VIAGGIO DALLE CASCATE DI KOT A PULFERO, NELLE VALLI DEL NATISONE

Il giorno dopo il mio compleanno, ho voluto organizzare una gita fuori porta con tanto di pic-nic e sono molto soddisfatta del suo esito, nonché di aver scovato posti nuovi, estremamente interessanti, con alcuni aspetti da approfondire.

Siamo partiti dalle Cascate di Kot, alle quali si giunge arrivando nel paese di San Leonardo e percorrendo un sentiero di circa 600 metri. Ci vogliono circa 20 minuti a piedi, attraversando pietre talvolta grandi, sconnesse e scivolose, ma ne vale la pena, perché la cascata più alta (12 metri), anche quando l’acqua è poca, resta incantevole:

La cascata di Kot

Tornando indietro, alla ricerca di uno spiazzo dove consumare il nostro pic-nic, abbiamo trovato il posto adatto accanto al magico torrente Erbezzo, circondati da una flora e un boschetto che ci hanno lasciato a bocca aperta:

Abbiamo attraversato un bosco di forra dominato dal carpino bianco, accostato da tigli selvatici, frassini maggiori e aceri campestri. Mi ha colpita in particolare questa pianta:

In seguito ho scoperto che si tratta di una pianta rara, che cresce in pochi luoghi, con un microclima particolare. Ha diversi nomi: Erba bonifica, Ruscolo maggiore, Linguette, Bislingua (in latino Ruscum Hypoglossum). Appartiene alla famiglia delle Asparagaceae, è perenne. Ha delle ramificazioni fogliari particolari, per cui sembra che su una foglia ce ne siano due e sotto la più piccola, posta sopra la grande, cresce una bacca di colore rosso-vivo scarlatto. Si resta affascinati dalla sua particolarità.

Fra le piante presenti c’erano anche il Geranio nodoso, il Veratro nero, l’Asarabacca, la Scolopendria comune e il Pungitopo:

Dopo aver trascorso più tempo possibile nel bosco, anche stesa, con gli occhi rivolti in su:

Ci siamo diretti verso Pulfero, dove ho fatto delle grandi scoperte, come la Casa Raccaro:

E il Castello di Ahrenberg:

Purtroppo nessuno di questi luoghi era visitabile, tra le chiusure causate dal Covid-19 e le ristrutturazioni, ma questo non mi ha impedito di ammirare quello che avevano da offrire e soprattutto di prendere appunti per il futuro, o per contattare le associazioni del luogo, dal momento che c’è davvero tanto da indagare.

Il luogo é molto importante per la tradizione locale in quanto sede della vicinia grande di Antro, sede delle riunioni della banca di Antro. L’intera comunità delle valli del Natisone era rappresentata dalle due banche di Antro e di Merso, che si riunivano in arengo, nella piazza di San Quirino (nei pressi di San Pietro al Natisone), composto da due sindaci, due decani e due giurati detti Grandi, uno per convalle. Ogni banca si radunava in Vicinia grande per trattare gli affari di competenza. La complessa prassi scomparve verso il X secolo. Gli scavi archeologici, nel 2003 hanno riportato alla luce i resti di un castello, pochi metri a nord di Biacis. Un castello di cui è conservata una torre e resti di mura.

Non lontano si trova una lastra di origini celtiche. Presenta diverse incisioni e sul vecchio basamento furono ritrovate delle monete. Probabilmente erano state poste lì con gesto propiziatorio. Attorno alla lastra si riunivano i capifamiglia per discutere dei problemi della Vicinia e i giudici della Banca di Antro.

Nella Casa Raccaro, invece, sbirciando dalle finestre e porte, ho scoperto dati interessanti: anzitutto la lingua autoctona, il Nediško, che i locali cercano di difendere dall’estinzione con le unghie e con i denti, rivendicandone l’importanza per la tradizione della loro terra e cercando di lottare contro chi la vorrebbe identificare come un qualsiasi dialetto sloveno.

Vecchie case di Pulfero

Ho poi trovato la Camera di San Giacomo, una camera da letto con il letto, detto “lettiera”, molto particolare, in quanto sopra di esso veniva posto un primo materasso piuttosto rigido, confezionato con il rustico tessuto “bercando”, al quale venivano sovrapposti uno o più morbidi “piumazzi”, le lenzuola, e il “cussino” o “cervelliera”, un cilindro di stoffa imbottito della larghezza del letto, atto a sostenere la testa. C’erano poi i “cussinelli”, piccoli cuscini di norma rettangolari confezionati con stoffe aventi una più o meno spiccata valenza decorativa. Le coperte e la coltre, quasi sempre a colori vivaci, erano anch’esse decorate. Le lettiere che si potevano trovare nelle locande potevano variare a seconda dello status sociale e del censo degli ospiti. Normalmente, la lettiera era dotata di una cortina con l’evidente scopo di creare una sorta di schermo tra il dormiente e l’ambiente circostante dal momento che la camera da letto di una locanda spesso era zona di passaggio e condivisa con altri clienti. Sotto la lettiera quasi sempre era infilata la cosiddetta “carriola”, una piccola lettiera provvista di ruote che si estraeva all’occorrenza, solitamente per il servitore personale che normalmente dormiva nella camera del suo padroni. I lati lunghi erano invece occupati da predelle, utili per salire sulla lettiera, ma più spesso da cassoni, che a questa funzione abbinavano anche quella di conservare la biancheria.

Nella camera, oltre agli arredi presenti, c’erano scranni a tre gambe con dorsale sagomato e “armario”, tavole, “cattedre” de paleis, ovvero sedie impagliate provviste di braccioli, sedili che garantivano una certa comodità e quindi adatti per la lettura e la conversazione.

Tutto ciò mi ha fatto pensare che la Casa Raccaro contenesse altri tesori e infatti, dalle indicazioni:

Ho capito che ci deve essere anche un Laboratorio tessile e, al piano di sopra, un ampio spazio dedicato al Pust e alle sue maschere, ovvero il Carnevale delle Valli del Natisone. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Abbiamo salutato il posto rinfrescandoci sotto una fontana bellissima, con l’effige e il volto dell’imperatore Francesco Giuseppe, due turchi e una quarta figura misteriosa che non sono riuscita a decifrare.

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Appunti dai cicli di conferenze “E’ tempo di virtù”

Eccomi di ritorno, dopo un lungo periodo, fra le pagine del mio blog, con una serie di appunti presi nel corso di alcune conferenze davvero speciali, svoltesi a Gorizia grazie al progetto SconfinataMente.

Purtroppo, per ragioni di lavoro, non sono riuscita a partecipare a tutti gli incontri, ma tutto ciò che sono riuscita a raccogliere, ve lo riporto fedelmente.

