RECENSIONE: “LYTTON STRACHEY – L’ARTE DI VIVERE A BLOOMSBURY” DI MICHEAL HOLROYD

Il Saggiatore, 2011

Per anni sono corsa dietro a questa biografia. Sentivo, fin nelle più minuscole vene del mio cervello, che in essa non avrei scoperto solo l’anima di un uomo straordinario, una tra le più brillanti gemme del Bloomsbury Group, ma molto molto altro. Le mie aspettative non sono state deluse. Tutt’altro: la lettura della biografia di Lytton Strachey ha spalancato molte nuove porte di conoscenza e non solo a livello letterario, ma anche umano.

Lytton Strachey nacque a Londra il 1° marzo 1880 da una famiglia importante. Il padre era il generale Sir Richard Strachey, militare di alto rango che trascorse quasi tutta la carriera in India coltivando poliedriche passioni: botanica, esplorazione, ingegneria, meteorologia, matematica, geografia, ecc. La madre era Jane Mary Grant e proveniva da una famiglia angloindiana. Infatti conobbe il marito in India e lo sposò nel 1859. Ebbe tredici figli, due dei quali morti in tenera età. Da tutti venne ricordata come una donna di grande vigore, seppure volubile, conoscitrice della letteratura francese e dei drammi elisabettiani, oltre che battagliera femminista e amica di George Eliot.

Lytton era l’undicesimo figlio e crebbe al 69 di Lancaster Gate, un tetro edificio ottocentesco vicino ai giardini di Kensington. Fin da piccolo, Lytton presentò vistosi problemi di salute e a scuola venne bersagliato da quelli che oggi chiamiamo atti di bullismo. Non lo aiutò il fatto di essere timido, portare gli occhiali, essere dotato di una scarsa vitalità e avere una voce in falsetto. Più tardi sosterrà che ci sia una relazione fra le condizioni fisiche di uno scrittore e lo stile letterario che impiega. Tuttavia raggiunse Cambridge, dove ci fu un importante svolta: conobbe il critico Desmond MacCarthy, il romanziere E.M.Forster, l’economista Maynard Keynes, lo scrittore Leonard Woolf e il critico d’arte Clive Bell, grazie ai quali, unitamente alla famiglia Stephen, avrebbe formato il noto circolo artistico e intellettuale Bloomsbury Group.

Virginia Woolf annotò che Lytton “ha nel centro di se stesso una grande passione per la mente”. Mentre Carrington scrisse nel suo diario (4 febbraio 1919): “Tutte le sue avventure ed esperienze sono mentali, e soltanto lui ne gode. All’esterno è come la vita di una gallina. I pasti scandiscono il giorno, i libri letti la mattina, la siesta, la passeggiata a Pangbourne, altri libri. Una lezione di francese con me, magari la cena. Leggere ad alta voce. Letto e bottiglie d’acqua calda, e ogni giorno uguale, sembra. Ma dentro, che varietà, e che fantastiche imprese”.

Per buona parte della sua vita, si preoccupò della propria condizione economica, dipendente dalla famiglia, ma grazie alle sue biografie, a cominciare da “Eminenti vittoriani” (1918), ottenne un enorme successo, sia in Inghilterra che in America, e non ebbe più ragioni di affannarsi. Scrisse: “L’arte sta tutta in questo. Polverizzare il materiale e rimodellarlo a guisa della propria particolare assurdità”.

A un certo punto della sua carriera letteraria, si trovò anche a ragionare sulla felicità:

“C’è tanta felicità che mi tiene a galla! A questo proposito, mi sono venute in mente due generalizzazioni:

Generalizzazione n.1: “Il segreto della felicità è non desiderare troppo né troppo poco”.

Generalizzazione n.2: “Nessuno può padroneggiare tale segreto prima dei 39 anni di età”.

