RECENSIONE: “AL FARO” DI VIRGINIA WOOLF

Traduzione di Nadia Fusini, Feltrinelli, 2017

Viva o morta, la signora Ramsay è onnipresente, dalla prima all’ultima riga di questo romanzo, noto ai più come “Gita al faro”, ma tradotto dall’anglista e scrittrice Nadia Fusini con più correttezza: “Al faro” e presentato con una pagina di note e una postfazione preziose e irrinunciabili.

Dicevo, la signora Ramsay è la figura centrale del romanzo tanto che, sebbene il signor Ramsay le sopravviva, rimane vivida nel cuore e soprattutto nella mente dei suoi familiari.

Perché la signora Ramsay è così importante? Per la sua concretezza? Per la sua bellezza? Per la sua capacità di occuparsi senza lamentele della numerosa prole e del marito difficile? Oppure per la compassione che la faceva alzare dalla sedia, dritta come una frusta, riempire un cestino pieno di viveri e incamminarsi verso le case della gente povera e bisognosa?

Più che il faro posto su isolotto, che il figlioletto James vuole raggiungere a ogni costo, e il padre allontana sempre di più dalla rosa delle possibilità a causa del tempo instabile, è la signora Ramsay a sembrare il vero faro della famiglia. Lei è la luce che tutto illumina e che rende anche le ombre più scure, tanto che la sua scomparsa fa crescere il piccolo James in un figlio che disprezza il padre tanto da provare l’impulso di ucciderlo.

Lily è l’osservatrice di questa cosmogonia familiare, un’affittuaria della dimora estiva dei Ramsay, una donna di mezza età appassionata alla pittura, spesso sollecitata dalla signora Ramsay a sposarsi perché è nel matrimonio che la donna trova compimento. E tuttavia, pur essendo anche Lily affascinata, quasi ammaliata dalla bellezza caleidoscopica della dama, sente l’impulso di ribellarsi a quell’appello, anche perché tutta la perfezione che pure sente provenire da lei, cela qualcosa di indecifrabile, un non detto che, messo assieme all’enigmatico rapporto che la lega al pretestuoso signor Ramsay, deforma l’immagine finale della signora Ramsay in qualcosa di inclassificabile.

“Al faro” è l’unico romanzo di Virginia Woolf che io sia riuscita a leggere dopo “Orlando”. Anzi, è un’elegia, ecco forse spiegato il motivo della mia riuscita. Pur essendo un membro della Italian Virginia Woolf Society -per il secondo anno, la lettera con la tessera nella foto mi è arrivata da poco!-, infatti, apprezzo maggiormente gli articoli, le conferenze e i racconti della scrittrice inglese, tuttavia in questa elegia mi ha catturata soprattutto la consapevolezza del retroscena: Woolf narra infatti l’affresco dei suoi genitori, descritti in modo talmente realistico che, in una lettera di Vanessa alla sorella Virginia, la pittrice le confesserà che, leggendo l’opera, le era sembrato di veder resuscitare la loro madre. Cosa che certamente le avrebbe rese felici. Lo stesso, tuttavia, non si poteva dire del padre, Leslie Stephen, che “se fosse vissuto più a lungo non mi avrebbe permesso di scrivere e sperimentare”. Questa è, più o meno, l’ammissione della stessa Virginia, la quale, pur amando il padre, era consapevole che la perentorietà, l’egoismo e il vittimismo della sua personalità erano il più potente veleno della famiglia.

 

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Un mio Manifesto sulla rivista letteraria “L’irrequieto”

 

Qualche mese fa, la mia amica artista Valeria Gergolet mi taggò su Facebook perché riteneva che il nuovo progetto della rivista culturale letteraria “L’irrequieto” avrebbe potuto interessarmi. Andai a leggere e subito sentii un clic nel cervello. Quando la scrittura sorge così spontanea, non puoi tirarti indietro. Mandai il mio Manifesto alla rivista e oggi lo vedo edito. Spero piacerà anche a voi, lo trovate a pagina 70:

 

Dalla nota della rivista:

Sembrerà un paradosso, eppure concedere spazio e voce al potere in questo momento storico è fuori moda.

