Visita alla mostra “Magnifici ritorni – Tesori Aquileiesi dal Kunsthistorisches Museum di Vienna” presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

Nel Museo Archeologico di Aquileia, da qualche mese c’è un nuovo allestimento, al quale si è aggiunta questa mostra preziosa, perché restituisce -sebbene per il periodo dell’esposizione- importanti reperti archeologici rinvenuti sul territorio.

In queste foto, ho catturato gli oggetti e le statue che più hanno attirato la mia attenzione. Voi avete ancora a disposizione cinque giorni per ammirare la mostra.

Non esitate!

Telamone

I secolo a.C.

Terracotta

da località Panigai e Monastero

Statua di divinità femminile (c.d. Afrodite)

I secolo d.C.

Marmo

La statua fu rinvenuta nel febbraio 1824 negli scavi del parroco Antonio Supanzig e venduta per il tramite di Girolamo de’ Moschettini alle collezioni imperiali a Vienna nel 1828.

L’opera rappresenta una figura femminile nuda, con il solo mantello che avvolge il corpo ai fianchi. La posa della figura rimanda all’iconografia di una Venere Marina (o Ninfa), in genere raffigurata con una roccia posta dietro alla gamba destra, qui solo in parte conservata. A seconda della collocazione cui era destinata, la raffigurazione era completata da delfini, pilastrini, lunghi panneggi e recipienti per l’acqua. Si tratta di un’elaborazione di II sec. a.C. della famosissima Afrodite Cnidia di Prassitele, opera di IV sec. a.C., che per la prima volta rappresentava la dea completamente nuda. La scultura aquileiese doveva essere originariamente collocata in un luogo pubblico di grande visibilità, forse il teatro o le terme della città.

Applique con Testa di Vento

Fine del I secolo a.C. – inizio del I secolo d.C.

Bronzo

Dal Foro, pozzo orientale

Rilievo con Bucrani

Metà I secolo d.C.

Marmo

Da località ignota

Rilievo con scena di aratura

II secolo d.C.

Marmo

Si ignora il rinvenimento di questo rilievo. Fu venduto alle collezioni imperiali nel 1874 da Johan Lusnik, insegnante ad Aquileia, e poi esposto nel Palazzo del Belvedere inferiore di Vienna.

La scena raffigura un uomo che conduce l’aratro, trainato da due buoi aggiogati. Al margine destro della lastra un elemento vegetale, forse un ramo di pino, con appeso uno strumento musicale (krotalon), completa la rappresentazione. Questo dettaglio, insieme all’abito orientale del personaggio, il berretto frigio e il bastone da pastore (pedum), hanno suggerito di riconoscervi Attis, divinità di origine orientale, le cui vicende mitiche si legano indissolubilmente a quelle della dea Cibele. L’identificazione resta però dubbia a causa dell’assenza di confronti per la scena d aratura nella documentazione del culto di Attis.

Capitello Corinzio con maschera teatrale

Fine del II secolo d.C. – inizio del III secolo d.C.

Marmo

Da località ignota

Stele funeraria di Bassilla

Prima metà del III secolo d.C.

Calcare

Da un’area funeraria a sud della città

…a lei che spesso sul palcoscenico morì, ma non in questo modo, alla mima Bassilla, decima musa, Eraclide, attore valente nella declamazione, pose questa stele. Anche da mota essa ottenne un onore uguale a quello che godeva da viva, poiché il suo corpo riposa in un suolo sacro alle muse. I tuoi colleghi ti dicono: “Sta di buon animo, Bassilla, nessuno è immortale”.

Inscriptiones Aquileiae

Statua di Artemide Efesia

I secolo d.C.

Marmo

Da località ignota

Tra le divinità orientali presenti ad Aquileia spicca l’Artemide di Efeso, dea lunare della natura e della caccia, dalla caratteristica veste aderente, adorna di offerte e simboli di fecondità. La divinità è ricordata anche in un’iscrizione bilingue, posta da Tiberio Claudio Magno, originario di Efeso e patrono ad Aquileia, del collegio dei cacciatori di Nemesi, altra divinità legata alla caccia e in particolare alle venationes che si svolgevano nell’anfiteatro.

Corredo funerario di Sacerdotessa

I-II secolo d.C.

Oro, Argento

Dalla necropoli di Beligna

Entro un’urna ancora sigillata nel 1885, si rinvenne un preziosissimo corredo, forse appartenuto, per la singolarità degli oggetto deposti, a una sacerdotessa di origine orientale.

Purtroppo, solo alcuni di essi entrarono a far parte della collezione storica: uno specchietto in argento con incise le tre Grazie, appliques in oro raffiguranti mosche ad ali chiuse, destinate a essere cucite sulla veste della donna, due foglie di edera in oro, che dovevano decorarne i sandali e un ciondolo cilindrico, anch’esso in oro, con funzione di amuleto.

Gemme con formule magiche

II-III secolo d.C.

Pietra Dura

Mano Magica di Sabazio

Bronzo

II secolo d.C.

Testa di Demetra (Iside)

I secolo d.C.

Marmo

La testa rappresenta una divinità femminile con capo velato recante sulla sommità un piccolo canestro (kalathos) decorato con un crescente lunare. Due corna, appena visibili, in corrispondenza dell’attaccatura della chioma, completano l’iconografia della divinità, interpretata da alcuni con un’immagine di Demetra-Iside.

Nella propaganda politica dell’Egitto di età tolemaica, a partire dal regno di Arsinoe II (275-268 a.C.), numerose furono le sovrane che scelsero di farsi ritrarre con le fattezze della divinità, espressione di regalità e di abbondanza. Quest’uso fu recuperato in età romana e molte furono le dame della corte imperiale che adottarono il modello per i propri ritratti. Per tali ragioni vi è chi ha riconosciuto nella scultura aquileiese un ritratto di Cleopatra Selene, figli di Cleopatra e di Marco Antonio.

L’opera, appartenuta a Georg von Millosicz, ammiraglio della marina austriaca e collezionista di monete e oggetti antichi, fu acquistata a Vienna dal Gabinetto di Antichità nel 1890, dopo la sua morte.

Qui ci sono io, appoggiata a un Cedro del Librano (o Himalayano ?) di circa 150 anni, il cui diametro è di 6 metri e l’altezza di 21. E’ immenso, possente, e i suoi rami toccano fino a terra.

