RECENSIONE: “LE STRAORDINARIE BILOCAZIONI DI LILY BELLS” DI VALENTINA FERRI

Devo ammetterlo: era da un sacco di tempo che non mi divertivo tanto durante la lettura di un romanzo. Chissà perché noi scrittori e forti lettori proviamo spesso l’ansia di non riuscire a leggere “tutto ciò che di importante offrono la letteratura e la saggistica italiana e internazionale” e puntiamo sempre la bussola verso i grossi nomi.Di fatto, quello che succede, è che ci perdiamo nuove uscite, nuovi editori e ore di divertimento puro.

E’ il caso del primo capitolo delle avventure della Signorina Lily Bells, una signora inglese residente a Bath che gira per il quartiere con mise eccentriche, rossetto rosso, una borsetta di rafia azzurra, spesso seguita da un nutrito gruppo di gatti cui dà da mangiare. Non solo una semplice -ma onorevole- gattara: Lily è un’artista, una designer, ma soprattutto una donna dotata di straordinaria immaginazione, cui un’amica del cuore regala una libro che eleva ulteriormente il suo spirito. In tutti i sensi, perché la biografia della monaca visionaria Maria de Agreda, vissuta nel Seicento in Spagna, la fa immediatamente immedesimare nella capacità più importante della suora: la bilocazione. Dopo la lettura, la signorina Bells inizia a compiere una serie di viaggi nel tempo e nello spazio,che la riportano sovente nella Spagna barocca, facendole conoscere un nutrito gruppo di personaggi fantastici, alcuni molto pericolosi,anche se lei, si rende conto sempre troppo tardi dei pericoli in cui si cala. È proprio a causa della sua innocenza che i suoi vicini, da sempre affezionati alla stramba compagna di quartiere, la osservano a distanza ravvicinata per evitare che si cacci nei guai. E infatti, a un certo punto succede proprio l’inevitabile…

Non oso immaginare in quali altre avventure potrà inoltrarsi la fantastica signora Bells,ma di una cosa sono certa: raramente ho trovato, tra gli autori contemporanei, una penna brillante, felice e intelligente come quella dell’autrice Valentina Ferri. Sono rimasta colpita dalla sua capacità di mantenere a fuoco le bizzarrie della protagonista con una coerenza rara. Non solo le vicende di Lily Bells, per quanto folli e incredibili risultano credibili, conoscendo a fondo la protagonista,ma l’autrice ha circondato le sue avventure di una cornice storica autentica e di una serie di personaggi psicologicamente cesellati al millimetro e con una proprietà di linguaggio rara, soprattutto in romanzi brillanti come questo.

Consigliarne la lettura è il minimo. Io adesso attendo trepidante le prossime avventure della mia nuova eroina, Miss Lily Bells!

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RECENSIONE: “LE SORELLE DONGURI” DI BANANA YOSHIMOTO

Feltrinelli, 2018

Nuovo romanzo della pluripremiata scrittrice giapponese Banana Yoshimoto ed ennesima conferma della bellezza stilistica, della profondità psicologica e della capacità di passare dal mondo tangibile a quello onirico in maniera fluida, senza percepire lo stacco tra una dimensione e l’altra. E mi colpisce anche sul personale dal momento che, proprio pochi giorni fa, ho terminato di leggere “I sogni” di Sinesio di Cirene, allievo della filosofa e matematica Ipazia di Alessandria. Secondo lui -e stiamo parlando di riflessioni datate IV sec. d.C.!- bisognerebbe tenere sia un Diario Diurno, che uni Notturno, perché l’importanza dei sogni è grande. I sogni possono prevedere gli eventi, prepararci a situazioni difficili, ma anche portare consigli, insegnamenti preziosi per il quotidiano. I sogni erano considerati un tipo di mantica (divinazione) assolutamente democratica, poiché a disposizione dello schiavo tanto quanto del re.

Chissà se Yoshimoto ha letto “I sogni”. Certo è che Guri, la sorella minore delle “Sorelle Donguri”, rubrica di posta del cuore, attraverso i sogni riesce a raggiungere persone a lei molto care, anche quando ritrovarle nel “mondo reale” diventa impossibile.

Donko e Guri sono due brave ragazze alle quali il destino ha tolto i genitori in tenera età. Sono passate di zia in zio, fino a un felice approdo a casa del nonno. Lungo la strada hanno sofferto, ma hanno anche imparato molto. Si sono allontanate per poi ritrovarsi.

È un romanzo onirico e riflessivo, per questo mi è piaciuto molto e credo che anche voi potrete cogliere diverse virtù nella sua trama.

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RECENSIONE: “LE PERSIANE VERDI” DI GEORGES SIMENON

Adelphi, 2018

Èmile Maugin è un attore francese ultracinquantenne di cinema e teatro. È molto famoso. Ha avuto tre mogli e l’ultima gli ha dato una figlia, l’amata Baba. Ha un’autista e un assistente personale che lo accompagnano dappertutto, una casa enorme e presto acquisterà una villa in Costa Azzurra con le persiane azzurre, non verdi, come avrebbe desiderato.

E’ da questo ultimo dettaglio che si potrebbe partire per strappare la maschera a Maugin e rivelare la sua vera natura: quella di un vecchio alcolizzato e grasso con il cuore di un settantenne, un uomo irrisolto che ha trascorso la vita con Bacco e Venere, costantemente alla ricerca di qualcosa che non ha trovato.

