LA CONSULENZA FILOSOFICA -INTERVISTA ALLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA-

Come promesso, questa settimana intervisto la Dottoressa Chiara Pradella, filosofa e scrittrice che, una settimana fa, ha inaugurato in Via Garibaldi 9 a Gorizia il suo studio di Consulenza Filosofica. Un inizio importante: affiancata dal sindaco Rodolfo Ziberna, dal Vicepresidente della Camera di Commercio Gianluca Madriz e dallo psicologo Franco Perazza, la filosofa ha illustrato i suoi prossimi progetti ai presenti e alla stampa. Oggi passa dal nostro blog per raccontarci di più.

La Dott.ssa Chiara Pradella nel suo studio “Lo Ziqqurat”

-Dunque Dottoressa Pradella, come si sente a poco più di una settimana dall’inizio del suo nuovo progetto?

Mi sento molto emozionata e, a dirla tutta, ancora non mi sembra vero!

Aprire uno studio privato per aiutare le persone a ritrovare sé stesse e il loro sorriso è un sogno che ho da quando avevo 15 anni, ovvero dal primo anno al Liceo delle Scienze Sociali.

La strada per arrivare fino a qui è stata davvero molto dura, fatta di tanti anni di studio, volontariato e – nel contempo – presa in carico di lavori completamente diversi per mantenermi, tanto che quasi non ci credevo più, all’apertura di un mio studio privato, invece… Dopo tanto impegno è successo. Mai smettere di inseguire i propri sogni!

-Vuole parlarci della storia della Consulenza Filosofica, per spiegarla a chi potrebbe esserne digiuno?

Nonostante la Filosofia sia antica quasi quanto il mondo (va bene, ora non esageriamo, ma sicuramente antecedente alla psicologia e a Cristo), la Consulenza Filosofica è una disciplina piuttosto recente, nata in Germania negli anni ’80 con Gerd B. Achenbach, grazie al quale si è configurata come “dialogo che cura” (espressione mia), che aiuta – concretamente – nella risoluzione dei problemi di tutti i giorni, intervenendo nel mondo reale, delle relazioni.

E’ una pratica che aiuta a riflettere sul proprio modo di vedere le cose, le persone, sviluppando una visione sul mondo aperta a 360°, capace di far rientrare entro il suo raggio di veduta tutte le risorse interne all’individuo (anche quelle che ancora non conosce di sé), comprese le risposte alle sue difficoltà.

-La filosofia è una materia che affascina moltissime persone, ma certamente nel XXI secolo, così votato alla scienza e alla tecnologia, in tanti potrebbero pensare che sia desueta. Cosa risponderebbe agli scettici?

Quando (molto spesso) mi fanno questa osservazione mi torna sempre in mente una frase del filosofo Carlo Michelstaedter, il quale affermava che “Vana cosa è la filosofia se esce dalla vita – è l’ultima illusione, e l’ultimo gioco del vecchio rimbambito – è l’ultimo ottimismo che arresta la vita nel suo glorioso svolgimento verso l’universale”.

Un pensiero così (espresso per giunta più di 100 anni fa) ci fa pensare come sia ormai un pregiudizio ritenere la filosofia una disciplina che ha poco a che fare col mondo. Aristotele stesso (e qui andiamo molto, molto più indietro nel tempo) la riteneva alla base di tutte le altre discipline, in quanto ha a che fare con la domanda, con la riflessione profonda sul senso di ciò che, poi, varierà di contenuto in contenuto.

Per dirla con una metafora in termini comuni, mi piace pensare alla filosofia come una sorta di allenamento (o di prova generale) prima di una partita importante o di un concerto: un luogo e un momento in cui ragionare, pensare e sperimentare scelte importanti, decisioni difficili da prendere, cambiamenti, emozioni, vita.

-E lei, come si è innamorata della filosofia?

E’ stato un vero e proprio amore a prima vista. Ho cominciato a studiarla al terzo anno di liceo. Mi ricordo che prima non sapevo nemmeno cosa fosse! Eppure, appena iniziato il manuale, non sono più riuscita a staccarmene! Leggevo ovunque e tutto quello che contenevano i vari capitoli, anche le parti che non era necessario studiare. Mi portavo dietro il libro anche quando dovevo andare a fare la fila alle poste o se uscivo al parco per una passeggiata.

-Ci sono delle scuole di pensiero filosofiche che la rispecchiano di più? E sono le stesse che trova utili per l’uomo e la donna contemporanei?

I miei riferimenti fanno dei grandi salti temporali. Di sicuro la mia guida principale è il filosofo Socrate, il primo vero “ideatore” del “dialogo autentico”, colui che interrogava gli interlocutori per far emergere la loro personale visione delle cose e non quelle convenzioni imparate a memoria. Diciamo che in qualche modo, attraverso lo scambio verbale, aiutava le persone ad essere pienamente sé stesse.

Un altro importante riferimento è senza dubbio Kant, che ci permette di capire l’importanza degli altri, della moralità intesa come fare del bene. Infine, Wittgenstein, Derridà (che ci lasciano la responsabilità di scoprire cosa si nasconde dietro le cose, i limiti del linguaggio come limiti del nostro mondo) e Luigi Vero Tarca, quello che è stato il mio professore all’Università, fautore del “puro positivo”.

-Ha un’idea di dove si sta dirigendo la filosofia oggi?

Contro ogni pronostico, sembra si stia facendo sempre più strada nel mondo contemporaneo. Le persone sono spaventate dalla tecnica, dalle derive a cui può condurre troppa scienza… E hanno bisogno di ritrovare sé stesse e il senso della vita.

Allora ricominciano a interrogarsi, ricercando quei valori che forse hanno perduto, o magari rimescolando le carte e capendo l’importanza di crearne di nuovi. Insieme. Un nuovo modo di con-vivere, insomma, e di con-dividere. Non a caso, sempre più aziende chiedono l’aiuto di un filosofo per migliorare il proprio operato.

-Torniamo al suo studio di Consulenza Filosofica. Cosa trasmetterà ai suoi pazienti, individualmente?

Prima di tutto mi piacerebbe che nel mio piccolo spazio trovassero un luogo accogliente e familiare in cui sentirsi ascoltati e accolti per ciò che sono. Vorrei riuscissero a sentirsi liberi di esprimersi, di tirare fuori tutto ciò che gli crea ansia, paura, dolore.

Poi – così come ha fatto con me, tanti anni fa, la mia consulente Regina – vorrei guidarli nel riuscire a guardare sempre l’altro lato della medaglia: quello della gioia, del superamento della difficoltà che parte, innanzitutto, dalla sua accettazione e – prima ancora – dall’accettazione di sé stessi, senza rimorsi e sensi di colpa (le assicuro che non è una cosa facile!).

