RECENSIONE: “TROVERAI PIU’ NEI BOSCHI” DI FRANCESCO BOER

Il Saggiatore, 2021

Se avessi avuto tra le mani il manuale di Francesco Boer nel corso del lockdown che tutti abbiamo vissuto lo scorso anno, probabilmente avrei percepito una minore mancanza del contatto con la natura, rispetto a quello che ho sentito allora. Non soltanto il libro sembra un erbario, arricchito com’è da finissime illustrazioni di piante, fiori, insetti e animali, ma è una vera e propria enciclopedia portatile del perfetto naturalista. Un testo compatto, che sta in una mano aperta e, se chiudi gli occhi puoi immaginarti, immersa in una foresta, o seduta sull’argine di un fiume, intenta a contemplare la meraviglia intorno a te, tenendo il libro aperto sulla pagina in cui Boer descrive il suono di un gufo, o il volo elegante di una libellula. E non solo.

Il coinvolgimento, la vicinanza che si prova, mentre si legge “Troverai più nei boschi” deriva dalla stratificazione della lettura, che può essere fatta passeggiando e osservando, ma anche riflettendo a fondo sui simboli che la natura ci pone davanti agli occhi quotidianamente. E cosa sono i simboli? Forse alcuni lettori resteranno sorpresi dal vero significato del termine, che deriva dal greco, symbàllein, ovvero “mettere insieme”. Nell’antica Grecia si usava spezzare in due parti un oggetto -una moneta, o una tessera- e ogni persona conservava una parte. Al momento del ritrovo, per riconoscersi, magari dopo anni di lontananza, si avvicinavano i due pezzi e questo faceva sì che non ci si potesse sbagliare. È la metafora di una relazione. Proprio la relazione che abbiamo avuto, fin dall’alba dell’umanità, con la natura, ma che a causa delle culture che si sono succedute nel tempo, dell’avanzare dell’industria e della tecnologia, il sorgere dei supermercati e dei centri commerciali, dei social e degli smartphome, abbiamo sfilacciato, fino quasi ad annientare.

A ciascuno di noi capita di provare l’impulso di uscire a fare una passeggiata nel bosco addomesticato da abili giardinieri urbani, o al mare, su spiagge linde e costellate di ombrelloni, ma ognuno di noi è consapevole di quanto il suo sguardo sia limitato, in quegli orizzonti. Certo calpesteremo l’erba (con le scarpe) e contempleremo il mare (entrandovi muniti di costume da bagno), ma è nulla in confronto alla relazione con la natura che ci siamo lasciati alle spalle. Abbiamo perduto la metà della nostra moneta.

“La consapevolezza dei simboli serve anche a questo: capire il coinvolgimento della nostra anima con ciò che ci circonda, ci permette di goderne la poesia, senza però sovrapporla al mondo, senza confondere significato e segno, e incappare così nelle trappole di un letteralismo deleterio”.

Ecco come l’autore ci guida nella riscoperta della natura da un punto di vista percettivo, scevro da condizionamenti culturali e urbanizzati. Non è una comunicazione pedagogica e verticale. Boer si mette al nostro fianco, come un compagno di avventura e ci indica frontalmente e orizzontalmente tutto quanto possiamo ri-scoprire dei boschi, degli stagni, dei laghi, delle colline. È come tornare a ritroso nel tempo, quando vivevamo tutti immersi nella natura e ne eravamo dipendenti, nel bene e nel male. Quando lei ci forniva direttamente tutto ciò che ci serviva per mangiare.

“Saper accettare la generosità del bosco, e mantenere al tempo stesso la moderazione: è un equilibrio difficile, cercarlo è un importante insegnamento”.

Non è un ritorno al primitivismo, il sogno di una vita arcadica, perché non possiamo tornare indietro nel tempo, ma abbiamo la possibilità di raccogliere con gratitudine i doni che lei ancora ci elargisce a piene mani. Dalle piante e i funghi commestibili alla pace dell’anima.

“Le acque del lago sono così calme che riescono a tramutarsi in uno specchio. È come la mente, quando placa le brame e le ossessioni, e risolve le paure che la attanagliano: allora riesce a riflettere senza più ombre o distorsioni”.

In questo lungo presente pandemico, il distacco con la natura sembra essersi fatto ancora più profondo. Qualcuno potrebbe pensare che è proprio a causa sua che il Covid-19 si è diffuso, e quindi potrebbe percepirla come una nemica. La realtà, purtroppo, è più dura da accettare, dal momento che la natura esiste da milioni di anni, ci ha sfamati e ha offerto legna per scaldarci, piante e animali per coprirci, ma anziché esserne grati e coesistere in maniera armoniosa, abbiamo deciso di sfruttarla, fino allo sfinimento. La natura non è una matrigna, bensì un’ecosistema equilibrato, ma se l’uomo lo modifica, deve aspettarsi delle reazioni che non provengono da una dea furibonda e devastatrice, bensì da un effetto boomerang.

È l’uomo la ragione della sua stessa sofferenza.

C’è una possibilità di redenzione? Sì, e Boer ce la indica nel modo più semplice e autodeterminante possibile. Prendere atto degli errori compiuti e cominciare daccapo, affrontando la vita in modo consono, ovvero diventando parte cosciente dell’ecosistema della natura, affiancandoci alle piante e agli animali come fratelli e sorelle, e non come dominatori ed entità superiori. La lezione della pandemia è stata chiara, l’effetto boomerang è stato compreso. Ora possiamo immergerci nuovamente tra le fronde dei boschi e nuotare in un lago alla ricerca del pezzo mancante della nostra tessera.

