RECENSIONE: “MAGIA FILOSOFICA” DI ROBERTO RADICE

Morcelliana, 2018

“L’antico filosofo cerca le tracce della verità, che a suo giudizio si colloca nel passato piuttosto che nel futuro, come oggi per lo più si ritiene. Mentre ai nostri tempi nessuno mette in dubbio che il domani sarà progresso, anticamente nessuno dubitava che il futuro è decadenza, in quanto equivale a un costante allontanarsi dalla verità, che per sua natura si ritiene all’origine, nei pressi dell’arché (del principio) di tutte le cose. Come noi ci lasciamo illuminare dalla scienza e guidare dal suo sviluppo, così i primi pensatori della Grecia si fidavano dell’annuncio dei miti, ad esempio del mito dell’età dell’oro di Esiodo”.

Trovare un libro che contenga due fra le parole che più amo -filosofia e magia- sembrava impossibile e invece… invece, una bella domenica mattina, il quotidiano Il Sole 24 Ore mi ha regalato questa emozione. E non è tutto: a scrivere un saggio tanto speciale è stato un professore di Storia della Filosofia, nonché allievo del grande Giovanni Reale, uno dei massimi conoscitori della materia in Italia.

Vista la premessa, potete immaginare come abbia atteso l’arrivo del testo -ordinato in libreria, perché in provincia è pressoché impossibile trovare certi libri già in sede, ed è un vero peccato, perché non tutti leggono gli inserti culturali dei quotidiani- come se fosse una reliquia. Appena ritirato, l’ho letto e riletto con la massima concentrazione.

E, come accade raramente, la realtà ha superato le aspettative.

Il saggio è scritto da un importante accademico, ma il suo linguaggio è divulgativo e alla portata di tutti. Radice comincia la sua ricerca della filosofia magica viaggiando fin nella notte dei tempi, quando “il paleo-filosofo (che disegnava animali sulle pareti delle grotte) ha imparato a considerare il mondo stesso come un vivente dotato di anima, anche se l’anima a cui pensa è ben al di sopra per natura e intelligenza a quella di un comune vivente”.

Prosegue con un approfondimento sullo Sciamanesimo, dal momento che in molti considerano l’Orfismo greco imparentato con esso e l’Orfismo è centrale, dal momento che “sparse le sue spore su quasi tutta la filosofia ellenica”.

Il Dionisismo, che venerava il dio Dioniso, donò all’uomo la tranquillità interiore attraverso il suo opposto, l’ebbrezza. Tuttavia, liberò anche l’anima e, quando questo avviene, può accadere di tutto. Infatti, la filosofie successive studieranno l’uomo e la sua natura in ogni direzione. Arriveranno il Pitagorismo, il pensiero di Empedocle, Eraclito, Platone e Ippocrate. Per poi sfociare nello Stoicismo, che rappresenta la filosofia più affine al mio quotidiano (“Dipende da te? Occupatene; Non dipende da te? Sii indifferente).

Di seguito, Radice getta luce sulla filosofia di Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo e, fra i documenti di “pratica magica”, ci dona esempi di magia onirica, demonica, astrale terapeutica; maledizioni, filtri d’amore e addirittura la lecanomanzia.

E se vi gira la testa, perché in 203 pagine è condensato il succo della “filosofia magica”, vi assicuro che non potrete fare a meno di voler approfondire ulteriormente, grazie alla nutrita bibliografia.

Insomma, si tratta di un saggio essenziale per chiunque desideri indagare l’anima e la mente dell’uomo attraverso la filosofia e la pratica magica dei nostri antenati e lascia a noi tutto lo spazio interiore per avviare una lunga riflessione su ciò che siamo realmente e quali strumenti possiamo cogliere dal passato per vivere nel modo migliore il presente, anche perché “è come se il mito fosse un tronco d’albero che per un po’ galleggia sulla superficie, impregnandosi di acqua e salsedine, e poi va a fondo, smette di vagare e fa da stabile sostrato allo stesso mare”.

