RECENSIONE: “AL FARO” DI VIRGINIA WOOLF

Traduzione di Nadia Fusini, Feltrinelli, 2017

Viva o morta, la signora Ramsay è onnipresente, dalla prima all’ultima riga di questo romanzo, noto ai più come “Gita al faro”, ma tradotto dall’anglista e scrittrice Nadia Fusini con più correttezza: “Al faro” e presentato con una pagina di note e una postfazione preziose e irrinunciabili.

Dicevo, la signora Ramsay è la figura centrale del romanzo tanto che, sebbene il signor Ramsay le sopravviva, rimane vivida nel cuore e soprattutto nella mente dei suoi familiari.

Perché la signora Ramsay è così importante? Per la sua concretezza? Per la sua bellezza? Per la sua capacità di occuparsi senza lamentele della numerosa prole e del marito difficile? Oppure per la compassione che la faceva alzare dalla sedia, dritta come una frusta, riempire un cestino pieno di viveri e incamminarsi verso le case della gente povera e bisognosa?

Più che il faro posto su isolotto, che il figlioletto James vuole raggiungere a ogni costo, e il padre allontana sempre di più dalla rosa delle possibilità a causa del tempo instabile, è la signora Ramsay a sembrare il vero faro della famiglia. Lei è la luce che tutto illumina e che rende anche le ombre più scure, tanto che la sua scomparsa fa crescere il piccolo James in un figlio che disprezza il padre tanto da provare l’impulso di ucciderlo.

Lily è l’osservatrice di questa cosmogonia familiare, un’affittuaria della dimora estiva dei Ramsay, una donna di mezza età appassionata alla pittura, spesso sollecitata dalla signora Ramsay a sposarsi perché è nel matrimonio che la donna trova compimento. E tuttavia, pur essendo anche Lily affascinata, quasi ammaliata dalla bellezza caleidoscopica della dama, sente l’impulso di ribellarsi a quell’appello, anche perché tutta la perfezione che pure sente provenire da lei, cela qualcosa di indecifrabile, un non detto che, messo assieme all’enigmatico rapporto che la lega al pretestuoso signor Ramsay, deforma l’immagine finale della signora Ramsay in qualcosa di inclassificabile.

“Al faro” è l’unico romanzo di Virginia Woolf che io sia riuscita a leggere dopo “Orlando”. Anzi, è un’elegia, ecco forse spiegato il motivo della mia riuscita. Pur essendo un membro della Italian Virginia Woolf Society -per il secondo anno, la lettera con la tessera nella foto mi è arrivata da poco!-, infatti, apprezzo maggiormente gli articoli, le conferenze e i racconti della scrittrice inglese, tuttavia in questa elegia mi ha catturata soprattutto la consapevolezza del retroscena: Woolf narra infatti l’affresco dei suoi genitori, descritti in modo talmente realistico che, in una lettera di Vanessa alla sorella Virginia, la pittrice le confesserà che, leggendo l’opera, le era sembrato di veder resuscitare la loro madre. Cosa che certamente le avrebbe rese felici. Lo stesso, tuttavia, non si poteva dire del padre, Leslie Stephen, che “se fosse vissuto più a lungo non mi avrebbe permesso di scrivere e sperimentare”. Questa è, più o meno, l’ammissione della stessa Virginia, la quale, pur amando il padre, era consapevole che la perentorietà, l’egoismo e il vittimismo della sua personalità erano il più potente veleno della famiglia.

 

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Visita alla mostra “Nel mare dell’intimità – L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico” – Parte 2/2

Diorama della Laguna di Grado

Nella laguna di Grado, al pari di altre simili zone dell’alto Adriatico, le particolari condizioni del mare -bassi fondali emergenti con l’alta marea- avevano permesso lo sviluppo di un singolare tipo di pesca, semplice, ma remunerativo: quello del “serraglio”. Si trattava di un recinto a graticcio di canne facilmente reperibili sul posto, collocato su banchi di sabbia soggetti ad esseri sommersi dall’alta marea. Con il mare entravano nel serraglio pure i pesci (cefali, passere, sogliole, rombi, anguille, ecc), ma, al calare della marea, dei cogolli (reti a forma tubolare congegnate per intrappolare i pesci), posti nei punti di deflusso delle acque, ne permettevano una facile cattura.

Nelle zone interessate dai serragli, così come dalle altre loro attività, i pescatori realizzavano delle capanne anche di notevoli dimensioni, dette appunto “casoni”, in genere abitate stagionalmente.

Gli Uscocchi

L’Adriatico, mare frequentato fin dall’antichità e crocevia di popoli spesso contrapposti per quanto prossimi geograficamente, non poteva certo essere immune al fenomeno della pirateria. Inoltre, volenti o nolenti, la pirateria è stata spesso un’economia di sussistenza dei popoli costieri, soprattutto in litorali che si prestano a questo tipo di attività, come le insenature e gli arcipelaghi della sponda orientale.

Quando la pirateria viene esercitata con l’avallo di uno stato e si configura quindi come un atto di guerra, può essere considerata come guerra di corsa, e i pirati definiti “corsari”, anche se la distinzione può essere ardua.

