PRESENTAZIONE DEL PROGETTO: COMUNITA’-SCUOLA EVOLUTIVA 7 RAGGI: LA FORESTA DEI TALENTI

Ho partecipato con vivo interesse alla presentazione di un nuovo progetto scolastico e comunitario nella mia città, Gorizia. Ero a conoscenza di realtà alternative al sistema scolastico tradizionale, come le scuole Montessori e Waldorf (sistema Steineriano). Sapevo anche che c’era l’opzione dell’Home-Schooling, ovvero dell’insegnamento da casa per il proprio figlio, o un gruppo di bambini. Eppure non avevo mai sentito parlare prima di Scuola Democratica o di Home-Schooling “esteso”. Potete quindi immaginare la curiosità con la quale ho partecipato all’evento, essendo anche madre di un bambino di quasi cinque anni.

L’incontro si è svolto all’interno del Trgovski Dom di Corso Verdi, alle 17:00 ed è stato organizzato molto bene, perché le tre compagne di avventura, Barbara, Irina e Michela, si sono succedute l’una all’altra, raccontando ognuna la sua esperienza di vita, il suo percorso di donna, e madre e presentando una porzione del progetto. Tutto molto chiaro e coinvolgente. Vi presento il loro progetto così come l’ho trascritto.

Barbara è presidente dell’associazione e ha tre figli. A vent’anni ha cominciato a nutrire una grande passione per la potenzialità dell’uomo e ha conosciuto persone che, come lei, guardavano nella stessa direzione. Si è iscritta a un corso di Anthony Robbins, uno dei motivatori più famosi della Riprogrammazione Neuro Linguistica (PNL), che insegna come usare le nostre risorse interiori. Terminati gli studi, si è iscritta alla scuola di coach e, in quel momento, è diventata mamma. Ha abbandonato il corso per dedicarsi al primo figlio. Così, dall’adulto, la sua attenzione si è spostata verso suo figlio, un bambino e il suo mondo. In lei è cresciuto il desiderio di approfondire la conoscenza di quella dimensione. Ha avuto altri due figli e li ha iscritti all’asilo Waldorf, prima in zona e poi in Brasile, dove si è trasferita con la famiglia per due anni. Al ritorno in Italia, ha riportato i figli alla Waldorf, ma si è resa conto che la scuola non rispondeva più alle sue esigenze. Si immerse allora ulteriori approfondimenti, tra cui la possibilità di non mandare i figli a scuola: la scuola pubblica è offerta dallo Stato, ma i genitori sono liberi di sostituirsi a essa.

Barbara illustra il pensiero di Sir Ken Robinson, Consigliere internazionale sull’educazione per i governi e le istituzioni no-profit, secondo il quale esiste un luogo dentro la nostra anima in cui le cose che amiamo e quelle che siamo bravi a fare si incontrano. Questo luogo è chiamato l’Elemento. E’ essenziale che ciascuno di noi nel corso della vita trovi il proprio Elemento e riesca a esprimere appeno talento e creatività. Ciascuno di noi nasce con delle capacità naturali straordinarie con cui perdiamo contatto man mano che cresciamo. Uno dei motivi per cui questo accade è l’istruzione che riceviamo. Il sistema scolastico attuale sembra fatto apposta per soffocare la nostra creatività e il risultato è che la maggior parte di noi non si renderà mai conto delle proprie capacità e di ciò che potrebbe fare. E questo rappresenta non solo una fonte di sofferenza e frustrazione, ma soprattutto una grande perdita per il futuro del mondo in cui viviamo.

Irina è nata e ha trascorso l’infanzia e la gioventù in Russia. Dopo la laurea in lingue all’università va a vivere in Slovenia, dove per 10 anni lavora come traduttrice e insegnante delle lingue. Quando si trasferisce in Italia e quando le nasce la figlia, comincia un nuovo percorso di vita. Dedicandosi alla crescita armoniosa della bambina, insieme al marito, cerca le soluzioni migliori per farle vivere un’infanzia felice. Avendo i dubbi riguardo alla scuola pubblica e sapendo che la bambina non vuole andarci, lei e il marito scelgono per la figlia l’educazione parentale. La bambina trascorre quindi il suo tempo, dai 6 ai 9 anni, dedicandosi a quello che le interessa e l’appassiona: impara a leggere e scrivere (in tre lingue) e a fare i conti da sola, avendo al suo fianco i genitori, sempre pronti ad accompagnarla nei suoi interessi e spiegarle le cose verso le quali prova l’interesse, tutto con i suoi tempi e ritmi.

