RECENSIONE: “LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI” DI GERALD DURRELL

Adelphi, 1975

“Perché sopportiamo questo maledetto clima?” domandò all’improvviso, facendo un gesto verso la finestra con i suoi obliqui ruscelli di pioggia. “Guarda lì! E quanto a questo, guarda noi… Margo tutta gonfia come un piatto di porridge rosso… Leslie che se ne va in giro con dieci metri di ovatta nelle orecchie… Gerry che pare che abbia il palato fesso dalla nascita… E guarda te: ogni giorno che passa hai un’aria più decrepita e stravolta”.

Mamma gettò un’occhiata al di sopra di un grosso volume intitolato “Ricette facili” del Rajputana.

“Neanche per sogno!” disse sdegnata.

“E invece sì”, insistette Larry “cominci a somigliare a una lavandaia irlandese… e i tuoi figli sembrano le illustrazioni dell’enciclopedia medica”.

A questo mamma non riuscì a trovare nessuna risposta veramente schiacciante, quindi si accontentò di dargli un’occhiata severa prima di tornare a rifugiarsi dietro il suo libro.

“Quello che ci vuole per noi è il sole” continuò Larry, “non sei d’accordo, Les?… Les… Les!”

Leslie si srotolò da un orecchio un bel pezzo di ovatta.

“Cosa hai detto?” domandò.

“Eccoti servita!” disse Larry, voltandosi trionfante verso mamma. “Parlare con lui è diventata un’impresa problematica. Dimmi tu che razza di situazione! Un fratello non sente quello che gli dici e l’altro non lo si capisce quando parla. Francamente è ora di fare qualcosa. Non si può pretendere che io crei la mia prosa immortale in un’atmosfera pregna di tetraggine e di eucalipto”.

Introducendo due dei personaggi principali del romanzo, durante una loro conversazione, illustro perfettamente il clima familiare, intimo e denso di umorismo britannico che impregna il romanzo zoologico di Durrell.

Gerald Durrell fu uno zoologo inglese nato nel 1925 che, fin dal bambino, fu diverso rispetto ai suoi compagni di scuola. Amava gli ambienti aperti alle aule scolastiche, e fin qui niente di straordinario. La sua essenza, tuttavia, ebbe modo di esplodere e diramarsi verso ogni punto cardinale quando, da bambino, trascorse cinque anni sull’isola greca di Corfù, proprio dietro insistenza del fratello maggiore Larry, futuro scrittore, che non ce la faceva più a languire nella tetra Inghilterra e convinse la madre, vedova, a trascorrere dei tempo con i suoi quattro figli in un angolo soleggiato del Mediterraneo. La donna si dimostrò un’illuminata, perché quel cambio di prospettiva giovò a tutti i componenti della sua famiglia e divenne una pietra miliare dei loro ricordi.

Come sarebbe ascoltare anche le voci degli altri fratelli, e della madre stessa…

Comunque, in questo libro c’è abbastanza da soddisfare i palati di tutti, soprattutto se partiamo dall’incipit, quando l’autore spiega come il suo progetto iniziale fosse quello di scrivere un saggio sugli animali incontrati sull’isola, ma i suoi familiari entrarono tra le pagine e fu impossibile cacciarli.

Come non capirlo, quando lo stesso Larry offriva battute così divertenti:

La seconda mattina, quando comparve, aveva un diavolo per capello perché un contadino aveva legato il suo asino proprio accanto alla siepe. A intervalli regolari, la bestia alzava il muso e gettava un lungo e lugubre raglio.

“Ma ditemi voi!” proruppe Larry “non è da ridere che le future generazioni debbano essere private della mia opera solo perché un ilota cretino ha legato quella puzzolente bestia da soma vicino alla mia finestra?”

“Sì, caro” disse mamma. “Perché non vai a spostarla, se ti disturba?”

“Cara mamma, non si può pretendere che io passi il mio tempo a inseguire asini per gli uliveti. Gli ho scaraventato addosso un opuscolo della Scienza Cristiana; che altro pretendi che faccia?”

Tuttavia, l’isola era densamente popolata e ricca di aneddoti e insegnamenti, come di superstizioni. Durante una delle innumerevoli ricognizione di Gerry (Gerald) alla scoperta degli animali autoctoni, un anziano si avvicinò a lui per spiegargli qualcosa che riteneva importante:

“Voglio avvertirti di una cosa, piccolo lord” disse.

“Per te è pericoloso startene sdraiato qui sotto questi alberi”.

Alzai gli occhi sui cipressi, ma non ci vidi niente di allarmante, e allora gli domandai perché pensava che fossero pericolosi.

“Ah, puoi startene seduto sotto, questo sì. Fanno una bella ombra, fresca come l’acqua. Ma danno la tentazione di dormire, e questo è un guaio. E tu non devi mai dormire sotto un cipresso, per nessuna ragione al mondo”.

Tacque, si lisciò i baffi, attese che gli domandassi perché e poi continuò:

“Perché? Perché? Perché se dormi, quando ti svegli sei cambiato. Sì, i cipressi neri sono pericolosi. Mentre dormi, le loro radici ti crescono nel cervello e te lo rubano, e quando ti svegli sei matto, con la testa vuota come uno zufolo”.

Gli domandai se erano soltanto i cipressi a far questo, o anche altri alberi.

“No, soltanto il cipresso” disse il vecchio, alzando gli occhi a fissare fieramente gli alberi che troneggiavano su di me, quasi volesse vedere se stavano in ascolto “soltanto il cipresso è il ladro dell’intelligenza. Perciò sta in guardia, piccolo lord, e non dormire qui”.