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Nuovo articolo sullo stato dell’Artigianato a Gorizia oggi

Sono lieta di rimandarvi a questo link: https://www.guardareoltrego.com/artigianato-di-gorizia-oggi-20-aprile-2021/20/04/2021/ dove ho scritto un articolo in merito allo stato attuale dell’artigianato nella mia città.

In passato, ho studiato tutte le tecniche pittoriche presso la bottega di un artista e per sei anni ho frequentato la Fondazione Scuola di Merletti, realizzando quadri e creazioni di una bellezza eccelsa. Il merito non è tutto mio, ma delle mie insegnanti e del mio insegnante, grazie ai quali ho la possibilità di mantenere delle tradizioni artigianali che, altrimenti, andrebbero perse.

Tengo profondamente all’artigianato e all’arte, in primis quelli della città in cui risiedo e per la quale mi sto muovendo in ogni direzione, al fine di promuoverne la bellezza, la storia e la tradizione.

Buona lettura!

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Evento on-line per la presentazione della mia Lettera al Premier Draghi e molto altro

Sono molto lieta di invitarvi al mio intervento serale presso Trivenetoblog, con Monica Soldano.

Conducono Serena Pattaro e Roberto Hechich.

Come sapete, ho indetto una petizione per sensibilizzare l’attuale premier sulla condizione delle donne in questi tempi difficili. Anche in questa epoca di emergenza sanitaria, infatti, sono le donne a pagarne le conseguenze economiche e sociali in maniera maggiore, situazione costante nella storia, fin dai tempi antichi, quando, nelle zone del triveneto orientale erano loro a tenere le chiavi di quel mondo di confine tra il mondo razionale e quello magico e trascendente: streghe, krivapete, sciamane hanno fatto spesso le spese della loro sensibilità e della capacità di guardare l’essenziale, invisibile agli occhi dei più.

Vi aspetto quindi stasera alle 21:00 su questo link:

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Lettera al Premier Mario Draghi

Care lettrici e cari lettori,

in questi giorni, mossa dall’indignazione per la situazione farraginosa e inaccettabile nella quale si trovano le donne in generale -dalla pandemia in particolare- ho deciso di scrivere una lettera al nostro Premier per chiedergli di attuare i diritti che ci riguardano sul piano concreto e quotidiano.

Sono e siamo tutte stanche di vivere in un Paese che non rispetta la nostra personalità, i nostri piani di vita e ci costringe ad abbandonare il lavoro, a chiuderci in casa con i figli, a loro volta incatenati allo schermo del computer a causa della D.a.d., oppure a occuparci delle persone fragili della famiglia, o ancora a rinunciare alla formazione e all’università, perché l’economia è crollata.

Nel corso di ogni evento critico dell’umanità, il prezzo più alto è stato pagato dalle donne, come se, sul nostro corpo, dovessero svolgersi tutte le battaglie: politiche, economiche, belliche, sanitarie, familiari, filosofiche e psicologiche.

Non è questo il modo in cui vogliamo vivere.

Ascoltando me stessa e le donne che fanno parte della mia geografia, ho stilato una lista di azioni concrete di cui il nostro governo deve occuparsi immediatamente.

Il link per leggere la lettera e firmare è il seguente:

https://www.change.org/p/premier-mario-draghi-e-governo-italiano-lettera-al-premier-draghi-per-l-attuazione-dei-diritti-delle-donne?recruiter=42994940&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_petition&recruited_by_id=bf402a00-66f7-0130-d618-3c764e048845

Tra un mese invierò la lettera e le firme al Premier Draghi.

Più siamo, più possibilità avremo di emergere sulla scrivania del capo del governo, perciò agiamo compatte e compatti.

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RECENSIONE: “IL RITORNO DELLA GRANDE MADRE” DI GABRIELE LA PORTA

Il Saggiatore, 1997

Gabriele La Porta è stato direttore di Raidue e responsabile del palinsesto notturno delle tre reti televisive Rai, occupandosi principalmente di cultura ed esoterismo. Laureato in filosofia, ha scritto una biografia di Giordano Bruno e ha tradotto le sue opere latine “De umbris idearum” e “Cantus circaeus”. Numerosi i libri scritti successivamente e, a un lettore di passaggio, potrebbe sembrare strano che un signore con queste credenziali si sia occupato della dea primigenia, la Grande Madre, invece essa fu il perno attorno al quale si svolse tutta la sua vita, perché la Dea non è solo un’essenza spirituale, ma anche archetipo e carne, è sorella, madre, nonna. Ed è proprio dal nucleo familiare di La Porta, squisitamente matriarcale, che dobbiamo partire per comprendere la parabola della sua vita.

L’autore nasce a Roma nel 1945 e, per ragioni davvero particolari, ad allattarlo non è sua madre, ma la nonna Carla, con la quale trascorrerà gran parte dell’infanzia, alle pendici del Vesuvio, protetto dalle sue rassicuranti braccia e da quelle della zia, che vive con loro. Fin da bambino, Gabriele è curioso, cerca, indaga, e scopre ben presto di possedere una qualità rara, nella sua epoca, così come in quella di Giordano Bruno e nella nostra. Lui la chiama “brillantanza”. Vede, cioè, al di là quanto gli altri riescono a percepire. E le sue esperienze si fanno, di anno in anno, sempre più peculiari e legate strettamente al mondo femminile e a quello del femminino sacro, che sono in fondo la stessa cosa.