Facendo parte dell’associazione delle famiglie russe, Irina e le sue amiche realizzano a Gorizia il progetto teatrale per bambini, rivolto all’inizio alla comunità russa in FVG e qualche anno dopo a tutta la cittadinanza, co-creando quindi gli spettacoli musicali e interattivi sia in russo che in italiano.

Irina diventa Servente del Gioco del Dipingere nel 2016 dopo aver fatto il corso di formazione con Arno Stern e propone questa attività ludica dal 2017 nel laboratorio di pittura “L’Isola della Traccia – Il Closlieu di Irina”.

Irina e Barbara hanno testato dunque tre anni di Home-Schooling con i figli e hanno capito che ai bambini servirebbe un gruppo dove possono stare lontano dai genitori, con altri bambini, ma dove ognuno di loro viene messo al centro.

Quando Irina ha incontrato Michela, assieme a Barbara hanno deciso di realizzare questo progetto per i bambini.

Michela è la fondatrice di questa Scuola. È una psicologa specializzata in Counseling. Faceva formazione e consulenza in azienda per temi come: relazione col cliente, gestione dello stress, ecc, tutto a fini di benessere ed ecologia. A un certo punto, ha rincontrato la scuola attraverso le due figlie e poi come insegnante per ragazzi adolescenti, nel corso di un’esperienza bellissima, che l’ha molto gratificata. Unendo tutte queste competenze ed esperienze, Michela ha realizzato che la relazione che c’è tra l’adulto e il bambino in crescita, e anche tra gli adulti educanti, è essenziale. Infatti, tutti questi tipi di relazione possono creare un ambiente armonioso, oppure stressante. Possono favorire l’entusiasmo, così come lo possono annientare. Dunque, approcciarsi in un certo modo ai bambini e tra adulti fa la differenza.

Poi è successo che Michela si è ammalata e ha iniziato a lavorare sulla propria malattia, giungendo alla conclusione che ci si ammala spesso per problemi che si hanno nel tempo presente, ma che talvolta affondano nel passato, addirittura nello stato prenatale. Sono come “buchi” che operano sconquassi dentro di noi. Da questa presa di coscienza è nata la sua volontà di creare per il bambino un ambiente accogliente, ecologico, tale da farlo diventare un adulto armonico e sano sotto ogni aspetto.

Quindi, tre strade, tre vite diverse si sono incrociate. È avvenuto uno scambio, anche bibliografico, di informazioni:

Secondo Sir Ken Robinson, ciascuno di noi nasce con delle abilità straordinarie, ma può succedere, anche a causa del sistema scolastico attuale, che non riusciamo a comprendere qual è il nostro talento, perché viene soffocato. Secondo lui, l’incontro tra la nostra mente e la nostra anima fa emergere il nostro talento ed è questo il fine della Scuola 7 Raggi.

Per fortuna, esistono già realtà in cui ai bambini è permesso di vivere e di imparare a sviluppare i propri talenti:

  • Scuola Democratica, Summerhill (Inghilterra), fondata da Alexander Niell nel 1929;
  • Sudbury Valley School, Framingham, MA (USA);
  • Kapriole, Friburgo (Germania.

In queste scuole l’alunno e la sua personalità vengono messi al centro, non la materia scolastica. È infatti l’alunno che decide cosa vuole imparare. La prassi pedagogica si basa su diversi sistemi: Montessori, Rebeca e Mauricio Wild, A.S. Neill, ecc.

