RECENSIONE: SPECCHIO DELLE MIE BRAME – LA PRIGIONE DELLA BELLEZZA

Einaudi, 2002

Dai, cominciamo bene questa giornata, con una bella recensione al vetriolo…

Perché al vetriolo? Perché ho l’accortezza di evitare di recensire libri che non mi piacciono -ritengo che sia una pratica di buona educazione quella di non infliggere dolore a una collega o a un collega scrittore, che hanno dedicato tempo, dedizione e cura per la loro opera- ma quando trovo testi divisivi, mi sento profondamente stimolata. “Specchio delle mie brame” è divisivo e adesso vi spiegherò perché.

Partiamo dal presupposto che adoro la filosofa Maura Gancitano: da quando la vidi, per la prima volta a Otto e Mezzo, il programma di Lilli Gruber su La7, mi innamorai di lei. Era lì, seduta davanti alla conduttrice, completamente vestita di nero, con i capelli lucidissimi tirati indietro, il viso dalla pelle di porcellana -e non a causa del botox, ma per dono di Madre Natura e la sua dedizione allo skin care- un rossetto appena accennato e questi occhi grandi grandi, che esplorano il mondo, che bramano conoscenza. Avrei scommesso che si trattasse di una figlia di Sophia prima ancora di sentire la sua presentazione!

Negli anni, ho continuato a seguirla, anche attraverso il suo progetto Tlon, condiviso col marito, e trovo spesso spunti molto interessanti, riflessioni che lascio sedimentare e sulle quali torno. Potevo, quindi, lasciar perdere questo libro gioiello, sia per contenuti che per la copertina della straordinaria illustratrice Elisa Seitzinger? Assolutamente no! Anzi, l’ho preordinata, anche per ricevere la cartolina che vedete nell’immagine, in modo da poter ascoltare i podcast della stessa Prof.ssa Gancitano.

E dunque, entriamo nel merito: la filosofa racconta una buona fetta della storia della bellezza, accompagnandola ad esempi di vita vissuta, sua personale, di sua figlia adolescente e di donne famose, come la modella Emily Ratajkowski e l’attrice Demi Moore. Coinvolge moltissimo la lettrice e il lettore, perché induce a riflettere sui mutamenti dello sguardo, sul modo che l’essere umano ha di giudicare la bellezza, mosso soprattutto dal condizionamento dei mass media e dei progetti imprenditoriali.

Ri-scopriamo così che siamo schiave e schiavi della bellezza, rileviamo le ragioni profonde dei nostri pre-giudizi sulla bellezza e ci accorgiamo che le conseguenze non ricadono solo sulle donne (in primis) brutte -i maschi se la passano sempre meglio, anche in questi casi- ma anche su quelle belle, che non vivono esattamente un’esistenza libera e autentica, almeno fino a quando non si liberano dal giogo che le tiene avvinte. Stiamo parlando di modelle che rappresentano donne oggetto e per questo sono costrette, anche per contratto, a restare a lungo magre e belle, a sottostare alle richiese di aziende di moda, di cosmetici e di profumi. Oppure pensiamo alle attrici, anche loro incastrate in ruoli spesso ripetitivi. Per la Moore, ad esempio, c’erano registi sconvolti nel trovare copioni in cui lei dovesse recitare senza mostrarsi nuda. Ma come? Associamo Demi alla nudità! (Ma anche no, aggiungo io).

Insomma, in questo libro avrete modo di indignarvi molto, ma ora arriviamo al punto divisivo: io non mi ci sono ritrovata dentro questo testo. Non c’è materiale per me, a parte la conoscenza nozionistica, perché io con la bellezza ho sempre avuto un bel rapporto e niente affatto complessato.

Io a 20 anni

Per spiegarvi le ragioni, non posso che partire da questa mia foto: avevo 20 anni e l’unica nota artificiale, acquistata in una profumeria, sono le lenti a contatto viola. Le avevo prese sia perché il mio colore preferito è questo, e lo si vede anche dall’ametista che porto al collo, sia perché non avevo mai usato delle lenti colorate ed ero molto curiosa. Per il resto, i capelli lunghissimi li tenevo perché li adoravo e mi ricordavano Queen Millennia, la protagonista di un vecchio cartone animato giapponese, Galaxy Express 999. Ho sempre adorato Millennia. Ma erano anche un omaggio alla bisnonna paterna: la mia nonna, Baba Jula, mi raccontava sempre che lei e sua sorella intrecciavano i capelli della mamma in due lunghissime trecce da Raperonzolo, che lei poi nascondeva sotto il fazzoletto. Quanto all’outfit, per anni sono stata un po’ gotica e un po’ metallara. Sì, sembra strano: capelli colore del grano, pelle chiara, sorridente, però mi piaceva lo stile opposto. Anche qui c’è una spiegazione razionale, ma non voglio scendere in particolari, perché finirei troppo al largo rispetto al tema in questione.

La bellezza.

Mi sono sempre piaciuta e crescendo, quando il mio corpo iniziava a trasformarsi, vuoi per gli ormoni, vuoi per la gravidanza, vuoi per la mia golosità, soprattutto in fatto di dolci, questa immagine di me che vedete mi è sempre rimasta impressa nella mente, come un monito: se Madre Natura ti ha dotata di queste fattezze e di questa forma a clessidra, perché dovresti sputarle addosso? E non l’ho fatto. Certo, ho avuto le mie cadute, anche di recente: con l’università la fame nervosa non si è fatta mancare, ma poi torno sempre al punto di partenza, che è il più forte di tutti. Essere fedele a me stessa!

Non si tratta di prendere l’immagine di una persona in particolare. Io non potrò mai, per esempio, assomigliare in tutto e per tutto a Queen Millennia, perché lei era longilinea, invece il mio corpo somiglia più a quello di una pin-up. Da lei ho preso solo la passione per i capelli lunghi, ma neppure quelli posso tenere, superati i 40, non me la sento. Tuttavia mi prendo cura del mio corpo, cerco di non affaticarlo con chili in più, col cibo spazzatura, non esagero con i miei adoratissimi dolci e faccio del mio meglio per stare in movimento, nonostante uno stile di vita che spinge a tenermi ancorata a una sedia, davanti ai libri. Pratico Yoga e meditazione da casa, in modo costante e curo pelle, trucco e parrucco!

Io oggi

Mi dovrei sentire schiava del sistema per questo: no! Non c’entra nulla quel che il mainstream vuole da me, in quanto donna. Qui c’entro solo io, che il concetto di bello lo amo da sempre. Voglio semplicemente onorare quel che mi è stato dato alla nascita e di questo non posso sentirmi in colpa.

