RECENSIONE ARTISTICA: “THE SPACE IN BETWEEN” DI MARINA ABRAMOVIC’

97′, 2016

Questo è il viaggio della performing artist più famosa del mondo presso varie comunità religiose brasiliane, iniziato per superare un dolore e divenuto poi la ricerca di un ponte fra arte e spiritualità.

L’ultima volta che sono stata in Brasile ho fatto visita a una sciamana, Denise. Ha osservato le sue rocce meteoritiche per indicarmi da dove provenissi. Mi ha detto: ‘Tu non ti senti a casa in nessun luogo’. Era vero. ‘Non ti senti a casa in nessun luogo’ proseguì, ‘perché non appartieni a questo pianeta. Il tuo dna è galattico. Provieni dalle stelle remote e sei arrivata sul pianeta Terra con uno scopo’. Le ho chiesto quale fosse il mio scopo. ‘Il tuo scopo è quello di insegnare agli esseri umani a trascendere il dolore’”.

Marina Abramović è da sempre una donna e un’artista alla ricerca di qualcosa che vada -solo apparentemente- oltre l’essere umano. Ha incontrato culture e saggi tibetani, australiani, indiani e, in questa occasione, è tornata in Brasile per apprendere da questi posti remoti e da alcune persone particolari, il modo in cui hanno imparato ad attingere energia dall’esterno e da loro stessi, trasformandola e restituendola a chi non è in grado di farlo.

Lungo il percorso incontra diversi medium che accolgono entità nella loro psiche per assisterli e guidarli in operazioni che solo diversi medici specializzati potrebbero eseguire. ‘Ma bisogna avere fede’ asseriscono loro, ‘perché con la fede non esiste dolore’.

Diversi sciamani le hanno proposto l’uso dell’ayahuasca, una potente droga che serve a far uscire da sé tutti i demòni di una vita.

O ancora, una signora centenaria le ha trasmesso regole di vita semplici, figlie del buon senso, tanto immediate e a portata di tutti, da indurre lo spettatore a chiedersi come possa rivelarsi tanto difficile seguirle, dal momento che i risultati positivi si riscontrano chiaramente nelle persone che riescono a metterli in pratica.

Per molto tempo ho spinto i miei limiti mentali e fisici all’estremo. Il vero problema non era il dolore: era molto più importante il concetto. C’è una differenza tra il dolore fisico e quello emotivo. Posso tollerare il dolore fisico, posso controllarlo. Il dolore emotivo è quello che mi pesa di più”.

Dona Flor, una guaritrice, si lascia andare a un lungo monologo, durante il quale racconta di essere analfabeta, di provenire da una famiglia povera e di aver cresciuto, allattato e allevato tanti figli propri e altrui. E’ diventata guaritrice per necessità: quando era solo una bambina, una zia ebbe un attacco epilettico e svenì. Lei, impaurita, chiese alla madre di aiutarla e questa le rispose di no, che poteva farlo lei. Flor prese una zappa, un machete e un sacco e si inoltrò da sola nel bosco, dove si fermò a osservare. Iniziò a capire, in modo inspiegabile razionalmente, cosa potesse funzionare per sua zia e cosa no. Asserisce: ‘E’ questione di intuizione, bisogna seguirla. Quando ti trovi nella foresta devi usare gli insegnamenti di Dio. Sai dirmi da dove arriva questa intuizione? È una cosa che io non so spiegare. Quando ho una sensazione io la seguo e basta, ma là fuori c’è qualcuno che mi insegna a farlo. Ho un maestro spirituale, ne sono certa. È con lui che comunico. Non mi interessano i soldi. Mi interessa migliorare la vita e la salute delle persone. Se tutti lavorano e sono in buona salute, per me è sufficiente. Significa che tutti si evolvono. Bisogna vivere secondo la fede, bisogna essere preparati e calmi, senza rabbia, conflitti e senza cattivo umore. Non posso fare questo lavoro se non mi sento bene: non percepisco i messaggi se non li percepisco sono inutile, non posso dire nulla. In questo momento li ricevo. C’è qualcuno che mi sostiene’.

