Mostra: Dea del cielo o figlia di Eva? La donna nella cultura italiana fra Rinascimento e Controriforma

Ho trovato l’avviso di questa mostra su un numero di La Lettura de Il Corriere della Sera e immediatamente l’ho segnata in agenda. Avrei mai potuto mancare alla vista di un’esposizione di opere artistiche, letterarie, poetiche e teatrali realizzate da donne secoli fa? Giammai! Ma soprattutto, a spingermi è stata la necessità di comprendere quanto spazio fosse stato dato loro in quei lontani anni.

Sono una femminista, senza alcun dubbio. Certi argomenti sono ferite aperte che non si rimarginano mai, però voglio conoscere, sapere, perché solo attraverso la comprensione di ciò che è stato, si può fare la propria parte nel progetto di miglioramento della condizione femminile mondiale.

La mostra che ho visitato era ridotta, in termini di opere presentate e di sale dedite all’esposizione -solo due-, ma se leggerete attentamente quanto ho trascritto, noterete che le informazioni sono tante e stimolano a ulteriori approfondimenti.

Buona lettura e buona visione.

Se pensiamo a Cinquecento, secolo in cui la cultura italiana ha espresso personalità geniali nei più vari campi, probabilmente i primi nomi che verranno in mente saranno di uomini: Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Machiavelli, Ariosto, Tasso,… Alle donne era solitamente riservata un’istruzione più modesta di quella degli uomini, pertanto era difficile che riuscissero a esprimere appieno il proprio talento. Eppure, questa epoca segna un cambiamento anche per loro. Si afferma infatti la moda dei discorsi sull’eccellenza della donna, tesi a dimostrare che il sesso femminile non è inferiore a quello maschile. Vengono pubblicate raccolte poetiche in onore di donne esaltate come “dee del cielo”. Si crea un’atmosfera favorevole al protagonismo femminile in campo culturale. Non a caso, nel Cinquecento assistiamo a un’inedita fioritura di scrittrici e artiste.

Tale situazione è però destinata a cambiare: tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, diventano sempre più frequenti gli scritti anti-femminili. Piuttosto che come “dea del cielo”, si tende sempre più a considerare la donna quale “figlia di Eva”. Sono in molti a ritenere inappropriato elogiare troppo delle creature fragili e peccatrici come le donne del presente. Onori del genere vanno resi semmai alla Vergine Maria, oppure alle grandi sante del passato. Questo clima infetto giunge fino al campo culturale e dopo il 1610-20, sono sempre meno le donne attive in ambito letterario.

Tale mutamento sembra potersi spiegare solo in parte con l’incupirsi dell’ideologia controriformista (il Concilio di Trento termina nel 1563). Fra le cause, forse anche più determinanti, sono state ricordate il ruolo cruciale delle corti nel panorama culturale secentesco, nonché il passaggio dal gusto degli ideali del Rinascimento a quelli del Barocco. Proprio perché il Rinascimento aveva esaltato la figura femminile, il Barocco tende per reazione a sostenere argomenti misogini.

Scritti sull’eccellenza femminile e protagonismo culturale delle donne

Nella tradizione pre-rinascimentale, il sesso femminile era stato spesso oggetto di duri giudizi. Aristotele, ad esempio, aveva dichiarato senza mezzi termini la naturale inferiorità della donna rispetto all’uomo. Con l’avvento del Cristianesimo, era diventata comune l’accusa alle donne di essere le eredi della colpa di Eva. Per questo motivo è notevole che nel Rinascimento -in particolare a partire da fine ‘400-inizio ‘500- si sviluppi una tendenza di segno opposto, volta a dimostrare che la donna ha pari (o addirittura superiore) dignità rispetto all’uomo. Per spiegare questo fenomeno si è ricordato che la riscoperta di Platone (e del suo “Simposio”) invitava a rivalutare l’amore e la contemplazione della bellezza femminile come mezzi di raffinamento spirituale. Soprattutto negli ambienti di corte (ma anche al di fuori di essi), la disponibilità alla “difesa delle donne” diventa un segno distintivo che permette a uomini colti, galanti e illuminati di riconoscersi fra loro: in altre parole, favorisce il senso di appartenenza a un’elite.