E poi c’erano anche altri ospiti dell’isola, come l’anziano prof. Kralefsky, che fu maestro di Gerry per qualche tempo e che, sorprendentemente, aveva una madre ancora in vita. Gerry descrive il loro incontro:

Con una grande cautela raccolsi la massa di capelli ramati e la spostai da una parte per potermi sedere sul letto. I capelli erano morbidi, serici e pesanti, come un’onda color fiamma che mi scorresse tra le dita. La signora Kralefsky mi sorrise e ne prese una ciocca, facendosela rigirare tra le dita perché scintillasse.

“L’unica vanità che mi sia rimasta” disse “tutto quello che resta della mia bellezza”.

Contemplò quell’ondata di capelli come se fosse un cucciolo, o qualche altra bestiolina che non avesse nulla a che fare con lei, e se li accarezzò affettuosamente.

“E’ strano” disse, “molto strano. Io ho una teoria, sai? Che alcune cose belle si innamorano di se stesse, come Narciso. E quando questo succede, non hanno nessun bisogno di aiuto per vivere; diventano così prese dalla propria bellezza che vivono soltanto per quella, nutrendosi di se stesse, per così dire. In questo modo, più si fanno belle e più forti diventano; vivono in un circolo. I miei capelli hanno fatto proprio questo. Sono autosufficienti, crescono soltanto per se stessi e il fatto che il mio corpo sia andato in rovina non li turba minimamente. Quando morirò, se ne potrà colmare tutta la mia bara, e probabilmente loro continueranno a crescere anche quando il mio corpo sarà ridotto in polvere”.

“Dicono” mi annunciò, “dicono che quando si diventa vecchi, come lo sono io, il corpo si fa più lento. Io non ci credo. No, per me è completamente sbagliato. Io sono convinta che non siamo noi a farci più lenti, ma la vita a farsi più lenta per noi. Mi capisci? Tutto diventa languido, per così dire, e allora si notano tante e tante cose, quando tutto si muove lentamente. Quante cose si vedono! Quante cose straordinarie avvengono intorno a te, cose che non avevi mai nemmeno sospettate! E’ un’avventura incantevole”.

Mentre leggevo il diario-saggio-romanzo di Gerald Durrell, non facevo che pensare alla felicità di quel bambino già zoologo che viene condotto su un’isola così piena di vita e di esperienze da fare. Da madre, ho condiviso ogni sua più piccola gioia, ogni descrizione vergata sui suoi taccuini. Certo, ci sono passaggi che possono risultare noiosi, perché non tutti sopportiamo di leggere a lungo la vita delle tartarughe marine, piuttosto che quella di particolari insetti. Però si può procedere e scoprire altri battibecchi tra i Durrell e, soprattutto, innamorarsi di Corfù attraverso i loro occhi e sognare di preparare le valigie e partire come fecero loro, quasi cent’anni fa, con pochi mezzi a disposizione, verso un paradiso noto a pochi.

Se, dopo la fine della lettura del libro, i Durrell dovessero mancarvi, potete guardare ben due stagioni dell’omonimo telefilm: “I Durrell”, che io ho ammirato sul canale LaF. Ci sono molte aggiunte e modifiche fisiognomiche, ma sono certa che non ve ne pentirete.

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VACANZE (PIU’ O MENO)

Damon & Nat

 

La vedete questa piccola birba alla mia destra?

E’ mio figlio Damon, quattrenne scatenato e pieno di energie, amante della Natura e delle passeggiate.

 

Damon è in vacanza dall’asilo e, dal momento che non ha espresso particolari passioni

verso alcun Campo Estivo, rimarrà a casa per due mesi.

Traduzione: io sono il suo Campo Estivo!

 

Pertanto, auguro a tutti voi di trascorrere al meglio le vostre ferie.

Io sarò molto impegnata con la famiglia, ma dedicherò le sere a intense e interessanti letture

per tornare sul mio blog a settembre,

con un bagaglio di libri e nuove esperienze, artistiche, culturali e umane.

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RECENSIONE: “PICNIC A HANGING ROCK” DI JOAN LINDSAY

Sellerio, 2017

Vallo a spiegare a un lettore di e-reader, Kobo, Tolino, ecc, il godimento che si prova nel tenere in mano un’edizione cartacea Sellerio. Personalmente, non riesco a provare la stessa emozione con nessun altro editore e non me ne vogliano Adelphi e Iperborea, per esempio, che hanno pure un formato classico delizioso.

E’ naturale, quindi, che prediliga la lettura dei romanzi Sellerio a molti altri. Non che li legga tutti -amanti di Camilleri non odiatemi, ma il commissario Montalbano non mi prende proprio!- ma appena noto un titolo acattivamente e, soprattutto, una trama che “mi chiama”, corro a comprarne una copia, attendendo con trepidazione il momento in cui le mie mani incontreranno quelle confortevoli, incantevoli copertine.

Questa volta, l’occasione è arrivata grazie alla pubblicità aggressiva che è stata fatta sui canali Sky della nuova serie tv “Picnic a Hanging Rock”. Sei episodi, una sola stagione (per ora) e delle immagini conturbanti. Sentivo odore di marketing a centinaia di chilometri di distanza, ma la sostanza, ovvero la trama, continuavano a fare eco nella mia mente. Finché mi sono ricordata che un lettore, anni fa, mi aveva consigliato esattamente questo romanzo, asserendo che, da scrittrice di romanzi storici (allora avevo edito “La dama e l’aquila”) ero tenuta a leggere il capolavoro dell’autrice australiana Joan Lindsay. Come una brava Sherlock Holmes avevo inserito l’informazione dentro uno dei cassetti del mio cervello ed ecco che, qualche settimana fa, l’ho estratto con vivo gusto.