Acclamato dalla critica europea come il romanzo dell’autentico talento letterario di Georges Simenon, mille miglia distante dalle decine di episodi del pur famosissimo commissario Maigret, pure amatissimo da milioni di lettori nel mondo, “Le persiane verdi” conferma i lusinghieri giudizi. Lo stile di Simenon è impeccabile, lo scavo psicologico chirurgico. Anche se l’atmosfera e i personaggi possono non piacere -per me, a tratti Maugin è disturbante- la maestria dello scrittore rende la lettura ipnotica, a tratti ossessiva. Impossibile allontanarsi da queste pagine, tale è la capacità narrativa dell’autore. A posteriori ho scoperto che il romanzo venne scritto in undici giorni.

Diavolo di un Simenon! Verrebbe da dire. E me lo immagino a sogghignare dietro il fumo della sua pipa, lassù, oltre le nuvole, nell’Iperuranio dove dimorano gli dèi dei miti e della letteratura.

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RECENSIONE: “LA RAGAZZA DEL CONVENIENCE STORE” DI MURATA SAYAKA

E/O, 2018

Mi ero preparata all’impatto con un romanzo del genere seguendo da anni lo sviluppo sociale giapponese, tuttavia devo confessare che il finale mi ha spiazzata.

Chiaramente non scriverò lo spoiler, ma posso assicurarvi che ci sono molti motivi per cui questa opera è stata premiata in patria e sono certa che proprio la sua vittoria possa rappresentare un sonoro schiaffo in faccia a un conformismo distruttivo e, a tratti, grottesco.

La vicenda si svolge a Tokyo, in una delle metropoli più caotiche del mondo, dove si muove la protagonista, Keiko, che da ben diciotto anni lavora in un konbini, “abbreviazione dell’inglese convenience store: un minimarket aperto fino a tarda notte o, più spesso, 24 ore su 24”, come ci suggerisce l’utile glossario a fine libro. A noi occidentali potrebbe sembrare una vicenda banale, ma non lo è per la società giapponese: che una donna di trentasei anni lavori in un konbini, part-time, con un contratto a tempo determinato, che non sia sposata e non abbia figli, ma neanche una relazione, rappresenta l’acme della stranezza. Come le suggerirà brutalmente Shiraha, il suo “partner di interesse”: “anche i miei testicoli appartengono alla società, esattamente come il tuo utero”, a significare che il popolo conservatore giapponese respinge e rigetta in ogni modo gli individui che non seguono un percorso di vita tracciato fin dalla più tenera infanzia: studio, apprendimento della disciplina e della responsabilità, lavoro, formazione di una famiglia con figli. In questa successione.

Keiko è invece una donna strana. Lo è sempre stata, fin da bambina, quando certe sue uscite lasciavano attoniti i genitori. L’unica sua fortuna è stata la sorella minore, che l’ha protetta e aiutata a trovare varie scuse, nel corso degli anni, per apparire il più normale possibile allo sguardo degli altri. Ma la vera colonna portante dell’esistenza di Keiko è stato proprio il konbini, perché come in un gioco di opposti, la struttura e l’organizzazione rigida del negozio le hanno permesso di conformarsi alle regole sociali. Keiko è la commessa perfetta. Keiko dorme le ore necessarie per essere lucida per il lavoro. Keiko si offre di coprire turni impossibili, anche all’ultimo momento. Keiko lavora a Capodanno, se necessario. Keiko si riesce ad addormentare la sera, o calmare in un momento di disagio, solo ascoltando mentalmente la musica di sottofondo del konbini.

Nemmeno l’incontro con l’irrequieto commesso Shiraha, che dal konbini verrà espulso molto velocemente per la totale incapacità di accettazione delle regole, riesce a smuovere Keiko da quello che io definisco torpore, ma che alcuni di voi potrebbero valutare altrimenti.

Di più non posso raccontare, perché andrei a svelare troppo della trama.

Ciò che continua a colpirmi profondamente è l’incapacità di una cultura tanto florida e profonda come quella giapponese, di accettare il diverso, l’estroso o semplicemente l’unicità della persona. Ma forse non dipende nemmeno dalla cultura in sé, bensì dalla velocità con cui la società si è modificata dall’Ottocento a oggi. Non dobbiamo dimenticarci che fino a duecento anni fa, i giapponesi vivevano in una realtà che noi definiremmo medievale e che l’incontro con il nostro mondo creò un autentico terremoto. Forse fu proprio questo trauma a renderli così attaccati, con le unghie e con i denti, a certi meccanismi interni. Può essere comprensibile a livello logico, lo è meno quando, ancora oggi, si ascoltano dei giovani ragazzi asserire che, per il solo fatto di essersi fatti un tatuaggio, non vengono accettati dagli altri. Oppure ascoltare lavoratori indefessi ai quali viene chiesto sempre di più, tanto da sentirsi in dovere di portare in ufficio i loro futon per dormire qualche ora e tornare a essere operativi. La cosa che più mi ha lasciata basita, tuttavia, è stato scoprire l’alto tasso di suicidio tra i bambini. La pressione è talmente alta fin dalla prima infanzia che molti scolari non ce la fanno e piuttosto di ammettere ai propri genitori di avere fallito (perché per loro un pessimo voto in pagella è un fallimento) decidono di uccidersi, come samurai sconfitti.

Credo sia una lettura straniante, a tratti alienante, ma “La ragazza del convenience store” ci apre una finestra molto grande su una realtà che difficilmente potremmo conoscere così da vicino.

