RECENSIONE: “LA VEGLIA DI LJUBA” DI ANGELO FLORAMO



Bottega Errante Edizioni, 2018

Dovete sapere che, per quanto mi riguarda, leggere un articolo, un saggio, un romanzo o un pensiero volante vergato da Angelo Floramo è garanzia di successo. E non sto parlando di un successo planetario, che ricopre uno scrittore di onori e soldi. Mi riferisco a un successo più grande: l’epifania dell’anima. Questo accade perché Floramo è un Grande Uomo. Uno di quei pochi grandi uomini rimasti sulla terra, nella nostra epoca, un dono che Dio, o l’Energia Universale, o come lo volete chiamare, fa all’umanità per aprirle gli occhi, per farle comprendere che l’esistenza è multidimensionale, che siamo circondati di innumerevoli sfumature di emozioni e sentimenti, che da un’esperienza si possono trarre il bene e il male e poi la giusta via di mezzo, e che la vita vale la pena di essere vissuta fino in fondo, anche quando sembra che abbia mani così forti e grosse il cui unico scopo è quello di strangolarti.

E a sentirsi strangolato dalla vita in questo modo, avrebbe potuto essere proprio il protagonista del libro, Luciano Floramo, detto il Nini, cresciuto a Sveto, un paesino dell’entroterra carsico, in Istria, che ebbe un’infanzia bucolica e semplice pennellata di colori vivaci, speziati e amici speciali, ma che subì in seguito le tempeste della storia, che indussero la sua famiglia ad andarsene dalla terra del miele e del sangue, per trasferirsi in Italia, bollati come esuli e profughi.

Ho letto molte storie sugli esuli dalmato-istriani, ma nessuna ha il sapore di “La veglia di Ljuba”, perché la mescolanza del sangue dei Floramo impedisce fin dalla genetica un’uniformità di intenti e riconoscimenti. Il Nini, infatti, era figlio della majestra, la maestra di Sveto e di un siciliano, spedito al confino, ai margini di quella che all’epoca era tutta Italia, per non aver aderito al fascismo. Insomma, si trattava di un bambino per metà istriano e per metà siciliano, un unicum, fin dalla nascita. E infatti spiccava tra tutti, con la sua zazzera scura, tutta riccioli e la pelle ambrata, un piccolo animaletto selvatico e vivace in mezzo a una fila di teste biondissime o rosse e occhi chiari come ruscelli baciati dal sole. Il Nini era amatissimo al villaggio per la sua indole, soprattutto da Jolka, una signora che si occupava delle pulizie della sua casa e che custodiva un passato doloroso, raccontato con delicatezza e partecipazione dall’autore.

Il libro è una vera matrioska, un insieme di storie nella storia, di vite spezzate dalle decisioni prese dai potenti e un inno alla ribellione civile, perché quel Nini, così disperatamente innamorato della sua Terra Madre, strappato da essa a forza, non ha mai dimenticato le sue origine, perché puoi tagliare un albero, ma le sue radici rimangono sotto terra e continuano a pulsare di vita. Così fu per il Nini, che venne sballottato dapprima a Trieste, poi a San Daniele del Friuli e mai, mai volse il suo sguardo lontano dall’Istria, da Sveto, anelando al ricongiungimento come Odisseo alla sua Itaca. Tutta la sua vita fu una ricerca di emancipazione per un ritorno sicuro. E trionfò in ogni sua scelta: studiò tanto, si laureò, lavorò sodo prima e dopo essersi dedicato all’istruzione (si faceva in bicicletta Cividale-Trieste e ritorno per frequentare l’università!) e, se qualche lettore potrebbe tacciarlo di inadeguatezza, o eccessiva umiltà, perché si oppose per tutta la vita alle mazzette, ai “favori” tra potenti e ad altre nefandezze economiche e politiche, vi assicuro che la sua onestà è una perla rara e potente, in questo mondo di apparenze e arrivismi, di superficialità e interessi.

Un uomo come Nini, non poté che scegliere una donna in cui riflettersi come in uno specchio: Laura, da lui chiamata teneramente Ljuba, una ragazza friulana che conobbe a San Daniele del Friuli. Lei, così giovane, già lavorava, eppure scoppiava di interesse verso il sapere che il “professore” voleva divulgare a tutti, anche a chi non poteva permettersi un istruzione. Se c’è un appunto che potrei fare all’ultima opera di Angelo Floramo è proprio questo: nei suoi libri in generale e in questo, in particolare, poco spazio, poca profondità vengono dati alle donne. Avrei voluto saperne di più di Antonietta, la madre di Nini, di Ljuba e delle sue figlie, Ave e Fiorella. La descrizione dell’anima spezzata di Jolka è stata illustrata con un episodio duro, ma dovuto per comprenderne l’essenza e amarla, mentre per le donne della vita di Luciano e Angelo Floramo, il sipario cala, celandone gli spiriti certamente indomiti, luminosi, che molto avrebbero da trasmettere ai lettori e a intere generazioni.

Poi ho letto la Postfazione di Angelo Floramo: scrisse il libro tra l ‘8 giugno e il 22 luglio 2018. Un fiume in piena, un flusso di coscienza riversato su carta. La scrittura di questo libro fu catartica: gli permise di sciogliere il nodo di dolore che lo aveva accompagnato troppo a lungo, a causa della morte di suo padre. Allora ho capito. Il primo racconto che scrissi fu sulla morte di una mia prozia, Baba Jela, avvenuta in Bosnia, durante il conflitto. Non mi venne concesso di partecipare al suo funerale perché il ritorno nella Jugoslavia in fiamme sarebbe stato pericoloso per un adolescente come me. Ci andarono solo mia madre e mio fratello, lasciandomi nella disperazione, a casa, mentre mio padre poteva stordirsi almeno attraverso il lavoro. Macinai tanta di quella sofferenza e ingiustizia, da sprofondare in un abisso. Poi i miei cari tornarono e misi da parte il mio dolore per occuparmi del loro. Passarono i mesi e mi sentii schiacciata dall’oppressione, fino a quando non decisi di buttare tutto sulla carta e scrissi un racconto che parlava di lei, Jelica, la mia Jela, che aveva fatto la fiorista a Zenica, e che aveva appreso lì la caffeomanzia, frequentando amiche musulmane. Tornata a Vranjak, si era portata appresso anche quella conoscenza e leggeva i fondi di caffè a tutto il quartiere e il villaggio, senza richieste di denaro o altro: in Bosnia, leggere il caffè era un modo per stare insieme, per raccontare le proprie gioie e i dolori, confrontarsi con l’altro, chiedere ed elargire consigli. Anche l’ultimo giorno della sua vita, prima di uscire di casa per non fare più ritorno, bevve il caffè. Mia madre trovò la sua tazzina capovolta sulla finestra, dove la lasciava sempre e ci vide chiaramente una croce gialla, segno inequivocabile di morte. Baba Jela l’aveva vista prima di uscire? Oppure non ne aveva avuto il tempo e si era lasciata quel nefasto presagio alle spalle? Non lo sapremo mai. Ciò che io so, è che la sua eredità non è andata perduta, né il suo ricordo e che la scrittura mi ha regalato la catarsi, ha portato via quel dolore lacerante, lasciando solo la dolcezza, la tenerezza infinita dei ricordi e gli insegnamenti di Baba Jela.

Così deve essere stato per Angelo Floramo, cui va la mia gratitudine per averci regalato l’ennesimo pezzo della sua anima, della storia dell’Istria e della Jugoslavija.

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RECENSIONE: “LA CASA CHE MI PORTA VIA” DI SOPHIE ANDERSON

Rizzoli, 2019

Poi dicono che Facebook sia il male…

Come ogni altro mezzo a nostra disposizione, dal mestolo della cucina alla penna stilografica, uno strumento è inerme finché non gli infondi vita, non lo muovi nella direzione che desideri. Allo stesso modo, se un social viene utilizzato a fini conoscitivi, apre mondi. E così è successo anche stavolta: Morena Luciani Russo, sul suo diario Facebook, ha tessuto le lodi di questo libro per ragazzi e, non appena ho capito che si trattava di una storia contemporanea di Baba Jaga (come la chiamo io, ma voi la troverete nel libro con la “y”), mi sono precipitata in libreria per acquistarlo. Sì, perché nonostante le mie scorribande letterarie, non lo avevo visto e me lo sarei probabilmente perso, se non fosse stato per Facebook.

Ora, questa recensione è indirizzata al romanzo, non al social, ma se sono così petulante è solo perché vorrei evidenziare ancora una volta che il dito va puntato su chi e come utilizza un social, non sul social in sé…

Tornando al protagonista di questo post, sono rimasta incantata dalla trama: Marinka è una giovane ragazza dai capelli rossi che gira il mondo su una casa con le zampe di gallina, la casa di Baba Jaga, la Guardiana del Cancello, ovvero colei che accompagna i morti sulla soglia tra il mondo dei vivi e quello delle stelle. Ogni notte, ovunque si trovi, Baba Jaga prepara da mangiare per i defunti che arriveranno: borsch, kvass e altre leccornie russe. Accorda la sua balalaika e prepara il foulard rosso con i teschi e l’atmosfera della sala da pranzo affinché tutto sia accogliente e dolce per l’ultimo banchetto dei morti. A Marinka spetta il compito quotidiano di preparare il recinto di femori e teschi, senza il quale gli spiriti non saprebbero riconoscere una casa Jaga da qualsiasi altra. Ma ogni giorno che passa, a Marinka quel compito pesa di più, perché rispecchia il suo futuro, già tracciato: un giorno diventerà la Guardiana del Cancello, ma lei non desidera quella vita. Ad accompagnare la ragazza c’è una taccola nera, che lei ha adottato quando era solo un pulcino e poi c’è la casa stessa, che fin da bambina l’ha coccolata e amata come una seconda madre, facendo crescere per lei giardini di muschio in camera e sbocciare fiori profumati da rami che faceva crescere accanto alla fanciulla. Tutti doni meravigliosi che però, Marinka, come ogni adolescente o preadolescente, inizia a sentire come pesanti fardelli, lei, che vuole un’altra vita.

Leggere questa storia è stato come tornare all’infanzia e all’adolescenza, perchè la favola di Baba Jaga è nota in tutto il mondo slavo e perciò anche nella mia famiglia e, anche se così non fosse stato, l’avrei scoperta da sola, perchè sono molto legata alle mie radici. È stato quindi sorprendente scoprire che anche la nonna materna dell’autrice gallese Sophie Anderson, Gerda, era slava e proprio da qui deriva la passione della nipote per tutto il mondo delle favole slavo. Alla fine del romanzo c’è una breve ma chiarificatrice intervista alla scrittrice, che spiega proprio il suo interessamento a Baba Jaga attraverso i racconti della nonna, passione che è divampata in età adulta, quando ha voluto scavare, saperne di più di lei e da quelle ricerche si è formata la trama di “La casa che mi porta via”. L’ho sentita due volte vicina a me, sia per le radici comuni, sia per le ricerche che sfociano in romanzi!

Insomma, è una storia per ragazzi che consiglio davvero a tutti, grandi e piccini – io la leggevo a mio figlio quattrenne!- perché racconta la morte esattamente come andrebbe raccontata: come l’epilogo di una vita spesa bene (sta a noi condurla nel migliore dei modi!), con un gran banchetto finale, ricordi, musica e balli, prima di varcare il cancello che porterà i nostri spiriti tra le stelle, là da dove proveniamo tutti.

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RECENSIONE: “L’ETA’ DEI PROFETI” DI MATTEO FARNETI

Amazon, 2018

Oggi recensisco un romanzo che mi ha spiazzata su molti fronti.

Prima di tutto, io non sono un’amante dei generi giallo, noir, poliziesco, thriller, ecc e “L’età dei profeti” rientra certamente nel noir. Tuttavia sono passata oltre questo mio limite perché, come i lettori forti sanno, un romanzo può rivelarsi sorprendente anche se, a causa del suo genere, non lo avresti mai scelto, di primo acchito.

In secondo luogo, se la droga, la finanza e i certi estremismi di cui sono capaci gli uomini, vengono trattati in modo marginale, posso anche affrontarli, ma se per converso dominano una trama, mi respingono.

Ecco il punto. Ho trovato il romanzo di Farneti respingente, o forse è meglio usare il termine disturbante. Non perché sia scritto male, perché la trama sia contorta o, peggio, pretestuosa. “L’età dei profeti” è un romanzo scritto in modo impeccabile e, in filigrana, si possono intuire le passioni dell’autore -per esempio Capote- ma le vicende del protagonista, Mattia, sono torbide.

Mattia è un ragazzo che lavora in libreria, con una laurea in giurisprudenza in casa che gli ha fruttato ben poco. Sogna di riuscire nella vita, di farsi una posizione e di poter disporre di denaro a sufficienza per una vita degna di questo nome. Per questo non gli sembra vero quando un amico delle superiori, Nicola, il ricchissimo erede di Marcus Goldberg, dirigente di una delle banche svizzere più potenti al mondo, gli chiede di diventare il suo assistente personale. Mattia conosce i trascorsi di Nicola, i suoi lati oscuri e intravede i pericoli che rischia di correre, stando accanto a un fuoco inestinguibile come quello, ma si lascia travolgere. Il suo sarà un percorso in salita, non verso un futuro edificante e ricco, come aveva sognato, ma verso un crescendo di eventi drammatici, violenti e lutti che lo travolgeranno.

E non è tutto così semplice, perché nella vita di Mattia non è sufficiente la fredda determinazione di Nicola, il suo calcolo machiavellico per arrivare dove desidera, a prescindere dalle conseguenze e dai cadaveri che si lascia alle spalle. Nella vita di Mattia, infatti, intervengono anche altri amici, tutti provenienti dal periodo adolescenziale e tutti invischiati nella melma che Nicola ha saputo produrre, e interviene anche un’inquilina scrittrice curiosa e innaffidabile, oltre a Giulia, una ragazza innocente che pagherà un prezzo troppo alto per aver attraversato, anche solo di striscio, lo spettro mefitico di Nicola e della sua famiglia.

Insomma, nonostante le mie ritrosie, il romanzo mi ha tenuta incollata fino all’ultima pagina perché, per coinvolgere le letture attuali, è come vivere il contrasto tra l’apollineo e il dionisiaco. Anelo all’apollineo, ma sono irresistibilmente attratta, a causa della mia natura umana, anche dal dionisiaco, come tutti noi. Così, sebbene aneli alle letture più luminose, più artistiche ed edificanti, mi ritrovo affascinata anche da quelle i cui contenuti si rivelano oscuri, torbidi e distruttivi.

Certamente un romanzo forte, di impatto, che non vi lascerà indifferenti e vi spingerà a porvi molte domande sugli angoli bui della vostra anima, quelli che cercate di visitare meno possibile.

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PRESENTAZIONE DEL PROGETTO: COMUNITA’-SCUOLA EVOLUTIVA 7 RAGGI: LA FORESTA DEI TALENTI

Ho partecipato con vivo interesse alla presentazione di un nuovo progetto scolastico e comunitario nella mia città, Gorizia. Ero a conoscenza di realtà alternative al sistema scolastico tradizionale, come le scuole Montessori e Waldorf (sistema Steineriano). Sapevo anche che c’era l’opzione dell’Home-Schooling, ovvero dell’insegnamento da casa per il proprio figlio, o un gruppo di bambini. Eppure non avevo mai sentito parlare prima di Scuola Democratica o di Home-Schooling “esteso”. Potete quindi immaginare la curiosità con la quale ho partecipato all’evento, essendo anche madre di un bambino di quasi cinque anni.

L’incontro si è svolto all’interno del Trgovski Dom di Corso Verdi, alle 17:00 ed è stato organizzato molto bene, perché le tre compagne di avventura, Barbara, Irina e Michela, si sono succedute l’una all’altra, raccontando ognuna la sua esperienza di vita, il suo percorso di donna, e madre e presentando una porzione del progetto. Tutto molto chiaro e coinvolgente. Vi presento il loro progetto così come l’ho trascritto.

