RECENSIONE: “L’EREDITA’ DELLE DEE” DI KATEŘINA TUČKOVÁ

Keller, 2017

Partiamo da un mio odioso pregiudizio. Odioso in quanto detesto i pregiudizi, eppure scopro di averne io in primis. Riguarda l’idea che una donna dell’est sia capace di sopportare molto di più di quanto non riesca a farne una occidentale. Esempio pratico: la stregoneria e le sue condanne, in maggior parte riguardanti lo spettro femminile. Ebbene, presso i popoli slavi non c’è stata un’Inquisizione di registro occidentale, perciò credevo che certe torture psico-fisiche fossero state risparmiate alle donne dell’est. Con questo romanzo ho scoperto che è vero: l’Inquisizione non c’è stata, tuttavia l’uomo ha trovato altri modi per schiacciare le donne slave che possedevano una sapienza maggiore rispetto alla massa. Incassato il colpo, la voce dentro di me diceva: va bene, ma sono state certamente più impermeabili al dolore, più forti. Ed ecco il primo, grande potere di questa opera: ha sradicato molte delle mie certezze e mi ha esposta a un dolore lancinante, perché le vicende delle bohyni (dee) qui raccolte, spesso affondano le loro radici negli archivi di stato cechi e slovacchi, confermando il fatto che si tratta di avvenimenti realmente accaduti, che quelle donne sono esistite e hanno sofferto a causa del voltafaccia dei loro pazienti e di autorità crudeli e infami.

La storia è narrata, per la maggior parte del romanzo, da Dora Idesová, studentessa di etnografia a Brno, nella Repubblica Ceca. Come tesi di laurea ha scelto un argomento tanto problematico quanto personale: la storia delle bohyni, le dee dei Carpazi Bianchi, villane residenti in luoghi sperduti della Repubblica Ceca e della Slovacchia e custodi di una sapienza ancestrale, che permetteva loro di guarire animali e uomini, di prevedere il futuro attraverso la lettura della cera fusa, di dominare i temporali, di far innamorare e abortire. Per Dora il tema è personale, perché la sua è una famiglia di dee: sua zia e sua madre, sua nonna e le loro antenate lo erano. Potrebbe esserlo anche lei, e forse lo è, ma nessuno l’ha addestrata, e la sua erudizione accademica le impedisce di credere a certe superstizioni. Tuttavia continua a cercare, a creare archivi febbrilmente, attraversando i due Stati, arrivando fino in Polonia, pur di recuperare tutto il materiale cartaceo rimasto sulle dee. Dora è spinta anche da un’insopprimibile necessità di comprendere appieno le ragioni per cui la sua famiglia ha scelto quello stile di vita e perché le è stata strappata così presto. Perché Dora è cresciuta in un collegio dall’età di otto anni, perché suo fratello Jakub, nato deformato e con ritardo mentale è stato messo in un centro di igiene mentale e separato da lei, perché suo padre ha assassinato sua madre, perché sua zia Terezie, l’ultima dea di Žitková, che si è occupata per anni di Dora e Jakub con amore e dedizione, è stata rinchiusa in un manicomio, anche sei Dora la ricordava perfettamente capace di intendere e di volere? E’ stato un destino avverso a strapparle gli affetti più cari, oppure c’era una strategia diabolica, dietro a tanto dolore? Con una sinossi del genere, si potrebbe già scrivere un lungo romanzo, ma vi assicuro che c’è molto, molto di più, perché la storia fa incursione in questo romanzo ibrido, dove trovate anche ritagli di giornale e archivi dell’ex-Cecoslovacchia e della Germania del Terzo Reich.

Ho terminato la lettura del romanzo una settimana fa, ma le sue parole continuano ancora a lavorare dentro di me. Smuovono reminiscenze del villaggio dei miei genitori in Bosnia, Vranjak, visite a donne sapienti che praticavano rituali simili alle dee. E poi c’è la coscienza collettiva, la sensazione che tutto l’orrore contenuto in queste pagine meravigliose e strazianti al tempo stesso, non sia frutto di un passato ormai chiuso e sepolto, ma qualcosa di ciclico, che è capace di riproporsi quando la combinazione di politica, ideologia, magia e vendetta si incastra in un puzzle pericoloso e mortale.