Abbiamo quindi ampie testimonianze di questo tipo di attività, più o meno organizzata, in Adriatico sin dall’epoca antica. A partire dal Medioevo, la contrapposizione con il mondo islamico caratterizza gli scontro sul versante politico e religioso, e ciò accade soprattutto quando, dall’inizio del XVI secolo e poi ancora dopo Lepanto, il Mediterraneo diventa teatro di una “guerra minore”, condotta dai “corsari barbareschi”, così detti perché provenienti soprattutto dai porti dell’Africa settentrionale al tempo chiamata appunto “Barberìa”, come Algeri, Tripoli, Tunisi: città-stato la cui economia era fondata sui bottini e sui riscatti delle persone catturate in mare o sulla coste. In Adriatico, peraltro, attacchi e incursioni venivano portati più spesso da piccole barche provenienti dai porti più meridionali della sponda orientale sottoposti al dominio turco, come Valona o Dulcigno, ai danni di pesatori e popolazioni costiere.

L’Adriatico settentrionale fu anche teatro per circa un secolo delle azioni dei temibili Uscocchi, stanziati a Segna dopo essere fuggiti dai turchi, che ingaggiano feroci scontri con le navi della Repubblica di Venezia, ma che non disdegnavano di attaccare anche navi di altri stati e di compiere incursioni sulle coste di Romagna e Marche.

Guerrieri feroci prima, pirati senza scrupoli poi, gli Uscocchi erano cristiani cattolici provenienti dai Balcani che si stabilirono sulle coste dell’Adriatico per sfuggire all’avanzata dei turchi, accettando l’egemonia degli Asburgo. Nel 1537 abbandonarono l’originaria Clissa (presso Spalato) per rifugiarsi a Segna, una roccaforte circondata da montagne, foreste e da cale accessibili solo via mare con piccole imbarcazioni. Poco alla volta ai nuclei originali si unirono banditi e avventurieri di varia provenienza, e a partire dal 1540 i corsari di Segna cominciarono a colpire non più solo i turchi, ma tutte le grandi potenze che commerciavano col Mediterraneo. Nel 1615 le azioni di pirateria degli Uscocchi fornirono il pretesto per la Guerra di Gradisca, tra Venezia e l’Austria, che insanguinò il Veneto e l’Istria. Terminato il conflitto, su intercessione dei re di Spagna e per effetto del Trattato di Madrid del 1617, le famiglie superstiti degli Uscocchi vennero trasferite a forza vicino Karlovac, al confine tra Croazia e la Carniola, in un’area conosciuta da allora come Monti degli Uscocchi. Molti fra i temibili pirati furono arrestati o uccisi, e le loro navi bruciate.

Medusa, la polena che incontrò i pirati, legno dorato, da Capodistria, prima metà del XIX sec.

La polena con la mitica immagine della Medusa ornava la prua del veliero Corriere d’Egitto, di proprietà di due capitani capodistriani: i fratelli Nazario e Domenico Zetto. Le loro navi, nella prima metà del XIX secolo, facevano la spola tra Trieste e il Vicino Oriente. Nel 1911 Francesco Majer descrisse l’avventura del brick Corriere d’Egitto, capitanato da Nazario Zetto: nel 1828, navigando verso l’Egitto, la nave fu attaccata dai pirati. Avvisati forse che a bordo c’erano brillanti preziosi, affidati a Zetto da tale Pietro Iussuf e destinati all’allora principe regnante d’Egitto Mehmet Aly, i pirati depredarono la nave ma senza trovare il tesoro, perfettamente occultato. Il veliero raggiunse quindi l’Egitto, dove il Capitano consegnò i gioielli al monarca, il quale però non espresse gratitudine alcuna.

Polena della fregata francese Danaè, legno dorato, XIX sec.

La devozione dei marinai e dei pescatori: il breviario romano di Rab/Arbe, inizi del XV sec.

I Santuari di Diomede in Dalmazia

Il famoso eroe greco Diomede fu venerato come un dio in Adriatico, dove divenne il protettori dei naviganti. Le storie più popolari su di lui sono correlate alla sua morte e alla sua sepoltura su qualche isola dell’Adriatico, che da lui prese il nome.

Gli scavi archeologici sull’isola di Palagruža/Pelagosa, situata al centro dell’Adriatico, hanno rivelato migliaia di frammenti di ceramica datati dal tardo VI sec.aC., al I sec.d.C.. Più di 200 frammenti recano iscrizioni graffite dedicate all’eroe, che ci permettono di identificare Palagruža come l’isola di Diomede citata nelle antiche fonti letterarie. L’altro santuario marittimo a lui dedicato è stato individuato su Punta Planca/Capo Ploča, antico promunturium Diomedis, il promontorio di Diomede, sulla costa dalmata. Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce i resti di un santuario frequentato dal IX sec.a.C. al I sec.d.C., che ha restituito 500 iscrizioni graffite su frammenti di ceramica, dedicate all’eroe.

In entrambi i siti sono state trovate iscrizioni greche con il nome del dedicante e l’espressione “e l’equipaggio della nave”. Queste iscrizioni confermano che i visitatori dei santuari di Diomede erano naviganti che si fermavano qui per offrire doni agli dei e procacciarsi la sua protezione per i loro viaggi in Adriatico.