Quando andate in un museo, dotato di giardino, osservate tutto, non soltanto i reperti archeologici e le opere artistiche. Scoprirete tesori come questo, di una bellezza tale da mozzare il fiato.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “NIENTE CAFFE’ PER SPINOZA” DI ALICE CAPPAGLI

Einaudi, 2019

Mapi è una giovane donna che non sa cosa fare. Si è sposata giovane, vive con il marito e la suocera accanto. Hanno un cane. Lui non è mai a casa e, quando torna dal lavoro, le chiede di lavare e stirare le sue camicie, per il resto risponde a monosillabi o grugnisce. La suocera è una spina nel fianco. Non fa che accusarla delle disgrazie economiche del figlio e si lamenta di tutto.

E’ tutta lì la sua vita? Quante donne si saranno chieste le stessa cosa?

Ecco perché questo romanzo può catturare subito la nostra attenzione, ma non è tutto qui, anzi, il meglio deve ancora arrivare, perché Mapi, a un certo punto si deciderà a cercare un lavoro, “per non essere più di peso a nessuno”, ma soprattutto per scappare da quell’atmosfera domestica pesante e inutile.

Mapi frequenta la chiesa e le parrocchiane riescono a indirizzarla sulla strada giusta: in un’agenzia di lavoro per badanti, la responsabile le propone un impiego quotidiano nella casa di un professore di filosofia in pensione. L’anziano ha chiesto un’aiutante italiana che sappia leggere in modo fluido, perché ha perso la vista. È autosufficiente e l’essenziale per lui è trovare una persona che gli legga i suoi amati libri e articoli.

In questo modo, Mapi riprende possesso della sua vita: prima di tutto, il professore la chiama col suo nome anagrafico, al quale attribuisce grande valore. Poi, tra le letture di un aforisma di Epitteto e uno di Spinoza, il professore sembra dialogare direttamente con l’anima della sua dipendente, che piano piano inizia a risvegliarsi, scossa dalla luce che emana l’anziano, una fonte inesauribile di saggezza e tenerezza.

Mentre la vita del suo titolare si spegne, Maria Vittoria sente riaccendersi la sua. Ogni dettaglio della sua esistenza apparirà nella sua evidente superficialità e lei sentirà che può e deve concedersi di più di quanto abbia avuto fino a quel momento.

Questo è un romanzo filosofico divulgativo che consiglio a tutti coloro che si interrogano sulla Vita nella sua complessità, ma anche a coloro che credono che tutto ciò che vedono i loro occhi è quello che è realmente presente su questa terra. In realtà, da millenni gli uomini e le donne sapienti si interrogano su aspetti che esulano dal tangibile. Fra queste pagine non troverete tutte le risposte che cercate, ma alcune sì e soprattutto, vi metterete in discussione, riguardo ad alcune zone oscure.

Non un capolavoro, ma un buon libro.

Commenti da Facebook
Continue Reading

IL MERLETTO A TOMBOLO OGGI – INTERVISTA ALLA MAESTRA DIANA DUSSI

Con mia grande gioia, tornano le interviste e non potevo riprendere che da una delle mie più grandi passioni: il Merletto a Tombolo.

Per far conoscere anche a voi questa tecnica artigianale e artistica antica, ho coinvolto una Maestra eccezionale, Diana Dussi.

Buona Lettura!

Maestra Dussi, può raccontarci brevemente la storia del Merletto a Tombolo?

Il merletto a fuselli nasce in epoca rinascimentale come “conseguenza” del merletto ad ago di poco precedente. Il merletto a fuselli era di più rapida esecuzione rispetto al punto in aria o reticella e si proponeva quale alternativa in un momento storico, il XVI sec., il cui la domanda di merletti era in costante aumento. Il disegno dei primi merletti a tombolo si orienta e prende spunto proprio dal contemporaneo merletto ad ago. E’ molto probabile che il merletto a fuselli abbia visto la luce a Venezia, il modellario edito da Christoph Froschauers a Zurigo nel 1561 attesta che “Il merletto a fuselli fu portato per la prima volta nell’anno 1536 nella Germania meridionale da mercanti di Venezia e dell’Italia”. Sappiamo che Venezia, Genova e Milano vantavano una fiorente “industria del merletto”, è quindi verosimile che dall’Italia settentrionale l’arte si sia rapidamente diffusa Oltralpe e  altrettanto rapidamente abbia raggiunto il sud Italia per poi prendere la via del mare e raggiungere le isole greche da una parte, la Spagna e il Portogallo dall’altra. Vi consiglio un libro meraviglioso, “Klöppelspitzen. Eine Zeitreise” scritto da Erika Knoff, se vorrete approfondire l’argomento, il testo è dotato di un apparato iconografico stupendo.

Come ha conosciuto il Merletto?

Grazie alla mia mamma, che all’epoca frequentava un corso di merletto. Mi ha mostrato lei i movimenti di base e poi mi ha detto “Iscriviti al mio corso, ti piacerà!”

Ci sono dei punti specifici che predilige? E per quali ragioni?

Non ho un cosiddetto “merletto preferito”, apprezzo la raffinata eleganza del merletto francese, la razionalità del merletto di Cantù, la versatilità e completezza del merletto di Gorizia, l’effetto tridimensionale del merletto inglese. Ogni popolo ha affinato un proprio gusto, ha immerso nel merletto i suoi simboli, mi piace individuare le simbologie “nascoste” e godermi le singole particolarità.

Ancora oggi, se racconto in giro di lavorare al tombolo, vengo guardata in modo strano. Eppure il Merletto è da sempre presente nel mondo della moda, non soltanto nei lavori delle contadine e delle nonne. Secondo lei esiste un modo per divulgarlo tra le nuove generazioni, creando magari offerte di lavoro fresche e appetibili?

Esiste senz’altro il modo di divulgarlo, lo stiamo facendo da più parti, grazie all’interessamento di riviste specializzate, pubblicando libri, proponendo corsi anche per bambini; pensare che possa diventare una professione diffusa invece credo che rasenti l’utopia, questo lavoro richiede dei tempi “fisici” per essere compiuto, le mani sono sempre e solo due (!), il mondo va troppo in fretta e diventa difficile trovare chi sia disposto a pagare un merletto tutte le ore di lavoro che vale.