Consiglio a tutti la lettura del romanzo di Tučková, perché sa parlare a tutti noi, farci conoscere luoghi remoti dell’est e scoperchiare diverse certezze.

Continue Reading

RECENSIONE: “L’ISOLA” DI SIRI RANVA HJELM JACOBSEN

Ero in dubbio se postare o meno questa recensione. Mi è capitato in passato, in effetti, di scrivere recensioni poco positive di un romanzo e di venire attaccata, dapprima dagli amici e dai lettori affezionati dell’autore e, in seguito, dallo scrittore stesso. Ora, senza entrare nel merito delle situazioni specifiche, trovo queste reazioni controproducenti per l’opera stessa e svilenti per l’autore. Io stessa scrivo romanzi, articoli, recensioni e quant’altro e trovo che la critica -sempre se costruttiva e sincera- possa essere di grande aiuto allo scrittore. Purtroppo non è così per tutti, oppure esistono al mondo autori così sensibili da abbattersi per il giudizio di un singolo lettore. Beh, mi dispiace per loro, ma non credo di essere mai stata cattiva o insensibile. Ciò che scrivo, lo faccio perché sento di farlo e non perdo mai la speranza di leggere un’opera migliore dell’autore stroncato.

Tornando a l’”Isola”, l’ho voluto leggere sulla scia di commenti entusiastici, anche da parte di scrittrici che apprezzo personalmente, ragion per cui sono rimasta un po’ interdetta quando, pagina dopo pagina, ho constatato che il mio interesse andava via via scemando. Non è uno di quei romanzi che non vedi l’ora di tornare a leggere, per il quale tenti di accorciare i tempi per infilarti tra le lenzuola e goderti la lettura.

La trama è semplice: una ragazza danese prova nostalgia nei riguardi dell’sola delle Faroe che ha sempre chiamato «casa», non perché ci abbia mai vissuto, ma perché i suoi nonni emigrarono da lì. La protagonista viaggia dapprima con la mente e poi fisicamente, muovendosi verso l’amata isola e rievocando i fantasmi del passato, dal nonno pescatore, che sognava una vita migliore, alla nonna Marita, irrequieta fanciulla che desiderava abbracciare una realtà più contemporanea.

Si tratta di un’opera in parte autobiografica, che scava nell’identità, nell’emigrazione, nello sradicamento dalle radici, nei legami di sangue e, scrivono in molti, lo fa attraverso una prosa poetica e sognante, degna di grandi autori del passato nordico. Bene, questo è il punto: forse sono io a peccare di insensibilità, o autentica ignoranza, ma a parte rare pagine, non ho percepito tutta questa poetica, anzi. E’ ammirevole il tentativo dell’autrice di descrivere anche i più minuti dettagli della vita in barca, del pescatore, dell’aborto, ma forse la sua voce non collima con il mio gusto e per questo non ho trovato la lettura né scorrevole, né piacevole.

Tuttavia salvo alcune pagine, soprattutto quelle che descrivono le gesta dello zio Ragnar il Rosso, uno strano faroese basso e dai colori scuri, comunista e divoratore di libri, che per amore della sposa Beate, candida, alta e delicata, desidera eliminare un grande masso dal suo giardino per consentirle di realizzare l’orto dei suoi sogni. Quel masso, tuttavia, appartiene a una Huldra, che nel folklore scandinavo è una bellissima creatura del bosco dalle fattezze femminili e tuttavia dotata di una lunga coda e una schiena cava come il tronco di un albero, una fata sfuggente temuta e certamente ostinata. Infatti Ragnar userà ogni mezzo per eliminare il masso che abita, ma invano e la Huldra saprà anche vendicarsi dell’oltraggio subito.

Come si noterà, casco sempre sui miti e sulle leggende, l’etnografia e il folklore che mi affascinano e quindi riescono a salvare da una nota totalmente negativa anche un romanzo che per centinaia di pagine mi ha trasmesso poco o niente.