Ariel Haddad, Rabbino Capo di Slovenia – “Le virtù dell’Ebraismo, cosa sono e cosa farne”:

  • Se tu guardi nello specchio, devi vederci te stesso, ma anche gli altri, poiché lo specchio è un vetro con una vernice argentata;
  • Non puoi vedere qualcuno, riconoscergli pregi e difetti e credere che non siano presenti anche in te: li hai tutti;
  • L’unica entità alla quale tu puoi rivolgere lo sguardo e rifletterti positivamente è il divino. Gli altri esseri umani e tu siete uguali e quindi, l’unico modo per coesistere è costringerti a non guardarli con giudizio e malevolenza. Piuttosto guarda al Divino e ricorda che l’uomo è riflesso del Divino. Questa è l’unica virtù (parola, peraltro, non presente nell’ebraico antico);
  • Midot significa Misura e sono 13 attributi divini grazie ai quali conosciamo la misura del comportamento. Vi si trovano: perdono, scusa, pietà, compassione, verità (Emet) come a volerci ricordare che la chiave per poter giungere a tutto questo risiede nella verità, quella che è presente nel Divino;
  • Ciò che di brutto vediamo negli altri è ciò che noi possediamo. Se non lo vediamo, significa che non lo possediamo.

Prof.ssa Carmela Crescenti, insegnante di scuola primaria e docente universitaria -“Solidarietà nel Corano e negli hadadith”:

  • Di solito l’Islam appare il contrario della virtù (guerra, violenza, odio), ma sono le caratteristiche più basse. Invece c’è anche un aspetto molto più interiore, spirituale e luminoso, ma difficile da far proprio;
  • il Jihad (combattimento) prevede il detto del Profeta: “C’è un piccolo jihad e c’è un grande jihad”. Ovvero c’è il combattimento guerriero e quello interiore, per avvicinarsi a Dio. Plasmare l’anima: combattere contro i difetti dell’egoismo, che ti impedisce di pensare agli altri, pensando alle cose importanti. L’esteriore è tutto il mondo che c’è intorno a noi. La Natura, che è sacra e divina. Il più alto gradino della virtù è lodare Dio, il più basso togliere un sasso da terra perché per te è un ingombro: il sasso è di tutti, quindi non devi toglierlo;
  • Dio è più vicino a noi della vena giugulare. Quindi la nostra è una ricerca di come stabilizzare la nostra entità divina e la strada è purificare l’anima. L’uomo è fatto di tre componenti: corpo, anima, mente. Si loda Dio essendo se stessi, conoscendosi, capendo qual è la verità sua e divina. Questa via della conoscenza è virtuosa. La ricerca è divina di per sé, poiché è interiore, è la grande jihad. Conoscere se stessi non si può insegnare, è un percorso individuale. Chi conosce se stesso, conosce il Signore. E che faccia ha il Signore?
  • Ascoltare serve moltissimo. Come anche vedere: la ricchezza del Creato. Se trovi il tuo modo per star bene con te stesso, allora vivi nell’armonia.
  • Perché si vive? Per lodare Dio, il Creato e conoscere se stessi;
  • Cos’è l’Amore? Il legame universale e non puoi farne a meno. Lo troverai sempre in te stesso.

Malvina Savio, monaca del centro Buddhista Tibetano Sakya, Trieste – “Le virtù nel Buddhismo”:

  • Buddha và dall’ateo al credete. Chi viene al nostro centro non viene chiesto di cambiare religione, anzi. Il Dalai Lama suggerisce che ognuno deve approfondire la propria religione.
  • Il Samsara è sempre turbolento. Bisogna trovare un equilibrio per vivere in modo armonioso in esso;
  • Per arrivare a essere un Bodhisattva, bisogna fare un percorso. Le virtù sono: generosità, etica, pazienza, perseveranza, meditazione e saggezza. La prima Paramita/Virtù è la generosità, il dare, quindi imparare a staccarsi piano piano dai beni materiali per poi imparare a donare anche il proprio corpo. Praticare il Dono è la più grande Virtù.

Alessia Rizzardi (Rumkini Devi) e Andrea Giuseppin (Shilanga Deva), rappresentanti dell’Unione Induista Italiana – “Le Virtù nell’Induismo”:

  • L’Induismo è una religione monoteista. Infatti, crede che Dio sia Uno, ma che abbia molti volti. Il numero è di 33 milioni di divinità, ma non sono che rappresentazioni dell’Uno.
  • Sanatana Dharma è il vero nome dell’Induismo, termine coniato dagli inglesi e divenuto internazionale;
  • Dharma: nutrire, sostenere. Si tratta di norme che regolano il rapporto tra divino e creato. Quando noi ci poniamo in armonia con il Dharma, siamo persone realizzate, in armonia con Dio. Il Dharma è eterno: non ha inizio, né fine. Diventa universale. Una virtà è l’Ahimsa/Non violenza. L’ecologia deriva da Ahimsa;
  • Il Dharma riguarda le persone in base al ruolo che l’uomo asusme nella società. Se sei un religioso, hai regole diverse da quelle di un guerriero. Se noi realizziamo il Suadharma, saremo soddisfatti a prescindere dal ruolo che abbiamo nella soceità;
  • Luogo- Tempo -Circostanza: le virtù assumoni sfumature diverse in base a questi elementi. La verità non è infatti rigida, ma deve adattarsi alla situazione;
  • Ci sono quattro scopi nell’Induismo: il Dharma è la stella polare di tutti gli scopi e deve regolare anche Artha/Sostentamento: ciò che ci serve per vivere in questa vita; Kama/Desiderio: se non siamo guidati dal Dharma, diventeremo schiavi del vizio; Moksha/Liberazione: è il fine dei praticanti, liberarsi dai vincoli e dai condizionamenti. Tutte le pratiche induiste servono a provare libertà dal possesso. In questo modo non saremo condizionati. Seva / Servizio disinteressato: “Chi fa il bene non sa di fare il bene”, infatti non bisogna attaccarsi al frutto del bene che stiamo facendo. Bisogna agire senza metterci dentro l’Ego.
  • “Tutto il mondo è una grande famiglia”, ecco perché dobbiamo essere tutti uniti.
  • Yoga, Ayurveda, Sankya, Vedanta ci aiutano nel nostro percorso.

Annamaria Zin, insegnante di Qi Gong – “Le Virtù del Taoismo”:

  • Il testo base è il Tao Te Ching. La virtù è qualcosa di benevolo, che viene dal cuore (Te) ed è qualcosa di salutare (ha poteri di guarigione), è magico, potente (può attivare le nostre potenzialità nascolste, che altrimenti potrebbero restare latenti) e lo hanno tutti, basta attivarlo, per esempio attraverso il Tao;
  • Il Tao mostra il mutamento e il fluire, nonché l’unione e l’influenza reciproca tra uomo-cielo-terra. Poiché partiamo tutti dall’Uno, poi 2 (Yin-Yang), 3, ecc;
  • Importante è percepire quwsta unione con tutto ciò che è dentro, fuori, sotto e sopra di noi, attraverso gli esercizi. Lao Tzu parla del Tao, ma c’è qualcosa di inconoscibile, che ci arriva attraverso l’intuizione.