Pericoloso com’è, infatti, viene sempre sfiorato superficialmente e mai analizzato al microscopio.

Per questo motivo, in occasione della quarantesima uscita della rivista, abbiamo deciso di lanciare un appello

a tutte le scrittrici che avessero voglia di misurarsi con questo tema.

Le adesioni sono state numerose e ancora più caleidoscopiche le prese di posizione,

che hanno consentito la pubblicazione di una rosa di contributi a dir poco eterogenea.

In “Il Potere visto dalle donne”, il primo numero tutto al femminile de L’Irrequieto,

troverete le poesie, i racconti e gli articoli inediti di 21 scrittrici contemporanee selezionati

ed editati dalla redazione. Buona lettura!”

 

La rivista si trova su questo link: https://issuu.com/irrequieto/docs/numero-40

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RECENSIONE: “UNA PRINCIPESSA IN FUGA” DI ELIZABETH VON ARNIM

Bollati Boringhieri, 2013

Dovete sapere che, da quando la giornalista e scrittrice Natalia Aspesi mi fece conoscere Elizabeth Von Arnim attraverso un articolo su La Repubblica, mi invaghii dell’autrice australiana e decisi di comprare il primo Von Arnim il giorno seguente. Fu amore. Mi innamorai del suo stile, della sua ironia unica, della sua erudizione. Terminato il primo libro Von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, iniziai la ricerca dei successivi testi e scoprii che Bollati Boringhieri era il riferimento italiano per le opere vonarnimiane, e che aveva edito diciannove romanzi. Cominciai a ordinarne alcuni, altri li ricevetti in regalo. A oggi ne possiedo una decina, e conto di comprare i restanti prima possibile, perché vivo con l’ansia che finiscano fuori catalogo, o vengano assorbiti da Fazi Editore, verso il quale nutro simpatia, ma sapete com’è: se hai iniziato a collezionare i libri di un autore editi da un nome, poi vuoi vederli tutti in fila con lo stesso bollino d’origine! O forse sono solo io così pignola. Beh, non importa. Fatto sta che questo è il quinto Von Arnim che leggo, e sono deliziata come cinque anni fa, anno in cui mi tuffai per la prima volta nell’inchiostro dell’autrice!

In “Una principessa in fuga” ci troviamo alle prese con due protagonisti: la principessa di un regno (inventato) Priscilla e il suo bibliotecario Fritzing. Lei è una fanciulla che ha tutto, cresciuta negli agi e, diciamolo pure, nella bambagia, mentre lui proviene da una famiglia umile ed è un uomo che si è fatto da solo, diventando un grande intellettuale, un uomo dotato di mnemonica straordinaria, ma con due difetti: l’adorazione di Priscilla e l’incapacità di vivere la quotidianità e condurre un’economia domestica. I due provano un affetto reciproco e la loro confidenza li porta a isolarsi spesso, rispetto alla corte, per confidarsi. Il giorno in cui Priscilla riceve la proposta di matrimonio di un cugino, Priscilla esplode. Non ne può più della vita di corte, di tutta la superficialità e l’oppressione provocata dalla sua opulenta dama di compagnia, che la segue dappertutto. Priscilla anela alla vita autentica, che lei percepisce possibile solo nell’anonimato, in un cottage immerso nella campagna, lontana dal padre e dal castello, dove potrà fare del bene al prossimo come la ragazza buona e dolce che sente di essere, seppure intrappolata nel corpo di una principessa il cui unico dovere è un buon matrimonio e il proseguimento dei doveri aristocratici. Fritzing raccoglie lo sconforto della sua pupilla e decide che deve fare qualsiasi cosa per aiutarla. Decide quindi di organizzare una fuga e, nel lasso di una manciata di giorni, prende una cameriera, un tesoretto, un calesse e parte con Priscilla alla volta dell’Inghilterra.

