SECONDA VIDEO-PRESENTAZIONE DI “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” DI NATASA CVIJANOVIC’, QUDU LIBRI, 2019

Cari lettori,

oggi vi offro la mia seconda video-presentazione letteraria, stavolta con un focus su uno degli argomenti principali del mio libro: l’epistolario.

Spero vi godrete il mio monologo, che contiene anche numerose informazioni utili per chi è incuriosito dal mondo della corrispondenza e non sa dove andare a cercare un amico di penna.

Buona visione:

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RECENSIONE: “IL SOGNO DELLA MACCHINA DA CUCIRE” DI BIANCA PITZORNO

Bompiani, 2018

Sono tremenda: non avevo mai letto niente della scrittrice Bianca Pitzorno. Conoscerla attraverso questo romanzo, ha fatto sì che ora desideri leggere tutto ciò che ha scritto fino a oggi, anche gli articoli. Il motivo? La sua scrittura è scorrevole, preziosa, coinvolgente e la storia che ha scelto per questo romanzo mi è rimasta nel cuore. O meglio, nell’anima. Perché parla a tutte noi, donne emancipate e contemporanee, perché ci ricorda che abbiamo molti più diritti di quanti ne abbiano mai avuti le nostre antenate in (quasi) ogni angolo del mondo, ma che una certa mentalità patriarcale e machista continua a strisciare sottoterra, pronta ad afferrarci le caviglie e a trascinarci giù, nella meschinità, nell’ingiustizia, nello stupro e nella totale assenza di libertà.

La trama racconta la vicenda di una bambina di fine Ottocento, alla quale il colera ha ucciso tutti i parenti, fuorché la nonna. L’anziana è una donna forte, che per tutta la vita ha sbarcato il lunario come domestica nelle case dei signori, oppure come sartina. Essendo rimaste sole, la nonna decide di insegnare alla nipotina di sette anni tutto quello che sa della sartoria, perché sa, in cuor suo, di non poter sopravvivere ancora a lungo, e vuole affidare alla bambina un mestiere che le consentirà di essere economicamente indipendente e di non dover sottostare alle regole di una famiglia ricca, alle molestie e crudeltà, all’umiliazione. In quel modo potrà stare anche lontana dalle fabbriche e dalle lavanderie, dove subirebbe le stesse attenzioni orribili da parte degli uomini e tornerebbe ogni sera a casa stremata dalle lunghissime ore trascorse rinchiusa fra quattro mura o con le mani sempre immerse nelle tinozze di acqua e cenere. La bambina cresce quindi fianco a fianco con la nonna, accompagnandola nelle case dei ricchi e dei borghesi per realizzare corredini per bambini, biancheria per gli adulti, corredi matrimoniali, rammendi, tutte quelle cose che un tempo venivano affidate alle sartine, un diminutivo utilizzato per distinguerle dalle sarte, quelle che avevano una boutique in centro città e realizzavano capi di alta sartoria per le passeggiate, il teatro, i matrimoni e ogni altro importante evento dove confluivano i signori e le signore.

La sartina si ritrova sola ancora minorenne, ma grazie alle conoscenze della nonna, riesce a continuare a fare il suo mestiere con la testa alta, addirittura a tenere dei soldi per togliersi dei piccoli capricci -il teatro, le riviste, i libri- e per le emergenze. Soldi che tiene in due scatole di latta ben distinte e nascoste. Fra queste conoscenze, due sono molto speciali per la giovane sartina: la marchesina Ester e la sua insegnante di inglese, la Miss americana. Due donne talmente diverse dalla protagonista, che seppur dello stesso sesso, grazie alla classe sociale e al denaro di cui dispongono riescono a vivere un’esistenza dignitosa, scappando da un marito, con la propria figlia la prima e vivendo in totale libertà la seconda. Ma entrambe, nonostante tutto, pagheranno un prezzo alto, perché restano due donne in una società, di un mondo, dove il loro ruolo è estremamente circoscritto.