Prof. Alberto Severi, filosofo simbolista -”I tre pilastri dello Yoga per raggiungere la felicità”:

  • Ci parla di Padre Anthony, che nel 2011 ha lasciato il suo corpo, ma in vita ha scritto molti libri, tra cui “Comprensione interreligiosa”;
  • Baghvadad Gita è un capitolo di uno dei più grandi poemi epici induisti, il Matabarata. Il VI capitolo è la storia di una battaglia, in realtà, una rappresentazione della battaglia interiore che noi compiamo nel corso della nostra vita;
  • Ci sono diversi modi per accedere alla spiritualità, tra cui amore devozionale (Bakti) o la conoscenza (Gnostica, attraverso lo studio e l’intuizione). Sono una dualità, ma c’è un terzo modo: Bhakti, Joga Jnana (Conoscenza) e Karma yoga (Azione). Allora, come ci si comporta? Jnana Yoga è la Gnosi, la conoscenza per arrivare al Divino. È necessario però anche il Bhakti Yoga, perché bisogna avere devizione: Dio è dentro di noi, è lì che dobbiamo cercarlo e il modo migliore per arrivarci è attraverso la meditazione. Il Sè è differente dall’Ego, il Sè è quella particella divina che ci porta a non vedere solo noi, ma tutti, il mondo intero, il nostro Sè è il mondo intero. Dunque le tre virtù yoga sono un treppiede essenziale, poiché se usiamo solo Jnana saremo sapienti ma freddi. Se usiamo solo Bhakti saremo solo dei baciabanchi, ovvero crederemo solo a qualcosa che è esterno a noi, quando in realtà è dentro di noi. Se, infine, lavorassimo solo su Karma Yoga, ci dimenticheremmo completamente perchè facciamo la ricerca;
  • Yoga sigifica unire. È qualcosa che ci spinge a diventare Uno col Divino. Quindi studiare per capire cosa stiamo facendo. Secondo: agire in modo disinteressato. Quindi lavorare per mantenerci, ma per il resto agire per il bene altrui. Terzo: la meditazione, per entrare nel nostro cuore. Tutte queste cose devono essere fatte per raggiungere il proprio Sè.

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DOPPIA RECENSIONE: “IL CIBO DELLA SAGGEZZA” DI F. BERRINO E M. MONTAGNANI – “LA FELICITA’ FA I SOLDI” DI D. F. SADA E E. GARZOTTO

Vi starete chiedendo perché ho deciso di recensire due libri insieme e perché proprio questi, che sembrano anni luce lontani fra loro per argomento e ambiente. Ebbene, da un lato sono costretta a fare economia di tempo e risorse, perché attualmente lavoro parecchio, ma vi stupirà scoprire quanto, in realtà, i due saggi che ho appena terminato di leggere “si parlino” tra loro.

Il primo, “Il cibo della saggezza” non ha neppure bisogno di un’introduzione per quanto riguarda il Dottor Franco Berrino, uno dei suoi autori. Medico ed epidemiologo in pensione, scrive da anni saggi divulgativi per indurre le persone a nutrirsi consapevolmente per non ammalarsi. Ha creato, assieme ad altri collaboratori, il sito internet www.lagrandevia.it dove elargisce preziose informazioni e collabora mensilmente con la rivista mensile Yoga Journal. Marco Montagnani, invece, è un Maestro Taoista, docente di Medicina tradizionale cinese e Filosofia taoista presso la Scuola di agopuntura di Firenze, nonché tecnico di Qigong terapeutico ed MTC. Perchè hanno scritto questo libro a quattro mani? Per unire le conoscenze mediche occidentali a quelle orientali, un po’ come fa lo Yoga, che unisce corpo, mente e anima per trovare un equilibrio fra tutte le parti che ci compongono.

Il libro è una miniera di informazioni scientifiche, di errori medici, spesso di visione della medicina e della cura del paziente. Anche chi non è taoista come me, può trarre, proprio come succede con il buddhismo, preziosi consigli da una filosofia che aiuta l’uomo a vivere meglio nel suo presente, nonostante le avversità, umane e fisiche, psicologiche e ambientali.

Sono anni, ormai, che compro i libri di Berrino a occhi chiusi: escono in libreria ed entrano direttamente nella mia biblioteca personale, dove vengono collocati in una posizione prioritaria, dal momento che l’autore ci stimola profondamente a volerci bene e a onorare questo tempio del nostro spirito, il corpo.

E per il male di vivere?

Marco Montagnani ricorda: “Un giorno di sole, in Cina, in un monastero taoista mi trovavo in compagnia di alcuni monaci e di qualche bambino. Chiesi loro il motivo di quella che mi sembrava una gioia contagiosa e mi risposero: ‘Come si può essere tristi quando il sole ci riscalda il corpo e ci illumina l’esistenza?’

Verso le tre del pomeriggio il tempo cambiò. Malgrado il forte temporale e la pioggia violenta, nessuno sembrava aver notato il brusco peggioramento. Rimasi un po’ perplesso dal modo in cui tutti erano rimasti indifferenti all’accaduto e così chiesi: ‘Sta piovendo molto forte e il sole se né andato, quale motivo avete adesso per essere così gioiosi della giornata?’

La loro risposta fu questa: ‘Dopo che il sole ci ha riscaldato il corpo e illuminato l’esistenza, oggi il Tai onora la vita dando da bere a tutte le creature della natura e il cielo lascia cadere sulle nostre teste le sue meravigliose perle di gioia per festeggiare l’accaduto. Come si può essere tristi in un giorno di festa?’

Penserete che sono tante belle parole, ottime per chi vive nella semplicità, in un monastero ai confini con la civiltà umana, ma che nel caos delle nostre vite quotidiane, non è fattibile. Al contrario, io ritengo che sia una giusta via da scegliere: non sono solo i monaci taoisti e i bambini residenti nei loro spazi a pensarla-viverla così, ma anche i bambini, e ora ne ho la prova quotidiana. Ancora, ribatterete che i bambini sono bambini e gli adulti sono adulti. I primi hanno il sacrosanto diritto di vivere in un mondo ovattato e semplice, mentre gli adulti hanno doveri e responsabilità, devono portare il cibo a casa, quindi lavorare duramente, sacrificarsi, altro che contemplazione.

Ed ecco che ci viene incontro magicamente il secondo libro nella fotografia: “La felicità fa i soldi”, titolo ironico, per stessa ammissione degli autori, due traders, esperti di economia e finanza che ci danno consigli seri e competenti su come diventare dei “ricchi consapevoli”. Avete ragione, sia il libro che questa sequenza di parole, ricorda troppo da vicino un’americanata, quei libri automotivazionali e di business che scrivono fior di scrittori yankee con il sorriso a sessanta denti, naturalmente tutti finti, ma segno dell’altissimo status da loro raggiunto. Ecco perché non bisogna avere pregiudizi: Sada e Garzotto hanno fatto esperienza anche con quei “fantastici” personaggi, hanno provato a lavorare in Borsa, sono stati traders d’assalto, hanno guadagnato milioni di euro salvo poi comprendere che erano stressati, infelici e sull’orlo di una crisi di nervi. Erano ricchi, ma infelici. Era questo il fine dell’arricchimento? Tutt’altro.

