RECENSIONE: “UN’ESTATE CON LA STREGA DELL’OVEST” DI KAHO NASHIKI

Feltrinelli, 2017

Chi mi conosce bene, sa che non avrei potuto perdermi la lettura di un romanzo con questo titolo.

La vicenda racconta l’estate della tredicenne Mai trascorsa a casa della nonna, una signora inglese rimasta vedova, che abita tra le montagne giapponesi, immersa nella natura e nel silenzio. Mai è considerata una bambina difficile, non vuole più andare a scuola e sua madre pensa che la vicinanza alla matriarca, in un luogo incontaminato come quello in cui risiede, potrebbe indurla a cambiare atteggiamento.

Mai e sua madre hanno sempre chiamato la nonna “La Strega dell’Ovest”, ma solo vivendo con lei, la ragazza scoprirà che quel soprannome non è il risultato di uno scherzo, bensì la verità. La nonna insegnerà alla nipote a usare la magia nella vita quotidiana, in seguito a un addestramento intenso, ma soprattutto attraverso l’amore, l’ascolto, la comunicazione, e i tempi lunghi e semplici della vita di montagna.

Nashiki scrisse questo romanzo breve nel 1994 con il chiaro intendo di opporsi alla “società di massa”, alle “voci tonanti” che vorrebbero le persone tutte allineate, uguali, conformi a una visione comune. Si capisce, tra le righe, che l’autrice è diversa da questo modello. Essere “diversi” in Giappone, è sempre stato un difetto. La sua Mai è diversa per ragioni comprensibili e commoventi, per noi occidentali, ma nella sua terra rischia l’emarginazione. Mi ha colpita piacevolmente trovare una voce letteraria capace di lottare contro questa forma mentale usando la dolcezza di un romanzo che non sbraita, non urla, ma sussurra e, in questo modo, raggiunge direttamente il cuore. Non mi sorprende, quindi, che “Un’estate con la Strega dell’Ovest” sia stato un successo proprio in quel Giappone che avrebbe dovuto ripudiarlo. Evidentemente, Nashiki e la sua creatura, Mai, non sono le sole ad avere una personalità altra, rispetto a quella della massa.

Ho apprezzato molto la storia, l’intrigante presenza della nonna inglese nella realtà orientale, e soprattutto la sorpresa: tre racconti a fine romanzo, che riprendono l’atmosfera e i personaggi della storia. L’autrice li ha scritti nel corso di questi venticinque anni e li ha donati ai suoi affezionati lettori. Un dono essenziale, dal momento che ci si sente davvero orfani della Strega dell’Ovest, una volta terminata la storia.

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RECENSIONE: “MAGIA NERA” DI LOREDANA LIPPERINI

Bompiani, 2019

Mi succede spesso di parlare con lettori forti come me e, nella maggior parte dei casi, trovo pochi appassionati di racconti, classici a parte. Le ragioni si sprecano e non starò qui a tediarvi spiegandovele, ma trovo che sia un vero peccato. Il “problema” è soprattutto nostrano. In America, per esempio, c’è molto interesse verso le short stories, sia perché rappresentano un cavallo di battaglia letterario nazionale, sia perché si sposano perfettamente con i tempi stretti dei lettori oltre oceano. Un racconto si può leggere in una manciata di minuti e, nella terra degli smartphone, dei tablet e dei laptop, è perfetto.

A questo punto, sono certa di non sbagliare nell’affermare che ci vorrebbero più Lipperini, nella letteratura italiana. Ho comprato la sua raccolta di racconti intrigata dal nome suggestivo: “Magia nera”, ma senza alcuna aspettativa. Non avevo infatti mai letto nulla dell’autrice. Che errore madornale! Dovrò correre subito ai ripari, perché, in effetti, Loredana Lipperini è una scrittrice che non può mancare nella vostra biblioteca personale. Ha una scrittura fluida, potente, evocatrice. Le storie che racconta non si dimenticano, sia perché alcune di esse affondano le radici nella storia, e quindi le sentiamo vibrare in noi come una eco, sia perché hanno una potenza, un pathos che pochi altri autori possono vantare. In Italia, per esempio, non me ne viene in mente proprio nessuno.

Mentre leggevo questi racconti magici -in tutti i sensi- continuavo a registrare mentalmente: “questo è il mio preferito, “no, questo è il mio preferito, devo ricordarmene per recensirlo a dovere”, “ma no, ma anche questo!” e così, a un certo punto, ho lasciato perdere. Non c’è un solo racconto che non valga la pena di essere divorato e consumato, integrato e naturalmente ricordato.

Ho apprezzato molto anche la presenza di strofe di canzoni diverse per ogni racconto. Mi sono pure commossa quando ho trovato “Them bones” degli Alice in Chains nel racconto “Baby Blues”, perché questa band grunge mi ha accompagnata durante tutto l’arco della mia adolescenza e, quando sono arrivata alla fine della lettura del racconto, non ho potuto resistere e sono corsa a raccontarlo a mio marito che, da appassionato grunge, è rimasto molto coinvolto dal mio riassunto e dalla presenza di una canzone così underground all’interno di un libro edito da una casa editrice famosa come Bompiani. Senza contare che la trama di “Baby Blues” è inquietante: gioca su un argomento serio come questa forma depressiva che colpisce alcune neo-mamme, perciò poteva rivelarsi rischioso, in tempi di “politicamente corretto” a tutti i costi. Invece la storia prende una piega agghiacciante e il finale è davvero inaspettato e degno di un racconto dell’Ottocento inglese.

La raccolta di racconti è suddivisa in quattro temi:

  • Matrimoni;
  • Madri;
  • Ribellioni;
  • Doni.

Vi invito a leggere questo libro perché vi incanterà, vi farà riflettere e certamente vi spronerà a voler conoscere Lipperini molto di più, attraverso i suoi scritti.

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RECENSIONE: “LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKUE” DI DURIAN SUKEGAWA

Einaudi, 2018

Sentarō ha un passato difficile, ma un uomo gli ha dato fiducia e ora gestisce Doraharu, un piccolo take-away che sforna Dorayaki, un dolce composto da due dischetti di pandispagna e farcito di An (marmellata di fagioli rossi azuki). Sentarō spera di ripagare il suo debito al datore di lavoro prima possibile, anche perché lui è uno scrittore e vuole occuparsi di libri. Almeno, è quello che pensa, mentre si ammazza di lavoro ai fornelli per tutto il giorno, sette giorni su sette. Eppure l’incontro con la signora Tokue fa traballare le sue certezze. Si incontrano proprio da Doraharu, quando Sentarō riceve da lei la proposta di collaborazione. Inizialmente è incredulo: come può una signora, certamente pensionata, voler lavorare in un posto che richiede tante energie? Eppure lei è irremovibile, e arriva a richiedere la metà di quanto Sentarō può offrirle. Spalle al muro, l’uomo non può far altro che accettare, anche perché gli affari languono e la signora Tokue sembra saperla lunga sulla preparazione dell’An. Infatti quella collaborazione cambia tutto, perché la signora Tokue è davvero un’esperta pasticcera. Ha avuto tutta la vita per diventare così brava in cucina e i motivi non tarderanno a emergere, portando scompiglio nella vita di Sentarō e di una giovane cliente che si affeziona all’anziana.

Ho saputo che avrei amato questo romanzo fin dalla sua copertina, che rappresenta davvero una sintesi perfetta del romanzo (non sempre è così, anzi!), ma anche perché, leggendo la presentazione dell’autore, ho scoperto un multi-talento: scrittore, poeta, clown e due lauree agli antipodi. Una in Filosofia Orientale e l’altra in Pasticceria del Giappone. Ora, quando una persona sa fare tante cose, può essere incapace di fare tutto e bene, oppure può essere un genio. Sukegawa si avvicina al genio. Ha scritto un romanzo non impeccabile, ma che si ricorda, sia per i contenuti, sia per la spiegazione di eventi storici che non conoscevo -e molti di voi li scopriranno come me, leggendo il romanzo-. L’autore ci parla di disagio sociale ad ampio spettro. Tutti i protagonisti vivono problemi più grossi di loro e tutti lottano per non restare schiacciati da essi, perché vivere in Giappone, ancora oggi, può essere molto difficile. I pregiudizi sono forti e creano un tipo di emarginazione che a noi può sembrare incredibile, ma che laggiù è assolutamente “comprensibile”, e lo metto tra le virgolette, perché pur rispettando le altre culture e religioni, ho sofferto leggendo, in particolare, ciò che ha dovuto subire la signora Tokue.