Questo romanzo parla a tutte noi, dicevo, e mi hanno sconvolta due dettagli, in particolare: il fatto che ogni vicenda prenda spunto da un fatto realmente accaduto, e che le persecuzioni subite da alcuni personaggi somigliano spaventosamente alla caccia alle streghe che ha infiammato l’Europa e buona parte dell’America del Nord per secoli. Non me lo aspettavo. Non avevo mai riflettuto su questa drammatica somiglianza: se una donna di fine Ottocento -ma potremmo parlare di secoli, anche in questo caso- non sottostava alle regole, finiva in manicomio -e questo lo sapevo- ma poteva anche venire perseguitata legalmente da un potente, che pagava dei testimoni, i quali dichiaravano esattamente quello che, il ricco di turno, comandava, al fine di distruggere la reputazione e la vita intera della vittima destinata. Anche la nostra sartina corre questo rischio. Anche lei viene perseguitata dall’ombra del triste destino di Ofelia, una ragazza che si era ribellata alle molestie di un ricco “signore”, che gliela aveva fatta pagare e aveva finito i suoi giorni in una casa di tolleranza, dopo essere passata per ogni genere di tribunali, carceri e persecuzioni.

E’ un quadro triste e deprimente, quello di Bianca Pitzorno, che ci regala una specie di lieto fine, ma ci lascia l’amaro in bocca. Perché quando non disponi della tua libertà, quando devi lottare con le unghie e con i denti per mangiare ogni giorno e proteggerti dalle angherie e dalle violenze, e non puoi neppure permetterti di sognare, la vita non ha davvero alcun senso.

Questo è un romanzo necessario. Leggetelo.

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RECENSIONE: “HATHA YOGA” DI YOGI RAMACHARAKA

Venexia, 2012

Prima di iniziare questa recensione, vorrei fare un plauso alla casa editrice Venexia, perché è una di quelle aziende dell’editoria italiana capace di scegliere autori e argomenti poco noti, talvolta scomodi e, molto spesso, sconosciuti ai più. Inoltre, le sue copertine sono talvolta di una tale bellezza, che il piacere di tenere in mano il loro libro è doppiamente intenso.

In questo caso, la grafica è modesta, ma il contenuto vince su tutto.

Yogi Ramacharaka non è un misterioso yogin indiano, ma lo pseudonimo di un avvocato americano di Chicago, William Walker Atkinson, autore di numerosi testi sulle filosofie orientali e l’esoterismo in generale, alcuni dei quali fondamentali per la diffusione dello yoga in Occidente. Sono datati all’inizio del Novecento, ma non invecchiano, anzi, il loro fascino è dovuto anche allo stile della scrittura: elegantissimo, limpido e divulgativo. Questo saggio completa una trilogia “della salute”. Gli altri due titoli sono “La Scienza del Respiro (Venexia, 2000) e “La cura dell’acqua” (Venexia, 2000).

Sono una yogini da cinque anni: i calcoli mi riescono facili e sarà sempre così, dal momento che ho iniziato a praticare Hatha Yoga nel 2014, mentre ero incinta di mio figlio Damon. Mi ero imbattuta in questa disciplina molti anni prima, ma qualcosa non era andato per il verso giusto e mi addormentai durante la lezione. Volli riprovare perché, mentre ero al quinto mese di gestazione, in edicola trovai un numero del mensile Yoga Journal che recava un enorme titolo: “Yoga in gravidanza”. Non resistetti. Lo acquistai, lo sfogliai e scattò qualcosa. Allora contattai la mia amica poetessa e Maestra Yoga Cristiana Samaya, che ancora oggi insegna e realizza video on-line meravigliosi come questo:

Mi accordai per iniziare le lezioni di Yoga in Gravidanza con lei e fu vero amore. Da allora non ho mai spesso di praticare. L’ho fatto con lei per tre anni, ma in seguito, per ragioni lavorative e familiari, proseguii da sola, a casa e il benessere che mi procurò e continua a donarmi Hatha Yoga è tale che non posso definire me stessa una persona disciplinata. Mentirei. Pratico Yoga perché mi fa stare bene a un tale livello che non è spiegabile, se non si prova.