Attraverso il loro libro, i due giovani traders mettono a disposizione dei lettori aneddoti, riflessioni, link e podcast utili per comprendere che si può arrivare a uno stato di agiatezza senza per forza fare gli strilloni, gli splendidi, andare alle feste giuste, dannarsi per raggiungere un numero di followers vertiginoso su Instagram, ecc. Si fa impegnandosi su uno scopo e attivando tutta la propria capacità intellettuale, diminuendo -anziché aumentando- le ore di lavoro perché è statisticamente confermato che, allungando i tempi trascorsi davanti al computer o in studio, l’efficacia diminuisce.

Gli autori insegnano vari modi e metodi per trovare la propria vocazione del mondo e lavorare su quella, raggiungendo la capacità di attuare un vero e proprio Yoga Finanziario, simpatico termine da loro usato in quanto autentici yogin, uomini che hanno fatto della meditazione il centro delle loro vite, perché sanno che solo togliendo, anziché aumentando (risorse, tempo, acquisti, strumenti) si può raggiungere un benessere consapevole e attraverso esso un benessere totale. Ecco perché Yoga Finanziario: raggiungere una sicurezza economica non deve per forza significare rischiare di impazzire a causa del denaro, spendere e spandere a piene mani -benché ti consiglino di farlo, per un periodo, al fine di comprendere quanto sia sciocco e insensato- no! Raggiungere una sicurezza economica tale che metta insieme il tuo benessere economico, quello interiore, quello familiare, alimentare, fisico.

Unione.

Non divisione: unione.

Sono libri che fanno riflettere e credo che, anche se ci soffermiamo su pochi punti, ne trarremo grande giovamento.

Buone letture.

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Scrittrice, Creativa e Baby-Sitter!

Ebbene sì. Da una settimana esatta sono diventata la baby-sitter di una bambina meravigliosa (che chiamerò Camilla, per proteggere la sua privacy). Le cose raramente accadono per caso e, anche se adesso mi ritrovo a lavorare 12 ore al giorno, cinque giorni su sette, con tanto di figliolo (quasi sempre) al mio fianco, non riesco ancora a credere quanto questa nuova esperienza mi renda felice e stanca, quasi in egual misura.

Analizzandola, mi rendo conto di più fattori. Senza ritenere di aver scoperto chissà quale novità, ma stare a contatto con i bambini sia per maternità che per lavoro, ti porta a fare diverse considerazioni. Naturalmente quelle che leggerete sono personali e sindacabili, ma realmente, osservando il mondo qui fuori, trascorrere la maggior parte del proprio tempo con i bambini rappresenta un’àncora di salvezza. Non ripeterò frasi trite e ritrite (“i bambini sono puri”, “il candore dell’infanzia”, ecc ecc), perché i bambini sanno essere buonissimi e cattivissimi proprio come gli adulti, tuttavia quello che dei grandi ancora non hanno è la capacità machiavellica di manipolare, sfruttare e rendersi profondamente crudeli. Ce l’hanno in potenza, alcuni sono inoltre precoci, ma “i miei bambini” sono due perle. Anche quando litigano tra loro, si vede che si vogliono bene. Anche quando sono arrabbiati con me, perché con autorevolezza cerco di spiegare che non si può trascorrere troppo tempo davanti alla tv o al Sapientino, si capisce che gli passerà presto e che sono consapevoli del fatto che, quello che gli dico, è per il loro bene.

I bambini sono semplici.

I bambini sono autentici.

I bambini ti riportano a uno stato di “Inizio”, dove tutto può succede.

Sento inoltre molte persone lamentarsi delle lezioni su Zoom e dei compiti che i piccoli svolgono. Invece, nonostante mi debba giostrare fra due scuole e due piattaforme distinte, con orari e insegnanti diversi, ho apprezzato molto lo sforzo dei maestri e degli scolari stessi per riuscire a gestire una simile impalcatura. Certo sono convinta che ai bambini serva andare a scuola perché contribuisce alla loro evoluzione, non solo educativa, ma anche sociale, eppure il Ministero dell’Istruzione ha fatto il meglio che poteva e, anche se c’è da “stare addosso” ai piccoli, affinché mantengano la concentrazione, e la connessione a internet tira brutti scherzi, tutto si può fare con pazienza e volontà.

Ci sono poi i momenti del gioco e quelli delle coccole. In entrambi i casi, mi rendo conto che i bambini ti facilitano il compito -benedetto- di restare nel qui e ora. La cosiddetta mindfullness, grazie ai bambini, è uno stato facile da raggiungere. Si resta in un eterno presente fatto di idee, rincorse, palle che finiscono nel recinto dei vicini, capelli strappati, baci e abbracci. Puoi cercare di evadere dal tempo presente, pensando ossessivamente a quello che devi fare “dopo”, ma non ne vale la pena, perché quello che i bambini ti offrono è prezioso e non tornerà più indietro, nè per loro, nè per te.

Ci sono state tante scrittrici, fotografe e artiste che hanno svolto la mansione di baby-sitter prima di me. Il mio impiego sarà breve, però mi sto rendendo conto di quanta ricchezza stia accogliendo dentro di me e di quanto la piccola Camilla mi stia facendo sentire grata dell’opportunità di starle accanto.

E’ una nuova esperienza, che tornerà utile anche per i miei scritti e i progetti che si svilupperanno da settembre in poi, ma adesso è il momento dei bambini e mi voglio immergere in esso totalmente.

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RECENSIONE: “IL PROFESSORE E IL PAZZO” DI SIMON WINCHESTER

Adelphi, 2018

Questo straordinario libro, con la copertina color carta da zucchero e la fotografia del prof. James Murray in una spiaggia del Galles del Nord, ci riporta anche visivamente all’epoca vittoriana dell’Inghilterra dickensiana, un periodo storico e culturale fecondo, forse uno dei più ricchi di luce e ombra della Grande Bretagna.

Spinta -per l’ennesima volta- dalla recensione del giornalista e scrittore Corrado Augias, ho comprato il libro appena uscito, ma solo in questi giorni sono riuscita a leggerlo e, subito dopo, a guardare il film omonimo.

La storia narra la vicenda vera del lessicografo scozzese James Murray, che diede l’avvio alla creazione del monumentale dizionario inglese chiamato Oxford English Dictionary (OED) e del suo più fido collaboratore, il medico chirurgo militare in congedo William Chester Minor. Le due “api operose”, come solevano definirsi, si incontrarono a distanza di anni, dalla prima lettera di Minor indirizzata a Murray e solo in quel momento il lessicografo comprese con chi aveva a che fare: il medico viveva in un manicomio criminale a soli sessanta chilometri da Oxford. Murray non era un accademico qualunque, anzi, ottenne una Laurea Honoris Causa per le sue straordinarie capacità, ma proveniva da una famiglia povera, il padre era un venditore di tessuti e, forse anche grazie alla sua umiltà, certamente attraverso la sua sincera fede, non indietreggiò di fronte a quella scoperta scioccante, ma continuò a essere un fedele amico di Minor fino alla fine dei suoi giorni.

