soltanto i reperti archeologici e le opere artistiche. Scoprirete tesori come questo, di una bellezza tale da mozzare il fiato.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “NIENTE CAFFE’ PER SPINOZA” DI ALICE CAPPAGLI

Einaudi, 2019

Mapi è una giovane donna che non sa cosa fare. Si è sposata giovane, vive con il marito e la suocera accanto. Hanno un cane. Lui non è mai a casa e, quando torna dal lavoro, le chiede di lavare e stirare le sue camicie, per il resto risponde a monosillabi o grugnisce. La suocera è una spina nel fianco. Non fa che accusarla delle disgrazie economiche del figlio e si lamenta di tutto.

E’ tutta lì la sua vita? Quante donne si saranno chieste le stessa cosa?

Ecco perché questo romanzo può catturare subito la nostra attenzione, ma non è tutto qui, anzi, il meglio deve ancora arrivare, perché Mapi, a un certo punto si deciderà a cercare un lavoro, “per non essere più di peso a nessuno”, ma soprattutto per scappare da quell’atmosfera domestica pesante e inutile.

Mapi frequenta la chiesa e le parrocchiane riescono a indirizzarla sulla strada giusta: in un’agenzia di lavoro per badanti, la responsabile le propone un impiego quotidiano nella casa di un professore di filosofia in pensione. L’anziano ha chiesto un’aiutante italiana che sappia leggere in modo fluido, perché ha perso la vista. È autosufficiente e l’essenziale per lui è trovare una persona che gli legga i suoi amati libri e articoli.

In questo modo, Mapi riprende possesso della sua vita: prima di tutto, il professore la chiama col suo nome anagrafico, al quale attribuisce grande valore. Poi, tra le letture di un aforisma di Epitteto e uno di Spinoza, il professore sembra dialogare direttamente con l’anima della sua dipendente, che piano piano inizia a risvegliarsi, scossa dalla luce che emana l’anziano, una fonte inesauribile di saggezza e tenerezza.

Mentre la vita del suo titolare si spegne, Maria Vittoria sente riaccendersi la sua. Ogni dettaglio della sua esistenza apparirà nella sua evidente superficialità e lei sentirà che può e deve concedersi di più di quanto abbia avuto fino a quel momento.

Questo è un romanzo filosofico divulgativo che consiglio a tutti coloro che si interrogano sulla Vita nella sua complessità, ma anche a coloro che credono che tutto ciò che vedono i loro occhi è quello che è realmente presente su questa terra. In realtà, da millenni gli uomini e le donne sapienti si interrogano su aspetti che esulano dal tangibile. Fra queste pagine non troverete tutte le risposte che cercate, ma alcune sì e soprattutto, vi metterete in discussione, riguardo ad alcune zone oscure.

Non un capolavoro, ma un buon libro.

Commenti da Facebook
Continue Reading

IL MERLETTO A TOMBOLO OGGI – INTERVISTA ALLA MAESTRA DIANA DUSSI

Con mia grande gioia, tornano le interviste e non potevo riprendere che da una delle mie più grandi passioni: il Merletto a Tombolo.

Per far conoscere anche a voi questa tecnica artigianale e artistica antica, ho coinvolto una Maestra eccezionale, Diana Dussi.

Buona Lettura!

Maestra Dussi, può raccontarci brevemente la storia del Merletto a Tombolo?

Il merletto a fuselli nasce in epoca rinascimentale come “conseguenza” del merletto ad ago di poco precedente. Il merletto a fuselli era di più rapida esecuzione rispetto al punto in aria o reticella e si proponeva quale alternativa in un momento storico, il XVI sec., il cui la domanda di merletti era in costante aumento. Il disegno dei primi merletti a tombolo si orienta e prende spunto proprio dal contemporaneo merletto ad ago. E’ molto probabile che il merletto a fuselli abbia visto la luce a Venezia, il modellario edito da Christoph Froschauers a Zurigo nel 1561 attesta che “Il merletto a fuselli fu portato per la prima volta nell’anno 1536 nella Germania meridionale da mercanti di Venezia e dell’Italia”. Sappiamo che Venezia, Genova e Milano vantavano una fiorente “industria del merletto”, è quindi verosimile che dall’Italia settentrionale l’arte si sia rapidamente diffusa Oltralpe e  altrettanto rapidamente abbia raggiunto il sud Italia per poi prendere la via del mare e raggiungere le isole greche da una parte, la Spagna e il Portogallo dall’altra. Vi consiglio un libro meraviglioso, “Klöppelspitzen. Eine Zeitreise” scritto da Erika Knoff, se vorrete approfondire l’argomento, il testo è dotato di un apparato iconografico stupendo.

Come ha conosciuto il Merletto?

Grazie alla mia mamma, che all’epoca frequentava un corso di merletto. Mi ha mostrato lei i movimenti di base e poi mi ha detto “Iscriviti al mio corso, ti piacerà!”