Barbara è presidente dell’associazione e ha tre figli. A vent’anni ha cominciato a nutrire una grande passione per la potenzialità dell’uomo e ha conosciuto persone che, come lei, guardavano nella stessa direzione. Si è iscritta a un corso di Anthony Robbins, uno dei motivatori più famosi della Riprogrammazione Neuro Linguistica (PNL), che insegna come usare le nostre risorse interiori. Terminati gli studi, si è iscritta alla scuola di coach e, in quel momento, è diventata mamma. Ha abbandonato il corso per dedicarsi al primo figlio. Così, dall’adulto, la sua attenzione si è spostata verso suo figlio, un bambino e il suo mondo. In lei è cresciuto il desiderio di approfondire la conoscenza di quella dimensione. Ha avuto altri due figli e li ha iscritti all’asilo Waldorf, prima in zona e poi in Brasile, dove si è trasferita con la famiglia per due anni. Al ritorno in Italia, ha riportato i figli alla Waldorf, ma si è resa conto che la scuola non rispondeva più alle sue esigenze. Si immerse allora ulteriori approfondimenti, tra cui la possibilità di non mandare i figli a scuola: la scuola pubblica è offerta dallo Stato, ma i genitori sono liberi di sostituirsi a essa.

Barbara illustra il pensiero di Sir Ken Robinson, Consigliere internazionale sull’educazione per i governi e le istituzioni no-profit, secondo il quale esiste un luogo dentro la nostra anima in cui le cose che amiamo e quelle che siamo bravi a fare si incontrano. Questo luogo è chiamato l’Elemento. E’ essenziale che ciascuno di noi nel corso della vita trovi il proprio Elemento e riesca a esprimere appeno talento e creatività. Ciascuno di noi nasce con delle capacità naturali straordinarie con cui perdiamo contatto man mano che cresciamo. Uno dei motivi per cui questo accade è l’istruzione che riceviamo. Il sistema scolastico attuale sembra fatto apposta per soffocare la nostra creatività e il risultato è che la maggior parte di noi non si renderà mai conto delle proprie capacità e di ciò che potrebbe fare. E questo rappresenta non solo una fonte di sofferenza e frustrazione, ma soprattutto una grande perdita per il futuro del mondo in cui viviamo.

Irina è nata e ha trascorso l’infanzia e la gioventù in Russia. Dopo la laurea in lingue all’università va a vivere in Slovenia, dove per 10 anni lavora come traduttrice e insegnante delle lingue. Quando si trasferisce in Italia e quando le nasce la figlia, comincia un nuovo percorso di vita. Dedicandosi alla crescita armoniosa della bambina, insieme al marito, cerca le soluzioni migliori per farle vivere un’infanzia felice. Avendo i dubbi riguardo alla scuola pubblica e sapendo che la bambina non vuole andarci, lei e il marito scelgono per la figlia l’educazione parentale. La bambina trascorre quindi il suo tempo, dai 6 ai 9 anni, dedicandosi a quello che le interessa e l’appassiona: impara a leggere e scrivere (in tre lingue) e a fare i conti da sola, avendo al suo fianco i genitori, sempre pronti ad accompagnarla nei suoi interessi e spiegarle le cose verso le quali prova l’interesse, tutto con i suoi tempi e ritmi.

Facendo parte dell’associazione delle famiglie russe, Irina e le sue amiche realizzano a Gorizia il progetto teatrale per bambini, rivolto all’inizio alla comunità russa in FVG e qualche anno dopo a tutta la cittadinanza, co-creando quindi gli spettacoli musicali e interattivi sia in russo che in italiano.

Irina diventa Servente del Gioco del Dipingere nel 2016 dopo aver fatto il corso di formazione con Arno Stern e propone questa attività ludica dal 2017 nel laboratorio di pittura “L’Isola della Traccia – Il Closlieu di Irina”.

Irina e Barbara hanno testato dunque tre anni di Home-Schooling con i figli e hanno capito che ai bambini servirebbe un gruppo dove possono stare lontano dai genitori, con altri bambini, ma dove ognuno di loro viene messo al centro.

Quando Irina ha incontrato Michela, assieme a Barbara hanno deciso di realizzare questo progetto per i bambini.

Michela è la fondatrice di questa Scuola. È una psicologa specializzata in Counseling. Faceva formazione e consulenza in azienda per temi come: relazione col cliente, gestione dello stress, ecc, tutto a fini di benessere ed ecologia. A un certo punto, ha rincontrato la scuola attraverso le due figlie e poi come insegnante per ragazzi adolescenti, nel corso di un’esperienza bellissima, che l’ha molto gratificata. Unendo tutte queste competenze ed esperienze, Michela ha realizzato che la relazione che c’è tra l’adulto e il bambino in crescita, e anche tra gli adulti educanti, è essenziale. Infatti, tutti questi tipi di relazione possono creare un ambiente armonioso, oppure stressante. Possono favorire l’entusiasmo, così come lo possono annientare. Dunque, approcciarsi in un certo modo ai bambini e tra adulti fa la differenza.

Poi è successo che Michela si è ammalata e ha iniziato a lavorare sulla propria malattia, giungendo alla conclusione che ci si ammala spesso per problemi che si hanno nel tempo presente, ma che talvolta affondano nel passato, addirittura nello stato prenatale. Sono come “buchi” che operano sconquassi dentro di noi. Da questa presa di coscienza è nata la sua volontà di creare per il bambino un ambiente accogliente, ecologico, tale da farlo diventare un adulto armonico e sano sotto ogni aspetto.

Quindi, tre strade, tre vite diverse si sono incrociate. È avvenuto uno scambio, anche bibliografico, di informazioni:

Secondo Sir Ken Robinson, ciascuno di noi nasce con delle abilità straordinarie, ma può succedere, anche a causa del sistema scolastico attuale, che non riusciamo a comprendere qual è il nostro talento, perché viene soffocato. Secondo lui, l’incontro tra la nostra mente e la nostra anima fa emergere il nostro talento ed è questo il fine della Scuola 7 Raggi.

Per fortuna, esistono già realtà in cui ai bambini è permesso di vivere e di imparare a sviluppare i propri talenti:

  • Scuola Democratica, Summerhill (Inghilterra), fondata da Alexander Niell nel 1929;
  • Sudbury Valley School, Framingham, MA (USA);
  • Kapriole, Friburgo (Germania.

In queste scuole l’alunno e la sua personalità vengono messi al centro, non la materia scolastica. È infatti l’alunno che decide cosa vuole imparare. La prassi pedagogica si basa su diversi sistemi: Montessori, Rebeca e Mauricio Wild, A.S. Neill, ecc.

Queste sono realtà extra-italiane, ma anche qui ci sono:

  • Scuola-Città Pestalozzi, Firenze;
  • Fondazione Reggio Children, Centro Loris Malaguzzi;
  • Scuola Democratica Flow Alc, Vicenza;
  • Scuola Montessori Capriolo, Brescia (che contiene Closlieu, il gioco del dipingere, che vedremo più avanti);
  • Colibrì, la scuola attiva dal 3 a 16 anni, di Sesto al Reghena (PN), creata da una tedesca come educazione parentale fino alle medie;
  • Serendipità, Scuola-Comunità, Osimo (AN) di Emily Mignanelli, una pedagogista affermata che ha deciso di dedicare la sua vita ai bambini. La sua scuola è quella che più corrisponde al nostro modello e con lei, infatti, Barbara, Irina e Michela hanno un contatto continuo. Emily lavora con bambini, adulti e famiglie, perché è certa che le famiglie debbano essere totalmente consapevoli dell’educazione del bambino attraverso la competenza pedagogica, psicologica e neuroscientifica.

L’associazione 7 Raggi nasce attraverso tutti questi passaggi. Il progetto si rivolgerà a tutti, tutta la comunità è infatti in un cammino di crescita ed evoluzione continua, dal bambino all’adulto.

Le Life Skills sono un insieme di abilità e competenze necessari all’uomo per vivere la propria vita nel benessere e nel successo interiore. Sono abilità essenziali da apprendere fin da piccoli e anche la sanità mondiale è d’accordo con i loro fini:

Per svilupparle, esse vanno proposte in tutti gli ambienti nei quali vive il bambino, non solo in quello familiare, ma anche in quello scolastico.

Il neuroscienziato Gardner scrive che, un tempo, si credeva che chi aveva delle capacità linguistiche e matematiche, fosse più intelligente rispetto agli altri. In realtà, lui è convinto che ognuno di noi possegga ben 9 tipi di intelligenza e quindi al bambino deve essere offerta la possibilità di svilupparli tutti affinchè, a un certo punto, ne emergano uno o più in particolare.

Nel progetto scolastico 7 Raggi, le caratteristiche fondamentali sono:

  • Formazione degli insegnanti;
  • Il lavoro con le famiglie;
  • La metodologia organizzativa e gestionale di studio: la scuola non avrà un solo metodo, ma diversi, perché gli strumenti a disposizione sono tanti. Si vuole partire dal bambino perché sarà lui a mostrare quale sarà il metodo migliore per lui.

Un’altra cosa fondamentale, per i bambini, è il gioco libero. Spesso succede di interrompere il gioco di nostro figlio, perché siamo di corsa, o secondo noi quel gioco non è importante. È sbagliato: i bambini apprendono attraverso il gioco, proprio come in natura accade ai cuccioli degli animali. I bambini di oggi, inoltre, hanno poche possibilità di giocare nel cortile, o per strada, come facevamo noi, per esempio. Per fortuna, in alcuni paesi si trovano bellissimi cartelli con la scritta: “Attenzione. Rallentare: in questo paese i bambini giocano ancora per strada”.

Ultimamente Andrè Stern ha illustrato come i neuroscienziati, fino a pochi anni fa, ritenessero che l’intelligenza si tramandasse attraverso i geni, mentre oggi si è compreso, attraverso l’epigenetica, che è l’uso che facciamo del nostro cervello a renderci intelligenti, o meno. È attraverso l’entusiasmo che i bambini imparano meglio: l’entusiasmo li fa volare, fa far loro cose straordinarie.

“Imparare non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che succede”. Il nostro cervello non è un magazzino per nozioni, bensì è strutturato in maniera tale da trovare soluzioni ai problemi. Allora sì che l’intelligenza galoppa e si sviluppa. Tant’è che ciascuno di noi ricorda oggi della scuola principalmente ciò che lo emozionava ed entusiasmava.

L’entusiasmo è il segreto ingrediente dell’apprendimento. Un input che viene compreso solo quando i nostri circuiti emozionali sono attivati. E come si attivano?

  • Col gioco libero;
  • Il gioco del Dipingere.

Arno Stern oggi ha 95 anni, e da 70 anni è Servente del Gioco del Dipingere. È considerato il primo esperto dell’Educazione Creatric. Osservando i bambini, i ragazzi e gli adulti dipingere e disegnare spontaneamente, senza un obiettivo da raggiungere, senza un maestro, senza valutazione e giudizi, ha scoperto che tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalle condizioni di vita, dal luogo dove vivono, dall’età, dall’esperienza, dalla cultura e dalle tradizioni, dipingono per il puro piacere di tracciare, e per il puro piacere di giocare. E la traccia naturale che rimane sui fogli non appartiene all’arte, non è una proposta terapeutica, non comunica niente. Tracciando esprimiamo la nostra memoria organica, ovvero la memoria prenatale dell’organismo, attraverso la Formulazione, un codice universale, autonomo e originale, programmato dalla natura. Questa manifestazione può succedere soltanto nelle condizioni del Closlieu, un luogo protetto, facendo il Gioco del Dipingere, ideato da Arno Stern. Arno ha scritto numerosi libri, parlando delle sue scoperte, del Gioco del Dipingere e del rispetto e della fiducia nel bambino (Felice come un bambino che dipinge, La Traccia Naturale, Il Gioco del Dipingere, Homo Vulcanus…).

Irina vuole portare Il Gioco del Dipingere del Closlieu nel progetto Comunità-Scuola Evolutiva, perché i valori del Closlieu sono fondamentali per lo sviluppo armonioso del Bambino di qualsiasi età: la fiducia nel bambino, l’assenza del giudizio, il rispetto assoluto verso l’infanzia e verso ogni essere vivente, la possibilità di (ri)scoprire e realizzare sé stesso in un gruppo di persone ma senza la competizione.

Andrè Stern è il figlio di Arno Stern – musicista, liutaio, scrittore, giornalista, conferenziere- e non è mai andato a scuola. Da anni si occupa della divulgazione dell’Ecologia d’Infanzia e collabora con diversi neuroscienziati e biologi per diffondere le nuove conoscenze riguardo all’infanzia. Il suo libro “Non sono mai andato a scuola” è tradotto in italiano.

Cosa fanno i Maestri della Foresta:

  • coltivano passioni e vocazione;
  • studiano e si formano costantemente;
  • hanno qualità umane e morali;
  • sono disponibili a lavorare su se stessi.

La ricerca dei maestri è essenziale per la Scuola 7 Raggi.

I percorsi di questa scuola sono i seguenti:

– 3-6 anni;

– 6-11 anni;

– 12-18 anni.

Nella Scuola 7 Raggi non ci saranno voti, ma un evoluzione individuale, quindi un’autovalutazione e da qui si svilupperanno le Life Skills visti prima.

Didattica per gli esami: come preannunciato, ogni anno il bambino sosterrà l’esame ministeriale presso una scuola pubblica della zona. Perciò noi, durante l’anno, seguiremo il programma ministeriale, ma in modo flessibile e individuale.

Parallelamente al percorso dei bambini, verrà data grande attenzione a quello dei genitori. Infatti, il progetto vuole integrarsi nel territorio con attività extra, corsi, incontri con talenti adulti, tutto in base alle richieste dei bambini e dei genitori:

La scuola aprirà nel comune di Mossa da settembre 2019 e le preiscrizioni saranno attive già dal 17 giugno al 12 luglio.

Nel corso dell’incontro, si è molto parlato dell’intento della Scuola, del suo spirito, ma i dettagli del percorso didattico verranno illustrati individualmente a ogni genitori richiedente e nel corso di un incontro settembrino.

Per qualsiasi tipo di richiesta, potete scrivere a:

E-mail: scuola.setteraggi@gmail.com

Whatsapp: Irina (3779769508), Barbara (3287855888)

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DA DIVERSAMENTE ABILI A DIVERSAMENTE FELICI – un viaggio nell’Autismo con Federico De Rosa

Il depliant e i miei appunti

La scorsa settimana ho assistito a un incontro speciale presso la Fondazione Carigo della mia città Gorizia. Il giornalista e scrittore Federico De Rosa, accompagnato da suo padre Oreste, è intervenuto per presentarci la sua condizione di ragazzo autistico.

Mi fermo subito: nel titolo di questo posto ci sono due termini: “diversamente abili” e “Autismo” che porterà la maggioranza di voi lettori a passare oltre, per scegliere un altro argomento. Non è colpa vostra, non del tutto, almeno. Esiste ancora un forte pregiudizio su queste realtà e ve lo dico io stessa che, confesso, a primo impatto mi sono sentita a disagio davanti a De Rosa. Il suo modo di muoversi, i suoi spasmi, certi versi, mi inducevano alla fuga. Una specie di reazione istintiva. Mentre provavo questa emozione così strana per me, che nella vita non sono mai fuggita da niente, mi domandavo: “perché reagisci così? Non lo conosci neppure. Sei qui per imparare qualcosa di nuovo. Ti sei mai fermata davanti all’apparenza? No, e allora perché adesso vorresti andartene, o guardare altrove?” Mi sono data della stupida e ho sollevato lo sguardo. L’incontro è cominciato e, alla sua conclusione, mi sono sentita commossa e grata. Commossa perché l’apertura dell’anima di Federico, la sua generosità nel spiegarsi e nel voler aiutare gli altri, sia i ragazzi affetti da autismo, sia noi neurotipici, è illimitata e incondizionata. Grata perché ha detto delle cose che mi hanno fatta vergognare per il 98% di noi neurotipici. La profondità dell’anima di questo ragazzo ha pochi paragoni e lo posso affermare con certezza, perché io di gente ne conosco tanta.