In più, c’è la questione della salute. Non una questione di poco conto, vi pare? Nel libro, la filosofa suggerisce che ci siano molte dietiste che non sono d’accordo col fatto che magro = salute. Al contrario, io posso portare l’esempio di fior di dietiste e medici che dicono il contrario, ma non entriamo in questo vespaio, perché ci sono bastati due anni di pandemia, per capire quanto i medici ragionino in maniera divergente. Dirò solo che io alla salute tengo ancora più della bellezza, e quindi, soprattutto da quando ho messo al mondo mio figlio, ho deciso di lavorare assiduamente sulla prevenzione. Mi sono chiesta: come posso fare per mantenermi in salute e attiva, per il mio bene e quello del mio bambino, che voglio seguire al meglio? Tutte le risposte me le ha date il Dott. Franco Berrino. L’ho conosciuto attraverso la rivista Yoga Journal e da anni divoro i suoi libri e lo seguo on-line. La sua esperienza clinica è pressoché infinita -ci credo, si sta avvicinando ai 100 anni!- e si è occupato proprio di prevenzione dalle malattie degenerative e dai tumori, nonché ha curato le persone malate anche attraverso il cibo e lo stile di vita. E sapete cosa è successo, da quando ho ripreso a seguire il dottore con maggiore fedeltà? Che non mi sono mai sentita meglio. Sono sempre lucida, energica, la mia pelle splende, ho il ciclo regolare e puntuale come un orologio svizzero e un unico “effetto collaterale”: sto dimagrendo! Sì, se anche durante questo ultimo inverno la mia bilancia aveva cominciato a salire, grazie alla mi ansia da prestazione universitaria, che mi portava a mangiare spesso e male, finalmente sto tornando al mio peso forma.

La questione è semplice: più ti prendi cura della tua salute, più bella e a tuo agio ti senti.

Però questo non l’ho trovato scritto nel libro. Si parla molto di accettazione, di liberazione dal diktat del pensiero unico e sono tutte questioni con le quali concordo, ma se si agisse proprio sul tema della prevenzione, non sarebbe meglio? Voglio dire, si prenderebbero due piccioni con una fava, no?

Allora non posso concordare pienamente con questa citazione:

“Nutriamo moltissimi pregiudizi nei confronti delle donne bellissime. Ci illudiamo che, per il semplice fatto di incarnale un ideale, siano anche persone felici. Ed Diener e Martin Seligman, al contrario, hanno rilevato che esiste una corrispondenza minima tra bellezza e felicità: le persone molto felici sono altamente sociali e hanno relazioni romantiche e amicali più forti, ma non fanno più esercizio fisico delle altre, non sono più belle, non hanno una vita religiosa più intensa né accadono loro fatti significativi migliori. Quel che le persone felci hanno di diverso è, in realtà, un sistema di emozioni funzionante che può reagire in modo appropriato agli eventi della vita. Il nostro quoziente di bellezza, quindi, non ha davvero il potere di migliorare la nostra vita, e il mito della bellezza può provocare sofferenza e infelicità in chiunque, anche in chi pensiamo sia stato baciato dalla fortuna”.

Invece io ritengo che una persona bella, o che faccia del suo meglio per esserlo, può avere proprio tutto: emozioni funzionanti, amici, spiritualità feconda, ecc ecc. Perché, ahimè, continuo ad associare la bellezza alla salute, e non mi ritengo una pessima persona per questo motivo: ci sono fior di studi che confermano quanto ho descritto di me, in primis, ovvero che, se ti prendi cura della tua salute, a tutti gli effetti risplendi, stai bene, sei più lucida e di aiuto verso il tuo prossimo. Hai energie da vendere, insomma.

E ancora:

“Non può quindi essere un caso se la malattia della bellezza sia cresciuta con il crescere dei canali di comunicazione. Non è infatti una bellezza che stimola, quella a cui siamo abituati, ma che colpevolizza. Non ti spinge a formulare nuove domande, ma ti schiaccia sui soliti arrovellamenti del pensiero. Ti fa credere di non essere abbastanza, ti costringe a tenere lo sguardo fisso sui confini del tuo corpo”.

Ma anche no! Se tu levi, anche per un po’, lo sguardo dai social e lo interiorizzi, troverai mille tesori. E se torni all’esterno e ti guardi allo specchio, lasciando scorrere il pensiero liberamente, potrai interrogarti su cosa c’è di bello in te e come mantenerlo. Perché tutti abbiamo una parte bella, una meno bella e una decisamente brutta. Se impari a conoscerti e a far emergere il bello, poi, francamente, il tuo corpo te lo scordi pure: se stai bene dentro di esso, sei libera di spiccare il volo con maggiore facilità. Il volo del pensiero, della creatività, di tutto. E questo la filosofa può confermarlo, se lei stessa scrive di tutte le crisi avute durante conferenze e presentazioni di libri, al pensiero “ma sto bene? Questa giacchetta mi tira troppo in vita? ecc” Se smetti di avere questi pensieri perché, a monte, hai sciolto tutte le problematiche, poi al corpo non ci pensi davvero più.

E potrei continuare ancora, però mi fermo qui, è più che sufficiente.

Se mi è piaciuto il libro? Lo sto recensendo pubblicamente, quindi sì.

Lo trovo utile? Assolutamente sì, soprattutto per le adolescenti che si approcciano quotidianamente ai social e per le adulte che vivono spesso delle crisi.

E’ esaustivo? No, perché avrei inserito anche le voci di donne come me, che nel proprio corpo e con la propria estetica, si trovano benissimo. E tuttavia la filosofa lo scrive chiaramente, che il libro non può essere esaustivo, data la vastità dell’argomento.

Da parte mia, posso solo dire di rifletterci profondamente e di partire non tanto dalla bellezza, che è ovunque, tanto dentro quanto intorno a noi, ma dalla salute.

La salute, amiche e amici. Il resto seguirà naturalmente.

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Rivista culturale “Sotto il Vulcano” di Feltrinelli Editore

Rivista culturale “Sotto il Vulcano”, Feltrinelli editore, #1 e #2

Negli ultimi vent’anni non ho fatto altro che dispiacermi per l’assenza di una rivista culturale che riflettesse i miei gusti. Ne ho passate in rassegna tante -e non farò i nomi, perché sono una persona educata- ma nessuna riusciva a soddisfare le mie poliedriche necessità. Avevo bisogno di leggere le riflessioni degli scrittori e degli intellettuali contemporanei, ma volevo anche gettare uno sguardo sull’attualità e sulla situazione geopolitica. Anelavo anche alle discussioni tra filosofi e scienziati, così come a divagazioni di genere artistico, fumettistico e, non da ultimo, avrei apprezzato molto anche la presenza delle poesie, che vengono così snobbate dal mainstream.

Potete immaginare la mia sorpresa, quando ho scoperto l’uscita de “Sotto il Vulcano”, la rivista trimestrale dell’editore Feltrinelli. Devo essere sincera: non ci credevo. Di primo acchito mi dicevo che sarebbe stata l’ennesima delusione, e infatti ho preso l’ultima uscita, la n° 2. Inutile cominciare una collezione, se fossi rimasta bruciata anche da questa lettura frettolosa. Invece mi sono piacevolmente ricreduta e no, non è stata una lettura frettolosa: non solo ho letto e riletto gli articoli di “Metamorfosi”, il tema scelto per la seconda uscita, ma ho mandato degli estratti alle mie amiche, per discuterne e sono sorti dibattiti profondamente interessanti e profondi. Proprio quello che mi mancava, e che continua a mancarmi… lo so, lo so, sembra che io abbia il dilemma della coperta troppo corta, che se la tiri da un lato ti scopre i piedi, e se la tiri giù, prendi freddo alla gola, ma realmente: sono l’unica letterata che sente la mancanza di luoghi di aggregazione in cui parlare di questi argomenti? Arte, scrittura, disegno, fumetto, filosofia, geopolitica, storia, narrativa di viaggio, poesia, ecologia, ecc? La risposta è no e lo so perché non vivo dentro una torre d’avorio, sotterrata dai miei amati libri, ma dialogo con le persone, e per carità, molte di esse sono prese dal tran tran quotidiano, dalla necessità di portare il pane a casa -viviamo una crisi economica ormai ventennale!- e dalle conseguenze psicologiche della pandemia di Covid-19, ma la sete di cultura e intellettuale, chi più, chi meno, ce l’hanno tutti.