Ho comprato il libro e messo in registrazione la serie tv. Ebbene, dopo aver terminato la lettura del romanzo e aver visto il primo episodio, vi assicuro che il primo batte il secondo, almeno per chi, come me, ama immergersi nelle atmosfere dei secoli passati, carpirne i colori, i volti, i gesti, le consuetudini. Riporto un estratto di ciò che intendo:

“Isolate dal naturale contatto con la terra, l’aria e la luce del sole per via dei corsetti prementi sul plesso solare, delle sottane voluminose, delle calze di cotone e degli stivaletti di capretto, le ragazze sazie e assonnate che poltrivano all’ombra non facevano parte dell’ambiente più di quanto ne facciano parte le figure di un album di fotografie messe in posa a capriccio su un fondale con rocce di sughero e alberi di cartone”.

Se oltre a questo, aggiungete anche un talento nella descrizione della natura, comprenderete che la lettura di un simile romanzo è un dono:

“A ogni passo la vista diventava più affascinante, man mano che si aggiungevano altri particolari di rupi merlettate e di pietra macchiata di licheni. Ora una kalmia latifolia lucida al di sopra delle polverose foglie argentee di un corniolo, ora una crepa scura tra due massi, dove il capevenere tremolava come un merletto verde”.

Ma di cosa parlano il romanzo, un film famosissimo di Peter Weir del 1975 e la nuova serie tv? La trama è semplice: il giorno di San Valentino 1900, le studentesse del college Appleyard festeggiano l’evento alle pendici della misteriosa Hanging Rock, una formazione rocciosa preistorica che si erge nel mezzo del fitto bush australiano. Dopo un pasto luculliano, tre studentesse più grandi, Marion, Irma, Miranda, e la più giovane Edith, si allontanano per una ravvicinata osservazione di Hanging Rock, giurando di tornare nell’arco di un’ora, ma due di loro e l’insegnante di matematica McCraw, che era andata a cercarle, non faranno più ritorno. Solo Edith, sconvolta e urlante, tornerà dalla professoressa di francese e dalle sue amiche, pur incapace di spiegare cosa sia accaduto e qualche giorno dopo, un’altra collegiale verrà ritrovata vicino a Hanging Rock dal giovane e nobile Albert, e tuttavia neanche lei ricorderà nulla.

Una storia intrigante di per sé che, se corredata da numerosi articoli di giornale e deposizioni al comisariato, presenti nello stesso romanzo, diventa ancora più accattivante. Non solo. La scrittrice aveva inserito, nel capitolo finale, la soluzione della vicenda, ma il suo editore si era opposto alla pubblicazione, in quanto un finale aperto è molto più misterioso di uno dove tutti i nodi vengono al pettine. Lindsay acconsentì e il diciottesimo capitolo uscì postumo: “The secret of Hanging Rock” (1987), mai tradotto in italiano.

Basta e avanza per avere un notevolissimo richiamo di lettori e stampa, e tuttavia il mistero di Hanging Rock divenne di interesse internazionale quando circolò la voce che il romanzo si basasse su una storia realmente accaduta e che gli aborigeni non si avvicinavano mai alla conformazione rocciosa, in quanto la ritenevano un ricettacolo di spiriti nefasti. Non voglio perdere tempo nel descrivere le ridicole supposizioni di fine Novecento sulla possibilità di abduction da parte di alieni. Che differenza di gusto tra inizio e fine secolo!

Voglio consigliarvi la lettura di questa opera perché contiene tante qualità e vi permetterà di entrare in un mondo non troppo distante dal nostro nel tempo, ma nello spazio sì. Vi invaghirete delle descrizioni paesaggistiche, psicologiche, del netto contrasto della società vittoriana e degli arcani misteri di un’isola da poco colonizzata, brulicante di misteri ancestrali di cui all’epoca non si conosceva quasi niente. Se poi avrete del tempo per godervi il film di Weir fatelo. Per quanto riguarda la serie, ve la consiglio solo se siete amanti di sceneggiature come “Hannibal”, “Game of Thrones” e “American Horror Story”, altrimenti passate direttamente a un altro Sellerio!

Picnic at Hanging Rock, William Ford, 1875, National Gallery di Melbourne
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RECENSIONE A TRE LIBRI DI FRANCESCO BOER

Oggi mi dedico a una triplice recensione. Sembra un azzardo, una follia, ma presto capirete che le tre opere scelte hanno un filo rosso che le tiene insieme e che esso non è nemmeno tanto sottile. Vi chiedo solo un po’ di tempo e di attenzione per leggere questo post. Potrebbe rivelarsi a tratti impegnativo, ma elargisce straordinarie capacità di conoscenza e riflessione e, fossi in voi, non me lo perderei per nessuna ragione al mondo. Se non avete tempo ora, segnate in agenda la data della lettura, magari da fare seduti sul divano, o alla scrivania, con una tazza di caffè fumante e qualche genere alimentare di conforto.

 

“Labirinto interiore”, Edizioni Leucotea, 2017

Edoardo ha tutto quello che potrebbe sperare un uomo, soprattutto in questi tempi grami dal punto di vista economico: una famiglia, una casa, un lavoro sicuro e colleghi e amici con cui condividere il tempo. Sembra un idillio, ma a un certo punto qualcosa in lui si incrina e perde l’anima. Ma cos’è l’anima? E come fa a perdersi? Cosa comporta vivere senza anima? C’è un modo per riaverla indietro?