Oltre al “Cortegiano” di Baldassarre Castiglione, si possono ricordare vari testi rinascimentali espressamente dedicati a sostenere l’eccellenza del sesso femminile:

– “La nobiltà delle donne” (1549) di Lodovico Domenichi;

– “De mulieribus claris”, Cinquecento, di Boccaccio;

– “Helice”, (1566), di Cornelio Frangipane;

– “Imagini del tempio della Signora Donna Giovanna Aragona”, (1556) di Giuseppe Betussi;

– “Discorso”, (1581) di Verino;

– “I sonetti, le canzoni et i triomphi di M. Laura”, (1552) di Stefano Colonna.

Secondo alcuni studiosi, questa esaltazione della figura femminile è fra le principali cause per cui, nel Cinquecento e soprattutto in Italia, le donne diventano più attive in ambito culturale rispetto a prima. In effetti, esse si segnalano nei più vari campi, come la pittura, la musica, la scienza e, soprattutto, la letteratura.

Suonatrice di liuto, S. Baldisseroni
Olio su tela, 85 x 68, 1846
Trieste, Civici Musei di Storia e Arte
Il dipinto, di gusto storico-romantico, rimanda al periodo rinascimentale, come suggerito dall’abito quattrocentesco, dal modo di suonare con il plettro e dallo stile goticheggiante della sedia con alta spalliera.

Peculiarità della scrittura femminile: l’esempio della lontananza in amore

Fra le più importanti scrittrici che si vanno affermando nel Cinquecento, abbiamo: Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Isabella di Morra, Tullia d’Aragona, Chiara Matraini, Laura Terracina, Laura Battiferri, Gaspara Stampa. Più tardi emergono Veronica Franco, Maddalena Campiglia, Moderata Fonte, Margherita Sarrocchi, Isabella Andreini, Lucrezia Marinelli, Margherita Costa, Arcangela Tarabotti.

Il fenomeno delle donne scrittrici è particolarmente rilevante nei decenni 1540-50 e 1580-90, mentre declina a partire dal 1610-20. In un primo momento, le donne si dedicano soprattutto alla poesia lirica, mentre in seguito si aprono ad altri ambiti, come il teatro, l’epica e la scrittura in prosa.

L’identità femminile ha degli interessanti riflessi sul piano della scrittura. Si prenda ad esempio il modo in cui – in una poesia pubblicata all’interno del “Vocabulario” di Fabrizio Luna (1536) – Vittoria Colonna lamenta la lontananza dello sposo, Ferrante d’Avalos.

Ritratto di Vittoria Colonna Marchesa di Pescara (copia di Cristofano Papi)
Olio su tela, 72 x 55, prima metà del XIX sec.
Trieste, Museo Petrarchesco Piccolomineo
Copia del dipinto realizzato nel 1568 da C. Papi detto l’Altissimo da Cosimo I de’ Medici. Domenico Rossetti acquistò la copia credendo che fosse un ritratto di Laura, con ogni probabilità a causa del ramo d’alloro nella parte superiore del dipinto. In realtà, in questo caso l’alloro allude al magistero letterario della nobildonna romana ritratta.

Nel Cinquecento, Petrarca era il principale modello per trattare poeticamente il tema della lontananza in amore dal punto di vista maschile. In quanto donna, però, la Colonna trova naturale fare riferimento a un’altra opera, le “Heroides” di Ovidio, in cui l’autore latino immagina che alcune celebri eroine del mito scrivano lettere ai propri amanti per lamentarne la lontananza. Anche un’altra opera di grande successo del Cinquecento, l'”Elegia di Madonna Fiammetta” di Boccaccio, consiste nel lungo sforzo epistolare di una donna per la lontananza dell’amato.