In questo suo saggio, La Porta ci accompagna attraverso una serie di incontri fortuiti, coincidenze (che non sono coincidenze) e illuminazioni, ci fa conoscere grandi ricercatori del passato come Giorgio Colli ed Elemire Zolla, ma soprattutto ci mette davanti a ri-scoperte di figure femminili antiche e contemporanee, che tessono, sia per lui che per noi lettori, un arazzo antico, i cui fili ci riconducono ad antiche reminiscenze, ci scuotono e ci fanno annuire interiormente.

Come la vicenda della guaritrice campana Cornelina, che per salvare un neonato attaccato da un roditore, effettua un rituale talmente delicato, da sembrare anacronistico e fuori luogo, per una donna povera come lei: “Cornelia aveva mostrato a Ninnillo (il fratello maggiore dell’infante) una scatola blu e gli aveva confidato che dentro c’era dipinto il cielo stellato e che le sue facoltà, di cui non si dava spiegazione razionale, derivavano in parte dal cielo blu e in parte dalla sua immaginazione. Lei ‘vedeva’ la parte del corpo, di chi ricorreva alle sue arti, già ‘risanata’. Insomma, si immaginava la guarigione e spesso questa avveniva davvero. Ma senza il cielo blu e il colore blu, lei non poteva nulla”.

Dal mondo contadino della Campania, il libro passa a quello ‘alto’ di ricercatrici e scrittrici come Frances A. Yates, Daniela Palladini e Barbara Alberti, la cui grandezza è evidente a tanti accademici ed altrettanti spettatori della televisione, ma fatica ancora a essere completamente accolta. Perché delle donne, dai tempi delle antiche baccanti, gli uomini hanno ancora tanta paura. Non tutti però. Non Gabriele La Porta, né Giorgio Galli, che da sapiente filosofo e storico contemporaneo ha saputo raccontarne la storia, spesso occultata ai più. Secondo le sue ricerche, tra il 1000 e l’800 a.C., le baccanti fecero parte di un movimento di rivolta femminile -poi passato alla storia con il nome di Amazzoni- che lottò per mantenere l’antico culto della Dea, una società matriarcale egualitaria, e venne stroncato dagli ‘eroi’ dell’antica Grecia, da Ercole fino a Giasone.

Ciclicamente i movimenti femminili ritornano. Fu il caso delle antiche sapienti, delle guaritrici, delle streghe, delle sufraggette, delle femministe. Ogni donna, ancora oggi, in fondo lotta per un ritorno alle origini: il riconoscimento della propria essenza e quindi quello del proprio potere. Perché una donna non è solo Madre, non è solo grembo. Una donna può essere tutto ciò che desidera e, per ottenerlo, e per vivere, compie azioni, scelte e assume comportamenti che spesso terrorizzano gli uomini, così legati al concetto di categorizzazione e ordine.

Di tutto questo Gabriele La Porta è stato consapevole. Lo aveva interiorizzato fin dal latte di Carla e, anziché esserne impaurito, è diventato un Uomo Consapevole, uno di quelli che noi donne del XXI secolo cerchiamo disperatamente. Altrimenti facciamo a meno di qualunque uomo, perché siamo tutte stanche degli uomini-etichetta, della pandemia, della reclusione forzata, della mancanza di lavoro e prospettive, di avere il peso del mondo (e dei bambini) esclusivamente sulle nostre spalle. E allora, una lettura come questa non può che spronarci a raddrizzare la schiena -ancora e ancora- e a lottare per ottenere quello che ci spetta, per vivere apertamente la nostra multiforme essenza femminile e riabbracciare il mondo della Grande Madre. Lo dobbiamo a noi, e alle nostre antenate, fino alle baccanti e alle amazzoni.

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LOU VON SALOME’ NEL XXI SECOLO

Sono lieta di proporvi il mio articolo, pubblicato sulla rivista on-line

Morel, Voci dall’Isola:

Perché c’è bisogno di Lou Von Salomè anche oggi, forse soprattutto oggi.

Onore alla “Vecchia strega di Gottinga”!

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L’UNIVERSITA’ A 40 ANNI

Dopo parecchi mesi di lontananza torno sul mio blog con una carica tutta nuova. Sono stata a lungo assente perché ho iniziato un’avventura che mi porterà lontano, e che mi ha stravolto la vita. A distanza di ventitre anni dalla fine delle superiori, infatti, mi sono finalmente iscritta all’università. E questo finalmente va sottolineato ed evidenziato, perché in tutto questo lasso di tempo non ho mai perduto la speranza di farcela e l’attuale consapevolezza di esserci riuscita, già di per sé, è travolgente.

La mia facoltà si trova a Udine. Mi sono iscritta a Lettere, curricula Divulgazione Culturale e Umanistica. Non avendo qui in Italia una facoltà di Scrittura Creativa, come ne esistono in altre parti del mondo, quando ho letto sul sito internet universitario della creazione di questo nuovo curricula, qualcosa mi si è acceso dentro il petto. Quanto è accaduto in seguito, è una miscellanea di forza di volontà, ossessione, testardaggine e fortuna. Sì, perché nel tempo della pandemia globale, dove tutti si lamentano (a ragione) del “New Normal”, io posso dire che ho ottenuto dei benefici impensati.