Ho così iniziato anche a studiare l’argomento e la sua cugina, l’Ayurveda, che mi ha insegnato come mangiare in modo tale da rendere la mia alimentazione una vera e propria prevenzione per le malattie. Era quindi naturale che arrivassi a questo libro di Yogi Ramacharaka.

Il saggio descrive la summa dello Yoga: energia pranica, respirazione, stile di vita, asana, alimentazione e una dettagliata spiegazione delle funzioni del nostro corpo, perché:

“Il corpo è un abito indossato da uno spirito”.

Nelle religioni monoteiste e anche in buona parte della filosofia Indù, in fondo, al corpo viene data un’importanza secondaria, rispetto al valore altissimo dello spirito, ma Yogi Ramacharaka non è di questo avviso -e neppure io- perché, anche se uno spirito fortificato può resistere al dolore, alla sofferenza o al semplice disagio fisico, promuoverli è insensato. Dedicare tempo alla cura del proprio corpo, rende ogni altra azione, pensiero e spiritualità semplici e fluidi.

Vi consiglio caldamente questo saggio, sia che voi siate delle yogini o degli yogin, sia che siate semplicemente interessati alla comprensione del funzionamento del vostro corpo e al modo migliore per nutrirlo e curarlo.

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RECENSIONE: “IL LIBRO DELLA VITA E DELLA MORTE” DI DEBORAH HARKNESS

Piemme, 2011

Questa non è la classica storia di demoni, streghe e vampiri, perché è scritta da una storica americana con una lunga carriera accademica alle spalle. Specializzata in Storia e, soprattutto, nella Storia della Scienza e della Magia nell’Europa dal 1500 al 1700, ha insegnato in diverse università americane. Dopo aver scritto diversi articoli e saggi di taglio scientifico, questo è il suo primo romanzo, l’inizio di una trilogia chiamata “All Souls”.

E proprio di anime stiamo parlando, dal momento che Diana Bishop e Matthew Clairmont, una strega e un vampiro, una storica esperta di Scienze Occulte e un genetista, agli antipodi in ogni aspetto delle loro esistenze, si innamorano a causa del richiamo delle loro anime, che li attraggono irresistibilmente l’uno verso l’altra. E forse non soltanto per Amore e affinità elettiva, ma per una ragione ancestrale legata alla sopravvivenza delle loro specie.

Infatti, nonostante Diana abbia ripudiato la magia fin da bambina, perché le ha tolto, a soli 7 anni, entrambi i genitori, potenti stregoni, la ricerca sull’alchimia, che conduce presso la rinomata biblioteca Bodleiana di Oxford la avvicina a un misterioso libro antico, Ashmole 782, al cui contatto Diana vedrà scaturire la magia senza alcuna volontà. Il semplice contatto delle sue mani con il manoscritto, infatti, provoca una reazione particolare al libro, che si anima, e fa emergere parole perdute nel tempo e invisibili agli occhi profani. Spaventata dall’evento, Diana renderà il libro al bibliotecario, inconsapevole del fatto di aver dato l’avvio a una caccia sfrenata: a quel testo, che è un autentico “Libro della Vita e della Morte” e a lei, che occulta, senza saperlo, un potere magico senza precedenti.

Matthew Clairmond desidera tutto quello che le Creature vogliono da Diana: Ahmole 782 e lo studio delle capacità della strega, ma quando scopre di amarla, ogni cosa passerà in secondo piano e la necessità di proteggerla gli farà compiere gesti estremi, che lo renderanno un paria davanti ai suoi simili.

E’ una storia avvincente, che si conclude con i patemi d’animo, perché si vorrebbe sapere di più e seguire i due protagonisti cacciati e ricercati ai limiti del mondo. Stiamo tutti dalla loro parte, e per fortuna ci sono altre due libri da leggere, per proseguire il cammino assieme a loro!