Sono da sempre d’accordo con chi asserisce che la realtà superi la fantasia. Questo è uno di quei casi ed è anche un gioco di specchi, dal momento che i due protagonisti si guardano come se si trovassero davanti a uno specchio, uno opposto all’altro. Esteticamente erano molto somiglianti, con lunghe barbe ingrigite e pochi capelli sulla sommità del capo, che nascondevano maliziosamente con diversi tipi di cappelli. Erano anche due menti geniali e acutissime. Eppure Murray poteva contare sulla propria lucidità, mentre Minor era afflitto da quella che, alla sua epoca, era definita paranoia, mentre oggigiorno si chiama schizofrenia e che gli provocava stati allucinatori e tormenti continui, soprattutto dopo il calare della sera.

Se credete che vi abbia raccontato troppo o che vi abbia spoilerato il film, vi sbagliate di grosso. C’è molto, moltissimo da scoprire dentro il libro di Winchester, ma anche nel generoso film, interpretato da due monumenti umani come Mel Gibson (il professore) e Sean Penn (il pazzo). Ve lo posso assicurare: non ve li dimenticherete.

Però vi prego: leggete prima il libro e dopo il film, altrimenti vi perderete degli elementi importanti, essenziali e, soprattutto, riuscirete anche a comprendere come gli sceneggiatori, talvolta forzino e manipolino le pellicole. In questo caso non c’è stato uno stravolgimento delle storie di Minor e Murray, ma qualche forzatura ben congegnata sì.

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RECENSIONE: “IL MINIMALISTA” DI FRANCINE JAY

Macro Libri, 2019

Questa nuova guida al riordino per tutta la famiglia, non presenta vistose novità, rispetto ai vari manuali di decluttering, pulizie e governo della casa, a parte il metodo STREAMLINE, ideato dall’autrice, nota in America con lo pseudonimo di “Miss Minimalist” e dotata di un sito internet: www.missminimalist.com dove elargisce periodici consigli su come mantenere una casa zen.

A causa della mia caoticità tipicamente balcanica, ciclicamente mi ributto in letture come questa, con la speranza che mi si accenda un interruttore nel cervello, un’illuminazione, o qualsiasi altra cosa capace di farmi mantenere l’ordine in casa ad aeternum. Ovviamente il fallimento è perpetuo, ma la speranza non muore mai.

Miss Minimalist mi aveva entusiasmata all’inizio, quando spiegava con la teoria gli innumerevoli benefici di una casa minimalista, come:

  • non inciampare negli scatoloni e nelle borse lasciati lungo il corridoio;
  • avere più spazio concede allo sguardo di scorrere e quindi di avere nuove idee e ispirazioni;
  • le pulizie si riducono al minimo;
  • si spende molto di meno;
  • si litiga di meno (!).

Frasi come: “Dobbiamo ricordare che i nostri ricordi, i nostri sogni e le nostre ambizioni non sono contenute negli oggetti, ma sono dentro di noi. Non siamo ciò che possediamo: siamo ciò che facciamo, pensiamo e amiamo”, mi avevano conquistata.

Poi però, arrivano le frasi infelici, come il suggerimento di eliminare la nostra macchina per il caffè, perché è un ingombro e richiede tanta manutenzione, mentre è molto più semplice scendere al bar e ordinare quel che si vuole. Con tanti cari saluti agli amici e parenti invitati a casa per bere il caffè a fine pasto, o accanto a una torta fatta con le proprie mani. Senza contare che, ai tempi del Coronavirus, fino a pochi giorni fa, i bar erano chiusi e c’era il distanziamento sociale. E ancora, chiudiamo gli occhi, sul costo di uno, due, o quattro caffè al giorno bevuti nei locali, in un anno. Ma non aveva detto, che puntavamo anche al risparmio?

La cosa che più mi fa accapponare la pelle, tuttavia, è la richiesta di eliminare tutte le fotografie in casa, digitalizzandole, oppure di lasciare pochi libri “sentiti” sugli scaffali.

A questo punto ho capito che, almeno per me, Miss Minimalist non è la coach adatta.

Proprio nel corso della settimana, infatti mi ero messa a pulire e sistemare gli scaffali di libri dell’angolo ovest del soggiorno:

Prima

Dopo averli opportunamente passati al vaglio, ho trovato due doppioni e pochi altri testi che non aveva più senso tenere, e che quindi lascerò sui banchi dei libri del mercato, per chi li voglia portare a casa gratuitamente, ma per il resto, non potrei vivere senza di loro:

Dopo

Ho pochissime dipendenze (sane!) e una di queste è rappresentata proprio dai libri.

Perciò, se siete privi di dipendenze di qualsivoglia genere, potrete trovare utile questo manuale, altrimenti nutro qualche dubbio.

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RECENSIONE: “SEDICI ALBERI” DI LARS MYTTING

Caro Edvard, ci sono solo due momenti in cui siamo completamente innocenti: quando sogniamo e quando siamo bambini”.

Ho comprato questo libro a seguito di una recensione letta su alcune riviste culturali e letterarie che divoro settimanalmente e devo ammettere che ha superato tutte le mie aspettative.

“Sedici alberi” è un romanzo strano, sia perché l’autore è norvegese e quindi il suo stile è diverso rispetto a quello di un italiano, un inglese o tedesco, sia perché è pregno della conoscenza della terra, in particolare di quella misteriosa Norvegia che molti di noi osservano stupiti, dalle calde sponde del Mediterraneo. E’ una terra aspra, nevosa, ricchissima di alberi -una passione dell’autore, già noto per “Norwegian Wood, Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna”, che si è aggiudicato il Premio dell’associazione dei librai norvegesi e il Bookseller Industry Award 2016-.

La trama racconta le vicende di Edvard, un ragazzo norvegese che lavora nella fattoria del nonno, in un paese sperduto del nord, carico di neve in inverno e straordinariamente caldo in estate, a causa dei cambiamenti climatici. Una vita apparentemente banale, se non fosse che, nella sua famiglia, nulla è normale.

Suo nonno Sverre fece parte della sezione nazista norvegese durante la II Guerra mondiale, mentre il fratello di lui, Einar, si trovò a combattere e morire per la Resistenza francese. Edvard è il figlio di un norvegese e di una francese, ma di loro ricorda poco: aveva tre anni quando fecero un viaggio in Francia, nei luoghi della drammatica battaglia della Somme, e lì i suoi genitori morirono annegati in uno stagno, mentre lui venne ritrovato tre giorni dopo, a un centinaio di chilometri di distanza, misteriosamente illeso. Chi lo aveva portato fin lì? Fu un rapimento, o un salvataggio?