Consiglio il romanzo a tutti, non solo a chi è pazzo per i dolci come me, perché questo è un romanzo che offre molto ai suoi lettori. Inoltre, chi è interessato, può vederne anche la trasposizione in pellicola: “Le ricette della signora Toku” è uscito nel 2015 con la regia di Naomi Kawase.

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RECENSIONE: “SPLENDERE” DI JOHANNA MAGGY

Mondadori, 2019

Pochi giorni fa ho festeggiato il mio compleanno: 40 anni. Che traguardo! Sono innamoratissima del numero 40, dal significato simbolico così potente. Durante la mia festa, le amiche si sono premurate di rendermi felice nel modo più semplice e concreto: regalandomi buoni per l’acquisto di libri, saggi e romanzi. Potete immaginare come mi sono sentita: una bambina a cui abbiano regalato un abito pieno di brillantini e volant, o una bacchetta magica di Hermione. Naturalmente mi sono subito tuffata nelle letture, tra le quali figurava “Splendere” di Johanna Maggy.

Sono consapevole del fatto che molti di voi hanno dei pregiudizi su libri come questo: titoli e foto accattivanti, concilianti. Manuali di auto-aiuto, motivazionali. Sottotitoli zuccherosi come: “Piccoli incantesimi per brillare ogni giorno”. Eppure avete mai pensato che, fermarsi alle evidenti operazioni di marketing, potrebbe farvi perdere qualcosa di importante?

Prendete me: teoricamente non avrei alcun bisogno di manuali di auto-aiuto e men che meno motivazionali. Il buon Salvador Dalì scriveva: “La droga sono io!” Tranchant. Eppure mi ci ritrovo: non ho bisogno di droghe, né di motivazioni per vivere serena, entusiasta e ben centrata. Sto bene, mi sento in armonia con me stessa e il mondo da molti anni. E’ stata una lunga strada, ma è valsa la pena attraversarla, sia per il benessere personale che ne è derivato, sia per quello che oggi posso estendere alle persone care della mia vita. Quindi vi chiederete: perché hai preso quel libro? Perché seguo l’autrice da diverso tempo sia attraverso il blog, sia attraverso Instagram e trovo i suoi consigli misurati, costruttivi e utili. E’ madre come me. Ha i suoi impegni quotidiani e professionali (come insegnante di Pilates e coach Olistica) come me. E sorride quasi sempre, proprio come me. Dulcis in fundo proviene da un Paese, l’Islanda, che trovo affascinante e che un giorno desidero visitare insieme alla famiglia. Ho sempre pensato che il suo sguardo avesse qualcosa di originale, di laterale rispetto al nostro, e non mi sbagliavo.

Nel libro, Johanna spiega la sua infanzia: era una bambina selvatica che, come i suoi conterranei, fin da piccola dormiva all’aria aperta, certo ben coperta, ma esposta agli agenti atmosferici più estremi. I suoi occhi hanno convissuto con il cielo fin dai primi mesi di vita, quel cielo immenso, nuvoloso e terso, luminoso e oscuro, che le ha trasmesso -ne sono certa- la consapevolezza di quella che è la vita di ogni creatura vivente, uomini inclusi: un continuo scorrere da un opposto all’altro, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione. Uno scivolare da un estremo all’altro che, tuttavia, dovremmo cercare di affrontare con uno scopo: quello di raggiungere il centro, l’equilibrio, l’accettazione. Attraverso le esperienze della sua infanzia, la constante consapevolezza di essere ancora quella bambina -riconoscimento del Sè autentico-, Johanna affronta la vita con il sorriso, e ha le risorse per combattere contro le avversità. Elargisce consigli pratici: dalla respirazione, pilastro della vita consapevole, al cibo. Dall’acqua alla creazione di una routine quotidiana sana per se stessi e per la famiglia. Dalla necessità di prendersi cura di sé a quella di stare più possibile a contatto con la prima Madre, Madre Natura, la Grande Madre.

Secondo alcuni, sono semplici dimostrazioni di buon senso. Una mia amica ha detto: “Beh, ma non dovremmo farlo tutti? E’ come se ci fossimo dimenticati dove sta il nostro Bene”. Certo che è così! La maggior parte delle persone ha scordato di riconnettersi alla sua parte bambina, al Sè interiore. Come scrivo spesso, ci sono lavoratori e studenti che non sollevano lo sguardo da terra e dallo smartphone per tutto il giorno e non guardano il cielo neppure una volta. Quel cielo che ha così tanto da insegnarci, così come ogni altro elemento della natura. Quel cielo che Johanna, bambina, ha osservato tanto a lungo e che le è entrato dentro.

Ho una teoria. Premetto che entriamo nel realismo magico: Johanna è l’incarnazione di una fata islandese. Un bel giorno, la fata ha deciso che voleva vivere nuove avventure e ha scelto un piccolo corpicino dentro al quale entrare. Così è diventata Johanna, una bambina vivente che porta nel suo dna i geni dei vichinghi, i temuti e resilienti dominatori dei mari nordici. Ora la fata vichinga vive tra noi e ci trasmette una percezione ancestrale della Natura e la forza, la tenacia per riconnetterci a essa.

Mi piace tanto pensare a Johanna in questi termini. E come potrebbe essere altrimenti per chi scrive parole come queste:

“Ciascuno di noi ha dentro qualcosa che deve tenere a bada e di cui si deve occupare. Non significa che siamo guasti, sbagliati o negativi.

Come esseri umani conserviamo la traccia di un evento passato, a volte piccolo, a volte molto grande -dipende da cosa ci è accaduto-, la cui voce sottile ha bisogno di essere ascoltata. È rimasto sulla tua anima un segno che non ti ha più abbandonato e al quale non hai prestato sufficiente attenzione. Magari non sai nemmeno che per tutto questo tempo ha bloccato un flusso di energia positiva dentro il corpo. Prova a ricordartene. Poi abbraccia il bambino che eri, teneramente e con consapevolezza. Lui è sempre stato presente e lo è ancora, ha bisogno di te e delle tue attenzioni, della tua cura. Chiediti come si sentiva, in mezzo alla natura, nel suo posto sacro. Cosa lo ha strappato da lì? Quale azione o parola lo ha ferito?

Molte persone vivono una vita intera trascurando questa parte della loro esistenza. Una parte perduta, sola, rinchiusa dentro di noi ma che richiede attenzione, amore e solo un abbraccio. Chiede soltanto che la sua voce sia ascoltata. Se l’abbiamo sempre ignorata, probabilmente esploderà in un comportamento o in parole che non riconosceremo che non avremmo mai pensato di voler dire. Potremmo arrabbiarci facilmente, diventare nervosi, trattare le persone che amiamo in modo inaspettato.

Diamo a noi stessi il tempo e l’amore per domandarci che cosa non va. Stai bene? Come ti senti davvero? Ogni volta che ce lo domanderemo, nelle diverse fasi della vita, troveremo risposte differenti e nuove. È un processo che non finisce mai. Per ogni fase che attraversiamo ci saranno nuovi splendori.

L’amore per noi stessi è accettazione di chi siamo, in ciascun passo, in ciascun momento del viaggio. L’amore e la cura di sé richiedono duro lavoro, una profonda connessione e un tempo dedicato durante tutto il corso della propria vita. Un tempo che meritiamo, profondamente e veramente. Quando siamo in contatto con noi stessi e abbiamo un equilibrio sano viviamo in modo diverso. Spontaneamente mangiamo cibi sani, desideriamo camminare in mezzo alla natura, fare Pilates, Yoga, o qualsiasi tipo di esercizio fisico.