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RECENSIONE: “GUERRA E PACE” DI LEV TOLSTOJ

Einaudi, 2014 (Edizione originale 1863-1869)

Scegliere di scrivere la recensione di uno dei più grandi classici della letteratura mondiale rasenta la superbia, ma credo che sia interessante trovare la riflessione di una lettrice e scrittrice del XXI sec.. Ogni volta che leggo i classici, infatti, non posso fare a meno di pensare quanto sia diversa la percezione di quei mondi, di quegli stili di scrittura e quelle mentalità rispetto a noi, contemporanei, o rispetto a quello che ne avrebbero pensato mia madre, o mia nonna. Non soltanto ogni individuo è diverso dall’altro, ma il mutare incessante delle società, delle mentalità e delle religioni genera emozioni e reazioni diverse davanti a letture poderose come questa.

Ecco le mie.

La trama è nota: Tolstoj apre il romanzo con una curatissima pennellata dell’alta società moscovita del 1805, alla vigilia della guerra contro Napoleone. Fra incontri più o meno interessati, intrighi di palazzo e pettegolezzi spiccano alcune figure di rilievo: Pierre Bezuchov, goffo e irrequieto giovane rientrato dall’estero a causa della grave malattia del padre, il principe Bezuchov; il suo amico Andrej Bolkonskij, principe altezzoso, intelligente e orgoglioso, già stanco del matrimonio con la giovane e insignificante Lisa; i ragazzi della famiglia Rostov, conti di modeste possibilità economiche che però spiccano per bellezza e talenti: Nikolaj, Petja e l’esplosiva, ingenua Nataša. Agli sfarzi della città è contrapposta la vita di campagna, dove scorrono lente e rigide le vite dei familiari del principe Bolkonskij: il vecchio e arcigno padre e la figlia Marja, dolce e pia, che sopporta passivamente l’animo dittatoriale paterno. La giovane sposa Lisa, già incinta, li ha raggiunti, ma trascorre nell’ansia e nella tristezza il periodo della gravidanza e, alla nascita dell’erede Nikolen’ka, muore.

Tutta la vicenda è uno scorrere parallelo tra la guerra franco-russa, che vede come protagonisti Nikolaj e Petja Rostov, Andrej e, in parte, Pierre e la vita in città e in campagna, dove in pochi anni avvengono innumerevoli cambiamenti, sia nelle vite dei protagonisti, sia nella loro visione del mondo. Pierre, infatti, eredita grandi ricchezze dal padre, sposa senza riflettere troppo la bellissima e avida Helene, per poi pentirsene. Entra nella massoneria alla ricerca di un’etica, di uno stile di vita che lo sorregga in un mondo di “isole flottanti”, dove le maschere sono tante e le anime autentiche poche. Conosce Nataša e se ne innamora, ma lei ha già dato il suo cuore al vedovo Andrej, il quale, costretto ad attendere un anno prima di sposarla, per evitare la furia paterna (che vorrebbe un partito migliore), va in guerra, si ammala, guarisce, viaggia, torna in guerra e… e qui già devo fermarmi, altrimenti darei anticipazioni che non sarebbero correte per il lettore che volesse cimentarsi con questa lettura.

Si dice che non si possa essere scrittori consapevoli se non si è letto “Guerra e pace”, allo stesso modo in cui non si può essere veri cristiani senza aver letto la Bibbia. Concordo. La storia del romanzo è ricchissima, mostra una profondità psicologica robusta e l’affresco di una società ingoiata brutalmente dalla storia, che i saggi non saprebbero trasmettere altrettanto bene e con la stessa impressione emotiva e mnemonica.

Ciò che ho trovato esagerato è il racconto della guerra: lungo, tortuoso,e pregno di morale. Certamente Tolstoj desiderava ammonire i lettori circa la crudeltà e inutilità di un qualsiasi conflitto, ma spesso le intenzioni superano il livello di tolleranza del lettore che, almeno nel mio caso, diventa astioso, rispetto alla sofferenza di interminabili capitoli bellici. Ed è il forte, dominante moralismo tolstojiano a rappresentare il difetto maggiore del romanzo, perché se da un lato offre perle preziose, dall’altro, nella sua onnipresenza, appesantisce l’atmosfera del racconto e, a un contemporaneo, sa tanto di maestro con la penna rossa in mano, per essere chiari.

Io credo questo: che ancora oggi “Guerra e pace” sia una lettura imprescindibile per lettori e scrittori, ma che indubbiamente ci siano delle difficoltà nell’affrontare temi che, per studi regolari, stampa e telegiornali, conosciamo tutti abbondantemente. Naturalmente dobbiamo compiere uno sforzo di immedesimazione, e pensare come, alla fine dell’Ottocento, i lettori non possedessero i nostri mezzi di comunicazione, né un’istruzione endemica, perciò l’opera di Tolstoj ha tutte le sue ragioni d’essere, ma oggi vi consiglio un periodo favorevole per la sua lettura, tanta pazienza e tranquillità.

N:B Cercate un’edizione con la traduzione dei numerosi dialoghi in francese: la mia non l’aveva!

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RECENSIONE: “PLANT REVOLUTION” DI STEFANO MANCUSO

Giunti, 2017
Il libro accanto al girasole nano di mio figlio Damon

Seguo il Prof. Stefano Mancuso attraverso i suoi articoli e le apparizioni in tv da parecchi anni, ma solo ora sono riuscita a leggerne un saggio e non poteva succede in un periodo migliore. L’Equinozio di Primavera è appena passato, mio marito e io abbiamo seminato le nostre piantine sul balcone (in attesa di un orto tutto nostro!), addirittura nostro figlio ha portato dall’asilo un girasole nano piantato con le maestre. Insomma, è un tripudio di verde dappertutto, in casa e fuori. Tuttavia, la lettura di “Plant Revolution” ha oltrepassato ogni mia più rosea aspettativa. E’ un libro che tutti dovremmo leggere, anche chi non è appassionato di Natura come me. Il motivo? E’ sufficiente leggere un quotidiano, o ascoltare il tg per rendersene conto: siamo ormai vicini al punto di non ritorno per la salvezza del nostro pianeta, perciò dobbiamo agire adesso.

Anche da questo punto di vista, il saggio ci istruisce in merito alle potenzialità delle piante che ci circondano e ci ricorda la nostra plant blindness, ovvero l’incapacità di osservare realmente i doni della natura, cecità che ha comportato nel corso dei secoli le nefaste conseguenze ambientali di cui siamo oggi testimoni. La verità è che dipendiamo completamente dalla vegetazione, vuoi perché ci procura l’ossigeno, vuoi perché ci nutre, protegge e cura. L’erboristeria è stata la prima medicina comparsa sulla terra. Non saremmo mai sopravvissuti senza l’applicazione curativa delle piante. Inoltre, per millenni l’uomo primitivo è vissuto della raccolta delle piante che trovava sul suolo, ma senza andare troppo lontano, i nostri nonni e bisnonni, che per la maggior parte erano semplici contadini e sono sopravvissuti alla fame coltivando la terra e nutrendosi di ciò che produceva, così come delle erbe spontanee dei campi, delle colline e delle montagne, la cui conoscenza è oggi quasi del tutto svanita.

Mancuso ci rende consapevoli di tutto questo, ma ci spiega anche come le piante, pur essendo prive di un cervello come il nostro o quello degli animali, pur incapaci di sfuggire da predatori e incendi, siano talmente evolute da scongiurare innumerevoli pericoli. Il segreto è insito nella loro struttura, che lo scienziato illustra alla perfezione, una struttura che, unita alle capacità strategiche attuate da ogni specie per superare gli ostacoli, ha molto da insegnarci. Non a caso gli scienziati stanno studiando da anni lo sviluppo di plantoidi, ovvero robot che imitano capacità e funzionalità di piante.

Dunque, si tratta di un saggio imprescindibile, come la “Bibbia” per un cristiano o “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj per un letterato.

Buona lettura e…

Risotto di Asparago Selvatico e Radicchio

… un piccolo esempio di raccolta di erbe spontanee nel XXI secolo: dall’Aglio Ursino e dall’Asparago Selvatico selezionati (senza devastare!) durante una gita mattutina vicino al fiume Isonzo, abbiamo preparato dei piatti deliziosi, usando pochissimi altri ingredienti.

Naturalmente bisogna conoscere bene ciò che si trova: molte piante si somigliano tra loro, alcune di esse sono tossiche e possono quindi rivelarsi pericolose. Noi abbiamo imparato a raccoglierle grazie a professionisti e parenti che lo facevano da anni. Ora ci godiamo il piace di mangiare ciò che raccogliamo direttamente dalla terra durante la stagione corrente.