Lo consiglio agli amanti delle terre scandinave, del tema dell’emigrazione e a chi è affascinato da scritture che, in molti, definiscono poetiche e antiche. Per quanto mi riguarda, darò una seconda possibilità all’autrice, che in alcuni punti è stata efficace, ma per ora passerò decisamente ad altro.

Continue Reading

RECENSIONE: “LA DONNA E’ UN’ISOLA” DI AUĐUR AVA ÓLAFSDÓTTIR

Einaudi, 2014

Se imparare la pronuncia del suo nome rappresenterà una sfida non da poco, acquistare tutti i suoi romanzi sarà un gioco da ragazzi. Auđur Ava Ólafsdóttir è, infatti, una scrittrice islandese dalle grandi potenzialità. La scoprii grazie a un programma di LaEffe, “Scrittori d’Europa”. Già l’Islanda è una terra che desidero visitare, misteriosa e selvatica com’è, poi, quando vidi Ólafsdóttir, rimasi colpita dal suo carisma e dal suo sguardo intenso e scrutatore. Classe 1958, insegnante di storia dell’arte e direttrice del Museo dell’Università d’Islanda per anni, oggi è una scrittrice a tempo pieno (anche) per la mia delizia.

In “La donna è un’isola”, narra le rocambolesche vicende di una traduttrice trentatreenne, all’apparenza molto fredda e distaccata, alle prese con un divorzio. Le prime scene mi hanno scioccata: lei torna a casa dopo essere stata a letto con l’amante, trova il marito, cenano insieme, lui le dice che ha una relazione con la collega e che aspettano un figlio; la protagonista annuisce e, quando parte la raffica di domande su chi terrà cosa, lascia che sia lui a depredare l’appartamento. Sembra davvero un’isola, questa donna. Come l’Islanda, che appare lontana e, forse, irraggiungibile. Senonché, proprio quando ha deciso di partire per le vacanze estive (a novembre!) per cambiare aria, la sua amica musicista la raggiunge con la cena, ma prima di varcare la soglia del suo nuovo mini appartamento, cade e finisce in ospedale. È incinta di due gemelle e c’è il primo figlio, il gracile e sordo Tumi, da andare a prendere all’asilo. Che poi la questione non finirà lì, anzi, Tumi seguirà la traduttrice nel suo viaggio nell’est dell’isola e raggiungerà presto la strada del suo cuore, sciogliendolo.

Insomma, se vi sembra che ci sia già tanta carne al fuoco, non stupitevi se vi dico che c’è molto, molto di più in questo romanzo, incluse 47 ricette di cucina e un lavoro a maglia!

Continue Reading

RECENSIONE: “L’INTERPRETATORE DEI SOGNI” DI STEFANO MASSINI

Mondadori, 2017

Stefano Massini è uno dei pochi autori italiani che ammiro, rispetto e (lo ammetto) amo profondamente, sia dal punto di vista letterario che umano. Ogni sua apparizione televisiva, intervista e ogni sua opera, che sia una piece teatrale, un romanzo o un articolo su La Repubblica mi inducono a profonde e inusuali riflessioni. Ecco, qui c’entra anche la gratitudine. Sono grata a Massini per il Bene che fa alla nostra Italia e alla nostra cultura. Va da sé che, quando ho finalmente avuto tra le mani il suo ultimo romanzo “L’interpretatore dei sogni”, le aspettative erano altissime. In questi casi due sono le possibilità: o trovo conferma della validità dello scrittore (e dell’uomo), oppure mi crolla miseramente ai piedi.

Indovinate un po’?

Massini ha alzato ulteriormente l’asticella. Ci è riuscito sia per il coraggio, che per l’abilità narrativa. Nel primo caso, mi riferisco al carattere che ci vuole per tentare un’impresa come la sua: scrivere il diario dello psicanalista Sigmund Freud. Nel secondo caso, ancora una volta ho trovato conferma della capacità letteraria dell’autore e, aggiungo, dell’ardore, della sperimentazione e del desiderio di cercare nuovi strumenti per portare il lettore a un altro grado di conoscenza. Massini, in questo romanzo, non cerca solamente di entrare nella mente e nell’anima di Freud, ma attraverso di lui, prova a sondare il subconscio umano che, anche se spesso tendiamo a dimenticarcene, ci dona i sogni, sogni che noi releghiamo con troppa faciloneria al riposo notturno, ma che possono rappresentare invece un invito a conoscerci, a guardarci dentro profondamente e anche ad aiutarci nella risoluzione di problemi quotidiani.