I santuari costieri del Salento, Roca, Grotta Poesia, Lecce

Fitti reticoli di iscrizioni sulle pareti della Poesia Piccola e foto aeree del sistema carsico, con la Poesia Grande, più vicina alla costa e l’apertura della Poesia Piccola, presso la statua della Madonna di Roca

I promontori del Salento, sedi di santuari connessi all’approdo, sono emblematici della duplice valenza nautica e religiosa di questi luoghi: il promontorio di Roca, con il luogo di culto in zona Castello e il santuario di Grotta Poesia, e Punta Matarico, con la grotta di San Cristoforo, gravitano sull’approdo di Torre dell’Orso; Punta Meliso, con un probabile edificio religioso e Punta Ristola, con Grotta Porcinara. Il rito religioso che si svolgeva nella Grotta Poesia prevedeva l’atto della scrittura del voto e del ringraziamento a una divinità maschile altrimenti sconosciuta, Taotor Andirahas, o Tutor Antraio, Andraius, Andreaus o Andreus in latino: le iscrizioni occupano un’area di circa 600 mq, intersecandosi e sovrapponendosi fino a formare un fitto reticolo; la richiesta d’aiuto al dio viene accompagnata dalla promessa di un’offerta di beni, come anfore di vino o addirittura capi di bestiame.

La fruizione della Grotta di San Cristoforo come luogo di culto si segue dalla fase preromana a età medievale, con la consueta trasformazione del culto pagano a culto cristiano e l’intitolazione della chiesa a San Cristoforo, non a caso il santo “traghettatore”. Nella stessa baia si riconoscono dediche di marinai imbarcati sulle liburne.

Informazioni:

La mostra è visitabile fino al 01.05.2018

Da martedì a venerdì 9-17

Sabato, Domenica e Festivi 10-19

Lunedì chiuso

Intero eur 7,00

Ridotto eur 5,00

www.nelmaredellintimita.it

info@nelmaredellintimita.it

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Visita alla mostra “Nel mare dell’intimità – L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico” – Parte 1/2

Presso l’ex-Pescheria – Salone degli Incanti di Trieste

Il titolo della mostra proviene da una citazione dello scrittore croato Predrag Matvejevic’ e ben descrive il Mare Adriatico, circoscritto, colmo di reperti archeologici e così caro alle sue genti antiche e contemporanee.

L’esposizione copre 10 000 anni di storia marittima ed è ricca, a cominciare dall’allestimento, realizzato in concerto con l’architetto Giovanni Panizon:

Ci sono riproduzioni di caracche, pascòne, golette, piroscafi, corazzate e imbarcazioni di ogni genere, e inoltre mappe, sestanti, bussole e carichi diversi tra loro per provenienza e utilizzo.

La visita è un incanto per chiunque, per chi ama il mare in particolare. A trentotto anni, ho scoperto reperti archeologici rinvenuti nella mia natia Grado, che non avevo mai visto prima e mi sono interfacciata con storie che non conoscevo e altre, come quelle dei pirati Uscocchi, che avevo solo ascoltato di sfuggita.

Naturalmente io sono rimasta colpita dalle statue, dalle polene e da imbarcazioni particolari che nemmeno conoscevo, perciò la scelta fotografica che vi espongo è frutto del mio gusto. I reperti esposti sono molti, molti di più.

Testa in bronzo della Dea Artemide da Vis/Lissa, epoca ellenistica, III sec. a.C., dotata di un’acconciatura caratterizzata da un diadema e uno chignon sulla nuca, legato da un nastro. Artemide era una delle dee principali di Issa (odierna Vis), colonia fondata da Siracusa attorno alla metà del IV sec. a.C. sull’isola omonima. Lo stesso profilo della statua compare sulle monete di bronzo locali.

Statua di Diadumeno, marmo, Prima metà del I sec. d.C.

Scultura di marmo greco rinvenuta durante gli scavi di una villa marittima eseguiti alla fine dell’Ottocento a Barcola (Trieste). Recuperata in vari frammenti, decorava un ambiente affacciato sul peristilio. E’ la copia romana di una delle sculture più famose di Policleto, un atleta che si mette la benda da vincitore, creata attorno al 430 a.C.

Contrappeso a forma di busto di Minerva e asta graduale riferibile a due diverse bilance a mano.

Lo zoppolo di Aurisina, Trieste

Lo zoccolo è un’imbarcazione monossile, quindi ottenuta da un unico tronco scavato, in uso presso le località costiere del circondario di Trieste, così come in alcune zone del Quarnero, fino alla metà del secolo scorso.

Si trattava di un tronco, generalmente di pino o larice, della lunghezza di 6-7 m per circa 80 cm di diametro, quasi certamente proveniente dai boschi della Carniola (oggi Repubblica di Slovenia) non esistendo sul Carso -allora come oggi- alberi di tali dimensioni.

Scavato e talvolta dotato di assi laterali che ne aumentavano l’altezza delle fiancate, doveva essere mosso unicamente a remi non essendo possibile, data la sua scarsa stabilità, dotarlo di una vela.

Di questo singolare tipo di imbarcazione sono giunti a noi solo due esemplari: lo zoppolo “Lisa” ora qui esposto, e un analogo modello conservato presso il Museo Etnografico di Lubiana.

La marotta

La marotta viene realizzata in legno con le stesse modalità costruttive di una piccola barca, ma è interamente pontata con un piccolo boccaporto normalmente chiuso con una serratura. La sua non è una funzione navigativa, bensì di galleggiamento a mezz’acqua nei canali, conservando al suo interno pesce vivo, come cefali, anguille o crostacei. La marotta può raggiungere la lunghezza di alcuni metri ed è l’ultima evoluzione di forme di allevamento praticate fin dall’antichità. Questa esposta, risale agli anni ’60 del XX secolo ed era utilizzata nel Porto Canale di Cesenatico e nei canali interni.