Madre Natura ci nutre, ci cura, ci affascina e ci ispira.

E’ Madre in ogni senso.

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Equinozio di Primavera

Se dovessi spiegare i motivi per i quali sono rimasta così a lungo lontana da questo blog, impiegherei decine di pagine. In una manciata di mesi ho infatti vissuto tante esperienze e imparato così tanto da inebriarmi di felicità. Avete presente quando siete un po’ brilli e tutto vi sembra semplice, divertente e luminoso? Ecco, io vivo in questo stato di grazia da un po’. Le ragioni sono semplici: vivo come voglio. Faccio ciò che amo. Mi circondo di persone che apprezzo e stimo. E poi cerco, leggo, studio, imparo e ascolto moltissimo.

Sono ancora in trasformazione.

Siamo tutti in continuo mutamento, ma la verità è che spesso non ce ne accorgiamo, o ci facciamo sopraffare dall’ansia di quello che ci attende. Io ho iniziato a comprendere che la vita è fatta di cambiamenti da bambina, perché la mia prima maestra è stata la Natura, assieme alle mie Matriarche. Non è cosa da poco. Quel tipo di apprendimento ti rimane impresso a vita, ed essendo così potente, è come un faro, anche nella notte più buia.

In questo periodo della mia vita, dunque, mi trovo nel bel mezzo di nuovi progetti letterari, giornalistici e artigiani. Tra qualche mese pubblicherò un nuovo romanzo, continuo a scrivere articoli per una rivista che si chiama “La tua felicità” (guarda il caso!) e partecipo a intensi corsi di Merletto a Tombolo e Sartoria. Ho anche in mente un progetto creativo da sviluppare nei seguenti mesi e al quale sto già lavorando.

Insomma, ho un calderone pieno di meraviglie che cuociono a fuoco lento e non vedo l’ora di rivelarvi tutto, pezzo per pezzo.

Nel mentre, è arrivata la Primavera. Quale stagione migliore, per un simile percorso di trasformazione?

Buon Inizio a tutti!

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RECENSIONE: “MERLETTI E RICAMI DI WAGNA – GLI SCHEMI RITROVATI DI EMMA E PIA, MAESTRE IN GUERRA”

Nuova S1, 2018

Ogni volta che esce un nuovo libro che riscopre le vicende di donne valorose che rischiavano di perdersi tra le fitte trame del tempo, io mi commuovo. E chi mi conosce, sa quanto sia difficile sorprendermi.

Nel caso di questo saggio, lo stupore e la felicità si moltiplicano perché l’autrice non soltanto ha ritrovato documenti e fotografie rare, ma l’argomento principale di queste pagine è il merletto a fuselli, tecnica artigianale e artistica di rara bellezza che io stessa pratico da più di sei anni.

Non è un caso che sia stata proprio Rosita d’Ercoli a comporre questo saggio: è una maestra merlettaia e una straordinaria divulgatrice della storia del merletto. Per decenni insegnante della Scuola di Merletto di Gorizia, oggi presta la sua preziosa conoscenza all’interno dell’Associazione “Fuselliamo” di Gradisca d’Isonzo, che stampa l’omonima ricercata rivista semestrale, ambitissima tra le merlettaie di tutta Europa (e di una buona fetta di mondo).

Il saggio narra la vicenda di due vite che si intrecciano, quelle di Emma Kočevar e Pia Degressi, due maestre merlettaie originarie di Idria (Slovenia) e Isola (Istria), all’epoca della loro giovinezza. I destini delle donne, due autentiche pioniere dell’emancipazione femminile, in quanto insegnanti e, nel caso di Emma Kočevar, itineranti, che si trovano nel campo profughi di Wagna, in Austria, centro di raccolta degli sfollati del litorale austriaco durante la Prima Guerra mondiale.

A Wagna, le due insegnanti formano per anni centinaia di merlettaie e ricamatrici. Emma Kočevar come maestra e Pia Degressi come assistente, dettaglio che non le aggrada, essendo figlia di una maestra merlettaia dirigente della Scuola di Merletto di Isola, e sua naturale erede. Tuttavia, il legame tra le due donne prende il volo anche grazie alle straordinarie qualità di Emma, conoscitrice di diversi idiomi, grande divulgatrice e organizzatrice, indipendente e inclusiva allo stesso tempo.