Ho un rapporto di grande amore con il sogno. Sogno molto, fin da quando ero una bambina e, anche se non mi ricordo sempre tutto, negli ultimi anni ho adottato l’abitudine di tenere un “Dream Journal” (lo che vedete nella foto, sopra il romanzo), che custodisco nel cassetto del comodino accanto al letto, in modo da averlo sotto mano al risveglio e poter trascrivere subito le attività oniriche che, con il trascorrere delle ore, svanirebbero con i fumi del caffè. I sogni mi hanno anche aiutata in circostanze tragiche, come un lutto che mi ha colpita qualche anno fa. L’ho superato anche grazie a un sogno dove il mio caro estinto è venuto a trovarmi e ha svolto un ruolo catartico prezioso. Credo davvero che lui sia venuto a trovarmi attraverso il sogno? Ho una risposta razionale, benché indiretta: vederlo mi ha fatto bene come nient’altro e nessun altro avrebbe potuto, perciò è solo questo che conta.

Nel suo ultimo romanzo, Stefano Massini traccia una serie di linee guida alla comprensione dei sogni, non da psicanalista, ma da studioso della materia e lo fa con una capacità narrativa invidiabile e instancabile -scrivere e riscrivere il sogno di un personaggio non deve essere stata cosa da poco- aiutando così il lettore a riconsiderare il simbolismo e il valore dei suoi sogni e ad allargare lo spettro della sua visione. In un mondo dove tutti asseriscono di non avere tempo per sé e per pensare, ragionare e amare, Massini ci regala una grande opportunità: non viviamo soltanto mentre siamo svegli, ma continuiamo a farlo nei sogni, e spesso essi sono di gran lunga più ricchi e significativi della veglia.

Continue Reading

RECENSIONE: “AL FARO” DI VIRGINIA WOOLF

Traduzione di Nadia Fusini, Feltrinelli, 2017

Viva o morta, la signora Ramsay è onnipresente, dalla prima all’ultima riga di questo romanzo, noto ai più come “Gita al faro”, ma tradotto dall’anglista e scrittrice Nadia Fusini con più correttezza: “Al faro” e presentato con una pagina di note e una postfazione preziose e irrinunciabili.

Dicevo, la signora Ramsay è la figura centrale del romanzo tanto che, sebbene il signor Ramsay le sopravviva, rimane vivida nel cuore e soprattutto nella mente dei suoi familiari.

Perché la signora Ramsay è così importante? Per la sua concretezza? Per la sua bellezza? Per la sua capacità di occuparsi senza lamentele della numerosa prole e del marito difficile? Oppure per la compassione che la faceva alzare dalla sedia, dritta come una frusta, riempire un cestino pieno di viveri e incamminarsi verso le case della gente povera e bisognosa?

Più che il faro posto su isolotto, che il figlioletto James vuole raggiungere a ogni costo, e il padre allontana sempre di più dalla rosa delle possibilità a causa del tempo instabile, è la signora Ramsay a sembrare il vero faro della famiglia. Lei è la luce che tutto illumina e che rende anche le ombre più scure, tanto che la sua scomparsa fa crescere il piccolo James in un figlio che disprezza il padre tanto da provare l’impulso di ucciderlo.

Lily è l’osservatrice di questa cosmogonia familiare, un’affittuaria della dimora estiva dei Ramsay, una donna di mezza età appassionata alla pittura, spesso sollecitata dalla signora Ramsay a sposarsi perché è nel matrimonio che la donna trova compimento. E tuttavia, pur essendo anche Lily affascinata, quasi ammaliata dalla bellezza caleidoscopica della dama, sente l’impulso di ribellarsi a quell’appello, anche perché tutta la perfezione che pure sente provenire da lei, cela qualcosa di indecifrabile, un non detto che, messo assieme all’enigmatico rapporto che la lega al pretestuoso signor Ramsay, deforma l’immagine finale della signora Ramsay in qualcosa di inclassificabile.

“Al faro” è l’unico romanzo di Virginia Woolf che io sia riuscita a leggere dopo “Orlando”. Anzi, è un’elegia, ecco forse spiegato il motivo della mia riuscita. Pur essendo un membro della Italian Virginia Woolf Society -per il secondo anno, la lettera con la tessera nella foto mi è arrivata da poco!-, infatti, apprezzo maggiormente gli articoli, le conferenze e i racconti della scrittrice inglese, tuttavia in questa elegia mi ha catturata soprattutto la consapevolezza del retroscena: Woolf narra infatti l’affresco dei suoi genitori, descritti in modo talmente realistico che, in una lettera di Vanessa alla sorella Virginia, la pittrice le confesserà che, leggendo l’opera, le era sembrato di veder resuscitare la loro madre. Cosa che certamente le avrebbe rese felici. Lo stesso, tuttavia, non si poteva dire del padre, Leslie Stephen, che “se fosse vissuto più a lungo non mi avrebbe permesso di scrivere e sperimentare”. Questa è, più o meno, l’ammissione della stessa Virginia, la quale, pur amando il padre, era consapevole che la perentorietà, l’egoismo e il vittimismo della sua personalità erano il più potente veleno della famiglia.

 

Continue Reading

Un mio Manifesto sulla rivista letteraria “L’irrequieto”

 

Qualche mese fa, la mia amica artista Valeria Gergolet mi taggò su Facebook perché riteneva che il nuovo progetto della rivista culturale letteraria “L’irrequieto” avrebbe potuto interessarmi. Andai a leggere e subito sentii un clic nel cervello. Quando la scrittura sorge così spontanea, non puoi tirarti indietro. Mandai il mio Manifesto alla rivista e oggi lo vedo edito. Spero piacerà anche a voi, lo trovate a pagina 70:

 

Dalla nota della rivista:

Sembrerà un paradosso, eppure concedere spazio e voce al potere in questo momento storico è fuori moda.

Pericoloso com’è, infatti, viene sempre sfiorato superficialmente e mai analizzato al microscopio.

Per questo motivo, in occasione della quarantesima uscita della rivista, abbiamo deciso di lanciare un appello

a tutte le scrittrici che avessero voglia di misurarsi con questo tema.

Le adesioni sono state numerose e ancora più caleidoscopiche le prese di posizione,

che hanno consentito la pubblicazione di una rosa di contributi a dir poco eterogenea.

In “Il Potere visto dalle donne”, il primo numero tutto al femminile de L’Irrequieto,

troverete le poesie, i racconti e gli articoli inediti di 21 scrittrici contemporanee selezionati

ed editati dalla redazione. Buona lettura!”

 

La rivista si trova su questo link: https://issuu.com/irrequieto/docs/numero-40

Continue Reading

RECENSIONE: “UNA PRINCIPESSA IN FUGA” DI ELIZABETH VON ARNIM

Bollati Boringhieri, 2013

Dovete sapere che, da quando la giornalista e scrittrice Natalia Aspesi mi fece conoscere Elizabeth Von Arnim attraverso un articolo su La Repubblica, mi invaghii dell’autrice australiana e decisi di comprare il primo Von Arnim il giorno seguente. Fu amore. Mi innamorai del suo stile, della sua ironia unica, della sua erudizione. Terminato il primo libro Von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, iniziai la ricerca dei successivi testi e scoprii che Bollati Boringhieri era il riferimento italiano per le opere vonarnimiane, e che aveva edito diciannove romanzi. Cominciai a ordinarne alcuni, altri li ricevetti in regalo. A oggi ne possiedo una decina, e conto di comprare i restanti prima possibile, perché vivo con l’ansia che finiscano fuori catalogo, o vengano assorbiti da Fazi Editore, verso il quale nutro simpatia, ma sapete com’è: se hai iniziato a collezionare i libri di un autore editi da un nome, poi vuoi vederli tutti in fila con lo stesso bollino d’origine! O forse sono solo io così pignola. Beh, non importa. Fatto sta che questo è il quinto Von Arnim che leggo, e sono deliziata come cinque anni fa, anno in cui mi tuffai per la prima volta nell’inchiostro dell’autrice!