Edvard cresce lavorando duramente per il nonno, sopportando gli sguardi di rimprovero dei compaesani nei riguardi dell’ex-nazista e di compassione per lui. Ma Edvard cosa prova? Poco o niente. In lui ogni emozione è attutita, come velata da uno spesso manto di ignoranza rispetto al suo passato.

Sarà al momento della morte di Sverre, che in lui scatterà qualcosa. Il parroco del paese, infatti, farà pervenire al giovane una bara realizzata in legno di betulla fiammata, ricca di decorazioni create da un’ebanista finissimo. Un feretro degno di un nobile. Lo realizzò Einar per il fratello, negli anni ’60. Ma non era morto in guerra? No, non era vero. Allora cosa lo era? Ed Einar è ancora vivo?

Edvard deve partire. Deve ripercorrere la sua vita a ritroso, tornare nelle Shetland, da dove proviene la misteriosa bara, e poi in Francia, sui luoghi della Somme, dove la sua eredità, i “suoi” sedici alberi lo aspettano. Lo deve ai suoi genitori, e lo deve a se stesso.

Questo è un romanzo importante. Sia perché è l’intensissima storia di una famiglia le cui origini si spargono in tutta Europa, sia perché essa è intrecciata a ben due conflitti mondiali e, in modo laterale, ma non per questo meno efficace, ci insegna moltissimo sulla violenza e l’ingiustizia che i nostri antenati subirono nel corso di quegli anni mostruosi.

Una lettura dovuta alla memoria dei morti, ma anche a quella dei vivi, perché è nell’oscurità che si apprezza di più la luce. Da sempre.

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RECENSIONE: “LA GRANDE VIA” DI FRANCO BERRINO E LUIGI FONTANA

Il sottotitolo di questo saggio dice tutto: “Alimentazione, movimento, meditazione per una lunga vita felice, sana e creativa”.

Potrei non aggiungere altro.

Davvero, raramente consiglio con tanto ardore un libro, ma questo non è un semplice saggio: è la Bibbia della Salute e del corretto Stile di Vita, in modo oggettivo e insindacabile. Se volete farvi un regalo, o farlo a chi amate, mettete questo libro in cima alla lista.

Non a caso, i suoi autori sono Franco Berrino, un medico ed epidemiologo che io ho conosciuto grazie alla rivista mensile Yoga Journal, e che è stato direttore del Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. La sua conoscenza in materia di salute e di prevenzione da malattie gravissime, quali i tumori, è sterminata e i suoi consigli preziosissimi.

Luigi Fontana, il co-autore, è un medico e scienziato riconosciuto a livello mondiale, considerato come uno dei massimi esperti mondiali nel campo della nutrizione e degli stili di vita per promuovere la longevità in salute.

Va da sé che in questo libro troverete molti dati scientifici, ma fidatevi, è scritto in modo divulgativo e, quello che mi interessa principalmente, è anche un manuale, che vi consente di iniziare a seguire le migliori strategie per la vostra vita da subito.

Personalmente, sono stata davvero felice di scoprire una lista di ingredienti da introdurre nella mia dispensa, salutari e ricchi di nutrienti, addirittura farine e cereali “dimenticati”, che appartengono cioè al passato della tradizione italiana, ma che contadini avveduti e bio continuano a far crescere. Inoltre ho trovato conferma che la disciplina dello Hatha Yoga, che pratico da anni, è quanto di meglio ci sia per la triade mente-corpo-spirito.

Nota sorprendente (o no!), c’è una parte dedicata alla spiritualità, che non è semplice fede, ma trova eco nella voce di filosofi e scienziati di tutti i tempi:

“Secondo il maestro e filosofo taoista Chuang-Tzu, ogni essere vivente è veramente felice solo quando riesce a vivere in accordo con la propria natura.

A questo proposito, Albert Einstein diceva: ‘Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido’.

L’invito a guardare dentro di sé, presente nella Grecia arcaica, si trova anche negli antichi sistemi filosofici orientali. Nel Tao Te Ching, scritta dal saggio Lao Tzu, probabilmente tra il IV e III sec.a.C., si dice: ‘Comprendere gli altri è saggezza, ma conoscere se stessi è illuminazione. Gli altri si possono dominare con la forza, ma per regnare su se stessi è necessario conoscere il principio universale, il Tao. Chi possiede molte cose materiali è considerato un benestante, ma solo colui che conosce se stesso, ed è tutt’uno con l’universo, è veramente ricco e autosufficiente. Forza di volontà nell’applicarsi allo scopo significa carattere, ma solo la serenità della mente, la tranquillità dello spirito, ci permetteranno di vivere una vita lunga e felice. Unicamente colui le cui idee non cessano d’essere dopo la morte è veramente immortale’.

Pure nel Yoga Sutra di Pantanjali, uno dei più imporanti testi filosofici dell’induismo, è scritto: ‘Il saggio non scruta il cielo per trovare Dio, sa che Egli è in lui, conoscendolo come Antaratma, l’Io profondo’.

Anche gli altri pensatori come Spinoza e Krishnamurti hanno intuito l’importanza di una conoscenza diretta e viva delle leggi che regolano l’universo, che non è possibile senza una profonda consapevolezza del funzionamento della nostra mente, dei meccanismi attraverso cui essa comprende e riconosce le cose. Capire come funziona la mente ci permette di liberarci dalle illusioni, dai tabù, dai condizionamenti culturali che distorcono la visione della realtà. Una visione falsata della realtà e di se stessi è una delle maggiori cause di sofferenza, d’inquietudine e di malessere che condiziona pesantemente la vita quotidiana delle persone. Ma allora come possiamo elevare la nostra consapevolezza ed esplorare la vera natura e potenzialità della nostra mente fino ad arrivare a trascenderla?”

Leggete il libro per scoprirlo!

E per tutti gli aggiornamenti, restate connessi a: www.lagrandevia.it

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DOPPIA RECENSIONE E INTERVISTA ALLA SCRITTRICE SIMONA MATARAZZO

In queste settimane ho avuto la fortuna di leggere due romanzi di una blogger, fotografa, scrittrice, nonché di un’amante della natura e dell’autoproduzione: Simona Matarazzo. Seguo i suoi blog (https://apiedinudi.blog/https://appuntiealtrestorie.blogspot.com/) da anni e rimango sempre stupita e rapita dal contenuto -solo apparentemente- caotico dei suoi post: fotografie scattate da Simona in ogni viaggio, dagli States alla gita fuori porta, citazioni e recensioni di film, fini perlustrazioni dell’anima umana -anche in questi cupi tempi di Coronavirus e quarantena-. Insomma, il mondo interiore di Simona Matarazzo è denso e ricchissimo. Proprio per questa ragione leggere i suoi ultimi due romanzi è stata una piccola grande sorpresa: le trame e le ambientazioni sono limpide come una goccia di rugiada sulla foglia di una primula, oppure, dal momento che siamo nel genere gotico, come la vernice su una sedia medievale di legno di noce.