Era una mente infaticabile e un divoratore di libri. Carrington descrisse parte della sua libreria:

“Su un’altra mensola, poco lontano, c’era il Diario di Katherine Mansfield curato da Middleton Murry, che Lytton definì “sorprendente e incomprensibile. Vedo che Murry lascia intuire che fosse scritto in vista della pubblicazione -il che senza dubbio la dice lunga su molte cose. Ma perché quel manico di scopa sboccato, violento, sfacciato si presenti come un batuffolo di cotone profumato alla rosa sfugge alla mia comprensione”.

L’amore era la sua religione, e l’unico dio che potesse accettare avrebbe sacrificato gli amori, così singolari, così plurali, che avevano costituito le passioni più durevoli della sua vita. Infatti ebbe diverse relazioni omosessuali, ma convisse con la pittrice Dora Carrington quasi tutta la vita.

Lytton morì nel 1932 dopo giorni di agonia Vennero convocati diversi dottori, per capire quale male lo affliggesse, ma solo l’autopsia lo rivelò: cancro allo stomaco. La notizia della sua morte, colpì tutto Bloomsbury, ma a pagarne lo scotto più alto fu Carrington.

Sulle pagine del LIBRO (un diario), Carrington riversò le proprie emozioni, non per liberarsene ma per fissarle nei dettagli e non dimenticarle mai. Sembrano una lunga lettera senza risposta. “O caro Lytton, sei morto e non posso dirti niente”. Non le interessava nulla, non pensava a null’altro che al passato ancora vivo.

“In questi sedici anni non sono mai stata felice quando lui non c’era. Era, e questo è il motivo per cui rappresentava tutto per me, l’unica persona alla quale non avevo mai bisogno di mentire, perché non si aspettava mai che fossi diversa da ciò che ero, e non si mostrava mai curioso se non gli dicevo qualcosa. Nessuno capirà mai la felicità assoluta della nostra vita insieme. Le battute assurde e fantastiche a tavola, a passeggio, dai nostri amici, e le meravigliose descrizioni delle feste di Londra e delle sue storie d’amore, e poi tutti i pensieri che condivideva con me”.

Il dolore costituiva il suo unico legame con Lytton e non sopportava l’idea di superarlo. A questo genere di afflizione si aggiunse il rimorso, una vera punizione autoinflitta, per avere (di questo era convinta) trascurato Lytton nell’ultimo paio d’anni in favore di un giovane amante, Beacus Penrose. Ma il senso di colpa immotivato sarebbe giunto anche in assenza di un Beacus, perché il forte sentimento era saldato alla sua personalità. Si sentiva responsabile non tanto di colpe precise, quanto di pensieri segreti, dei momenti di depressione o amarezza e delle ore inutilmente trascorse lontano da lui.

Con queste premesse, era difficile convincerla che valesse la pena di continuare a vivere. Gli amici più stretti speravano che, passato qualche mese, ritrovasse un legame inconscio con la vita. Ma sapevano che le fondamenta erano scomparse e che negli anni sarebbero comunque arrivati momenti di depressione in cui la decisione di farla finita sarebbe stata incombente.

Nelle prime pagine della biografia di Micheal Holroyd sono rimasta piacevolmente colpita dalla scoperta che lo scritto aveva ispirato il film “Carrington” (1995) che guardai con tanta ammirazione due anni fa. Se non avete tempo per leggere questa biografia, non perdetevi la pellicola.

Bibliografia (traduzioni in italiano):

  • “Eminenti vittoriani”, Castelvecchi;

  • “La regina Vittoria”, Castelvecchi;

  • “Libri e personaggi”, Bompiani;

  • “Voltaire”, Castelvecchi;

  • “Elisabetta e il conte di Essex”, Castelvecchi;

  • “Ritratti in miniatura”, Sellerio;

  • “Ermyntrude ed Esmeralda”, ES;

  • “Uomini, donne, sesso e arte”, Castelvecchi.

Commenti da Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *