RECENSIONE: “LA VEGLIA DI LJUBA” DI ANGELO FLORAMO



Bottega Errante Edizioni, 2018

Dovete sapere che, per quanto mi riguarda, leggere un articolo, un saggio, un romanzo o un pensiero volante vergato da Angelo Floramo è garanzia di successo. E non sto parlando di un successo planetario, che ricopre uno scrittore di onori e soldi. Mi riferisco a un successo più grande: l’epifania dell’anima. Questo accade perché Floramo è un Grande Uomo. Uno di quei pochi grandi uomini rimasti sulla terra, nella nostra epoca, un dono che Dio, o l’Energia Universale, o come lo volete chiamare, fa all’umanità per aprirle gli occhi, per farle comprendere che l’esistenza è multidimensionale, che siamo circondati di innumerevoli sfumature di emozioni e sentimenti, che da un’esperienza si possono trarre il bene e il male e poi la giusta via di mezzo, e che la vita vale la pena di essere vissuta fino in fondo, anche quando sembra che abbia mani così forti e grosse il cui unico scopo è quello di strangolarti.

E a sentirsi strangolato dalla vita in questo modo, avrebbe potuto essere proprio il protagonista del libro, Luciano Floramo, detto il Nini, cresciuto a Sveto, un paesino dell’entroterra carsico, in Istria, che ebbe un’infanzia bucolica e semplice pennellata di colori vivaci, speziati e amici speciali, ma che subì in seguito le tempeste della storia, che indussero la sua famiglia ad andarsene dalla terra del miele e del sangue, per trasferirsi in Italia, bollati come esuli e profughi.

Ho letto molte storie sugli esuli dalmato-istriani, ma nessuna ha il sapore di “La veglia di Ljuba”, perché la mescolanza del sangue dei Floramo impedisce fin dalla genetica un’uniformità di intenti e riconoscimenti. Il Nini, infatti, era figlio della majestra, la maestra di Sveto e di un siciliano, spedito al confino, ai margini di quella che all’epoca era tutta Italia, per non aver aderito al fascismo. Insomma, si trattava di un bambino per metà istriano e per metà siciliano, un unicum, fin dalla nascita. E infatti spiccava tra tutti, con la sua zazzera scura, tutta riccioli e la pelle ambrata, un piccolo animaletto selvatico e vivace in mezzo a una fila di teste biondissime o rosse e occhi chiari come ruscelli baciati dal sole. Il Nini era amatissimo al villaggio per la sua indole, soprattutto da Jolka, una signora che si occupava delle pulizie della sua casa e che custodiva un passato doloroso, raccontato con delicatezza e partecipazione dall’autore.

Il libro è una vera matrioska, un insieme di storie nella storia, di vite spezzate dalle decisioni prese dai potenti e un inno alla ribellione civile, perché quel Nini, così disperatamente innamorato della sua Terra Madre, strappato da essa a forza, non ha mai dimenticato le sue origine, perché puoi tagliare un albero, ma le sue radici rimangono sotto terra e continuano a pulsare di vita. Così fu per il Nini, che venne sballottato dapprima a Trieste, poi a San Daniele del Friuli e mai, mai volse il suo sguardo lontano dall’Istria, da Sveto, anelando al ricongiungimento come Odisseo alla sua Itaca. Tutta la sua vita fu una ricerca di emancipazione per un ritorno sicuro. E trionfò in ogni sua scelta: studiò tanto, si laureò, lavorò sodo prima e dopo essersi dedicato all’istruzione (si faceva in bicicletta Cividale-Trieste e ritorno per frequentare l’università!) e, se qualche lettore potrebbe tacciarlo di inadeguatezza, o eccessiva umiltà, perché si oppose per tutta la vita alle mazzette, ai “favori” tra potenti e ad altre nefandezze economiche e politiche, vi assicuro che la sua onestà è una perla rara e potente, in questo mondo di apparenze e arrivismi, di superficialità e interessi.

Un uomo come Nini, non poté che scegliere una donna in cui riflettersi come in uno specchio: Laura, da lui chiamata teneramente Ljuba, una ragazza friulana che conobbe a San Daniele del Friuli. Lei, così giovane, già lavorava, eppure scoppiava di interesse verso il sapere che il “professore” voleva divulgare a tutti, anche a chi non poteva permettersi un istruzione. Se c’è un appunto che potrei fare all’ultima opera di Angelo Floramo è proprio questo: nei suoi libri in generale e in questo, in particolare, poco spazio, poca profondità vengono dati alle donne. Avrei voluto saperne di più di Antonietta, la madre di Nini, di Ljuba e delle sue figlie, Ave e Fiorella. La descrizione dell’anima spezzata di Jolka è stata illustrata con un episodio duro, ma dovuto per comprenderne l’essenza e amarla, mentre per le donne della vita di Luciano e Angelo Floramo, il sipario cala, celandone gli spiriti certamente indomiti, luminosi, che molto avrebbero da trasmettere ai lettori e a intere generazioni.

Poi ho letto la Postfazione di Angelo Floramo: scrisse il libro tra l ‘8 giugno e il 22 luglio 2018. Un fiume in piena, un flusso di coscienza riversato su carta. La scrittura di questo libro fu catartica: gli permise di sciogliere il nodo di dolore che lo aveva accompagnato troppo a lungo, a causa della morte di suo padre. Allora ho capito. Il primo racconto che scrissi fu sulla morte di una mia prozia, Baba Jela, avvenuta in Bosnia, durante il conflitto. Non mi venne concesso di partecipare al suo funerale perché il ritorno nella Jugoslavia in fiamme sarebbe stato pericoloso per un adolescente come me. Ci andarono solo mia madre e mio fratello, lasciandomi nella disperazione, a casa, mentre mio padre poteva stordirsi almeno attraverso il lavoro. Macinai tanta di quella sofferenza e ingiustizia, da sprofondare in un abisso. Poi i miei cari tornarono e misi da parte il mio dolore per occuparmi del loro. Passarono i mesi e mi sentii schiacciata dall’oppressione, fino a quando non decisi di buttare tutto sulla carta e scrissi un racconto che parlava di lei, Jelica, la mia Jela, che aveva fatto la fiorista a Zenica, e che aveva appreso lì la caffeomanzia, frequentando amiche musulmane. Tornata a Vranjak, si era portata appresso anche quella conoscenza e leggeva i fondi di caffè a tutto il quartiere e il villaggio, senza richieste di denaro o altro: in Bosnia, leggere il caffè era un modo per stare insieme, per raccontare le proprie gioie e i dolori, confrontarsi con l’altro, chiedere ed elargire consigli. Anche l’ultimo giorno della sua vita, prima di uscire di casa per non fare più ritorno, bevve il caffè. Mia madre trovò la sua tazzina capovolta sulla finestra, dove la lasciava sempre e ci vide chiaramente una croce gialla, segno inequivocabile di morte. Baba Jela l’aveva vista prima di uscire? Oppure non ne aveva avuto il tempo e si era lasciata quel nefasto presagio alle spalle? Non lo sapremo mai. Ciò che io so, è che la sua eredità non è andata perduta, né il suo ricordo e che la scrittura mi ha regalato la catarsi, ha portato via quel dolore lacerante, lasciando solo la dolcezza, la tenerezza infinita dei ricordi e gli insegnamenti di Baba Jela.

Così deve essere stato per Angelo Floramo, cui va la mia gratitudine per averci regalato l’ennesimo pezzo della sua anima, della storia dell’Istria e della Jugoslavija.

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