Rosita d’Ercoli ha compiuto ricerche decennali sull’argomento e sulla biografia delle due maestre e il destino l’ha guidata passo passo fino al ritrovamento dei parenti delle due donne, i quali hanno conservato preziosi cimeli novecenteschi: disegni per il ricamo delle borsette con perline e merletto, fuselli, tomboli, cestini, campioni e alcune borsette originali, come questa:

Borsetta con perline della famiglia di Simona Matarazzo

Immaginate la felicità di una maestra merlettaia e di una conoscitrice così appassionata come d’Ercoli, alla vista di questi tesori? Se non ci riuscite, oppure se volete vederli fotografati, non esitate a leggere questo saggio avvincente, che vi trasporterà nei primi anni del Novecento, in un periodo bellicoso e difficile per la sopravvivenza quotidiana, ma che nel caso del campo profughi di Wagna è stato illuminato da due donne forti e indipendenti, capaci di sostenere economicamente e psicologicamente centinaia di fanciulle e donne, preoccupate per le sorti dei loro uomini e delle case abbandonate, della dura quotidianità e del proprio futuro, attraverso l’apprendimento di tecniche artigianali uniche e preziose, che sarebbero state loro d’aiuto sia durante quei difficili anni di guerra, sia successivamente, per la ricostruzione di una nuova vita con la famiglia riunita.

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RECENSIONE: “RACCONTO GOTICO” DI SIMONA MATARAZZO


Amazon, 2018

Ad un certo punto della vita si smette di ascoltare, di credere ai propri sensi” mormorai.

L’odore di resina e di legno vagava nei miei pensieri. Una parte di me correva libera nel bosco, tra i  rovi bagnati e le gocce d’acqua. Socchiusi gli occhi, respirai lentamente. Volevo assaporare ogni attimo. Mi sembrava di stare ancora lì, sdraiata in mezzo alla neve.

Vorrei iniziare la recensione con un estratto del racconto perché è vero che, a un certo punto delle nostre esistenze -e purtroppo questo accade, in alcuni casi, già nell’infanzia- cessiamo di credere ai nostri sensi. I cliché, gli stereotipi, le associazioni rigide prendono il sopravvento sulla percezione, sui nostri cinque sensi (e anche sul sesto, il più sottile). E’ un peccato, un autentico peccato, eppure ci sono molte esperienze che ci possono ricondurre in quell’Eden dimenticato: le immersioni nella Natura, le atmosfere magiche come quella natalizia e le buone letture. “Romanzo gotico” di Simona Matarazzo è certamente un’esperienza capace di ricondurci nella dimensione dei nostri sensi.

Il racconto narra le avventure di Alice, una trentenne dai folti capelli rossi che abbandona il suo lavoro d’ufficio e la sua città per staccare da tutto e da tutti. Vuole altro, vuole vivere e per ricominciare vaga senza una meta, fino a quando raggiunge un piccolo paese di montagna, Borgo, dove trova affissa un’offerta di lavoro incredibile:

“Cercasi bibliotecario, Palazzo Forster, Valle degli Alberi”.

Sembra quasi un invito lasciato dalle fate, invece si tratta di una mansione reale da svolgersi in un ambiente magico quanto la dimensione fatata: uno splendido castello immerso nel bosco innevato. Alice non riesce a credere ai propri occhi, ma non può far finta di non aver letto l’annuncio e allora si presenta al castello e viene assunta pur senza avere una laurea in archivistica o letteratura. E’ sconvolta dalla felicità: ama quel posto, i libri e le stampe che rappresenteranno i suoi nuovi compagni di quotidianità; ma le sorprese sono appena cominciate: il castello appartiene al misterioso James Forster, nobile di origine irlandese, presente e sfuggente al contempo,affabile e freddo, generoso e iracondo. Alice ne rimane affascinata, ma al di là dell’attrazione percepisce che c’è dell’altro. La locandiera di Borgo l’avverte che girano leggende sui licantropi e sui loro cacciatori, i Venatores e Alice impiega davvero poco tempo per capire che la realtà supera la fantasia.

