Visita alla mostra “Nel mare dell’intimità – L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico” – Parte 2/2

Diorama della Laguna di Grado

Nella laguna di Grado, al pari di altre simili zone dell’alto Adriatico, le particolari condizioni del mare -bassi fondali emergenti con l’alta marea- avevano permesso lo sviluppo di un singolare tipo di pesca, semplice, ma remunerativo: quello del “serraglio”. Si trattava di un recinto a graticcio di canne facilmente reperibili sul posto, collocato su banchi di sabbia soggetti ad esseri sommersi dall’alta marea. Con il mare entravano nel serraglio pure i pesci (cefali, passere, sogliole, rombi, anguille, ecc), ma, al calare della marea, dei cogolli (reti a forma tubolare congegnate per intrappolare i pesci), posti nei punti di deflusso delle acque, ne permettevano una facile cattura.

Nelle zone interessate dai serragli, così come dalle altre loro attività, i pescatori realizzavano delle capanne anche di notevoli dimensioni, dette appunto “casoni”, in genere abitate stagionalmente.

Gli Uscocchi

L’Adriatico, mare frequentato fin dall’antichità e crocevia di popoli spesso contrapposti per quanto prossimi geograficamente, non poteva certo essere immune al fenomeno della pirateria. Inoltre, volenti o nolenti, la pirateria è stata spesso un’economia di sussistenza dei popoli costieri, soprattutto in litorali che si prestano a questo tipo di attività, come le insenature e gli arcipelaghi della sponda orientale.

Quando la pirateria viene esercitata con l’avallo di uno stato e si configura quindi come un atto di guerra, può essere considerata come guerra di corsa, e i pirati definiti “corsari”, anche se la distinzione può essere ardua.

Abbiamo quindi ampie testimonianze di questo tipo di attività, più o meno organizzata, in Adriatico sin dall’epoca antica. A partire dal Medioevo, la contrapposizione con il mondo islamico caratterizza gli scontro sul versante politico e religioso, e ciò accade soprattutto quando, dall’inizio del XVI secolo e poi ancora dopo Lepanto, il Mediterraneo diventa teatro di una “guerra minore”, condotta dai “corsari barbareschi”, così detti perché provenienti soprattutto dai porti dell’Africa settentrionale al tempo chiamata appunto “Barberìa”, come Algeri, Tripoli, Tunisi: città-stato la cui economia era fondata sui bottini e sui riscatti delle persone catturate in mare o sulla coste. In Adriatico, peraltro, attacchi e incursioni venivano portati più spesso da piccole barche provenienti dai porti più meridionali della sponda orientale sottoposti al dominio turco, come Valona o Dulcigno, ai danni di pesatori e popolazioni costiere.

L’Adriatico settentrionale fu anche teatro per circa un secolo delle azioni dei temibili Uscocchi, stanziati a Segna dopo essere fuggiti dai turchi, che ingaggiano feroci scontri con le navi della Repubblica di Venezia, ma che non disdegnavano di attaccare anche navi di altri stati e di compiere incursioni sulle coste di Romagna e Marche.

Guerrieri feroci prima, pirati senza scrupoli poi, gli Uscocchi erano cristiani cattolici provenienti dai Balcani che si stabilirono sulle coste dell’Adriatico per sfuggire all’avanzata dei turchi, accettando l’egemonia degli Asburgo. Nel 1537 abbandonarono l’originaria Clissa (presso Spalato) per rifugiarsi a Segna, una roccaforte circondata da montagne, foreste e da cale accessibili solo via mare con piccole imbarcazioni. Poco alla volta ai nuclei originali si unirono banditi e avventurieri di varia provenienza, e a partire dal 1540 i corsari di Segna cominciarono a colpire non più solo i turchi, ma tutte le grandi potenze che commerciavano col Mediterraneo. Nel 1615 le azioni di pirateria degli Uscocchi fornirono il pretesto per la Guerra di Gradisca, tra Venezia e l’Austria, che insanguinò il Veneto e l’Istria. Terminato il conflitto, su intercessione dei re di Spagna e per effetto del Trattato di Madrid del 1617, le famiglie superstiti degli Uscocchi vennero trasferite a forza vicino Karlovac, al confine tra Croazia e la Carniola, in un’area conosciuta da allora come Monti degli Uscocchi. Molti fra i temibili pirati furono arrestati o uccisi, e le loro navi bruciate.

Medusa, la polena che incontrò i pirati, legno dorato, da Capodistria, prima metà del XIX sec.

La polena con la mitica immagine della Medusa ornava la prua del veliero Corriere d’Egitto, di proprietà di due capitani capodistriani: i fratelli Nazario e Domenico Zetto. Le loro navi, nella prima metà del XIX secolo, facevano la spola tra Trieste e il Vicino Oriente. Nel 1911 Francesco Majer descrisse l’avventura del brick Corriere d’Egitto, capitanato da Nazario Zetto: nel 1828, navigando verso l’Egitto, la nave fu attaccata dai pirati. Avvisati forse che a bordo c’erano brillanti preziosi, affidati a Zetto da tale Pietro Iussuf e destinati all’allora principe regnante d’Egitto Mehmet Aly, i pirati depredarono la nave ma senza trovare il tesoro, perfettamente occultato. Il veliero raggiunse quindi l’Egitto, dove il Capitano consegnò i gioielli al monarca, il quale però non espresse gratitudine alcuna.