Anzi. Anzi… la pandemia prima, le guerra ucraino-russa poi, ci ha resi tutti spossati e assetati di risposte. “Sotto il Vulcano” non ha certamente la tracotanza di giungere a questo, di offrirci tutte le chiavi per le soluzioni ai nostri problemi. Nessuno può farlo, ma è una bussola potente, perché ci permette di orientarci nel mondo, a specchiarci in quello che siamo diventati.

Ho comprato anche il n° 1 della rivista, il cui titolo è “Cronache dal mondo nuovo”. Tra questo titolo, e il seguente, “Metamorfosi”, appunto, c’è un filo conduttore, una narrazione che ci porta a un viaggio dentro il mondo, ma anche dentro a noi stessi. Gli autori hanno fatto un lavoro mirabile, per indurci alla riflessione e alla reazione rispetto al “New Normal” nel quale ci stiamo faticosamente abituando a vivere. Parlo di: Ilaria Gaspari, Fabio Genovesi, Francesca Mannocchi, Telmo Pievani, Igiaba Scego, Chiara Valerio, Walter Siti, Jonathan Bazzi, Fumettibrutti, Paolo Giordano, Elvira Mujčič, Katja Petrowskaja, Davide Toffolo, Nicla Vassallo, Banana Yoshimoto e molti, molti altri.

Non posso che ringraziare l’editore, i curatori dei primi due numeri -Helena Janeczek e Melania G. Mazzucco- e tutti coloro che hanno contribuito a redigere questa rivista, perché mi hanno fatta finalmente sentire nel mio elemento, mi hanno offerto la possibilità di avviare discussioni con le mie amiche e di interfacciarmi a spaccati di vita lontani al mio spazio, ma non dal mio tempo (Afghanistan e Bosnia, solo per citarne due), cosa che non avviene nel quotidiano, né in tv, né sui social e men che meno nella realtà.

Ecco, adesso manca il passo successivo: creare un luogo di aggregazione in presenza, per continuare a dialogare.

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Doppia recensione di due saggi sulle donne filosofe

Torno sul mio blog dopo qualche mese dedicato all’università: come potete immaginare, se si desidera conseguire una laurea triennale entro i tempi giusti, bisogna dedicare moltissimo tempo allo studio. Certo il mio pensiero vola al mio blog culturale e voglio continuare a nutrirlo. Per questa ragione, ho stilato un piano editoriale -il primo della mia vita!- e voglio tentare di seguirlo scrupolosamente, in modo da far uscire un post almeno due volte al mese.

Spero che questa nuova idea vi piacerà.

Nel frattempo, studi universitari o no, continuo a leggere testi di mio gusto, in parallelo, perché non posso farne a meno. Sono così affamata di libri da essere perfettamente consapevole del fatto che non basterà una sola vita per soddisfare tutto questo appetito. E allora ho portato a termine due letture che, proprio le lezioni di Storia della Filosofia Antica del Prof. Salvatore Lavecchia, mi avevano stimolato. In effetti, mi sono chiesta: per quale ragione, nei testi bibliografici, si parla così poco delle donne filosofe dell’antichità, che pure ci sono state? Per la penuria di informazioni che le riguardano? Certo, ma è impossibile che nessuno se ne sia occupato. E infatti avevo ragione, e grazie a un’altra professoressa, Laura Casella, ho potuto approfondire l’argomento leggendo:

Filosofe maestre imperatrici – per un nuovo canone della storia della filosofia antica,

a cura di Maddalena Bonelli, Edizioni di Storia e Letteratura, 2020

Nel saggio c’è la conferma della presenza di molte donne filosofe in epoca antica e si trova anche la conferma della loro evanescenza. La ragione? “Le fonti che riportano i nomi, gli aneddoti e gli scritti delle filosofe, sono più o meno gravemente viziate da pregiudizi di genere svalorizzanti”.

Nonostante questo, le fonti ci sono, e ci presentano diversi dati interessantissimi e molti altri che andrebbero approfonditi. Considerate che già Platone, nella Repubblica, afferma che alcune donne sono candidabili al ruolo di guardiano della città e, come ben sapete, tale ruolo doveva essere ricoperto da un vero e proprio filosofo. Ne consegue che, secondo uno dei padri della filosofia antica, una donna, se ben istruita, poteva governare un’intera città. Un ragionamento che costò a Platone innumerevoli critiche.

Eppure la sua idea non era rivoluzionaria: ben 2500 anni fa, già Pitagora aveva aperto lo spazio filosofico alle donne. In particolare, la storia delle donne pitagoriche si divide in due fasi: le pitagoriche antiche dell’età arcaica e classica e le neo-pitagoriche di età ellenistica e imperiale. Tra le prime, troviamo discepole dirette di Pitagora e dei suoi seguaci, che vissero nella Magna Grecia. Tra di esse ci furono la madre del filosofo, Pitai, la sorella, la moglie Teano e le tre figlie: Myia, Damo e Arignote, nonché la nipote Bitale. Esse, insieme ad altre seguaci come Esara, Phyntis, Perictione, Melissa, Cleareta e molte altre produssero scritti come: Sulla devozione, Sulla moderazione delle donne, Sulla natura dell’uomo, Sull’armonia delle donne, Sulla sapienza e diverse lettere. Invece, delle neo-pitagoriche, il materiale è anche maggiore, sebbene ancora oggi si discuta sull’effettiva origine femminile di tali scritti. A prescindere dalla risposta, un punto resta fermo: le donne occupavano uno spazio rilevante, all’interno delle scuole pitagoriche, e se ne parlava diffusamente.

Ne consegue che “Pitagora fu il primo filosofo greco a considerare entrambi i sessi degni di un trattamento filosofico. Non rimane da chiedersi se le sue compagne e seguaci ebbero un ruolo nel dar forma e contenuto alle sue teorie riguardo al genere femminile, le donne e il loro potenziale filosofico”.

Certo la più nota tra le filosofe antiche fu Diotima di Mantinea, una profetessa di tale potere e fama da essere riuscita a posticipare di dieci anni la peste di Atene del 430 a.C.. E la sua conoscenza si diffuse in modo esponenziale quando Platone scrisse il Simposio, e affermò che fosse stata la maestra del sommo Socrate. E bisogna leggere questo dialogo, per comprendere la profondità del pensiero della filosofa, che condizionò così tanto Socrate, sebbene solo in seguito al primo dei maggiori condizionamenti da lui subiti da un influsso femminile: quello della madre Fenarete, che di mestiere era stata una levatrice, e il lavoro di “portare alla luce una nuova vita e un pensiero” fu proprio la maieutica, il leitmotiv della vita di Socrate.

Nonostante la grande valenza di Diotima, ancora oggi gli accademici si dicono discordi sulla sua reale esistenza. Le ricercatrici e le professoresse che se ne sono occupate, hanno portato diversi ragionamenti su questo punto, a cominciare dal fatto che tutti i personaggi dei dialoghi di Platone furono persone realmente vissute, dunque perché Diotima dovrebbe essere priva di una reale biografia? Il dibattito resta aperto.

Fra le altre donne filosofe troviamo anche un’imperatrice del X sec. d.C., Pompeia Plotina, di scuola epicurea e, naturalmente, Ipazia di Alessandria, trucidata da cristiani estremisti nel 415 d.C. -e a questo proposito, vi invito a leggere le sue biografie (1), anziché accontentarvi dell’omonimo film uscito qualche anno fa, fuorviante sotto molti punti di vista. Il maggior problema riguardante la vita e le opere della maestra d’Alessandria riguarda proprio le fonti: non abbiamo altro che documenti indiretti, ovvero scritti di allievi e discepoli. Con una sola eccezione: l’edizione al III libro del Sistema Matematico di Tolomeo, di cui scrisse il commento il padre Teone. L’opera di Ipazia è quindi tramandata nel complesso delle opere di Teone, il Commentario al Sistema Matematico. Tuttavia, dalle fonti in nostro possesso sappiamo che fu una mente talmente brillante da spaziare dalla conoscenza della filosofia pratica all’astronomia. Ipazia apportò un’innovazione alla storia del pensiero e si segnalò per fama e prestigio, nel corso della sua vita. Fu allieva del padre, il matematico e scolarca del Museo di Alessandria, Teone. Lo stesso destino di allieve del padre ebbero anche Atenaide/Eudocia, figlia del retore Leonzio, la quale divenne poetessa di fama e sposò l’imperatore Teodosio II nel 421, diventando Augusta del regno di Oriente e mecenate della cultura ellenica. Vi è poi Asclepigenia, la figlia di Plutarco, scolarca della scuola di Atene (430-1). E tuttavia Ipazia fu speciale, perché superò la conoscenza astronomica paterna: secondo Damascio, inoltre, a un certo punto della sua vita si curò principalmente alle scienze matematiche “ma, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche”.

  1. Ipazia di Alessandria, Gemma Beretta, Editori Riuniti, 2004 e Ipazia, Silvia Ronchey, Bur, 2011

Le regine della filosofia – Eredità di donne che hanno fatto la storia del pensiero,

AA.VV., a cura di Lisa Whiting e Rebecca Buxton, prefazione di Maura Gancitano, Edizioni Tlon, 2021

Al primo saggio, non potevo che accoppiare questo, per comprendere come e quante filosofe hanno ricoperto lo spazio accademico (e non solo) negli ultimi duecento anni. Ed ero sicura che avrei trovato un simile libro presso le Edizioni Tlon, perché seguo la filosofa Maura Gancitano e so con quanta cura e devozione approfondisce temi come questo.

Le regine della filosofia presenta -dopo qualche voce sulle prime filosofe- una selezione precisa di filosofe del mondo anglofono, pertanto non pensiate di trovarle tutte qui: il testo è solo una parte delle vostre ricerche, se vorrete continuare a farle “con me”.

Parlarvi di tutte le filosofe qui presenti, richiederebbe molte pagine, e io vi ho già lungamente intrattenuto. Vi cito i nomi, preziosisimi: Diotima, Ban Zhao, Ipazia, Lalla, Mary Astell, Mary Wollstonecraft, Harriet Taylor Mill, George Eliot, Edith Stein, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Iris Murdoch, Mary Midgley, Elizabeth Anscombe, Mary Warnock, Sophie Bosede Oluwole, Angela Davis, Iris Marion Young, Anita L. Allen, Azizah Y. Al-Hibri.

E vi spiego perché questo libro va letto, nonché diffuso nelle scuole, come lettura consigliata sia alle studentesse che agli studenti: le donne sono sempre state filosofe, amanti della sapienza, proprio come gli uomini, solo che i secondi si sono presi, per millenni, tutto lo spazio e il tempo per riflettere, scrivere e condizionare le sorti del mondo, mentre le donne sono rimaste relegate a casa, a occuparsi dei mestieri di casa e dei campi, del bestiame e poi delle fabbriche. Non voglio includere un discorso femminista, ma voglio fare un ragionamento oggettivo: se, anche in questi giorni, viviamo l’attesa angosciosa dell’esito della guerra tra Ucraina e Russia, e rileviamo che, ancora una volta, è stata avviata da uomini, potete prendere in considerazione il fatto che, se le donne avessero avuto la possibilità di far fiorire il loro pensiero, nel corso degli ultimi duemila anni, se fosse stato lasciato loro il potere e lo spazio politico, economico e sociale, oggi, 28 febbraio 2022, la storia avrebbe avuto un corso diverso? Questo non vuol dire che le donne siamo migliori degli uomini, ma che l’evidenza dei fatti dimostra che gli uomini, ed esclusivamente loro, hanno avuto il potere di vita e morte su questa terra, dunque un pensiero altro, diverso o divergente avrebbe potuto fare la differenza.

E basta vedere cosa accadeva nelle università, più precisamente nelle facoltà di filosofia, fino a pochi decenni fa -e, in alcuni luoghi, ancora oggi: “Per questi ragazzi la filosofia era una competizione da vincere: volevano dimostrare la superiorità della loro dialettica e dar prova della propria intelligenza. Lo scopo non era capire, ma evitare di apparire deboli” (da un’osservazione della filosofa Mary Midgley, fine anni ’30, ai corsi di lettere classiche del Sommerville College di Oxford). E le università sono ancora oggi i luoghi in cui si forma il dibattito, dove si fanno le ricerche e nascono idee nuove che prenderanno poi forma nello spazio pubblico, in ogni settore.

Allora continuiamo ad aprirli alle donne questi settori, e anche gli altri, perché oggi, più che mai, abbiamo bisogno di rivedere il pensiero politico, economico e sociale. Oggi. Ora.

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Appunti dall’incontro con il filosofo Massimo Cacciari sul tema “La nave dei folli. L’immagine della follia nell’Umanesimo”


Presso il Kulturni Dom di Gorizia, in data 23 ottobre 2021

Il tema della follia nell’Umanesimo è vastissimo. Le immagini della follia, come quella che vedete alle mie spalle, sono numerosissime.

Vedremo che queste immagini non sono relegabili solo a questa epoca, ma che irromperanno anche in questo attuale periodo storico.

C’è un dibattito dunque ampio e anche tragico, perché anche per il tema della follia, l’Umanesimo è un periodo in cui, con grande realismo e disincanto, gli autori affrontano fattori tragici (come il delirio e la follia) del loro tempo. Questi temi entrano in conflitto e in contraddizione con le altre materie dell’Umanesimo, più luminose e armoniose.

È istruttivo vedere come non si relegasse la follia in una casa matta: la follia è in relazione al nostro essere quotidiano, anche presso persone apparentemente razionali. Non c’è separazione: di qua razionalità e di là follia. Anzi, l’Umanesimo tragico indica che la nostra natura è vista -come scrisse Leon Battista Alberti, il grande architetto- come l’incurabilis homo. L’uomo non è curabile, ma è ontologicamente insano perché, tra tutti gli esseri, lui cerca sempre di andare oltre a sé, non è mai sazio, è infermissimus, non sta mai fermo. È e non è una follia, questa? Ho chiamato il mio saggio “La mente inquieta” per questo.

Einaudi, 2019

Lucrezio diceva della mente che era impiger, ovvero mai pigra. “La mente arriva e poi va sempre oltre”, motto di Carlo V. e non è insano, questo? Salute è, dunque, essere quieti.

Questa follia comporta spesso la violenza, perché questo andare sempre oltre, non rende l’uomo violento? Dove sta il confine tra questa volontà di trascenderci e il voler sempre andare oltre? Dove poniamo il confine? È molto difficile.

Vogliamo costantemente fare, creare.

È una stessa linfa, dice Alberti, da cui si produce la grande opera del genio e la violenza.  E quindi, che fatica discernere, prendere una via anziché l’altra, perché la linfa è la stessa. E questa è follia, insana, non essere mai sani, in salute. Quindi vi è una inguaribile inquietudine dell’essere.

Il primo aspetto generale su cui proiettare tutto ciò che dirò: vi è un’ontologica insania dell’essere. Può darsi che in India non sia così, né in Cina, ma da noi in Occidente è così.

Questo è lo sfondo. E comporta che noi ogni giorno dobbiamo interrogarci e chiederci: la mia insania e follia procede in senso buono? Mi dà energie per cui creo opere buone ed edifico? O procede invece nel senso della violenza, della prepotenza, dell’imporsi del mio essere? Scelgo l’armonia -collegare, misurare le cose insieme- o deliro, divoro? La mia insania procede nel senso del donare o del prendere? Perché l’energia, lo ripeto, è la stessa, che fa in modo che trascendiamo lo stato in cui siamo. E noi dobbiamo cercare, ammesso che siamo liberi, di deciderci per una via o per un’altra.

E Machiavelli dice: quasi sempre decidiamo per la pessima via. E divoriamo tutto. Divoriamo la natura (Alberti), denaturiamo la natura, perché la deprediamo, ma con lo stesso sistema deprediamo anche gli altri uomini, li usiamo come cose. E non dovremmo fare né l’una, né l’altra cosa. Ma l’uomo lo fa sempre e perché?

  1. Risposta naturalista e laica, tendenzialmente ateistica. Ce la forniscono Alberti e Machiavelli. “La natura dell’uomo è captiva (prigioniera)”, Machiavelli. Tu sei prigioniero delle tue passioni, dei tuoi affetti, ma principalmente della filopsichia (amore per la propria anima). Curiamo soltanto il nostro interesse, ciecamente, perché questo comporta entrare in lotta col prossimo. Siamo captivi, ed è arduo liberarsi di questa natura, entrare ai ferri corti con questa passione di sé. L’amore per sé è cieco, perché la ragione dovrebbe farti capire che è l’armonia, la via giusta per star bene tu e gli altri. Ma guai a dire a questi prigionieri che sono cattivi: non è una loro colpa. Essi sono prigionieri, è la loro natura. Possono liberarsene? Sì, c’è la possibilità di uscire da questa caverna egotica.

La caverna rimanda ovviamente alla metafora platonica, dove ci sono uomini reclusi in una caverna che credono che le ombre (oggi la tv) sono la realtà. Ma possono uscirne, ammesso che siano liberi.

E come fanno a uscire?

  • Ci sono coloro, tra noi, che scelgono le naviculae (i libri, i testi dei grandi filosofi nel passato, la cultura, lo studio, ecc) che ci permettono di farci attraversare il fiume-vita. Quindi siamo tutti insani, ma ci sono quelli che scelgono le naviculae. Che li porta all’ateismo. Poi, dopo la morte, si vedrà. Tra di essi si trovano gli artisti, che non sono soltanto i grandi, gli architetti, i pittori e gli scultori, ma anche, semplicemente, coloro che hanno compiuto l’opera della loro vita;
  • Poi ci sono quelli che si gettano nel fiume-vita, annaspano, e sono i “tiepidi”. Costoro sono i folli, quelli che sono sopravvissuti a metà. Gli accidiosi, direbbe Dante, quelli che non hanno fatto parte di niente, ma che si ritenevano saggi. Invece sono dei folli;
  • Infine vi sono i peggiori, quelli che per sopravvivere si aggrappano a coloro che nuotano. Costoro sono coloro che sfruttano il prossimo.

Siamo tutti nel fiume-vita, ma ci sono queste tre categorie, tra di noi.

2. Risposta teologica. Certo che l’uomo appare incurabile, insano. Certo che dimostra questa filopsichia, i vizi, la cupidigia (avarizia, invidia, lussuria, ecc), ma ciò dipende non dal fatto che la nostra natura è vulnerata (atteggiamento ateistico), ma che la nostra natura ha peccato. C’è un peccato originale. Ma questo, si dirà, è stato risarcito da Gesù. No! Ci ha messo nella condizione di superare il peccato originale, ma soltanto se diventi veramente cristiano, allora sì. Cisto ti ha reso possibile la liberazione dal peccato, ovvero dalle follie. Se tu imiti Cristo, se santifichi la tua vita, ecco che ti potrai liberare.

La prima è una risposta che non ti salva: ti consente di morire, e che la morte abbia il tuo nome, che sia tu a compiere l’opera della tua vita attraverso lo studio e l’applicazione.

Nella seconda risposta, invece, ti viene offerta la liberazione attraverso la religione. È una prospettiva salvifica. La morte è la tua morte, ma anche transito all’immortalità.

Quindi sono due dimensioni rinascimentali che si contraddicono, ma coesistono in epoca umanistica. La nostra insania si radica nella storia del peccato e comporta la possibilità della redenzione, perché il Cristo è venuto tra di noi, e quindi la speranza è certa, secondo i cristiani.

Possiamo articolare le due prospettive ancora di più: cosa aggiunge Machiavelli nella prospettiva naturalistica? Che a volte, nella nostra vita, impazzire è necessario. Cioè, quando la situazione è disperata, quando tu vedi addirittura con occhio profetico che il tuo Paese, la tua patria vanno in rovina, devi cercare degli estremi rimedi, rimedi che sono pazzi. Ne “Il principe”, Machiavelli, per salvare l’Italia, si appella a un capitano di ventura. Follia. Oppure quando Machiavelli, dopo aver demonizzato il Papa per decenni, ipotizza che sia lui a salvare l’Italia. Machiavelli afferma insomma che, quando la situazione è disperata, occorre affrontarla da pazzi. Certi, serve una analisi della situazione a monte, che ci porta a comprendere che la situazione è appunto estrema, ma dopo è necessaria un’azione pazza per modificare lo status quo.

È successo molte volte nella storia: la rivoluzione marxista al tempo della Russia bolscevica, per esempio, fu un’azione folle. Quindi, nella prospettiva naturalistica-ateistica troviamo il “folle volo” (Dante), l’impresa folle, per affrontare una situazione ho analizzato razionalmente come disperata.

