VIAGGIO DALLE CASCATE DI KOT A PULFERO, NELLE VALLI DEL NATISONE

Il giorno dopo il mio compleanno, ho voluto organizzare una gita fuori porta con tanto di pic-nic e sono molto soddisfatta del suo esito, nonché di aver scovato posti nuovi, estremamente interessanti, con alcuni aspetti da approfondire.

Siamo partiti dalle Cascate di Kot, alle quali si giunge arrivando nel paese di San Leonardo e percorrendo un sentiero di circa 600 metri. Ci vogliono circa 20 minuti a piedi, attraversando pietre talvolta grandi, sconnesse e scivolose, ma ne vale la pena, perché la cascata più alta (12 metri), anche quando l’acqua è poca, resta incantevole:

La cascata di Kot

Tornando indietro, alla ricerca di uno spiazzo dove consumare il nostro pic-nic, abbiamo trovato il posto adatto accanto al magico torrente Erbezzo, circondati da una flora e un boschetto che ci hanno lasciato a bocca aperta:

Abbiamo attraversato un bosco di forra dominato dal carpino bianco, accostato da tigli selvatici, frassini maggiori e aceri campestri. Mi ha colpita in particolare questa pianta:

In seguito ho scoperto che si tratta di una pianta rara, che cresce in pochi luoghi, con un microclima particolare. Ha diversi nomi: Erba bonifica, Ruscolo maggiore, Linguette, Bislingua (in latino Ruscum Hypoglossum). Appartiene alla famiglia delle Asparagaceae, è perenne. Ha delle ramificazioni fogliari particolari, per cui sembra che su una foglia ce ne siano due e sotto la più piccola, posta sopra la grande, cresce una bacca di colore rosso-vivo scarlatto. Si resta affascinati dalla sua particolarità.

Fra le piante presenti c’erano anche il Geranio nodoso, il Veratro nero, l’Asarabacca, la Scolopendria comune e il Pungitopo:

Dopo aver trascorso più tempo possibile nel bosco, anche stesa, con gli occhi rivolti in su:

Ci siamo diretti verso Pulfero, dove ho fatto delle grandi scoperte, come la Casa Raccaro:

E il Castello di Ahrenberg:

Purtroppo nessuno di questi luoghi era visitabile, tra le chiusure causate dal Covid-19 e le ristrutturazioni, ma questo non mi ha impedito di ammirare quello che avevano da offrire e soprattutto di prendere appunti per il futuro, o per contattare le associazioni del luogo, dal momento che c’è davvero tanto da indagare.

Il luogo é molto importante per la tradizione locale in quanto sede della vicinia grande di Antro, sede delle riunioni della banca di Antro. L’intera comunità delle valli del Natisone era rappresentata dalle due banche di Antro e di Merso, che si riunivano in arengo, nella piazza di San Quirino (nei pressi di San Pietro al Natisone), composto da due sindaci, due decani e due giurati detti Grandi, uno per convalle. Ogni banca si radunava in Vicinia grande per trattare gli affari di competenza. La complessa prassi scomparve verso il X secolo. Gli scavi archeologici, nel 2003 hanno riportato alla luce i resti di un castello, pochi metri a nord di Biacis. Un castello di cui è conservata una torre e resti di mura.

Non lontano si trova una lastra di origini celtiche. Presenta diverse incisioni e sul vecchio basamento furono ritrovate delle monete. Probabilmente erano state poste lì con gesto propiziatorio. Attorno alla lastra si riunivano i capifamiglia per discutere dei problemi della Vicinia e i giudici della Banca di Antro.

Nella Casa Raccaro, invece, sbirciando dalle finestre e porte, ho scoperto dati interessanti: anzitutto la lingua autoctona, il Nediško, che i locali cercano di difendere dall’estinzione con le unghie e con i denti, rivendicandone l’importanza per la tradizione della loro terra e cercando di lottare contro chi la vorrebbe identificare come un qualsiasi dialetto sloveno.

Vecchie case di Pulfero

Ho poi trovato la Camera di San Giacomo, una camera da letto con il letto, detto “lettiera”, molto particolare, in quanto sopra di esso veniva posto un primo materasso piuttosto rigido, confezionato con il rustico tessuto “bercando”, al quale venivano sovrapposti uno o più morbidi “piumazzi”, le lenzuola, e il “cussino” o “cervelliera”, un cilindro di stoffa imbottito della larghezza del letto, atto a sostenere la testa. C’erano poi i “cussinelli”, piccoli cuscini di norma rettangolari confezionati con stoffe aventi una più o meno spiccata valenza decorativa. Le coperte e la coltre, quasi sempre a colori vivaci, erano anch’esse decorate. Le lettiere che si potevano trovare nelle locande potevano variare a seconda dello status sociale e del censo degli ospiti. Normalmente, la lettiera era dotata di una cortina con l’evidente scopo di creare una sorta di schermo tra il dormiente e l’ambiente circostante dal momento che la camera da letto di una locanda spesso era zona di passaggio e condivisa con altri clienti. Sotto la lettiera quasi sempre era infilata la cosiddetta “carriola”, una piccola lettiera provvista di ruote che si estraeva all’occorrenza, solitamente per il servitore personale che normalmente dormiva nella camera del suo padroni. I lati lunghi erano invece occupati da predelle, utili per salire sulla lettiera, ma più spesso da cassoni, che a questa funzione abbinavano anche quella di conservare la biancheria.

Nella camera, oltre agli arredi presenti, c’erano scranni a tre gambe con dorsale sagomato e “armario”, tavole, “cattedre” de paleis, ovvero sedie impagliate provviste di braccioli, sedili che garantivano una certa comodità e quindi adatti per la lettura e la conversazione.

Tutto ciò mi ha fatto pensare che la Casa Raccaro contenesse altri tesori e infatti, dalle indicazioni:

Ho capito che ci deve essere anche un Laboratorio tessile e, al piano di sopra, un ampio spazio dedicato al Pust e alle sue maschere, ovvero il Carnevale delle Valli del Natisone. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Abbiamo salutato il posto rinfrescandoci sotto una fontana bellissima, con l’effige e il volto dell’imperatore Francesco Giuseppe, due turchi e una quarta figura misteriosa che non sono riuscita a decifrare.

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RECENSIONE: “MERLETTI E RICAMI DI WAGNA – GLI SCHEMI RITROVATI DI EMMA E PIA, MAESTRE IN GUERRA”

Nuova S1, 2018

Ogni volta che esce un nuovo libro che riscopre le vicende di donne valorose che rischiavano di perdersi tra le fitte trame del tempo, io mi commuovo. E chi mi conosce, sa quanto sia difficile sorprendermi.

Nel caso di questo saggio, lo stupore e la felicità si moltiplicano perché l’autrice non soltanto ha ritrovato documenti e fotografie rare, ma l’argomento principale di queste pagine è il merletto a fuselli, tecnica artigianale e artistica di rara bellezza che io stessa pratico da più di sei anni.

Non è un caso che sia stata proprio Rosita d’Ercoli a comporre questo saggio: è una maestra merlettaia e una straordinaria divulgatrice della storia del merletto. Per decenni insegnante della Scuola di Merletto di Gorizia, oggi presta la sua preziosa conoscenza all’interno dell’Associazione “Fuselliamo” di Gradisca d’Isonzo, che stampa l’omonima ricercata rivista semestrale, ambitissima tra le merlettaie di tutta Europa (e di una buona fetta di mondo).

Il saggio narra la vicenda di due vite che si intrecciano, quelle di Emma Kočevar e Pia Degressi, due maestre merlettaie originarie di Idria (Slovenia) e Isola (Istria), all’epoca della loro giovinezza. I destini delle donne, due autentiche pioniere dell’emancipazione femminile, in quanto insegnanti e, nel caso di Emma Kočevar, itineranti, che si trovano nel campo profughi di Wagna, in Austria, centro di raccolta degli sfollati del litorale austriaco durante la Prima Guerra mondiale.

A Wagna, le due insegnanti formano per anni centinaia di merlettaie e ricamatrici. Emma Kočevar come maestra e Pia Degressi come assistente, dettaglio che non le aggrada, essendo figlia di una maestra merlettaia dirigente della Scuola di Merletto di Isola, e sua naturale erede. Tuttavia, il legame tra le due donne prende il volo anche grazie alle straordinarie qualità di Emma, conoscitrice di diversi idiomi, grande divulgatrice e organizzatrice, indipendente e inclusiva allo stesso tempo.

Rosita d’Ercoli ha compiuto ricerche decennali sull’argomento e sulla biografia delle due maestre e il destino l’ha guidata passo passo fino al ritrovamento dei parenti delle due donne, i quali hanno conservato preziosi cimeli novecenteschi: disegni per il ricamo delle borsette con perline e merletto, fuselli, tomboli, cestini, campioni e alcune borsette originali, come questa:

Borsetta con perline della famiglia di Simona Matarazzo

Immaginate la felicità di una maestra merlettaia e di una conoscitrice così appassionata come d’Ercoli, alla vista di questi tesori? Se non ci riuscite, oppure se volete vederli fotografati, non esitate a leggere questo saggio avvincente, che vi trasporterà nei primi anni del Novecento, in un periodo bellicoso e difficile per la sopravvivenza quotidiana, ma che nel caso del campo profughi di Wagna è stato illuminato da due donne forti e indipendenti, capaci di sostenere economicamente e psicologicamente centinaia di fanciulle e donne, preoccupate per le sorti dei loro uomini e delle case abbandonate, della dura quotidianità e del proprio futuro, attraverso l’apprendimento di tecniche artigianali uniche e preziose, che sarebbero state loro d’aiuto sia durante quei difficili anni di guerra, sia successivamente, per la ricostruzione di una nuova vita con la famiglia riunita.

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Progetto #1: Maglia/Uncinetto

Iniziamo l’anno in bellezza:

Questa foto rappresenta molte cose: la mia passione per i lavori artigianali con i filati, una lunga tradizione familiare femminile, l’etica ecologica e il senso della bellezza per i prodotti di qualità, lunga durata e soprattutto realizzati sul proprio corpo.

Il filato che ho scelto per questo progetto è cotone colore verde acqua, ma non si tratta di gomitoli nuovi, acquistati in un negozio, bensì di un vecchio maglione di mia suocera. Lei non lo usava più, perciò, anziché essere gettato, ho pensato di prenderlo, disfarlo, ottenere dei gomitoli e ripartire da zero per la creazione di qualcosa di completamente diverso.

Ho realizzato entrambi i progetti seguendo l’ispirazione, niente schemi preconfezionati. E infatti… ho dovuto lavorare e disfare svariate volte, a cominciare dalla canotta, che, avviata sui ferri circolari non in maniera lineare, si è attorcigliata su se stessa (sic!). Perciò, una volta giunta agli scalfi (zona ascellare) ho dovuto disfarla completamente e ricominciare daccapo.

Ho realizzato la sciarpina a uncinetto con punto ventaglio e ho aggiunto otto perline su ciascuna delle “conchiglie” sui bordi.

Questo è artigianato.

Questo è il frutto dell’ispirazione.

Questo è l’amore per la natura e la voglia di limitare gli sprechi.

Questa è una tradizione familiare.

Questo è un modo per imparare la pazienza e la perseveranza.

Questo è il mio “e” di www.arteculturae.it

Buon Anno a tutti!!!

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