Se credete che si tratti dell’ennesima storiella sui licantropi post-Twilight vi sbagliate. Leggo moltissimo, da decenni, eppure “Racconto gotico” ha avuto il pregio di sbalordirmi. E’ un libro da leggere completamente immersi nei propri sensi, perché tutti gli stereotipi crollano mano a mano che si procede con la lettura e tutto ciò che immagini come finale si rivela un’illusione.

Matarazzo ha scritto un racconto con elementi gotici, fantastici e intrecci narrativi sorprendenti, freschi e inaspettati. Ho trovato fra le pagine le competenze dell’autrice: la fotografia, la passione per i viaggi, l’abilità culinaria, le letture di una vita, insomma, l’anima stessa della penna che ha creato Alice, James e il castello.

E’ una storia ambientata in un tempo indefinito, ma che a momenti tocca anche l’attualità:

E’ sposata? Ha qualcuno che si prende cura di lei?”

Ero sposata… penso che prendersi cura di qualcuno sia nettamente fuori moda…”

Uno specchio del periodo storico e sociale nel quale stiamo vivendo, con un individualismo portato all’estremo.

E tuttavia sono libri come questo che leniscono le nostre ferite e che talvolta ci curano, perché Matarazzo dimostra di essere una “Literary Witch”, ovvero una di quelle autrici capaci di congiungersi all’assoluto per scrivere una storia che coinvolga molte anime e le trasporti in dimensioni dove possono ritrovare la propria essenza, i propri sensi e tornare nel mondo tangibile rinfrancate e pronte ad affrontare la vita con maggiore consapevolezza e positività. Perché il nostro quotidiano non è tutto lì, nei nostri uffici, nei treni, nel degrado delle città. La nostra vita è anche nella Natura, nei nostri sogni, nel nostro mondo interiore e fra le pagine di racconti come questo.

Una strenna natalizia perfetta. Consigliatissimo.

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RECENSIONE: “LE STRAORDINARIE BILOCAZIONI DI LILY BELLS” DI VALENTINA FERRI

Devo ammetterlo: era da un sacco di tempo che non mi divertivo tanto durante la lettura di un romanzo. Chissà perché noi scrittori e forti lettori proviamo spesso l’ansia di non riuscire a leggere “tutto ciò che di importante offrono la letteratura e la saggistica italiana e internazionale” e puntiamo sempre la bussola verso i grossi nomi.Di fatto, quello che succede, è che ci perdiamo nuove uscite, nuovi editori e ore di divertimento puro.

E’ il caso del primo capitolo delle avventure della Signorina Lily Bells, una signora inglese residente a Bath che gira per il quartiere con mise eccentriche, rossetto rosso, una borsetta di rafia azzurra, spesso seguita da un nutrito gruppo di gatti cui dà da mangiare. Non solo una semplice -ma onorevole- gattara: Lily è un’artista, una designer, ma soprattutto una donna dotata di straordinaria immaginazione, cui un’amica del cuore regala una libro che eleva ulteriormente il suo spirito. In tutti i sensi, perché la biografia della monaca visionaria Maria de Agreda, vissuta nel Seicento in Spagna, la fa immediatamente immedesimare nella capacità più importante della suora: la bilocazione. Dopo la lettura, la signorina Bells inizia a compiere una serie di viaggi nel tempo e nello spazio,che la riportano sovente nella Spagna barocca, facendole conoscere un nutrito gruppo di personaggi fantastici, alcuni molto pericolosi,anche se lei, si rende conto sempre troppo tardi dei pericoli in cui si cala. È proprio a causa della sua innocenza che i suoi vicini, da sempre affezionati alla stramba compagna di quartiere, la osservano a distanza ravvicinata per evitare che si cacci nei guai. E infatti, a un certo punto succede proprio l’inevitabile…

Non oso immaginare in quali altre avventure potrà inoltrarsi la fantastica signora Bells,ma di una cosa sono certa: raramente ho trovato, tra gli autori contemporanei, una penna brillante, felice e intelligente come quella dell’autrice Valentina Ferri. Sono rimasta colpita dalla sua capacità di mantenere a fuoco le bizzarrie della protagonista con una coerenza rara. Non solo le vicende di Lily Bells, per quanto folli e incredibili risultano credibili, conoscendo a fondo la protagonista,ma l’autrice ha circondato le sue avventure di una cornice storica autentica e di una serie di personaggi psicologicamente cesellati al millimetro e con una proprietà di linguaggio rara, soprattutto in romanzi brillanti come questo.