Pensiamo anche all’amore. È una follia. Lo dicevano Cavalcanti, Petrarca. È una passione che non ti permette di ragionare. Dante dice che l’amore muove tutto. Vi è l’amore-passione, l’amore-platonico, l’amore-sublimato (con Beatrice nel Paradiso). L’amore che vince l’amore stesso e la passione. Dante lo definisce come sovrumano e per farlo serve una particolare grazia. Il suo amore lo aveva portato proprio nella selva oscura e una grazia lo aveva posto accanto a Virgilio per uscirne, altrimenti Dante sarebbe ancora lì.

Quando amiamo, dunque, siamo folli, e ci vuole una grazia per uscirne. Dobbiamo scomodare la Santissima Vergine per riuscirci, come Dante? Ma la Madre si scomoderà per ciascuno di noi?

Il tema dell’amore è un leitmotiv di tutto l’Umanesimo, perché è follia, mania platonica. C’è una mania divina, c’è una mania umana (l’amore). Ma nell’Umanesimo e nel Rinascimento questa separazione è ardua da mantenere. Platone parla anche della mania divinatoria: ma come distinguere il falso profeta da quello vero? Platone dice: l’oracolo è mania, follia divina. Poi c’è la mania poetica (dell’artista, che viene da Dio), e la mania erotica, e così via. Ma sono tutte doppie queste manie. Come distinguere quelle buone da quelle cattive?

Questo rende drammatico il periodo dell’Umanesimo.

L’immagine che ricorre è la stultifera navis, la nave che porta gli stolti insani. Sempre c’è l’acqua, vicino alla follia. L’acqua sempre mobile, l’acqua marina che è pericolosa di per sé, la navigatio vitae che è sempre pericolosa. Ma la vita è navigazione e va affrontata con la stultifera navis. C’è l’immagine di Bosch che ce la mostra, una nave sulla quale si trova sull’albero della cuccagna, dunque un carnevale oscuro, perché i presenti sulla nave ballano, bevono, badano a soddisfare solo la loro cupidigia.

C’è anche un altro dipinto di Bosch, con il carro di fieno. Il carro porta il fieno n gran quantità e noi captivi lottiamo tra di noi per cercare di arraffare questo fieno il più possibile. Dietro al carro, cavalieri e papi che seguono. In cima al carro un angelo e un demone che si contendono le anime. E più lontano, molto più lontano, Gesù.

Sono tutte immagini apocalittiche, eppure sono immagini sentite come vicine, all’epoca. Lutero, un anno dopo affigge le sue tesi e inizia il grande sconvolgimento religioso, culturale e scientifico in tutta l’Europa.

Il Rinascimento è un periodo di crisi. Quando osservate le opere di Michelangelo, pensate a tutto ciò.

Erasmo da Rotterdam cerca una soluzione a tutti questi dilemmi attraverso “L’elogio della follia”. Consa tenta di fare, di fronte all’Apocalisse? Anzitutto cerca di prendere le distanze da tutte queste immagini apocalittiche. Dice che l’uomo non solo è folle, ma in realtà la sua follia è anche ironia, cosa buona. Grazie alla follia noi possiamo non vedere i nostri limiti, non disperare (mentre dovremmo disperare per le malattie, la morte, ecc), ma la follia è buona con noi, è consolante. La follia è anche una ragionevole insania. Il discorso è ironico, ma è in contraddizione con le immagini più cupe della nostra insania, che ci vengono da Alberti, Machiavelli, Bosch e Brandt. La follia può essere dunque ragionevole, ci dice la verità sul nostro essere, e giungiamo al fool shakesperiano, soprattutto il fool dell’Amleto. Quando Amleto scopre il cranio del burlone nel cimitero, il fool dice la verità proprio per indurre a vedere la verità del nostro essere, in modo da poterla controbattere. Non lo fa con crudeltà, ma con ironia, affinché tu veda la tua follia e te ne possa curare.

Questa ironia di Erasmo, come può valere laddove tutto diventa mare mosso e la terraferma non c’è da nessuna parte?

Ed ecco Lutero, che se la prende con Erasmo: l’uomo è naturalmente insano e solo la fede in Cristo potrà salvare, non la tua ragionevole follia. Cosa andate in cerca voi umanisti di naviculae, di follia? Non vedi che la tua volontà non ha la potenza di liberarti da quella stultifera navis?

Le due opere, di Erasmo e di Lutero, segnano la fine di ogni speranza di pace. Diventano il fallimento del Rinascimento e dell’Umanesimo.

Fino a quel momento, le due prospettive si erano confrontate. Qui si arriva all’aut aut. Questa è la tragedia dell’Umanesimo.

Ma, direbbe Erasmo, anche Cristo è folle! Vi pare poca follia un Dio che rinuncia alla propria divinità, si fa uomo e muore sulla croce per liberare l’umanità? Non è, questa, una divina follia?

Lutero avrebbe risposto: è la follia di San Paolo. Soltanto se tu diventerai folle di questa follia, potrai salvarti dalla follia. L’unica follia che potrà vincere tutte le altre follie. Dunque solo se sarai superfolle, potrai andare oltre a tutte le altre follie. Una follia attiva, Erasmo: è Dio che vuole liberamente svuotarsi della sua follia, ed è Cristo che sale sulla croce liberamente. Non lo fa da captivo, lo fa di sua spontanea volontà.

Ecco la differenza: la follia del cristiano è attiva. Voglio svuotarmi di cupidigia, di passioni, ecc, mentre le altre sono serve, passive follie.

Domande e risposte dal pubblico:

D: Dove sfocia il fiume-vita?

R: Nella concezione albertiana, è un fiume che passa da una sponda all’altra. È un transitus. Secondo i cristiani si giunge a una foce, che porta a un transitus verso l’immortalità.

D: Pensando alla follia di San Francesco e poi a quella di Erasmo, quale fu la posizione della Chiesa?

R: La curia romana mise all’indice le opere di Erasmo, ma lui rimase sempre dentro alla Chiesa Cattolica. San Francesco era folle a modo suo, pensava alla follia divina che ti spoglia di tutto e ti fa amare l’altissima paupertas, che alla follia umana appare come una orribile paupertas. Cosa appare, infatti, più orrido dell’essere poveri?

D: Il coraggio è una via di uscita?

R: Lo è. Ci vogliono virtù e coraggio per affrontare i bivi e mettersi sul cammino. Bisogna ance riconoscere che non c’è nessuna superbia nel concetto di virtù umanistica. Tutti siamo dentro quel fiume, dobbiamo riconoscere la follia altrui, perché noi non ne siamo immuni. Dove è il confine tra me e loro? Non c’è. E la strada la costruisci andando. Ci vuole virtus, senza superbia.

D: Quali sono, a suo avviso, gli strumenti che ci aiutano a uscire da questo essere captivi, oltre alle naviculae?

R: Le naviculae, le virtù, la saggezza. Non è come andare a un tavolo con un rinfresco e scegliere tutto quello che si vuole. Bisogna selezionare. E bisogna essere compassionevoli nei riguardi dei captivi e dei folli. L’atteggiamento dell’umanista è questo, perché sa che costoro diventano tali per ignoranza, paura, disperazione, non soltanto per una loro volontà crudele. E allora bisogna offrire anche dei metodi per risolvere quelle situazioni.

D: Quali sono le follie odierne, rispetto a quelle del Cinquecento?