Lezione di Storia dello Spettacolo nel Mondo Antico

Già tre anni fa, su Il Domenicale (inserto de Il Sole 24 Ore) avevo letto che, nel 2020, si sarebbe tenuto un meeting internazionale a Dubai per fare il punto della situazione in merito all’attuale stato della didattica a distanza nelle università europee. Da anni, in effetti, c’era un grande malcontento sia da parte degli studenti, sia da parte dei rettori, per l’aumento delle università private on-line che competevano con gli atenei presenti, per esempio in Italia, da secoli. Come tutti sappiamo, quando c’è di mezzo l’economia, gli obiettivi si raggiungono in tempi brevi, ma ancora una volta nel nostro Belpaese qualcosa deve essere andato storto se io ho potuto usufruire pienamente della didattica a distanza solo questo anno. Con lo stile di vita che conduco e la famiglia, infatti, mi sarebbe stato impossibile partecipare alle lezioni in presenza. Il Covid-19 ha compiuto il miracolo, almeno in questo senso e così a ottobre 2020 sono riuscita a iniziare le lezioni del mio corso, munita di un entusiasmo che neanche un bambino in un hangar pieno di giocattoli sfavillanti.

Lezione di Letteratura Italiana I

Ho seguito le prime quattro materie del primo semestre e la scorsa settimana ho dato l’ultimo esame, il più carico, quello da 12 CFU. Io, che ero partita con la ferma volontà di procedere a passo spedito, senza preoccuparmi dei voti, mi sono ritrovata con tre 30 e lode su quattro. Non riesco ancora a crederci, non ho davvero elaborato, ma è evidente la ragione di questo esito: io non sono un genio. Sono solo una donna che ha dovuto attendere per oltre due decenni di potersi iscrivere all’università e, nonostante le difficoltà – perché ci sono e ci saranno anche nei prossimi anni, avendo tante responsabilità e impegni – ama la conoscenza e, soprattutto ha la “fame”. Ho “fame” di imparare, di confrontarmi con le eccellenze, di ottenere una laurea a lungo agognata, ma negata. Non mi pento di essermi impegnata nella scrittura e nei vari mestieri, nella famiglia e nella maternità, in tutti questi anni, ma vi assicuro che non potevo morire con il rimpianto di non averci nemmeno provato.

Studio matto et disperarissimo di Dante

Oggi mi godo dei giorni di riposo – si fa per dire, io non mi posso permettere il riposo – prima dell’inizio del nuovo semestre universitario. Avrò quattro nuove materie, quattro nuovi professori e quattro nuovi esami da dare. Sono trepidante ed eccitata al pensiero di quello che mi attende e già lo so, sarà bellissimo, perché il corso che hanno attivato questo anno a Lettere presenta tutte – e ripeto tutte! – le materie che amo. Non ce n’è una che mi lasci indifferente, o tiepida, tanto che, se me lo potessi permettere, mi iscriverei a molti più corsi di quanti ho pianificato con la mia tutor. Invece no, devo placare la mia sete di conoscenza per seguire quanto è necessario e procedere in modo fluido verso la fine di questo primo anno.

Pochi minuti prima dell’esame di Laboratorio di Scrittura e Comunicazione

E sono così grata. Alla Vita, alla mia famiglia, ai miei amici, ai compagni di studio, al destino, agli dèi, a tutti coloro che mi hanno sostenuta in questi mesi e ai magnifici professori che ho avuto, persone davvero deliziose, oltre che stimolanti e professionali. Sono stati capaci di andare ampiamente oltre ogni mia più rosea aspettativa: sapevo che avrei amato l’università, ma loro me l’hanno resa una dimensione magica e ultra-stimolante.

Ansia estrema poco prima dell’esame di Letteratura Italiana I

Quando mi chiedono com’è studiare oggi alla facoltà, rispondo che è come scegliere un argomento che ami e immergerti in un documentario lungo 300 ore, con al fianco due scaffali di libri inerenti all’argomento e, in più, dei professori competenti ai quali chiedere qualunque dubbio.

Tutto ciò che spero è di continuare il mio percorso come ho fatto fino a questo momento.

E per il resto, auspico di tornare a scrivere tra queste pagine in maniera più continuativa.

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MOSTRA “NULLA E’ PERDUTO”, ILLEGIO, 13 SETTEMBRE 2020

Di fronte alla Casa delle Esposizioni

A un giorno di distanza dalla mia visita a questa mostra peculiare, ancora sto riflettendo sui contenuti, oltre che sulla straordinaria bellezza delle opere che ho potuto ammirare. Opere che sarebbero rimaste celate agli occhi della maggior parte delle persone, se ci trovassimo ancora privi di un’evoluzione tecnologica. I dipinti mirabili presenti a Illegio, infatti, sono ufficialmente distrutti, dispersi, bruciati e quelli che si possono guardare altro non sono che ricostruzioni perfette degli originali, realizzate da un’equipe di esperti madrilena, la Factum Arte.

Qualcuno ha esclamato: “Ma allora sei andata a vedere dei falsi! Che gusto c’è?”

Non so se mi è venuto più da ridere o più da piangere. Che quelle opere non siano originali è un dato di fatto. Che le pennellate di Vincent Van Gogh su una delle sue sei versioni di “Girasoli” non siano quelle autentiche, che gli sono costate “lacrime e sangue”, è un dato assodato, ma quella che ho potuto ammirare a Illegio è stata la ricostruzione dell’idea, della tecnica e soprattutto dello spirito dell’artista che ha realizzato opere immense, che arrivano dritte all’anima e la sconvolgono.