Il viaggio e il soggiorno inglese rappresentano il centro del romanzo, che si sviluppa tutto intorno all’approccio di Priscilla al nuovo mondo, con un susseguirsi di errori madornali, equivoci e danni involontari di cui sono vittime gli ignari autoctoni, che da un lato amano la giovane e misteriosa straniera per la sua generosità e dall’altro la disprezzano per la zizzania che riesce a creare in un villaggio che, prima del suo arrivo, era timorato di Dio ed era governato con la precisione di un orologio svizzero.

Non vi nascondo di aver trascorso tante ore, anche dopo la mezzanotte, ridendo a crepapelle.

Se amate l’ironia e l’intelligenza, se volete trascorrere ore luminose e con qualche riflessione sulla psicologia umana -perché, in fondo, qui ce n’è parecchia- questo è un libro che vi consiglio.

Vi saluto con una citazione chiave:

“La storia di Priscilla mi ha talmente catturata, tanto mi è sembrata, fin dal primo momento che l’ho sentita, piena di insegnamenti, che mi sento in dovere di metterla per iscritto dall’inizio alla fine a uso e monito di tutte le persone, principesse e non, convinte che andando in cerca, andando lontano, troveranno la felicità, e non si accorgono che la felicità è sempre stata lì ai loro piedi. Non la vedono perché è troppo vicina. Talmente vicina che corrono il rischio di calpestarla o allontanarla con un calcio. Mentre la felicità è timida, e aspetta di essere raccolta” .

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RECENSIONE “IL PRODIGIO” DI EMMA DONOGHUE

Neri Pozza è un editore affidabile, una garanzia di qualità. Possono non piacermi alcune trame, ma tutte quelle che ho scelto, mi hanno colmata di gratitudine e dato un ulteriore conferma -come se ce ne fosse bisogno- che la letteratura è più viva che mai.

In questo caso, il mio occhio è caduto su “Il prodigio” di Emma Donoghue. La trama è semplice: Lib, un’infermiera inglese viene mandata in un villaggio irlandese per vigilare su una bambina che asserisce di vivere “di manna dal cielo” da mesi. Lib è stata convocata da un comitato del paese della piccola digiunatrice Anna O’Donnell, poiché secondo loro la fanciulla è in onore di santità e attendono solo di raccogliere le prove da inviare ai vertici ecclesiastici, per ottenere il risultato sperato.

In un’Irlanda appena uscita da sette anni di terribili carestie e morti causate dalla malattia della patata di metà Ottocento, che causò anche l’emigrazione di massa verso l’America, furono registrate storicamente dozzine di casi di digiuni come quello che l’autrice narra in questo romanzo d’invenzione. Un caso, dunque, preso dalla realtà, ma intensificato dalla presenza di tre forti personaggi: l’infermiera Lib, il giornalista irlandese William e “Il Prodigio” Anna O’Donnell.

Vengono ritratti personaggi stereotipati – il prete fanatico, il vecchio medico in attesa di una scoperta straordinaria, un popolo schiavo delle superstizioni- e donne e uomini sensibili come Lib e William, che le vicende di un’esistenza messa duramente alla prova non hanno imbruttito, ma anzi, vengono riscattate, quasi catartizzate attraverso la dolce e sfortunata Anna.

Consiglio questo romanzo agli appassionati di romanzi, di sociologia, ai religiosi di ogni fede, ma, per estensione, a tutti coloro che amano la letteratura con la “a” maiuscola.

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RECENSIONE “THE DANISH GIRL” DI DAVID EBERSHOFF

Giunti, 2016

Dopo la lettura di “The Danish Girl” ho capito che sto invecchiando. Il motivo è presto detto: mi ha molto commossa, quasi fino alle lacrime e, si sa, io sono poco incline a queste reazioni. Suppongo, di conseguenza, che molti di voi rimarranno profondamente colpiti dalle vicende del(la) protagonista, partendo dalla consapevolezza che il romanzo si basa su una storia realmente accaduta.

Einar Wegener fu un pittore paesaggista danese, proveniente da una famiglia di umili origini, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento. Minuto, timido e introverso, fin da bambino convisse con una profonda insoddisfazione. Crescendo, conobbe una pittrice e illustratrice, Gerda Gottlieb (qui descritta come un’americana di ricca famiglia, Greta Waud) e il loro feeling li condusse al matrimonio. Unione felice, anche perché benedetta dalla condivisione di una passione artistica comune. Ma è proprio la necessità di Greta -e qui entriamo nella vicenda romanzata raccontata dal talentuoso e sensibile scrittore- di terminare il ritratto di una cantante lirica a far sì che Einar indossi dei collant e un abito da sera per posare. È al contatto con i morbidi e femminili tessuti che il giovane percepisce un’emozione meravigliosa e terrificante al tempo stesso. Passa davvero poco prima che Einar inizi a indossare i panni di Lili, una fanciulla eterea e dolce, dotata di un’eleganza angelica che fa voltare uomini e donne al suo passaggio e che diventa la musa ispiratrice di Greta. Da mediocre ritrattista, la sposa americana diventa una capace artista, le cui tele raffiguranti Lili in innumerevoli pose ed eventi, le regalano la fama.

Nel frattempo, Lili prende il sopravvento su Einar. Il pittore non prende più in mano un pennello che non sia quello per il trucco e, in effetti, da pittore si trasforma nell’artista di se stesso: crea Lili ogni mattina e, dopo qualche anno di sofferenza emotiva e fisica, decide di compiere un salto nel vuoto, tentando un’operazione sperimentale per cambiare sesso.

Ciò che colpisce di questo romanzo è anzitutto la dolcezza con cui viene trattato un tema così delicato, una dolcezza che appartiene allo stesso carattere di Lili e che induce tutti coloro che la circondano, dalla moglie al suo fratello gemello Carlisle, dall’amico di infanzia Hans alla stretta cerchia di conoscenti, ad accogliere con naturalezza la metamorfosi di Einar/Lili.

A livello profondo, personale ed emotivo, il romanzo mi ha indotta a immedesimarmi in una creatura nata in un corpo che considera sbagliato. In un mondo contemporaneo come il nostro, dove #beyourself è ancora soltanto un hashtag, perché la maggior parte delle persone faticano a trovare il vero sé, ci sono state e ci sono ancora persone perfettamente consce di chi sono, ma intrappolate fisicamente in un corpo che non è il loro. Come ci si può sentire quando ci si conosce bene, ma il riflesso allo specchio mostra una persona completamente diversa?

“Tha Danish Girl” ci porta lontano, con il cuore e con l’intelletto.

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RECENSIONE “COME ESSERE STOICI” DI MASSIMO PIGLIUCCI

Garzanti, 2017

“Qual’è il risultato della virtù?

La serenità”.

Epitteto, Diatribe, I,4,6

“Bisogna rendere migliore quel che è in nostro potere

e delle altre cose usare come richiedere la loro natura”.

Epitteto, Diatribe, I,1,17

Il mio approdo alla lettura di questo manuale è stato così felice e sorprendente che potrei rimanere a crogiolarmi sul divano con questo pensiero per ore, ma sono certa che farei un torto all’autore, il cui piglio è quello di un filosofo guerriero, pronto a difendere lo Stoicismo dall’ignoranza, dalle false interpretazioni -che purtroppo perdurano da secoli- e dal pregiudizio che la filosofia sia un argomento per persone con la testa tra le nuvole, oppure una filosofia da salotto, di cui si possono occupare solo accademici, letterati e insomma la creme della società.

Ma andiamo con ordine: ho letto la presentazione di questo testo su Il libraio, e me lo sono ritagliato come faccio sempre con gli articoli che mi catturano. Passano i mesi, sono in procinto di partire per le vacanze estive e mi dico: dai, è la volta buona che lo compri e te lo porti dietro. Eppure ero tormentata dalla consapevolezza di ricordare dello Stoicismo ciò che avevo studiato alle superiori, quindi poco e questo mi innervosiva: volevo arrivare alla lettura di “Come essere stoici” con una preparazione adeguata. Senonché in una libreria di seconda mano del centro di Grado in cosa mi sono imbattuta? Nel Manuale di Epitteto, uno dei massimi esponenti dello Stoicismo greco! Amo quando succedono questi eventi! L’ho comprato subito e l’ho letteralmente divorato nel corso di una notte. Va da sé che quella successiva ero pronta per affondare il naso in “Come essere stoici”!

E’ UN MANUALE CHE TUTTI DOVREMMO LEGGERE.

TUTTI, ANCHE I BAMBINI (NATURALMENTE ACCOMPAGNATI DAGLI ADULTI).

Lo scrivo perché ne sono assolutamente certa.

Massimo Pigliucci ha una formazione scientifica, oltre che filosofica, perciò conosce bene “la natura delle cose” e per di più è uno di quegli uomini che non si accontentano e non si adagiano sugli allori, ma continuano a studiare e riflettere ogni giorno e, soprattutto, ad agire, sperimentare e fare per comprendere se il proprio pensiero possa essere aderente alla realtà e germogliare adeguatamente. Lo Stoicismo che lui propone è un pensiero che “ha passato tutti i test” e che, personalmente, mi sono resa conto di applicare già da anni.

Con una scrittura felice e scorrevole, da autentico divulgatore culturale, Pigliucci ci spiega le basi dello Stoicismo:

  • Comprendere cosa dipende da noi e cosa non dipende da noi;

  • Evitare reazioni affrettate;

  • Ricordarsi della transitorierà delle cose;

  • Scegliere obiettivi in nostro potere;

  • Parlare poco e bene;

  • Scegliere in modo accorto le proprie compagnie;

  • Rispondere agli insulti con l’umorismo;

  • Parlare senza giudicare;

  • Riflettere sulla giornata appena trascorsa.

E’ solo un micro riassunto di ciò che troverete in questo libro.

Sono decine di anni che nelle librerie vedo distese di manuali di auto-aiuto e psicologia da quattro soldi. 2300 anni fa la Grecia prima e Roma poi hanno prodotto una filosofia di vita che contiene tutto ciò che oggi trovate diluito in quei manualetti, dentro a libri dalle copertine accattivanti, autori dai sorrisi smaglianti e conti in banca che lievitano grazie alla proposta dello stesso Stoicismo, ma all’acqua di rose. Volete fare la differenza e arrivare al nocciolo dei vostri problemi? Scoprire perché tornate sempre sugli stessi errori? Perché vi sentite sempre più stressati e oppressi? Massimo Pigliucci ve lo spiegherà punto per punto in un manuale che è una perla e che, vi assicuro, rimarrà sul vostro comodino tutta la vita per leggerlo e rileggerlo, a voi e ai vostri cari.

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RECENSIONE: “LA SIRENA” DI GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

   Feltrinelli, Cofanetto libro e audiolibro, 2014

Il senatore Rosario “Sasà” La Ciura e la voce narrante, il giornalista Paolo Corbèra, sono due siciliani residenti a Torino e due improbabili compagni di chiacchiere e passeggiate. Il primo, politico in pensione con un enorme conoscenza della storia e della lingua greca antica, il secondo, ultimo discendente di una famiglia nobile, con una laurea in legge nel cassetto e un presente instabile, condito da frequentazioni femminili di bassa lega. È proprio da queste ultime evidenze che Sasà bacchetta il giovane amico e, prima della partenza per Genova, decide di abbassare le distanze e confessare a Paolo la più importane esperienza della sua vita.

L’incanutito e apparentemente fragile distinto signore, spalaca le porte su un’estate siciliana della giovinezza, durante la quale la sua vita è cambiata per sempre grazie all’incontro con Lighea, una sirena figlia di Calliope.

Ascoltare questa storia, narrata dalla stessa voce dell’autore in una registrazione del 1957 con il magnetofono, è un regalo per se stessi e per gli altri, perché il mite scrittore possiede una voce e un ritmo perfetti per raccontare una storia e perché l’incontro di Sasà e Lighea è l’incrocio tra due culture distanti nel tempo, ma vicinissime per lingua e storia.