Lei viaggia molto per il suo mestiere. Dove ha insegnato, e con quali risultati?

Ho insegnato in Austria e in Germania, per le rispettive Associazioni Nazionali del Merletto, spesso in occasione di Congressi internazionali, dove ho avuto il piacere di confrontarmi con merlettaie esperte, incidentalmente mie allieve per l’occasione (!) provenienti da tutta Europa. E’ stato molto stimolante e istruttivo per me scambiare esperienze, tecniche, ma anche solo piccoli segreti del mestiere! Il risultato impagabile sono le Amicizie, quelle con la “A” maiuscola che iniziano con una collaborazione di tipo professionale, si basano sulla stima reciproca, poi si estendono al piano personale, si radicano e si rafforzano col passare del tempo.

Come viene presentato il Merletto a Tombolo negli altri Paesi? E’ più conosciuto e insegnato, rispetto all’Italia?

Le porto come esempio due realtà che conosco molto bene, sia l’Austria che la Germania si sono sforzate di appianare le divergenze “politiche” fra le varie Regioni e hanno creato un’Associazione Nazionale centrale, che si incarica di divulgare quest’arte, offrendo corsi, eventi, mostre in tutto il Paese. Ogni regione ospita a turno il Congresso annuale (Germania) o triennale (Austria). Avere un’amministrazione centrale che si prende cura di diffondere i corsi ovunque in modo sistematico fa tutta la differenza del mondo. Non voglio ricadere nel solito discorso “Gli altri fanno tutto meglio di noi”, non è certo il caso, non sostengo che il merletto all’estero sia insegnato in modo migliore, l’Italia ha fior di insegnanti, ma da noi non esiste nulla di paragonabile a livello di efficacia e capillarità, manca un elemento centrale che crei occasioni di incontro fra le varie Scuole, favorisca lo scambio costante di informazioni e tecniche; senza un confronto proficuo, ognuno rimane ancorato alla propria realtà, sempre e solo a quella, non si ha l’occasione di imparare. Non esiste un “centro” da noi che inviti insegnanti stranieri a parlare del loro mondo, le informazioni su ciò che avviene all’estero, delle innovazioni, dei cambiamenti nel campo design sono appannaggio dei pochi “addetti del mestiere”. Inoltre in alcuni Paesi il merletto è considerato un’attività da salvaguardare oltre che un’attività economica a tutti gli effetti, che come tale deve produrre utili, per cui viene sostenuta in qualche modo a livello nazionale.

Nei giornali culturali si discute molto sulla conservazione degli antichi mestieri. Attraverso la sua esperienza e i suoi viaggi si è fatta un’idea di come si possa continuare a trasmettere questa arte alle nuove generazioni, impedendone l’estinzione?

La Tradizione dona solide basi. Su queste basi bisogna costruire innovando di continuo, usando i colori, materiali all’avanguardia, pensando a come può essere impiegato il merletto oggi, Anno Domini 2019. Nessuna delle ragazze giovani cui insegno ha mai perso la testa di fronte a un centrino! Desiderano un paio di orecchini, un merletto per la tasca dei jeans o per la borsa preferita, vogliono decorare la custodia del tablet o dell’ultimo smartphone. Se parliamo il linguaggio dei giovani, verremo capiti. E’ più facile imparare, se ci si diverte e si “indossa” o si “usa” in qualche modo il proprio progetto! 

Quali sono i suoi prossimi progetti di insegnante?

Continuerò la mia esperienza d’Oltralpe, cui spero di affiancare un corso nella mia città natia, organizzato dall’Università Popolare di Trieste (link: https://www.unipoptrieste.it/corsi-4/antichizzazione-e-decorazione ) e continuerò a divulgare per mezzo della carta stampata (link del libro della Maestra: https://www.barbara-fay.de/index.php/en/component/virtuemart/kloeppeln/fiandra-a-tre-paia-detail?Itemid=0 ). Nei miei disegni inserisco ciò che per me è fondamentale, il mio rapporto con la Natura, il mio scopo è farla entrare nelle case delle persone, lavoro con questo obbiettivo in mente. E’ capitato che le mie farfalle diventassero mosaici, i miei fiori acquarelli, molti disegni sono stati ricamati e ne sono stata felicissima, come se fossero diventati merletti! Il tempo scorre, ma quest’Arte non perde nulla del suo fascino, la curiosità è grande per quanto riguarda la lavorazione in sè, per come si muovono le mani (!), inoltre, in un momento storico di profonda crisi, di cui tutti sentiamo la pesantezza, tornare alla Tradizione dona calma, sicurezza e benessere, ci si ritrova, ci si ente meno “persi”, il senso di aggregazione e di comunità che si crea durante i corsi donano un valore aggiunto. Si impara e al contempo ci si sente meno soli.

Il libro della Maestra Diana Dussi, disponibile in tre lingue (italiano, inglese e tedesco)

BIOGRAFIA

Dopo un corso di formazione della durata sei anni, ha ottenuto il Diploma di Maestro Merlettaio e la successiva Specializzazione presso la Scuola Corsi Merletti di Gorizia ora Fondazione.

Dal 2010 dirige il suo laboratorio artistico “Il Filo dei Pensieri” a Trieste.

Nel 2015 ha partecipato al Concorso indetto dalla Fondazione Musei Civici di Venezia con un’opera che è stata premiata e ora appartiene alla Collezione del Museo del Merletto di Burano.

Collabora attivamente con la rivista specializzata “Die Spitze”.

Tiene regolarmente corsi di merletto per l’Associazione “Verein und Textile Spitzenkust in Österreich” (Vienna) e l’Associazione “Deutscher Klöppelverband” (Germania).

Il suo sito internet è: http://www.ilfilodeipensieri.com/home.htm

Tutti i lavori pubblicati in questa intervista sono stati eseguiti dalla Maestra Diana Dussi.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “UN’ESTATE CON LA STREGA DELL’OVEST” DI KAHO NASHIKI

Feltrinelli, 2017

Chi mi conosce bene, sa che non avrei potuto perdermi la lettura di un romanzo con questo titolo.