Nonostante il Covid-19 e le difficoltà organizzative che comporta, sono riuscita a godermi una mostra alla quale anelavo di partecipare con tutta me stessa, soprattutto per la presenza di “Medicina” (1900-07) di Klimt. Come moltissime altre persone, sono sempre stata affascinata dalla bellezza dei suoi dipinti, ma se ci si sofferma solo all’estetica, non si è capaci di cogliere la profondità, la frattalità di quanto l’artista ci ha voluto comunicare. Un messaggio che resta ben dopo la sua morte e che riesce a trascendere l’epoca in cui ha creato i suoi dipinti, perché è un messaggio eterno. Il grande pannello venne bruciato dalle SS nel Castello di Immendorf (Austria) nel 1945, e quella presente a Illegio è la sua rimaterializzazione in gesso, foglie d’oro e pigmenti su tela.

“A ogni epoca la sua arte, a ogni la arte la sua libertà”, diceva Klimt. E ha spinto la sua fin nel subconscio delle persone per liberarle dai loro condizionamenti. La sua è un’arte bidimensionale, primitiva e simbolista, sempre diretta allo scopo principale.

“Le arti sono un’interruzione di questo mondo alienante” aggiungeva. E quanta ragione aveva e ha?

Quando sono entrata nella sala di “Medicina” ero emozionata, ma alle pareti non riuscivo a scorgere che riproduzioni in bianco e nero, pannelli preparatori dell’opera. Poi un fascio di luce mi ha colpita dall’alto, ho sollevato lo sguardo e mi sono ritrovata il dipinto sul soffitto. Immenso e talmente affollato e denso, da restare senza fiato. “Medicina” mostra un’umanità fragilissima, sull’orlo della morte, in tutte le fasi della vita e della malattia, ma anche alla nascita e nel corso della crescita. E su tutte le persone umane domina lei, la sacerdotessa Igea, figlia del sommo Esculapio, padre nobile della medicina greca. Igea è avvolta dai serpenti, che finalmente trionfano nel loro simbolismo arcaico e autentico, come fautori del farmakon, capaci di elargire, vita, morte e rinascita. E oro, oro a 22 carati dappertutto. Il padre di Gustav Klimt era un orafo e mi sono commossa all’idea che il figlio, che perse il padre precocemente, lo abbia ricordato perpetuamente nei suoi quadri aggiungendo questo metallo prezioso che, a occhi superficiali, sembra una strategia per richiamare acquirenti, per incentivare l’ammirazione delle opere dell’artista. Invece è un proseguimento ideale del lavoro paterno, un modo per continuare a sentirlo ancora vicino.

Tornando all’opera, troviamo donne incinte, anziane, bambini innocenti. Nudità che, anziché suscitare vicinanza, intimità, hanno generato un’accusa di indecenza a Klimt.

“Medicina”, insieme a “Filosofia” e “Giurisprudenza” era state commissionate dallo Stato austriaco all’artista per coprire i soffitti dell’università viennese, ma tutto venne bloccato a causa dei corpi esposti. Si scatenò lo scandalo, e a Klimt venne chiesto di accettare la modifica della collocazione dei dipinti. L’artista non solo declinò l’offerta, ma infuriato, ricomprò le sue opere e da quel momento sancì la fine dei suoi rapporti con i burocrati, dedicandosi a opere realizzate su commissione da ricchi committenti.

Che peccato. Il messaggio di Klimt era che la Medicina non salva l’uomo dal dolore e dalle sofferenze, la Filosofia non gli permette certezze assolute e la Giurisprudenza non risolve le ingiustizie di questo mondo. Quanto bene avrebbero fatto agli studenti che le avessero ammirate quotidianamente? Quante coscienze avrebbe smosso? Non potè accadere a causa del conformismo, dell’indottrinamento religioso e politico, a causa della perpetua volontà di mantenere il popolo nell’ignoranza. Anche quando il popolo anela a un’elevazione intellettiva e studia, frequenta l’università.

Naturalmente è questa l’opera che ho più amato di tutta la mostra, ma vanno citati certamente anche i “Girasoli” di Van Gogh, prima soltanto accennati. Realizzato nel 1888, il dipinto venne distrutto durante il bombardamento di Ashyia (presso Osaka) il 6 agosto 1945. Factum Arte lo ricostruisce nel 2017 e oggi si trova nella Collezione Sky di Milano, riprodotto in gesso e pigmenti su tela.

La pittura ruvida e densa, anche con incisioni sulla tela con il legno del pennello, cerca di riportare in vita il gesto del pittore. Lo sfondo blu intenso, anch’esso ruvido, fa da contrasto al giallo dei girasoli.

Il blu era il colore della spiritualità per eccellenza, secondo Kandinskij, capace di far risuonare le corde più profonde dell’anima, mentre il giallo era il colore prediletto di Van Gogh.

“La luce del sole, che non posso definire meglio se non con un giallo pallido, oro” scrive al fratello Theo. Giallo è il suo colore, il più usato nelle sue tele. Van Gogh dipinge la forza che muove la vita, l’anelito dei fiori che si protendono verso il sole. I girasoli sono il sole della vita.

Per lui, l’arte ha la possibilità di cambiare le nostre anime. E ciò che la Natura ci offre è uno sguardo sull’infinito, ma solo per le anime pure e autentiche.

“Le ninfee” di Claude Monet (1924-26) furono gravemente compromesse in un incendio al MoMA nel 1958 e anche quelle presenti alla mostra sono una rimaterializzazione operata da Factum Arte.