Queste sono realtà extra-italiane, ma anche qui ci sono:

  • Scuola-Città Pestalozzi, Firenze;
  • Fondazione Reggio Children, Centro Loris Malaguzzi;
  • Scuola Democratica Flow Alc, Vicenza;
  • Scuola Montessori Capriolo, Brescia (che contiene Closlieu, il gioco del dipingere, che vedremo più avanti);
  • Colibrì, la scuola attiva dal 3 a 16 anni, di Sesto al Reghena (PN), creata da una tedesca come educazione parentale fino alle medie;
  • Serendipità, Scuola-Comunità, Osimo (AN) di Emily Mignanelli, una pedagogista affermata che ha deciso di dedicare la sua vita ai bambini. La sua scuola è quella che più corrisponde al nostro modello e con lei, infatti, Barbara, Irina e Michela hanno un contatto continuo. Emily lavora con bambini, adulti e famiglie, perché è certa che le famiglie debbano essere totalmente consapevoli dell’educazione del bambino attraverso la competenza pedagogica, psicologica e neuroscientifica.

L’associazione 7 Raggi nasce attraverso tutti questi passaggi. Il progetto si rivolgerà a tutti, tutta la comunità è infatti in un cammino di crescita ed evoluzione continua, dal bambino all’adulto.

Le Life Skills sono un insieme di abilità e competenze necessari all’uomo per vivere la propria vita nel benessere e nel successo interiore. Sono abilità essenziali da apprendere fin da piccoli e anche la sanità mondiale è d’accordo con i loro fini:

Per svilupparle, esse vanno proposte in tutti gli ambienti nei quali vive il bambino, non solo in quello familiare, ma anche in quello scolastico.

Il neuroscienziato Gardner scrive che, un tempo, si credeva che chi aveva delle capacità linguistiche e matematiche, fosse più intelligente rispetto agli altri. In realtà, lui è convinto che ognuno di noi possegga ben 9 tipi di intelligenza e quindi al bambino deve essere offerta la possibilità di svilupparli tutti affinchè, a un certo punto, ne emergano uno o più in particolare.

Nel progetto scolastico 7 Raggi, le caratteristiche fondamentali sono:

  • Formazione degli insegnanti;
  • Il lavoro con le famiglie;
  • La metodologia organizzativa e gestionale di studio: la scuola non avrà un solo metodo, ma diversi, perché gli strumenti a disposizione sono tanti. Si vuole partire dal bambino perché sarà lui a mostrare quale sarà il metodo migliore per lui.

Un’altra cosa fondamentale, per i bambini, è il gioco libero. Spesso succede di interrompere il gioco di nostro figlio, perché siamo di corsa, o secondo noi quel gioco non è importante. È sbagliato: i bambini apprendono attraverso il gioco, proprio come in natura accade ai cuccioli degli animali. I bambini di oggi, inoltre, hanno poche possibilità di giocare nel cortile, o per strada, come facevamo noi, per esempio. Per fortuna, in alcuni paesi si trovano bellissimi cartelli con la scritta: “Attenzione. Rallentare: in questo paese i bambini giocano ancora per strada”.

Ultimamente Andrè Stern ha illustrato come i neuroscienziati, fino a pochi anni fa, ritenessero che l’intelligenza si tramandasse attraverso i geni, mentre oggi si è compreso, attraverso l’epigenetica, che è l’uso che facciamo del nostro cervello a renderci intelligenti, o meno. È attraverso l’entusiasmo che i bambini imparano meglio: l’entusiasmo li fa volare, fa far loro cose straordinarie.

“Imparare non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che succede”. Il nostro cervello non è un magazzino per nozioni, bensì è strutturato in maniera tale da trovare soluzioni ai problemi. Allora sì che l’intelligenza galoppa e si sviluppa. Tant’è che ciascuno di noi ricorda oggi della scuola principalmente ciò che lo emozionava ed entusiasmava.

L’entusiasmo è il segreto ingrediente dell’apprendimento. Un input che viene compreso solo quando i nostri circuiti emozionali sono attivati. E come si attivano?

  • Col gioco libero;
  • Il gioco del Dipingere.