-Nei quotidiani, ho letto che offrirà anche caffè letterari, conferenze e gruppi di auto-aiuto. Può raccontarci questi progetti così diversificati?

Il bello della filosofia è che va d’accordo con tutti! Ovvero, dato che facilita l’emergere di contenuti – ma senza mai imporli – può intervenire in diversi ambiti, essendo d’aiuto sia in gruppi di lavoro/equipe che in libere associazioni di persone.

Così, quello che vorrei fare è innanzitutto far conoscere meglio questa disciplina, attraverso conferenze con colleghi ed esperti; poi, aiutare nella sperimentazione della pratica filosofica, attraverso caffè letterari e incontri. Infine, credo molto nel ruolo dei gruppi di auto-mutuo-aiuto: un insieme di persone che si riunisce sulla base di un vissuto, di un’esperienza comune (malattia, lutto, disagio…). Per questo, vorrei fare rete con le strutture psichiatriche del territorio e le istituzioni laiche e religiose, al fine di individuare le difficoltà più diffuse e provare a dare una mano.

-Lei è una giovane donna competente e dinamica. C’è un messaggio che vorrebbe lanciare a chi leggerà questa intervista, e vorrebbe saperne (ancora) di più sulla consulenza filosofica?

Ogni tanto, al Master che ho frequentato a Ca’ Foscari, ci dicevano che “La Consulenza Filosofica è il Consultante!”, intendendo dire che la nostra pratica si basa sul rapporto che instauriamo con chi viene a chiederci aiuto. Perchè ogni persona – si sa – è unicità e imprevisto, per cui la Consulenza Filosofica viene a configurarsi come un’apertura all’altro – che, in fin dei conti, è sempre un altro io, un altro me stesso (Levinas).

Quando facciamo consulenza, perciò, non rimaniamo impassibili, e nemmeno professionisti seduti dietro una scrivania che mettono in pratica delle teorie, ma ci mettiamo in cammino, anche noi, consultante dopo consultante, alla scoperta di noi stessi. In un circolo virtuoso che va da anima ad anima.

Questo è ciò che di più bello il nostro lavoro possa offrirci!

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IL MERLETTO A TOMBOLO OGGI – INTERVISTA ALLA MAESTRA DIANA DUSSI

Con mia grande gioia, tornano le interviste e non potevo riprendere che da una delle mie più grandi passioni: il Merletto a Tombolo.

Per far conoscere anche a voi questa tecnica artigianale e artistica antica, ho coinvolto una Maestra eccezionale, Diana Dussi.

Buona Lettura!

Maestra Dussi, può raccontarci brevemente la storia del Merletto a Tombolo?

Il merletto a fuselli nasce in epoca rinascimentale come “conseguenza” del merletto ad ago di poco precedente. Il merletto a fuselli era di più rapida esecuzione rispetto al punto in aria o reticella e si proponeva quale alternativa in un momento storico, il XVI sec., il cui la domanda di merletti era in costante aumento. Il disegno dei primi merletti a tombolo si orienta e prende spunto proprio dal contemporaneo merletto ad ago. E’ molto probabile che il merletto a fuselli abbia visto la luce a Venezia, il modellario edito da Christoph Froschauers a Zurigo nel 1561 attesta che “Il merletto a fuselli fu portato per la prima volta nell’anno 1536 nella Germania meridionale da mercanti di Venezia e dell’Italia”. Sappiamo che Venezia, Genova e Milano vantavano una fiorente “industria del merletto”, è quindi verosimile che dall’Italia settentrionale l’arte si sia rapidamente diffusa Oltralpe e  altrettanto rapidamente abbia raggiunto il sud Italia per poi prendere la via del mare e raggiungere le isole greche da una parte, la Spagna e il Portogallo dall’altra. Vi consiglio un libro meraviglioso, “Klöppelspitzen. Eine Zeitreise” scritto da Erika Knoff, se vorrete approfondire l’argomento, il testo è dotato di un apparato iconografico stupendo.

Come ha conosciuto il Merletto?

Grazie alla mia mamma, che all’epoca frequentava un corso di merletto. Mi ha mostrato lei i movimenti di base e poi mi ha detto “Iscriviti al mio corso, ti piacerà!”

Ci sono dei punti specifici che predilige? E per quali ragioni?

Non ho un cosiddetto “merletto preferito”, apprezzo la raffinata eleganza del merletto francese, la razionalità del merletto di Cantù, la versatilità e completezza del merletto di Gorizia, l’effetto tridimensionale del merletto inglese. Ogni popolo ha affinato un proprio gusto, ha immerso nel merletto i suoi simboli, mi piace individuare le simbologie “nascoste” e godermi le singole particolarità.

Ancora oggi, se racconto in giro di lavorare al tombolo, vengo guardata in modo strano. Eppure il Merletto è da sempre presente nel mondo della moda, non soltanto nei lavori delle contadine e delle nonne. Secondo lei esiste un modo per divulgarlo tra le nuove generazioni, creando magari offerte di lavoro fresche e appetibili?

Esiste senz’altro il modo di divulgarlo, lo stiamo facendo da più parti, grazie all’interessamento di riviste specializzate, pubblicando libri, proponendo corsi anche per bambini; pensare che possa diventare una professione diffusa invece credo che rasenti l’utopia, questo lavoro richiede dei tempi “fisici” per essere compiuto, le mani sono sempre e solo due (!), il mondo va troppo in fretta e diventa difficile trovare chi sia disposto a pagare un merletto tutte le ore di lavoro che vale.

Lei viaggia molto per il suo mestiere. Dove ha insegnato, e con quali risultati?

Ho insegnato in Austria e in Germania, per le rispettive Associazioni Nazionali del Merletto, spesso in occasione di Congressi internazionali, dove ho avuto il piacere di confrontarmi con merlettaie esperte, incidentalmente mie allieve per l’occasione (!) provenienti da tutta Europa. E’ stato molto stimolante e istruttivo per me scambiare esperienze, tecniche, ma anche solo piccoli segreti del mestiere! Il risultato impagabile sono le Amicizie, quelle con la “A” maiuscola che iniziano con una collaborazione di tipo professionale, si basano sulla stima reciproca, poi si estendono al piano personale, si radicano e si rafforzano col passare del tempo.

Come viene presentato il Merletto a Tombolo negli altri Paesi? E’ più conosciuto e insegnato, rispetto all’Italia?

