MOSTRA “LIBERTY” ALLE SCUDERIE DEL CASTELLO DI MIRAMARE (TS)

Io davanti all’ingresso

Dovete sapere che amo il Liberty (e l’Art Nouveau, e la Secessione Viennese) dai tempi delle scuole superiori, quando la nostra illuminata professoressa di tedesco portò la mia classe a Praga. Mi innamorai della bellezza della capitale ceca, gioiello della Mitteleuropa, e ovviamente trovai innumerevoli riproduzioni delle opere e dei cartelloni pubblicitari realizzati da Alfons Mucha. Da allora, appena ne ho avuto occasione, mi sono circondata di immagini e ninnoli risalenti a quegli anni magici e me la sono presa a morte con chi criticava la mia passione in quanto “pura illusione”, “orpello”, “arte per l’arte (sempre che si possa definire tale)”, ecc ecc.

Visitare la mostra a Miramare mi ha permesso anche di sbugiardare questi “amici”, perché i fini curatori dell’evento hanno stampato cartelli espositivi ricchi di spiegazioni approfondite e dettagliate in merito allo spirito dell’epoca.

Il Liberty -o Art Nouveau- fu un movimento artistico riformatore che promuoveva un’integrazione tra arte e vita di tutti i giorni, ambendo a una “propagazione e a un’intensificazione dell’esistenza” e costituì uno tra i maggiori tentativi di riforma moderna degli stili di vita. Rafforzatosi attorno al 1900 sulla scia di altri movimenti sviluppatisi in precedenza (come l’Art and Crafts inglese), la corrente riformista intese offrire una risposta alle conseguenze negative dell’industrializzazione, sfidandola con una nuova “cultura etica”, ponendo l’accento sulla qualità artistica e manifatturiera nella realizzazione di oggetti di uso comune, proponendo un ritorno alla natura e l’adesione a uno stile di vita sano.

Orologio da tavolo, 1900 circa, Bronzo fuso patinato e smaltato

 

Jardinière con interno in vetro, 1900 circa

I movimenti riformisti trovavano fondamento ai loro principi in teorie biologiche e in concezioni filosofiche della vita, così come in dottrine spirituali occultiste. Tutte idee che gettarono le basi per lo sviluppo del Modernismo artistico, un forte movimento che portò alla rinascita delle avanguardie del Novecento.

In quegli anni nacquero molte associazioni artistiche e riviste d’arte, e si inauguravano esposizioni artistiche a cadenza regolare, determinando così un considerevole aumento dell’utilizzo della stampa per la realizzazione di manifesti e riviste d’arte illustrate.

Nella stampa venne introdotta un’inedita fusione tra contenuti e grafiche di grande raffinatezza formale dove, per la prima volta, si proponeva una sintesi tra caratteri tipografici, elementi decorativi e immagini, tutti improntati alla stilizzazione e al dinamismo.

Job di Alfons Mucha, 1896, Litografia a colori su carta

I manifesti che annunciavano le mostre d’arte e i periodici del settore -come Ver Sacrum, la rivista della Secessione Viennese, e Volné Smery (Libere direzioni) legata all’associazione Spolek Mànes di Praga- divennero l’espressione di una trasformazione di criteri estetici, documentando gli stilemi dell’Art Nouveau così come declinati nei vari centri artistici europei. Queste pubblicazioni ebbero un ruolo chiave nell’introduzione di un nuovo stile di comunicazione visiva caratterizzata da ricchezza di contenuti e nuove idee artistiche.

Ma cosa voleva raffigurare e rappresentare l’Art Nouveau? Il movimento ritrovò nella natura una fonte di bellezza artistica da tempo dimenticata. Gli artisti presero a guardare le forme delle piante e degli animali con occhi nuovi, ammirandone la natura sfuggente, la perfezione formale, così come la loro forza dinamica e vitale. Motivi floreali e zoomorfi si propagarono in tutti i campi delle arti applicate -mobili, manufatti in metallo (come quelli ispirati ai motivi del repertorio di Alfons Mucha), e in particolare vetri e ceramiche.

Questa nuova sensibilità costituì un’importante fonte di ispirazione per i maestri vetrai boemi e le ceramiche realizzate dagli artisti raggiunsero a loro volta livelli di eccellenza. Queste finissime opere, emblematiche della corrente organica dell’Art Nouveau, dimostrano come l’obiettivo degli artisti non fosse solo una mera imitazione dei motivi naturali, ma anche una radicale trasformazione della forma mediante ardite modellazioni dinamiche.

Due fondamentali elementi dell’Art Nouveau e del Liberty furono l’ornamentazione e la geometria.

L’ornamentazione si impose come elemento unificatore tra tutte le arti applicate dell’epoca, pervadendo e dando nuovo spirito a spazi abitativi pubblici e privati.

Le linee sinuose e dinamiche caratteristiche della decorazione Art Nouveau -simbolo di crescita e forza vitale- incarnarono una visione vitalista del mondo inteso come fenomeno creativo eterno e naturale di infinita rigenerazione organica. L’approccio scientifico alla natura, amplificato dalle possibilità offerte da strumenti ottici come il microscopio, i raggi X e la microfotografia, diventarono le fonti principali di ispirazione per l’ornamentazione Art Nouveau.

La formulazione di motivi ornamentali tuttavia non si basava solo sull’osservazione della natura, ma anche sulla consultazione di album di modelli le cui forme potevano essere utilizzate come base per decori più semplici e astratti da comporsi in motivi ritmici e ripetibili all’infinito.

In contemporanea al movimento principale, si sviluppò una nuova corrente artistica che, all’opposto, perseguiva il contenimento e il raffinamento della forma mirando alla precisione ottica e all’eliminazione di ogni elemento superfluo. Questa tendenza verso un rigoroso stile geometrico si andò affermando nelle regioni dell’Europa centrale, dapprima tra gli studenti del corso di Otto Wagner presso la Wiener Akademie di Vienna, tra cui figuravano molti futuri architetti di grande talento, come Jan Kotera, Josef Hoffmann, Leopold Bauer e Pavel Janak. Questi artisti traevano ispirazione dalla rivisitazione delle forme misurate del Neoclassicismo centro-europeo (Stile Impero e Biedermeier), così come dal simbolismo Art Nouveau, in un percorso verso “l’essenza della forma”.

Il nuovo movimento rifuggiva dal realismo e dalla definizione oggettiva. Il simbolismo Art Nouveau esplorava piuttosto dimensioni allusive ed evocative. Attorno al 1900, l’interesse per la resa della sfaccettata psiche umana portò a un approfondimento dei fenomeni occultisti inaccessibili alla scienza e ai suoi metodi.

Molti giovani artisti si avventurarono oltre i confini della coscienza individuale nel tentativo di svelare i più profondi misteri dell’esistenza, studiando scienze esoteriche e partecipando a sedute spiritiche che a quell’epoca godevano della massima popolarità. Nei circoli artistici si diffuse un vivo interesse per la Teosofia, una dottrina che fonda la cognizione dei poteri spirituali occulti su uno studio comparativo dei sistemi religiosi del mondo (ispirati dalle teorie dell’occultista Helena Petrovna Blavatsky). Tra gli artisti cechi, Alfons Mucha, profondo conoscitore delle dottrine teosofiche, diede forma alla sua interpretazione dell’evoluzione spirituale dell’umanità nelle illustrazioni della pregiata edizione di Le Pater, così come nella sua monumentale celebrazione delle popolazioni slave che si apre con un ciclo tratto dalla storia della Bosnia e dell’Erzegovina. Tali dottrine di natura spirituale furono accolte con interesse anche dalla seconda generazione di artisti Simbolisti appartenenti al gruppo Sursum (fondato nel 1910) che contava, tra le sue fila, Josef Vachal e Jan Konupek.

Le Pater

La diffusione di manifesti illustrati come nuova forma di comunicazione pubblicitaria destinata a essere affissa lungo le strade cittadine fu incoraggiata dai cambiamenti in atto nelle città in quegli anni e dal consolidarsi di nuovi stili di vita, nonché dalle innovazioni tecniche della stampa litografica in grande formato.

I manifesti raggiunsero il loro massimo sviluppo nell’ultimo decennio del XIX secolo quando si diffusero anche in ambito artistico.

Medèe di Alfons Mucha, 1898, Litografia a colori su carta

Il processo di emancipazione femminile cambiò il ruolo della donna all’interno della società e portò alla nascita di un nuovo settore di mercato fondato su un orientamento al consumismo della donna borghese. La presenza delle donne nei manifesti pubblicitari non servì soltanto a rendere il messaggio visivo accattivante, ma anche a catturare l’attenzione delle donne stesse, sempre più percepite come un rilevante bacino di potenziali clienti. I manifesti pubblicitari costituiscono dunque delle preziose fonti documentarie per ricostruire i cambiamenti che si succedettero nel settore della moda, dei beni di consumo e nell’arredamento, così come nel campo dello spettacolo, dello sport e della tecnologia.

Corsetto “Radical”, 1905 c.ca, Tela a strisce, merletto eseguito a macchina, nastri e cuoio

La sempre maggiore presenza delle donne in società, in particolare nelle classi elevate, portò a una crescente richiesta di abbigliamento di lusso, e nei primi anni del ventesimo secolo, la necessità di disporre di un guardaroba lussuoso e alla moda determinò la nascita del sistema dell’haute couture in Francia. Il nuovo ruolo della moda come forma d’arte emerse con evidenza nella grande mostra dei salon parigini nell’ambito dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Fu in questa cornice che si presentò la nuova silhouette a “S”, caratterizzata dal vitino a vespa, dal cosiddetto “petto d’oca” e in generale dalla modellazione del corpo femminile secondo il gusto per le forme curvilinee, tipico dell’ornamentazione Art Nouveau. Silhouette che richiamava il corpo della donna, ma che era tutt’altro che naturale per via dell’imperante corsetto il cui uso era anche dannoso per la salute. Oltre a essere specchio dell’emancipazione femminile, la moda Art Nouveau fu anche uno strumento di democratizzazione, in particolare con l’introduzione di indumenti che rispondevano a un principio di praticità, secondo una tradizione e una cultura dell’abbigliamento tipicamente inglese andata affermandosi nei secoli. La crescente popolarità di svariati sport incoraggiò questa tendenza.

Abito da passeggio, 1900 c.ca, Vienna, Merletto irlandese a uncinetto, seta, nastro di raso

Abito estivo da passeggio, 1913 c.ca, Praga o Vienna, Georgette di seta, merletto al tombolo, ad ago e a macchina, ricamo

Abito da pomeriggio in due pezzi, 1902-1903, Vienna, Stoffa, velluto, ricamo, richelieu eseguito a macchina

Per ragioni di spazio, e pensando alla vostra vista, ho deciso di esporre una minima parte delle foto che ho scattato. Il resto potete ammirarlo voi: avete ancora tempo.

La mostra rimarrà aperta fino al 7 gennaio 2018, tutti i giorni con il seguente orario: 9:00/19:00.

Per informazioni, potete telefonare al: 041/2770470

Buona visione!

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RECENSIONE ARTISTICA: “FUORI ROTTA” COLLETTIVA DI ARTISTI PRESSO PROLOGO DI GORIZIA

Mi emoziona sempre molto entrare in una galleria d’arte e osservare una mostra. Sono abituata a partecipare a diversi generi di esposizione ma poco, lo ammetto, a quelli di opere d’arte contemporanea. Ho difficoltà ad apprezzarle, a capirle, addirittura a provare emozioni dinanzi a esse.

Per questo cerco una guida, una figura che mi affianchi durante la visita di queste opere. Rende l’esperienza più stimolante, oltre che compresiva, perché certe creazioni sono linguaggi stranieri e un interprete è essenziale.

“Fuori rotta” è un’idea nata una sera, durante chiacchiere e scambi di opinione proprio qui, nella galleria d’arte di Via Ascoli 8/1. Ne è scaturita la volontà di creare qualcosa di inusuale, mai provato prima.

Paolo Figar è artista figurativo, principalmente scultore. Ha esposto un cane policromatico, con pennellate blu cobalto e colori accesi, e un’altra tela, un’architettura astratta, forme nere con ramage verticali di diverso colore, erba alla base e parti lucide e opache.

Stefano Ornella è un ritrattista realista. Ha iniziato a dare pennellate di un intenso colore magenta ad alcune tele. Non è un colore cui era abituato, ma ha deciso di risolvere la novità tratteggiando un ritratto di Jimi Hendrix psichedelico, con colori molto vivaci e con alcuni tratti picassiani. È quasi uno studio del colore:

Marina Legovini: ha realizzato diversi studi sul corpo. Nel dipinto che presenta, troviamo un soggetto non finito. Doveva essere un equilibrista impegnato in un percorso molto fluido, ma l’artista lo sta ancora studiando. Ci sono colori freddi predominanti e intensi, con un’ampia pennellata di rosso al centro del corpo. A me è sembrata una fiamma, se non uno scatto d’ira.

Lia del Buono: astrattista e incisore di riprese dal vero. Qui presenta l’unico ritratto che abbia mai realizzato.

Francesco Imbimbo, disegnatore e pittore con influenze surrealiste e simboliste, presenta un disegno molto complesso, realizzato su carta con matita, gomma e sfumino: un Giano bifronte con un fiore in bocca:

Lara Steffe: scultrice. Ha portato una delle opere che ho più apprezzato: il volto stilizzato di una donna circondato da rami, garbugli e/o pensieri, scolpito su legno di cirmolo. Ho voluto riprendere anche l’ombra dell’opera, perché la trovo particolarmente suggestiva:

 

Stefano Comelli: scultore, aveva realizzato una performance in una vecchia caserma mezza diroccata. All’ingresso aveva posto un’installazione: un pezzo di vetro con l’incisione della scritta Presenze. Ora l’ha incorniciato e portato qui.

Damjan Komel era in cura per una malattia. Ha scolpito un soggetto inerte, un oggetto medico, una farfalla sulla quale si mette la siringa con la sostanza che contiene la cura che gli ha salvato la vita. Una scultura che rappresenta la sua salvezza, proprio la farfalla con la siringa, posta su una scrivania col cassetto aperto che contiene tante altre farfalle di plastica, di piccole dimensioni, una siringa e un’immagine sacra:

Silvia Klainscek: questo è un suo impianto classico, con figure geometriche, dove la decorazione diventa pittura. Il “fuori rotta”, in questa opera, è che si tratta di un grande disegno realizzato con matita, sfumino, l’uso di squadre e inserti di metallo:

Ivan Crico ha portato una delle sue tavolozze di colore che, con l’aggiunta di un albero e un uomo è diventata paesaggio, un dipinto. Crico è un vero poeta a servizio della pittura:

Alessandra Ghiraldelli ha esposto un’opera composta da diversi quadrati di vetro con foto e grafica.

Franco Spanò: da anni fotografa composizioni di immagini con due o quattro scatti sovrapposti per creare nuove realtà. Qui espone tre fotografie di scale a spirale che provengono da un viaggio e sono frutto di una sua domanda: “Siamo fuori rotta tutta la vita con rari momenti nitidi, o no?”

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RECENSIONE ARTISTICA: “THE SPACE IN BETWEEN” DI MARINA ABRAMOVIC’

97′, 2016

Questo è il viaggio della performing artist più famosa del mondo presso varie comunità religiose brasiliane, iniziato per superare un dolore e divenuto poi la ricerca di un ponte fra arte e spiritualità.