Nell'”Orlando furioso” (1532) di Ludovico Ariosto, la lontananza dell’amato Ruggiero spinge la guerriera Bradamante a effondersi in lamenti che rinviano chiaramente alle “Heroides” e alla “Fiammetta”. Il poema cavalleresco di Ariosto è interessante anche le varie figure femminili che offre. La più famosa di esse, la bellissima Angelica, si presta particolarmente bene a evocare il fascino sensuale e sfuggente della figura femminile. I poeti successivi all’Ariosto, irritati dallo spirito indipendente di Angelica, immaginano continuazioni della sua storia in cui “si vendicano” dell’astuzia con cui si è fatta beffe degli illustri cavalieri che la desiderano: ne è un esempio l'”Angelica innamorata” di Vincenzo Brusantini (1550). Il poema ariostesco offre materiale alle donne stesse per rivendicare la dignità del proprio sesso, come vediamo nel curioso “Discorso sopra il principio di tutti i canti d’Orlando Furioso” (1549) di Laura Terracina.

Angelica allo scoglio, Pietro Magni
Marmo, h 66 cm, 1872
Trieste, Civico Museo Revoltella
L’artista fu uno scultore milanese assai apprezzato da Pasquale Revoltella e da altri protagonisti della società triestina dell’epoca. La statua viene realizzata sulla base dell’episodio dell'”Orlando Furioso”, in cui Angelica, prigioniera dei corsari dell’isola di Ebuda, viene incatenata nuda a uno scoglio per essere offerta in pasto a una terribile orca marina, ma il valoroso Ruggiero se ne accorge e, volando in sella a un ippogrifo, riesce a salvarla.

 

L’ambiguo ruolo della donna nei dialoghi letterari

Il Cinquecento segna la svolta per l’inclusione di personaggi femminili nei dialoghi letterari. Nella tradizione precedente, le donne sono quasi sempre estromesse, sebbene si registrino alcune importanti eccezioni, fra cui il “Filocolo” e il “Decameron” di Boccaccio e- almeno indirettamente- già il “Simposio” di Platone, nel quale Socrate riferisce un lungo colloquio da lui avuto con la sacerdotessa Diotima.

Laura de Sade, Pierre Antoine Massol
Stampa colorata a mano, 42 x 32,7, ante 1817
Trieste, Museo Petrarchesco Piccolomineo
La stampa, basata su una composizione di Pierre-Nolasque Bergeret (Bordeaux, 1782 – Parigi, 1863) è firmata “Massole”, probabilmente identificabile con Pierre Antoine Massole (Parigi, 1766 – 1819). Laura sembra compiacersi di essere celebrata da Petrarca, stando ai fogli di versi petrarcheschi che tiene in mano e al medaglione con l’effige sua e del poeta. La donna è ritratta in una posa che sembra sollecitare il coinvolgimento dello spettatore.

Gli “Asolani” (1505) di Pietro Bembo e “Il cortegiano” (1528) di Baldassarre Castiglione si impongono come esempi autorevoli per l’ammissione di donne in conversazioni a cui prendono parte degli uomini. In entrambe le opere, tuttavia, come in quasi tutti i dialoghi successivi, le donne intervengono nella discussione in modo marginale. Sono gli uomini a dominare la scena, sfoggiando cultura ed eloquenza. Per ragioni di decoro e di verosimiglianza (come già accennato, le donne dell’epoca ricevevano un’istruzione di livello inferiore rispetto agli uomini), in questi dialoghi spetta agli uomini insegnare, mentre le donne apprendono, limitandosi perlopiù a regolare la conversazione, a stimolarla con qualche domanda e a commentare brevemente gli insegnamenti appena forniti dai personaggi maschili.