Le porto come esempio due realtà che conosco molto bene, sia l’Austria che la Germania si sono sforzate di appianare le divergenze “politiche” fra le varie Regioni e hanno creato un’Associazione Nazionale centrale, che si incarica di divulgare quest’arte, offrendo corsi, eventi, mostre in tutto il Paese. Ogni regione ospita a turno il Congresso annuale (Germania) o triennale (Austria). Avere un’amministrazione centrale che si prende cura di diffondere i corsi ovunque in modo sistematico fa tutta la differenza del mondo. Non voglio ricadere nel solito discorso “Gli altri fanno tutto meglio di noi”, non è certo il caso, non sostengo che il merletto all’estero sia insegnato in modo migliore, l’Italia ha fior di insegnanti, ma da noi non esiste nulla di paragonabile a livello di efficacia e capillarità, manca un elemento centrale che crei occasioni di incontro fra le varie Scuole, favorisca lo scambio costante di informazioni e tecniche; senza un confronto proficuo, ognuno rimane ancorato alla propria realtà, sempre e solo a quella, non si ha l’occasione di imparare. Non esiste un “centro” da noi che inviti insegnanti stranieri a parlare del loro mondo, le informazioni su ciò che avviene all’estero, delle innovazioni, dei cambiamenti nel campo design sono appannaggio dei pochi “addetti del mestiere”. Inoltre in alcuni Paesi il merletto è considerato un’attività da salvaguardare oltre che un’attività economica a tutti gli effetti, che come tale deve produrre utili, per cui viene sostenuta in qualche modo a livello nazionale.

Nei giornali culturali si discute molto sulla conservazione degli antichi mestieri. Attraverso la sua esperienza e i suoi viaggi si è fatta un’idea di come si possa continuare a trasmettere questa arte alle nuove generazioni, impedendone l’estinzione?

La Tradizione dona solide basi. Su queste basi bisogna costruire innovando di continuo, usando i colori, materiali all’avanguardia, pensando a come può essere impiegato il merletto oggi, Anno Domini 2019. Nessuna delle ragazze giovani cui insegno ha mai perso la testa di fronte a un centrino! Desiderano un paio di orecchini, un merletto per la tasca dei jeans o per la borsa preferita, vogliono decorare la custodia del tablet o dell’ultimo smartphone. Se parliamo il linguaggio dei giovani, verremo capiti. E’ più facile imparare, se ci si diverte e si “indossa” o si “usa” in qualche modo il proprio progetto! 

Quali sono i suoi prossimi progetti di insegnante?

Continuerò la mia esperienza d’Oltralpe, cui spero di affiancare un corso nella mia città natia, organizzato dall’Università Popolare di Trieste (link: https://www.unipoptrieste.it/corsi-4/antichizzazione-e-decorazione ) e continuerò a divulgare per mezzo della carta stampata (link del libro della Maestra: https://www.barbara-fay.de/index.php/en/component/virtuemart/kloeppeln/fiandra-a-tre-paia-detail?Itemid=0 ). Nei miei disegni inserisco ciò che per me è fondamentale, il mio rapporto con la Natura, il mio scopo è farla entrare nelle case delle persone, lavoro con questo obbiettivo in mente. E’ capitato che le mie farfalle diventassero mosaici, i miei fiori acquarelli, molti disegni sono stati ricamati e ne sono stata felicissima, come se fossero diventati merletti! Il tempo scorre, ma quest’Arte non perde nulla del suo fascino, la curiosità è grande per quanto riguarda la lavorazione in sè, per come si muovono le mani (!), inoltre, in un momento storico di profonda crisi, di cui tutti sentiamo la pesantezza, tornare alla Tradizione dona calma, sicurezza e benessere, ci si ritrova, ci si ente meno “persi”, il senso di aggregazione e di comunità che si crea durante i corsi donano un valore aggiunto. Si impara e al contempo ci si sente meno soli.

Il libro della Maestra Diana Dussi, disponibile in tre lingue (italiano, inglese e tedesco)

BIOGRAFIA

Dopo un corso di formazione della durata sei anni, ha ottenuto il Diploma di Maestro Merlettaio e la successiva Specializzazione presso la Scuola Corsi Merletti di Gorizia ora Fondazione.

Dal 2010 dirige il suo laboratorio artistico “Il Filo dei Pensieri” a Trieste.

Nel 2015 ha partecipato al Concorso indetto dalla Fondazione Musei Civici di Venezia con un’opera che è stata premiata e ora appartiene alla Collezione del Museo del Merletto di Burano.

Collabora attivamente con la rivista specializzata “Die Spitze”.

Tiene regolarmente corsi di merletto per l’Associazione “Verein und Textile Spitzenkust in Österreich” (Vienna) e l’Associazione “Deutscher Klöppelverband” (Germania).

Il suo sito internet è: http://www.ilfilodeipensieri.com/home.htm

Tutti i lavori pubblicati in questa intervista sono stati eseguiti dalla Maestra Diana Dussi.

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Intervista alla ricercatrice e saggista Erika Maderna

Dott.ssa Erika Maderna

 

1. Sono anni che apprezzo i tuoi saggi, ma dal mio blog passano anche lettori che potrebbero non conoscerti ancora. Puoi presentarti e raccontarci la tua formazione e la tua attività?

Il mio percorso di studi parte dalla laurea in Lettere Classiche ad indirizzo archeologico. L’archeologia di scavo, però, l’ho coltivata poco, e solo da studentessa: mi ha sempre appassionato di più scavare nelle pagine immateriali della storia piuttosto che in quelle materiali. Finita l’università, ho avuto l’opportunità di realizzare un paio di pubblicazioni che, in un certo senso, hanno aperto la strada alle successive ricerche a cui mi sono dedicata. Alcuni anni fa, l’incontro fortunato con il progetto culturale di Aboca ha costituito per me una svolta molto interessante. Grazie al rapporto di fiducia e affetto reciproco che si è instaurato, oggi mi dedico prevalentemente alla ricerca indipendente e alla divulgazione, e posso trascorrere gran parte del mio tempo con il naso infilato fra i libri… una bella fortuna!

2. Ho avuto modo di leggere tre delle tue opere: “Aromi sacri, fragranze profane”, “Medichesse” e “Per virtù d’erbe e d’incanti”, editi da Aboca dal 2009 a oggi. Nell’articolo precedente (http://www.arteculturae.it/saggistica/recensione-per-virtu-derbe-e-dincanti-la-medicina-delle-streghe-di-erika-maderna/) ho recensito proprio l’ultimo uscito. Da dove provengono i tuoi interessi?