E la nostra famiglia trae beneficio dal nostro stato”.

Sì, ne vale la pena. Lo sa Johanna. Lo so io. Ho trovato un’anima gemella e sono certa che anche a voi verrà voglia di diventare -o tornare a essere- così, dopo aver letto “Splendere”.

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RECENSIONE: “IL METODO ARISTOTELE – COME LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI PUO’ CAMBIARE LA VITA” DI EDITH HALL

Vai in biblioteca per prendere un libro e, se non stai attenta a tenere lo sguardo fisso sul banco del bibliotecario, finisce che ti porti altri volumi a casa. Vi succede? A me sempre! Poco tempo fa è accaduto proprio con questo saggio su Aristotele e il suo pensiero, di cui avevo già letto sulle riviste letterarie. Non mi pento dell’ennesimo libro portato a casa (anche perché stavolta era gratis!), anzi, opere come questa sono benedette, soprattutto nel nostro mondo caotico e controverso.

Edith Hall è una delle più importanti classiciste del mondo e insegna Lettere classiche al King’s College di Londra. Ha scritto diversi libri divulgativi sull’antica Grecia e sulla sua filosofia e in questo ha infuso tutti i cardini del pensiero aristotelico. Il libro è diviso in capitoli che possono essere letti e ripresi più volte, infatti i titoli sono: Felicità, Potenziale, Decisioni, Comunicare, Conoscenza di sé, Intenzioni, Amore, Comunità, Tempo libero e Caducità. Insomma, un saggio che rimane sul comodino per tutta la vita, che può essere consultato spesso, per schiarirsi le idee, prendere decisioni e scegliere il giusto percorso da intraprendere in un momento in cui ci si sente confusi. Anzi, io credo che questo testo andrebbe letto a scuola. Fin dalle medie. Perché? Vi propongo uno stralcio illuminante:

“I Leitmotive di Aristotele sono i seguenti: studio della situazione con cui si è alle prese, ponderazione, continua attenzione alle intenzioni, flessibilità, buon senso pratico, autonomia individuale, importanza di consultarsi con gli altri. E la premessa fondamentale della sua concezione della felicità è straordinariamente semplice e democratica: tutti possono decidere di essere felici. Dopo un certo tempo, agire rettamente diventa un’abitudine radicata, che fa stare bene con se stessi. Lo stato mentale che ne consegue è quello che va sotto il nome di eudaimonia, usato da Aristotele per indicare la felicità”.

Lo confesso: per anni non mi sono voluta avvicinare allo stagirita perché avevo letto che considerava donne e schiavi inferiori e, di conseguenza, nei suoi scritti, non c’era niente per loro. Mi sono dovuta ricredere leggendo Hall, una donna, che per prima si era relazionata a questo dato di fatto. La professoressa ricorda il rapporto che ebbe Aristotele con le donne della sua vita, in particolare con Erpillide, la madre dell’amato figlio Nicomaco. Il filosofo non sposò Erpillide, probabilmente perché apparteneva a un rango inferiore, ma non soltanto la trattò da sua pari: prima di morire si assicurò che le venissero assegnati dei servitori, delle proprietà e una parte sostanziosa di denaro. Allo stesso modo, nel suo testamento scrisse di liberare gli schiavi di sua proprietà. Hall è certa che, se Aristotele vivesse nella nostra società, si ravvederebbe circa il potenziale della donna, osservando con scrupolo tutto ciò che riusciamo a fare, da nubili e da sposate, da ragazze e da vegliarde, con pochi mezzi o dotate di ricchezza.

Trovo questo saggio così utile da scambiarlo per un manuale. Sarò la prima a tenerlo sul comodino per consultarlo ancora e ancora. Non posso fare altro che consigliarvi caldamente di leggero e di riflettere sopra ogni singolo capitolo.

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RECENSIONE: “LA VEGLIA DI LJUBA” DI ANGELO FLORAMO



Bottega Errante Edizioni, 2018

Dovete sapere che, per quanto mi riguarda, leggere un articolo, un saggio, un romanzo o un pensiero volante vergato da Angelo Floramo è garanzia di successo. E non sto parlando di un successo planetario, che ricopre uno scrittore di onori e soldi. Mi riferisco a un successo più grande: l’epifania dell’anima. Questo accade perché Floramo è un Grande Uomo. Uno di quei pochi grandi uomini rimasti sulla terra, nella nostra epoca, un dono che Dio, o l’Energia Universale, o come lo volete chiamare, fa all’umanità per aprirle gli occhi, per farle comprendere che l’esistenza è multidimensionale, che siamo circondati di innumerevoli sfumature di emozioni e sentimenti, che da un’esperienza si possono trarre il bene e il male e poi la giusta via di mezzo, e che la vita vale la pena di essere vissuta fino in fondo, anche quando sembra che abbia mani così forti e grosse il cui unico scopo è quello di strangolarti.

E a sentirsi strangolato dalla vita in questo modo, avrebbe potuto essere proprio il protagonista del libro, Luciano Floramo, detto il Nini, cresciuto a Sveto, un paesino dell’entroterra carsico, in Istria, che ebbe un’infanzia bucolica e semplice pennellata di colori vivaci, speziati e amici speciali, ma che subì in seguito le tempeste della storia, che indussero la sua famiglia ad andarsene dalla terra del miele e del sangue, per trasferirsi in Italia, bollati come esuli e profughi.

Ho letto molte storie sugli esuli dalmato-istriani, ma nessuna ha il sapore di “La veglia di Ljuba”, perché la mescolanza del sangue dei Floramo impedisce fin dalla genetica un’uniformità di intenti e riconoscimenti. Il Nini, infatti, era figlio della majestra, la maestra di Sveto e di un siciliano, spedito al confino, ai margini di quella che all’epoca era tutta Italia, per non aver aderito al fascismo. Insomma, si trattava di un bambino per metà istriano e per metà siciliano, un unicum, fin dalla nascita. E infatti spiccava tra tutti, con la sua zazzera scura, tutta riccioli e la pelle ambrata, un piccolo animaletto selvatico e vivace in mezzo a una fila di teste biondissime o rosse e occhi chiari come ruscelli baciati dal sole. Il Nini era amatissimo al villaggio per la sua indole, soprattutto da Jolka, una signora che si occupava delle pulizie della sua casa e che custodiva un passato doloroso, raccontato con delicatezza e partecipazione dall’autore.

Il libro è una vera matrioska, un insieme di storie nella storia, di vite spezzate dalle decisioni prese dai potenti e un inno alla ribellione civile, perché quel Nini, così disperatamente innamorato della sua Terra Madre, strappato da essa a forza, non ha mai dimenticato le sue origine, perché puoi tagliare un albero, ma le sue radici rimangono sotto terra e continuano a pulsare di vita. Così fu per il Nini, che venne sballottato dapprima a Trieste, poi a San Daniele del Friuli e mai, mai volse il suo sguardo lontano dall’Istria, da Sveto, anelando al ricongiungimento come Odisseo alla sua Itaca. Tutta la sua vita fu una ricerca di emancipazione per un ritorno sicuro. E trionfò in ogni sua scelta: studiò tanto, si laureò, lavorò sodo prima e dopo essersi dedicato all’istruzione (si faceva in bicicletta Cividale-Trieste e ritorno per frequentare l’università!) e, se qualche lettore potrebbe tacciarlo di inadeguatezza, o eccessiva umiltà, perché si oppose per tutta la vita alle mazzette, ai “favori” tra potenti e ad altre nefandezze economiche e politiche, vi assicuro che la sua onestà è una perla rara e potente, in questo mondo di apparenze e arrivismi, di superficialità e interessi.