Monet realizzò 48 tele di grandi dimensioni prendendo i soggetti dallo stagno che aveva realizzato nella sua dimora di campagna. Avrebbe voluto esporle in un’enorme sala circolare, per mostrarle tutte in fila ai visitatori.

Nelle sue tele naturalistiche non c’è un orizzonte, nè terra, nè cielo, solo acqua, foglie, piante e ninfee. La volontà era precisa. L’ultima parte della sua vita fu costellata da lutti e malattie, ma lui continuò a dipiongere anche sotto le bombe perché per lui la vastità spirituale genera dipinti, ma abita nella coscienza.

Contestava la cultura del positivismo e delle scienze esatte, voleva suggerire che la tela dipinta è solo l’inizio di una visione che poi si estende in tutte le direzioni.

Nelle altre sale mi sono imbattuta in vari San Matteo di Caravaggio e in un probabile falso caravaggesco d’epoca della “Buona ventura”, in un Vermeer, nelle vetrate della Cattedrale di Notre Dame di Chartres realizzate da un mastro vetraio del XII secolo.

Potrei descrivere ciascuna delle opere, ma questo post diventerebbe lunghissimo, invece quello che importa è andare a vedere la mostra. Avete ancora tempo per farlo. Fatelo per voi stessi e per l’arte e la cultura, che in questo momento critico ha la necessità di essere ancora più divulgata e vissuta. Quello che vi tornerà indietro è immenso, e molto soggettivo, naturalmente, ma anche “quell’interruzione da questo mondo alienante”che, ne sono certa, è preziosissima per ciascuno di noi.

Il Bookshop

INFORMAZIONI:

Sede: Casa delle Esposizioni di Illegio, Tolmezzo (UD)

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Tel. 0433-44445

Email: mostra@illegio.it

Sito: www.illegio.it

Costo del biglietto: 10 euro con audioguida e 13 euro accompagnati da guida

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RECENSIONE: “LA RINASCITA DI VENERE” DI GINETTE PARIS

Moretti & Vitali, 2006

Qualche giorno fa ho ascoltato con viva attenzione una conferenza del Tempio della Grande Dea di Roma sul tema: “Nudità sessualità pornografia”. La potete vedere integralmente al seguente link:

𝑰 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑭𝒆𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒍𝒆

🌈 𝑰 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑭𝒆𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒍𝒆🌈 Un Poker di Donne Maya Vassallo, Laura Ghianda, Luisa Camatta, Giulia Goggi, Irene Zanier, fedeli ricercatrici del Sacro, riunite per parlare di una nuova prospettiva possibile, una prospettiva rivoluzionaria ed antica, individuale e collettivainsieme.Un tuffo in un Femminile integro, completo. Parleremo di Sessualità di ieri e di oggi, energia sessuale e repressione ad opera del patriarcato e delle grandi religioni monoteiste.#direttafacebook #imillecoloridelfemminile #pokerdidonne #ricercatricidelsacro #prospettivarivoluzionaria #femminileintegro #infinitesfumature

Pubblicato da Tempio della Grande Dea – Roma su Lunedì 10 agosto 2020

Ebbene, fra i tanti libri proposti dalle relatrici, uno ha catturato particolarmente la mia attenzione, perché ricordavo -e non ricordavo- di averlo in casa da diversi anni. Alla fine dell’ascolto, in effetti, sono andata a cercarlo e l’ho trovato, con mia grande gioia. Intuivo, infatti, che al suo interno potessero trovarsi delle risposte ai conflitti nei quali mi sono arenata da qualche anno. Ed è andata proprio così: non soltanto ho sciolto un grosso nodo, un dubbio importante, ma ho aggiunto nozioni preziose per il mio percorso di conoscenza, che non rappresenta la Verità assoluta (non sono così mitomane da prenderlo in considerazione). Ritengo che ognuno di noi abbia il suo percorso, e il mio passa attraverso le tappe del mito e dei suoi archetipi.

Il saggio che ho potuto studiare è scritto dalla professoressa di psicologia e mitologia Ginette Paris, canadese di origine francese. Il suo scopo è quello di sviscerare le varie sfaccettature della sessualità, che non è soltanto uno dei maggiori piaceri della vita, ma un’esperienza che può portare a scoprire molti lati di se stessi, del proprio partner. Può condurre a un’unione profonda con l’altro, ma anche a una vera e propria illuminazione.

E’ la dea Afrodite che ci conduce attraverso questa sconosciuta iniziazione a nuovi stati di coscienza, ma solo nel caso in cui ci proponiamo di liberarci dalle sovrastrutture e dai condizionamenti religiosi e sociali, spirituali e famigliari. Bisogna entrare nello spazio sacro afroditico per compiere un simile percorso di trasformazione.

Ciò che mi ha tanto colpita del saggio, è la ricerca approfondita delle diverse espressioni della dea, lungo il suo percorso mitico e lo svelamento dell’ipocrisia e della volontà di migliaia di ecclesiastici, studiosi e politici che hanno tentato, con ogni mezzo a loro disposizione, di velare e addirittura occultare, la multiforme natura della dea, tentando di privare, in questo modo, i suoi accoliti dalla verità che essa cela, una verità sfaccettata, capace di farci vivere intensamente e profondamente l’unione con l’altro.