Ci sono dei punti specifici che predilige? E per quali ragioni?

Non ho un cosiddetto “merletto preferito”, apprezzo la raffinata eleganza del merletto francese, la razionalità del merletto di Cantù, la versatilità e completezza del merletto di Gorizia, l’effetto tridimensionale del merletto inglese. Ogni popolo ha affinato un proprio gusto, ha immerso nel merletto i suoi simboli, mi piace individuare le simbologie “nascoste” e godermi le singole particolarità.

Ancora oggi, se racconto in giro di lavorare al tombolo, vengo guardata in modo strano. Eppure il Merletto è da sempre presente nel mondo della moda, non soltanto nei lavori delle contadine e delle nonne. Secondo lei esiste un modo per divulgarlo tra le nuove generazioni, creando magari offerte di lavoro fresche e appetibili?

Esiste senz’altro il modo di divulgarlo, lo stiamo facendo da più parti, grazie all’interessamento di riviste specializzate, pubblicando libri, proponendo corsi anche per bambini; pensare che possa diventare una professione diffusa invece credo che rasenti l’utopia, questo lavoro richiede dei tempi “fisici” per essere compiuto, le mani sono sempre e solo due (!), il mondo va troppo in fretta e diventa difficile trovare chi sia disposto a pagare un merletto tutte le ore di lavoro che vale.

Lei viaggia molto per il suo mestiere. Dove ha insegnato, e con quali risultati?

Ho insegnato in Austria e in Germania, per le rispettive Associazioni Nazionali del Merletto, spesso in occasione di Congressi internazionali, dove ho avuto il piacere di confrontarmi con merlettaie esperte, incidentalmente mie allieve per l’occasione (!) provenienti da tutta Europa. E’ stato molto stimolante e istruttivo per me scambiare esperienze, tecniche, ma anche solo piccoli segreti del mestiere! Il risultato impagabile sono le Amicizie, quelle con la “A” maiuscola che iniziano con una collaborazione di tipo professionale, si basano sulla stima reciproca, poi si estendono al piano personale, si radicano e si rafforzano col passare del tempo.

Come viene presentato il Merletto a Tombolo negli altri Paesi? E’ più conosciuto e insegnato, rispetto all’Italia?

Le porto come esempio due realtà che conosco molto bene, sia l’Austria che la Germania si sono sforzate di appianare le divergenze “politiche” fra le varie Regioni e hanno creato un’Associazione Nazionale centrale, che si incarica di divulgare quest’arte, offrendo corsi, eventi, mostre in tutto il Paese. Ogni regione ospita a turno il Congresso annuale (Germania) o triennale (Austria). Avere un’amministrazione centrale che si prende cura di diffondere i corsi ovunque in modo sistematico fa tutta la differenza del mondo. Non voglio ricadere nel solito discorso “Gli altri fanno tutto meglio di noi”, non è certo il caso, non sostengo che il merletto all’estero sia insegnato in modo migliore, l’Italia ha fior di insegnanti, ma da noi non esiste nulla di paragonabile a livello di efficacia e capillarità, manca un elemento centrale che crei occasioni di incontro fra le varie Scuole, favorisca lo scambio costante di informazioni e tecniche; senza un confronto proficuo, ognuno rimane ancorato alla propria realtà, sempre e solo a quella, non si ha l’occasione di imparare. Non esiste un “centro” da noi che inviti insegnanti stranieri a parlare del loro mondo, le informazioni su ciò che avviene all’estero, delle innovazioni, dei cambiamenti nel campo design sono appannaggio dei pochi “addetti del mestiere”. Inoltre in alcuni Paesi il merletto è considerato un’attività da salvaguardare oltre che un’attività economica a tutti gli effetti, che come tale deve produrre utili, per cui viene sostenuta in qualche modo a livello nazionale.

Nei giornali culturali si discute molto sulla conservazione degli antichi mestieri. Attraverso la sua esperienza e i suoi viaggi si è fatta un’idea di come si possa continuare a trasmettere questa arte alle nuove generazioni, impedendone l’estinzione?

La Tradizione dona solide basi. Su queste basi bisogna costruire innovando di continuo, usando i colori, materiali all’avanguardia, pensando a come può essere impiegato il merletto oggi, Anno Domini 2019. Nessuna delle ragazze giovani cui insegno ha mai perso la testa di fronte a un centrino! Desiderano un paio di orecchini, un merletto per la tasca dei jeans o per la borsa preferita, vogliono decorare la custodia del tablet o dell’ultimo smartphone. Se parliamo il linguaggio dei giovani, verremo capiti. E’ più facile imparare, se ci si diverte e si “indossa” o si “usa” in qualche modo il proprio progetto! 

Quali sono i suoi prossimi progetti di insegnante?