Il romanzo è un viaggio di iniziazione, oltre che un recupero dell’anima, un viaggio non terreno, ma interiore (da qui il titolo del libro) e pochi scrittori si prenderebbero la libertà e il rischio di scriverne, perché è facile cadere nel ridicolo o in derive New Age che conosciamo fin troppo bene.

Francesco Boer riesce a collocare la trama in una realtà tangibile -nell’Isontino dove abita- e a inserire elementi e simboli che derivano da studi e tradizioni diverse: antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcuni.

E i pregi di questo romanzo breve (102 pagine) non finiscono qui: in appendice, l’autore ha ripreso capitolo per capitolo spiegando i riferimenti e i simboli utilizzati e concedendo in questo modo al lettore di fare una lettura personale, con un’interpretazione soggettiva del viaggio interiore di ricongiungimento all’anima, per poi poterlo confrontare con le sue ricerche. E’ una possibilità che offrono pochi scrittori e Boer è uno di questi.

“La forza del simbolo è la sua spontaneità, la sua capacità di coinvolgere emotivamente, anche (e soprattutto) quando non lo si comprende a livello intellettivo”, Francesco Boer

 

“Gli assassini dell’anima mundi”, Autoprodotto, 2017

A detta dello stesso autore, questo piccolo libello avrebbe potuto essere inserito nell’appendice di “Labirinto interiore”, poiché ne è la sua naturale continuazione, ovvero una riflessione sull’Anima Mundi e su coloro che si impegnano quotidianamente, da millenni, a distruggerla.

In un mondo dove nessuno regala niente, Boer ha inserito questo piccolo e prezioso saggio all’interno del suo sito internet www.f-boer.com con la possibilità di scaricarlo, anzi, si raccomanda: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è! Il mio intento è di distribuire un’idea senza dover ricorrere ai compromessi dell’editoria commerciale. Il vostro contributo è indispensabile e prezioso”.

Ho il fondato sospetto che, se vi penderete la briga di scaricarlo sul vostro e-reader o stamparlo, seguirete il consiglio dell’autore e lo regalerete ad amici e parenti, perché i pensieri e le riflessioni in esso contenute riguardano tutti noi.

Ma partiamo dall’Anima Mundi. Cos’é?

“L’Anima del Mondo è un’intuizione antica, a metà strada fra l’idea filosofica e il sentimento religioso, un modo di pensare che considera l’intero pianeta Terra, o addirittura l’intero Cosmo, come un immenso essere vivente, dotato appunto di una propria anima. Bisognerebbe a questo punto approfondire cosa si intende con ‘anima’. A un livello più elementare, l’anima è il principio vitale, quell’energia sottile che contraddistingue gli esseri viventi dalla materia inerte. L’anima però è anche la psiche, tant’è che Ψυχή in greco significa proprio ‘anima’. I due concetti non si escludono a vicenda, anzi. Il soffio vitale è necessario al pensiero e la capacità di conoscere il mondo è forse la quintessenza della vita, che culmina nella mente che riflette in sé stessa.

Affermare che il mondo abbia un’anima, significa sostenere che è vivo. Un gigantesco essere vivente composto dagli elementi, dal clima e dagli esseri viventi che lo popolano, un immenso sistema di relazioni fittamente intrecciate. Significa anche che questo mondo vivente è dotato di una propria intelligenza, di una sorta di personalità che nasce dalla somma di tutte le singole individualità. Tra i riferimenti più celebri a questo concetto troviamo traccia nel ‘Timeo’ di Platone”.

A questo punto, chi siano gli assassini dell’Anima Mundi è piuttosto intuitivo, ma credo che troverete delle sorprese, leggendo l’opuscolo ed è proprio per questo che vi indurrà a riflettere molto su voi stessi, le persone che vi circondano e la realtà che osservate.

 

“Il volto arcano di Trieste”, Bruno Fachin Editore, 2015

Arrivare fin qui, benché abbia cercato di condensare più possibile le due recensioni precedenti, vi rende onore, ma sarete ricompensati non dalla “ciliegina sulla torta”, bensì da un metaforico pomo d’oro, perché “Il volto arcano di Trieste” non è una banale guida alle opere statuarie, ai bassorilievi e ai fregi di una delle città più affascinanti e ambite d’Italia, ma un viaggio con il genius loci nei simboli dell’umanità.

Al suo interno troviamo un dispiegamento di fotografie in bianco e nero accattivanti, che ci fanno provare intense emozioni (immaginatevi la loro visione dal vivo!), corredate di didascalie che ne indicano la collocazione. A farla da padrone, però, è la spiegazione che l’autore ci regala: ricchissima, dettagliata, multiforme, che attinge naturalmente all’erudizione dello scrivente che, vorrei ricordarvi, è un assoluto divoratore di libri. Io leggo molto, ma lui mi batte, soprattutto per quanto concerne la saggistica. La cosa sorprendente è che la sua capacità di lettura, non si limita al far scorrere sotto agli occhi lettere e spazi, ma si imprime nella memoria e crea collegamenti con quanto letto precedentemente, oltre che realizzare archivi mentali ai quali attingere in seguito, quando giungeranno nuove letture. E’ sorprendente come riesca a memorizzare tante informazioni, a trattenerle dentro di sé e a immetterle in tantissimi libri a tema. Mi ricorda Giordano Bruno, noto per possedere una ars memoriae pressoché irraggiungibile, per la quale veniva chiamato in ogni angolo d’Europa e pagato per insegnarla. Il suo discorso era semplice: bisogna ricordare ciò che si studia perché solo in questo modo riusciremo a creare nuovi argomenti, mettendo insieme ciò che già abbiamo appreso. Non è cosa semplice, soprattutto nei nostri tempi, dotati di smartphone, laptop, tablet e massicce memorie esterne. Boer possiede un’arte della memoria rara e la nostra fortuna è che la trasmette!