La vicenda racconta l’estate della tredicenne Mai trascorsa a casa della nonna, una signora inglese rimasta vedova, che abita tra le montagne giapponesi, immersa nella natura e nel silenzio. Mai è considerata una bambina difficile, non vuole più andare a scuola e sua madre pensa che la vicinanza alla matriarca, in un luogo incontaminato come quello in cui risiede, potrebbe indurla a cambiare atteggiamento.

Mai e sua madre hanno sempre chiamato la nonna “La Strega dell’Ovest”, ma solo vivendo con lei, la ragazza scoprirà che quel soprannome non è il risultato di uno scherzo, bensì la verità. La nonna insegnerà alla nipote a usare la magia nella vita quotidiana, in seguito a un addestramento intenso, ma soprattutto attraverso l’amore, l’ascolto, la comunicazione, e i tempi lunghi e semplici della vita di montagna.

Nashiki scrisse questo romanzo breve nel 1994 con il chiaro intendo di opporsi alla “società di massa”, alle “voci tonanti” che vorrebbero le persone tutte allineate, uguali, conformi a una visione comune. Si capisce, tra le righe, che l’autrice è diversa da questo modello. Essere “diversi” in Giappone, è sempre stato un difetto. La sua Mai è diversa per ragioni comprensibili e commoventi, per noi occidentali, ma nella sua terra rischia l’emarginazione. Mi ha colpita piacevolmente trovare una voce letteraria capace di lottare contro questa forma mentale usando la dolcezza di un romanzo che non sbraita, non urla, ma sussurra e, in questo modo, raggiunge direttamente il cuore. Non mi sorprende, quindi, che “Un’estate con la Strega dell’Ovest” sia stato un successo proprio in quel Giappone che avrebbe dovuto ripudiarlo. Evidentemente, Nashiki e la sua creatura, Mai, non sono le sole ad avere una personalità altra, rispetto a quella della massa.

Ho apprezzato molto la storia, l’intrigante presenza della nonna inglese nella realtà orientale, e soprattutto la sorpresa: tre racconti a fine romanzo, che riprendono l’atmosfera e i personaggi della storia. L’autrice li ha scritti nel corso di questi venticinque anni e li ha donati ai suoi affezionati lettori. Un dono essenziale, dal momento che ci si sente davvero orfani della Strega dell’Ovest, una volta terminata la storia.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “MAGIA NERA” DI LOREDANA LIPPERINI

Bompiani, 2019

Mi succede spesso di parlare con lettori forti come me e, nella maggior parte dei casi, trovo pochi appassionati di racconti, classici a parte. Le ragioni si sprecano e non starò qui a tediarvi spiegandovele, ma trovo che sia un vero peccato. Il “problema” è soprattutto nostrano. In America, per esempio, c’è molto interesse verso le short stories, sia perché rappresentano un cavallo di battaglia letterario nazionale, sia perché si sposano perfettamente con i tempi stretti dei lettori oltre oceano. Un racconto si può leggere in una manciata di minuti e, nella terra degli smartphone, dei tablet e dei laptop, è perfetto.

A questo punto, sono certa di non sbagliare nell’affermare che ci vorrebbero più Lipperini, nella letteratura italiana. Ho comprato la sua raccolta di racconti intrigata dal nome suggestivo: “Magia nera”, ma senza alcuna aspettativa. Non avevo infatti mai letto nulla dell’autrice. Che errore madornale! Dovrò correre subito ai ripari, perché, in effetti, Loredana Lipperini è una scrittrice che non può mancare nella vostra biblioteca personale. Ha una scrittura fluida, potente, evocatrice. Le storie che racconta non si dimenticano, sia perché alcune di esse affondano le radici nella storia, e quindi le sentiamo vibrare in noi come una eco, sia perché hanno una potenza, un pathos che pochi altri autori possono vantare. In Italia, per esempio, non me ne viene in mente proprio nessuno.

Mentre leggevo questi racconti magici -in tutti i sensi- continuavo a registrare mentalmente: “questo è il mio preferito, “no, questo è il mio preferito, devo ricordarmene per recensirlo a dovere”, “ma no, ma anche questo!” e così, a un certo punto, ho lasciato perdere. Non c’è un solo racconto che non valga la pena di essere divorato e consumato, integrato e naturalmente ricordato.

Ho apprezzato molto anche la presenza di strofe di canzoni diverse per ogni racconto. Mi sono pure commossa quando ho trovato “Them bones” degli Alice in Chains nel racconto “Baby Blues”, perché questa band grunge mi ha accompagnata durante tutto l’arco della mia adolescenza e, quando sono arrivata alla fine della lettura del racconto, non ho potuto resistere e sono corsa a raccontarlo a mio marito che, da appassionato grunge, è rimasto molto coinvolto dal mio riassunto e dalla presenza di una canzone così underground all’interno di un libro edito da una casa editrice famosa come Bompiani. Senza contare che la trama di “Baby Blues” è inquietante: gioca su un argomento serio come questa forma depressiva che colpisce alcune neo-mamme, perciò poteva rivelarsi rischioso, in tempi di “politicamente corretto” a tutti i costi. Invece la storia prende una piega agghiacciante e il finale è davvero inaspettato e degno di un racconto dell’Ottocento inglese.

La raccolta di racconti è suddivisa in quattro temi:

  • Matrimoni;
  • Madri;
  • Ribellioni;
  • Doni.

Vi invito a leggere questo libro perché vi incanterà, vi farà riflettere e certamente vi spronerà a voler conoscere Lipperini molto di più, attraverso i suoi scritti.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKUE” DI DURIAN SUKEGAWA

Einaudi, 2018

Sentarō ha un passato difficile, ma un uomo gli ha dato fiducia e ora gestisce Doraharu, un piccolo take-away che sforna Dorayaki, un dolce composto da due dischetti di pandispagna e farcito di An (marmellata di fagioli rossi azuki). Sentarō spera di ripagare il suo debito al datore di lavoro prima possibile, anche perché lui è uno scrittore e vuole occuparsi di libri. Almeno, è quello che pensa, mentre si ammazza di lavoro ai fornelli per tutto il giorno, sette giorni su sette. Eppure l’incontro con la signora Tokue fa traballare le sue certezze. Si incontrano proprio da Doraharu, quando Sentarō riceve da lei la proposta di collaborazione. Inizialmente è incredulo: come può una signora, certamente pensionata, voler lavorare in un posto che richiede tante energie? Eppure lei è irremovibile, e arriva a richiedere la metà di quanto Sentarō può offrirle. Spalle al muro, l’uomo non può far altro che accettare, anche perché gli affari languono e la signora Tokue sembra saperla lunga sulla preparazione dell’An. Infatti quella collaborazione cambia tutto, perché la signora Tokue è davvero un’esperta pasticcera. Ha avuto tutta la vita per diventare così brava in cucina e i motivi non tarderanno a emergere, portando scompiglio nella vita di Sentarō e di una giovane cliente che si affeziona all’anziana.