Perciò, se volete mantenere saldi i vostri pregiudizi, “proteggervi” da quello che non conoscete e non uscire dalla vostra zona di conforto, passate oltre. Se, invece, come me amate la conoscenza e l’altro, rimanete e stupitevi come ho fatto io, perché vi si schiuderà un mondo poco noto, ma dal quale si possono estrarre tesori che, nella vita quotidiana, sono preclusi alla maggioranza.

Tuttavia conosco le vostre resistenze. Facciamo un gioco, allora: vi propongo di leggere solo le parti scritte in grassetto. Sono le parole di Federico De Rosa. Se vi stupiscono come è successo a me, mi promettete di leggere tutto il post? Pronti? Via!

Federico e Oreste De Rosa, Prof. Fabio Sesti

L’incontro è cominciato con un lungo intervento del Prof. Fabio Sesti, presidente di “Diritto di parola”, un’associazione di volontariato che opera sul territorio da più di dieci anni per favorire l’emancipazione e l’autonomia delle persone con varie difficoltà di comunicazione, grazie all’idea che la diversità permea un po’ tutta la società. Secondo i soci e i volontari, infatti, il grado di evoluzione della società si misura dall’inclusione, dalla volontà di non lasciare indietro nessuno. Ci sono diversi ostacoli, anche quello culturale e scientifico: un tempo, le persone disabili erano classificate come handicappate, ritardate e subnormali, mentre oggi il linguaggio ha subito una modificazione causata dalla sensibilità. Tuttavia c’è ancora una lunga strada da fare. Fino a pochi decenni fa, persone come Federico erano invisibili, perché chiuse in istituti. Progressivamente sono entrate in società, ma ancora oggi permane l’idea che debbano essere “interpretate”. Ci sovrapponiamo a loro. Facciamo in modo di soddisfare i loro bisogni. “Non capisce”, pensiamo. In realtà, la diversità di certe persone non è una malattia (che è degenerativa), ma è un modo di essere. Può essere geneticamente connaturato, ci sono varie ragioni. Sono persone diverse, esattamente come noi neurotipici siamo uno diverso dall’altro. Quindi c’è la necessità di aggiornare la cultura e la società in merito a queste riflessioni, perché il nostro filtro culturale è pesantissimo e dobbiamo superarlo: in una società interagente non si corregge nessuno, ma si offre la possibilità di essere tutti alla pari. Anche perché una simile società, dotata di accoglienza, ci fa stare bene insieme.

L’associazione promuove l’idea di comunicare con loro alla pari, lasciandoli esprimere liberamente e per questo vogliono trovare tutti gli strumenti possibili affinché questo dialogo scorra in modo fluido e continuo.

L’associazione stampa una rivista, “Dadi Esagonali”. Il nome è strano, si tratta di una figura geometrica impossibile. Il suo inventore, uno dei redattori, lo ha scelto per la complessità dei pensieri delle persone diversamente abili, pensieri diversi da noi neurotipici, ma capaci di apportare benessere a tutto il genere umano. Il giornalismo del giornale è strutturato in modo tale da abbassare il chiacchiericcio che si legge sulle testate famose, è meno litigioso, ma si concentra sulle riflessioni di temi importanti, come la ricchezza umana. Tende a mostrare cosa si può fare quando non si ha l’uso della parola vocale. Di solito, in riferimento alle persone diversamente abili si dice: “Non hanno una capacità di verbalizzazione”, ma usare il verbum non è la prima qualità umana, ce ne sono tante altre.

Oreste De Rosa è il papà di Federico, un giornalista e scrittore romani di venticinque anni che è anche autistico. Oreste ci ha spiegato che Federico è il suo terzo figlio. Entrò nella famiglia come una mazzata su un tavolo di cristallo, perché la sua condizione devastò la famiglia. Per dieci anni, Oreste ha cercato di strappare Federico all’autismo, di farlo diventare “normale”, ma il bambino peggiorava. Chi è nato autistico, rimane autistico, perché non è una malattia, ma un modo di essere. Ai quattordici anni di Federico, il padre avverte un cambiamento e dice al figlio: “Fammi diventare come te, mostrami come è essere autistici”. Federico ha iniziato a scrivere a computer e spiega al padre la sua iposensibilità (sentire amore per i piccoli profumi, le esperienze nei boschi), gli ha trasmesso la contentezza basica: nel suo mondo, quello che è importante è volersi bene con chi gli sta vicino, mangiare bene, andare alle terme e stare immersi nel silenzio. Ha anche scritto al padre: “Il silenzio ha un grande potere per conoscere. Se sei solo conosci te stesso, se sei con gli altri, nel silenzio conosci l’altro”.

Perciò se pensiamo che l’autismo ha dei valori, allora lo vivremo in modo armonioso, ma devi crederci. Se non ci credi, non verrà mai fuori. Se tu vuoi far diventare un ragazzo autistico come te, non funzionerà. Se lo capirai e lo farai esprimere per quello che è, fiorirà.

Oggi Federico ha due professioni, gira l’Italia e il mondo, ha venduto 11000 copie dei suoi libri (“L’isola di noi. Guida al paese dell’autismo”, “Quello che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo” di San Paolo Edizioni).

Ognuno di noi ha un handicap e diverse abilità. Se cerchiamo nell’altro il diversamente felice, lo troveremo. C’è una frase del Buddha che dice: “La mente è tutto: tu diventi ciò che pensi”. E’ perfetto.

Federico ha commentato: “Forte papà. È il Lenin dell’autismo”.

Oreste ci ha spiegato anche l’ipersensibilità di alcune forme di autismo: se il figlio viene avvisato dell’arrivo imminente di un rumore, lo può gestire, ma sono i rumori improvvisi a spaventarlo, a infastidirlo. Quando il padre gli chiese quale fosse il posto più difficile per lui, Federico gli rispose: la stazione di Roma Tiburtina. In generale, in città fa fatica a dormire, perché ci sono tantissimi rumori e spesso improvvisi, che noi neurotipici filtriamo, lui no.

Anche quando si parla con lui, bisogna farlo piano e scandendo bene le parole, ma senza esagerare, infilandoci un “ok”, ogni tanto.

Domanda a Federico: Che musica ti piace?

Federico: “Sì, mi piace il Boogie Woogie. Adoro Championi Jack Dupree. Adoro il piano suonato come uno strumento più percussivo che armonico”.

Soffrono non avendo amici?

Oreste spiega che hanno un diverso modo di intendere la socialità. Prima di tutto, hanno bisogno di un equilibrio tra la parte della solitudine (che vogliono) e la socializzazione. E’ necessario, da genitori, aiutarlo a stare con i compagni di scuola, far capire ai ragazzi cos’è l’autismo, perché questo Federico, per esempio, non può farlo da solo, in quanto non possiede capacità organizzative. Lo fai tu, padre, genitori, poi lo lasci andare.

È importante fare il padre, soprattutto dai quattordici anni in su. Oreste e Federico vanno in montagna, fanno lunghe camminate, spesso nel silenzio assoluto. Poi giocano tanto a bowling.

Domanda a Federico: Come hai imparato a non essere impacciato in pubblico?

Federico: “Non lo so. Sono tanti anni che lo faccio. All’inizio era difficile, poi si impara”.

Come hanno fatto a superare certi blocchi?

Oreste spiega che Federico gli ha mostrato come, ogni tanto, il suo cervello parte e vada in loop. Quindi si va per tentativi. Gli autistici hanno le stereotipie: bisogna tentare con una, due, mille frasi. Se una funziona tre volte di fila, si capisce che si è creato un solco, ovvero una stereotipia che caccia un’altra stereotipia.

Domanda a Federico: Quali sono le cose che un genitori può fare per rendere felice un figlio autistico?