Lighea si avvicina alla barca di Sasà dopo che per giorni lo ha ascoltato studiare e ripetere a voce alta canti e odi in greco antico e quando, finalmente, l’unione tra i due protagonisti si compie, l’estasi sessuale provata da Sasà, che spaventerebbe qualunque uomo mortale, viene da lui riconosciuta come un chiaro dono degli dèi e per niente temuta, anzi, accolta nella sua incommensurabile totalità.

E’ un racconto denso di riferimenti arcaici e parole desuete, ma non per questo lontano da noi lettori del XXI secolo. Anzi! L’ho ascoltato durante una siesta pomeridiana e mi ha trasportata sulle celesti coste di Augusta, tra le risacche e i flutti. Mi ha fatto comprendere quanto sia importante “scrivere ciò che si conosce”, perché la descrizione dei luoghi e delle sensazioni marine di Tomasi di Lampedusa è così penetrante proprio a causa della sua esperienza.

Infine, ho riflettuto sulla bellezza della lettura ad alta voce. Si potrebbe introdurre in ogni famiglia la lettura di un racconto o di un breve romanzo una volta a settimana. Pensateci bene: anziché trascorrere le serate davanti alla tv, ai videogiochi, oppure chini sugli smartphone, si potrebbero spegnere tutte le luci, accendere qualche candela e, comodamente seduti sul divano, ascoltare un membro della famiglia mentre legge un racconto, facendosi trasportare da esso ovunque lo scrittore avesse intenzione di condurci. A fine lettura ci si potrebbe dedicare a una discussione, a cominciare dalle emozioni mosse in ciascuno all’ascolto del racconto, per poi proseguire con riflessioni, ricordi e connessioni tra l’epoca e la società narrate nel libro con noi, oggi.

La mia è solo un’ispirazione, ma state certi che la proporrò in famiglia.

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RECENSIONE “IL CLUB DELLE LETTERE SEGRETE” DI ÁNGELES DOÑATE

La mia corrispondenza settimanale in spedizione e il romanzo recensito

 

L’amicia raddoppia le gioie

e divide a metà le sofferenze.

Francis Bacon

A Porvenir, borgo montano spagnolo, la postina Sara corre il rischio di perdere il lavoro. Non solo, lo stesso paese potrebbe rimanere senza ufficio postale. Un brivido percorre la schiena dell’anziana signora Rosa, che ha visto nascere e poi crescere Sara. Rosa è la sua vicina di casa, una madre putativa e poi sostitutiva, da quando la postina è rimasta orfana prima dei genitori e poi abbandonata dal marito, con tre figli a carico. Rosa non dorme più la notte: se Sara dovesse trasferirsi in città, lei perderebbe tutti gli affetti e rimarrebbe da sola in quella grande dimora. Così, dopo l’ennesima notte insonne, escogita un piano: inizia una catena di lettere.

Rosa scrive la prima epistola all’amica di giovinezza Luisa, la ragazza alla quale cinquant’anni prima soffiò l’innamorato. Non fu una decisione presa alla leggera, perché Rosa era cresciuta con Luisa, mentre il loro comune innamorato, Abel, era arrivato dal nulla a Porvenir. Ma l’amore che colpì Abel e Rosa fu più forte dell’amicizia sororale e così Rosa non rivide mai più Luisa.

Rosa spedisce la lettera all’indirizzo della casa dei genitori di Luisa, sperando che qualcuno gliela faccia recapitare, ovunque si trovi, e augurandosi così di avviare una solida catena epistolare per salvare il posto di lavoro di Sara. Non sa che ad aprire la busta sarà Alma, la nipote di Luisa che ha ereditato la vecchia dimora. Da quel momento inizierà la narrazione di un coro di personaggi commoventi, intensi e straziati dalla vita.

E’ un romanzo dalla lettura piacevole e scorrevole. Lo sguardo scivola placido sulle righe come sulla distesa di un mare calmo, con la differenza che, tra queste pagine, si è anche circondati da suggestioni e piccoli incanti.