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RECENSIONE: “IL GIARDINO SEGRETO” DI BANANA YOSHIMOTO

Feltrinelli, 2016

Siamo al terzo e ultimo romanzo della trilogia “Il regno” e la protagonista, Shizukuishi, giunge al termine del suo passaggio da giovane fanciulla ingenua, cresciuta tra le montagne con la nonna guaritrice a giovane donna temprata dalla vita di città, da un nuovo lavoro e una relazione che inizia a scricchiolare nel momento in cui si avvia alla convivenza.

Ho trovato quest’ultimo tomo davvero intenso. So che per alcuni potrebbe rivelarsi pesante, perché è come un lungo flusso di coscienza. Tuttavia, credo che contenga delle perle di saggezze e delle riflessioni importanti per ogni lettore. Come per esempio:

“Da bambini ci costringono a diventare grandi quando non siamo ancora pronti, poi basta un niente e ci aggrappiamo disperati al tempo perduto dell’infanzia, trascorriamo l’età adulta immersi nel senso di colpa e, voltandoci troppo spesso dall’altra parte, ci avviamo alla morte… Vivono tutti sbilanciati, con le lancette dell’orologio spostate in avanti di cinque minuti. Se fossero uno o dieci anni avrebbe senso. Ma cinque minuti servono solo a procurare ansia. Tutti si affrettano, sciupano energie. Perché sono convinti che sia semplice ricaricare le batterie. In questo modo cediamo al tempo e alle circostanze il dominio della nostra vita…”

C’è poi un tuffo nel cuore del senso dell’essere e della Natura:

“C’era qualcosa che non mi tornava. Perché alla gente non sono sufficienti dipinti e fotografie, perché sentono il bisogno di usare la natura per dare vita alle proprie opere? Si parla di armonia tra uomo e natura, ma in quel caso gli elementi naturali erano utilizzati per produrre un’opera del tutto umana. Era il mondo della sua immaginazione, e ogni pianta, fiore o ramo si era messo al servizio del suo estro prendendo la forma che lui desiderava.

Ebbi l’impressione che quel giardino contenesse le risposte alle mie domande: perché non ci accontentiamo della natura? Perché ci ostiniamo a riprodurla? Era forse perché la si ritiene soltanto un frammento della pur meravigliosa opera degli dèi? Takahashi doveva sapere molto di più. Probabilmente riusciva a vedere più lontano, e a ciò che vedeva non avrebbe voluto rinunciare. Di fronte alla perfezione della natura era in grado di immaginarselo. Ecco perché non riusciva a trattenere la spinta creativa. Ma com’è che si era infilato in un’impresa così diversa dalle altre? Perché non poteva muoversi? O perché sapeva che non sarebbe vissuto a lungo?”

Domande che mi fanno sollevare la testa.

Takahashi era un ragazzo su una sedia a rotelle morto giovane, che nell’arco della sua breve vita aveva sviluppato un amore immenso nei confronti della natura e aveva creato il “giardino segreto” che dà il titolo al romanzo. Nella citazione trovo una riflessione che in molti dovrebbero fare: c’è bisogno di tempo per creare qualcosa di bello, per progettare e sognare. Noi ce lo concediamo? Oppure viviamo alla mercé dei condizionamenti, del “dovere”. Che poi quel dovere è reale, oppure siamo noi ad averlo fatto diventare sempre più grande, imponente, fino a schiacciarci?

In molti ritengono che Yoshimoto sia un’autrice difficile, malinconica e a tratti pesante. Io credo invece che sia una donna, prima di tutto, profondamente consapevole e che nei suoi romanzi ci faccia dono di dubbi utilissimi alla nostra quotidianità.

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RECENSIONE: “LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI” DI GERALD DURRELL

Adelphi, 1975

“Perché sopportiamo questo maledetto clima?” domandò all’improvviso, facendo un gesto verso la finestra con i suoi obliqui ruscelli di pioggia. “Guarda lì! E quanto a questo, guarda noi… Margo tutta gonfia come un piatto di porridge rosso… Leslie che se ne va in giro con dieci metri di ovatta nelle orecchie… Gerry che pare che abbia il palato fesso dalla nascita… E guarda te: ogni giorno che passa hai un’aria più decrepita e stravolta”.

Mamma gettò un’occhiata al di sopra di un grosso volume intitolato “Ricette facili” del Rajputana.

“Neanche per sogno!” disse sdegnata.

“E invece sì”, insistette Larry “cominci a somigliare a una lavandaia irlandese… e i tuoi figli sembrano le illustrazioni dell’enciclopedia medica”.

A questo mamma non riuscì a trovare nessuna risposta veramente schiacciante, quindi si accontentò di dargli un’occhiata severa prima di tornare a rifugiarsi dietro il suo libro.

“Quello che ci vuole per noi è il sole” continuò Larry, “non sei d’accordo, Les?… Les… Les!”

Leslie si srotolò da un orecchio un bel pezzo di ovatta.

“Cosa hai detto?” domandò.

“Eccoti servita!” disse Larry, voltandosi trionfante verso mamma. “Parlare con lui è diventata un’impresa problematica. Dimmi tu che razza di situazione! Un fratello non sente quello che gli dici e l’altro non lo si capisce quando parla. Francamente è ora di fare qualcosa. Non si può pretendere che io crei la mia prosa immortale in un’atmosfera pregna di tetraggine e di eucalipto”.

Introducendo due dei personaggi principali del romanzo, durante una loro conversazione, illustro perfettamente il clima familiare, intimo e denso di umorismo britannico che impregna il romanzo zoologico di Durrell.