In “Il volto arcano di Trieste” troverete le maggiori divinità del pantheon greco e romano, animali e mostri, diaframmi, geroglifici e “loschi figuri”. Qui sotto vi trascrivo un passaggio, per comprendere meglio il potenziale del libro:

“Il caduceo è uno simbolo di Ermes (Mercurio). Il suo tema principale è il dualismo che pervade l’intera creazione. Al serpente di destra corrisponde quello di sinistra: senza la destra, infatti, non ci sarebbe nemmeno la sinistra. Se non ci fosse l’alto, non ci sarebbe il basso, e non c’è luce che non generi ombre. Similmente, anche l’animo umano è continuamente disgiunto fa due forze opposte, uguali e contrarie: al desiderio corrisponde l’autocontrollo, alla virtù la viltà, e al coraggio fa da contraltare la paura. Le liste potrebbero continuare ancora a lungo: i riflessi del dualismo si trovano ovunque si possa posare il nostro sguardo.

Il bastone del caduceo indica che le due forze hanno un’origine comune: la coppia di opposti si genera infatti dalla divisione dell’unità. L’unità centrale è il punto fermo attorno cui tutto ruota, è l’asse del mondo, è la stella polare attorno alla quale le stelle giocano il loro girotondo. E’ un’idea che non esiste nel mondo della mescolanza, quello in cui viviamo noi, dove non esiste un riferimento che sia veramente fisso. Ma resta un’idea, magari non reale, ma sicuramente bellissima, un’illusione a cui è bello credere. Quando la bussola non funziona più, che male c’è a orientarsi con i miraggi?

Nell’unità centrale coesistono gli opposti. In particolare vi si può scorgere uno strano spettacolo: in esso stanno mano nella mano due nemici che si credeva inconciliabili -la vita e la morte!

L’unione degli opposti significa infatti la morte, perché la vita è espressione dell’energia, e l’energia è sempre una tensione fra due cariche diverse. Pensate alla potenza della cascata, la cui forza trae origine dalla distanza che separa il punto più alto da quello più basso del salto.

Se non ci fosse differenza tra l’alto e il basso, non ci sarebbe la cascata, e avremmo soltanto una pozzanghera stagnante.

I due serpenti si avvitano attorno al bastone, scambiandosi più volte di lato, come a ricordarci quanto le distinzioni dipendano dai punti di vista. I serpenti volteggiano attorno al bastone, senza mai toccarlo: l’armonia è infatti una tensione viva tra gli opposti, e non una loro unione”.

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RECENSIONE: “L’EREDITA’ DELLE DEE” DI KATEŘINA TUČKOVÁ

Keller, 2017

Partiamo da un mio odioso pregiudizio. Odioso in quanto detesto i pregiudizi, eppure scopro di averne io in primis. Riguarda l’idea che una donna dell’est sia capace di sopportare molto di più di quanto non riesca a farne una occidentale. Esempio pratico: la stregoneria e le sue condanne, in maggior parte riguardanti lo spettro femminile. Ebbene, presso i popoli slavi non c’è stata un’Inquisizione di registro occidentale, perciò credevo che certe torture psico-fisiche fossero state risparmiate alle donne dell’est. Con questo romanzo ho scoperto che è vero: l’Inquisizione non c’è stata, tuttavia l’uomo ha trovato altri modi per schiacciare le donne slave che possedevano una sapienza maggiore rispetto alla massa. Incassato il colpo, la voce dentro di me diceva: va bene, ma sono state certamente più impermeabili al dolore, più forti. Ed ecco il primo, grande potere di questa opera: ha sradicato molte delle mie certezze e mi ha esposta a un dolore lancinante, perché le vicende delle bohyni (dee) qui raccolte, spesso affondano le loro radici negli archivi di stato cechi e slovacchi, confermando il fatto che si tratta di avvenimenti realmente accaduti, che quelle donne sono esistite e hanno sofferto a causa del voltafaccia dei loro pazienti e di autorità crudeli e infami.

La storia è narrata, per la maggior parte del romanzo, da Dora Idesová, studentessa di etnografia a Brno, nella Repubblica Ceca. Come tesi di laurea ha scelto un argomento tanto problematico quanto personale: la storia delle bohyni, le dee dei Carpazi Bianchi, villane residenti in luoghi sperduti della Repubblica Ceca e della Slovacchia e custodi di una sapienza ancestrale, che permetteva loro di guarire animali e uomini, di prevedere il futuro attraverso la lettura della cera fusa, di dominare i temporali, di far innamorare e abortire. Per Dora il tema è personale, perché la sua è una famiglia di dee: sua zia e sua madre, sua nonna e le loro antenate lo erano. Potrebbe esserlo anche lei, e forse lo è, ma nessuno l’ha addestrata, e la sua erudizione accademica le impedisce di credere a certe superstizioni. Tuttavia continua a cercare, a creare archivi febbrilmente, attraversando i due Stati, arrivando fino in Polonia, pur di recuperare tutto il materiale cartaceo rimasto sulle dee. Dora è spinta anche da un’insopprimibile necessità di comprendere appieno le ragioni per cui la sua famiglia ha scelto quello stile di vita e perché le è stata strappata così presto. Perché Dora è cresciuta in un collegio dall’età di otto anni, perché suo fratello Jakub, nato deformato e con ritardo mentale è stato messo in un centro di igiene mentale e separato da lei, perché suo padre ha assassinato sua madre, perché sua zia Terezie, l’ultima dea di Žitková, che si è occupata per anni di Dora e Jakub con amore e dedizione, è stata rinchiusa in un manicomio, anche sei Dora la ricordava perfettamente capace di intendere e di volere? E’ stato un destino avverso a strapparle gli affetti più cari, oppure c’era una strategia diabolica, dietro a tanto dolore? Con una sinossi del genere, si potrebbe già scrivere un lungo romanzo, ma vi assicuro che c’è molto, molto di più, perché la storia fa incursione in questo romanzo ibrido, dove trovate anche ritagli di giornale e archivi dell’ex-Cecoslovacchia e della Germania del Terzo Reich.