Ci sono lettere spesso scritte dopo un’accurata ricerca della carta e la presenza di un’essenza speciale, come la lavanda. C’è la biblioteca di Porvenir, con i suoi muri a vivo e le ampie vetrate, e pile di libri impilati a terra in apparente disordine, ma in realtà perfettamente catalogati dalla ligia bibliotecaria.

Le storie dei numerosi personaggi sono ben intrecciate tra loro e hanno un buon ritmo. Se dovessi trovare qualche difetto, segnalerei l’utilizzo eccessivo di citazioni legate alle lettere e all’amore che risultano ridondanti; inoltre, proprio a riguardo dell’amore, ci sono diverse pagine dedicate alle dichiarazioni che ho trovato noiose e pesanti. In questo senso l’autrice avrebbe potuto tagliare diversi capitoli. Tuttavia sono certa che molti, tra voi lettori, apprezzeranno così tanto le vicende degli abitanti di Porvenir che anche queste lungaggini desteranno gratitudine.

In questo libro troverete storie di amicizia, amore, tradimento, la corrispondenza cartacea e l’attaccamento alla terra dei propri antenati. Ve lo consiglio come lettura autunnale o invernale, sprofondati in strati di maglioni e plaid, tazza di caffè fumante e candela profumata accesa.

Se poi vi farà venire voglia di scrivere una lettera a una persona cara che non sentite da tempo, sono certa che strapperete un sorriso di soffisfazione all’autrice.

Un libro aperto è un cervello che parla;

chiuso, un amico che aspetta;

dimenticato, è un’anima che perdona;

distrutto, è un cuore che piange.

Proverbio indù

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RECENSIONE LETTERARIA: “COME DELLA ROSA” DI TIZIANA RINALDI CASTRO

Editore Effige, 2017

Se sei venuto da me è per abbattere ogni resistenza.

Non c’è evoluzione se non c’è resa.

Ho scoperto questo libro grazie a un’intuitiva recensione televisiva realizzata dalla scrittrice Michela Murgia nel programma “Quante storie”, condotto da Corrado Augias su Rai Tre nel corso della scorsa primavera. È stato un bene, perché trovare questa copertina -peraltro non bellissima- in una libreria standard, sarebbe stato se non difficile, certamente un colpo di fortuna. La casa editrice è modesta, e si sa che da anni c’è la tendenza, forse dovuta alla crisi economica nazionale, di mettere in evidenza prevalentemente i testi dei colossi editoriali. Dunque il mio primo ringraziamento va a Murgia, mentre il secondo è tutto per l’autrice.

La storia narrata illustra le vicende di Bruna/Lupo, che dall’Italia scappa a New York lasciando alle spalle grandi delusioni, ma non l’alcolismo, ed Emiliano, cubano americanizzato, mercante d’armi e guerriero. I due outsider diventano fedeli a Mama, una sacerdotessa yoruba di Harlem che li guida alla guarigione dai vizi e alla riscoperta di sé, in un romanzo a tratti difficile da leggere vuoi per flashback continui e pagine crude, vuoi per indizi spirituali tutti da cogliere e sui quali meditare a fondo.

Reggere senza toccare.

Una metafora della vita illuminata:

orizzonti illimitati;

essere presenti senza attaccarsi;

avere tutto senza possedere niente.

Non vi nasconderò che ho impiegato tre mesi per terminare la lettura di “Come della rosa”. Come scritto poco fa, è un romanzo che richiede un coinvolgimento emotivo e spirituale, ma vi assicuro che, se riuscite ad arrivare alla fine e ad accettare tutto della rosa (spine incluse), questo libro vi trasformerà.

Lo consiglio a tutti, dai vent’anni in su, perché è uno di quei pochi romanzi capaci di fare la differenza nella vita e mettere in moto il cervello e l’anima insieme.

Lo so che ti offri alla tempesta senza scudo per ‘espiare’, come dite voi bianchi.

Ma espiare non serve a niente se non sai anche ‘perdonarti’, come dite voi bianchi.

Non affrettarti a tornare da ciò che richiede pazienza.

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