Gerald Durrell fu uno zoologo inglese nato nel 1925 che, fin dal bambino, fu diverso rispetto ai suoi compagni di scuola. Amava gli ambienti aperti alle aule scolastiche, e fin qui niente di straordinario. La sua essenza, tuttavia, ebbe modo di esplodere e diramarsi verso ogni punto cardinale quando, da bambino, trascorse cinque anni sull’isola greca di Corfù, proprio dietro insistenza del fratello maggiore Larry, futuro scrittore, che non ce la faceva più a languire nella tetra Inghilterra e convinse la madre, vedova, a trascorrere dei tempo con i suoi quattro figli in un angolo soleggiato del Mediterraneo. La donna si dimostrò un’illuminata, perché quel cambio di prospettiva giovò a tutti i componenti della sua famiglia e divenne una pietra miliare dei loro ricordi.

Come sarebbe ascoltare anche le voci degli altri fratelli, e della madre stessa…

Comunque, in questo libro c’è abbastanza da soddisfare i palati di tutti, soprattutto se partiamo dall’incipit, quando l’autore spiega come il suo progetto iniziale fosse quello di scrivere un saggio sugli animali incontrati sull’isola, ma i suoi familiari entrarono tra le pagine e fu impossibile cacciarli.

Come non capirlo, quando lo stesso Larry offriva battute così divertenti:

La seconda mattina, quando comparve, aveva un diavolo per capello perché un contadino aveva legato il suo asino proprio accanto alla siepe. A intervalli regolari, la bestia alzava il muso e gettava un lungo e lugubre raglio.

“Ma ditemi voi!” proruppe Larry “non è da ridere che le future generazioni debbano essere private della mia opera solo perché un ilota cretino ha legato quella puzzolente bestia da soma vicino alla mia finestra?”

“Sì, caro” disse mamma. “Perché non vai a spostarla, se ti disturba?”

“Cara mamma, non si può pretendere che io passi il mio tempo a inseguire asini per gli uliveti. Gli ho scaraventato addosso un opuscolo della Scienza Cristiana; che altro pretendi che faccia?”

Tuttavia, l’isola era densamente popolata e ricca di aneddoti e insegnamenti, come di superstizioni. Durante una delle innumerevoli ricognizione di Gerry (Gerald) alla scoperta degli animali autoctoni, un anziano si avvicinò a lui per spiegargli qualcosa che riteneva importante:

“Voglio avvertirti di una cosa, piccolo lord” disse.

“Per te è pericoloso startene sdraiato qui sotto questi alberi”.

Alzai gli occhi sui cipressi, ma non ci vidi niente di allarmante, e allora gli domandai perché pensava che fossero pericolosi.

“Ah, puoi startene seduto sotto, questo sì. Fanno una bella ombra, fresca come l’acqua. Ma danno la tentazione di dormire, e questo è un guaio. E tu non devi mai dormire sotto un cipresso, per nessuna ragione al mondo”.

Tacque, si lisciò i baffi, attese che gli domandassi perché e poi continuò:

“Perché? Perché? Perché se dormi, quando ti svegli sei cambiato. Sì, i cipressi neri sono pericolosi. Mentre dormi, le loro radici ti crescono nel cervello e te lo rubano, e quando ti svegli sei matto, con la testa vuota come uno zufolo”.

Gli domandai se erano soltanto i cipressi a far questo, o anche altri alberi.

“No, soltanto il cipresso” disse il vecchio, alzando gli occhi a fissare fieramente gli alberi che troneggiavano su di me, quasi volesse vedere se stavano in ascolto “soltanto il cipresso è il ladro dell’intelligenza. Perciò sta in guardia, piccolo lord, e non dormire qui”.

E poi c’erano anche altri ospiti dell’isola, come l’anziano prof. Kralefsky, che fu maestro di Gerry per qualche tempo e che, sorprendentemente, aveva una madre ancora in vita. Gerry descrive il loro incontro:

Con una grande cautela raccolsi la massa di capelli ramati e la spostai da una parte per potermi sedere sul letto. I capelli erano morbidi, serici e pesanti, come un’onda color fiamma che mi scorresse tra le dita. La signora Kralefsky mi sorrise e ne prese una ciocca, facendosela rigirare tra le dita perché scintillasse.

“L’unica vanità che mi sia rimasta” disse “tutto quello che resta della mia bellezza”.

Contemplò quell’ondata di capelli come se fosse un cucciolo, o qualche altra bestiolina che non avesse nulla a che fare con lei, e se li accarezzò affettuosamente.

“E’ strano” disse, “molto strano. Io ho una teoria, sai? Che alcune cose belle si innamorano di se stesse, come Narciso. E quando questo succede, non hanno nessun bisogno di aiuto per vivere; diventano così prese dalla propria bellezza che vivono soltanto per quella, nutrendosi di se stesse, per così dire. In questo modo, più si fanno belle e più forti diventano; vivono in un circolo. I miei capelli hanno fatto proprio questo. Sono autosufficienti, crescono soltanto per se stessi e il fatto che il mio corpo sia andato in rovina non li turba minimamente. Quando morirò, se ne potrà colmare tutta la mia bara, e probabilmente loro continueranno a crescere anche quando il mio corpo sarà ridotto in polvere”.

“Dicono” mi annunciò, “dicono che quando si diventa vecchi, come lo sono io, il corpo si fa più lento. Io non ci credo. No, per me è completamente sbagliato. Io sono convinta che non siamo noi a farci più lenti, ma la vita a farsi più lenta per noi. Mi capisci? Tutto diventa languido, per così dire, e allora si notano tante e tante cose, quando tutto si muove lentamente. Quante cose si vedono! Quante cose straordinarie avvengono intorno a te, cose che non avevi mai nemmeno sospettate! E’ un’avventura incantevole”.