Negli ultimi anni ho avuto modo di approfondire due filoni di studio, entrambi a me molto cari. Il primo è collegato alla dimensione del mito e dei simboli, che è confluito nelle esplorazioni botaniche di “Le mani degli dèi”, una ricerca complessa ma appassionante sulla sacralità del mondo vegetale e sulle sue mitologie. Il secondo filone è quello della storia della medicina femminile, che ha preso avvio dall’idea di “Medichesse”, attingendo a uno straordinario bacino di saperi, curiosità e aneddoti ancora poco esplorato nell’editoria divulgativa.

3. Sono molto colpita dalla profondità delle tue ricerche. La bibliografia, che doni al lettore alla conclusione di ogni saggio, è ricchissima e io stessa ho attinto ad essa per approfondire certi temi. Sbaglio, o leggi le fonti direttamente nella lingua originale (greco e latino)?

E’ l’eredità degli studi classici, fortificata dalla mia passione per la lingua greca e latina, che mi consente di accedere alle fonti originali. Parto sempre dalla parola antica perché lì trovo grande ispirazione: nelle parole ci sono radici, e le radici attingono acqua in profondità.

4. Tornando per un attimo a “Per virtù d’erbe e d’incanti”, un dettaglio mi ha particolarmente fatto riflettere: l’uso della parola all’interno del percorso di guarigione che le guaritrici compivano per i loro pazienti. Fino al secolo scorso (e forse ancora oggi), le empiriche adottavano delle preghiere e degli scongiuri cristianizzati, ma sappiamo che la loro origine è pagana. Hai trovato qualche fonte antica dove è rimasta traccia di queste parole? E qual è la struttura di tali preghiere?

La consapevolezza del potere intrinseco della parola ha accompagnato tutta la storia della medicina magica: nella tradizione classica ne troviamo traccia a partire dalla filosofia pitagorica. Perfino la raccolta delle erbe officinali era accompagnata da preghiere e formule, che avevano lo scopo di attivare il potenziale terapeutico custodito nella natura. Di queste antichissime liturgie abbiamo qualche fortunata sopravvivenza negli erbari medievali, ma anche nei testi medici sono conservate importanti testimonianze di questa fase sacerdotale e liturgica. Forse non tutti sanno che uno dei primi “abracadabra” presenti nelle fonti scritte si trova nel trattato di medicina di Marcello Empirico, un autore latino del V secolo. Nel passaggio dalla cultura pagana al cristianesimo, il nuovo linguaggio religioso si è semplicemente appropriato di quelle modalità rituali, riadattandole. “Herba et verba”, erbe e parole magiche, sono da sempre la colonna portante della medicina magica delle cosiddette streghe curatrici.

5. Le umili guaritrici di campagna e le medichesse ti hanno insegnato qualcosa?

La storia della medicina osservata attraverso lo sguardo delle curatrici empiriche dice molto della natura femminile e ci consegna uno sguardo “di genere” sull’atto di cura. Ci invita a rivalutare i valori che hanno accompagnato le pratiche quotidiane delle nostre antenate, che ci raccontano l’attitudine all’osservazione, il rispetto, la partecipazione emotiva. Un “tocco” femminile che ancora oggi è bene che continui ad essere parte viva del contributo delle donne.

6. Cosa hai capito dell’essere umano e del nostro mondo, grazie alla tua erudizione e riflessione personale?

Capire l’essere umano è davvero un’impresa ardua, ma vale assolutamente la pena di procedere per tentativi… Ognuno di noi sceglie i propri strumenti di elezione per leggere il mondo: a me appassiona la ricerca delle origini. Credo che la storia ci parli, e se la interroghiamo nel modo giusto può aiutarci a trovare qualche risposta, o almeno ad orientarci lungo il cammino.

7. Ti seguo anche su Facebook, dove hai un profilo ricco di approfondimenti e articoli che scrivi per il web. Fra tutti i ricercatori che conosco, sei stata l’unica a parlare del mito di Ananke. Lo vuoi illustrare anche ai lettori di questo blog e darci la tua interpretazione?

Dal mito di Ananke sono partita per tracciare il percorso archetipico della figura della strega. La Necessità, che per i Greci rappresentava una forza superiore perfino a quella degli dèi, nella visione proposta da Platone è una dea seduta in trono, intenta a far ruotare un fuso, metafora dell’atto creativo. Le sue tre figlie, le Moire (Parche per i Romani), proprio attraverso il processo della filatura governavano l’esistenza dei mortali. Creare, dare la vita, è il grande privilegio delle donne, e allo stesso tempo l’atto magico per eccellenza. Il fuso, così come l’arcolaio e il telaio, strumenti maneggiati con grande perizia da mani femminili, è da sempre considerato uno strumento magico potentissimo; addirittura pericoloso, tanto che nell’antica Roma leggi speciali proibivano di utilizzare tali oggetti in prossimità dei campi coltivati, nel timore che il gesto di rotazione, accompagnato da una volontà malevola, avesse il potere di guastare i raccolti.

8. Alla luce di tutto ciò, quanto ritieni siano importanti gli antichi miti per noi contemporanei?

Li ritengo addirittura necessari alla nostra sopravvivenza! Parlo della sopravvivenza psichica, immaginativa, perché i miti contengono tutto ciò che è essenziale per la nostra vita interiore; non diventano mai obsoleti, ma si rivitalizzano e rinnovano continuamente attraverso il simbolo. I miti parlano sempre di noi, in una dimensione che travalica il tempo, i luoghi e le culture, e ogni volta che ci immergiamo in quelle acque, la pesca è fruttuosa.

9. Grazie alla tua conoscenza, avrai compreso che il concetto di male è ciclico nella società umana, in ogni Paese e angolo del mondo. Esiste un rimedio?

Trovare un rimedio al male sarebbe come trovare la pietra filosofale! Può essere scoraggiante prendere coscienza di quanto lenti e pigri siano i passi verso i grandi obiettivi che l’umanità dovrebbe porsi, eppure non possiamo permetterci di rimanere indifferenti. Farci avvincere dalla ricerca di soluzioni è l’unico strumento a cui possiamo aggrapparci. E naturalmente, educare le nuove generazioni a fare altrettanto è l’eredità più importante che possiamo lasciare.

10. Siamo due donne e due madri. Fai un mestiere che ami profondamente. Non posso fare a meno di chiederti come concili la famiglia con la passione della tua vita. E cosa puoi dire alle tante donne che, ancora oggi, lamentano la solitudine e, spesso, l’abbandono del lavoro per la cura dei figli.

Mi ritengo fortunata perché l’attività di ricerca mi consente grande libertà e indipendenza nella gestione dei tempi, e questo mi ha sempre permesso di conciliare in modo flessibile lavoro e vita famigliare. A monte, però, anche per me c’è stata una scelta di campo, fatta consapevolmente anni fa, quando, vincitrice di concorso, ho rinunciato a una cattedra di ruolo assegnata in una sede troppo lontana, in un momento in cui era più importante che la mia presenza in famiglia fosse costante. Una decisione che mi ha certamente privato di una maggiore stabilità economica, ma di cui non mi sono mai pentita. In generale, per noi donne, il braccio di ferro fra famiglia e lavoro può comportare scelte difficili; nel mio caso, tuttavia, credo che si sia messa di mezzo la dea Ananke…

11. Hai appena terminato edito l’ultimo saggio, “Per virtù d’erbe e d’incanti” e lo stai presentando. E’ troppo presto per chiederti se hai in progetto un nuovo libro per i tuoi lettori più appassionati?

“Per virtù d’erbe e d’incanti”, è nato con l’intento di colmare una lacuna del precedente “Medichesse”, nel quale avevo rinunciato ad approfondire la cosiddetta “medicina delle streghe”, consapevole che lo spazio di un capitolo non avrebbe reso onore a un tema tanto affascinante. Ma la storia della vocazione femminile alla cura è un bacino ampio e interessante, che fatica ad esaurirsi. Ci sono altre suggestioni che mi affascinano, e credo che, complice anche la volontà del mio editore, tornerò a farmi incuriosire da nuovi spunti. Ma mi fermo qui per evitare di spoilerare troppo!

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Intervista allo scrittore Francesco Boer

Francesco Boer, 2018

1. Francesco, noi ci conosciamo, ma vuoi presentarti ai nostri lettori? Chi sei e qual è la tua formazione?

Ho trentasette anni e abito a Selz, in provincia di Gorizia. Crescere e vivere vicino al confine mi ha dato la possibilità di comprendere che la realtà non è risolvibile in una visione univoca. Il mondo è fatto di contrasti e sfumature, non c’è una verità unica ma tante voci diverse. Voci che possono cercare di sopraffarsi l’una contro l’altra, oppure accordarsi in un coro armonioso. Forse è anche per questo che sono affascinato dal mondo dei simboli, un argomento che studio da anni in tutte le sue sfaccettature. L’espressione simbolica è infatti una costante dell’essere umano. Nei simboli si può trovare un tratto comune a diverse culture, che permette di tracciare linee che uniscono in un significato affine fenomeni storici distanti sia nello spazio che nel tempo. Il simbolo poi è anche il fulcro che permette di collegare conoscenze che in genere vengono divise in materie di studio diverse: psicologia e storia, arte e natura, religione e scienza.

L’approccio che ho scelto ha portato di necessità ad una formazione da autodidatta, con i pregi e i difetti che ciò comporta. Procedere senza una guida è più difficile, ma mi permette di costruire una rete di collegamenti a 360 gradi, invece di sbilanciarmi in approfondimenti unilaterali su una sola materia.

2. Ho scelto la foto dell’intervista personalmente, perché mostra tutta la tua ironia. Sei un giovane uomo erudito e pieno di progetti, eppure conservi uno spirito giocoso e profondamente autoironico. Addirittura, nelle tue informazioni su Facebook, dichiari di essere un ”eremita part-time”. Da dove provengono la tua semplicità e umiltà?

L’umiltà non è tanto una scelta quanto una conseguenza degli studi e delle esperienze che ho intrapreso. Di fronte alla vastità delle cose da studiare e comprendere ci si sente come uno che deve misurare il mare con un secchio. C’è poco di che insuperbirsi! L’autoironia e gli scherzi sono per me un modo per non inaridire il discorso, e soprattutto per evitare di apparire come un maestro o un guru – cosa che non sono di certo, e che comunque non vorrei essere. La giocosità però non significa concedersi inesattezze o leggerezze nella ricerca. Su questo sono molto esigente con me stesso, e preferirei ritrattare tutte le mie tesi che sorvolare su un dettaglio incongruente.

3. Nel romanzo “Labirinto interiore” (Leucotea, 2017), hai inserito argomenti legati a una grande quantità di credi e conoscenze. Alchimia, Antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcune. E’ una scelta presa a priori, oppure si è presentata mentre scrivevi il romanzo?

Per me il processo di scrittura non è finalizzato all’esposizione di qualcosa che so già. Al contrario, scrivo per imparare, scopro mentre cerco le parole. I simboli sono come una fonte che sgorga spontanea, basta sapersi chinare per attingerne a piene mani. I sistemi e le credenze che citi sono però altrettanto importanti, perché costituiscono lo stampo in cui colare il metallo fuso del simbolo vivo. Servono da struttura per collocare in un insieme armonioso la materia prima che si raccoglie. Senza questa mediazione la storia resterebbe un sogno confuso: sarebbe come se qualcuno ci parlasse dicendoci cose importanti, ma in una lingua che non comprendiamo.

4. La vicenda che narri è avvincente e coinvolgente, ricca di riferimenti eruditi e simbologia. La cosa sorprendente è che, a una prima lettura, il lettore è libero di farsi un’idea soggettiva, e poi, alla fine del romanzo, troviamo una spiegazione dettagliata dei contenuti, che concede al lettore un approfondimento ulteriore. L’ho trovato geniale, ma soprattutto un generoso dono verso chi vuole conoscere gli argomenti trattati. Come ti è venuta in mente questa particolare architettura?

Ho pensato a lungo se includere o meno questa appendice. Non volevo venisse recepita come la “soluzione” della storia, come se fosse la risposta definitiva che mette una pietra tombale su un indovinello. Mi sono però reso conto che la nostra cultura ci ha allontanato dalla ricerca del significato intrecciato nelle parole, abituandoci invece a una comunicazione immediata e superficiale. La guida ai simboli che chiude la storia non vuole dunque essere una spiegazione esaustiva, né potrebbe esserlo, perché i simboli sono una fonte di significato inesauribile: più si raccoglie e più dona con abbondanza. L’appendice è dunque un invito ad andare oltre, l’inizio di un viaggio individuale che potrebbe portare verso mete distanti e inattese.

5. Hai scelto ambienti carsici poco noti ai più, ma probabilmente sono luoghi a te noti. È un invito a conoscere le nostre zone?