R: E’ tutto uguale, a parte la coscienza che abbiamo oggi e gli strumenti che abbiamo per affrontarli. La nostra natura non è cambiata, anzi, siamo sempre captivi, ne facciamo esperienza quotidianamente, e lottiamo per liberarcene ogni giorno. L’Umanesimo è uno specchio anamorfico: ci vediamo tutti stiracchiati, mostruosi, uguali ai folli di allora. Ci serve però per riflettere. Ma la gente legge poco per evitare questo specchiamento. L’ignoranza protegge. È una virtù, in qualche modo. Andare con la corrente, non pensare.

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DOPPIA RECENSIONE: “IL CIBO DELLA SAGGEZZA” DI F. BERRINO E M. MONTAGNANI – “LA FELICITA’ FA I SOLDI” DI D. F. SADA E E. GARZOTTO

Vi starete chiedendo perché ho deciso di recensire due libri insieme e perché proprio questi, che sembrano anni luce lontani fra loro per argomento e ambiente. Ebbene, da un lato sono costretta a fare economia di tempo e risorse, perché attualmente lavoro parecchio, ma vi stupirà scoprire quanto, in realtà, i due saggi che ho appena terminato di leggere “si parlino” tra loro.

Il primo, “Il cibo della saggezza” non ha neppure bisogno di un’introduzione per quanto riguarda il Dottor Franco Berrino, uno dei suoi autori. Medico ed epidemiologo in pensione, scrive da anni saggi divulgativi per indurre le persone a nutrirsi consapevolmente per non ammalarsi. Ha creato, assieme ad altri collaboratori, il sito internet www.lagrandevia.it dove elargisce preziose informazioni e collabora mensilmente con la rivista mensile Yoga Journal. Marco Montagnani, invece, è un Maestro Taoista, docente di Medicina tradizionale cinese e Filosofia taoista presso la Scuola di agopuntura di Firenze, nonché tecnico di Qigong terapeutico ed MTC. Perchè hanno scritto questo libro a quattro mani? Per unire le conoscenze mediche occidentali a quelle orientali, un po’ come fa lo Yoga, che unisce corpo, mente e anima per trovare un equilibrio fra tutte le parti che ci compongono.

Il libro è una miniera di informazioni scientifiche, di errori medici, spesso di visione della medicina e della cura del paziente. Anche chi non è taoista come me, può trarre, proprio come succede con il buddhismo, preziosi consigli da una filosofia che aiuta l’uomo a vivere meglio nel suo presente, nonostante le avversità, umane e fisiche, psicologiche e ambientali.

Sono anni, ormai, che compro i libri di Berrino a occhi chiusi: escono in libreria ed entrano direttamente nella mia biblioteca personale, dove vengono collocati in una posizione prioritaria, dal momento che l’autore ci stimola profondamente a volerci bene e a onorare questo tempio del nostro spirito, il corpo.

E per il male di vivere?

Marco Montagnani ricorda: “Un giorno di sole, in Cina, in un monastero taoista mi trovavo in compagnia di alcuni monaci e di qualche bambino. Chiesi loro il motivo di quella che mi sembrava una gioia contagiosa e mi risposero: ‘Come si può essere tristi quando il sole ci riscalda il corpo e ci illumina l’esistenza?’

Verso le tre del pomeriggio il tempo cambiò. Malgrado il forte temporale e la pioggia violenta, nessuno sembrava aver notato il brusco peggioramento. Rimasi un po’ perplesso dal modo in cui tutti erano rimasti indifferenti all’accaduto e così chiesi: ‘Sta piovendo molto forte e il sole se né andato, quale motivo avete adesso per essere così gioiosi della giornata?’

La loro risposta fu questa: ‘Dopo che il sole ci ha riscaldato il corpo e illuminato l’esistenza, oggi il Tai onora la vita dando da bere a tutte le creature della natura e il cielo lascia cadere sulle nostre teste le sue meravigliose perle di gioia per festeggiare l’accaduto. Come si può essere tristi in un giorno di festa?’

Penserete che sono tante belle parole, ottime per chi vive nella semplicità, in un monastero ai confini con la civiltà umana, ma che nel caos delle nostre vite quotidiane, non è fattibile. Al contrario, io ritengo che sia una giusta via da scegliere: non sono solo i monaci taoisti e i bambini residenti nei loro spazi a pensarla-viverla così, ma anche i bambini, e ora ne ho la prova quotidiana. Ancora, ribatterete che i bambini sono bambini e gli adulti sono adulti. I primi hanno il sacrosanto diritto di vivere in un mondo ovattato e semplice, mentre gli adulti hanno doveri e responsabilità, devono portare il cibo a casa, quindi lavorare duramente, sacrificarsi, altro che contemplazione.

Ed ecco che ci viene incontro magicamente il secondo libro nella fotografia: “La felicità fa i soldi”, titolo ironico, per stessa ammissione degli autori, due traders, esperti di economia e finanza che ci danno consigli seri e competenti su come diventare dei “ricchi consapevoli”. Avete ragione, sia il libro che questa sequenza di parole, ricorda troppo da vicino un’americanata, quei libri automotivazionali e di business che scrivono fior di scrittori yankee con il sorriso a sessanta denti, naturalmente tutti finti, ma segno dell’altissimo status da loro raggiunto. Ecco perché non bisogna avere pregiudizi: Sada e Garzotto hanno fatto esperienza anche con quei “fantastici” personaggi, hanno provato a lavorare in Borsa, sono stati traders d’assalto, hanno guadagnato milioni di euro salvo poi comprendere che erano stressati, infelici e sull’orlo di una crisi di nervi. Erano ricchi, ma infelici. Era questo il fine dell’arricchimento? Tutt’altro.

Attraverso il loro libro, i due giovani traders mettono a disposizione dei lettori aneddoti, riflessioni, link e podcast utili per comprendere che si può arrivare a uno stato di agiatezza senza per forza fare gli strilloni, gli splendidi, andare alle feste giuste, dannarsi per raggiungere un numero di followers vertiginoso su Instagram, ecc. Si fa impegnandosi su uno scopo e attivando tutta la propria capacità intellettuale, diminuendo -anziché aumentando- le ore di lavoro perché è statisticamente confermato che, allungando i tempi trascorsi davanti al computer o in studio, l’efficacia diminuisce.

Gli autori insegnano vari modi e metodi per trovare la propria vocazione del mondo e lavorare su quella, raggiungendo la capacità di attuare un vero e proprio Yoga Finanziario, simpatico termine da loro usato in quanto autentici yogin, uomini che hanno fatto della meditazione il centro delle loro vite, perché sanno che solo togliendo, anziché aumentando (risorse, tempo, acquisti, strumenti) si può raggiungere un benessere consapevole e attraverso esso un benessere totale. Ecco perché Yoga Finanziario: raggiungere una sicurezza economica non deve per forza significare rischiare di impazzire a causa del denaro, spendere e spandere a piene mani -benché ti consiglino di farlo, per un periodo, al fine di comprendere quanto sia sciocco e insensato- no! Raggiungere una sicurezza economica tale che metta insieme il tuo benessere economico, quello interiore, quello familiare, alimentare, fisico.

Unione.

Non divisione: unione.