Mentre leggevo il diario-saggio-romanzo di Gerald Durrell, non facevo che pensare alla felicità di quel bambino già zoologo che viene condotto su un’isola così piena di vita e di esperienze da fare. Da madre, ho condiviso ogni sua più piccola gioia, ogni descrizione vergata sui suoi taccuini. Certo, ci sono passaggi che possono risultare noiosi, perché non tutti sopportiamo di leggere a lungo la vita delle tartarughe marine, piuttosto che quella di particolari insetti. Però si può procedere e scoprire altri battibecchi tra i Durrell e, soprattutto, innamorarsi di Corfù attraverso i loro occhi e sognare di preparare le valigie e partire come fecero loro, quasi cent’anni fa, con pochi mezzi a disposizione, verso un paradiso noto a pochi.

Se, dopo la fine della lettura del libro, i Durrell dovessero mancarvi, potete guardare ben due stagioni dell’omonimo telefilm: “I Durrell”, che io ho ammirato sul canale LaF. Ci sono molte aggiunte e modifiche fisiognomiche, ma sono certa che non ve ne pentirete.

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VACANZE (PIU’ O MENO)

Damon & Nat

 

La vedete questa piccola birba alla mia destra?

E’ mio figlio Damon, quattrenne scatenato e pieno di energie, amante della Natura e delle passeggiate.

 

Damon è in vacanza dall’asilo e, dal momento che non ha espresso particolari passioni

verso alcun Campo Estivo, rimarrà a casa per due mesi.

Traduzione: io sono il suo Campo Estivo!

 

Pertanto, auguro a tutti voi di trascorrere al meglio le vostre ferie.

Io sarò molto impegnata con la famiglia, ma dedicherò le sere a intense e interessanti letture

per tornare sul mio blog a settembre,

con un bagaglio di libri e nuove esperienze, artistiche, culturali e umane.

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RECENSIONE: “PICNIC A HANGING ROCK” DI JOAN LINDSAY

Sellerio, 2017

Vallo a spiegare a un lettore di e-reader, Kobo, Tolino, ecc, il godimento che si prova nel tenere in mano un’edizione cartacea Sellerio. Personalmente, non riesco a provare la stessa emozione con nessun altro editore e non me ne vogliano Adelphi e Iperborea, per esempio, che hanno pure un formato classico delizioso.

E’ naturale, quindi, che prediliga la lettura dei romanzi Sellerio a molti altri. Non che li legga tutti -amanti di Camilleri non odiatemi, ma il commissario Montalbano non mi prende proprio!- ma appena noto un titolo acattivamente e, soprattutto, una trama che “mi chiama”, corro a comprarne una copia, attendendo con trepidazione il momento in cui le mie mani incontreranno quelle confortevoli, incantevoli copertine.

Questa volta, l’occasione è arrivata grazie alla pubblicità aggressiva che è stata fatta sui canali Sky della nuova serie tv “Picnic a Hanging Rock”. Sei episodi, una sola stagione (per ora) e delle immagini conturbanti. Sentivo odore di marketing a centinaia di chilometri di distanza, ma la sostanza, ovvero la trama, continuavano a fare eco nella mia mente. Finché mi sono ricordata che un lettore, anni fa, mi aveva consigliato esattamente questo romanzo, asserendo che, da scrittrice di romanzi storici (allora avevo edito “La dama e l’aquila”) ero tenuta a leggere il capolavoro dell’autrice australiana Joan Lindsay. Come una brava Sherlock Holmes avevo inserito l’informazione dentro uno dei cassetti del mio cervello ed ecco che, qualche settimana fa, l’ho estratto con vivo gusto.

Ho comprato il libro e messo in registrazione la serie tv. Ebbene, dopo aver terminato la lettura del romanzo e aver visto il primo episodio, vi assicuro che il primo batte il secondo, almeno per chi, come me, ama immergersi nelle atmosfere dei secoli passati, carpirne i colori, i volti, i gesti, le consuetudini. Riporto un estratto di ciò che intendo:

“Isolate dal naturale contatto con la terra, l’aria e la luce del sole per via dei corsetti prementi sul plesso solare, delle sottane voluminose, delle calze di cotone e degli stivaletti di capretto, le ragazze sazie e assonnate che poltrivano all’ombra non facevano parte dell’ambiente più di quanto ne facciano parte le figure di un album di fotografie messe in posa a capriccio su un fondale con rocce di sughero e alberi di cartone”.

Se oltre a questo, aggiungete anche un talento nella descrizione della natura, comprenderete che la lettura di un simile romanzo è un dono:

“A ogni passo la vista diventava più affascinante, man mano che si aggiungevano altri particolari di rupi merlettate e di pietra macchiata di licheni. Ora una kalmia latifolia lucida al di sopra delle polverose foglie argentee di un corniolo, ora una crepa scura tra due massi, dove il capevenere tremolava come un merletto verde”.