Federico: “Credere nelle nostre capacità. Credere nel valore dell’autismo. La fiducia un figlio la respira con il cuore”.

Domanda a Federico: Quali difficoltà hai avuto a scuola?

Federico: “Il fiero orgoglio neurotipico di gran parte della scuola. Da una scuola per tutti dobbiamo passare a una scuola per ciascuno”.

La loro percezione è fatta di dettagli. Non comprendono l’insieme, o faticano a farlo.

Domanda a Federico: Sei andato all’università?

Federico: “No. Non amo il sapere neurotipico. Troppo compilativo delle scoperte dei secoli precedenti. È chiuso alla dimensione del mistero e dell’assurdo. Modifica l’intuizione e l’intraprendenza”.

Domanda a Federico: A che età hai cominciato ad avere consapevolezza di te e a porti degli obiettivi: voglio andare al bosco, piuttosto che al ristorante?

Federico: “Da piccolissimo avevo tutto in testa e non riuscivo a dirlo”.

Oreste ricorda che, quando Federico aveva quattro o cinque anni, si è avvicinato a lui e gli ha detto: “Molto più intelligente di quello che pensi”. Non pensiamo mai che gli atipici possano avere un mondo dentro.

Perché verso i quattordici anni gli autistici “migliorano”?

Federico ha spiegato al padre che, dentro la loro mente, durante l’infanzia, hanno una grande nebbia. Verso l’adolescenza, a forza di stare con i neurotipici, imparano da loro, sebbene spesso gli autistici li evitino, perché infastiditi dai loro comportamenti e dalle loro “prove”.

Il problema, spiega Oreste, è che gli autistici fuggono dentro di sé. Siamo noi a dover trovare il modo per portarli fuori. In casa abbiamo un dogma: “Ogni giorno una cosa nuova”. Provate. Se si fa così, loro prendono fiducia e capiscono che possono vivere anche fuori da sé. Quindi il consiglio di Oreste è di indurli a imparare l’autonomia, una al giorno, magari aiutati all’inizio. Sarà spesso un disastro, ma bisogna perseverare e riconoscergli i passi avanti fatti, magari con frasi chiare: “Vedi che sei stato in grado di farlo?” Bisogna smantellare il concetto che l’autismo è impossibile da affrontare.

Federico: “Se non credono in Federico, peggio per loro. Io non ho tempo da perdere con le paure neurotipiche. Ho tanti fratelli autistici che soffrono e devo correre ad aiutarli. Costruire la società della piena integrazione. Ma non lo vedete che ce la stiamo già facendo? Manca poco. Un futuro felici ci attende tutti, io ci credo. Posso contare su di voi?”

Domanda a Federico: Cosa significa per te essere felice?

Federico: “Maturare la consapevolezza che l’altro è un altro da me. La felicità è figlia della parola insieme”.

Domanda a Federico: E’ vero che la felicità è sentirsi socialmente accettato?

Federico: “Molto bene. Io faccio così. Integro più di tutti chi mi esclude. Vado un po’ a caccia di chi mi umilia. Chi ti esclude mai immagina che tu lo accogli. È destabilizzante e apre a un opportunità di cambiamento”.

Credo che io non debba aggiungere altro. Federico ha detto tutto.

No, forse una cosa la devo aggiungere: condividete questo post dappertutto. In tempi come questi, dove l’esclusione e le paure stanno diventando endemiche e trasversali, Federico ci induce a riflettere profondamente sul valore dell’inclusione e dell’amore tra esseri umani. Ci insegna ad aprirci, non a chiuderci. Ci insegna il potere della volontà, a noi, che ci stressiamo per la coda in autostrada, o in posta. La sua profondità è una potente medicina per ciascuno di noi.

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RECENSIONE: “MAI PIU’ SOLA NEL BOSCO” DI SIMONA VINCI




Marsilio, 2019

Ho visto questo piccolo libro -in termini di dimensione, non di qualità- nella trasmissione “Quante storie” di Corrado Augias, su Rai Tre. Non ho parole per descrivere la gratitudine che provo verso quel programma e gli inserti culturali dei quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Repubblica.

Il giorno in cui ho ascoltato la scrittrice Simona Vinci raccontare con viva passione la redazione di questa perla di carta, mi sono sentita coinvolta ed eccitata insieme. Ognuno di noi ha un legame speciale con le fiabe, anche con quelle dei Fratelli Grimm e io non sono da meno, sebbene a casa mia, naturalmente, circolassero soprattutto le favole del patrimonio slavo. Nel caso dell’autrice, invece, i Grimm hanno rappresentato un legame profondo e lunghissimo, che affonda la sua origine nella prima infanzia, quando il padre le regalò le “Fiabe”:

“Nessun altro tra i miei libri è ridotto in queste condizioni e nessuno mi è più caro. Il reperto è qui davanti a me, sul tavolo da lavoro. La copertina manca da decenni, la costa è macchiata e il simbolo nero e bianco dello Struzzo Einaudi è rigato di crepe. È un tascabile in brossura rilegato a filo di refe, come oggi i tascabili non si fanno più. Sollevando le pagine si vede la tela giallastra con i nodini. La prima pagina è strappata, ne è avanzato soltanto un brandello nella parte alta, a sinistra”.

Chi di noi non possiede almeno un libro che lo ha seguito in quel modo per tutta la vita e che, per questa ragione, è tanto amato e consumato? Simona Vinci ha convissuto con le “Fiabe” fin da piccola ed esse sono diventate parte integrante della sua vita, inducendola anche ad analizzare le esperienze con la lente delle storie tedesche, che talvolta erano terrificanti. Dovete sapere, infatti, che il libro dei Grimm venne modificato nel corso dei secoli, ora per non “sconvolgere” il pubblico borghese che lo leggeva, ora per diventare politically correct. Dunque, la maggior parte di noi ha letto le fiabe nella loro veste edulcorata ed educata, ma non abbiamo perso la loro origine, che proprio Einaudi ci ripropone ancora, grazie al suo fornito catalogo.

“Mai più sola nel bosco” è una lunga passeggiata tra i boschi arcaici delle fiabe, quasi fianco con Cappuccetto Rosso. Durante il tragitto scopriamo eventi del passato dell’autrice, i drammi che l’anno segnata, ma anche le persone che ha incontrato (o immaginato, o sognato). Tutti passano attraverso il filtro delle fiabe e ne escono catartizzati, pur senza cancellare l’impronta lasciata nell’anima della scrittrice.

Ciò che più ho amato, fra queste pagine, è stato scoprire che il corpus delle storie ha una matrice autentica, che affonda le sue origini in una Germania sconosciuta alla maggior parte di noi e che sono le donne le vere protagoniste, perché rappresentano le fonti alle quali i Grimm hanno attinto per comporre il loro grande libro. Balie, nutrici, sorelle di famiglie agiate. Tutte, in coro, oppure in un angolo buio di una stanza, mentre erano intente ad allattare, hanno sussurrato o cantato i loro ricordi, le storie sentite da bambine e le piccole leggende che altrimenti sarebbero andate perdute, e i giovani scrittori tedeschi si sono talmente appassionati a quelle vicende da percorrere tutta la Germania, instancabilmente, pur di continuare a tessere quell’arazzo infinito di frammenti di vita. Perché le fiabe dei fratelli Grimm hanno un origine vera, come i miti e, proprio come i miti, sono diventati archetipi, che oggi rappresentano anche materiale prezioso per l’Arteterapia, grazie alla quale i cantastorie e gli psicologi aiutano adulti e bambini ad affrontare le loro paure e psicosi.

Ho amato la sincerità di Simona Vinci nel raccontarsi, fragilità e sensibilità incluse, come quella della dendrofilia. Lei ama abbracciare gli alberi e non ne ha alcuna vergogna, proprio come possono ammettere molti di noi.