Arno Stern oggi ha 95 anni, e da 70 anni è Servente del Gioco del Dipingere. È considerato il primo esperto dell’Educazione Creatric. Osservando i bambini, i ragazzi e gli adulti dipingere e disegnare spontaneamente, senza un obiettivo da raggiungere, senza un maestro, senza valutazione e giudizi, ha scoperto che tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalle condizioni di vita, dal luogo dove vivono, dall’età, dall’esperienza, dalla cultura e dalle tradizioni, dipingono per il puro piacere di tracciare, e per il puro piacere di giocare. E la traccia naturale che rimane sui fogli non appartiene all’arte, non è una proposta terapeutica, non comunica niente. Tracciando esprimiamo la nostra memoria organica, ovvero la memoria prenatale dell’organismo, attraverso la Formulazione, un codice universale, autonomo e originale, programmato dalla natura. Questa manifestazione può succedere soltanto nelle condizioni del Closlieu, un luogo protetto, facendo il Gioco del Dipingere, ideato da Arno Stern. Arno ha scritto numerosi libri, parlando delle sue scoperte, del Gioco del Dipingere e del rispetto e della fiducia nel bambino (Felice come un bambino che dipinge, La Traccia Naturale, Il Gioco del Dipingere, Homo Vulcanus…).

Irina vuole portare Il Gioco del Dipingere del Closlieu nel progetto Comunità-Scuola Evolutiva, perché i valori del Closlieu sono fondamentali per lo sviluppo armonioso del Bambino di qualsiasi età: la fiducia nel bambino, l’assenza del giudizio, il rispetto assoluto verso l’infanzia e verso ogni essere vivente, la possibilità di (ri)scoprire e realizzare sé stesso in un gruppo di persone ma senza la competizione.

Andrè Stern è il figlio di Arno Stern – musicista, liutaio, scrittore, giornalista, conferenziere- e non è mai andato a scuola. Da anni si occupa della divulgazione dell’Ecologia d’Infanzia e collabora con diversi neuroscienziati e biologi per diffondere le nuove conoscenze riguardo all’infanzia. Il suo libro “Non sono mai andato a scuola” è tradotto in italiano.

Cosa fanno i Maestri della Foresta:

  • coltivano passioni e vocazione;
  • studiano e si formano costantemente;
  • hanno qualità umane e morali;
  • sono disponibili a lavorare su se stessi.

La ricerca dei maestri è essenziale per la Scuola 7 Raggi.

I percorsi di questa scuola sono i seguenti:

– 3-6 anni;

– 6-11 anni;

– 12-18 anni.

Nella Scuola 7 Raggi non ci saranno voti, ma un evoluzione individuale, quindi un’autovalutazione e da qui si svilupperanno le Life Skills visti prima.

Didattica per gli esami: come preannunciato, ogni anno il bambino sosterrà l’esame ministeriale presso una scuola pubblica della zona. Perciò noi, durante l’anno, seguiremo il programma ministeriale, ma in modo flessibile e individuale.

Parallelamente al percorso dei bambini, verrà data grande attenzione a quello dei genitori. Infatti, il progetto vuole integrarsi nel territorio con attività extra, corsi, incontri con talenti adulti, tutto in base alle richieste dei bambini e dei genitori:

La scuola aprirà nel comune di Mossa da settembre 2019 e le preiscrizioni saranno attive già dal 17 giugno al 12 luglio.

Nel corso dell’incontro, si è molto parlato dell’intento della Scuola, del suo spirito, ma i dettagli del percorso didattico verranno illustrati individualmente a ogni genitori richiedente e nel corso di un incontro settembrino.

Per qualsiasi tipo di richiesta, potete scrivere a:

E-mail: scuola.setteraggi@gmail.com

Whatsapp: Irina (3779769508), Barbara (3287855888)

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DA DIVERSAMENTE ABILI A DIVERSAMENTE FELICI – un viaggio nell’Autismo con Federico De Rosa

Il depliant e i miei appunti

La scorsa settimana ho assistito a un incontro speciale presso la Fondazione Carigo della mia città Gorizia. Il giornalista e scrittore Federico De Rosa, accompagnato da suo padre Oreste, è intervenuto per presentarci la sua condizione di ragazzo autistico.