ALLA RICERCA DI AGATA

Amazon, 2019

Isotta Giovenale è una scrittrice di successo. Dopo alcuni racconti per bambini, il romanzo “Canto d’inverno” l’ha portata alla ribalta. Lei non vive questo clamore con grande entusiasmo. È una donna introversa e irrequieta, la sua mente talvolta fluttua per conto proprio e non è un caso che l’incontro con il misterioso Douglas MacFarlane, corrisponda al suo mondo interiore onirico. Douglas è un signore elegante e ombroso che cattura immediatamente la sua attenzione. All’inizio, lui sembra un ammiratore della sua opera, ma dopo un appuntamento, Isotta capisce che l’interesse di Douglas nei suoi confronti è mosso anche da una necessità: la storia d’amore che Isotta ha raccontato nel suo romanzo descrive l’amore di Douglas per la sua Agata. I nomi e i personaggi sono incredibilmente somiglianti con il vissuto del signor MacFarlane. Tuttavia, nella vita reale, Douglas ha perduto la sua Agata e vuole che Isotta la ritrovi. L’autrice si sente in principio smarrita: la sua è una storia d’invenzione, una fiction. Come può un uomo pretendere che lei trovi una donna che ha inventato per il suo romanzo? Eppure Isotta si intenerisce, sia per il dolore che percepisce dietro a quel desiderio, sia perché Douglas è diventato non vedente in seguito a un incidente stradale e questo smuove qualcosa in lei.

Inizia in questo modo la ricerca di Isotta, una ricerca difficile, perché irta di ostacoli e pericoli, il cui esito è tuttavia sorprendente, sia per lei che per il lettore.

AL TEMPO DEI LUPI

Amazon, 2020

Anna Gada è un’insegnante che trova lavoro in un collegio femminile di Lago di Mezzo, in Irlanda. Approda nel piccolo villaggio con la speranza di costruire la vita che desidera, un’esistenza emancipata, rispetto alle donne della sua epoca -siamo nell’Ottocento-, perché ha studiato molto per bastare a se stessa e vivere del suo lavoro, un mestiere che ama. Purtroppo, lo scontro con la realtà sbriciola le sue aspettative. Gli insegnanti del collegio sono tutti uomini e nemmeno il direttore, il Signor Baker, può -o vuole- opporsi al loro conformismo. Anzichè insegnare geografia e storia, Anna è costretta a trasmettere alle piccole allieve la conoscenza del disegno e dell’economia domestica. Oltre a questo, dal momento che i signori insegnanti aborrono la presenza di una donna nubile alla tavola da pranzo, ad Anna diventa chiaro che mangerà assieme ai domestici.

Tuttavia, tutto questo non abbatte la giovane insegnante, che è abituata a lottare fin da bambina, essendo a sua volta cresciuta in un rigido collegio. Ed è proprio in cucina che, in mezzo a un nutrito gruppo di cameriere e cuoche, conosce il silenzioso Edward Brandon, un uomo che possiede qualcosa di selvaggio e oscuro nello sguardo cristallino. Anna si sente incuriosita dal suo modo di fare schivo e ne resta rapita quando condivide con lui il salvataggio di una bambina che, vittima di un attacco epilettico, rischia di essere internata in un manicomio. Da quel momento, Anna ed Edward condividono un segreto, il primo di tanti, che condurrà la giovane istitutrice a conoscere un uomo e un popolo antichi, le cui usanze e peculiarità affondano le loro origini nella notte dei tempi e rischiano l’estinzione.

Simona Matarazzo, 2020

Simona Matarazzo, finalmente riesco a intervistarti! Quale occasione migliore: dopo aver recensito il tuo primo libro, “Romanzo Gotico” (http://www.arteculturae.it/letteratura/recensione-racconto-gotico-di-simona-matarazzo/), ora ho potuto affondare i denti nelle tue nuove opere. Devo dirti che la mia preferita è “Al tempo dei lupi”, sia per affinità etnica -io sono serba e il mio popolo è chiamato “figlio dei lupi”- sia perché l’atmosfera è così gotica e misteriosa, che ti ammalia. Senza contare che amo la complicata storia dell’emancipazione femminile, che ancora oggi risulta motivante per noi donne, che non dobbiamo mai abbassare la guardia rispetto ai diritti che abbiamo conquistato nei secoli, minacciate come siamo da continue incursioni maschiliste, machiste e patriarcali. Anna Gada ne sa più di qualcosa. Ma passiamo alle domande, andando con ordine.

“Alla ricerca di Agata” è un romanzo ricco di colpi di scena. Non si può stare calmi un attimo, che subito accade qualcosa. Qual è stata la sua genesi?

“Alla ricerca di Agata” è nato quasi per caso. Inizialmente avevo in mente una storia completamente diversa. Presi spunto da “Racconto gotico” per costruire qualcosa di buffo. Una commedia brillante, dove la protagonista si trova coinvolta in episodi al limite dell’assurdo. Ma a mano a mano che andavo avanti con la storia i protagonisti hanno preso il sopravvento e il racconto si è scritto da solo. Quando vedo un film o leggo un libro mi aspetto “l’effetto sorpresa”, per certi versi “Alla ricerca di Agata” ha consentito al mio lato fantasioso di esprimersi.

Sembri avere un fortissimo legame con il mondo irlandese. Ci sono tracce più o meno evidenti in ognuna delle tue opere, puoi spiegarne il motivo?

Sono stata un paio di volte in Irlanda, ed entrambe le volte sono rimasta colpita dal paesaggio: il Connemara con le sue insenature; la bellezza ruvida e desolata del Burren; l’oceano che si infrange sulle altissime scogliere; i muri di pietra delle isole Aran; i cimiteri megalitici immersi nel verde… L’Irlanda è una terra di contraddizioni, leggende, superstizioni, sofferenza, crudeltà, sangue. Non è, come banalmente si pensa, il regno delle fate e degli elfi, è un paese complicato con una storia complicata. L’Irlanda è, nella mia immaginazione, sinonimo di ribellione. Infine, alcune zone mi hanno riportata con la mente nel Montello – mia madre è nata a Crocetta del Montello -, ad alcuni luoghi della mia infanzia. Luoghi che non ho più rivisto e che quasi certamente sono cambiati.

Ogni inizio capitolo in “Alla ricerca di Agata” presenta una citazione. E ogni frase è appropriata al racconto che segue. Sono le citazioni ad averti ispirata, oppure hai una mente talmente enciclopedica da essere riuscita a ricordare quelle citazioni ogni volta?

Le citazioni sono arrivate in seguito. L’idea mi è venuta dopo aver letto, in libreria, la frase di Sylvia Townsend Warner: “Se sarà maschio” disse “Lo chiamerò Dolore. Ma se sarà femmina si chiamerà Gioia”. Pensai subito che avrei dovuto farci qualcosa. Scrivere un post, un racconto, condividerla.

Mi ricordai alcune frasi di Allende, Yoshimoto e Christie, e, per gioco, cercai le altre sui libri. Scelsi di inserire all’inizio di ogni capitolo una citazione. Non utilizzai la frase di Sylvia Townsend Warner, ma se non fossi inciampata sulla sua citazione non avrei aggiunto quei richiami.