Sono libri che fanno riflettere e credo che, anche se ci soffermiamo su pochi punti, ne trarremo grande giovamento.

Buone letture.

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RECENSIONE: “LA GRANDE VIA” DI FRANCO BERRINO E LUIGI FONTANA

Il sottotitolo di questo saggio dice tutto: “Alimentazione, movimento, meditazione per una lunga vita felice, sana e creativa”.

Potrei non aggiungere altro.

Davvero, raramente consiglio con tanto ardore un libro, ma questo non è un semplice saggio: è la Bibbia della Salute e del corretto Stile di Vita, in modo oggettivo e insindacabile. Se volete farvi un regalo, o farlo a chi amate, mettete questo libro in cima alla lista.

Non a caso, i suoi autori sono Franco Berrino, un medico ed epidemiologo che io ho conosciuto grazie alla rivista mensile Yoga Journal, e che è stato direttore del Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. La sua conoscenza in materia di salute e di prevenzione da malattie gravissime, quali i tumori, è sterminata e i suoi consigli preziosissimi.

Luigi Fontana, il co-autore, è un medico e scienziato riconosciuto a livello mondiale, considerato come uno dei massimi esperti mondiali nel campo della nutrizione e degli stili di vita per promuovere la longevità in salute.

Va da sé che in questo libro troverete molti dati scientifici, ma fidatevi, è scritto in modo divulgativo e, quello che mi interessa principalmente, è anche un manuale, che vi consente di iniziare a seguire le migliori strategie per la vostra vita da subito.

Personalmente, sono stata davvero felice di scoprire una lista di ingredienti da introdurre nella mia dispensa, salutari e ricchi di nutrienti, addirittura farine e cereali “dimenticati”, che appartengono cioè al passato della tradizione italiana, ma che contadini avveduti e bio continuano a far crescere. Inoltre ho trovato conferma che la disciplina dello Hatha Yoga, che pratico da anni, è quanto di meglio ci sia per la triade mente-corpo-spirito.

Nota sorprendente (o no!), c’è una parte dedicata alla spiritualità, che non è semplice fede, ma trova eco nella voce di filosofi e scienziati di tutti i tempi:

“Secondo il maestro e filosofo taoista Chuang-Tzu, ogni essere vivente è veramente felice solo quando riesce a vivere in accordo con la propria natura.

A questo proposito, Albert Einstein diceva: ‘Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido’.

L’invito a guardare dentro di sé, presente nella Grecia arcaica, si trova anche negli antichi sistemi filosofici orientali. Nel Tao Te Ching, scritta dal saggio Lao Tzu, probabilmente tra il IV e III sec.a.C., si dice: ‘Comprendere gli altri è saggezza, ma conoscere se stessi è illuminazione. Gli altri si possono dominare con la forza, ma per regnare su se stessi è necessario conoscere il principio universale, il Tao. Chi possiede molte cose materiali è considerato un benestante, ma solo colui che conosce se stesso, ed è tutt’uno con l’universo, è veramente ricco e autosufficiente. Forza di volontà nell’applicarsi allo scopo significa carattere, ma solo la serenità della mente, la tranquillità dello spirito, ci permetteranno di vivere una vita lunga e felice. Unicamente colui le cui idee non cessano d’essere dopo la morte è veramente immortale’.

Pure nel Yoga Sutra di Pantanjali, uno dei più imporanti testi filosofici dell’induismo, è scritto: ‘Il saggio non scruta il cielo per trovare Dio, sa che Egli è in lui, conoscendolo come Antaratma, l’Io profondo’.

Anche gli altri pensatori come Spinoza e Krishnamurti hanno intuito l’importanza di una conoscenza diretta e viva delle leggi che regolano l’universo, che non è possibile senza una profonda consapevolezza del funzionamento della nostra mente, dei meccanismi attraverso cui essa comprende e riconosce le cose. Capire come funziona la mente ci permette di liberarci dalle illusioni, dai tabù, dai condizionamenti culturali che distorcono la visione della realtà. Una visione falsata della realtà e di se stessi è una delle maggiori cause di sofferenza, d’inquietudine e di malessere che condiziona pesantemente la vita quotidiana delle persone. Ma allora come possiamo elevare la nostra consapevolezza ed esplorare la vera natura e potenzialità della nostra mente fino ad arrivare a trascenderla?”

Leggete il libro per scoprirlo!

E per tutti gli aggiornamenti, restate connessi a: www.lagrandevia.it

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UNA GRANDE NOVITA’ A GORIZIA: APRE LO STUDIO DI CONSULENZA FILOSOFICA DELLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA

Diversi anni fa, lessi un articolo sulle sorprendenti capacità del consulente filosofico. In un mondo oberato da ritmi frenetici, spesso disumani, ingiustizie sociali, mancanza di lavoro e solitudine, questa figura professionale offre gli strumenti utili per cercare in sé le risorse e le risposte che permettono al paziente di riappropriarsi di se stesso e scrollarsi di dosso il peso del problema. Perché il problema rimane, ma la sua gravità è direttamente proporzionale allo sguardo con cui esso viene osservato. Dopo quell’articolo, ci è voluto molto tempo prima che mi arrivasse la notizia dell’apertura di un centro di consulenza filosofica proprio nella mia città, Gorizia e non potrei esserne più felice, perché a condurlo è una donna con la vocazione della filosofia e un curriculum importante: la Dott.ssa Chiara Pradella.

Attraverso il dialogo della filosofia, ma anche altre tecniche e discipline -disegno, pittura, musica, gioco e meditazione- la Dott.ssa Pradella si prefigge l’obiettivo di aiutare persone singole, o gruppi, ad affrontare i loro disagi o problemi personali. In Via Garibaldi 9, nello studio “Lo Ziqqurat”, verranno organizzati dei gruppi di auto aiuto su diverse tematiche, e dei Caffè Filosofici, indirizzati anche ad aziende.

In molti si chiederanno perché rivolgersi a un consulente filosofico, anziché a uno psicologo. La risposta che darei io, è che ci sono situazioni personali e conflitti che sono più attinenti alla filosofia e altri alla psicologia, ma il consulente filosofico spiega che le due discipline non si escludono a vicenda, perché si occupano dello stesso soggetto, ovvero l’anima umana e la salute psico-fisica della persona, ma con punti di vista diversi e diverse strade da percorrere.

Lo strumento principale del consulente filosofo è il dialogo: Socrate chiedeva così tante volte “Che cos’è quello che stai dicendo, ciò che esprimi (ecc)?” al suo interlocutore, da portarlo a confondersi e a non riuscire a rispondere. Era una tecnica atta a indurre la persona a guardare profondamente in se stessa, prima di fornire una risposta autentica, non superficiale o di ripiego. Una risposta che (troppo) spesso abbiamo paura di dire e ammettere a noi stessi.

Sono molto soddisfatta di questa nuova opportunità offerta alla mia città e alla sua gente. Nelle grandi città come Milano e Roma, non manca niente, invece nelle cittadine più piccole, spesso non arrivano possibilità come queste e auspico che le persone ne siano consapevoli, e premino la loro promotrice, che intervisterò la prossima settimana.

Nel frattempo vi invito a visitare la sua pagina Facebook: https://www.facebook.com/drschiarapradella/

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