Mi fermo subito: nel titolo di questo posto ci sono due termini: “diversamente abili” e “Autismo” che porterà la maggioranza di voi lettori a passare oltre, per scegliere un altro argomento. Non è colpa vostra, non del tutto, almeno. Esiste ancora un forte pregiudizio su queste realtà e ve lo dico io stessa che, confesso, a primo impatto mi sono sentita a disagio davanti a De Rosa. Il suo modo di muoversi, i suoi spasmi, certi versi, mi inducevano alla fuga. Una specie di reazione istintiva. Mentre provavo questa emozione così strana per me, che nella vita non sono mai fuggita da niente, mi domandavo: “perché reagisci così? Non lo conosci neppure. Sei qui per imparare qualcosa di nuovo. Ti sei mai fermata davanti all’apparenza? No, e allora perché adesso vorresti andartene, o guardare altrove?” Mi sono data della stupida e ho sollevato lo sguardo. L’incontro è cominciato e, alla sua conclusione, mi sono sentita commossa e grata. Commossa perché l’apertura dell’anima di Federico, la sua generosità nel spiegarsi e nel voler aiutare gli altri, sia i ragazzi affetti da autismo, sia noi neurotipici, è illimitata e incondizionata. Grata perché ha detto delle cose che mi hanno fatta vergognare per il 98% di noi neurotipici. La profondità dell’anima di questo ragazzo ha pochi paragoni e lo posso affermare con certezza, perché io di gente ne conosco tanta.

Perciò, se volete mantenere saldi i vostri pregiudizi, “proteggervi” da quello che non conoscete e non uscire dalla vostra zona di conforto, passate oltre. Se, invece, come me amate la conoscenza e l’altro, rimanete e stupitevi come ho fatto io, perché vi si schiuderà un mondo poco noto, ma dal quale si possono estrarre tesori che, nella vita quotidiana, sono preclusi alla maggioranza.

Tuttavia conosco le vostre resistenze. Facciamo un gioco, allora: vi propongo di leggere solo le parti scritte in grassetto. Sono le parole di Federico De Rosa. Se vi stupiscono come è successo a me, mi promettete di leggere tutto il post? Pronti? Via!

Federico e Oreste De Rosa, Prof. Fabio Sesti

L’incontro è cominciato con un lungo intervento del Prof. Fabio Sesti, presidente di “Diritto di parola”, un’associazione di volontariato che opera sul territorio da più di dieci anni per favorire l’emancipazione e l’autonomia delle persone con varie difficoltà di comunicazione, grazie all’idea che la diversità permea un po’ tutta la società. Secondo i soci e i volontari, infatti, il grado di evoluzione della società si misura dall’inclusione, dalla volontà di non lasciare indietro nessuno. Ci sono diversi ostacoli, anche quello culturale e scientifico: un tempo, le persone disabili erano classificate come handicappate, ritardate e subnormali, mentre oggi il linguaggio ha subito una modificazione causata dalla sensibilità. Tuttavia c’è ancora una lunga strada da fare. Fino a pochi decenni fa, persone come Federico erano invisibili, perché chiuse in istituti. Progressivamente sono entrate in società, ma ancora oggi permane l’idea che debbano essere “interpretate”. Ci sovrapponiamo a loro. Facciamo in modo di soddisfare i loro bisogni. “Non capisce”, pensiamo. In realtà, la diversità di certe persone non è una malattia (che è degenerativa), ma è un modo di essere. Può essere geneticamente connaturato, ci sono varie ragioni. Sono persone diverse, esattamente come noi neurotipici siamo uno diverso dall’altro. Quindi c’è la necessità di aggiornare la cultura e la società in merito a queste riflessioni, perché il nostro filtro culturale è pesantissimo e dobbiamo superarlo: in una società interagente non si corregge nessuno, ma si offre la possibilità di essere tutti alla pari. Anche perché una simile società, dotata di accoglienza, ci fa stare bene insieme.

L’associazione promuove l’idea di comunicare con loro alla pari, lasciandoli esprimere liberamente e per questo vogliono trovare tutti gli strumenti possibili affinché questo dialogo scorra in modo fluido e continuo.

L’associazione stampa una rivista, “Dadi Esagonali”. Il nome è strano, si tratta di una figura geometrica impossibile. Il suo inventore, uno dei redattori, lo ha scelto per la complessità dei pensieri delle persone diversamente abili, pensieri diversi da noi neurotipici, ma capaci di apportare benessere a tutto il genere umano. Il giornalismo del giornale è strutturato in modo tale da abbassare il chiacchiericcio che si legge sulle testate famose, è meno litigioso, ma si concentra sulle riflessioni di temi importanti, come la ricchezza umana. Tende a mostrare cosa si può fare quando non si ha l’uso della parola vocale. Di solito, in riferimento alle persone diversamente abili si dice: “Non hanno una capacità di verbalizzazione”, ma usare il verbum non è la prima qualità umana, ce ne sono tante altre.