Consigliarne la lettura è il minimo. Io adesso attendo trepidante le prossime avventure della mia nuova eroina, Miss Lily Bells!

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RECENSIONE: “LE SORELLE DONGURI” DI BANANA YOSHIMOTO

Feltrinelli, 2018

Nuovo romanzo della pluripremiata scrittrice giapponese Banana Yoshimoto ed ennesima conferma della bellezza stilistica, della profondità psicologica e della capacità di passare dal mondo tangibile a quello onirico in maniera fluida, senza percepire lo stacco tra una dimensione e l’altra. E mi colpisce anche sul personale dal momento che, proprio pochi giorni fa, ho terminato di leggere “I sogni” di Sinesio di Cirene, allievo della filosofa e matematica Ipazia di Alessandria. Secondo lui -e stiamo parlando di riflessioni datate IV sec. d.C.!- bisognerebbe tenere sia un Diario Diurno, che uni Notturno, perché l’importanza dei sogni è grande. I sogni possono prevedere gli eventi, prepararci a situazioni difficili, ma anche portare consigli, insegnamenti preziosi per il quotidiano. I sogni erano considerati un tipo di mantica (divinazione) assolutamente democratica, poiché a disposizione dello schiavo tanto quanto del re.

Chissà se Yoshimoto ha letto “I sogni”. Certo è che Guri, la sorella minore delle “Sorelle Donguri”, rubrica di posta del cuore, attraverso i sogni riesce a raggiungere persone a lei molto care, anche quando ritrovarle nel “mondo reale” diventa impossibile.

Donko e Guri sono due brave ragazze alle quali il destino ha tolto i genitori in tenera età. Sono passate di zia in zio, fino a un felice approdo a casa del nonno. Lungo la strada hanno sofferto, ma hanno anche imparato molto. Si sono allontanate per poi ritrovarsi.

È un romanzo onirico e riflessivo, per questo mi è piaciuto molto e credo che anche voi potrete cogliere diverse virtù nella sua trama.

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RECENSIONE: “LE PERSIANE VERDI” DI GEORGES SIMENON

Adelphi, 2018

Èmile Maugin è un attore francese ultracinquantenne di cinema e teatro. È molto famoso. Ha avuto tre mogli e l’ultima gli ha dato una figlia, l’amata Baba. Ha un’autista e un assistente personale che lo accompagnano dappertutto, una casa enorme e presto acquisterà una villa in Costa Azzurra con le persiane azzurre, non verdi, come avrebbe desiderato.

E’ da questo ultimo dettaglio che si potrebbe partire per strappare la maschera a Maugin e rivelare la sua vera natura: quella di un vecchio alcolizzato e grasso con il cuore di un settantenne, un uomo irrisolto che ha trascorso la vita con Bacco e Venere, costantemente alla ricerca di qualcosa che non ha trovato.

Acclamato dalla critica europea come il romanzo dell’autentico talento letterario di Georges Simenon, mille miglia distante dalle decine di episodi del pur famosissimo commissario Maigret, pure amatissimo da milioni di lettori nel mondo, “Le persiane verdi” conferma i lusinghieri giudizi. Lo stile di Simenon è impeccabile, lo scavo psicologico chirurgico. Anche se l’atmosfera e i personaggi possono non piacere -per me, a tratti Maugin è disturbante- la maestria dello scrittore rende la lettura ipnotica, a tratti ossessiva. Impossibile allontanarsi da queste pagine, tale è la capacità narrativa dell’autore. A posteriori ho scoperto che il romanzo venne scritto in undici giorni.

Diavolo di un Simenon! Verrebbe da dire. E me lo immagino a sogghignare dietro il fumo della sua pipa, lassù, oltre le nuvole, nell’Iperuranio dove dimorano gli dèi dei miti e della letteratura.

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RECENSIONE: “LA RAGAZZA DEL CONVENIENCE STORE” DI MURATA SAYAKA

E/O, 2018

Mi ero preparata all’impatto con un romanzo del genere seguendo da anni lo sviluppo sociale giapponese, tuttavia devo confessare che il finale mi ha spiazzata.