Un uomo come Nini, non poté che scegliere una donna in cui riflettersi come in uno specchio: Laura, da lui chiamata teneramente Ljuba, una ragazza friulana che conobbe a San Daniele del Friuli. Lei, così giovane, già lavorava, eppure scoppiava di interesse verso il sapere che il “professore” voleva divulgare a tutti, anche a chi non poteva permettersi un istruzione. Se c’è un appunto che potrei fare all’ultima opera di Angelo Floramo è proprio questo: nei suoi libri in generale e in questo, in particolare, poco spazio, poca profondità vengono dati alle donne. Avrei voluto saperne di più di Antonietta, la madre di Nini, di Ljuba e delle sue figlie, Ave e Fiorella. La descrizione dell’anima spezzata di Jolka è stata illustrata con un episodio duro, ma dovuto per comprenderne l’essenza e amarla, mentre per le donne della vita di Luciano e Angelo Floramo, il sipario cala, celandone gli spiriti certamente indomiti, luminosi, che molto avrebbero da trasmettere ai lettori e a intere generazioni.

Poi ho letto la Postfazione di Angelo Floramo: scrisse il libro tra l ‘8 giugno e il 22 luglio 2018. Un fiume in piena, un flusso di coscienza riversato su carta. La scrittura di questo libro fu catartica: gli permise di sciogliere il nodo di dolore che lo aveva accompagnato troppo a lungo, a causa della morte di suo padre. Allora ho capito. Il primo racconto che scrissi fu sulla morte di una mia prozia, Baba Jela, avvenuta in Bosnia, durante il conflitto. Non mi venne concesso di partecipare al suo funerale perché il ritorno nella Jugoslavia in fiamme sarebbe stato pericoloso per un adolescente come me. Ci andarono solo mia madre e mio fratello, lasciandomi nella disperazione, a casa, mentre mio padre poteva stordirsi almeno attraverso il lavoro. Macinai tanta di quella sofferenza e ingiustizia, da sprofondare in un abisso. Poi i miei cari tornarono e misi da parte il mio dolore per occuparmi del loro. Passarono i mesi e mi sentii schiacciata dall’oppressione, fino a quando non decisi di buttare tutto sulla carta e scrissi un racconto che parlava di lei, Jelica, la mia Jela, che aveva fatto la fiorista a Zenica, e che aveva appreso lì la caffeomanzia, frequentando amiche musulmane. Tornata a Vranjak, si era portata appresso anche quella conoscenza e leggeva i fondi di caffè a tutto il quartiere e il villaggio, senza richieste di denaro o altro: in Bosnia, leggere il caffè era un modo per stare insieme, per raccontare le proprie gioie e i dolori, confrontarsi con l’altro, chiedere ed elargire consigli. Anche l’ultimo giorno della sua vita, prima di uscire di casa per non fare più ritorno, bevve il caffè. Mia madre trovò la sua tazzina capovolta sulla finestra, dove la lasciava sempre e ci vide chiaramente una croce gialla, segno inequivocabile di morte. Baba Jela l’aveva vista prima di uscire? Oppure non ne aveva avuto il tempo e si era lasciata quel nefasto presagio alle spalle? Non lo sapremo mai. Ciò che io so, è che la sua eredità non è andata perduta, né il suo ricordo e che la scrittura mi ha regalato la catarsi, ha portato via quel dolore lacerante, lasciando solo la dolcezza, la tenerezza infinita dei ricordi e gli insegnamenti di Baba Jela.

Così deve essere stato per Angelo Floramo, cui va la mia gratitudine per averci regalato l’ennesimo pezzo della sua anima, della storia dell’Istria e della Jugoslavija.

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RECENSIONE: “LA CASA CHE MI PORTA VIA” DI SOPHIE ANDERSON

Rizzoli, 2019

Poi dicono che Facebook sia il male…

Come ogni altro mezzo a nostra disposizione, dal mestolo della cucina alla penna stilografica, uno strumento è inerme finché non gli infondi vita, non lo muovi nella direzione che desideri. Allo stesso modo, se un social viene utilizzato a fini conoscitivi, apre mondi. E così è successo anche stavolta: Morena Luciani Russo, sul suo diario Facebook, ha tessuto le lodi di questo libro per ragazzi e, non appena ho capito che si trattava di una storia contemporanea di Baba Jaga (come la chiamo io, ma voi la troverete nel libro con la “y”), mi sono precipitata in libreria per acquistarlo. Sì, perché nonostante le mie scorribande letterarie, non lo avevo visto e me lo sarei probabilmente perso, se non fosse stato per Facebook.

Ora, questa recensione è indirizzata al romanzo, non al social, ma se sono così petulante è solo perché vorrei evidenziare ancora una volta che il dito va puntato su chi e come utilizza un social, non sul social in sé…

Tornando al protagonista di questo post, sono rimasta incantata dalla trama: Marinka è una giovane ragazza dai capelli rossi che gira il mondo su una casa con le zampe di gallina, la casa di Baba Jaga, la Guardiana del Cancello, ovvero colei che accompagna i morti sulla soglia tra il mondo dei vivi e quello delle stelle. Ogni notte, ovunque si trovi, Baba Jaga prepara da mangiare per i defunti che arriveranno: borsch, kvass e altre leccornie russe. Accorda la sua balalaika e prepara il foulard rosso con i teschi e l’atmosfera della sala da pranzo affinché tutto sia accogliente e dolce per l’ultimo banchetto dei morti. A Marinka spetta il compito quotidiano di preparare il recinto di femori e teschi, senza il quale gli spiriti non saprebbero riconoscere una casa Jaga da qualsiasi altra. Ma ogni giorno che passa, a Marinka quel compito pesa di più, perché rispecchia il suo futuro, già tracciato: un giorno diventerà la Guardiana del Cancello, ma lei non desidera quella vita. Ad accompagnare la ragazza c’è una taccola nera, che lei ha adottato quando era solo un pulcino e poi c’è la casa stessa, che fin da bambina l’ha coccolata e amata come una seconda madre, facendo crescere per lei giardini di muschio in camera e sbocciare fiori profumati da rami che faceva crescere accanto alla fanciulla. Tutti doni meravigliosi che però, Marinka, come ogni adolescente o preadolescente, inizia a sentire come pesanti fardelli, lei, che vuole un’altra vita.

Leggere questa storia è stato come tornare all’infanzia e all’adolescenza, perchè la favola di Baba Jaga è nota in tutto il mondo slavo e perciò anche nella mia famiglia e, anche se così non fosse stato, l’avrei scoperta da sola, perchè sono molto legata alle mie radici. È stato quindi sorprendente scoprire che anche la nonna materna dell’autrice gallese Sophie Anderson, Gerda, era slava e proprio da qui deriva la passione della nipote per tutto il mondo delle favole slavo. Alla fine del romanzo c’è una breve ma chiarificatrice intervista alla scrittrice, che spiega proprio il suo interessamento a Baba Jaga attraverso i racconti della nonna, passione che è divampata in età adulta, quando ha voluto scavare, saperne di più di lei e da quelle ricerche si è formata la trama di “La casa che mi porta via”. L’ho sentita due volte vicina a me, sia per le radici comuni, sia per le ricerche che sfociano in romanzi!

Insomma, è una storia per ragazzi che consiglio davvero a tutti, grandi e piccini – io la leggevo a mio figlio quattrenne!- perché racconta la morte esattamente come andrebbe raccontata: come l’epilogo di una vita spesa bene (sta a noi condurla nel migliore dei modi!), con un gran banchetto finale, ricordi, musica e balli, prima di varcare il cancello che porterà i nostri spiriti tra le stelle, là da dove proveniamo tutti.

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RECENSIONE: “L’ETA’ DEI PROFETI” DI MATTEO FARNETI

Amazon, 2018

Oggi recensisco un romanzo che mi ha spiazzata su molti fronti.

Prima di tutto, io non sono un’amante dei generi giallo, noir, poliziesco, thriller, ecc e “L’età dei profeti” rientra certamente nel noir. Tuttavia sono passata oltre questo mio limite perché, come i lettori forti sanno, un romanzo può rivelarsi sorprendente anche se, a causa del suo genere, non lo avresti mai scelto, di primo acchito.