Ho saputo che avrei amato questo romanzo fin dalla sua copertina, che rappresenta davvero una sintesi perfetta del romanzo (non sempre è così, anzi!), ma anche perché, leggendo la presentazione dell’autore, ho scoperto un multi-talento: scrittore, poeta, clown e due lauree agli antipodi. Una in Filosofia Orientale e l’altra in Pasticceria del Giappone. Ora, quando una persona sa fare tante cose, può essere incapace di fare tutto e bene, oppure può essere un genio. Sukegawa si avvicina al genio. Ha scritto un romanzo non impeccabile, ma che si ricorda, sia per i contenuti, sia per la spiegazione di eventi storici che non conoscevo -e molti di voi li scopriranno come me, leggendo il romanzo-. L’autore ci parla di disagio sociale ad ampio spettro. Tutti i protagonisti vivono problemi più grossi di loro e tutti lottano per non restare schiacciati da essi, perché vivere in Giappone, ancora oggi, può essere molto difficile. I pregiudizi sono forti e creano un tipo di emarginazione che a noi può sembrare incredibile, ma che laggiù è assolutamente “comprensibile”, e lo metto tra le virgolette, perché pur rispettando le altre culture e religioni, ho sofferto leggendo, in particolare, ciò che ha dovuto subire la signora Tokue.

Consiglio il romanzo a tutti, non solo a chi è pazzo per i dolci come me, perché questo è un romanzo che offre molto ai suoi lettori. Inoltre, chi è interessato, può vederne anche la trasposizione in pellicola: “Le ricette della signora Toku” è uscito nel 2015 con la regia di Naomi Kawase.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “SPLENDERE” DI JOHANNA MAGGY

Mondadori, 2019

Pochi giorni fa ho festeggiato il mio compleanno: 40 anni. Che traguardo! Sono innamoratissima del numero 40, dal significato simbolico così potente. Durante la mia festa, le amiche si sono premurate di rendermi felice nel modo più semplice e concreto: regalandomi buoni per l’acquisto di libri, saggi e romanzi. Potete immaginare come mi sono sentita: una bambina a cui abbiano regalato un abito pieno di brillantini e volant, o una bacchetta magica di Hermione. Naturalmente mi sono subito tuffata nelle letture, tra le quali figurava “Splendere” di Johanna Maggy.

Sono consapevole del fatto che molti di voi hanno dei pregiudizi su libri come questo: titoli e foto accattivanti, concilianti. Manuali di auto-aiuto, motivazionali. Sottotitoli zuccherosi come: “Piccoli incantesimi per brillare ogni giorno”. Eppure avete mai pensato che, fermarsi alle evidenti operazioni di marketing, potrebbe farvi perdere qualcosa di importante?

Prendete me: teoricamente non avrei alcun bisogno di manuali di auto-aiuto e men che meno motivazionali. Il buon Salvador Dalì scriveva: “La droga sono io!” Tranchant. Eppure mi ci ritrovo: non ho bisogno di droghe, né di motivazioni per vivere serena, entusiasta e ben centrata. Sto bene, mi sento in armonia con me stessa e il mondo da molti anni. E’ stata una lunga strada, ma è valsa la pena attraversarla, sia per il benessere personale che ne è derivato, sia per quello che oggi posso estendere alle persone care della mia vita. Quindi vi chiederete: perché hai preso quel libro? Perché seguo l’autrice da diverso tempo sia attraverso il blog, sia attraverso Instagram e trovo i suoi consigli misurati, costruttivi e utili. E’ madre come me. Ha i suoi impegni quotidiani e professionali (come insegnante di Pilates e coach Olistica) come me. E sorride quasi sempre, proprio come me. Dulcis in fundo proviene da un Paese, l’Islanda, che trovo affascinante e che un giorno desidero visitare insieme alla famiglia. Ho sempre pensato che il suo sguardo avesse qualcosa di originale, di laterale rispetto al nostro, e non mi sbagliavo.

Nel libro, Johanna spiega la sua infanzia: era una bambina selvatica che, come i suoi conterranei, fin da piccola dormiva all’aria aperta, certo ben coperta, ma esposta agli agenti atmosferici più estremi. I suoi occhi hanno convissuto con il cielo fin dai primi mesi di vita, quel cielo immenso, nuvoloso e terso, luminoso e oscuro, che le ha trasmesso -ne sono certa- la consapevolezza di quella che è la vita di ogni creatura vivente, uomini inclusi: un continuo scorrere da un opposto all’altro, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione. Uno scivolare da un estremo all’altro che, tuttavia, dovremmo cercare di affrontare con uno scopo: quello di raggiungere il centro, l’equilibrio, l’accettazione. Attraverso le esperienze della sua infanzia, la constante consapevolezza di essere ancora quella bambina -riconoscimento del Sè autentico-, Johanna affronta la vita con il sorriso, e ha le risorse per combattere contro le avversità. Elargisce consigli pratici: dalla respirazione, pilastro della vita consapevole, al cibo. Dall’acqua alla creazione di una routine quotidiana sana per se stessi e per la famiglia. Dalla necessità di prendersi cura di sé a quella di stare più possibile a contatto con la prima Madre, Madre Natura, la Grande Madre.

Secondo alcuni, sono semplici dimostrazioni di buon senso. Una mia amica ha detto: “Beh, ma non dovremmo farlo tutti? E’ come se ci fossimo dimenticati dove sta il nostro Bene”. Certo che è così! La maggior parte delle persone ha scordato di riconnettersi alla sua parte bambina, al Sè interiore. Come scrivo spesso, ci sono lavoratori e studenti che non sollevano lo sguardo da terra e dallo smartphone per tutto il giorno e non guardano il cielo neppure una volta. Quel cielo che ha così tanto da insegnarci, così come ogni altro elemento della natura. Quel cielo che Johanna, bambina, ha osservato tanto a lungo e che le è entrato dentro.