Ho molto apprezzato lo sfondo storico, la ricostruzione ambientale e psicologica del personaggi. E’ stato tutto studiato fin nei minimi dettagli. L’unica nota stonata è la parola Wicca, scritta una sola volta, all’interno del romanzo, in riferimento alla famiglia di Diana Bishop. Con tutto il rispetto per i wiccan di ieri e di oggi, sempre più numerosi, ma difficilmente riesco ad associare manoscritti medievali, biblioteche storiche e la nota antenata di Diana Bishop, che diede l’avvio alla caccia alle streghe di Salem, alla moderna Wicca. E mi stupisce che un’accademica lo abbia fatto. Misteri o marketing? Nonostante questo e alcune altre sbavature, consiglio caldamente la trilogia a tutti gli appassionati del genere.

N:S Dal romanzo è stata tratta una serie tv per Sky intitolata “A Discovery of Witches”. In ben 8 episodi si narrano le gesta dei protagonisti e delle altre Creature. Ho adorato la fotografia e la scelta degli attori -alcuni, di colore, hanno evidentemente rappresentato la “quota nera” necessaria a una serie tv contemporanea, e plaudo alla scelta- tutti molto posati, quasi teatrali, ma con capacità espressive che mostrano l’intensità di sentimenti e intenzioni. Bravi davvero. Anche in questo caso, purtroppo, nonostante il tempo a disposizione, non è stato possibile toccare con mano la bellezza e profondità del romanzo originale, e sono state eseguite vistose manipolazioni per allacciare alcune scene alle altre. Come ho detto ai miei amici, tuttavia, si può guardare l’intera serie premendo il tasto “mute” per il semplice fatto che le riprese sono bellissime: la luce scelta per mostrare Oxford, Venezia, le Higlands scozzesi e tutto il resto è strepitosa.

Un assaggio lo trovate in questo trailer:

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RECENSIONE: “LA LADRA DI FRAGOLE” DI JOANNE HARRIS

Garzanti, 2019

“Anch’io sono segnata e graffiata. È un pensiero che mi rassicura. Sono come il cucchiaio di legno, il tagliere, il tavolo. La vita mi ha presa e mi ha resa diversa. Ma io che cosa ho trasformato? Che cosa ho fatto per cambiare le persone intorno a me?”

Vianne Rocher è tornata. Dopo “Chocolat”, dopo “Le scarpe rosse” la ritroviamo in questo romanzo carico di realismo magico, e non potrebbe essere altrimenti, perché la protagonista ora è Rosette, la figlia che Vianne ha avuto col il misterioso Roux. Rosette ha 16 anni ed è una bambina “speciale”, ma la gente del villaggio la crede molto più incapace di quanto realmente sia. La voce di Rosette ci raggiunge attraverso le pagine, che descrivono i suoi pensieri e il suo modo di osservare il mondo. Il disegno è il suo medium. Attraverso la rappresentazione delle persone trasformate in animali, Rosette sonda le loro anime, regalando al lettore una nuova chiave di lettura per ciascuno. Dolce Rosette, amante della natura, del “suo” bosco, quello nel quale il vecchio e burbero Narcisse, che sembra non curarsi di nessuno, le fa vivere liberamente, fino a lasciarglielo in eredità, scatenando le ire dell’avida figlia. Ma Rosette, la “ladra di fragole”, è entrata nel cuore indurito di Narcisse fin da bambina, perché è speciale nel senso pieno di questa parola e perché gli ricorda Mimi, perduta per sempre.

Maman dice sempre che sono le storie a tenerci in vita; le storie che la gente racconta e che sparge come soffioni nel vento. Le storie sono tutto ciò che resta di noi quando non ci siamo più, dice maman, mentre il freddo vento del Nord canta la sua canzone desolata sopra il suono della neve che si scioglie”.

Ecco la voce di Rosette, “l’invalida” (agli occhi dei villani).