Scegliere una terra lontana o un luogo di fantasia avrebbe portato al rischio di sviare il viaggio simbolico, trasformandolo in una fuga. Per come la vedo io l’immaginazione non è escapismo, ma è un lavoro che trasfigura la realtà, la libera dalle convenzioni e la fa fiorire. L’invito pertanto non è tanto a scoprire le terre che amo e a cui appartengo; idealmente ogni lettore dovrebbe riscoprire la propria appartenenza, trasfigurare i luoghi in cui è radicato fino a trasformare il deserto contemporaneo in un giardino vivo e meraviglioso.

6. Da dove proviene la tua sete di conoscenza? E perché ti capita di scegliere la forma narrativa, in luogo del saggio?

Credo che la curiosità sia un dono che chiunque possiede, solo che va alimentata. Non è una fame, che si placa dopo aver mangiato, ma un fuoco che più viene nutrito e più si ingrandisce. Purtroppo nella nostra società ci sono molti sistemi per soffocarla, ma non si spegne mai del tutto, rimane sempre una brace che si può rattizzare.

Il mio rapporto con la forma della scrittura è sempre duplice. Anche quando leggo, mi capita di interpretare i romanzi come se fossero saggi in forma figurata. Difficilmente riesco ad appassionarmi a quelle storie in cui l’autore non ha infuso idee ed argomenti.

Rispetto ad un saggio, in cui si espone solamente il punto di vista di chi scrive, il romanzo offre l’opportunità di esprimere diverse voci, raffigurando nei personaggi e nelle vicende i contrasti e le verità simmetriche che costituiscono la complessità del reale. E’ un’accortezza che cerco di non dimenticare anche quando scelgo di scrivere in forma saggistica. Di fatto i miei libri finiscono sempre in una via di mezzo: saggi articolati come storie, o racconti che mettono in scena idee.

7. Sei molto prolifico. Riesci a stare senza scrivere per qualche tempo? E, in caso affermativo, soffri della mancanza della scrittura?

Scrivo solo quando sento l’urgenza di farlo; in quei casi in pochi mesi butto giù le bozze del libro intero. Poi ovviamente segue un lavoro di riscrittura e rifinitura del testo, ma il grosso del lavoro devo farlo di getto, finché l’entusiasmo per l’idea è ancora vivo. Scrivere dunque per me è quasi una necessità: lasciar libero qualcosa che non riesce più a restare dentro.

Quando non ho niente da dire faccio tranquillamente a meno della scrittura. Non ne soffro, anzi: sono periodi in cui ho più tempo per dedicarmi a letture, viaggi e divertimenti. Sono però intervalli che in genere durano poco, proprio perché queste nuove esperienze innescano il fermento che culminerà in una nuova idea da affidare alla carta.

8. Che rapporto hai con la tua anima?

Per me l’anima è al tempo stesso un mondo interiore e una porta verso un regno ancora più vasto. Cito un passaggio da un testo sull’immaginazione che ho da poco finito di scrivere:

“Pensiamo che l’anima ci appartenga, ma forse siamo noi a esser parte di essa. Immagina un albero: ogni individuo è una piccola foglia, distinta dalle altre. Eppure le foglie vicine hanno in comune lo stesso rametto, e i singoli rametti confluiscono nei rami più grossi. Seguendo quella via si arriva al medesimo tronco. Ecco, l’anima è così. L’anima individuale è la foglia, ma il supporto che la regge è l’anima della collettività in cui è inserita. A sua volta la società si innerva nella sua storia e nella sua cultura, e infine converge nel tronco comune dell’umanità. Le radici dell’albero affondano nella terra, proprio come l’umanità è legata all’Anima Mundi.”

9. Perché hai voluto regalare un libro come “Gli assassini dell’Anima Mundi” (lo trovate in formato .pdf sul sito internet dell’autore: www.f-boer.com), scrivendo sull’ultima pagina: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è”? Che messaggio vuoi lanciare con questo regalo ai lettori?

E’ un testo che vorrei diffondere il più possibile, perché ritengo sia una presa di coscienza nei confronti di un problema vasto ed urgente. L’umanità e il pianeta sono invischiati in una rete di disastri correlati, la cui azione si somma a vicenda portando ad una gravità sempre crescente. Ne vediamo e ne conosciamo i singoli effetti, nella società e nell’ambiente, nell’estetica e nella psiche, e anche nell’economia e nella politica. Pochi però si accorgono che questi fenomeni sono sintomi di un male comune, e che è necessario agire in modo globale per arginare questa marea distruttiva che si auto-alimenta.

10. Come combatti tu, l’assassinio dell’Anima Mundi?

L’Anima Mundi è collegata all’anima individuale di ognuno di noi, ed è lì che a mio avviso bisogna iniziare. Mi sforzo di non indulgere in quelle debolezze che apparentemente sono insignificanti e prive di conseguenze, ma che sommandosi nella società portano a disastri di scala abissale. Non è che il primo passo, si intende, ma è un inizio necessario: anche le azioni più meritevoli possono portare a pericolosi squilibri, se chi le porta avanti ha in sé il seme della disarmonia.

11. Qual è il tuo prossimo libro in uscita?

Ho diversi inediti, ma il prossimo che vorrei pubblicare è un saggio sulla simbologia dell’allattamento. E’ un viaggio per immagini, dalla preistoria fino al cristianesimo, dall’India alla Parigi del 1900 fino ad arrivare alla simbologia dei trattati alchemici. In questo gesto naturale è racchiuso un grande tesoro di significato, declinato in tutte le sue sfumature da differenti culture con diverse sensibilità. E’ stato come scoprire un grande mosaico, un simbolo vivente e importante di cui spesso ci dimentichiamo.

12. Stai per partire alla volta di un viaggio molto importante, come scrittore: parteciperai a ben due presentazioni letterarie al prossimo Salone dei Libri di Torino. Come ti senti? Quali sono le tue aspettative? E vuoi trasmetterci i dati per rintracciarti?

Non cerco una vetrina in cui apparire o un piedistallo su cui salire. Spero invece in un confronto diretto, in una cultura che sia principalmente incontro e dialogo, per annodare esperienze creando rapporti diretti e fruttuosi.

Sicuramente poi spenderò una fortuna comprando libri!

L’undici maggio alle ore 15:30 sarò alla Sala della Poesia del padiglione 1 per presentare il mio libro “Favole della Grande Guerra” (Kappa Vu Edizioni): è una raccolta di storie fantastiche ambientate nel fronte della Prima Guerra Mondiale. E’ una riflessione su come la memoria rielabori la storia, e di come la retorica del potere sfrutti gli archetipi simbolici per creare narrazioni distorte a proprio uso e consumo.

