L’inestinguibile ferita del popolo slavo

The flame of contemplation – Laura Makabresku

Avrei potuto scrivere un lungo articolo di geopolitica, per illustrare l’attuale situazione bellica ucraino-russa. Avrei potuto stilare la lunga lista dei crimini compiuti in questi giorni. Avrei potuto trascrivere i numeri dei profughi, degli orfani e dei soldati morti sulla neve, sia tra gli ucraini che tra i russi, ma tutte queste informazioni, ciascuno di noi le può trovare -nella migliore delle ipotesi- documentandosi seriamente, e non ascoltando la tv o la radio, in modo passivo e inconcludente.

Quello che posso fare, invece, e che ritengo essere più utile, è dare una testimonianza diretta di cosa significhi portare addosso l’inestinguibile ferita del popolo slavo. Perché la mia famiglia è slava, proviene da Vranjak, nell’attuale Republika Srpska di Bosnia. Benché nata a Grado, in Italia, alla nascita mi è stata conferita la cittadinanza jugoslava: i miei genitori erano intenzionati a tornare “a casa” nel giro di qualche anno. Invece gli eventi si sono svolti diversamente e siamo arrivati all’annus horribilis, il 1991, quando la Jugoslavia ha cominciato a sgretolarsi, fino a frammentarsi in tanti piccoli staterelli.

Fu l’inizio della fine, per la mia famiglia. Sia per il dolore causato dalla visione dei milioni di profughi e morti in Bosnia, sia perché l’anima di mio padre si inabissò, assieme al dolore del nostro popolo. Io ero un’adolescente e feci la mia parte: al momento dell’arrivo dei profughi della mia scuola, mi offrii spontaneamente per aiutarli a imparare l’italiano, stetti loro più vicino possibile, fino al mese di maggio quando, mancando poco alla fine dell’anno scolastico, e avendo loro appreso l’italiano in modo adeguato, improvvisamente giunsero a scuola muti. Un mutismo selettivo. Tacquero solo con me, e con nessun altro. I nostri insegnanti, sbigottiti, tentarono in ogni modo di avere delle spiegazioni, invano. Allora convocarono i loro genitori e scoprirono la verità: “Nataša è serba. I nostri, figli con lei non devono parlare!” Già, i miei compagni di scuola, provenienti dall’ex-Jugoslavia, erano tutti cattolici e musulmani. Io non ci avevo neanche pensato, per me l’importante era mettermi a servizio per aiutarli. Invece per loro la differenza c’era, eccome. Ricordo che la mia insegnante di Lettere esplose: “Sì, è serba, ma non mi sembra che questo abbia costituito un problema, fino a quando la ragazzina serviva loro per imparare l’italiano”. Nessun commento. Le parole si erano esaurite e io cercai di placare l’ira della mia insegnante, o meglio, il suo sdegno. In fondo me lo aspettavo.

Mi aspettavo l’odio delle persone, in generale, perché ero serba. Ero quella del popolo che tagliava le gole agli innocenti croati e musulmani. Venivo guardata con timore e disprezzo. Per anni subii una sottile gogna pubblica, mai espressa chiaramente, sempre velata. Perché ci vuole coraggio anche per scagliarsi contro le persone, un coraggio manca alla maggior parte della gente. È più semplice lanciare frecciatine, fare allusioni.

L’11 settembre 2001 cambiò tutto: col crollo delle torri gemelle, la pubblica opinione si scagliò contro i musulmani di tutto il mondo, rei di avere compiuto un attentato imperdonabile. Le stesse persone che mi avevano denigrata tornarono da me sconvolte, a chiedermi perdono per la loro “errata visione della situazione”. Improvvisamente i serbi erano diventati dei profeti, un popolo che aveva visto anzitempo di cosa erano capaci i musulmani.

Ero basita. Mi chiedevo: come si può cambiare idea così tante volte, nel lasso di così pochi anni? Come si può continuare a credere che un popolo, nella sua interezza, anche subendo diaspore e divisioni interne per secoli, sia identico, sia nei periodi di pace che in quelli di violenza?