L’Amazzone di Parenzo, frammento di statua in marmo, acque di Parenzo, II-III sec. d.C.

Il frammento di rilievo, recuperato da alcuni pescatori dai fondali marini presso Poreč/Parenzo, raffigura un’Amazzone in movimento.

La figura, conservata dal collo fino alle ginocchia, è vestita con una tunica corta e aderente che lascia la parte destra del petto scoperta. Ha il corpo in torsione; doveva tenere un braccio leggermente alzato e l’altro disteso. Le attraversa il petto la cinghia della faretra per le frecce.

Il rilievo sembra realizzato nel marmo bianchissimo proveniente dalla famosa cava del Monte Pentelico in Grecia, non lontano da Atene. Molto probabilmente apparteneva alla decorazione di un sarcofago: scene di Amazzoni in battaglia contro i Greci decoravano spesso i sarcofagi delle officine attiche, che ebbero grande diffusione presso la costa adriatica, specialmente a Salona e ad Aquileia, tra la fine del I e il III secolo d.C..

Pare che il rilievo fosse già rotto quando fu gettato in mare.

Statua di un atleta (Apoxyomenos), II-I sec. a.C., Copia moderna, bronzo, rame

La statua è un raro esemplare di originale greco in bronzo giunto fino a noi. Rappresenta un giovane atleta e riprende un modello scultoreo ben noto e popolare nell’antichità, che fu spesso riprodotto e di cui si sono conservate almeno 13 versioni, tre delle quali in bronzo e le altre in marmo e pietra dura. L’atto di raschiare via la polvere dal corpo con una spatola, lo strilige, divenne un modo consueto di raffigurare gli atleti nell’arte greca. Questa statua, di Lussino, raffigura l’atleta nel momento in cui pulisce lo strigile con il pollice della mano sinistra.

I piccoli dei dalle acque di Grado

I due bronzetti, conservati nelle collezioni del museo triestino, provengono dalle acque di Grado. La presenza dei due bronzetti bene si addice tanto al piccolo altare consueto sulle navi mercantili romane, quanto al culto privato delle abitazioni, dove erano posto in angoli dedicati (larari) a protezione della casa.

La figura femminile seduta viene variamente interpretata come Salus/Igea o Bona Dea; ha nella mano destra una patera per nutrire tre serpenti che le scendono lungo il corpo, animali caratteristici delle divinità salutari e della medicina, così come la cornucopia, simbolo di fortuna e abbondanza.

 

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Un mio Manifesto sulla rivista letteraria “L’irrequieto”

 

Qualche mese fa, la mia amica artista Valeria Gergolet mi taggò su Facebook perché riteneva che il nuovo progetto della rivista culturale letteraria “L’irrequieto” avrebbe potuto interessarmi. Andai a leggere e subito sentii un clic nel cervello. Quando la scrittura sorge così spontanea, non puoi tirarti indietro. Mandai il mio Manifesto alla rivista e oggi lo vedo edito. Spero piacerà anche a voi, lo trovate a pagina 70:

 

Dalla nota della rivista:

Sembrerà un paradosso, eppure concedere spazio e voce al potere in questo momento storico è fuori moda.

Pericoloso com’è, infatti, viene sempre sfiorato superficialmente e mai analizzato al microscopio.

Per questo motivo, in occasione della quarantesima uscita della rivista, abbiamo deciso di lanciare un appello

a tutte le scrittrici che avessero voglia di misurarsi con questo tema.

Le adesioni sono state numerose e ancora più caleidoscopiche le prese di posizione,

che hanno consentito la pubblicazione di una rosa di contributi a dir poco eterogenea.

In “Il Potere visto dalle donne”, il primo numero tutto al femminile de L’Irrequieto,

troverete le poesie, i racconti e gli articoli inediti di 21 scrittrici contemporanee selezionati

ed editati dalla redazione. Buona lettura!”

 

La rivista si trova su questo link: https://issuu.com/irrequieto/docs/numero-40

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RECENSIONE: “UNA PRINCIPESSA IN FUGA” DI ELIZABETH VON ARNIM

Bollati Boringhieri, 2013

Dovete sapere che, da quando la giornalista e scrittrice Natalia Aspesi mi fece conoscere Elizabeth Von Arnim attraverso un articolo su La Repubblica, mi invaghii dell’autrice australiana e decisi di comprare il primo Von Arnim il giorno seguente. Fu amore. Mi innamorai del suo stile, della sua ironia unica, della sua erudizione. Terminato il primo libro Von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, iniziai la ricerca dei successivi testi e scoprii che Bollati Boringhieri era il riferimento italiano per le opere vonarnimiane, e che aveva edito diciannove romanzi. Cominciai a ordinarne alcuni, altri li ricevetti in regalo. A oggi ne possiedo una decina, e conto di comprare i restanti prima possibile, perché vivo con l’ansia che finiscano fuori catalogo, o vengano assorbiti da Fazi Editore, verso il quale nutro simpatia, ma sapete com’è: se hai iniziato a collezionare i libri di un autore editi da un nome, poi vuoi vederli tutti in fila con lo stesso bollino d’origine! O forse sono solo io così pignola. Beh, non importa. Fatto sta che questo è il quinto Von Arnim che leggo, e sono deliziata come cinque anni fa, anno in cui mi tuffai per la prima volta nell’inchiostro dell’autrice!