Ho una teoria. Premetto che entriamo nel realismo magico: Johanna è l’incarnazione di una fata islandese. Un bel giorno, la fata ha deciso che voleva vivere nuove avventure e ha scelto un piccolo corpicino dentro al quale entrare. Così è diventata Johanna, una bambina vivente che porta nel suo dna i geni dei vichinghi, i temuti e resilienti dominatori dei mari nordici. Ora la fata vichinga vive tra noi e ci trasmette una percezione ancestrale della Natura e la forza, la tenacia per riconnetterci a essa.

Mi piace tanto pensare a Johanna in questi termini. E come potrebbe essere altrimenti per chi scrive parole come queste:

“Ciascuno di noi ha dentro qualcosa che deve tenere a bada e di cui si deve occupare. Non significa che siamo guasti, sbagliati o negativi.

Come esseri umani conserviamo la traccia di un evento passato, a volte piccolo, a volte molto grande -dipende da cosa ci è accaduto-, la cui voce sottile ha bisogno di essere ascoltata. È rimasto sulla tua anima un segno che non ti ha più abbandonato e al quale non hai prestato sufficiente attenzione. Magari non sai nemmeno che per tutto questo tempo ha bloccato un flusso di energia positiva dentro il corpo. Prova a ricordartene. Poi abbraccia il bambino che eri, teneramente e con consapevolezza. Lui è sempre stato presente e lo è ancora, ha bisogno di te e delle tue attenzioni, della tua cura. Chiediti come si sentiva, in mezzo alla natura, nel suo posto sacro. Cosa lo ha strappato da lì? Quale azione o parola lo ha ferito?

Molte persone vivono una vita intera trascurando questa parte della loro esistenza. Una parte perduta, sola, rinchiusa dentro di noi ma che richiede attenzione, amore e solo un abbraccio. Chiede soltanto che la sua voce sia ascoltata. Se l’abbiamo sempre ignorata, probabilmente esploderà in un comportamento o in parole che non riconosceremo che non avremmo mai pensato di voler dire. Potremmo arrabbiarci facilmente, diventare nervosi, trattare le persone che amiamo in modo inaspettato.

Diamo a noi stessi il tempo e l’amore per domandarci che cosa non va. Stai bene? Come ti senti davvero? Ogni volta che ce lo domanderemo, nelle diverse fasi della vita, troveremo risposte differenti e nuove. È un processo che non finisce mai. Per ogni fase che attraversiamo ci saranno nuovi splendori.

L’amore per noi stessi è accettazione di chi siamo, in ciascun passo, in ciascun momento del viaggio. L’amore e la cura di sé richiedono duro lavoro, una profonda connessione e un tempo dedicato durante tutto il corso della propria vita. Un tempo che meritiamo, profondamente e veramente. Quando siamo in contatto con noi stessi e abbiamo un equilibrio sano viviamo in modo diverso. Spontaneamente mangiamo cibi sani, desideriamo camminare in mezzo alla natura, fare Pilates, Yoga, o qualsiasi tipo di esercizio fisico.

E la nostra famiglia trae beneficio dal nostro stato”.

Sì, ne vale la pena. Lo sa Johanna. Lo so io. Ho trovato un’anima gemella e sono certa che anche a voi verrà voglia di diventare -o tornare a essere- così, dopo aver letto “Splendere”.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “IL METODO ARISTOTELE – COME LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI PUO’ CAMBIARE LA VITA” DI EDITH HALL

Vai in biblioteca per prendere un libro e, se non stai attenta a tenere lo sguardo fisso sul banco del bibliotecario, finisce che ti porti altri volumi a casa. Vi succede? A me sempre! Poco tempo fa è accaduto proprio con questo saggio su Aristotele e il suo pensiero, di cui avevo già letto sulle riviste letterarie. Non mi pento dell’ennesimo libro portato a casa (anche perché stavolta era gratis!), anzi, opere come questa sono benedette, soprattutto nel nostro mondo caotico e controverso.

Edith Hall è una delle più importanti classiciste del mondo e insegna Lettere classiche al King’s College di Londra. Ha scritto diversi libri divulgativi sull’antica Grecia e sulla sua filosofia e in questo ha infuso tutti i cardini del pensiero aristotelico. Il libro è diviso in capitoli che possono essere letti e ripresi più volte, infatti i titoli sono: Felicità, Potenziale, Decisioni, Comunicare, Conoscenza di sé, Intenzioni, Amore, Comunità, Tempo libero e Caducità. Insomma, un saggio che rimane sul comodino per tutta la vita, che può essere consultato spesso, per schiarirsi le idee, prendere decisioni e scegliere il giusto percorso da intraprendere in un momento in cui ci si sente confusi. Anzi, io credo che questo testo andrebbe letto a scuola. Fin dalle medie. Perché? Vi propongo uno stralcio illuminante:

“I Leitmotive di Aristotele sono i seguenti: studio della situazione con cui si è alle prese, ponderazione, continua attenzione alle intenzioni, flessibilità, buon senso pratico, autonomia individuale, importanza di consultarsi con gli altri. E la premessa fondamentale della sua concezione della felicità è straordinariamente semplice e democratica: tutti possono decidere di essere felici. Dopo un certo tempo, agire rettamente diventa un’abitudine radicata, che fa stare bene con se stessi. Lo stato mentale che ne consegue è quello che va sotto il nome di eudaimonia, usato da Aristotele per indicare la felicità”.