Ho faticato ad abbandonare la lettura di questo romanzo, perché ho un debole per il realismo magico e Joanne Harris ne è una sapiente interprete. Inoltre, i personaggi principali -Vianne, Roux, Anouk e Rosette- mi sono entrati sotto pelle dai tempi di “Chocolat” e sono rimasti nella costellazione della mia anima come parenti, o antenati. Dunque, ogni volta che Vianne torna a parlare della sua famiglia outsider, anche la mia anima trova sollievo e partecipa alle sue vicende. E qui ce ne sono tante. Dalla tristissima storia di Narcisse allo sfortunato nipote Yannick. Dalla misteriosa tatuatrice che raggiunge Lansquenet-sous-Tannes, al prete, Reynaud, sempre più tormentato e infelice, che fa una riflessione che non mi sarei mai aspettata in un romanzo di Harris:

“E’ questo essere genitori, mon père? Questo perenne senso di perdita? Se è così, allora probabilmente sono grato perché non lo conoscerò mai in prima persona. Eppure, io invidio loro quella gioia che non capirò mai. Mon père, ti sei mai chiesto perché ai preti è negato quel legame? Sicuramente nell’amore dei genitori per un figlio riecheggia l’amore di Dio per la sua gente. E se io non posso fare quell’esperienza, allora come posso esprimere davvero la Sua volontà?”

Uno scacco matto dritto come una freccia e chirurgico alla Chiesa e alle privazioni che causa ai suoi pastori e al suo gregge. Ma forse, come diceva Armande: “Quello che non sa, non le farà del male”.

E’ forse questa la potenza narrativa di Harris: non offre risposte, ma semina domande e ipotizza possibilità. Agli antipodi. Mette il lettore nella condizione di riflettere profondamente, il tutto in un contesto dipinto con colori intensi e speziati, che restano con il lettore per molto tempo, dopo la fine della lettura.

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RECENSIONE: “L’ALTRA META’ DI DIO” DI GINEVRA BOMPIANI

Feltrinelli, 2019

“E’ possibile che un altro mondo sia già stato,

che lo abbiamo dimenticato,

che abbiamo letto male le nostre storie,

che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo”.

Un retro di copertina che dice tutto.

Auspico che in molti leggano, studino e riflettano grazie a questo saggio straordinario di Bompiani, scrittrice, saggista, traduttrice e grande erudita, perché i contenuti sono dirompenti. A cominciare dalla Genesi, che ha diverse interpretazioni e una di esse può risultare sconvolgente a molti. Non soltanto: le conseguenze di una tale revisione comportano cambiamenti radicali nello spirito delle persone. Lo spirito, che in ebraico è femminile: Ruach. “Per questo viene considerato la parte femminile di Dio. E poiché la voce è parola femminile, è dunque la parte femminile di Dio a produrre il creato. Così come Giovanni avrebbe detto in un testo apocrifo: ‘Divenne la Madre di ogni cosa, poiché esisteva prima di tutti, il madre-padre’”.

Ciò ricorda la Divina Sophia, divulgata da Padre Bulgakov e dal Leonardo da Vinci russo, il grande scienziato e teologo Pavel Florenskij. Una Divina Sophia repressa in ogni modo dalla Chiesa Ortodossa Russa: la corrente mistica sofianica è ritenuto ancora oggi eretica.

Icona russa con la Divina Sophia seduta al centro.

Ma tornando alla Genesi, la versione che presenta qui Bompiani è questa:

“Un’essenza divina maschio e femmina (Elohim, non Dio) crea un essere maschio e femmina che le somiglia. Così la creazione procede senza strappi: ogni cosa proviene dall’altra, la luce dalla tenebra, i serpenti dalle acque, i germogli dalla terra, gli umani dagli dei. Ogni cosa nasce nel suo elemento, nell’humus in cui frutterà e si moltiplicherà. […] La figura finale porta impresso lo stampo di Elohim. Chiudendo il cerchio della creazione, la sua duplice natura si riflette nella loro, e può lasciarli liberi sulla terra ospitale.

Niente divieti, né colpe, né punizioni nella creazione di Elohim. Non vi è un amore geloso fra dio e la creatura. Una sola parola definisce la loro relazione: tzelem (immagine). È questa immagine che li farà riconoscere in futuro, e ricordare di se stessi e dell’Altro. Quando Agostino inciterà a guardare dentro di sé, a conoscere se stessi per conoscere Dio, parlerà di questa intima e libera relazione con Dio, che la prima creazione lascia intravedere.

La creatura somiglia al creatore: creata dal soffio e dalla voce, la sua storia comincia quando, fra le anime viventi, un maschio e una femmina simili a dio si diffondono insieme sulla terra, fra le erbe del campo e i frutti degli alberi, copulando, coltivando e proteggendosi a vicenda”.