In secondo luogo, se la droga, la finanza e i certi estremismi di cui sono capaci gli uomini, vengono trattati in modo marginale, posso anche affrontarli, ma se per converso dominano una trama, mi respingono.

Ecco il punto. Ho trovato il romanzo di Farneti respingente, o forse è meglio usare il termine disturbante. Non perché sia scritto male, perché la trama sia contorta o, peggio, pretestuosa. “L’età dei profeti” è un romanzo scritto in modo impeccabile e, in filigrana, si possono intuire le passioni dell’autore -per esempio Capote- ma le vicende del protagonista, Mattia, sono torbide.

Mattia è un ragazzo che lavora in libreria, con una laurea in giurisprudenza in casa che gli ha fruttato ben poco. Sogna di riuscire nella vita, di farsi una posizione e di poter disporre di denaro a sufficienza per una vita degna di questo nome. Per questo non gli sembra vero quando un amico delle superiori, Nicola, il ricchissimo erede di Marcus Goldberg, dirigente di una delle banche svizzere più potenti al mondo, gli chiede di diventare il suo assistente personale. Mattia conosce i trascorsi di Nicola, i suoi lati oscuri e intravede i pericoli che rischia di correre, stando accanto a un fuoco inestinguibile come quello, ma si lascia travolgere. Il suo sarà un percorso in salita, non verso un futuro edificante e ricco, come aveva sognato, ma verso un crescendo di eventi drammatici, violenti e lutti che lo travolgeranno.

E non è tutto così semplice, perché nella vita di Mattia non è sufficiente la fredda determinazione di Nicola, il suo calcolo machiavellico per arrivare dove desidera, a prescindere dalle conseguenze e dai cadaveri che si lascia alle spalle. Nella vita di Mattia, infatti, intervengono anche altri amici, tutti provenienti dal periodo adolescenziale e tutti invischiati nella melma che Nicola ha saputo produrre, e interviene anche un’inquilina scrittrice curiosa e innaffidabile, oltre a Giulia, una ragazza innocente che pagherà un prezzo troppo alto per aver attraversato, anche solo di striscio, lo spettro mefitico di Nicola e della sua famiglia.

Insomma, nonostante le mie ritrosie, il romanzo mi ha tenuta incollata fino all’ultima pagina perché, per coinvolgere le letture attuali, è come vivere il contrasto tra l’apollineo e il dionisiaco. Anelo all’apollineo, ma sono irresistibilmente attratta, a causa della mia natura umana, anche dal dionisiaco, come tutti noi. Così, sebbene aneli alle letture più luminose, più artistiche ed edificanti, mi ritrovo affascinata anche da quelle i cui contenuti si rivelano oscuri, torbidi e distruttivi.

Certamente un romanzo forte, di impatto, che non vi lascerà indifferenti e vi spingerà a porvi molte domande sugli angoli bui della vostra anima, quelli che cercate di visitare meno possibile.

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PRESENTAZIONE DEL PROGETTO: COMUNITA’-SCUOLA EVOLUTIVA 7 RAGGI: LA FORESTA DEI TALENTI

Ho partecipato con vivo interesse alla presentazione di un nuovo progetto scolastico e comunitario nella mia città, Gorizia. Ero a conoscenza di realtà alternative al sistema scolastico tradizionale, come le scuole Montessori e Waldorf (sistema Steineriano). Sapevo anche che c’era l’opzione dell’Home-Schooling, ovvero dell’insegnamento da casa per il proprio figlio, o un gruppo di bambini. Eppure non avevo mai sentito parlare prima di Scuola Democratica o di Home-Schooling “esteso”. Potete quindi immaginare la curiosità con la quale ho partecipato all’evento, essendo anche madre di un bambino di quasi cinque anni.

L’incontro si è svolto all’interno del Trgovski Dom di Corso Verdi, alle 17:00 ed è stato organizzato molto bene, perché le tre compagne di avventura, Barbara, Irina e Michela, si sono succedute l’una all’altra, raccontando ognuna la sua esperienza di vita, il suo percorso di donna, e madre e presentando una porzione del progetto. Tutto molto chiaro e coinvolgente. Vi presento il loro progetto così come l’ho trascritto.

Barbara è presidente dell’associazione e ha tre figli. A vent’anni ha cominciato a nutrire una grande passione per la potenzialità dell’uomo e ha conosciuto persone che, come lei, guardavano nella stessa direzione. Si è iscritta a un corso di Anthony Robbins, uno dei motivatori più famosi della Riprogrammazione Neuro Linguistica (PNL), che insegna come usare le nostre risorse interiori. Terminati gli studi, si è iscritta alla scuola di coach e, in quel momento, è diventata mamma. Ha abbandonato il corso per dedicarsi al primo figlio. Così, dall’adulto, la sua attenzione si è spostata verso suo figlio, un bambino e il suo mondo. In lei è cresciuto il desiderio di approfondire la conoscenza di quella dimensione. Ha avuto altri due figli e li ha iscritti all’asilo Waldorf, prima in zona e poi in Brasile, dove si è trasferita con la famiglia per due anni. Al ritorno in Italia, ha riportato i figli alla Waldorf, ma si è resa conto che la scuola non rispondeva più alle sue esigenze. Si immerse allora ulteriori approfondimenti, tra cui la possibilità di non mandare i figli a scuola: la scuola pubblica è offerta dallo Stato, ma i genitori sono liberi di sostituirsi a essa.

Barbara illustra il pensiero di Sir Ken Robinson, Consigliere internazionale sull’educazione per i governi e le istituzioni no-profit, secondo il quale esiste un luogo dentro la nostra anima in cui le cose che amiamo e quelle che siamo bravi a fare si incontrano. Questo luogo è chiamato l’Elemento. E’ essenziale che ciascuno di noi nel corso della vita trovi il proprio Elemento e riesca a esprimere appeno talento e creatività. Ciascuno di noi nasce con delle capacità naturali straordinarie con cui perdiamo contatto man mano che cresciamo. Uno dei motivi per cui questo accade è l’istruzione che riceviamo. Il sistema scolastico attuale sembra fatto apposta per soffocare la nostra creatività e il risultato è che la maggior parte di noi non si renderà mai conto delle proprie capacità e di ciò che potrebbe fare. E questo rappresenta non solo una fonte di sofferenza e frustrazione, ma soprattutto una grande perdita per il futuro del mondo in cui viviamo.

Irina è nata e ha trascorso l’infanzia e la gioventù in Russia. Dopo la laurea in lingue all’università va a vivere in Slovenia, dove per 10 anni lavora come traduttrice e insegnante delle lingue. Quando si trasferisce in Italia e quando le nasce la figlia, comincia un nuovo percorso di vita. Dedicandosi alla crescita armoniosa della bambina, insieme al marito, cerca le soluzioni migliori per farle vivere un’infanzia felice. Avendo i dubbi riguardo alla scuola pubblica e sapendo che la bambina non vuole andarci, lei e il marito scelgono per la figlia l’educazione parentale. La bambina trascorre quindi il suo tempo, dai 6 ai 9 anni, dedicandosi a quello che le interessa e l’appassiona: impara a leggere e scrivere (in tre lingue) e a fare i conti da sola, avendo al suo fianco i genitori, sempre pronti ad accompagnarla nei suoi interessi e spiegarle le cose verso le quali prova l’interesse, tutto con i suoi tempi e ritmi.

Facendo parte dell’associazione delle famiglie russe, Irina e le sue amiche realizzano a Gorizia il progetto teatrale per bambini, rivolto all’inizio alla comunità russa in FVG e qualche anno dopo a tutta la cittadinanza, co-creando quindi gli spettacoli musicali e interattivi sia in russo che in italiano.

Irina diventa Servente del Gioco del Dipingere nel 2016 dopo aver fatto il corso di formazione con Arno Stern e propone questa attività ludica dal 2017 nel laboratorio di pittura “L’Isola della Traccia – Il Closlieu di Irina”.