Chiaramente non scriverò lo spoiler, ma posso assicurarvi che ci sono molti motivi per cui questa opera è stata premiata in patria e sono certa che proprio la sua vittoria possa rappresentare un sonoro schiaffo in faccia a un conformismo distruttivo e, a tratti, grottesco.

La vicenda si svolge a Tokyo, in una delle metropoli più caotiche del mondo, dove si muove la protagonista, Keiko, che da ben diciotto anni lavora in un konbini, “abbreviazione dell’inglese convenience store: un minimarket aperto fino a tarda notte o, più spesso, 24 ore su 24”, come ci suggerisce l’utile glossario a fine libro. A noi occidentali potrebbe sembrare una vicenda banale, ma non lo è per la società giapponese: che una donna di trentasei anni lavori in un konbini, part-time, con un contratto a tempo determinato, che non sia sposata e non abbia figli, ma neanche una relazione, rappresenta l’acme della stranezza. Come le suggerirà brutalmente Shiraha, il suo “partner di interesse”: “anche i miei testicoli appartengono alla società, esattamente come il tuo utero”, a significare che il popolo conservatore giapponese respinge e rigetta in ogni modo gli individui che non seguono un percorso di vita tracciato fin dalla più tenera infanzia: studio, apprendimento della disciplina e della responsabilità, lavoro, formazione di una famiglia con figli. In questa successione.

Keiko è invece una donna strana. Lo è sempre stata, fin da bambina, quando certe sue uscite lasciavano attoniti i genitori. L’unica sua fortuna è stata la sorella minore, che l’ha protetta e aiutata a trovare varie scuse, nel corso degli anni, per apparire il più normale possibile allo sguardo degli altri. Ma la vera colonna portante dell’esistenza di Keiko è stato proprio il konbini, perché come in un gioco di opposti, la struttura e l’organizzazione rigida del negozio le hanno permesso di conformarsi alle regole sociali. Keiko è la commessa perfetta. Keiko dorme le ore necessarie per essere lucida per il lavoro. Keiko si offre di coprire turni impossibili, anche all’ultimo momento. Keiko lavora a Capodanno, se necessario. Keiko si riesce ad addormentare la sera, o calmare in un momento di disagio, solo ascoltando mentalmente la musica di sottofondo del konbini.

Nemmeno l’incontro con l’irrequieto commesso Shiraha, che dal konbini verrà espulso molto velocemente per la totale incapacità di accettazione delle regole, riesce a smuovere Keiko da quello che io definisco torpore, ma che alcuni di voi potrebbero valutare altrimenti.

Di più non posso raccontare, perché andrei a svelare troppo della trama.

Ciò che continua a colpirmi profondamente è l’incapacità di una cultura tanto florida e profonda come quella giapponese, di accettare il diverso, l’estroso o semplicemente l’unicità della persona. Ma forse non dipende nemmeno dalla cultura in sé, bensì dalla velocità con cui la società si è modificata dall’Ottocento a oggi. Non dobbiamo dimenticarci che fino a duecento anni fa, i giapponesi vivevano in una realtà che noi definiremmo medievale e che l’incontro con il nostro mondo creò un autentico terremoto. Forse fu proprio questo trauma a renderli così attaccati, con le unghie e con i denti, a certi meccanismi interni. Può essere comprensibile a livello logico, lo è meno quando, ancora oggi, si ascoltano dei giovani ragazzi asserire che, per il solo fatto di essersi fatti un tatuaggio, non vengono accettati dagli altri. Oppure ascoltare lavoratori indefessi ai quali viene chiesto sempre di più, tanto da sentirsi in dovere di portare in ufficio i loro futon per dormire qualche ora e tornare a essere operativi. La cosa che più mi ha lasciata basita, tuttavia, è stato scoprire l’alto tasso di suicidio tra i bambini. La pressione è talmente alta fin dalla prima infanzia che molti scolari non ce la fanno e piuttosto di ammettere ai propri genitori di avere fallito (perché per loro un pessimo voto in pagella è un fallimento) decidono di uccidersi, come samurai sconfitti.

Credo sia una lettura straniante, a tratti alienante, ma “La ragazza del convenience store” ci apre una finestra molto grande su una realtà che difficilmente potremmo conoscere così da vicino.

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