Ho terminato la lettura del romanzo una settimana fa, ma le sue parole continuano ancora a lavorare dentro di me. Smuovono reminiscenze del villaggio dei miei genitori in Bosnia, Vranjak, visite a donne sapienti che praticavano rituali simili alle dee. E poi c’è la coscienza collettiva, la sensazione che tutto l’orrore contenuto in queste pagine meravigliose e strazianti al tempo stesso, non sia frutto di un passato ormai chiuso e sepolto, ma qualcosa di ciclico, che è capace di riproporsi quando la combinazione di politica, ideologia, magia e vendetta si incastra in un puzzle pericoloso e mortale.

Consiglio a tutti la lettura del romanzo di Tučková, perché sa parlare a tutti noi, farci conoscere luoghi remoti dell’est e scoperchiare diverse certezze.

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RECENSIONE: “L’ISOLA” DI SIRI RANVA HJELM JACOBSEN

Ero in dubbio se postare o meno questa recensione. Mi è capitato in passato, in effetti, di scrivere recensioni poco positive di un romanzo e di venire attaccata, dapprima dagli amici e dai lettori affezionati dell’autore e, in seguito, dallo scrittore stesso. Ora, senza entrare nel merito delle situazioni specifiche, trovo queste reazioni controproducenti per l’opera stessa e svilenti per l’autore. Io stessa scrivo romanzi, articoli, recensioni e quant’altro e trovo che la critica -sempre se costruttiva e sincera- possa essere di grande aiuto allo scrittore. Purtroppo non è così per tutti, oppure esistono al mondo autori così sensibili da abbattersi per il giudizio di un singolo lettore. Beh, mi dispiace per loro, ma non credo di essere mai stata cattiva o insensibile. Ciò che scrivo, lo faccio perché sento di farlo e non perdo mai la speranza di leggere un’opera migliore dell’autore stroncato.

Tornando a l’”Isola”, l’ho voluto leggere sulla scia di commenti entusiastici, anche da parte di scrittrici che apprezzo personalmente, ragion per cui sono rimasta un po’ interdetta quando, pagina dopo pagina, ho constatato che il mio interesse andava via via scemando. Non è uno di quei romanzi che non vedi l’ora di tornare a leggere, per il quale tenti di accorciare i tempi per infilarti tra le lenzuola e goderti la lettura.

La trama è semplice: una ragazza danese prova nostalgia nei riguardi dell’sola delle Faroe che ha sempre chiamato «casa», non perché ci abbia mai vissuto, ma perché i suoi nonni emigrarono da lì. La protagonista viaggia dapprima con la mente e poi fisicamente, muovendosi verso l’amata isola e rievocando i fantasmi del passato, dal nonno pescatore, che sognava una vita migliore, alla nonna Marita, irrequieta fanciulla che desiderava abbracciare una realtà più contemporanea.

Si tratta di un’opera in parte autobiografica, che scava nell’identità, nell’emigrazione, nello sradicamento dalle radici, nei legami di sangue e, scrivono in molti, lo fa attraverso una prosa poetica e sognante, degna di grandi autori del passato nordico. Bene, questo è il punto: forse sono io a peccare di insensibilità, o autentica ignoranza, ma a parte rare pagine, non ho percepito tutta questa poetica, anzi. E’ ammirevole il tentativo dell’autrice di descrivere anche i più minuti dettagli della vita in barca, del pescatore, dell’aborto, ma forse la sua voce non collima con il mio gusto e per questo non ho trovato la lettura né scorrevole, né piacevole.

Tuttavia salvo alcune pagine, soprattutto quelle che descrivono le gesta dello zio Ragnar il Rosso, uno strano faroese basso e dai colori scuri, comunista e divoratore di libri, che per amore della sposa Beate, candida, alta e delicata, desidera eliminare un grande masso dal suo giardino per consentirle di realizzare l’orto dei suoi sogni. Quel masso, tuttavia, appartiene a una Huldra, che nel folklore scandinavo è una bellissima creatura del bosco dalle fattezze femminili e tuttavia dotata di una lunga coda e una schiena cava come il tronco di un albero, una fata sfuggente temuta e certamente ostinata. Infatti Ragnar userà ogni mezzo per eliminare il masso che abita, ma invano e la Huldra saprà anche vendicarsi dell’oltraggio subito.

Come si noterà, casco sempre sui miti e sulle leggende, l’etnografia e il folklore che mi affascinano e quindi riescono a salvare da una nota totalmente negativa anche un romanzo che per centinaia di pagine mi ha trasmesso poco o niente.