Dulcis in fundo, grazie a questo libro ho scoperto che in Germania esiste “la vera strada dei Grimm”, lunga più di seicentosessanta chilometri, che parte dalla loro città natale, Hanau e arriva fino a Brema, attraversando un territorio enorme, composto da piccole e medie cittadine che vantano villaggi, boschi, castelli, tutti elementi delle “Fiabe”. Si chiama Deutsche Märchenstrasse, (la strada tedesca delle fiabe) ed è stata creata come itinerario turistico nel 1975. Comprende settanta località, tra cui alcune sorprendenti, come la Facherkhäuser, il “vero” castello di Biancaneve, ovvero la dimora bavarese della famiglia Von Erthal, a Lohr am Main, dove sarebbe vissuta Maria Sophia Margaretha Catharina, nata nel 1725 e figlia del principe Von Erthal. Dopo la morte della madre, la fanciulla venne scacciata di casa dalla matrigna e costretta a vagare da sola nei boschi. Sopravvisse grazie all’aiuto dei piccoli lavoratori delle miniere che il padre possedeva in quelle zone. Nani, ma più probabilmente bambini, dal momento che l’infanzia, per come la intendiamo noi nel XXI secolo, è una realtà piuttosto nuova. Un tempo, la maggioranza dei bambini, era considerata forza lavoro in miniatura. Il ché mi fa pensare a quanto siamo fortunati. Coccolati fin dal piccoli, ascoltatori di fiabe di altri bambini meno amati e curati, eppure sono molti di noi a perdere, crescendo, il senso di gratitudine e di stupore…

Non tutti però. Simona Vinci non lo ha perso. Io non l’ho perso. E mi auguro che anche voi conserviate, con la massima cura, la meraviglia dell’infanzia, delle sue letture e i suoi preziosi messaggi.

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RECENSIONE: “MAGIA FILOSOFICA” DI ROBERTO RADICE

Morcelliana, 2018

“L’antico filosofo cerca le tracce della verità, che a suo giudizio si colloca nel passato piuttosto che nel futuro, come oggi per lo più si ritiene. Mentre ai nostri tempi nessuno mette in dubbio che il domani sarà progresso, anticamente nessuno dubitava che il futuro è decadenza, in quanto equivale a un costante allontanarsi dalla verità, che per sua natura si ritiene all’origine, nei pressi dell’arché (del principio) di tutte le cose. Come noi ci lasciamo illuminare dalla scienza e guidare dal suo sviluppo, così i primi pensatori della Grecia si fidavano dell’annuncio dei miti, ad esempio del mito dell’età dell’oro di Esiodo”.

Trovare un libro che contenga due fra le parole che più amo -filosofia e magia- sembrava impossibile e invece… invece, una bella domenica mattina, il quotidiano Il Sole 24 Ore mi ha regalato questa emozione. E non è tutto: a scrivere un saggio tanto speciale è stato un professore di Storia della Filosofia, nonché allievo del grande Giovanni Reale, uno dei massimi conoscitori della materia in Italia.

Vista la premessa, potete immaginare come abbia atteso l’arrivo del testo -ordinato in libreria, perché in provincia è pressoché impossibile trovare certi libri già in sede, ed è un vero peccato, perché non tutti leggono gli inserti culturali dei quotidiani- come se fosse una reliquia. Appena ritirato, l’ho letto e riletto con la massima concentrazione.

E, come accade raramente, la realtà ha superato le aspettative.

Il saggio è scritto da un importante accademico, ma il suo linguaggio è divulgativo e alla portata di tutti. Radice comincia la sua ricerca della filosofia magica viaggiando fin nella notte dei tempi, quando “il paleo-filosofo (che disegnava animali sulle pareti delle grotte) ha imparato a considerare il mondo stesso come un vivente dotato di anima, anche se l’anima a cui pensa è ben al di sopra per natura e intelligenza a quella di un comune vivente”.

Prosegue con un approfondimento sullo Sciamanesimo, dal momento che in molti considerano l’Orfismo greco imparentato con esso e l’Orfismo è centrale, dal momento che “sparse le sue spore su quasi tutta la filosofia ellenica”.

Il Dionisismo, che venerava il dio Dioniso, donò all’uomo la tranquillità interiore attraverso il suo opposto, l’ebbrezza. Tuttavia, liberò anche l’anima e, quando questo avviene, può accadere di tutto. Infatti, la filosofie successive studieranno l’uomo e la sua natura in ogni direzione. Arriveranno il Pitagorismo, il pensiero di Empedocle, Eraclito, Platone e Ippocrate. Per poi sfociare nello Stoicismo, che rappresenta la filosofia più affine al mio quotidiano (“Dipende da te? Occupatene; Non dipende da te? Sii indifferente).

Di seguito, Radice getta luce sulla filosofia di Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo e, fra i documenti di “pratica magica”, ci dona esempi di magia onirica, demonica, astrale terapeutica; maledizioni, filtri d’amore e addirittura la lecanomanzia.

E se vi gira la testa, perché in 203 pagine è condensato il succo della “filosofia magica”, vi assicuro che non potrete fare a meno di voler approfondire ulteriormente, grazie alla nutrita bibliografia.

Insomma, si tratta di un saggio essenziale per chiunque desideri indagare l’anima e la mente dell’uomo attraverso la filosofia e la pratica magica dei nostri antenati e lascia a noi tutto lo spazio interiore per avviare una lunga riflessione su ciò che siamo realmente e quali strumenti possiamo cogliere dal passato per vivere nel modo migliore il presente, anche perché “è come se il mito fosse un tronco d’albero che per un po’ galleggia sulla superficie, impregnandosi di acqua e salsedine, e poi va a fondo, smette di vagare e fa da stabile sostrato allo stesso mare”.

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RECENSIONE: “GUERRA E PACE” DI LEV TOLSTOJ

Einaudi, 2014 (Edizione originale 1863-1869)

Scegliere di scrivere la recensione di uno dei più grandi classici della letteratura mondiale rasenta la superbia, ma credo che sia interessante trovare la riflessione di una lettrice e scrittrice del XXI sec.. Ogni volta che leggo i classici, infatti, non posso fare a meno di pensare quanto sia diversa la percezione di quei mondi, di quegli stili di scrittura e quelle mentalità rispetto a noi, contemporanei, o rispetto a quello che ne avrebbero pensato mia madre, o mia nonna. Non soltanto ogni individuo è diverso dall’altro, ma il mutare incessante delle società, delle mentalità e delle religioni genera emozioni e reazioni diverse davanti a letture poderose come questa.

Ecco le mie.

La trama è nota: Tolstoj apre il romanzo con una curatissima pennellata dell’alta società moscovita del 1805, alla vigilia della guerra contro Napoleone. Fra incontri più o meno interessati, intrighi di palazzo e pettegolezzi spiccano alcune figure di rilievo: Pierre Bezuchov, goffo e irrequieto giovane rientrato dall’estero a causa della grave malattia del padre, il principe Bezuchov; il suo amico Andrej Bolkonskij, principe altezzoso, intelligente e orgoglioso, già stanco del matrimonio con la giovane e insignificante Lisa; i ragazzi della famiglia Rostov, conti di modeste possibilità economiche che però spiccano per bellezza e talenti: Nikolaj, Petja e l’esplosiva, ingenua Nataša. Agli sfarzi della città è contrapposta la vita di campagna, dove scorrono lente e rigide le vite dei familiari del principe Bolkonskij: il vecchio e arcigno padre e la figlia Marja, dolce e pia, che sopporta passivamente l’animo dittatoriale paterno. La giovane sposa Lisa, già incinta, li ha raggiunti, ma trascorre nell’ansia e nella tristezza il periodo della gravidanza e, alla nascita dell’erede Nikolen’ka, muore.

Tutta la vicenda è uno scorrere parallelo tra la guerra franco-russa, che vede come protagonisti Nikolaj e Petja Rostov, Andrej e, in parte, Pierre e la vita in città e in campagna, dove in pochi anni avvengono innumerevoli cambiamenti, sia nelle vite dei protagonisti, sia nella loro visione del mondo. Pierre, infatti, eredita grandi ricchezze dal padre, sposa senza riflettere troppo la bellissima e avida Helene, per poi pentirsene. Entra nella massoneria alla ricerca di un’etica, di uno stile di vita che lo sorregga in un mondo di “isole flottanti”, dove le maschere sono tante e le anime autentiche poche. Conosce Nataša e se ne innamora, ma lei ha già dato il suo cuore al vedovo Andrej, il quale, costretto ad attendere un anno prima di sposarla, per evitare la furia paterna (che vorrebbe un partito migliore), va in guerra, si ammala, guarisce, viaggia, torna in guerra e… e qui già devo fermarmi, altrimenti darei anticipazioni che non sarebbero correte per il lettore che volesse cimentarsi con questa lettura.