Denise Maia, una maestra spirituale, racconta: ‘Io appartengo a un clan. Ogni generazione del clan ha la responsabilità di accrescere e concretizzare le conoscenze dei propri antenati con lo scopo di adattarle allo stadio attuale dell’evoluzione umana. Tutti i genitori sono colpevoli, perciò finiamo per generare dei modelli di comportamento eterni, perché il nostro bambino interiore è traumatizzato da qualsiasi atto violento subito in passato. Qui nella nostra scuola abbiamo eliminato questa responsabilità genitoriale e sociale. Abbiamo smantellato l’intero sistema di credenze che ipnotizza la nostra consapevolezza. Quando si accetta la propria vera natura, se ne rimane impressionati. Si prende coscienza che dentro di noi c’è una persona che non conosciamo. Comincia una storia d’amore con noi stessi. Si ottiene una comunicazione libera dalla tirannia. Quando si acquisisce questa natura, si diventa incapaci di violenze contro qualunque cosa nell’universo, perché il fondamento della nostra natura è l’amore’.

Abramovic’ conclude ricordando che il Brasile è per lei un territorio noto. Diversi anni prima l’aveva già percorso, fin nelle viscere della terra, alla ricerca di minerali. Faceva impazzire i minatori con le sue richieste: ‘Lasciatemi sola con le pietre, voglio che mi parlino’; ‘Rimarrò stesa su un lettino, accanto ai minerali, finché non capirò cosa fare’; ‘Voglio costruire delle scarpe con questi specifici minerali’. E loro: ‘Ma signora, come farà a camminare con delle scarpe così pesanti?’ ‘Queste scarpe non servono per camminare: sono scarpe per un viaggio della mente’.

La natura è già perfetta senza di noi. Abbiamo bisogno dell’arte nelle città. Ci serve l’arte nelle città, dove gli esseri umani non hanno tempo, nelle città che sono inquinate. Nelle città dove c’è troppo rumore. Dobbiamo attingere esperienze dalla natura e trasmetterle nelle città.

Ho sempre creduto che l’arte abbia la funzione di ponte. Per collegare persone di diversa estrazione sociale con diverse fedi religiose, diverse razze. Ma è anche un mezzo di comunicazione tra il mondo fisico e il mondo spirituale, oppure semplicemente, tra due esseri umani.

Credo che questo viaggio sia stato molto importante per me, non solo per trovare nuove idee, ma anche per aprire la mia mente a qualcosa di diverso. Al mio ritorno, alcuni pezzi del puzzle hanno trovato posto in un immagine molto chiara e luminosa. Ho capito che devo dare al pubblico gli strumenti per sperimentare il proprio Io. Io devo solo mimetizzarmi, devo fare come da guida, perché io mi esibisco sempre davanti al pubblico, sono legata a esso, è il mio specchio e io sono lo specchio del pubblico.

Tutti hanno vissuto dei traumi, tutti provano solitudine, tutti hanno paura della morte, tutti soffrono. Io dono loro una parte di me stessa e loro donano a me una parte di se stessi. L’unico modo in cui possono capire a livello profondo in cosa consiste la performance è facendo il loro viaggio personale”.

Questo lavoro di Abramovic’ sembra molto diverso dal famoso “The artist in present”, ma io lo vedo piuttosto come un suo proseguimento naturale.

Marina Abramovic’ per me non è più “solo” un’artista. Gli artisti sono molto importanti in ogni cultura, perché sono liberi -quando sono veri artisti, si intende- e di conseguenza si muovo oltre il quadrato della razionalità, lungo il suo bordo e anche all’esterno, spingendosi talvolta così lontano da non riuscire più a fare ritorno. Tuttavia, con la loro capacità visionaria, riescono a smuovere in noi percezioni, sensazioni e passioni sopite, dimenticate, oppure fanno germogliare idee.

Abramovic’ si è spinta molto lontano con le sue ricerche, eppure torna sempre da noi, il pubblico, per mostrarci ciò che ha trovato.

Alcuni possono pensare che sia una folle, ma io vi invito a guardare alle sue opere senza preconcetti e pregiudizi. Non c’è bisogno di credere a ogni parola che dice, a ogni immagine che ci propone. I suoi sono concetti e possiamo eliminare molti elementi dalle sue performance. Però provate a lasciarvi andare e a coglierne l’essenza.

Allora qualcosa cambierà.

Buona visione.

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