[…]

“La storia della prima creazione non contiene il male, ma contiene il tempo ed è contenuta nel tempo: un giorno dopo l’altro, fino al giorno del riposo in cui contemplare l’opera compiuta. Non c’è il male in questa storia”.

Gli Elohim, creando l’uomo e la donna e a loro immagine e somiglianza, li lasciano liberi. La memoria collettiva, confondendo le due origini, ha dimenticato la sua libertà.

Quali sono le due culture che hanno formato il nostro immaginario? Quella greca e quella giudaica. Cosa racconta Esiodo? Che ci fu un’Età dell’Oro nella quale i figli maschi del dio Crono venivano inghiottiti per la paura che facessero come lui, ovvero lo spodestassero. L’astuzia di Gaia salva l’ultimo di loro, Zeus, allevandolo di nascosto a Creta, dopo aver fatto inghiottire una pietra al padre. Così si conclude l’Età dell’Oro e inizia quella dell’Argento, durante la quale la società si fondava sulle donne, o meglio, sulle madri. Gli uomini vivevano con loro, infantili e sciocchi, fino a cento anni. Quando finalmente lasciavano la casa materna, non sapevano fare altro che guerreggiare e uccidersi. Dal momento che non recavano offerte agli dei, essi si stancarono di loro e li cacciarono agli Inferi, dove diventarono divinità minori.

A questa era ne seguiranno altre, tra cui l’Età degli Eroi, in cui le stesse attività belliche verranno viste come buone e giuste.

Dunque, anche secondo Esiodo, ci fu un’età Matriarcale. L’archeologia lo ha confermato e questo ha aperto la possibilità che la nostra civiltà sia stata preceduta da molte altre, diverse tra loro, che ci insegnano -tra le altre cose- che l’idea del progresso e dello sfruttamento delle risorse non è un destino, e non è neppure naturale.

Nel saggio sono presenti diversi esempi di culture matriarcali e matrifocali, ma quello che mi colpisce di più, è la quantità di analisi e di dati concreti esposti dall’autrice per dimostrare quanto sia sbagliato restare invischiati nella manipolazione delle religioni monoteiste. Questo non significa che io sia nemica di un ebreo, di un cristiano, o di un musulmano. Ciascun essere umano è libero di scegliere la propria religione. Scegliere -e già qui potremmo aprire nuove pagine di discussione, dal momento che altri ci impongono una religione, attraverso il battesimo-. Quello che mi preme trasmettere è la necessità di studiare, ricercare e riflettere su quanto ci viene propinato, per farci una nostra idea, perché, come diceva il grande scienziato Stephen Hawking:

”Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza,

ma l’illusione della conoscenza”.

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RECENSIONE: “CON GRAZIA DI TOCCO E DI PAROLA – LA MEDICINA DELLE SANTE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2019

Magari l’argomento non stava in cima alla lista delle mie preferenze ma, buon Dio, questa saggista riesce sempre a sorprendermi! I contenuti dei suoi libri sono ineccepibili, frutto di una ricerca seria e approfondita e, soprattutto, di una passione che esce dalla pagine in modo potente e ti travolge.

L’introduzione riporta la citazione di una delle mie scrittrici più amate: Isabel Allende.

“Le streghe, come le sante, sono stelle solitarie che brillano di luce propria, non dipendono da nulla e da nessuno, perciò non hanno paura e possono lanciarsi alla cieca nell’abisso con la certezza che, invece di schiantarsi, spiccheranno il volo”.

Troppo fantasioso? Letterario? Niente affatto, a giudicare dalle storie di sante vere, raccontate da Maderna. Infatti, uno dei molti punti in comune tra una strega e una santa è la disobbedienza: se le streghe sono donne libere, o che almeno tentano di ribellarsi a una religione patriarcale che le schiaccia, le sante non sono da meno. Possono assoggettarsi a determinati doveri, come quelli coniugali, ma nel profondo e nel quotidiano, agiscono mosse da una fede e da una volontà ferree.