Cosa ti ha ispirata a scrivere “Al tempo dei lupi”?

Come per “Alla ricerca di Agata”, “Al tempo dei lupi” è nato grazie a “Racconto Gotico”. Sono stata influenzata da “Jane Eyre” e dai racconti di fantasmi, come quelli di Walpole, Hoffmann e Crawford.

L’istitutrice Anna Gada è davvero una donna anticonformista per la sua epoca. Nel tuo immaginario, questo deriva dalla sua biografia -orfana, cresciuta in un collegio-, oppure da una presa di coscienza avvenuta con la maturità?

Le esperienze, il dolore, le gioie, possono cambiare le persone e le loro le vite. Alcuni non usciranno mai dalla zona di comfort: lavoro, famiglia, casa, amicizie, paese. Dinanzi a uno ostacolo si abbattono o lo sottovalutano. Questo accade per svariati motivi: educazione, ambiente, trascorsi. Grazie al suo vissuto Anna è una donna indipendente. Non è una femminista nel verso senso del termine, conosce il mondo che la circonda e tenta di cambiarlo.

Il mondo arcaico e ferino di Edward Brandon proviene da una realtà antropologica e storica irlandese autentica, da un mito, oppure dalla tua invettiva?

Per i nomi dei luoghi mi sono ispirata alle strade e ai sentieri di montagna, come quelli del Trentino Alto Adige e del Veneto. L’Alto Adige, come l’Irlanda, compare spesso nei miei racconti. In merito ai “Faoladh”, e alla loro mitologia, ho preso spunto da alcuni racconti irlandesi. Le case dei Faoladh, invece, somigliano a quelle vichinghe, l’idea mi è venuta dopo un viaggio in Danimarca. Quando scrissi “Racconto Gotico” scelsi a caso antichi nomi irlandesi, senza sapere che fossero legati ai boschi e ai lupi. Più che alle coincidenze, credo nel destino e mi piace pensare che le leggende sui Faoladh facciano, in qualche modo, parte del mio DNA. Purtroppo, l’ultimo lupo irlandese venne ucciso alla fine del millesettecento.

Mi hai fatto venire una voglia matta di scrivere un romanzo o un racconto gotico. Significa che i tuoi romanzi mi hanno davvero rapita. Tu sei un’appassionata del genere, oppure è un caso che tu abbia sempre scelto questo stile? E se la prima ipotesi è corretta, quali sono i tuoi autori-guida?

Non è un caso che mi sia ispirata ai racconti gotici per scrivere le mie storie. Benché il genere gotico si sia sviluppato dopo il 1700, l’epoca Vittoriana è la culla dell’orrore, basti pensare a Jack lo squartatore. E’ un’epoca in bilico tra il fascino e il ribrezzo, in cui la ricerca del bello stride con la povertà dei bassifondi. Da una parte abbiamo circoli letterari, dall’altra quartieri sovrappopolati. Per questi motivi ho scelto come ambientazione temporale di “Al tempo dei lupi” gli ultimi anni del 1800. I miei punti di riferimento sono Robert Louis Stevenson e Edgar Allan Poe. Ma anche Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Charles Dickens o Francis Marion Crowford. Mi piacciono le vecchie storie di fantasmi e le leggende metropolitane.

Ad ogni modo, i miei racconti sono stati influenzati dalla vita di Charlotte Brontë e dal suo romanzo: “Jane Eyre”. Per me il romanticismo deve avere un tocco di “tenebra”.

Una peculiarità dei tuoi libri è che le copertine provengono tutte da fotografie scattate da te. Sono immagini suggestive e uniche, che riescono a trasmettere la tua interiorità alla perfezione. Lo trovo un dettaglio di un’eleganza unica. E’ mai successo che un’ispirazione ti rapisse proprio grazie a una foto che avevi scattato, magari a distanza di anni?

Anni fa andai a visitare le rovine di Žička kartuzij (la certosa di Seitz) in Slovenia. Aveva appena nevicato e c’era un’atmosfera incredibile. Le foto mi hanno influenzata per “Alla ricerca di Agata” e per la copertina di “Racconto gotico”.

Nella vita reale, tu sei una donna piena di talenti artistici e pratici. Riesci a individuare cosa ti rappresenta di più in questa fase della tua vita -la scrittura, la fotografia, il tuo giardino e orto, ecc- e se c’è qualcosa in cui ti vorresti focalizzare di più, oppure continui a gestire, come una maestra d’orchestra, tutte le tue passioni quotidianamente?

Non riesco a gestire le mie passioni. Sono un bradipo iperattivo. In pratica, sono un ossimoro. Non corro, eppure durante il giorno, quando non lavoro, passo dall’orto al preparare una torta, da un time-lapse a una ricerca sulle piante. Probabilmente la fotografia è l’attività che mi rappresenta di più. Diciamo, che amo sperimentare e vorrei che le giornate, vista la mia lentezza, durassero 48 ore.

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RECENSIONE: “LE OTTO MONTAGNE” DI PAOLO COGNETTI

Einaudi, 2016

Questo è un romanzo che ha vinto il Premio Strega nel 2017. E a ragione.

Narra la storia di due amici, si potrebbe dire opposti per carattere e natura, ma simili per quanto concerne l’amore per la montagna, che li unisce fin da bambini.

Pietro viene dalla città, ma i suoi genitori, appassionati di trekking, lo accompagnano spesso sulle montagne lombarde, piemontesi e venete. A un certo punto scelgono Grana, come loro residenza estiva e qui Pietro conosce l’undicenne Bruno, figlio e nipote di montanari, che tra un pascolo e l’altro sfugge al suo obbligo di bambino lavoratore per stare con Pietro e i suoi genitori, che piano piano diventeranno un po’ anche la sua famiglia.

Bruno è colui che resta, Pietro colui che và e viene e sarà sempre così, anche quando Pietro e il Destino consiglieranno a Bruno di cambiare rotta.

Ma se uno nasce montanaro può reinventarsi?

E se uno sale (in montagna), sempre più su, è solo per desiderio di avventura e passione, o perché vuole lasciare il basso (la civiltà, il capitalismo, il corri corri) alle spalle?

Mi hanno davvero travolta, le vicissitudini di Pietro e Bruno, anche perché a una prima lettura possono sembrare talvolta banali o minime, ma in realtà contengono universi di riflessioni, mentalità, cultura e anima.

L’autore ci presenta diverse personalità, le mette in comparazione, poi le allontana. E’ come mettere a fuoco un immagine. E in questo modo riesci a coglierne tutte le sfumature.

Le domande che Cognetti si pone e ci pone sono tante, e restano dentro di noi anche a fine lettura. Sedimentano. Forse sono semi, che germoglieranno a tempo debito. Di certo sto recensendo un romanzo prezioso, che talvolta può risultare noioso a causa di alcune nozioni tecniche, ma che lascia un sapore di autenticità e selvatico in bocca, sapore di cui abbiamo fame.

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