Eppure il libro non si riduce a tutto questo, va oltre. Per esempio, mettendo in coppia Afrodite con Apollo e Artemide con Dioniso, la professoressa ci svela dei dettagli delle vite degli dei -e di riflesso delle nostre- sui quali meditiamo poco: Afrodite rappresenta la Bellezza effimera, temporanea, o delicatissima di un ricamo, dell’arredamento di una dimora, del trucco e della scelta di una composizione floreale. Lei ama in una maniera raffinata, cura il proprio corpo e i suoi modi per offrirsi agli amanti in modo indimenticabile. Apollo rappresenta la Bellezza scolpita nella pietra, quella che tende all’eternità, poiché permanente. La si trova nelle statue, nei templi, nei monumenti. La sua bellezza, come il suo amore sono detti apollinei, poiché distaccati, non partecipanti dell’ardore. Al contrario, abbiamo Artemide, la dea vergine (non in quanto ignorante rispetto al sesso, ma in quanto “bastante a se stessa”!), colei che si riflette nella Bellezza selvaggia del bosco, delle fiere, dell’erba che cresce disordinata. Infine vi è Dioniso, il dio dell’ebbrezza, del sesso selvaggio, colui che erompe nei laghi per stupire le ninfe e farle sue.

Ma ecco il conflitto che mi ha accompagnata per tanti anni: negli studi dell’Ermetismo e dello Stoicismo, come in altri campi filosofico-esoterici, ho trovato concordia sul fatto che il corpo debba essere “lasciato indietro” al fine di concedere allo spirito di liberarsi dalle passioni, dai tormenti che i rapporti fisici possono comportare, nonché da quelli causati dalle malattie e da altri disagi. Eppure, mi chiedevo, come molti altri, perché il nostro involucro esterno dovesse essere considerato ricettacolo di ogni perturbamento? Una donna come me, in particolare, sa fare buon uso del proprio corpo e amarlo, in quanto è la culla della maternità (per chi la sceglie, beninteso, non è un dovere), ma anche il luogo dove si svolgono riti di passaggio fondamentali, dalle mestruazioni alla menopausa, dai massaggi studiati per il ben-essere ai rapporti sessuali. Perché, dunque, il corpo deve essere “lasciato indietro”? Non che questi filosofi consigliassero di non occuparsene affatto: mentre si è in vita, infatti, il corpo è essenziale per consentirci una condotta esemplare e progredire nei nostri studi. Se esso è in sofferenza, infatti, non è semplice continuare la cerca. E tuttavia il sesso è realmente messo da parte. C’è dunque una similitudine importante con i precetti delle religioni monoteiste e io mi sono sempre trovata immersa nel dubbio.

Ecco cosa ne pensa la professoressa Paris:

“La filosofia platonica segna l’eclissi di Afrodite, perché privilegia Eros e separa l’amore dalla sua matrice corporea, elevandolo a forma che trascende il rapporto uomo-donna. La scissione tra anima e corpo ha inizio nel momento in cui i filosofi classici suggeriscono che per raggiungere l’estasi della conoscenza suprema bisogna andare “oltre” il corpo. Apollo ottiene il controllo su Dioniso, l’Eros dei filosofi assume la forma dell’amore superiore, rispetto all’amore afroditico, destinato ai comuni. Platone ritiene infatti l’amore omosessuale tra uomini più elevato rispetto all’amore eterosessuale, perché è sotto la protezione di Eros.

Dal momento in cui il mito di Eros ha soppiantato quello di Afrodite, la relazione tra l’uomo e la donna si è gerarchizzata, come accade ancora oggi. Il corpo e la donna non sono più vie d’accesso all’esperienza del sacro, ma un ostacolo. Platone ha aperto la porta al machismo e al masochismo cristiani”.

Dunque anche il corpo e le sue percezioni sono validissime per una ricerca spirituale, filosofica ed esoterica. Purché si segua una determinata purezza di intenzioni:

“La perla è uno degli attributi della dea Afrodite. Essa evoca qualcosa di esclusivo, di segreto, di difficile reperimento, qualcosa di estremamente prezioso. Come il diamante, la perla è spesso il simbolo della spiritualizzazione della materia, una immagine che ben si adatta alla rappresentazione della mistica di Afrodite e il suo legame con la realtà corporea. Per chi sa trovare le perle, la loro purezza e il loro splendore non sono offuscati dalla rozza conchiglia che le racchiude, dalla melma che simbolizza la pesantezza della vita corporea. La perla si nasconde alla vista e per trovarla, come accade per ogni conquista spirituale, occorre una profonda immersione nell’interiorità, occorrono cura e disciplina.

L’apostolo Matteo ha detto: “Non dare le perle ai porci”. Lo stesso ammonimento vale per la mistica di Afrodite: l’orgia e la promiscuità sessuale non hanno nulla a che fare con i misteri afroditici, perché manca la spiritualizzazione della materia”.

Come dice la mia amica astrologa Irene Zanier: “La strada della donna è stata smembrata”. Io credo che dobbiamo ricostruirla noi tutte, come delle piccole Isidi, dobbiamo operare assiduamente per ricomporre il nostro corpo, conoscerlo e ricercare la spiritualizzazione della materia. Individualmente e tutte insieme.

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VIAGGIO DALLE CASCATE DI ARZINO AL LAGO DI CORNINO

Evidentemente questa è per me l’estate delle cascate e dei pic-nic. Ogni fine settimana a disposizione, organizzo infatti una gita fuori porta per la famiglia, stimolata dalla necessità di condurre mio figlio nell’esplorazione di nuovi posti e dal mio bisogno primario di Natura.