Oreste De Rosa è il papà di Federico, un giornalista e scrittore romani di venticinque anni che è anche autistico. Oreste ci ha spiegato che Federico è il suo terzo figlio. Entrò nella famiglia come una mazzata su un tavolo di cristallo, perché la sua condizione devastò la famiglia. Per dieci anni, Oreste ha cercato di strappare Federico all’autismo, di farlo diventare “normale”, ma il bambino peggiorava. Chi è nato autistico, rimane autistico, perché non è una malattia, ma un modo di essere. Ai quattordici anni di Federico, il padre avverte un cambiamento e dice al figlio: “Fammi diventare come te, mostrami come è essere autistici”. Federico ha iniziato a scrivere a computer e spiega al padre la sua iposensibilità (sentire amore per i piccoli profumi, le esperienze nei boschi), gli ha trasmesso la contentezza basica: nel suo mondo, quello che è importante è volersi bene con chi gli sta vicino, mangiare bene, andare alle terme e stare immersi nel silenzio. Ha anche scritto al padre: “Il silenzio ha un grande potere per conoscere. Se sei solo conosci te stesso, se sei con gli altri, nel silenzio conosci l’altro”.

Perciò se pensiamo che l’autismo ha dei valori, allora lo vivremo in modo armonioso, ma devi crederci. Se non ci credi, non verrà mai fuori. Se tu vuoi far diventare un ragazzo autistico come te, non funzionerà. Se lo capirai e lo farai esprimere per quello che è, fiorirà.

Oggi Federico ha due professioni, gira l’Italia e il mondo, ha venduto 11000 copie dei suoi libri (“L’isola di noi. Guida al paese dell’autismo”, “Quello che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo” di San Paolo Edizioni).

Ognuno di noi ha un handicap e diverse abilità. Se cerchiamo nell’altro il diversamente felice, lo troveremo. C’è una frase del Buddha che dice: “La mente è tutto: tu diventi ciò che pensi”. E’ perfetto.

Federico ha commentato: “Forte papà. È il Lenin dell’autismo”.

Oreste ci ha spiegato anche l’ipersensibilità di alcune forme di autismo: se il figlio viene avvisato dell’arrivo imminente di un rumore, lo può gestire, ma sono i rumori improvvisi a spaventarlo, a infastidirlo. Quando il padre gli chiese quale fosse il posto più difficile per lui, Federico gli rispose: la stazione di Roma Tiburtina. In generale, in città fa fatica a dormire, perché ci sono tantissimi rumori e spesso improvvisi, che noi neurotipici filtriamo, lui no.

Anche quando si parla con lui, bisogna farlo piano e scandendo bene le parole, ma senza esagerare, infilandoci un “ok”, ogni tanto.

Domanda a Federico: Che musica ti piace?

Federico: “Sì, mi piace il Boogie Woogie. Adoro Championi Jack Dupree. Adoro il piano suonato come uno strumento più percussivo che armonico”.

Soffrono non avendo amici?

Oreste spiega che hanno un diverso modo di intendere la socialità. Prima di tutto, hanno bisogno di un equilibrio tra la parte della solitudine (che vogliono) e la socializzazione. E’ necessario, da genitori, aiutarlo a stare con i compagni di scuola, far capire ai ragazzi cos’è l’autismo, perché questo Federico, per esempio, non può farlo da solo, in quanto non possiede capacità organizzative. Lo fai tu, padre, genitori, poi lo lasci andare.

È importante fare il padre, soprattutto dai quattordici anni in su. Oreste e Federico vanno in montagna, fanno lunghe camminate, spesso nel silenzio assoluto. Poi giocano tanto a bowling.

Domanda a Federico: Come hai imparato a non essere impacciato in pubblico?

Federico: “Non lo so. Sono tanti anni che lo faccio. All’inizio era difficile, poi si impara”.