Ritratto di gentildonna, Lavinia Fontana Zappi
Olio su tela, 58 x 42,5, seconda metà XVI sec.
Udine, Civici Musei-Galleria darte antica
L’attribuzione del quadro a Lavinia Fontana (Bologna, 1552 – Roma, 1614), ha trovato conferma nella monografia di Maria Teresa Cantaro dedicata alla pittrice. La Fontana era assai apprezzata come ritrattista, in particolare per la sua abilità nella resa dei tessuti e dei gioielli

Le donne sono presenti nei dialoghi rinascimentali soprattutto quando la discussione verte su temi tipicamente “femminili” quali amore e bellezza, uguaglianza dei sessi, condizione della donna e governo della casa. Ad esempio, il “Raverta” (1544) di Giuseppe Betussi -personaggio attivo nel vivace mondo editoriale veneziano di metà Cinquecento- è un dialogo sull’amore ambientato presso il salotto di una famosa cortigiana del tempo, Franceschina Baffa.

Verso la fine del secolo, i “Discorsi” (1585) di Annibale Romei, ambientati in un contesto di corte, si segnalano per la partecipazione di donne alla conversazione non solo quando si discute di amore e bellezza, ma anche quando si affrontano i temi della nobiltà, della ricchezza, della superiorità delle armi o delle lettere.

Floria Zuzzeri, Antonio Nardello
Litografia Veneta, Venezia (incisione), 36,4 x 28, 1841
Trieste, Civico Museo Sartorio
Questa litografia chiude la “Galleria di Ragusei illustri (Ragusa, Martecchini, 1841). Floria Zuzzeri (Ragusa di Dalmazia, 1552 – Ancona, 1648) è nota come poetessa, sebbene non si siano conservati suoi versi. E’ protagonista di due dialoghi del filosofo dalmata Niccolò Vito di Gozze (“Dialogo della bellezza” e “Dialogo d’amore”), Venezia, Ziletti, 1851. Fu celebrata in alcune poesie di Torquato Tasso.

Anche i dialoghi letterari, tuttavia, testimoniano delle via via crescenti difficoltà incontrare dalle donne nel partecipare al dibattito culturale. Nel “Dialogo de’ giuochi che nelle vegghie sanesi si usano fare” (1572) di Girolamo Bargagli, si esprime nostalgia per un’epoca ormai lontana, fra gli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento, in cui le donne senesi si distinguevano per la loro “eroica e libera maniera di procedere” nei dibattiti intellettuali.

Manifattura faentina (Abbazia di Pomposa), Albarello
Maiolica, seconda metà XVII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio
Questo albarello proviene dal corredo farmaceutico dell’Abbazia di Pomposa. E’ in maiolica “berrettina”. Tramite l’aggiunta di azzurro cobalto negli smalti, la tecnica “berrettina” permetteva di ottenere maioliche le cui tonalità spaziavano dal rigio cenere all’azzurro cupo. Nel Rinascimento, varie donne lasciarono memoria di sè in ambito medico-farmaceutico, come Caterina Sforza (Milano, 1463 – Firenze, 1509), di cui rimangono 454 ricette riguardanti lozioni di bellezza, suggerimenti per la cura dei capelli e del corpo, sostanze abortive, pratiche medico-chirurgiche e alchemiche.

 

Bustino infantile, Manifattura domestica friulana
Raso ricamato con sete policrome ritorte e argento lamellare
h 28 cm, XVII-XVIII
Udine, Civici Musei-Museo Etnografico del Friuli
Questo è un capo di abbigliamento molto raro, realizzato per una bambina di 2-3 anni di classe sociale elevata. E’ ricamato con seta policroma e foderato di tela di cotone bianca. L’ornamentazione è di gusto barocco, a motivi floreali leggermente stilizzati.

 

Corpetto, Manifattura artigianale friulana
Taffetas cangiante, h 55 cm, ca. 1750-1770
Udine, Civici Musei-Museo Etnografico del Friuli
Questo corpetto proviene dall’ambiente della media borghesia. E’ in taffetas cangiante, con moduli decorativi a rose e altri fiori policromi su sfondo violetto. E’ rinforzato da 64 stecche d’osso di balena e foderato di tela di canapa.