Due domeniche fa eravamo alle Cascate di Kot e, mentre tornavamo indietro lungo il sentiero, ci siamo imbattuti in una coppia che ci chiedeva quanto tempo fosse necessario per arrivare alla fine del percorso. E’ iniziato uno scambio di informazioni che ha consentito a noi di scoprire l’esistenza delle Cascate di Arzino. Vivo in Friuli Venezia Giulia da tutta la vita e non ne avevo mai sentito parlare prima. Ecco cosa significa fermarsi a parlare con gli escursionisti: ogni volta c’è qualcosa di nuovo da scoprire.

Così domenica mattina ho preparato dei semplici panini, ho ripulito la dispensa dai dolci cucinati in settimana, ho riempito le borracce d’acqua e siamo partiti alla volta della montagna.

C’è voluta quasi un’ora e mezza per raggiungere Preone, e per uno sbaglio di percorso, abbiamo fatto una strada in salita lunga ben sette chilometri, così stretta che a malapena sarebbe potuta passare qualche moto, a fianco del nostro suv. Infatti, ogni volta che ci imbattevamo in una macchina, o noi o l’altro guidatore doveva fare retromarcia fino a trovare uno spiazzo dove mettersi di lato per consentire all’altro veicolo di passare. Il tutto su una forte pendenza. E ciò nonostante un buontempone locale si è fatto beffe di me quando gliel’ho raccontato: “Ma se io vado su e giù da una vita: in macchina, motorino, in bici, a piedi e pure al contrario”. Grazie tante, noi veniamo da Gorizia… Insomma, non è stata esattamente una passeggiata di salute, ma al ritorno abbiamo trovato una strada più semplice.

Comunque sia, ne è valsa la pena:

A leggere la tabella, il tempo di percorrenza dell’intero sentiero sarebbe stato di sette chilometri e mezzo, per un’ora e mezza, ma da un lato il mio bambino, di sei anni, era già bello stanco dopo pranzo e dall’altro noi abbiamo pure iniziato il percorso, ma ci siamo imbattuti in un grosso albero caduto che sbarrava la strada. Così noi, come altre famiglie che ho notato, abbiamo desistito, mentre altre persone, senza bambini appresso, sono saltati oltre l’ostacolo e hanno proseguito.

Nonostante questa limitazione, non mi posso lamentare. Non ero salita per fare del vero e proprio escursionismo, ma per far godere a mio figlio lo spettacolo che si schiudeva a ogni angolo del bosco.

Abbiamo quindi consumato il nostro pic-nic, siamo scesi fino al torrente a giocare con l’acqua e ci siamo riposati sul plaid steso a terra. Rispetto alle Cascate di Kot, lì c’era più gente e inoltre mancava quell’atmosfera rarefatta, quel colore lattiginoso dell’ambiente circostante. Faceva caldo, non freddo come nelle Valli del Natisone. Inoltre il rumore delle cascate era molto più invadente rispetto a quelle di Kot. Ci trovavamo insomma in tutt’altro contesto, ma non per questo meno apprezzabile e anche la constatazione del fatto che intorno a noi ci fossero tanti ragazzi e famiglie con bambini di ogni età ci ha fatto molto piacere. Significa che, nonostante tutto, il lockdown causato dalla pandemia ha provocato un cambiamento: le persone cercano di ritagliarsi del tempo libero nel proprio territorio, scoprendo o riscoprendo scorci magici come questo, anziché trascorrere i soliti fine settimana chiusi in qualche centro commerciale o outlet village.

Tornando indietro abbiamo trovato la scritta Fontanon poco distante dalla macchina e abbiamo seguito il percorso. In teoria, saremmo arrivati in una zona molto bella del torrente, ma anche in questo caso abbiamo trovato la difficoltà del terreno e degli impedimenti, così sia noi che altre persone siamo tornati indietro, accontentandoci di vedere il torrente da lontano.

Poco male: una volta risaliti in macchina, mi sono messa a cercare la distanza tra il Lago di Cornino e noi, scoprendo con sollievo che si trovava proprio lungo la strada del ritorno e così, nonostante un bambino riluttante, abbiamo parcheggiato la macchina a 26 chilometri di distanza, accanto al sentiero che porta a questo lago dai colori sgargianti.

Ho coperto che qui arrivano molte persone per il Bird Watching. Si trovano infatti numerose specie di uccelli rapaci (come il nibbio reale, il capovaccaio e l’aquila di mare) e l’area è situata su un importante rotta migratoria (qui si possono ammirare il falco di palude, l’albanella reale e minore, il falco pescatore e il cuculo, oltre che lo smeriglio), perciò di qui passano molte specie sia in primavera che in autunno. Ma il vero protagonista del Lago di Cornino è il grifone, e per lui gli autoctoni si sono mossi in ogni modo, al fine di consentirgli di ripopolare la zona.

Mi dispiace per gli appassionati di Bird Watching, ma io non rientro nel club: sono venuta fin qui per ammirare il lago, che è davvero spettacolare. Piccolo, ma impressiona a causa dei suoi colori e della limpidezza dell’acqua. Viene una gran voglia di tuffarsi, peccato che, nonostante la zona più profonda sia di dodici metri, i gradi siano dieci, e quindi si rischia l’ipotermia.

E’ stata davvero una bella domenica. Stancante a causa del caldo e dell’afa, che non ti aspetti in montagna, ma sappiamo che i cambiamenti climatici comportano anche questi profondi mutamenti. Un segno tangibile delle conseguenze dell’agire dissennato dell’uomo e dell’importanza di tutti noi, non soltanto di Greta Thunberg e degli Eco-Millennials, di agire in modo illuminato per rallentare i danni di chi ci ha preceduti.

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