In “Una principessa in fuga” ci troviamo alle prese con due protagonisti: la principessa di un regno (inventato) Priscilla e il suo bibliotecario Fritzing. Lei è una fanciulla che ha tutto, cresciuta negli agi e, diciamolo pure, nella bambagia, mentre lui proviene da una famiglia umile ed è un uomo che si è fatto da solo, diventando un grande intellettuale, un uomo dotato di mnemonica straordinaria, ma con due difetti: l’adorazione di Priscilla e l’incapacità di vivere la quotidianità e condurre un’economia domestica. I due provano un affetto reciproco e la loro confidenza li porta a isolarsi spesso, rispetto alla corte, per confidarsi. Il giorno in cui Priscilla riceve la proposta di matrimonio di un cugino, Priscilla esplode. Non ne può più della vita di corte, di tutta la superficialità e l’oppressione provocata dalla sua opulenta dama di compagnia, che la segue dappertutto. Priscilla anela alla vita autentica, che lei percepisce possibile solo nell’anonimato, in un cottage immerso nella campagna, lontana dal padre e dal castello, dove potrà fare del bene al prossimo come la ragazza buona e dolce che sente di essere, seppure intrappolata nel corpo di una principessa il cui unico dovere è un buon matrimonio e il proseguimento dei doveri aristocratici. Fritzing raccoglie lo sconforto della sua pupilla e decide che deve fare qualsiasi cosa per aiutarla. Decide quindi di organizzare una fuga e, nel lasso di una manciata di giorni, prende una cameriera, un tesoretto, un calesse e parte con Priscilla alla volta dell’Inghilterra.

Il viaggio e il soggiorno inglese rappresentano il centro del romanzo, che si sviluppa tutto intorno all’approccio di Priscilla al nuovo mondo, con un susseguirsi di errori madornali, equivoci e danni involontari di cui sono vittime gli ignari autoctoni, che da un lato amano la giovane e misteriosa straniera per la sua generosità e dall’altro la disprezzano per la zizzania che riesce a creare in un villaggio che, prima del suo arrivo, era timorato di Dio ed era governato con la precisione di un orologio svizzero.

Non vi nascondo di aver trascorso tante ore, anche dopo la mezzanotte, ridendo a crepapelle.

Se amate l’ironia e l’intelligenza, se volete trascorrere ore luminose e con qualche riflessione sulla psicologia umana -perché, in fondo, qui ce n’è parecchia- questo è un libro che vi consiglio.

Vi saluto con una citazione chiave:

“La storia di Priscilla mi ha talmente catturata, tanto mi è sembrata, fin dal primo momento che l’ho sentita, piena di insegnamenti, che mi sento in dovere di metterla per iscritto dall’inizio alla fine a uso e monito di tutte le persone, principesse e non, convinte che andando in cerca, andando lontano, troveranno la felicità, e non si accorgono che la felicità è sempre stata lì ai loro piedi. Non la vedono perché è troppo vicina. Talmente vicina che corrono il rischio di calpestarla o allontanarla con un calcio. Mentre la felicità è timida, e aspetta di essere raccolta” .

Continue Reading

RECENSIONE “IL PRODIGIO” DI EMMA DONOGHUE

Neri Pozza è un editore affidabile, una garanzia di qualità. Possono non piacermi alcune trame, ma tutte quelle che ho scelto, mi hanno colmata di gratitudine e dato un ulteriore conferma -come se ce ne fosse bisogno- che la letteratura è più viva che mai.

In questo caso, il mio occhio è caduto su “Il prodigio” di Emma Donoghue. La trama è semplice: Lib, un’infermiera inglese viene mandata in un villaggio irlandese per vigilare su una bambina che asserisce di vivere “di manna dal cielo” da mesi. Lib è stata convocata da un comitato del paese della piccola digiunatrice Anna O’Donnell, poiché secondo loro la fanciulla è in onore di santità e attendono solo di raccogliere le prove da inviare ai vertici ecclesiastici, per ottenere il risultato sperato.