Ma di cosa parlano il romanzo, un film famosissimo di Peter Weir del 1975 e la nuova serie tv? La trama è semplice: il giorno di San Valentino 1900, le studentesse del college Appleyard festeggiano l’evento alle pendici della misteriosa Hanging Rock, una formazione rocciosa preistorica che si erge nel mezzo del fitto bush australiano. Dopo un pasto luculliano, tre studentesse più grandi, Marion, Irma, Miranda, e la più giovane Edith, si allontanano per una ravvicinata osservazione di Hanging Rock, giurando di tornare nell’arco di un’ora, ma due di loro e l’insegnante di matematica McCraw, che era andata a cercarle, non faranno più ritorno. Solo Edith, sconvolta e urlante, tornerà dalla professoressa di francese e dalle sue amiche, pur incapace di spiegare cosa sia accaduto e qualche giorno dopo, un’altra collegiale verrà ritrovata vicino a Hanging Rock dal giovane e nobile Albert, e tuttavia neanche lei ricorderà nulla.

Una storia intrigante di per sé che, se corredata da numerosi articoli di giornale e deposizioni al comisariato, presenti nello stesso romanzo, diventa ancora più accattivante. Non solo. La scrittrice aveva inserito, nel capitolo finale, la soluzione della vicenda, ma il suo editore si era opposto alla pubblicazione, in quanto un finale aperto è molto più misterioso di uno dove tutti i nodi vengono al pettine. Lindsay acconsentì e il diciottesimo capitolo uscì postumo: “The secret of Hanging Rock” (1987), mai tradotto in italiano.

Basta e avanza per avere un notevolissimo richiamo di lettori e stampa, e tuttavia il mistero di Hanging Rock divenne di interesse internazionale quando circolò la voce che il romanzo si basasse su una storia realmente accaduta e che gli aborigeni non si avvicinavano mai alla conformazione rocciosa, in quanto la ritenevano un ricettacolo di spiriti nefasti. Non voglio perdere tempo nel descrivere le ridicole supposizioni di fine Novecento sulla possibilità di abduction da parte di alieni. Che differenza di gusto tra inizio e fine secolo!

Voglio consigliarvi la lettura di questa opera perché contiene tante qualità e vi permetterà di entrare in un mondo non troppo distante dal nostro nel tempo, ma nello spazio sì. Vi invaghirete delle descrizioni paesaggistiche, psicologiche, del netto contrasto della società vittoriana e degli arcani misteri di un’isola da poco colonizzata, brulicante di misteri ancestrali di cui all’epoca non si conosceva quasi niente. Se poi avrete del tempo per godervi il film di Weir fatelo. Per quanto riguarda la serie, ve la consiglio solo se siete amanti di sceneggiature come “Hannibal”, “Game of Thrones” e “American Horror Story”, altrimenti passate direttamente a un altro Sellerio!

Picnic at Hanging Rock, William Ford, 1875, National Gallery di Melbourne

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RECENSIONE A TRE LIBRI DI FRANCESCO BOER

Oggi mi dedico a una triplice recensione. Sembra un azzardo, una follia, ma presto capirete che le tre opere scelte hanno un filo rosso che le tiene insieme e che esso non è nemmeno tanto sottile. Vi chiedo solo un po’ di tempo e di attenzione per leggere questo post. Potrebbe rivelarsi a tratti impegnativo, ma elargisce straordinarie capacità di conoscenza e riflessione e, fossi in voi, non me lo perderei per nessuna ragione al mondo. Se non avete tempo ora, segnate in agenda la data della lettura, magari da fare seduti sul divano, o alla scrivania, con una tazza di caffè fumante e qualche genere alimentare di conforto.

 

“Labirinto interiore”, Edizioni Leucotea, 2017

Edoardo ha tutto quello che potrebbe sperare un uomo, soprattutto in questi tempi grami dal punto di vista economico: una famiglia, una casa, un lavoro sicuro e colleghi e amici con cui condividere il tempo. Sembra un idillio, ma a un certo punto qualcosa in lui si incrina e perde l’anima. Ma cos’è l’anima? E come fa a perdersi? Cosa comporta vivere senza anima? C’è un modo per riaverla indietro?

Il romanzo è un viaggio di iniziazione, oltre che un recupero dell’anima, un viaggio non terreno, ma interiore (da qui il titolo del libro) e pochi scrittori si prenderebbero la libertà e il rischio di scriverne, perché è facile cadere nel ridicolo o in derive New Age che conosciamo fin troppo bene.

Francesco Boer riesce a collocare la trama in una realtà tangibile -nell’Isontino dove abita- e a inserire elementi e simboli che derivano da studi e tradizioni diverse: antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcuni.

E i pregi di questo romanzo breve (102 pagine) non finiscono qui: in appendice, l’autore ha ripreso capitolo per capitolo spiegando i riferimenti e i simboli utilizzati e concedendo in questo modo al lettore di fare una lettura personale, con un’interpretazione soggettiva del viaggio interiore di ricongiungimento all’anima, per poi poterlo confrontare con le sue ricerche. E’ una possibilità che offrono pochi scrittori e Boer è uno di questi.

“La forza del simbolo è la sua spontaneità, la sua capacità di coinvolgere emotivamente, anche (e soprattutto) quando non lo si comprende a livello intellettivo”, Francesco Boer

 

“Gli assassini dell’anima mundi”, Autoprodotto, 2017

A detta dello stesso autore, questo piccolo libello avrebbe potuto essere inserito nell’appendice di “Labirinto interiore”, poiché ne è la sua naturale continuazione, ovvero una riflessione sull’Anima Mundi e su coloro che si impegnano quotidianamente, da millenni, a distruggerla.

In un mondo dove nessuno regala niente, Boer ha inserito questo piccolo e prezioso saggio all’interno del suo sito internet www.f-boer.com con la possibilità di scaricarlo, anzi, si raccomanda: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è! Il mio intento è di distribuire un’idea senza dover ricorrere ai compromessi dell’editoria commerciale. Il vostro contributo è indispensabile e prezioso”.