Eppure la “massa” funziona proprio così: si inebetisce davanti alla tv. Non approfondisce. E da quando ci sono i social, è tutto un passarsi notizie false, esasperanti, strappalacrime, senza porsi il minimo dubbio: sto forse traghettando delle fake news? Sono inconsapevolmente a servizio di una propaganda?

Macchè, domande troppo impegnative.

E intanto un’altra guerra tra popoli slavi è cominciata. Stavolta russi contro ucraini. Di nuovo, davanti ai miei occhi, scorrono le immagini di bombe, distruzione, profughi e sangue. Di nuovo i gruppi umanitari si muovono per aiutare i civili inermi. Solo che oggi non sono un’adolescente, ma una donna e una madre. La differenza è sostanziale. Da venti giorni, la mia consapevolezza ha aggiunto un nuovo tassello: adesso riesco a comprendere meglio il dolore di mio padre. Non arriverò mai a una percezione simile alla sua, perché nel ’91, a frantumarsi, è stata la sua terra, quella in cui era nato e cresciuto, quella che aveva servito come militare per tre lunghi anni. Io sono nata in Italia e non ho vissuto la Jugoslavia, se non durante le vacanze. Dunque no, la mia comprensione resta ancora superficiale, ma nonostante questo è viva, vibrante. Adesso riesco a riconoscere meglio la sensazione di impotenza di un essere umano che vede la sua patria distrutta e si danna pensando che dei fratelli slavi uccidono altri fratelli slavi.

Sono stata cresciuta da forti valori etnici: i miei genitori mi hanno sempre fatto presente quanto fosse potente ed essenziale la percezione del “noi”, tra il popolo slavo. Un “noi” che significa zadruga (comunità), rod (tribù, famiglia), in contrapposizione a quell’”io” egoriferito che serpeggia nell’Occidente. Quasi che il popolo slavo sia più onorevole e saggio, rispetto a quello europeo, proprio perché pensa alla società tutta, perché reca in sé un comunismo naturale: “io sto bene solo se tutti noi stiamo bene”, “non mi interessa accumulare la ricchezza: se il mio vicino non ha di che mangiare, non potrei sentirmi felice nemmeno se nuotassi nell’oro”, ecc.

Giunti a questo giorno, mi rendo conto che, per la seconda volta in una sola vita, mi hanno strappato l’innocenza e i valori con i quali sono cresciuta. Perché una guerra tra slavi può essere un caso, ma due, in meno di mezzo secolo l’una dall’altra, no. Significa che i valori che mi sono stati trasmessi non sono così puri, non sono percepiti da tutti gli slavi allo stesso modo. Non da Putin, né da quei nazionalisti che si trovano sia in Russia che in Ucraina. Non dagli oligarchi, né dal regime politico russo. Men che meno dai militari russi e da tutta quella popolazione russa che resta in silenzio, contrariamente ai coraggiosi che urlano in piazza, contro la guerra, a ogni età, e vengono incarcerati e zittiti per questo.

Sia ben chiaro: il mio dolore vale zero, rispetto a quello dei cittadini ucraini che, dall’oggi al domani, sono diventati dei profughi e degli orfani, che hanno perso la casa o pezzi di famiglia, che hanno un genitore, uno zio o un nonno sul fronte. Sono perfettamente consapevole di non avere alcun diritto a fare la vittima, perché al contrario di tutti loro, vivo nel “ricco Occidente”, sono una cittadina italiana e non mi manca nulla.

Quello che intendo dire è solo questo: per anni ho onorato e messo su un piedistallo la mia etnia slava. Adesso tutto questo è finito. Resterò sempre devota alle mie antenate e ai miei antenati, e a quello che rimane della loro terra, ma anche l’ultimo legame, l’ultimo condizionamento identitario è totalmente caduto. Non mi posso riconoscere in un popolo capace di compiere crimini fratricidi. Dall’inizio di questa guerra, sono diventata una donna che si rispecchia non in un popolo, ma solo ed esclusivamente tra quegli esseri umani capaci ancora di provare amore, compassione, fratellanza, sorellanza e solidarietà gli uni nei riguardi degli altri, senza alcuna distinzione identitaria.

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