Si dice che non si possa essere scrittori consapevoli se non si è letto “Guerra e pace”, allo stesso modo in cui non si può essere veri cristiani senza aver letto la Bibbia. Concordo. La storia del romanzo è ricchissima, mostra una profondità psicologica robusta e l’affresco di una società ingoiata brutalmente dalla storia, che i saggi non saprebbero trasmettere altrettanto bene e con la stessa impressione emotiva e mnemonica.

Ciò che ho trovato esagerato è il racconto della guerra: lungo, tortuoso,e pregno di morale. Certamente Tolstoj desiderava ammonire i lettori circa la crudeltà e inutilità di un qualsiasi conflitto, ma spesso le intenzioni superano il livello di tolleranza del lettore che, almeno nel mio caso, diventa astioso, rispetto alla sofferenza di interminabili capitoli bellici. Ed è il forte, dominante moralismo tolstojiano a rappresentare il difetto maggiore del romanzo, perché se da un lato offre perle preziose, dall’altro, nella sua onnipresenza, appesantisce l’atmosfera del racconto e, a un contemporaneo, sa tanto di maestro con la penna rossa in mano, per essere chiari.

Io credo questo: che ancora oggi “Guerra e pace” sia una lettura imprescindibile per lettori e scrittori, ma che indubbiamente ci siano delle difficoltà nell’affrontare temi che, per studi regolari, stampa e telegiornali, conosciamo tutti abbondantemente. Naturalmente dobbiamo compiere uno sforzo di immedesimazione, e pensare come, alla fine dell’Ottocento, i lettori non possedessero i nostri mezzi di comunicazione, né un’istruzione endemica, perciò l’opera di Tolstoj ha tutte le sue ragioni d’essere, ma oggi vi consiglio un periodo favorevole per la sua lettura, tanta pazienza e tranquillità.

N:B Cercate un’edizione con la traduzione dei numerosi dialoghi in francese: la mia non l’aveva!

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RECENSIONE: “PLANT REVOLUTION” DI STEFANO MANCUSO

Giunti, 2017
Il libro accanto al girasole nano di mio figlio Damon

Seguo il Prof. Stefano Mancuso attraverso i suoi articoli e le apparizioni in tv da parecchi anni, ma solo ora sono riuscita a leggerne un saggio e non poteva succede in un periodo migliore. L’Equinozio di Primavera è appena passato, mio marito e io abbiamo seminato le nostre piantine sul balcone (in attesa di un orto tutto nostro!), addirittura nostro figlio ha portato dall’asilo un girasole nano piantato con le maestre. Insomma, è un tripudio di verde dappertutto, in casa e fuori. Tuttavia, la lettura di “Plant Revolution” ha oltrepassato ogni mia più rosea aspettativa. E’ un libro che tutti dovremmo leggere, anche chi non è appassionato di Natura come me. Il motivo? E’ sufficiente leggere un quotidiano, o ascoltare il tg per rendersene conto: siamo ormai vicini al punto di non ritorno per la salvezza del nostro pianeta, perciò dobbiamo agire adesso.

Anche da questo punto di vista, il saggio ci istruisce in merito alle potenzialità delle piante che ci circondano e ci ricorda la nostra plant blindness, ovvero l’incapacità di osservare realmente i doni della natura, cecità che ha comportato nel corso dei secoli le nefaste conseguenze ambientali di cui siamo oggi testimoni. La verità è che dipendiamo completamente dalla vegetazione, vuoi perché ci procura l’ossigeno, vuoi perché ci nutre, protegge e cura. L’erboristeria è stata la prima medicina comparsa sulla terra. Non saremmo mai sopravvissuti senza l’applicazione curativa delle piante. Inoltre, per millenni l’uomo primitivo è vissuto della raccolta delle piante che trovava sul suolo, ma senza andare troppo lontano, i nostri nonni e bisnonni, che per la maggior parte erano semplici contadini e sono sopravvissuti alla fame coltivando la terra e nutrendosi di ciò che produceva, così come delle erbe spontanee dei campi, delle colline e delle montagne, la cui conoscenza è oggi quasi del tutto svanita.

Mancuso ci rende consapevoli di tutto questo, ma ci spiega anche come le piante, pur essendo prive di un cervello come il nostro o quello degli animali, pur incapaci di sfuggire da predatori e incendi, siano talmente evolute da scongiurare innumerevoli pericoli. Il segreto è insito nella loro struttura, che lo scienziato illustra alla perfezione, una struttura che, unita alle capacità strategiche attuate da ogni specie per superare gli ostacoli, ha molto da insegnarci. Non a caso gli scienziati stanno studiando da anni lo sviluppo di plantoidi, ovvero robot che imitano capacità e funzionalità di piante.

Dunque, si tratta di un saggio imprescindibile, come la “Bibbia” per un cristiano o “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj per un letterato.

Buona lettura e…

Risotto di Asparago Selvatico e Radicchio

… un piccolo esempio di raccolta di erbe spontanee nel XXI secolo: dall’Aglio Ursino e dall’Asparago Selvatico selezionati (senza devastare!) durante una gita mattutina vicino al fiume Isonzo, abbiamo preparato dei piatti deliziosi, usando pochissimi altri ingredienti.

Naturalmente bisogna conoscere bene ciò che si trova: molte piante si somigliano tra loro, alcune di esse sono tossiche e possono quindi rivelarsi pericolose. Noi abbiamo imparato a raccoglierle grazie a professionisti e parenti che lo facevano da anni. Ora ci godiamo il piace di mangiare ciò che raccogliamo direttamente dalla terra durante la stagione corrente.

Madre Natura ci nutre, ci cura, ci affascina e ci ispira.

E’ Madre in ogni senso.

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Equinozio di Primavera

Se dovessi spiegare i motivi per i quali sono rimasta così a lungo lontana da questo blog, impiegherei decine di pagine. In una manciata di mesi ho infatti vissuto tante esperienze e imparato così tanto da inebriarmi di felicità. Avete presente quando siete un po’ brilli e tutto vi sembra semplice, divertente e luminoso? Ecco, io vivo in questo stato di grazia da un po’. Le ragioni sono semplici: vivo come voglio. Faccio ciò che amo. Mi circondo di persone che apprezzo e stimo. E poi cerco, leggo, studio, imparo e ascolto moltissimo.

Sono ancora in trasformazione.

Siamo tutti in continuo mutamento, ma la verità è che spesso non ce ne accorgiamo, o ci facciamo sopraffare dall’ansia di quello che ci attende. Io ho iniziato a comprendere che la vita è fatta di cambiamenti da bambina, perché la mia prima maestra è stata la Natura, assieme alle mie Matriarche. Non è cosa da poco. Quel tipo di apprendimento ti rimane impresso a vita, ed essendo così potente, è come un faro, anche nella notte più buia.

In questo periodo della mia vita, dunque, mi trovo nel bel mezzo di nuovi progetti letterari, giornalistici e artigiani. Tra qualche mese pubblicherò un nuovo romanzo, continuo a scrivere articoli per una rivista che si chiama “La tua felicità” (guarda il caso!) e partecipo a intensi corsi di Merletto a Tombolo e Sartoria. Ho anche in mente un progetto creativo da sviluppare nei seguenti mesi e al quale sto già lavorando.

Insomma, ho un calderone pieno di meraviglie che cuociono a fuoco lento e non vedo l’ora di rivelarvi tutto, pezzo per pezzo.

Nel mentre, è arrivata la Primavera. Quale stagione migliore, per un simile percorso di trasformazione?

Buon Inizio a tutti!

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