In “Una principessa in fuga” ci troviamo alle prese con due protagonisti: la principessa di un regno (inventato) Priscilla e il suo bibliotecario Fritzing. Lei è una fanciulla che ha tutto, cresciuta negli agi e, diciamolo pure, nella bambagia, mentre lui proviene da una famiglia umile ed è un uomo che si è fatto da solo, diventando un grande intellettuale, un uomo dotato di mnemonica straordinaria, ma con due difetti: l’adorazione di Priscilla e l’incapacità di vivere la quotidianità e condurre un’economia domestica. I due provano un affetto reciproco e la loro confidenza li porta a isolarsi spesso, rispetto alla corte, per confidarsi. Il giorno in cui Priscilla riceve la proposta di matrimonio di un cugino, Priscilla esplode. Non ne può più della vita di corte, di tutta la superficialità e l’oppressione provocata dalla sua opulenta dama di compagnia, che la segue dappertutto. Priscilla anela alla vita autentica, che lei percepisce possibile solo nell’anonimato, in un cottage immerso nella campagna, lontana dal padre e dal castello, dove potrà fare del bene al prossimo come la ragazza buona e dolce che sente di essere, seppure intrappolata nel corpo di una principessa il cui unico dovere è un buon matrimonio e il proseguimento dei doveri aristocratici. Fritzing raccoglie lo sconforto della sua pupilla e decide che deve fare qualsiasi cosa per aiutarla. Decide quindi di organizzare una fuga e, nel lasso di una manciata di giorni, prende una cameriera, un tesoretto, un calesse e parte con Priscilla alla volta dell’Inghilterra.

Il viaggio e il soggiorno inglese rappresentano il centro del romanzo, che si sviluppa tutto intorno all’approccio di Priscilla al nuovo mondo, con un susseguirsi di errori madornali, equivoci e danni involontari di cui sono vittime gli ignari autoctoni, che da un lato amano la giovane e misteriosa straniera per la sua generosità e dall’altro la disprezzano per la zizzania che riesce a creare in un villaggio che, prima del suo arrivo, era timorato di Dio ed era governato con la precisione di un orologio svizzero.

Non vi nascondo di aver trascorso tante ore, anche dopo la mezzanotte, ridendo a crepapelle.

Se amate l’ironia e l’intelligenza, se volete trascorrere ore luminose e con qualche riflessione sulla psicologia umana -perché, in fondo, qui ce n’è parecchia- questo è un libro che vi consiglio.

Vi saluto con una citazione chiave:

“La storia di Priscilla mi ha talmente catturata, tanto mi è sembrata, fin dal primo momento che l’ho sentita, piena di insegnamenti, che mi sento in dovere di metterla per iscritto dall’inizio alla fine a uso e monito di tutte le persone, principesse e non, convinte che andando in cerca, andando lontano, troveranno la felicità, e non si accorgono che la felicità è sempre stata lì ai loro piedi. Non la vedono perché è troppo vicina. Talmente vicina che corrono il rischio di calpestarla o allontanarla con un calcio. Mentre la felicità è timida, e aspetta di essere raccolta” .

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Progetto #1: Maglia/Uncinetto

Iniziamo l’anno in bellezza:

Questa foto rappresenta molte cose: la mia passione per i lavori artigianali con i filati, una lunga tradizione familiare femminile, l’etica ecologica e il senso della bellezza per i prodotti di qualità, lunga durata e soprattutto realizzati sul proprio corpo.

Il filato che ho scelto per questo progetto è cotone colore verde acqua, ma non si tratta di gomitoli nuovi, acquistati in un negozio, bensì di un vecchio maglione di mia suocera. Lei non lo usava più, perciò, anziché essere gettato, ho pensato di prenderlo, disfarlo, ottenere dei gomitoli e ripartire da zero per la creazione di qualcosa di completamente diverso.

Ho realizzato entrambi i progetti seguendo l’ispirazione, niente schemi preconfezionati. E infatti… ho dovuto lavorare e disfare svariate volte, a cominciare dalla canotta, che, avviata sui ferri circolari non in maniera lineare, si è attorcigliata su se stessa (sic!). Perciò, una volta giunta agli scalfi (zona ascellare) ho dovuto disfarla completamente e ricominciare daccapo.

Ho realizzato la sciarpina a uncinetto con punto ventaglio e ho aggiunto otto perline su ciascuna delle “conchiglie” sui bordi.

Questo è artigianato.

Questo è il frutto dell’ispirazione.

Questo è l’amore per la natura e la voglia di limitare gli sprechi.

Questa è una tradizione familiare.

Questo è un modo per imparare la pazienza e la perseveranza.

Questo è il mio “e” di www.arteculturae.it

Buon Anno a tutti!!!

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RECENSIONE “IL PRODIGIO” DI EMMA DONOGHUE

Neri Pozza è un editore affidabile, una garanzia di qualità. Possono non piacermi alcune trame, ma tutte quelle che ho scelto, mi hanno colmata di gratitudine e dato un ulteriore conferma -come se ce ne fosse bisogno- che la letteratura è più viva che mai.