Lo confesso: per anni non mi sono voluta avvicinare allo stagirita perché avevo letto che considerava donne e schiavi inferiori e, di conseguenza, nei suoi scritti, non c’era niente per loro. Mi sono dovuta ricredere leggendo Hall, una donna, che per prima si era relazionata a questo dato di fatto. La professoressa ricorda il rapporto che ebbe Aristotele con le donne della sua vita, in particolare con Erpillide, la madre dell’amato figlio Nicomaco. Il filosofo non sposò Erpillide, probabilmente perché apparteneva a un rango inferiore, ma non soltanto la trattò da sua pari: prima di morire si assicurò che le venissero assegnati dei servitori, delle proprietà e una parte sostanziosa di denaro. Allo stesso modo, nel suo testamento scrisse di liberare gli schiavi di sua proprietà. Hall è certa che, se Aristotele vivesse nella nostra società, si ravvederebbe circa il potenziale della donna, osservando con scrupolo tutto ciò che riusciamo a fare, da nubili e da sposate, da ragazze e da vegliarde, con pochi mezzi o dotate di ricchezza.

Trovo questo saggio così utile da scambiarlo per un manuale. Sarò la prima a tenerlo sul comodino per consultarlo ancora e ancora. Non posso fare altro che consigliarvi caldamente di leggero e di riflettere sopra ogni singolo capitolo.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “LA VEGLIA DI LJUBA” DI ANGELO FLORAMO



Bottega Errante Edizioni, 2018

Dovete sapere che, per quanto mi riguarda, leggere un articolo, un saggio, un romanzo o un pensiero volante vergato da Angelo Floramo è garanzia di successo. E non sto parlando di un successo planetario, che ricopre uno scrittore di onori e soldi. Mi riferisco a un successo più grande: l’epifania dell’anima. Questo accade perché Floramo è un Grande Uomo. Uno di quei pochi grandi uomini rimasti sulla terra, nella nostra epoca, un dono che Dio, o l’Energia Universale, o come lo volete chiamare, fa all’umanità per aprirle gli occhi, per farle comprendere che l’esistenza è multidimensionale, che siamo circondati di innumerevoli sfumature di emozioni e sentimenti, che da un’esperienza si possono trarre il bene e il male e poi la giusta via di mezzo, e che la vita vale la pena di essere vissuta fino in fondo, anche quando sembra che abbia mani così forti e grosse il cui unico scopo è quello di strangolarti.

E a sentirsi strangolato dalla vita in questo modo, avrebbe potuto essere proprio il protagonista del libro, Luciano Floramo, detto il Nini, cresciuto a Sveto, un paesino dell’entroterra carsico, in Istria, che ebbe un’infanzia bucolica e semplice pennellata di colori vivaci, speziati e amici speciali, ma che subì in seguito le tempeste della storia, che indussero la sua famiglia ad andarsene dalla terra del miele e del sangue, per trasferirsi in Italia, bollati come esuli e profughi.

Ho letto molte storie sugli esuli dalmato-istriani, ma nessuna ha il sapore di “La veglia di Ljuba”, perché la mescolanza del sangue dei Floramo impedisce fin dalla genetica un’uniformità di intenti e riconoscimenti. Il Nini, infatti, era figlio della majestra, la maestra di Sveto e di un siciliano, spedito al confino, ai margini di quella che all’epoca era tutta Italia, per non aver aderito al fascismo. Insomma, si trattava di un bambino per metà istriano e per metà siciliano, un unicum, fin dalla nascita. E infatti spiccava tra tutti, con la sua zazzera scura, tutta riccioli e la pelle ambrata, un piccolo animaletto selvatico e vivace in mezzo a una fila di teste biondissime o rosse e occhi chiari come ruscelli baciati dal sole. Il Nini era amatissimo al villaggio per la sua indole, soprattutto da Jolka, una signora che si occupava delle pulizie della sua casa e che custodiva un passato doloroso, raccontato con delicatezza e partecipazione dall’autore.

Il libro è una vera matrioska, un insieme di storie nella storia, di vite spezzate dalle decisioni prese dai potenti e un inno alla ribellione civile, perché quel Nini, così disperatamente innamorato della sua Terra Madre, strappato da essa a forza, non ha mai dimenticato le sue origine, perché puoi tagliare un albero, ma le sue radici rimangono sotto terra e continuano a pulsare di vita. Così fu per il Nini, che venne sballottato dapprima a Trieste, poi a San Daniele del Friuli e mai, mai volse il suo sguardo lontano dall’Istria, da Sveto, anelando al ricongiungimento come Odisseo alla sua Itaca. Tutta la sua vita fu una ricerca di emancipazione per un ritorno sicuro. E trionfò in ogni sua scelta: studiò tanto, si laureò, lavorò sodo prima e dopo essersi dedicato all’istruzione (si faceva in bicicletta Cividale-Trieste e ritorno per frequentare l’università!) e, se qualche lettore potrebbe tacciarlo di inadeguatezza, o eccessiva umiltà, perché si oppose per tutta la vita alle mazzette, ai “favori” tra potenti e ad altre nefandezze economiche e politiche, vi assicuro che la sua onestà è una perla rara e potente, in questo mondo di apparenze e arrivismi, di superficialità e interessi.

Un uomo come Nini, non poté che scegliere una donna in cui riflettersi come in uno specchio: Laura, da lui chiamata teneramente Ljuba, una ragazza friulana che conobbe a San Daniele del Friuli. Lei, così giovane, già lavorava, eppure scoppiava di interesse verso il sapere che il “professore” voleva divulgare a tutti, anche a chi non poteva permettersi un istruzione. Se c’è un appunto che potrei fare all’ultima opera di Angelo Floramo è proprio questo: nei suoi libri in generale e in questo, in particolare, poco spazio, poca profondità vengono dati alle donne. Avrei voluto saperne di più di Antonietta, la madre di Nini, di Ljuba e delle sue figlie, Ave e Fiorella. La descrizione dell’anima spezzata di Jolka è stata illustrata con un episodio duro, ma dovuto per comprenderne l’essenza e amarla, mentre per le donne della vita di Luciano e Angelo Floramo, il sipario cala, celandone gli spiriti certamente indomiti, luminosi, che molto avrebbero da trasmettere ai lettori e a intere generazioni.