 

Colei che sola deve parer donna: la Vergine Maria come “nuova Laura”

Sebbene nel Cinquecento diventi comune esaltare l’eccellenza del sesso femminile, con il passare del tempo è facile cogliere un sempre maggiore irrigidimento nella valutazione della donna e della libertà. E’ interessante il caso di Alessandro Piccolomini: nella “Raffaella” (1539), egli mette in scena un’astuta mezzana che insegna a una giovane sposa trascurata dal marito come scegliere un amante e rendersi desiderabile. Nell'”Institutione” (1542), tuttavia, egli ritratta l’opera precedente e si oppone decisamente ai rapporto carnali al di fuori del matrimonio. Anche nella “Gerusalemme liberata” (1581) di Torquato Tasso viene sottolineata l’importanza del vincolo coniugale tramite l’episodio di Olindo e Sofronia.

Olindo e Sofronia legati sulla pira, Ambito veneto
Olio su tela, 43,3 x 58, XVIII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio
Il quadro fa riferimento a un episodio della Gerusalemme Liberata. A Gerusalemme, il re Aladino incolpa i cristiani di aver fatto sparire dalla moschea un simulacro che avrebbe protetto la città dall’assalto dei crociati. Sebbene innocenti, Sofronia e il suo innamorato Olindo, si autoaccusano del furto. Mentre stanno per essere bruciati al rogo, però, sopraggiunge la guerriera Clorinda, che ottiene la liberazione dei due cristiani. Questi ultimi possono quindi convolare a giuste nozze.

La pericolosa carica tentatrice della donna è rappresentata efficacemente da un altro personaggio tassiano, la maga Armida, inviata da Satana a seminare la discordia nel campo cristiano facendo innamorare di sè i guerrieri crociati. Fra il tardi Cinquecento e il primo Seicento, la polemica anti-femminile acquista sempre più vigore. Proprio in risposta a un violento pamphlet misogino, la veneziana Lucrezia Marinelli scrive “Le nobiltà et eccelleze delle donne” (1600), uno dei più celebri scritti proto-femministi.

Se la donna è spesso accusata di essere “figlia di Eva”, è però riscattata da una figura eccezionale come la Vergine Maria, la “nuova Eva” che ha rimediato alla colpa dell’antica progenitrice dando alla luce Cristo, il Salvatore dell’umanità.

Madonna in preghiera, Gianbattista Salvi detto il Sassoferrato (maniera di)
Olio su tela, 60 x 51, XVII sec.
Trieste, Civico Museo Sartorio, Stanza da letto del Duca
Sono centinaia le rappresentazioni della Vergine realizzate dal maestro nella sua bottega, secondo uno stile ispirato a Raffaello. La fortuna delle sue Madonne va messa in relazione con l’impegno della Chiesa controriformistica nel promuovere il culto mariano e nel valorizzare l’efficacia delle immagini per l’educazione dei fedeli.

Già nel “Petrarca spirituale” (1536) di frate Girolamo Malipiero, il “Canzoniere” petrarchesco viene riscritto adattando alla Vergine le lodi indirizzate a Laura. Il culto mariano è particolarmente vivo nell’Italia della Controriforma. A partire dalla metà del Cinquecento, la Chiesa rafforza il ruolo della Santa Casa di Loreto, facendone uno dei centri nevralgici di diffusione dell’ideologia controriformistica. Ciò in polemica con i protestanti, che proprio nel culto della Madonna di Loreto avevano trovato uno dei propri bersagli preferiti.

Tra la fine del Cinquecento e inizio Seicento, si assiste a una condizione per certi versi paradossale: mentre il sesso femminile è spesso oggetto di attacchi misogini, la Vergine e alcune sante del passato (come la Maddalena) sono sempre più presenti negli scritti letterari e additate a modelli esemplari.

Maria Maddalena, Pier Francesco Mola detto il Ticinese (attr.)
Olio su tela, 61 x 46, XVII sec.
Trieste, Civico Museo Morpurgo
La sensuale Maria Maddalena (Laura Ruaro Loseri ha però supposto si tratti piuttosto di Maria Egiziaca) ascende al cielo aiutata da quattro putti. La figura di Maddalena è assai popolare nella cultura del tardo ‘500 e del ‘600, grazie soprattutto alla sua caratterizzazione di “penitente”.
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