In questo caso, il mio occhio è caduto su “Il prodigio” di Emma Donoghue. La trama è semplice: Lib, un’infermiera inglese viene mandata in un villaggio irlandese per vigilare su una bambina che asserisce di vivere “di manna dal cielo” da mesi. Lib è stata convocata da un comitato del paese della piccola digiunatrice Anna O’Donnell, poiché secondo loro la fanciulla è in onore di santità e attendono solo di raccogliere le prove da inviare ai vertici ecclesiastici, per ottenere il risultato sperato.

In un’Irlanda appena uscita da sette anni di terribili carestie e morti causate dalla malattia della patata di metà Ottocento, che causò anche l’emigrazione di massa verso l’America, furono registrate storicamente dozzine di casi di digiuni come quello che l’autrice narra in questo romanzo d’invenzione. Un caso, dunque, preso dalla realtà, ma intensificato dalla presenza di tre forti personaggi: l’infermiera Lib, il giornalista irlandese William e “Il Prodigio” Anna O’Donnell.

Vengono ritratti personaggi stereotipati – il prete fanatico, il vecchio medico in attesa di una scoperta straordinaria, un popolo schiavo delle superstizioni- e donne e uomini sensibili come Lib e William, che le vicende di un’esistenza messa duramente alla prova non hanno imbruttito, ma anzi, vengono riscattate, quasi catartizzate attraverso la dolce e sfortunata Anna.

Consiglio questo romanzo agli appassionati di romanzi, di sociologia, ai religiosi di ogni fede, ma, per estensione, a tutti coloro che amano la letteratura con la “a” maiuscola.

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RECENSIONE “THE DANISH GIRL” DI DAVID EBERSHOFF

Giunti, 2016

Dopo la lettura di “The Danish Girl” ho capito che sto invecchiando. Il motivo è presto detto: mi ha molto commossa, quasi fino alle lacrime e, si sa, io sono poco incline a queste reazioni. Suppongo, di conseguenza, che molti di voi rimarranno profondamente colpiti dalle vicende del(la) protagonista, partendo dalla consapevolezza che il romanzo si basa su una storia realmente accaduta.

Einar Wegener fu un pittore paesaggista danese, proveniente da una famiglia di umili origini, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento. Minuto, timido e introverso, fin da bambino convisse con una profonda insoddisfazione. Crescendo, conobbe una pittrice e illustratrice, Gerda Gottlieb (qui descritta come un’americana di ricca famiglia, Greta Waud) e il loro feeling li condusse al matrimonio. Unione felice, anche perché benedetta dalla condivisione di una passione artistica comune. Ma è proprio la necessità di Greta -e qui entriamo nella vicenda romanzata raccontata dal talentuoso e sensibile scrittore- di terminare il ritratto di una cantante lirica a far sì che Einar indossi dei collant e un abito da sera per posare. È al contatto con i morbidi e femminili tessuti che il giovane percepisce un’emozione meravigliosa e terrificante al tempo stesso. Passa davvero poco prima che Einar inizi a indossare i panni di Lili, una fanciulla eterea e dolce, dotata di un’eleganza angelica che fa voltare uomini e donne al suo passaggio e che diventa la musa ispiratrice di Greta. Da mediocre ritrattista, la sposa americana diventa una capace artista, le cui tele raffiguranti Lili in innumerevoli pose ed eventi, le regalano la fama.

Nel frattempo, Lili prende il sopravvento su Einar. Il pittore non prende più in mano un pennello che non sia quello per il trucco e, in effetti, da pittore si trasforma nell’artista di se stesso: crea Lili ogni mattina e, dopo qualche anno di sofferenza emotiva e fisica, decide di compiere un salto nel vuoto, tentando un’operazione sperimentale per cambiare sesso.

Ciò che colpisce di questo romanzo è anzitutto la dolcezza con cui viene trattato un tema così delicato, una dolcezza che appartiene allo stesso carattere di Lili e che induce tutti coloro che la circondano, dalla moglie al suo fratello gemello Carlisle, dall’amico di infanzia Hans alla stretta cerchia di conoscenti, ad accogliere con naturalezza la metamorfosi di Einar/Lili.

A livello profondo, personale ed emotivo, il romanzo mi ha indotta a immedesimarmi in una creatura nata in un corpo che considera sbagliato. In un mondo contemporaneo come il nostro, dove #beyourself è ancora soltanto un hashtag, perché la maggior parte delle persone faticano a trovare il vero sé, ci sono state e ci sono ancora persone perfettamente consce di chi sono, ma intrappolate fisicamente in un corpo che non è il loro. Come ci si può sentire quando ci si conosce bene, ma il riflesso allo specchio mostra una persona completamente diversa?

“Tha Danish Girl” ci porta lontano, con il cuore e con l’intelletto.

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MOSTRA “LIBERTY” ALLE SCUDERIE DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TS)

Io davanti all’ingresso

Dovete sapere che amo il Liberty (e l’Art Nouveau, e la Secessione Viennese) dai tempi delle scuole superiori, quando la nostra illuminata professoressa di tedesco portò la mia classe a Praga. Mi innamorai della bellezza della capitale ceca, gioiello della Mitteleuropa, e ovviamente trovai innumerevoli riproduzioni delle opere e dei cartelloni pubblicitari realizzati da Alfons Mucha. Da allora, appena ne ho avuto occasione, mi sono circondata di immagini e ninnoli risalenti a quegli anni magici e me la sono presa a morte con chi criticava la mia passione in quanto “pura illusione”, “orpello”, “arte per l’arte (sempre che si possa definire tale)”, ecc ecc.