L’ultima volta che sono stata in Brasile ho fatto visita a una sciamana, Denise. Ha osservato le sue rocce meteoritiche per indicarmi da dove provenissi. Mi ha detto: ‘Tu non ti senti a casa in nessun luogo’. Era vero. ‘Non ti senti a casa in nessun luogo’ proseguì, ‘perché non appartieni a questo pianeta. Il tuo dna è galattico. Provieni dalle stelle remote e sei arrivata sul pianeta Terra con uno scopo’. Le ho chiesto quale fosse il mio scopo. ‘Il tuo scopo è quello di insegnare agli esseri umani a trascendere il dolore’”.

Marina Abramović è da sempre una donna e un’artista alla ricerca di qualcosa che vada -solo apparentemente- oltre l’essere umano. Ha incontrato culture e saggi tibetani, australiani, indiani e, in questa occasione, è tornata in Brasile per apprendere da questi posti remoti e da alcune persone particolari, il modo in cui hanno imparato ad attingere energia dall’esterno e da loro stessi, trasformandola e restituendola a chi non è in grado di farlo.

Lungo il percorso incontra diversi medium che accolgono entità nella loro psiche per assisterli e guidarli in operazioni che solo diversi medici specializzati potrebbero eseguire. ‘Ma bisogna avere fede’ asseriscono loro, ‘perché con la fede non esiste dolore’.

Diversi sciamani le hanno proposto l’uso dell’ayahuasca, una potente droga che serve a far uscire da sé tutti i demòni di una vita.

O ancora, una signora centenaria le ha trasmesso regole di vita semplici, figlie del buon senso, tanto immediate e a portata di tutti, da indurre lo spettatore a chiedersi come possa rivelarsi tanto difficile seguirle, dal momento che i risultati positivi si riscontrano chiaramente nelle persone che riescono a metterli in pratica.

Per molto tempo ho spinto i miei limiti mentali e fisici all’estremo. Il vero problema non era il dolore: era molto più importante il concetto. C’è una differenza tra il dolore fisico e quello emotivo. Posso tollerare il dolore fisico, posso controllarlo. Il dolore emotivo è quello che mi pesa di più”.

Dona Flor, una guaritrice, si lascia andare a un lungo monologo, durante il quale racconta di essere analfabeta, di provenire da una famiglia povera e di aver cresciuto, allattato e allevato tanti figli propri e altrui. E’ diventata guaritrice per necessità: quando era solo una bambina, una zia ebbe un attacco epilettico e svenì. Lei, impaurita, chiese alla madre di aiutarla e questa le rispose di no, che poteva farlo lei. Flor prese una zappa, un machete e un sacco e si inoltrò da sola nel bosco, dove si fermò a osservare. Iniziò a capire, in modo inspiegabile razionalmente, cosa potesse funzionare per sua zia e cosa no. Asserisce: ‘E’ questione di intuizione, bisogna seguirla. Quando ti trovi nella foresta devi usare gli insegnamenti di Dio. Sai dirmi da dove arriva questa intuizione? È una cosa che io non so spiegare. Quando ho una sensazione io la seguo e basta, ma là fuori c’è qualcuno che mi insegna a farlo. Ho un maestro spirituale, ne sono certa. È con lui che comunico. Non mi interessano i soldi. Mi interessa migliorare la vita e la salute delle persone. Se tutti lavorano e sono in buona salute, per me è sufficiente. Significa che tutti si evolvono. Bisogna vivere secondo la fede, bisogna essere preparati e calmi, senza rabbia, conflitti e senza cattivo umore. Non posso fare questo lavoro se non mi sento bene: non percepisco i messaggi se non li percepisco sono inutile, non posso dire nulla. In questo momento li ricevo. C’è qualcuno che mi sostiene’.