Polena della fregata francese Danaè, legno dorato, XIX sec.

La devozione dei marinai e dei pescatori: il breviario romano di Rab/Arbe, inizi del XV sec.

I Santuari di Diomede in Dalmazia

Il famoso eroe greco Diomede fu venerato come un dio in Adriatico, dove divenne il protettori dei naviganti. Le storie più popolari su di lui sono correlate alla sua morte e alla sua sepoltura su qualche isola dell’Adriatico, che da lui prese il nome.

Gli scavi archeologici sull’isola di Palagruža/Pelagosa, situata al centro dell’Adriatico, hanno rivelato migliaia di frammenti di ceramica datati dal tardo VI sec.aC., al I sec.d.C.. Più di 200 frammenti recano iscrizioni graffite dedicate all’eroe, che ci permettono di identificare Palagruža come l’isola di Diomede citata nelle antiche fonti letterarie. L’altro santuario marittimo a lui dedicato è stato individuato su Punta Planca/Capo Ploča, antico promunturium Diomedis, il promontorio di Diomede, sulla costa dalmata. Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce i resti di un santuario frequentato dal IX sec.a.C. al I sec.d.C., che ha restituito 500 iscrizioni graffite su frammenti di ceramica, dedicate all’eroe.

In entrambi i siti sono state trovate iscrizioni greche con il nome del dedicante e l’espressione “e l’equipaggio della nave”. Queste iscrizioni confermano che i visitatori dei santuari di Diomede erano naviganti che si fermavano qui per offrire doni agli dei e procacciarsi la sua protezione per i loro viaggi in Adriatico.

I santuari costieri del Salento, Roca, Grotta Poesia, Lecce

Fitti reticoli di iscrizioni sulle pareti della Poesia Piccola e foto aeree del sistema carsico, con la Poesia Grande, più vicina alla costa e l’apertura della Poesia Piccola, presso la statua della Madonna di Roca

I promontori del Salento, sedi di santuari connessi all’approdo, sono emblematici della duplice valenza nautica e religiosa di questi luoghi: il promontorio di Roca, con il luogo di culto in zona Castello e il santuario di Grotta Poesia, e Punta Matarico, con la grotta di San Cristoforo, gravitano sull’approdo di Torre dell’Orso; Punta Meliso, con un probabile edificio religioso e Punta Ristola, con Grotta Porcinara. Il rito religioso che si svolgeva nella Grotta Poesia prevedeva l’atto della scrittura del voto e del ringraziamento a una divinità maschile altrimenti sconosciuta, Taotor Andirahas, o Tutor Antraio, Andraius, Andreaus o Andreus in latino: le iscrizioni occupano un’area di circa 600 mq, intersecandosi e sovrapponendosi fino a formare un fitto reticolo; la richiesta d’aiuto al dio viene accompagnata dalla promessa di un’offerta di beni, come anfore di vino o addirittura capi di bestiame.

La fruizione della Grotta di San Cristoforo come luogo di culto si segue dalla fase preromana a età medievale, con la consueta trasformazione del culto pagano a culto cristiano e l’intitolazione della chiesa a San Cristoforo, non a caso il santo “traghettatore”. Nella stessa baia si riconoscono dediche di marinai imbarcati sulle liburne.

Informazioni:

La mostra è visitabile fino al 01.05.2018

Da martedì a venerdì 9-17

Sabato, Domenica e Festivi 10-19

Lunedì chiuso

Intero eur 7,00

Ridotto eur 5,00

www.nelmaredellintimita.it

info@nelmaredellintimita.it

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Visita alla mostra “Nel mare dell’intimità – L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico” – Parte 1/2

Presso l’ex-Pescheria – Salone degli Incanti di Trieste

Il titolo della mostra proviene da una citazione dello scrittore croato Predrag Matvejevic’ e ben descrive il Mare Adriatico, circoscritto, colmo di reperti archeologici e così caro alle sue genti antiche e contemporanee.

L’esposizione copre 10 000 anni di storia marittima ed è ricca, a cominciare dall’allestimento, realizzato in concerto con l’architetto Giovanni Panizon:

Ci sono riproduzioni di caracche, pascòne, golette, piroscafi, corazzate e imbarcazioni di ogni genere, e inoltre mappe, sestanti, bussole e carichi diversi tra loro per provenienza e utilizzo.

La visita è un incanto per chiunque, per chi ama il mare in particolare. A trentotto anni, ho scoperto reperti archeologici rinvenuti nella mia natia Grado, che non avevo mai visto prima e mi sono interfacciata con storie che non conoscevo e altre, come quelle dei pirati Uscocchi, che avevo solo ascoltato di sfuggita.

Naturalmente io sono rimasta colpita dalle statue, dalle polene e da imbarcazioni particolari che nemmeno conoscevo, perciò la scelta fotografica che vi espongo è frutto del mio gusto. I reperti esposti sono molti, molti di più.