Continuerò la mia esperienza d’Oltralpe, cui spero di affiancare un corso nella mia città natia, organizzato dall’Università Popolare di Trieste (link: https://www.unipoptrieste.it/corsi-4/antichizzazione-e-decorazione ) e continuerò a divulgare per mezzo della carta stampata (link del libro della Maestra: https://www.barbara-fay.de/index.php/en/component/virtuemart/kloeppeln/fiandra-a-tre-paia-detail?Itemid=0 ). Nei miei disegni inserisco ciò che per me è fondamentale, il mio rapporto con la Natura, il mio scopo è farla entrare nelle case delle persone, lavoro con questo obbiettivo in mente. E’ capitato che le mie farfalle diventassero mosaici, i miei fiori acquarelli, molti disegni sono stati ricamati e ne sono stata felicissima, come se fossero diventati merletti! Il tempo scorre, ma quest’Arte non perde nulla del suo fascino, la curiosità è grande per quanto riguarda la lavorazione in sè, per come si muovono le mani (!), inoltre, in un momento storico di profonda crisi, di cui tutti sentiamo la pesantezza, tornare alla Tradizione dona calma, sicurezza e benessere, ci si ritrova, ci si ente meno “persi”, il senso di aggregazione e di comunità che si crea durante i corsi donano un valore aggiunto. Si impara e al contempo ci si sente meno soli.

Il libro della Maestra Diana Dussi, disponibile in tre lingue (italiano, inglese e tedesco)

BIOGRAFIA

Dopo un corso di formazione della durata sei anni, ha ottenuto il Diploma di Maestro Merlettaio e la successiva Specializzazione presso la Scuola Corsi Merletti di Gorizia ora Fondazione.

Dal 2010 dirige il suo laboratorio artistico “Il Filo dei Pensieri” a Trieste.

Nel 2015 ha partecipato al Concorso indetto dalla Fondazione Musei Civici di Venezia con un’opera che è stata premiata e ora appartiene alla Collezione del Museo del Merletto di Burano.

Collabora attivamente con la rivista specializzata “Die Spitze”.

Tiene regolarmente corsi di merletto per l’Associazione “Verein und Textile Spitzenkust in Österreich” (Vienna) e l’Associazione “Deutscher Klöppelverband” (Germania).

Il suo sito internet è: http://www.ilfilodeipensieri.com/home.htm

Tutti i lavori pubblicati in questa intervista sono stati eseguiti dalla Maestra Diana Dussi.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “UN’ESTATE CON LA STREGA DELL’OVEST” DI KAHO NASHIKI

Feltrinelli, 2017

Chi mi conosce bene, sa che non avrei potuto perdermi la lettura di un romanzo con questo titolo.

La vicenda racconta l’estate della tredicenne Mai trascorsa a casa della nonna, una signora inglese rimasta vedova, che abita tra le montagne giapponesi, immersa nella natura e nel silenzio. Mai è considerata una bambina difficile, non vuole più andare a scuola e sua madre pensa che la vicinanza alla matriarca, in un luogo incontaminato come quello in cui risiede, potrebbe indurla a cambiare atteggiamento.

Mai e sua madre hanno sempre chiamato la nonna “La Strega dell’Ovest”, ma solo vivendo con lei, la ragazza scoprirà che quel soprannome non è il risultato di uno scherzo, bensì la verità. La nonna insegnerà alla nipote a usare la magia nella vita quotidiana, in seguito a un addestramento intenso, ma soprattutto attraverso l’amore, l’ascolto, la comunicazione, e i tempi lunghi e semplici della vita di montagna.

Nashiki scrisse questo romanzo breve nel 1994 con il chiaro intendo di opporsi alla “società di massa”, alle “voci tonanti” che vorrebbero le persone tutte allineate, uguali, conformi a una visione comune. Si capisce, tra le righe, che l’autrice è diversa da questo modello. Essere “diversi” in Giappone, è sempre stato un difetto. La sua Mai è diversa per ragioni comprensibili e commoventi, per noi occidentali, ma nella sua terra rischia l’emarginazione. Mi ha colpita piacevolmente trovare una voce letteraria capace di lottare contro questa forma mentale usando la dolcezza di un romanzo che non sbraita, non urla, ma sussurra e, in questo modo, raggiunge direttamente il cuore. Non mi sorprende, quindi, che “Un’estate con la Strega dell’Ovest” sia stato un successo proprio in quel Giappone che avrebbe dovuto ripudiarlo. Evidentemente, Nashiki e la sua creatura, Mai, non sono le sole ad avere una personalità altra, rispetto a quella della massa.

Ho apprezzato molto la storia, l’intrigante presenza della nonna inglese nella realtà orientale, e soprattutto la sorpresa: tre racconti a fine romanzo, che riprendono l’atmosfera e i personaggi della storia. L’autrice li ha scritti nel corso di questi venticinque anni e li ha donati ai suoi affezionati lettori. Un dono essenziale, dal momento che ci si sente davvero orfani della Strega dell’Ovest, una volta terminata la storia.

Commenti da Facebook
Continue Reading