Denise Maia, una maestra spirituale, racconta: ‘Io appartengo a un clan. Ogni generazione del clan ha la responsabilità di accrescere e concretizzare le conoscenze dei propri antenati con lo scopo di adattarle allo stadio attuale dell’evoluzione umana. Tutti i genitori sono colpevoli, perciò finiamo per generare dei modelli di comportamento eterni, perché il nostro bambino interiore è traumatizzato da qualsiasi atto violento subito in passato. Qui nella nostra scuola abbiamo eliminato questa responsabilità genitoriale e sociale. Abbiamo smantellato l’intero sistema di credenze che ipnotizza la nostra consapevolezza. Quando si accetta la propria vera natura, se ne rimane impressionati. Si prende coscienza che dentro di noi c’è una persona che non conosciamo. Comincia una storia d’amore con noi stessi. Si ottiene una comunicazione libera dalla tirannia. Quando si acquisisce questa natura, si diventa incapaci di violenze contro qualunque cosa nell’universo, perché il fondamento della nostra natura è l’amore’.

Abramovic’ conclude ricordando che il Brasile è per lei un territorio noto. Diversi anni prima l’aveva già percorso, fin nelle viscere della terra, alla ricerca di minerali. Faceva impazzire i minatori con le sue richieste: ‘Lasciatemi sola con le pietre, voglio che mi parlino’; ‘Rimarrò stesa su un lettino, accanto ai minerali, finché non capirò cosa fare’; ‘Voglio costruire delle scarpe con questi specifici minerali’. E loro: ‘Ma signora, come farà a camminare con delle scarpe così pesanti?’ ‘Queste scarpe non servono per camminare: sono scarpe per un viaggio della mente’.

La natura è già perfetta senza di noi. Abbiamo bisogno dell’arte nelle città. Ci serve l’arte nelle città, dove gli esseri umani non hanno tempo, nelle città che sono inquinate. Nelle città dove c’è troppo rumore. Dobbiamo attingere esperienze dalla natura e trasmetterle nelle città.

Ho sempre creduto che l’arte abbia la funzione di ponte. Per collegare persone di diversa estrazione sociale con diverse fedi religiose, diverse razze. Ma è anche un mezzo di comunicazione tra il mondo fisico e il mondo spirituale, oppure semplicemente, tra due esseri umani.

Credo che questo viaggio sia stato molto importante per me, non solo per trovare nuove idee, ma anche per aprire la mia mente a qualcosa di diverso. Al mio ritorno, alcuni pezzi del puzzle hanno trovato posto in un immagine molto chiara e luminosa. Ho capito che devo dare al pubblico gli strumenti per sperimentare il proprio Io. Io devo solo mimetizzarmi, devo fare come da guida, perché io mi esibisco sempre davanti al pubblico, sono legata a esso, è il mio specchio e io sono lo specchio del pubblico.

Tutti hanno vissuto dei traumi, tutti provano solitudine, tutti hanno paura della morte, tutti soffrono. Io dono loro una parte di me stessa e loro donano a me una parte di se stessi. L’unico modo in cui possono capire a livello profondo in cosa consiste la performance è facendo il loro viaggio personale”.

Questo lavoro di Abramovic’ sembra molto diverso dal famoso “The artist in present”, ma io lo vedo piuttosto come un suo proseguimento naturale.

Marina Abramovic’ per me non è più “solo” un’artista. Gli artisti sono molto importanti in ogni cultura, perché sono liberi -quando sono veri artisti, si intende- e di conseguenza si muovo oltre il quadrato della razionalità, lungo il suo bordo e anche all’esterno, spingendosi talvolta così lontano da non riuscire più a fare ritorno. Tuttavia, con la loro capacità visionaria, riescono a smuovere in noi percezioni, sensazioni e passioni sopite, dimenticate, oppure fanno germogliare idee.

Abramovic’ si è spinta molto lontano con le sue ricerche, eppure torna sempre da noi, il pubblico, per mostrarci ciò che ha trovato.

Alcuni possono pensare che sia una folle, ma io vi invito a guardare alle sue opere senza preconcetti e pregiudizi. Non c’è bisogno di credere a ogni parola che dice, a ogni immagine che ci propone. I suoi sono concetti e possiamo eliminare molti elementi dalle sue performance. Però provate a lasciarvi andare e a coglierne l’essenza.

Allora qualcosa cambierà.

Buona visione.

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