Testa in bronzo della Dea Artemide da Vis/Lissa, epoca ellenistica, III sec. a.C., dotata di un’acconciatura caratterizzata da un diadema e uno chignon sulla nuca, legato da un nastro. Artemide era una delle dee principali di Issa (odierna Vis), colonia fondata da Siracusa attorno alla metà del IV sec. a.C. sull’isola omonima. Lo stesso profilo della statua compare sulle monete di bronzo locali.

Statua di Diadumeno, marmo, Prima metà del I sec. d.C.

Scultura di marmo greco rinvenuta durante gli scavi di una villa marittima eseguiti alla fine dell’Ottocento a Barcola (Trieste). Recuperata in vari frammenti, decorava un ambiente affacciato sul peristilio. E’ la copia romana di una delle sculture più famose di Policleto, un atleta che si mette la benda da vincitore, creata attorno al 430 a.C.

Contrappeso a forma di busto di Minerva e asta graduale riferibile a due diverse bilance a mano.

Lo zoppolo di Aurisina, Trieste

Lo zoccolo è un’imbarcazione monossile, quindi ottenuta da un unico tronco scavato, in uso presso le località costiere del circondario di Trieste, così come in alcune zone del Quarnero, fino alla metà del secolo scorso.

Si trattava di un tronco, generalmente di pino o larice, della lunghezza di 6-7 m per circa 80 cm di diametro, quasi certamente proveniente dai boschi della Carniola (oggi Repubblica di Slovenia) non esistendo sul Carso -allora come oggi- alberi di tali dimensioni.

Scavato e talvolta dotato di assi laterali che ne aumentavano l’altezza delle fiancate, doveva essere mosso unicamente a remi non essendo possibile, data la sua scarsa stabilità, dotarlo di una vela.

Di questo singolare tipo di imbarcazione sono giunti a noi solo due esemplari: lo zoppolo “Lisa” ora qui esposto, e un analogo modello conservato presso il Museo Etnografico di Lubiana.

La marotta

La marotta viene realizzata in legno con le stesse modalità costruttive di una piccola barca, ma è interamente pontata con un piccolo boccaporto normalmente chiuso con una serratura. La sua non è una funzione navigativa, bensì di galleggiamento a mezz’acqua nei canali, conservando al suo interno pesce vivo, come cefali, anguille o crostacei. La marotta può raggiungere la lunghezza di alcuni metri ed è l’ultima evoluzione di forme di allevamento praticate fin dall’antichità. Questa esposta, risale agli anni ’60 del XX secolo ed era utilizzata nel Porto Canale di Cesenatico e nei canali interni.

L’Amazzone di Parenzo, frammento di statua in marmo, acque di Parenzo, II-III sec. d.C.

Il frammento di rilievo, recuperato da alcuni pescatori dai fondali marini presso Poreč/Parenzo, raffigura un’Amazzone in movimento.

La figura, conservata dal collo fino alle ginocchia, è vestita con una tunica corta e aderente che lascia la parte destra del petto scoperta. Ha il corpo in torsione; doveva tenere un braccio leggermente alzato e l’altro disteso. Le attraversa il petto la cinghia della faretra per le frecce.

Il rilievo sembra realizzato nel marmo bianchissimo proveniente dalla famosa cava del Monte Pentelico in Grecia, non lontano da Atene. Molto probabilmente apparteneva alla decorazione di un sarcofago: scene di Amazzoni in battaglia contro i Greci decoravano spesso i sarcofagi delle officine attiche, che ebbero grande diffusione presso la costa adriatica, specialmente a Salona e ad Aquileia, tra la fine del I e il III secolo d.C..

Pare che il rilievo fosse già rotto quando fu gettato in mare.

Statua di un atleta (Apoxyomenos), II-I sec. a.C., Copia moderna, bronzo, rame

La statua è un raro esemplare di originale greco in bronzo giunto fino a noi. Rappresenta un giovane atleta e riprende un modello scultoreo ben noto e popolare nell’antichità, che fu spesso riprodotto e di cui si sono conservate almeno 13 versioni, tre delle quali in bronzo e le altre in marmo e pietra dura. L’atto di raschiare via la polvere dal corpo con una spatola, lo strilige, divenne un modo consueto di raffigurare gli atleti nell’arte greca. Questa statua, di Lussino, raffigura l’atleta nel momento in cui pulisce lo strigile con il pollice della mano sinistra.

I piccoli dei dalle acque di Grado

I due bronzetti, conservati nelle collezioni del museo triestino, provengono dalle acque di Grado. La presenza dei due bronzetti bene si addice tanto al piccolo altare consueto sulle navi mercantili romane, quanto al culto privato delle abitazioni, dove erano posto in angoli dedicati (larari) a protezione della casa.

La figura femminile seduta viene variamente interpretata come Salus/Igea o Bona Dea; ha nella mano destra una patera per nutrire tre serpenti che le scendono lungo il corpo, animali caratteristici delle divinità salutari e della medicina, così come la cornucopia, simbolo di fortuna e abbondanza.

 

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