Poi ho letto la Postfazione di Angelo Floramo: scrisse il libro tra l ‘8 giugno e il 22 luglio 2018. Un fiume in piena, un flusso di coscienza riversato su carta. La scrittura di questo libro fu catartica: gli permise di sciogliere il nodo di dolore che lo aveva accompagnato troppo a lungo, a causa della morte di suo padre. Allora ho capito. Il primo racconto che scrissi fu sulla morte di una mia prozia, Baba Jela, avvenuta in Bosnia, durante il conflitto. Non mi venne concesso di partecipare al suo funerale perché il ritorno nella Jugoslavia in fiamme sarebbe stato pericoloso per un adolescente come me. Ci andarono solo mia madre e mio fratello, lasciandomi nella disperazione, a casa, mentre mio padre poteva stordirsi almeno attraverso il lavoro. Macinai tanta di quella sofferenza e ingiustizia, da sprofondare in un abisso. Poi i miei cari tornarono e misi da parte il mio dolore per occuparmi del loro. Passarono i mesi e mi sentii schiacciata dall’oppressione, fino a quando non decisi di buttare tutto sulla carta e scrissi un racconto che parlava di lei, Jelica, la mia Jela, che aveva fatto la fiorista a Zenica, e che aveva appreso lì la caffeomanzia, frequentando amiche musulmane. Tornata a Vranjak, si era portata appresso anche quella conoscenza e leggeva i fondi di caffè a tutto il quartiere e il villaggio, senza richieste di denaro o altro: in Bosnia, leggere il caffè era un modo per stare insieme, per raccontare le proprie gioie e i dolori, confrontarsi con l’altro, chiedere ed elargire consigli. Anche l’ultimo giorno della sua vita, prima di uscire di casa per non fare più ritorno, bevve il caffè. Mia madre trovò la sua tazzina capovolta sulla finestra, dove la lasciava sempre e ci vide chiaramente una croce gialla, segno inequivocabile di morte. Baba Jela l’aveva vista prima di uscire? Oppure non ne aveva avuto il tempo e si era lasciata quel nefasto presagio alle spalle? Non lo sapremo mai. Ciò che io so, è che la sua eredità non è andata perduta, né il suo ricordo e che la scrittura mi ha regalato la catarsi, ha portato via quel dolore lacerante, lasciando solo la dolcezza, la tenerezza infinita dei ricordi e gli insegnamenti di Baba Jela.

Così deve essere stato per Angelo Floramo, cui va la mia gratitudine per averci regalato l’ennesimo pezzo della sua anima, della storia dell’Istria e della Jugoslavija.

Commenti da Facebook
Continue Reading

RECENSIONE: “LA CASA CHE MI PORTA VIA” DI SOPHIE ANDERSON

Rizzoli, 2019

Poi dicono che Facebook sia il male…

Come ogni altro mezzo a nostra disposizione, dal mestolo della cucina alla penna stilografica, uno strumento è inerme finché non gli infondi vita, non lo muovi nella direzione che desideri. Allo stesso modo, se un social viene utilizzato a fini conoscitivi, apre mondi. E così è successo anche stavolta: Morena Luciani Russo, sul suo diario Facebook, ha tessuto le lodi di questo libro per ragazzi e, non appena ho capito che si trattava di una storia contemporanea di Baba Jaga (come la chiamo io, ma voi la troverete nel libro con la “y”), mi sono precipitata in libreria per acquistarlo. Sì, perché nonostante le mie scorribande letterarie, non lo avevo visto e me lo sarei probabilmente perso, se non fosse stato per Facebook.

Ora, questa recensione è indirizzata al romanzo, non al social, ma se sono così petulante è solo perché vorrei evidenziare ancora una volta che il dito va puntato su chi e come utilizza un social, non sul social in sé…

Tornando al protagonista di questo post, sono rimasta incantata dalla trama: Marinka è una giovane ragazza dai capelli rossi che gira il mondo su una casa con le zampe di gallina, la casa di Baba Jaga, la Guardiana del Cancello, ovvero colei che accompagna i morti sulla soglia tra il mondo dei vivi e quello delle stelle. Ogni notte, ovunque si trovi, Baba Jaga prepara da mangiare per i defunti che arriveranno: borsch, kvass e altre leccornie russe. Accorda la sua balalaika e prepara il foulard rosso con i teschi e l’atmosfera della sala da pranzo affinché tutto sia accogliente e dolce per l’ultimo banchetto dei morti. A Marinka spetta il compito quotidiano di preparare il recinto di femori e teschi, senza il quale gli spiriti non saprebbero riconoscere una casa Jaga da qualsiasi altra. Ma ogni giorno che passa, a Marinka quel compito pesa di più, perché rispecchia il suo futuro, già tracciato: un giorno diventerà la Guardiana del Cancello, ma lei non desidera quella vita. Ad accompagnare la ragazza c’è una taccola nera, che lei ha adottato quando era solo un pulcino e poi c’è la casa stessa, che fin da bambina l’ha coccolata e amata come una seconda madre, facendo crescere per lei giardini di muschio in camera e sbocciare fiori profumati da rami che faceva crescere accanto alla fanciulla. Tutti doni meravigliosi che però, Marinka, come ogni adolescente o preadolescente, inizia a sentire come pesanti fardelli, lei, che vuole un’altra vita.

Leggere questa storia è stato come tornare all’infanzia e all’adolescenza, perchè la favola di Baba Jaga è nota in tutto il mondo slavo e perciò anche nella mia famiglia e, anche se così non fosse stato, l’avrei scoperta da sola, perchè sono molto legata alle mie radici. È stato quindi sorprendente scoprire che anche la nonna materna dell’autrice gallese Sophie Anderson, Gerda, era slava e proprio da qui deriva la passione della nipote per tutto il mondo delle favole slavo. Alla fine del romanzo c’è una breve ma chiarificatrice intervista alla scrittrice, che spiega proprio il suo interessamento a Baba Jaga attraverso i racconti della nonna, passione che è divampata in età adulta, quando ha voluto scavare, saperne di più di lei e da quelle ricerche si è formata la trama di “La casa che mi porta via”. L’ho sentita due volte vicina a me, sia per le radici comuni, sia per le ricerche che sfociano in romanzi!

Insomma, è una storia per ragazzi che consiglio davvero a tutti, grandi e piccini – io la leggevo a mio figlio quattrenne!- perché racconta la morte esattamente come andrebbe raccontata: come l’epilogo di una vita spesa bene (sta a noi condurla nel migliore dei modi!), con un gran banchetto finale, ricordi, musica e balli, prima di varcare il cancello che porterà i nostri spiriti tra le stelle, là da dove proveniamo tutti.

Commenti da Facebook
Continue Reading