Ho il fondato sospetto che, se vi penderete la briga di scaricarlo sul vostro e-reader o stamparlo, seguirete il consiglio dell’autore e lo regalerete ad amici e parenti, perché i pensieri e le riflessioni in esso contenute riguardano tutti noi.

Ma partiamo dall’Anima Mundi. Cos’é?

“L’Anima del Mondo è un’intuizione antica, a metà strada fra l’idea filosofica e il sentimento religioso, un modo di pensare che considera l’intero pianeta Terra, o addirittura l’intero Cosmo, come un immenso essere vivente, dotato appunto di una propria anima. Bisognerebbe a questo punto approfondire cosa si intende con ‘anima’. A un livello più elementare, l’anima è il principio vitale, quell’energia sottile che contraddistingue gli esseri viventi dalla materia inerte. L’anima però è anche la psiche, tant’è che Ψυχή in greco significa proprio ‘anima’. I due concetti non si escludono a vicenda, anzi. Il soffio vitale è necessario al pensiero e la capacità di conoscere il mondo è forse la quintessenza della vita, che culmina nella mente che riflette in sé stessa.

Affermare che il mondo abbia un’anima, significa sostenere che è vivo. Un gigantesco essere vivente composto dagli elementi, dal clima e dagli esseri viventi che lo popolano, un immenso sistema di relazioni fittamente intrecciate. Significa anche che questo mondo vivente è dotato di una propria intelligenza, di una sorta di personalità che nasce dalla somma di tutte le singole individualità. Tra i riferimenti più celebri a questo concetto troviamo traccia nel ‘Timeo’ di Platone”.

A questo punto, chi siano gli assassini dell’Anima Mundi è piuttosto intuitivo, ma credo che troverete delle sorprese, leggendo l’opuscolo ed è proprio per questo che vi indurrà a riflettere molto su voi stessi, le persone che vi circondano e la realtà che osservate.

 

“Il volto arcano di Trieste”, Bruno Fachin Editore, 2015

Arrivare fin qui, benché abbia cercato di condensare più possibile le due recensioni precedenti, vi rende onore, ma sarete ricompensati non dalla “ciliegina sulla torta”, bensì da un metaforico pomo d’oro, perché “Il volto arcano di Trieste” non è una banale guida alle opere statuarie, ai bassorilievi e ai fregi di una delle città più affascinanti e ambite d’Italia, ma un viaggio con il genius loci nei simboli dell’umanità.

Al suo interno troviamo un dispiegamento di fotografie in bianco e nero accattivanti, che ci fanno provare intense emozioni (immaginatevi la loro visione dal vivo!), corredate di didascalie che ne indicano la collocazione. A farla da padrone, però, è la spiegazione che l’autore ci regala: ricchissima, dettagliata, multiforme, che attinge naturalmente all’erudizione dello scrivente che, vorrei ricordarvi, è un assoluto divoratore di libri. Io leggo molto, ma lui mi batte, soprattutto per quanto concerne la saggistica. La cosa sorprendente è che la sua capacità di lettura, non si limita al far scorrere sotto agli occhi lettere e spazi, ma si imprime nella memoria e crea collegamenti con quanto letto precedentemente, oltre che realizzare archivi mentali ai quali attingere in seguito, quando giungeranno nuove letture. E’ sorprendente come riesca a memorizzare tante informazioni, a trattenerle dentro di sé e a immetterle in tantissimi libri a tema. Mi ricorda Giordano Bruno, noto per possedere una ars memoriae pressoché irraggiungibile, per la quale veniva chiamato in ogni angolo d’Europa e pagato per insegnarla. Il suo discorso era semplice: bisogna ricordare ciò che si studia perché solo in questo modo riusciremo a creare nuovi argomenti, mettendo insieme ciò che già abbiamo appreso. Non è cosa semplice, soprattutto nei nostri tempi, dotati di smartphone, laptop, tablet e massicce memorie esterne. Boer possiede un’arte della memoria rara e la nostra fortuna è che la trasmette!

In “Il volto arcano di Trieste” troverete le maggiori divinità del pantheon greco e romano, animali e mostri, diaframmi, geroglifici e “loschi figuri”. Qui sotto vi trascrivo un passaggio, per comprendere meglio il potenziale del libro:

“Il caduceo è uno simbolo di Ermes (Mercurio). Il suo tema principale è il dualismo che pervade l’intera creazione. Al serpente di destra corrisponde quello di sinistra: senza la destra, infatti, non ci sarebbe nemmeno la sinistra. Se non ci fosse l’alto, non ci sarebbe il basso, e non c’è luce che non generi ombre. Similmente, anche l’animo umano è continuamente disgiunto fa due forze opposte, uguali e contrarie: al desiderio corrisponde l’autocontrollo, alla virtù la viltà, e al coraggio fa da contraltare la paura. Le liste potrebbero continuare ancora a lungo: i riflessi del dualismo si trovano ovunque si possa posare il nostro sguardo.

Il bastone del caduceo indica che le due forze hanno un’origine comune: la coppia di opposti si genera infatti dalla divisione dell’unità. L’unità centrale è il punto fermo attorno cui tutto ruota, è l’asse del mondo, è la stella polare attorno alla quale le stelle giocano il loro girotondo. E’ un’idea che non esiste nel mondo della mescolanza, quello in cui viviamo noi, dove non esiste un riferimento che sia veramente fisso. Ma resta un’idea, magari non reale, ma sicuramente bellissima, un’illusione a cui è bello credere. Quando la bussola non funziona più, che male c’è a orientarsi con i miraggi?