Lo consiglio agli amanti delle terre scandinave, del tema dell’emigrazione e a chi è affascinato da scritture che, in molti, definiscono poetiche e antiche. Per quanto mi riguarda, darò una seconda possibilità all’autrice, che in alcuni punti è stata efficace, ma per ora passerò decisamente ad altro.

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RECENSIONE: “LA DONNA E’ UN’ISOLA” DI AUĐUR AVA ÓLAFSDÓTTIR

Einaudi, 2014

Se imparare la pronuncia del suo nome rappresenterà una sfida non da poco, acquistare tutti i suoi romanzi sarà un gioco da ragazzi. Auđur Ava Ólafsdóttir è, infatti, una scrittrice islandese dalle grandi potenzialità. La scoprii grazie a un programma di LaEffe, “Scrittori d’Europa”. Già l’Islanda è una terra che desidero visitare, misteriosa e selvatica com’è, poi, quando vidi Ólafsdóttir, rimasi colpita dal suo carisma e dal suo sguardo intenso e scrutatore. Classe 1958, insegnante di storia dell’arte e direttrice del Museo dell’Università d’Islanda per anni, oggi è una scrittrice a tempo pieno (anche) per la mia delizia.

In “La donna è un’isola”, narra le rocambolesche vicende di una traduttrice trentatreenne, all’apparenza molto fredda e distaccata, alle prese con un divorzio. Le prime scene mi hanno scioccata: lei torna a casa dopo essere stata a letto con l’amante, trova il marito, cenano insieme, lui le dice che ha una relazione con la collega e che aspettano un figlio; la protagonista annuisce e, quando parte la raffica di domande su chi terrà cosa, lascia che sia lui a depredare l’appartamento. Sembra davvero un’isola, questa donna. Come l’Islanda, che appare lontana e, forse, irraggiungibile. Senonché, proprio quando ha deciso di partire per le vacanze estive (a novembre!) per cambiare aria, la sua amica musicista la raggiunge con la cena, ma prima di varcare la soglia del suo nuovo mini appartamento, cade e finisce in ospedale. È incinta di due gemelle e c’è il primo figlio, il gracile e sordo Tumi, da andare a prendere all’asilo. Che poi la questione non finirà lì, anzi, Tumi seguirà la traduttrice nel suo viaggio nell’est dell’isola e raggiungerà presto la strada del suo cuore, sciogliendolo.

Insomma, se vi sembra che ci sia già tanta carne al fuoco, non stupitevi se vi dico che c’è molto, molto di più in questo romanzo, incluse 47 ricette di cucina e un lavoro a maglia!

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RECENSIONE: “L’INTERPRETATORE DEI SOGNI” DI STEFANO MASSINI

Mondadori, 2017

Stefano Massini è uno dei pochi autori italiani che ammiro, rispetto e (lo ammetto) amo profondamente, sia dal punto di vista letterario che umano. Ogni sua apparizione televisiva, intervista e ogni sua opera, che sia una piece teatrale, un romanzo o un articolo su La Repubblica mi inducono a profonde e inusuali riflessioni. Ecco, qui c’entra anche la gratitudine. Sono grata a Massini per il Bene che fa alla nostra Italia e alla nostra cultura. Va da sé che, quando ho finalmente avuto tra le mani il suo ultimo romanzo “L’interpretatore dei sogni”, le aspettative erano altissime. In questi casi due sono le possibilità: o trovo conferma della validità dello scrittore (e dell’uomo), oppure mi crolla miseramente ai piedi.

Indovinate un po’?

Massini ha alzato ulteriormente l’asticella. Ci è riuscito sia per il coraggio, che per l’abilità narrativa. Nel primo caso, mi riferisco al carattere che ci vuole per tentare un’impresa come la sua: scrivere il diario dello psicanalista Sigmund Freud. Nel secondo caso, ancora una volta ho trovato conferma della capacità letteraria dell’autore e, aggiungo, dell’ardore, della sperimentazione e del desiderio di cercare nuovi strumenti per portare il lettore a un altro grado di conoscenza. Massini, in questo romanzo, non cerca solamente di entrare nella mente e nell’anima di Freud, ma attraverso di lui, prova a sondare il subconscio umano che, anche se spesso tendiamo a dimenticarcene, ci dona i sogni, sogni che noi releghiamo con troppa faciloneria al riposo notturno, ma che possono rappresentare invece un invito a conoscerci, a guardarci dentro profondamente e anche ad aiutarci nella risoluzione di problemi quotidiani.

Ho un rapporto di grande amore con il sogno. Sogno molto, fin da quando ero una bambina e, anche se non mi ricordo sempre tutto, negli ultimi anni ho adottato l’abitudine di tenere un “Dream Journal” (lo che vedete nella foto, sopra il romanzo), che custodisco nel cassetto del comodino accanto al letto, in modo da averlo sotto mano al risveglio e poter trascrivere subito le attività oniriche che, con il trascorrere delle ore, svanirebbero con i fumi del caffè. I sogni mi hanno anche aiutata in circostanze tragiche, come un lutto che mi ha colpita qualche anno fa. L’ho superato anche grazie a un sogno dove il mio caro estinto è venuto a trovarmi e ha svolto un ruolo catartico prezioso. Credo davvero che lui sia venuto a trovarmi attraverso il sogno? Ho una risposta razionale, benché indiretta: vederlo mi ha fatto bene come nient’altro e nessun altro avrebbe potuto, perciò è solo questo che conta.