Lo stesso giorno, alle ore 20, sarò alla Libreria Belgravia a presentare “Labirinto Interiore” nell’ambito dell’iniziativa SaloneOFF.

Sempre per il libro “Labirinto interiore” il 12 maggio alle 18:30 sarò disponibile per incontri e domande presso lo stand della casa editrice Leucotea, allo stand B68 del padiglione 1.

Insomma, una settimana impegnativa, contando che l’8 maggio (ore 18:00) ho anche un altro appuntamento alla libreria Ubik di Trieste: lì presenterò l’ultimo libro che ho scritto, “La Verità dei Tempi” in cui parlo di complottismo, leggende urbane e altri intrecci fra immaginazione e realtà.

13. Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che voglia lanciarsi nel mondo della narrativa o della saggistica?

Il consiglio principale è di gustarsi il piacere di scrivere. Non pensare alla pubblicazione, non orientare lo stile o limitare gli argomenti in base a calcoli di mercato.

E’ importante d’altro canto evitare di scrivere solo per sé. La scrittura dovrebbe essere un dialogo fra autore e lettore che arricchisce entrambi. Altrimenti rischia di diventare un esercizio vano che non porta da nessuna parte.

E’ utilissimo ascoltare i consigli e le considerazioni di chi legge i tuoi testi, ma bisogna trovare il giusto equilibrio fra apertura e sicurezza di sé. Non si potrà mai accontentare tutti. A un certo punto si deve individuare i propri punti di forza, e avere il coraggio di crederci anche quando qualcuno li critica.

14. Come ti vedi da qui a dieci anni?

Fra dieci anni avrò già finito di pagare le rate del mutuo! A parte gli scherzi, in genere navigo a vista, per cui mi riesce difficile immaginare scenari futuri. Mi piace seguire la spontaneità della vita. Piuttosto che sforzarmi in progetti artificiosi, lascio che la barca segua la corrente.

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Intervista alla scrittrice Sibilla Pinocchio

Riuscire a collocare questo post in una delle categorie del blog è stato assai complicato: letteratura? Si. Arte? Si. Artigianato? Si. Intervista? Ovvio. Alla fine ho optato per inserirlo in quest’ultima sede, anche perché è nuova e sono molto felice di inaugurarla con Sibilla Pinocchio, una scrittrice e artista poliedrica, perché non soltanto è una donna dalle mille capacità e virtù, ma una custode del sapere nascosto del Friuli Venezia Giulia, la cui ricerca ha fatto sì che i nostri sentieri si incrociassero in diverse occasioni.

La nostra foto insieme è molto giocosa ed è stata scattata da me nella zona Selfie posta all’ingresso della mostra della Galleria Tullio Crali di Via Diaz a Gorizia, dove Sibilla ha collocato anche un cerchio di lana rossa e i capelli della fata Agana per arricchire l’immagine finale. E’ dunque un gioco, ma è anche la conclusione di un incontro magico e speciale con un’autrice esordiente solo per modo di dire, dal momento che Sibilla è una cantastorie da anni, una ricercatrice, un insegnante, una libera professionista e… qui mi fermo, perché c’è molto, molto da scrivere in merito al nostro incontro mattutino.

Prima di tutto, all’ingresso, si trova una grande bottiglia che raccoglie i tappi. Un progetto molto importante che Sibilla segue da anni e di cui potete trovare i dettagli qui: http://www.sorgentedeisogni.it/

Una volta entrata nel vortice artistico “sibillino”, nessuna delle due sapeva cosa fare per prima cosa: io perché ero travolta dalle energie delle opere esposte, a dir poco estasianti e lei perché doveva ancora capire come inquadrarmi. Avevo tempo per una guida approfondita e tranquilla? Ero di corsa perché dovevo andare a prendere mio figlio da qualche parte? Sibilla ha anche questa capacità: comprendere il suo interlocutore nel lasso di qualche minuto e trovare il modo per metterlo a suo agio, mostrandogli ciò che ha da offrire in base al tempo a disposizione, all’età e alla conoscenza dei soggetti delle opere esposte. E’ una grande virtù.

La mostra è un’illustrazione del romanzo “La rilegatrice di abiti”, che narra di turismo letterario e di luoghi e fiabe friulane dimenticati.

Le opere che maggiormente mi hanno colpita sono le seguenti:

Un quadro, qui esposto in formato di cartolina (l’originale si trova esposto al momento in un altro luogo) realizzato da Emanuela Riccioni, che crea composizioni con carte di sua produzione. A ispirare l’artista sono state le fate dell’acqua Agane, che hanno la capacità di trasformarsi in salamandre.

Germana Fasolo ha esposto una “Fata dell’acqua”, acrilico su tela, molto suggestiva, che si può ammirare frontalmente, oppure di lato, per meglio comprendere la consistenza della sua chioma, per metà asciutta e per metà bagnata dall’acqua.

“La Madre Terra” di Roberta Palladino è una scultura realizzata con panni riutilizzati e ha un forte impatto emotivo. Le Agane sovente erano donne divenute madri a causa di violenze, e i loro figli potevano essere portati via e gettati in inghiottitoi. Lì crescevano diventando Scrat e facendo dispetti ai passanti. La statua raffigura una Madre senza ventre, perché privata della maternità e senza braccia, perché impossibilitata a cullare il suo bambino.

“Prima neve sul Montasio” è un’illustrazione di Barbara Jelinkovich, artista molto nota all’estero, tanto da essere stata selezionata in Oriente per illustrare l’Occidente.

“L’inverno” di Manuela Iuretig rappresenta un villaggio della Valle del Natisone. L’artista trova il materiale in natura. Realizza anche Krivapete con volti che sono funghi lasciati essiccare per diciotto mesi e piedi realizzati con sassi, dito per dito.

“Ancora in viaggio” di Marina Sussa narra un mondo di persone in viaggio, con fregi dedotti da cassapanche friulane realmente esistenti e poi mostrando grandi fuochi con uomini che li circondano.

Quando l’uomo ha scoperto il fuoco, ha anche cominciato a occuparsi di arte. All’interno di molte grotte europee sono state rinvenute impronte di mani, soprattutto di bambini e donne, che venivano realizzate premendo le mani sulle ceneri e poi sulle pareti delle grotte. In Friuli, il fuoco scoppiettava nel fogolar e il larìn era una delle pietre con cui era realizzato, un nome che è legato ai Lari, e ci induce a riconoscere la comunione del popolo friulano con i suoi antenati: anche quando si trovava attorno al fuoco, sentiva ben presenti i cari estinti.