Irina e Barbara hanno testato dunque tre anni di Home-Schooling con i figli e hanno capito che ai bambini servirebbe un gruppo dove possono stare lontano dai genitori, con altri bambini, ma dove ognuno di loro viene messo al centro.

Quando Irina ha incontrato Michela, assieme a Barbara hanno deciso di realizzare questo progetto per i bambini.

Michela è la fondatrice di questa Scuola. È una psicologa specializzata in Counseling. Faceva formazione e consulenza in azienda per temi come: relazione col cliente, gestione dello stress, ecc, tutto a fini di benessere ed ecologia. A un certo punto, ha rincontrato la scuola attraverso le due figlie e poi come insegnante per ragazzi adolescenti, nel corso di un’esperienza bellissima, che l’ha molto gratificata. Unendo tutte queste competenze ed esperienze, Michela ha realizzato che la relazione che c’è tra l’adulto e il bambino in crescita, e anche tra gli adulti educanti, è essenziale. Infatti, tutti questi tipi di relazione possono creare un ambiente armonioso, oppure stressante. Possono favorire l’entusiasmo, così come lo possono annientare. Dunque, approcciarsi in un certo modo ai bambini e tra adulti fa la differenza.

Poi è successo che Michela si è ammalata e ha iniziato a lavorare sulla propria malattia, giungendo alla conclusione che ci si ammala spesso per problemi che si hanno nel tempo presente, ma che talvolta affondano nel passato, addirittura nello stato prenatale. Sono come “buchi” che operano sconquassi dentro di noi. Da questa presa di coscienza è nata la sua volontà di creare per il bambino un ambiente accogliente, ecologico, tale da farlo diventare un adulto armonico e sano sotto ogni aspetto.

Quindi, tre strade, tre vite diverse si sono incrociate. È avvenuto uno scambio, anche bibliografico, di informazioni:

Secondo Sir Ken Robinson, ciascuno di noi nasce con delle abilità straordinarie, ma può succedere, anche a causa del sistema scolastico attuale, che non riusciamo a comprendere qual è il nostro talento, perché viene soffocato. Secondo lui, l’incontro tra la nostra mente e la nostra anima fa emergere il nostro talento ed è questo il fine della Scuola 7 Raggi.

Per fortuna, esistono già realtà in cui ai bambini è permesso di vivere e di imparare a sviluppare i propri talenti:

  • Scuola Democratica, Summerhill (Inghilterra), fondata da Alexander Niell nel 1929;
  • Sudbury Valley School, Framingham, MA (USA);
  • Kapriole, Friburgo (Germania.

In queste scuole l’alunno e la sua personalità vengono messi al centro, non la materia scolastica. È infatti l’alunno che decide cosa vuole imparare. La prassi pedagogica si basa su diversi sistemi: Montessori, Rebeca e Mauricio Wild, A.S. Neill, ecc.

Queste sono realtà extra-italiane, ma anche qui ci sono:

  • Scuola-Città Pestalozzi, Firenze;
  • Fondazione Reggio Children, Centro Loris Malaguzzi;
  • Scuola Democratica Flow Alc, Vicenza;
  • Scuola Montessori Capriolo, Brescia (che contiene Closlieu, il gioco del dipingere, che vedremo più avanti);
  • Colibrì, la scuola attiva dal 3 a 16 anni, di Sesto al Reghena (PN), creata da una tedesca come educazione parentale fino alle medie;
  • Serendipità, Scuola-Comunità, Osimo (AN) di Emily Mignanelli, una pedagogista affermata che ha deciso di dedicare la sua vita ai bambini. La sua scuola è quella che più corrisponde al nostro modello e con lei, infatti, Barbara, Irina e Michela hanno un contatto continuo. Emily lavora con bambini, adulti e famiglie, perché è certa che le famiglie debbano essere totalmente consapevoli dell’educazione del bambino attraverso la competenza pedagogica, psicologica e neuroscientifica.

L’associazione 7 Raggi nasce attraverso tutti questi passaggi. Il progetto si rivolgerà a tutti, tutta la comunità è infatti in un cammino di crescita ed evoluzione continua, dal bambino all’adulto.

Le Life Skills sono un insieme di abilità e competenze necessari all’uomo per vivere la propria vita nel benessere e nel successo interiore. Sono abilità essenziali da apprendere fin da piccoli e anche la sanità mondiale è d’accordo con i loro fini:

Per svilupparle, esse vanno proposte in tutti gli ambienti nei quali vive il bambino, non solo in quello familiare, ma anche in quello scolastico.

Il neuroscienziato Gardner scrive che, un tempo, si credeva che chi aveva delle capacità linguistiche e matematiche, fosse più intelligente rispetto agli altri. In realtà, lui è convinto che ognuno di noi possegga ben 9 tipi di intelligenza e quindi al bambino deve essere offerta la possibilità di svilupparli tutti affinchè, a un certo punto, ne emergano uno o più in particolare.

Nel progetto scolastico 7 Raggi, le caratteristiche fondamentali sono:

  • Formazione degli insegnanti;
  • Il lavoro con le famiglie;
  • La metodologia organizzativa e gestionale di studio: la scuola non avrà un solo metodo, ma diversi, perché gli strumenti a disposizione sono tanti. Si vuole partire dal bambino perché sarà lui a mostrare quale sarà il metodo migliore per lui.

Un’altra cosa fondamentale, per i bambini, è il gioco libero. Spesso succede di interrompere il gioco di nostro figlio, perché siamo di corsa, o secondo noi quel gioco non è importante. È sbagliato: i bambini apprendono attraverso il gioco, proprio come in natura accade ai cuccioli degli animali. I bambini di oggi, inoltre, hanno poche possibilità di giocare nel cortile, o per strada, come facevamo noi, per esempio. Per fortuna, in alcuni paesi si trovano bellissimi cartelli con la scritta: “Attenzione. Rallentare: in questo paese i bambini giocano ancora per strada”.

Ultimamente Andrè Stern ha illustrato come i neuroscienziati, fino a pochi anni fa, ritenessero che l’intelligenza si tramandasse attraverso i geni, mentre oggi si è compreso, attraverso l’epigenetica, che è l’uso che facciamo del nostro cervello a renderci intelligenti, o meno. È attraverso l’entusiasmo che i bambini imparano meglio: l’entusiasmo li fa volare, fa far loro cose straordinarie.

“Imparare non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che succede”. Il nostro cervello non è un magazzino per nozioni, bensì è strutturato in maniera tale da trovare soluzioni ai problemi. Allora sì che l’intelligenza galoppa e si sviluppa. Tant’è che ciascuno di noi ricorda oggi della scuola principalmente ciò che lo emozionava ed entusiasmava.

L’entusiasmo è il segreto ingrediente dell’apprendimento. Un input che viene compreso solo quando i nostri circuiti emozionali sono attivati. E come si attivano?

  • Col gioco libero;
  • Il gioco del Dipingere.

Arno Stern oggi ha 95 anni, e da 70 anni è Servente del Gioco del Dipingere. È considerato il primo esperto dell’Educazione Creatric. Osservando i bambini, i ragazzi e gli adulti dipingere e disegnare spontaneamente, senza un obiettivo da raggiungere, senza un maestro, senza valutazione e giudizi, ha scoperto che tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalle condizioni di vita, dal luogo dove vivono, dall’età, dall’esperienza, dalla cultura e dalle tradizioni, dipingono per il puro piacere di tracciare, e per il puro piacere di giocare. E la traccia naturale che rimane sui fogli non appartiene all’arte, non è una proposta terapeutica, non comunica niente. Tracciando esprimiamo la nostra memoria organica, ovvero la memoria prenatale dell’organismo, attraverso la Formulazione, un codice universale, autonomo e originale, programmato dalla natura. Questa manifestazione può succedere soltanto nelle condizioni del Closlieu, un luogo protetto, facendo il Gioco del Dipingere, ideato da Arno Stern. Arno ha scritto numerosi libri, parlando delle sue scoperte, del Gioco del Dipingere e del rispetto e della fiducia nel bambino (Felice come un bambino che dipinge, La Traccia Naturale, Il Gioco del Dipingere, Homo Vulcanus…).