Come hanno fatto a superare certi blocchi?

Oreste spiega che Federico gli ha mostrato come, ogni tanto, il suo cervello parte e vada in loop. Quindi si va per tentativi. Gli autistici hanno le stereotipie: bisogna tentare con una, due, mille frasi. Se una funziona tre volte di fila, si capisce che si è creato un solco, ovvero una stereotipia che caccia un’altra stereotipia.

Domanda a Federico: Quali sono le cose che un genitori può fare per rendere felice un figlio autistico?

Federico: “Credere nelle nostre capacità. Credere nel valore dell’autismo. La fiducia un figlio la respira con il cuore”.

Domanda a Federico: Quali difficoltà hai avuto a scuola?

Federico: “Il fiero orgoglio neurotipico di gran parte della scuola. Da una scuola per tutti dobbiamo passare a una scuola per ciascuno”.

La loro percezione è fatta di dettagli. Non comprendono l’insieme, o faticano a farlo.

Domanda a Federico: Sei andato all’università?

Federico: “No. Non amo il sapere neurotipico. Troppo compilativo delle scoperte dei secoli precedenti. È chiuso alla dimensione del mistero e dell’assurdo. Modifica l’intuizione e l’intraprendenza”.

Domanda a Federico: A che età hai cominciato ad avere consapevolezza di te e a porti degli obiettivi: voglio andare al bosco, piuttosto che al ristorante?

Federico: “Da piccolissimo avevo tutto in testa e non riuscivo a dirlo”.

Oreste ricorda che, quando Federico aveva quattro o cinque anni, si è avvicinato a lui e gli ha detto: “Molto più intelligente di quello che pensi”. Non pensiamo mai che gli atipici possano avere un mondo dentro.

Perché verso i quattordici anni gli autistici “migliorano”?

Federico ha spiegato al padre che, dentro la loro mente, durante l’infanzia, hanno una grande nebbia. Verso l’adolescenza, a forza di stare con i neurotipici, imparano da loro, sebbene spesso gli autistici li evitino, perché infastiditi dai loro comportamenti e dalle loro “prove”.

Il problema, spiega Oreste, è che gli autistici fuggono dentro di sé. Siamo noi a dover trovare il modo per portarli fuori. In casa abbiamo un dogma: “Ogni giorno una cosa nuova”. Provate. Se si fa così, loro prendono fiducia e capiscono che possono vivere anche fuori da sé. Quindi il consiglio di Oreste è di indurli a imparare l’autonomia, una al giorno, magari aiutati all’inizio. Sarà spesso un disastro, ma bisogna perseverare e riconoscergli i passi avanti fatti, magari con frasi chiare: “Vedi che sei stato in grado di farlo?” Bisogna smantellare il concetto che l’autismo è impossibile da affrontare.

Federico: “Se non credono in Federico, peggio per loro. Io non ho tempo da perdere con le paure neurotipiche. Ho tanti fratelli autistici che soffrono e devo correre ad aiutarli. Costruire la società della piena integrazione. Ma non lo vedete che ce la stiamo già facendo? Manca poco. Un futuro felici ci attende tutti, io ci credo. Posso contare su di voi?”

Domanda a Federico: Cosa significa per te essere felice?

Federico: “Maturare la consapevolezza che l’altro è un altro da me. La felicità è figlia della parola insieme”.

Domanda a Federico: E’ vero che la felicità è sentirsi socialmente accettato?

Federico: “Molto bene. Io faccio così. Integro più di tutti chi mi esclude. Vado un po’ a caccia di chi mi umilia. Chi ti esclude mai immagina che tu lo accogli. È destabilizzante e apre a un opportunità di cambiamento”.

Credo che io non debba aggiungere altro. Federico ha detto tutto.

No, forse una cosa la devo aggiungere: condividete questo post dappertutto. In tempi come questi, dove l’esclusione e le paure stanno diventando endemiche e trasversali, Federico ci induce a riflettere profondamente sul valore dell’inclusione e dell’amore tra esseri umani. Ci insegna ad aprirci, non a chiuderci. Ci insegna il potere della volontà, a noi, che ci stressiamo per la coda in autostrada, o in posta. La sua profondità è una potente medicina per ciascuno di noi.

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