“Il laghetto segreto di montagna” ci sussurra un segreto noto a pochi: nel borgo di Movada, nel pordenonese, c’è il lago di Redona, che nasconde un villaggio abbandonato decenni fa e dal quale spunta, in certi periodi dell’anno, la punta del campanile della chiesa.

Il cardo acquerellato di Germana Fasolo è il fiore dell’amore friulano. Veniva reciso ed esposto alla rugiada di San Giovanni. Se fioriva, la fanciulla che si era occupata del rituale lo esponeva a tutto il paese, facendo così sapere che si sarebbe maritata entro l’anno.

Il Gugjet, qui realizzato in ceramica da Laura Piani, era il dono di fidanzamento tipico della Carnia. Originariamente realizzato in metallo, talvolta in legno, veniva appeso al collo della fanciulla promessa e tenuto bloccato a un fianco con il grembiule. Mentre la fanciulla carnica lavorava, magari trasportando con la gerla grossi ciocchi di legno dalla montagna al villaggio e ritorno, sferruzzava. Con una mano teneva bloccato un ferro e l’altro le sbatteva lungo il fianco, ma non la pungeva, perché il Gugjet la proteggeva.

Il primo bottone della Krivapeta:

Ma sapete chi era la Krivapeta? Secondo molti, come le Agane e altri personaggi femminili friulani, era una figura acquatica, mitica o proveniente dalla realtà. Tutti queste creature avevano una deformazione: le Krivapete avevano i piedi al contrario, mentre le Agane piedi caprini. Erano così perché creavano percorsi diversi, perché erano donne libere e spesso, proprio per questo, non accettate. Vivevano di conseguenza fuori dalla comunità, nell’ultima casa “al limitar del bosco”, oppure all’ombra del campanile, perché “il Cristianesimo è luce e il Paganesimo tenebra”.

Sibilla, però, nelle sue lunghe peregrinazioni, ha trascritto un’intervista a una levatrice delle Valli del Natisone. La donna le ha raccontato che aveva fatto nascere diversi bambini con piedi al contrario. Quando avveniva un parto con un bambino deformato, indagando lei scopriva che era frutto di uno stupro. I bambini, dunque, nascevano con i piedi al contrario, perché non era il modo giusto di entrare nel mondo.

INTERVISTA

Qual’è la fonte di ispirazione de “La rilegatrice di abiti”? E il romanzo è stato scritto come in un’epifania, a seguito della prima ispirazione, oppure è mutato nel tempo?

“Nasce dall’idea che, secondo la psicologia, noi indossiamo tante maschere e i personaggi delle fiabe fanno tutti parte di noi, perché noi siamo re quando dobbiamo prendere una decisione -il re rappresenta il libero arbitrio, infatti è simboleggiato dalla corona, che poggia sul capo tra due orecchie, ovvero le due direzioni-; siamo eroi quando agiamo seguendo il cuore; siamo fate quando crediamo e speriamo. Io mi sono immaginata tutti i caratteri umani e da lì sono partita, ma certo nel tempo il romanzo è cambiato, anche grazie a un incidente che mi fece perdere i primi 27 capitoli. Però, visto che nulla accade per caso…”

L’editore Bookabook è nuovo e “particolare”. Vuoi parlarcene e spiegarci la ragione della tua scelta?

“Sì, si tratta di un editore che ha vinto una Start Up europea ed è quindi una nuova realtà. Ha una piattaforma di crowfunding che quindi sovvenziona l’edizione del libro inizialmente dal basso, ovvero dai lettori che ci credono, ma per arrivare a Bookabook devi partire da una selezione severa. Ci sono arrivata dopo aver ricevuto altre proposte molto interessanti, che però mi avrebbero costretta a una pubblicazione principalmente regionale, mentre la mia storia ha bisogno di spazio, anche perché non si colloca esclusivamente in regione e tuttavia ha la volontà di esportare la conoscenza delle fiabe e dei miti locali ovunque”.

Siamo amiche da anni. Ti conosco come un’esploratrice appassionata dei miti e delle leggende del nostro Friuli Venezia Giulia (e non solo!). Cantastorie, fiorista, libera professionista e ora scrittrice. Ammettilo: anche tu, come me, vivi con un piede nella realtà e l’altro nella dimensione artistica!

“Sì e comporta il fatto di riuscire a essere molto concreta e realizzare in questo modo i miei sogni. Tutte le mie ricerche diventano corsi e percorsi. Quindi tutto confluisce in un romanzo e nei miei progetti e viene condiviso con gli altri. Nella realtà”.

In questo momento della tua vita, cosa ti senti? Cantastorie? Scrittrice? Più cose insieme?

“Il lavoro di fiorista non lo faccio da tanto tempo, ma continuo a realizzare corsi sui fiori e sui riti. Ora mi sento una scrittrice e sono la cantastorie del mio libro! In questa mostra ricevo bambini, adulti, anziani e studenti, quindi interpreto, faccio l’attrice, la cantastorie e cambio in continuazione modo di comunicare”.

Come ti è venuta l’idea di creare rete con altre artiste e artigiane per un progetto così importante? Un romanzo che diventa mostra. Opere artistiche che entrano ed escono dal tuo romanzo.

“E’ nata dalla necessità e dall’amore per l’arte. Per me i confini sono molto fluidi. E poi non solo l’arte, perché il mio libro è diventato anche cibo: alla fine del romanzo sono presenti ricette friulane! E non solo: se andate a Udine, alla pasticceria Dama Dolce, la titolare e pasticcera Michela Salerno ha creato un percorso di gusto ispirato dal mio romanzo, fatto di infusi e biscotti”.

Hai scelto le artiste con cui viaggiare, oppure le hai conosciute vivendo?

“Vivendo. E aggiungo che sono partite da 3 e oggi sono arrivata a 81!”

Sei un’artista eclettica, lo sai. Adesso che il tuo primo romanzo è stato stampato ed edito anche in eBook, sei nell’occhio del ciclone. Mostre, presentazioni, interviste. Riesci a vederti da qui a dieci anni e a immaginare chi e cosa starai facendo?

“Sì, perché questo è il primo capitolo di una saga e quindi già so in quale regione capiterò tra qualche anno: la Liguria. Perciò sarò principalmente una scrittrice”.

Sibilla Pinocchio vi saluta e vi attende accanto a una creazione profumatissima di lavanda, realizzata dall’Azienda Agricola di Luigia Zian di Gorizia. La mostra del romanzo “La rilegatrice di abiti” rimarrà aperta fino al 14 marzo con i seguenti orari: 9:00/20:00

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