Irina vuole portare Il Gioco del Dipingere del Closlieu nel progetto Comunità-Scuola Evolutiva, perché i valori del Closlieu sono fondamentali per lo sviluppo armonioso del Bambino di qualsiasi età: la fiducia nel bambino, l’assenza del giudizio, il rispetto assoluto verso l’infanzia e verso ogni essere vivente, la possibilità di (ri)scoprire e realizzare sé stesso in un gruppo di persone ma senza la competizione.

Andrè Stern è il figlio di Arno Stern – musicista, liutaio, scrittore, giornalista, conferenziere- e non è mai andato a scuola. Da anni si occupa della divulgazione dell’Ecologia d’Infanzia e collabora con diversi neuroscienziati e biologi per diffondere le nuove conoscenze riguardo all’infanzia. Il suo libro “Non sono mai andato a scuola” è tradotto in italiano.

Cosa fanno i Maestri della Foresta:

  • coltivano passioni e vocazione;
  • studiano e si formano costantemente;
  • hanno qualità umane e morali;
  • sono disponibili a lavorare su se stessi.

La ricerca dei maestri è essenziale per la Scuola 7 Raggi.

I percorsi di questa scuola sono i seguenti:

– 3-6 anni;

– 6-11 anni;

– 12-18 anni.

Nella Scuola 7 Raggi non ci saranno voti, ma un evoluzione individuale, quindi un’autovalutazione e da qui si svilupperanno le Life Skills visti prima.

Didattica per gli esami: come preannunciato, ogni anno il bambino sosterrà l’esame ministeriale presso una scuola pubblica della zona. Perciò noi, durante l’anno, seguiremo il programma ministeriale, ma in modo flessibile e individuale.

Parallelamente al percorso dei bambini, verrà data grande attenzione a quello dei genitori. Infatti, il progetto vuole integrarsi nel territorio con attività extra, corsi, incontri con talenti adulti, tutto in base alle richieste dei bambini e dei genitori:

La scuola aprirà nel comune di Mossa da settembre 2019 e le preiscrizioni saranno attive già dal 17 giugno al 12 luglio.

Nel corso dell’incontro, si è molto parlato dell’intento della Scuola, del suo spirito, ma i dettagli del percorso didattico verranno illustrati individualmente a ogni genitori richiedente e nel corso di un incontro settembrino.

Per qualsiasi tipo di richiesta, potete scrivere a:

E-mail: scuola.setteraggi@gmail.com

Whatsapp: Irina (3779769508), Barbara (3287855888)

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DA DIVERSAMENTE ABILI A DIVERSAMENTE FELICI – un viaggio nell’Autismo con Federico De Rosa

Il depliant e i miei appunti

La scorsa settimana ho assistito a un incontro speciale presso la Fondazione Carigo della mia città Gorizia. Il giornalista e scrittore Federico De Rosa, accompagnato da suo padre Oreste, è intervenuto per presentarci la sua condizione di ragazzo autistico.

Mi fermo subito: nel titolo di questo posto ci sono due termini: “diversamente abili” e “Autismo” che porterà la maggioranza di voi lettori a passare oltre, per scegliere un altro argomento. Non è colpa vostra, non del tutto, almeno. Esiste ancora un forte pregiudizio su queste realtà e ve lo dico io stessa che, confesso, a primo impatto mi sono sentita a disagio davanti a De Rosa. Il suo modo di muoversi, i suoi spasmi, certi versi, mi inducevano alla fuga. Una specie di reazione istintiva. Mentre provavo questa emozione così strana per me, che nella vita non sono mai fuggita da niente, mi domandavo: “perché reagisci così? Non lo conosci neppure. Sei qui per imparare qualcosa di nuovo. Ti sei mai fermata davanti all’apparenza? No, e allora perché adesso vorresti andartene, o guardare altrove?” Mi sono data della stupida e ho sollevato lo sguardo. L’incontro è cominciato e, alla sua conclusione, mi sono sentita commossa e grata. Commossa perché l’apertura dell’anima di Federico, la sua generosità nel spiegarsi e nel voler aiutare gli altri, sia i ragazzi affetti da autismo, sia noi neurotipici, è illimitata e incondizionata. Grata perché ha detto delle cose che mi hanno fatta vergognare per il 98% di noi neurotipici. La profondità dell’anima di questo ragazzo ha pochi paragoni e lo posso affermare con certezza, perché io di gente ne conosco tanta.

Perciò, se volete mantenere saldi i vostri pregiudizi, “proteggervi” da quello che non conoscete e non uscire dalla vostra zona di conforto, passate oltre. Se, invece, come me amate la conoscenza e l’altro, rimanete e stupitevi come ho fatto io, perché vi si schiuderà un mondo poco noto, ma dal quale si possono estrarre tesori che, nella vita quotidiana, sono preclusi alla maggioranza.

Tuttavia conosco le vostre resistenze. Facciamo un gioco, allora: vi propongo di leggere solo le parti scritte in grassetto. Sono le parole di Federico De Rosa. Se vi stupiscono come è successo a me, mi promettete di leggere tutto il post? Pronti? Via!

Federico e Oreste De Rosa, Prof. Fabio Sesti

L’incontro è cominciato con un lungo intervento del Prof. Fabio Sesti, presidente di “Diritto di parola”, un’associazione di volontariato che opera sul territorio da più di dieci anni per favorire l’emancipazione e l’autonomia delle persone con varie difficoltà di comunicazione, grazie all’idea che la diversità permea un po’ tutta la società. Secondo i soci e i volontari, infatti, il grado di evoluzione della società si misura dall’inclusione, dalla volontà di non lasciare indietro nessuno. Ci sono diversi ostacoli, anche quello culturale e scientifico: un tempo, le persone disabili erano classificate come handicappate, ritardate e subnormali, mentre oggi il linguaggio ha subito una modificazione causata dalla sensibilità. Tuttavia c’è ancora una lunga strada da fare. Fino a pochi decenni fa, persone come Federico erano invisibili, perché chiuse in istituti. Progressivamente sono entrate in società, ma ancora oggi permane l’idea che debbano essere “interpretate”. Ci sovrapponiamo a loro. Facciamo in modo di soddisfare i loro bisogni. “Non capisce”, pensiamo. In realtà, la diversità di certe persone non è una malattia (che è degenerativa), ma è un modo di essere. Può essere geneticamente connaturato, ci sono varie ragioni. Sono persone diverse, esattamente come noi neurotipici siamo uno diverso dall’altro. Quindi c’è la necessità di aggiornare la cultura e la società in merito a queste riflessioni, perché il nostro filtro culturale è pesantissimo e dobbiamo superarlo: in una società interagente non si corregge nessuno, ma si offre la possibilità di essere tutti alla pari. Anche perché una simile società, dotata di accoglienza, ci fa stare bene insieme.

L’associazione promuove l’idea di comunicare con loro alla pari, lasciandoli esprimere liberamente e per questo vogliono trovare tutti gli strumenti possibili affinché questo dialogo scorra in modo fluido e continuo.

L’associazione stampa una rivista, “Dadi Esagonali”. Il nome è strano, si tratta di una figura geometrica impossibile. Il suo inventore, uno dei redattori, lo ha scelto per la complessità dei pensieri delle persone diversamente abili, pensieri diversi da noi neurotipici, ma capaci di apportare benessere a tutto il genere umano. Il giornalismo del giornale è strutturato in modo tale da abbassare il chiacchiericcio che si legge sulle testate famose, è meno litigioso, ma si concentra sulle riflessioni di temi importanti, come la ricchezza umana. Tende a mostrare cosa si può fare quando non si ha l’uso della parola vocale. Di solito, in riferimento alle persone diversamente abili si dice: “Non hanno una capacità di verbalizzazione”, ma usare il verbum non è la prima qualità umana, ce ne sono tante altre.