In un’Irlanda appena uscita da sette anni di terribili carestie e morti causate dalla malattia della patata di metà Ottocento, che causò anche l’emigrazione di massa verso l’America, furono registrate storicamente dozzine di casi di digiuni come quello che l’autrice narra in questo romanzo d’invenzione. Un caso, dunque, preso dalla realtà, ma intensificato dalla presenza di tre forti personaggi: l’infermiera Lib, il giornalista irlandese William e “Il Prodigio” Anna O’Donnell.

Vengono ritratti personaggi stereotipati – il prete fanatico, il vecchio medico in attesa di una scoperta straordinaria, un popolo schiavo delle superstizioni- e donne e uomini sensibili come Lib e William, che le vicende di un’esistenza messa duramente alla prova non hanno imbruttito, ma anzi, vengono riscattate, quasi catartizzate attraverso la dolce e sfortunata Anna.

Consiglio questo romanzo agli appassionati di romanzi, di sociologia, ai religiosi di ogni fede, ma, per estensione, a tutti coloro che amano la letteratura con la “a” maiuscola.

Continue Reading

RECENSIONE “THE DANISH GIRL” DI DAVID EBERSHOFF

Giunti, 2016

Dopo la lettura di “The Danish Girl” ho capito che sto invecchiando. Il motivo è presto detto: mi ha molto commossa, quasi fino alle lacrime e, si sa, io sono poco incline a queste reazioni. Suppongo, di conseguenza, che molti di voi rimarranno profondamente colpiti dalle vicende del(la) protagonista, partendo dalla consapevolezza che il romanzo si basa su una storia realmente accaduta.

Einar Wegener fu un pittore paesaggista danese, proveniente da una famiglia di umili origini, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento. Minuto, timido e introverso, fin da bambino convisse con una profonda insoddisfazione. Crescendo, conobbe una pittrice e illustratrice, Gerda Gottlieb (qui descritta come un’americana di ricca famiglia, Greta Waud) e il loro feeling li condusse al matrimonio. Unione felice, anche perché benedetta dalla condivisione di una passione artistica comune. Ma è proprio la necessità di Greta -e qui entriamo nella vicenda romanzata raccontata dal talentuoso e sensibile scrittore- di terminare il ritratto di una cantante lirica a far sì che Einar indossi dei collant e un abito da sera per posare. È al contatto con i morbidi e femminili tessuti che il giovane percepisce un’emozione meravigliosa e terrificante al tempo stesso. Passa davvero poco prima che Einar inizi a indossare i panni di Lili, una fanciulla eterea e dolce, dotata di un’eleganza angelica che fa voltare uomini e donne al suo passaggio e che diventa la musa ispiratrice di Greta. Da mediocre ritrattista, la sposa americana diventa una capace artista, le cui tele raffiguranti Lili in innumerevoli pose ed eventi, le regalano la fama.

Nel frattempo, Lili prende il sopravvento su Einar. Il pittore non prende più in mano un pennello che non sia quello per il trucco e, in effetti, da pittore si trasforma nell’artista di se stesso: crea Lili ogni mattina e, dopo qualche anno di sofferenza emotiva e fisica, decide di compiere un salto nel vuoto, tentando un’operazione sperimentale per cambiare sesso.

Ciò che colpisce di questo romanzo è anzitutto la dolcezza con cui viene trattato un tema così delicato, una dolcezza che appartiene allo stesso carattere di Lili e che induce tutti coloro che la circondano, dalla moglie al suo fratello gemello Carlisle, dall’amico di infanzia Hans alla stretta cerchia di conoscenti, ad accogliere con naturalezza la metamorfosi di Einar/Lili.

A livello profondo, personale ed emotivo, il romanzo mi ha indotta a immedesimarmi in una creatura nata in un corpo che considera sbagliato. In un mondo contemporaneo come il nostro, dove #beyourself è ancora soltanto un hashtag, perché la maggior parte delle persone faticano a trovare il vero sé, ci sono state e ci sono ancora persone perfettamente consce di chi sono, ma intrappolate fisicamente in un corpo che non è il loro. Come ci si può sentire quando ci si conosce bene, ma il riflesso allo specchio mostra una persona completamente diversa?

“Tha Danish Girl” ci porta lontano, con il cuore e con l’intelletto.

Continue Reading