Nel suo ultimo romanzo, Stefano Massini traccia una serie di linee guida alla comprensione dei sogni, non da psicanalista, ma da studioso della materia e lo fa con una capacità narrativa invidiabile e instancabile -scrivere e riscrivere il sogno di un personaggio non deve essere stata cosa da poco- aiutando così il lettore a riconsiderare il simbolismo e il valore dei suoi sogni e ad allargare lo spettro della sua visione. In un mondo dove tutti asseriscono di non avere tempo per sé e per pensare, ragionare e amare, Massini ci regala una grande opportunità: non viviamo soltanto mentre siamo svegli, ma continuiamo a farlo nei sogni, e spesso essi sono di gran lunga più ricchi e significativi della veglia.

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RECENSIONE: “AL FARO” DI VIRGINIA WOOLF

Traduzione di Nadia Fusini, Feltrinelli, 2017

Viva o morta, la signora Ramsay è onnipresente, dalla prima all’ultima riga di questo romanzo, noto ai più come “Gita al faro”, ma tradotto dall’anglista e scrittrice Nadia Fusini con più correttezza: “Al faro” e presentato con una pagina di note e una postfazione preziose e irrinunciabili.

Dicevo, la signora Ramsay è la figura centrale del romanzo tanto che, sebbene il signor Ramsay le sopravviva, rimane vivida nel cuore e soprattutto nella mente dei suoi familiari.

Perché la signora Ramsay è così importante? Per la sua concretezza? Per la sua bellezza? Per la sua capacità di occuparsi senza lamentele della numerosa prole e del marito difficile? Oppure per la compassione che la faceva alzare dalla sedia, dritta come una frusta, riempire un cestino pieno di viveri e incamminarsi verso le case della gente povera e bisognosa?

Più che il faro posto su isolotto, che il figlioletto James vuole raggiungere a ogni costo, e il padre allontana sempre di più dalla rosa delle possibilità a causa del tempo instabile, è la signora Ramsay a sembrare il vero faro della famiglia. Lei è la luce che tutto illumina e che rende anche le ombre più scure, tanto che la sua scomparsa fa crescere il piccolo James in un figlio che disprezza il padre tanto da provare l’impulso di ucciderlo.

Lily è l’osservatrice di questa cosmogonia familiare, un’affittuaria della dimora estiva dei Ramsay, una donna di mezza età appassionata alla pittura, spesso sollecitata dalla signora Ramsay a sposarsi perché è nel matrimonio che la donna trova compimento. E tuttavia, pur essendo anche Lily affascinata, quasi ammaliata dalla bellezza caleidoscopica della dama, sente l’impulso di ribellarsi a quell’appello, anche perché tutta la perfezione che pure sente provenire da lei, cela qualcosa di indecifrabile, un non detto che, messo assieme all’enigmatico rapporto che la lega al pretestuoso signor Ramsay, deforma l’immagine finale della signora Ramsay in qualcosa di inclassificabile.

“Al faro” è l’unico romanzo di Virginia Woolf che io sia riuscita a leggere dopo “Orlando”. Anzi, è un’elegia, ecco forse spiegato il motivo della mia riuscita. Pur essendo un membro della Italian Virginia Woolf Society -per il secondo anno, la lettera con la tessera nella foto mi è arrivata da poco!-, infatti, apprezzo maggiormente gli articoli, le conferenze e i racconti della scrittrice inglese, tuttavia in questa elegia mi ha catturata soprattutto la consapevolezza del retroscena: Woolf narra infatti l’affresco dei suoi genitori, descritti in modo talmente realistico che, in una lettera di Vanessa alla sorella Virginia, la pittrice le confesserà che, leggendo l’opera, le era sembrato di veder resuscitare la loro madre. Cosa che certamente le avrebbe rese felici. Lo stesso, tuttavia, non si poteva dire del padre, Leslie Stephen, che “se fosse vissuto più a lungo non mi avrebbe permesso di scrivere e sperimentare”. Questa è, più o meno, l’ammissione della stessa Virginia, la quale, pur amando il padre, era consapevole che la perentorietà, l’egoismo e il vittimismo della sua personalità erano il più potente veleno della famiglia.

 

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Un mio Manifesto sulla rivista letteraria “L’irrequieto”

 

Qualche mese fa, la mia amica artista Valeria Gergolet mi taggò su Facebook perché riteneva che il nuovo progetto della rivista culturale letteraria “L’irrequieto” avrebbe potuto interessarmi. Andai a leggere e subito sentii un clic nel cervello. Quando la scrittura sorge così spontanea, non puoi tirarti indietro. Mandai il mio Manifesto alla rivista e oggi lo vedo edito. Spero piacerà anche a voi, lo trovate a pagina 70:

 

Dalla nota della rivista:

Sembrerà un paradosso, eppure concedere spazio e voce al potere in questo momento storico è fuori moda.

Pericoloso com’è, infatti, viene sempre sfiorato superficialmente e mai analizzato al microscopio.

Per questo motivo, in occasione della quarantesima uscita della rivista, abbiamo deciso di lanciare un appello

a tutte le scrittrici che avessero voglia di misurarsi con questo tema.

Le adesioni sono state numerose e ancora più caleidoscopiche le prese di posizione,

che hanno consentito la pubblicazione di una rosa di contributi a dir poco eterogenea.

In “Il Potere visto dalle donne”, il primo numero tutto al femminile de L’Irrequieto,

troverete le poesie, i racconti e gli articoli inediti di 21 scrittrici contemporanee selezionati

ed editati dalla redazione. Buona lettura!”

 

La rivista si trova su questo link: https://issuu.com/irrequieto/docs/numero-40

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