Oreste De Rosa è il papà di Federico, un giornalista e scrittore romani di venticinque anni che è anche autistico. Oreste ci ha spiegato che Federico è il suo terzo figlio. Entrò nella famiglia come una mazzata su un tavolo di cristallo, perché la sua condizione devastò la famiglia. Per dieci anni, Oreste ha cercato di strappare Federico all’autismo, di farlo diventare “normale”, ma il bambino peggiorava. Chi è nato autistico, rimane autistico, perché non è una malattia, ma un modo di essere. Ai quattordici anni di Federico, il padre avverte un cambiamento e dice al figlio: “Fammi diventare come te, mostrami come è essere autistici”. Federico ha iniziato a scrivere a computer e spiega al padre la sua iposensibilità (sentire amore per i piccoli profumi, le esperienze nei boschi), gli ha trasmesso la contentezza basica: nel suo mondo, quello che è importante è volersi bene con chi gli sta vicino, mangiare bene, andare alle terme e stare immersi nel silenzio. Ha anche scritto al padre: “Il silenzio ha un grande potere per conoscere. Se sei solo conosci te stesso, se sei con gli altri, nel silenzio conosci l’altro”.

Perciò se pensiamo che l’autismo ha dei valori, allora lo vivremo in modo armonioso, ma devi crederci. Se non ci credi, non verrà mai fuori. Se tu vuoi far diventare un ragazzo autistico come te, non funzionerà. Se lo capirai e lo farai esprimere per quello che è, fiorirà.

Oggi Federico ha due professioni, gira l’Italia e il mondo, ha venduto 11000 copie dei suoi libri (“L’isola di noi. Guida al paese dell’autismo”, “Quello che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo” di San Paolo Edizioni).

Ognuno di noi ha un handicap e diverse abilità. Se cerchiamo nell’altro il diversamente felice, lo troveremo. C’è una frase del Buddha che dice: “La mente è tutto: tu diventi ciò che pensi”. E’ perfetto.

Federico ha commentato: “Forte papà. È il Lenin dell’autismo”.

Oreste ci ha spiegato anche l’ipersensibilità di alcune forme di autismo: se il figlio viene avvisato dell’arrivo imminente di un rumore, lo può gestire, ma sono i rumori improvvisi a spaventarlo, a infastidirlo. Quando il padre gli chiese quale fosse il posto più difficile per lui, Federico gli rispose: la stazione di Roma Tiburtina. In generale, in città fa fatica a dormire, perché ci sono tantissimi rumori e spesso improvvisi, che noi neurotipici filtriamo, lui no.

Anche quando si parla con lui, bisogna farlo piano e scandendo bene le parole, ma senza esagerare, infilandoci un “ok”, ogni tanto.

Domanda a Federico: Che musica ti piace?

Federico: “Sì, mi piace il Boogie Woogie. Adoro Championi Jack Dupree. Adoro il piano suonato come uno strumento più percussivo che armonico”.

Soffrono non avendo amici?

Oreste spiega che hanno un diverso modo di intendere la socialità. Prima di tutto, hanno bisogno di un equilibrio tra la parte della solitudine (che vogliono) e la socializzazione. E’ necessario, da genitori, aiutarlo a stare con i compagni di scuola, far capire ai ragazzi cos’è l’autismo, perché questo Federico, per esempio, non può farlo da solo, in quanto non possiede capacità organizzative. Lo fai tu, padre, genitori, poi lo lasci andare.

È importante fare il padre, soprattutto dai quattordici anni in su. Oreste e Federico vanno in montagna, fanno lunghe camminate, spesso nel silenzio assoluto. Poi giocano tanto a bowling.

Domanda a Federico: Come hai imparato a non essere impacciato in pubblico?

Federico: “Non lo so. Sono tanti anni che lo faccio. All’inizio era difficile, poi si impara”.

Come hanno fatto a superare certi blocchi?

Oreste spiega che Federico gli ha mostrato come, ogni tanto, il suo cervello parte e vada in loop. Quindi si va per tentativi. Gli autistici hanno le stereotipie: bisogna tentare con una, due, mille frasi. Se una funziona tre volte di fila, si capisce che si è creato un solco, ovvero una stereotipia che caccia un’altra stereotipia.

Domanda a Federico: Quali sono le cose che un genitori può fare per rendere felice un figlio autistico?

Federico: “Credere nelle nostre capacità. Credere nel valore dell’autismo. La fiducia un figlio la respira con il cuore”.

Domanda a Federico: Quali difficoltà hai avuto a scuola?

Federico: “Il fiero orgoglio neurotipico di gran parte della scuola. Da una scuola per tutti dobbiamo passare a una scuola per ciascuno”.

La loro percezione è fatta di dettagli. Non comprendono l’insieme, o faticano a farlo.

Domanda a Federico: Sei andato all’università?

Federico: “No. Non amo il sapere neurotipico. Troppo compilativo delle scoperte dei secoli precedenti. È chiuso alla dimensione del mistero e dell’assurdo. Modifica l’intuizione e l’intraprendenza”.

Domanda a Federico: A che età hai cominciato ad avere consapevolezza di te e a porti degli obiettivi: voglio andare al bosco, piuttosto che al ristorante?

Federico: “Da piccolissimo avevo tutto in testa e non riuscivo a dirlo”.

Oreste ricorda che, quando Federico aveva quattro o cinque anni, si è avvicinato a lui e gli ha detto: “Molto più intelligente di quello che pensi”. Non pensiamo mai che gli atipici possano avere un mondo dentro.

Perché verso i quattordici anni gli autistici “migliorano”?

Federico ha spiegato al padre che, dentro la loro mente, durante l’infanzia, hanno una grande nebbia. Verso l’adolescenza, a forza di stare con i neurotipici, imparano da loro, sebbene spesso gli autistici li evitino, perché infastiditi dai loro comportamenti e dalle loro “prove”.

Il problema, spiega Oreste, è che gli autistici fuggono dentro di sé. Siamo noi a dover trovare il modo per portarli fuori. In casa abbiamo un dogma: “Ogni giorno una cosa nuova”. Provate. Se si fa così, loro prendono fiducia e capiscono che possono vivere anche fuori da sé. Quindi il consiglio di Oreste è di indurli a imparare l’autonomia, una al giorno, magari aiutati all’inizio. Sarà spesso un disastro, ma bisogna perseverare e riconoscergli i passi avanti fatti, magari con frasi chiare: “Vedi che sei stato in grado di farlo?” Bisogna smantellare il concetto che l’autismo è impossibile da affrontare.

Federico: “Se non credono in Federico, peggio per loro. Io non ho tempo da perdere con le paure neurotipiche. Ho tanti fratelli autistici che soffrono e devo correre ad aiutarli. Costruire la società della piena integrazione. Ma non lo vedete che ce la stiamo già facendo? Manca poco. Un futuro felici ci attende tutti, io ci credo. Posso contare su di voi?”

Domanda a Federico: Cosa significa per te essere felice?

Federico: “Maturare la consapevolezza che l’altro è un altro da me. La felicità è figlia della parola insieme”.

Domanda a Federico: E’ vero che la felicità è sentirsi socialmente accettato?

Federico: “Molto bene. Io faccio così. Integro più di tutti chi mi esclude. Vado un po’ a caccia di chi mi umilia. Chi ti esclude mai immagina che tu lo accogli. È destabilizzante e apre a un opportunità di cambiamento”.

Credo che io non debba aggiungere altro. Federico ha detto tutto.

No, forse una cosa la devo aggiungere: condividete questo post dappertutto. In tempi come questi, dove l’esclusione e le paure stanno diventando endemiche e trasversali, Federico ci induce a riflettere profondamente sul valore dell’inclusione e dell’amore tra esseri umani. Ci insegna ad aprirci, non a chiuderci. Ci insegna il potere della volontà, a noi, che ci stressiamo per la coda in autostrada, o in posta. La sua profondità è una potente medicina per ciascuno di noi.

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