Nell’unità centrale coesistono gli opposti. In particolare vi si può scorgere uno strano spettacolo: in esso stanno mano nella mano due nemici che si credeva inconciliabili -la vita e la morte!

L’unione degli opposti significa infatti la morte, perché la vita è espressione dell’energia, e l’energia è sempre una tensione fra due cariche diverse. Pensate alla potenza della cascata, la cui forza trae origine dalla distanza che separa il punto più alto da quello più basso del salto.

Se non ci fosse differenza tra l’alto e il basso, non ci sarebbe la cascata, e avremmo soltanto una pozzanghera stagnante.

I due serpenti si avvitano attorno al bastone, scambiandosi più volte di lato, come a ricordarci quanto le distinzioni dipendano dai punti di vista. I serpenti volteggiano attorno al bastone, senza mai toccarlo: l’armonia è infatti una tensione viva tra gli opposti, e non una loro unione”.

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RECENSIONE: “L’EREDITA’ DELLE DEE” DI KATEŘINA TUČKOVÁ

Keller, 2017

Partiamo da un mio odioso pregiudizio. Odioso in quanto detesto i pregiudizi, eppure scopro di averne io in primis. Riguarda l’idea che una donna dell’est sia capace di sopportare molto di più di quanto non riesca a farne una occidentale. Esempio pratico: la stregoneria e le sue condanne, in maggior parte riguardanti lo spettro femminile. Ebbene, presso i popoli slavi non c’è stata un’Inquisizione di registro occidentale, perciò credevo che certe torture psico-fisiche fossero state risparmiate alle donne dell’est. Con questo romanzo ho scoperto che è vero: l’Inquisizione non c’è stata, tuttavia l’uomo ha trovato altri modi per schiacciare le donne slave che possedevano una sapienza maggiore rispetto alla massa. Incassato il colpo, la voce dentro di me diceva: va bene, ma sono state certamente più impermeabili al dolore, più forti. Ed ecco il primo, grande potere di questa opera: ha sradicato molte delle mie certezze e mi ha esposta a un dolore lancinante, perché le vicende delle bohyni (dee) qui raccolte, spesso affondano le loro radici negli archivi di stato cechi e slovacchi, confermando il fatto che si tratta di avvenimenti realmente accaduti, che quelle donne sono esistite e hanno sofferto a causa del voltafaccia dei loro pazienti e di autorità crudeli e infami.

La storia è narrata, per la maggior parte del romanzo, da Dora Idesová, studentessa di etnografia a Brno, nella Repubblica Ceca. Come tesi di laurea ha scelto un argomento tanto problematico quanto personale: la storia delle bohyni, le dee dei Carpazi Bianchi, villane residenti in luoghi sperduti della Repubblica Ceca e della Slovacchia e custodi di una sapienza ancestrale, che permetteva loro di guarire animali e uomini, di prevedere il futuro attraverso la lettura della cera fusa, di dominare i temporali, di far innamorare e abortire. Per Dora il tema è personale, perché la sua è una famiglia di dee: sua zia e sua madre, sua nonna e le loro antenate lo erano. Potrebbe esserlo anche lei, e forse lo è, ma nessuno l’ha addestrata, e la sua erudizione accademica le impedisce di credere a certe superstizioni. Tuttavia continua a cercare, a creare archivi febbrilmente, attraversando i due Stati, arrivando fino in Polonia, pur di recuperare tutto il materiale cartaceo rimasto sulle dee. Dora è spinta anche da un’insopprimibile necessità di comprendere appieno le ragioni per cui la sua famiglia ha scelto quello stile di vita e perché le è stata strappata così presto. Perché Dora è cresciuta in un collegio dall’età di otto anni, perché suo fratello Jakub, nato deformato e con ritardo mentale è stato messo in un centro di igiene mentale e separato da lei, perché suo padre ha assassinato sua madre, perché sua zia Terezie, l’ultima dea di Žitková, che si è occupata per anni di Dora e Jakub con amore e dedizione, è stata rinchiusa in un manicomio, anche sei Dora la ricordava perfettamente capace di intendere e di volere? E’ stato un destino avverso a strapparle gli affetti più cari, oppure c’era una strategia diabolica, dietro a tanto dolore? Con una sinossi del genere, si potrebbe già scrivere un lungo romanzo, ma vi assicuro che c’è molto, molto di più, perché la storia fa incursione in questo romanzo ibrido, dove trovate anche ritagli di giornale e archivi dell’ex-Cecoslovacchia e della Germania del Terzo Reich.

Ho terminato la lettura del romanzo una settimana fa, ma le sue parole continuano ancora a lavorare dentro di me. Smuovono reminiscenze del villaggio dei miei genitori in Bosnia, Vranjak, visite a donne sapienti che praticavano rituali simili alle dee. E poi c’è la coscienza collettiva, la sensazione che tutto l’orrore contenuto in queste pagine meravigliose e strazianti al tempo stesso, non sia frutto di un passato ormai chiuso e sepolto, ma qualcosa di ciclico, che è capace di riproporsi quando la combinazione di politica, ideologia, magia e vendetta si incastra in un puzzle pericoloso e mortale.

Consiglio a tutti la lettura del romanzo di Tučková, perché sa parlare a tutti noi, farci conoscere luoghi remoti dell’est e scoperchiare diverse certezze.

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