La donne che entravano in convento, per esempio, anziché andare in spose, sfuggivano al controllo di un uomo e potevano approfondire studi erboristici, medici, teologici, addirittura astronomici. Il convento, dunque, non come prigione e privazione della libertà ma, per quegli spiriti dediti alla conoscenza e allo studio, ingresso principale verso la piena presa di coscienza dell’essere uomo e donna, del corpo e delle sue funzioni, della spiritualità più alta e della compassione autentica.

Cosa ci fa sentire spesso alieni rispetto alle suore e alle badesse? L’idea della loro vita dimessa, votata alla clausura, alla preghiera. Ebbene, grazie a questo saggio possiamo cambiare idea: i conventi diventano biblioteche ricchissime, tempi di conoscenza e ricoveri per persone bisognose, reietti, lebbrosi e malati di ogni genere. Le spose di Cristo sono le loro protettrici, infermiere e medichesse, curano i loro corpi, ma anche lo spirito. Le preghiere rimangono, ma c’è anche l’azione, il “fare la differenza” in modo concreto, fattore che mi ha stupita in modo positivo. L’uomo sovente distrugge e uccide. La donna dà la vita e cura. Le suore non hanno figli, ma pongono rimedio alla violenza sempiterna dell’uomo.

E’ un saggio da leggere con calma, prendendosi del tempo per riflettere su alcuni suoi passaggi e sulla vita di sante che conosciamo, come Agata e Lucia, la somma Ildegarda di Bingen e altre meno note, come Radegonda di Poitiers e la straordinaria Elisabetta d’Ungheria, la Carità personificata, morta giovanissima dopo una vita totalmente dedicata alla propria famiglia e ai bisognosi.

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RECENSIONE: “SCUOLA DI DEMONI – CONVERSAZIONI CON MICHELE MARI E WALTER SITI”

Minimum Fax, 2019

Ho un vero debole per la casa editrice Minimum Fax. Non tanto per i romanzi che edita, ma per i saggi. Autentiche perle, pietre miliari che rimarranno a lungo sugli scaffali delle librerie -quelle con la “L” maiuscola- e nelle case degli scrittori, degli intellettuali e degli appassionati.

Un esempio di libro “che rimane” è proprio quello che sto per recensire ora: una lunga conversazione tra Carlo Mazza Galanti e due scrittori contemporanei italiani che, secondo la rivista letteraria “Orlando esplorazioni”, rimarranno nel futuro canone italiano. Forse alcuni di voi non hanno mai sentito parlare di questo giornale e allora vi consiglio di rimediare, ma resta il fatto che, per mettere in cima a questa classifica Michele Mari, Walter Siti e Antonio Moresco, sono stati intervistati cento specialisti -redattori, editor, dottorandi, ecc-. Potete credere o meno a tali giudizi ma, se stimolano la vostra curiosità, vi invito a leggere i due scrittori o, almeno, questo piccolo e prezioso volume, nel quale entrambi si confessano illustrando parte della genesi delle loro opere, i testi sui quali si sono formati e il perché dei generi da loro scelti: il fantastico di Mari e il realismo di Siti.

Lo trovo un libro utile anche dal punto di vista pratico, dal momento che i generosi autori snocciolano consigli di scrittura importanti e riflessioni che rimangono in mente a lungo; ho scoperto anche dei retroscena del mondo dell’editoria e della letteratura che torneranno preziosi in futuro (non me li aspettavo). Dulcis in fundo, ci sono confessioni estremamente divertenti, come quella di Mari:

Sono divertenti per me, certo, che caratterialmente sono l’opposto dell’autore, ma per esempio, due persone che conosco si sono perfettamente ritrovate nella descrizione.

Insomma, questo libro è un multi-mondo-letterario e realistico e non posso fare a meno di consigliarvelo con ardore.

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LANCIO DEL MIO NUOVO ROMANZO!

Cari lettori,

sono molto felice di invitarvi al lancio del mio nuovo romanzo epistolare.

Spero di trovarvi numerosi per quella che, a tutti gli effetti, sarà una Festa dell’Anima.

A Gorizia, questo mercoledì,

Nataša Cvijanovic’

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