Visitare la mostra a Miramare mi ha permesso anche di sbugiardare questi “amici”, perché i fini curatori dell’evento hanno stampato cartelli espositivi ricchi di spiegazioni approfondite e dettagliate in merito allo spirito dell’epoca.

Il Liberty -o Art Nouveau- fu un movimento artistico riformatore che promuoveva un’integrazione tra arte e vita di tutti i giorni, ambendo a una “propagazione e a un’intensificazione dell’esistenza” e costituì uno tra i maggiori tentativi di riforma moderna degli stili di vita. Rafforzatosi attorno al 1900 sulla scia di altri movimenti sviluppatisi in precedenza (come l’Art and Crafts inglese), la corrente riformista intese offrire una risposta alle conseguenze negative dell’industrializzazione, sfidandola con una nuova “cultura etica”, ponendo l’accento sulla qualità artistica e manifatturiera nella realizzazione di oggetti di uso comune, proponendo un ritorno alla natura e l’adesione a uno stile di vita sano.

Orologio da tavolo, 1900 circa, Bronzo fuso patinato e smaltato

 

Jardinière con interno in vetro, 1900 circa

I movimenti riformisti trovavano fondamento ai loro principi in teorie biologiche e in concezioni filosofiche della vita, così come in dottrine spirituali occultiste. Tutte idee che gettarono le basi per lo sviluppo del Modernismo artistico, un forte movimento che portò alla rinascita delle avanguardie del Novecento.

In quegli anni nacquero molte associazioni artistiche e riviste d’arte, e si inauguravano esposizioni artistiche a cadenza regolare, determinando così un considerevole aumento dell’utilizzo della stampa per la realizzazione di manifesti e riviste d’arte illustrate.

Nella stampa venne introdotta un’inedita fusione tra contenuti e grafiche di grande raffinatezza formale dove, per la prima volta, si proponeva una sintesi tra caratteri tipografici, elementi decorativi e immagini, tutti improntati alla stilizzazione e al dinamismo.

Job di Alfons Mucha, 1896, Litografia a colori su carta

I manifesti che annunciavano le mostre d’arte e i periodici del settore -come Ver Sacrum, la rivista della Secessione Viennese, e Volné Smery (Libere direzioni) legata all’associazione Spolek Mànes di Praga- divennero l’espressione di una trasformazione di criteri estetici, documentando gli stilemi dell’Art Nouveau così come declinati nei vari centri artistici europei. Queste pubblicazioni ebbero un ruolo chiave nell’introduzione di un nuovo stile di comunicazione visiva caratterizzata da ricchezza di contenuti e nuove idee artistiche.

Ma cosa voleva raffigurare e rappresentare l’Art Nouveau? Il movimento ritrovò nella natura una fonte di bellezza artistica da tempo dimenticata. Gli artisti presero a guardare le forme delle piante e degli animali con occhi nuovi, ammirandone la natura sfuggente, la perfezione formale, così come la loro forza dinamica e vitale. Motivi floreali e zoomorfi si propagarono in tutti i campi delle arti applicate -mobili, manufatti in metallo (come quelli ispirati ai motivi del repertorio di Alfons Mucha), e in particolare vetri e ceramiche.

Questa nuova sensibilità costituì un’importante fonte di ispirazione per i maestri vetrai boemi e le ceramiche realizzate dagli artisti raggiunsero a loro volta livelli di eccellenza. Queste finissime opere, emblematiche della corrente organica dell’Art Nouveau, dimostrano come l’obiettivo degli artisti non fosse solo una mera imitazione dei motivi naturali, ma anche una radicale trasformazione della forma mediante ardite modellazioni dinamiche.

Due fondamentali elementi dell’Art Nouveau e del Liberty furono l’ornamentazione e la geometria.

L’ornamentazione si impose come elemento unificatore tra tutte le arti applicate dell’epoca, pervadendo e dando nuovo spirito a spazi abitativi pubblici e privati.

Le linee sinuose e dinamiche caratteristiche della decorazione Art Nouveau -simbolo di crescita e forza vitale- incarnarono una visione vitalista del mondo inteso come fenomeno creativo eterno e naturale di infinita rigenerazione organica. L’approccio scientifico alla natura, amplificato dalle possibilità offerte da strumenti ottici come il microscopio, i raggi X e la microfotografia, diventarono le fonti principali di ispirazione per l’ornamentazione Art Nouveau.

La formulazione di motivi ornamentali tuttavia non si basava solo sull’osservazione della natura, ma anche sulla consultazione di album di modelli le cui forme potevano essere utilizzate come base per decori più semplici e astratti da comporsi in motivi ritmici e ripetibili all’infinito.

In contemporanea al movimento principale, si sviluppò una nuova corrente artistica che, all’opposto, perseguiva il contenimento e il raffinamento della forma mirando alla precisione ottica e all’eliminazione di ogni elemento superfluo. Questa tendenza verso un rigoroso stile geometrico si andò affermando nelle regioni dell’Europa centrale, dapprima tra gli studenti del corso di Otto Wagner presso la Wiener Akademie di Vienna, tra cui figuravano molti futuri architetti di grande talento, come Jan Kotera, Josef Hoffmann, Leopold Bauer e Pavel Janak. Questi artisti traevano ispirazione dalla rivisitazione delle forme misurate del Neoclassicismo centro-europeo (Stile Impero e Biedermeier), così come dal simbolismo Art Nouveau, in un percorso verso “l’essenza della forma”.

Il nuovo movimento rifuggiva dal realismo e dalla definizione oggettiva. Il simbolismo Art Nouveau esplorava piuttosto dimensioni allusive ed evocative. Attorno al 1900, l’interesse per la resa della sfaccettata psiche umana portò a un approfondimento dei fenomeni occultisti inaccessibili alla scienza e ai suoi metodi.

Molti giovani artisti si avventurarono oltre i confini della coscienza individuale nel tentativo di svelare i più profondi misteri dell’esistenza, studiando scienze esoteriche e partecipando a sedute spiritiche che a quell’epoca godevano della massima popolarità. Nei circoli artistici si diffuse un vivo interesse per la Teosofia, una dottrina che fonda la cognizione dei poteri spirituali occulti su uno studio comparativo dei sistemi religiosi del mondo (ispirati dalle teorie dell’occultista Helena Petrovna Blavatsky). Tra gli artisti cechi, Alfons Mucha, profondo conoscitore delle dottrine teosofiche, diede forma alla sua interpretazione dell’evoluzione spirituale dell’umanità nelle illustrazioni della pregiata edizione di Le Pater, così come nella sua monumentale celebrazione delle popolazioni slave che si apre con un ciclo tratto dalla storia della Bosnia e dell’Erzegovina. Tali dottrine di natura spirituale furono accolte con interesse anche dalla seconda generazione di artisti Simbolisti appartenenti al gruppo Sursum (fondato nel 1910) che contava, tra le sue fila, Josef Vachal e Jan Konupek.

Le Pater

La diffusione di manifesti illustrati come nuova forma di comunicazione pubblicitaria destinata a essere affissa lungo le strade cittadine fu incoraggiata dai cambiamenti in atto nelle città in quegli anni e dal consolidarsi di nuovi stili di vita, nonché dalle innovazioni tecniche della stampa litografica in grande formato.

I manifesti raggiunsero il loro massimo sviluppo nell’ultimo decennio del XIX secolo quando si diffusero anche in ambito artistico.

Medèe di Alfons Mucha, 1898, Litografia a colori su carta

Il processo di emancipazione femminile cambiò il ruolo della donna all’interno della società e portò alla nascita di un nuovo settore di mercato fondato su un orientamento al consumismo della donna borghese. La presenza delle donne nei manifesti pubblicitari non servì soltanto a rendere il messaggio visivo accattivante, ma anche a catturare l’attenzione delle donne stesse, sempre più percepite come un rilevante bacino di potenziali clienti. I manifesti pubblicitari costituiscono dunque delle preziose fonti documentarie per ricostruire i cambiamenti che si succedettero nel settore della moda, dei beni di consumo e nell’arredamento, così come nel campo dello spettacolo, dello sport e della tecnologia.

Corsetto “Radical”, 1905 c.ca, Tela a strisce, merletto eseguito a macchina, nastri e cuoio

La sempre maggiore presenza delle donne in società, in particolare nelle classi elevate, portò a una crescente richiesta di abbigliamento di lusso, e nei primi anni del ventesimo secolo, la necessità di disporre di un guardaroba lussuoso e alla moda determinò la nascita del sistema dell’haute couture in Francia. Il nuovo ruolo della moda come forma d’arte emerse con evidenza nella grande mostra dei salon parigini nell’ambito dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Fu in questa cornice che si presentò la nuova silhouette a “S”, caratterizzata dal vitino a vespa, dal cosiddetto “petto d’oca” e in generale dalla modellazione del corpo femminile secondo il gusto per le forme curvilinee, tipico dell’ornamentazione Art Nouveau. Silhouette che richiamava il corpo della donna, ma che era tutt’altro che naturale per via dell’imperante corsetto il cui uso era anche dannoso per la salute. Oltre a essere specchio dell’emancipazione femminile, la moda Art Nouveau fu anche uno strumento di democratizzazione, in particolare con l’introduzione di indumenti che rispondevano a un principio di praticità, secondo una tradizione e una cultura dell’abbigliamento tipicamente inglese andata affermandosi nei secoli. La crescente popolarità di svariati sport incoraggiò questa tendenza.

Abito da passeggio, 1900 c.ca, Vienna, Merletto irlandese a uncinetto, seta, nastro di raso

Abito estivo da passeggio, 1913 c.ca, Praga o Vienna, Georgette di seta, merletto al tombolo, ad ago e a macchina, ricamo

Abito da pomeriggio in due pezzi, 1902-1903, Vienna, Stoffa, velluto, ricamo, richelieu eseguito a macchina

Per ragioni di spazio, e pensando alla vostra vista, ho deciso di esporre una minima parte delle foto che ho scattato. Il resto potete ammirarlo voi: avete ancora tempo.

La mostra rimarrà aperta fino al 7 gennaio 2018, tutti i giorni con il seguente orario: 9:00/19:00.

Per informazioni, potete telefonare al: 041/2770470

Buona visione!

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