E’ USCITO IL MIO NUOVO ROMANZO! “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” (QUDU LIBRI)

Cari amici,

a metà della prossima settimana il mio nuovo romanzo epistolare sarà disponibile nelle librerie e on-line.

Sono molto emozionata per la sua uscita, perché grazie all’editore Qudu, che ha creduto nella trama del romanzo e nella sua particolare forma, sarò in grado di offrirvi un libro speciale. Per la prima volta, infatti, sono riuscita a trasportare su carta il frutto della mia immaginazione, lettere manoscritte incluse.

La storia del romanzo narra le vicende della Prof.ssa Helene Brandi, insegnante di Lettere di un liceo triestino, che subisce una tragedia e si ritrova ad affrontare la vita sola, con un bambino piccolo. I suoi amici e i suoi parenti non le stanno vicino, eccetto il padre, che si occupa del nipote, ma a livello emotivo, Helene si ritrova rinchiusa in una solitudine apparentemente senza uscita.
Una notte, tuttavia, una forza interiore la spinge a riaprire lo scrittoio della sua camera da letto e a riprendere la corrispondenza con le sue amiche di penna. Ha inizio, grazie all’epistolario, la sua rinascita interiore. Le sue corrispondenti, infatti, riescono a rimettere insieme i pezzi della sua anima, lettera dopo lettera, e due misteriosi uomini, uno del passato e uno del presente, le offriranno nuovi punti di osservazione.

Il mio romanzo nasce dalla mia passione per le lettere, ma anche dalla visita a una mostra goriziana, “Oltre lo sguardo”, che si svolse a Palazzo Carigo qualche anno fa, e dove ebbi modo di conoscere la vita e le gesta di una fotografa bavarese vissuta tra Otto e Novecento a Gorizia: Helene Hofmann. Fu una donna straordinaria, e il suo spirito aleggia in tutto il romanzo. Capirete il perché leggendolo.

In calce, devo ringraziare fin d’ora i miei compagni di avventura. Naturalmente Patrizia Dughero e Simone Cuva, i miei editori, ma anche Claudio Macrini, Barbara Peteani e Chicca Pg D’Andreamatteo, i lettori della prima bozza del romanzo, che mi hanno elargito preziosi consigli, così come lo scrittore Francesco Boer. L’artista Stefania Bressani ha ispirato il suo omonimo personaggio, una delle corrispondenti di Helene. Infine, voglio abbracciare virtualmente i miei cari amanuensi, che si sono occupati della scrittura delle lettere contenute nel libro: Didì Agostini, Giada Carugati e Roberto Dal Zilio. Siete stati tutti preziosissimi!

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RECENSIONE: “LOLLY WILLOWES O L’AMOROSO CACCIATORE” DI SYLVIA TOWSEND WARNER

Adelphi, 1990

Scoprire questa straordinaria autrice britannica è stato davvero importante. La sua è una scrittura intensa e fluida, magica e profonda. Mi mancava. Pur conoscendo così tanti autori talentuosi, Towsend Warner è unica, e ve ne potete accorgere solo leggendola.

In questo romanzo, considerato il suo capolavoro, si entra nella vita di Laura, una zitella dei primi del Novecento che, alla morte del padre, si trasferisca dalla sua casa immersa nella campagna inglese nella dimora londinese del fratello, trascorrendo anni con la cognata e le nipoti, diventando la pacata e amorevole zia Lolly.

“La sua mente inseguiva a tentoni qualcosa che sfuggiva all’esperienza, un qualcosa di rarefatto e minaccioso, e che tuttavia, per qualche ragione, le era affine; un qualcosa che si celava in luoghi tetri, evocato dal rumore dell’acqua che gorgoglia in canali profondi e dal canto sinistro degli uccelli notturni. Solitudine, desolazione, propensione a far paura, una sorta di pagana sacralità: queste erano le cose che attiravano i suoi pensieri lontano dal fuoco che ardeva sereno nel camino”.

Ma Laura continua a vivere nell’inconscio di zia Lolly e basta un evento apparentemente da niente, come la razzia di una bottega colma di prodotti agricoli e fiori profumatissimi, per ridestare la dormiente Laura e farle divorare la silenziosa e remissiva zia Lolly.

“Si inginocchiò tra i fiori e chinò il viso verso il loro profumo. Per un momento il peso di tutti i suoi anni infelici sembrò gravarle sul petto fin quasi a schiacciarla a terra; Laura tremò, comprendendo per la prima volta quanto aveva sofferto. Un attimo dopo era libera. Era tutto passato, non poteva più succedere e non era mai successo. Lacrime di gratitudine le rigarono il volto. A ogni respiro il profumo delle primule entrava in lei e la affrancava”.

La trasformazione repentina della protagonista, lascia sgomenti i suoi parenti, ma lei è implacabile e raggiunge il suo obiettivo: trasferirsi in un’amena località collinare, sconosciuta ai più, Great Mop. Da qui, riprendere la sua autentica vita, e si scopre strega, grazie all’incontro con l’amoroso cacciatore, il diavolo. Ma se pensate che sia un essere orrendo con le corna, la coda e i piedi caprini, vi sbagliate di grosso, così come se immaginate che lui la attiri nel suo abbraccio attraverso la lussuria. Niente di tutto questo.

Il peso e il valore etici e sociali di questo romanzo, vanno a braccetto con il realismo magico del suo cuore. Al principio, io stessa ho provato del disappunto, per la presenza del diavolo in associazione con la stregoneria, memore di odiosi testi ecclesiastici come il “Malleus Maleficarum”, che condannò decine di migliaia di eretici, miscredenti, maghi, guaritrici, levatrici, streghe e presunte tali. Tuttavia, continuando la lettura del romanzo e giungendo alla sua fine, la natura e la posizione del diavolo mutano profondamente, non appartengono a quello sciagurato quadro cristiano.

Insomma, questo è un romanzo sorprendente e io, come molti altri estimatori di Towsend Warner, continuo a chiedermi perché l’autrice non sia conosciuta in Italia come dovrebbe, e perché non tutte le sue opere sono tradotte. Nell’attesa dello scioglimento di tali dubbi, acquisterò senza indugi “Il cuore vero” (Adelphi) e “Reami degli Elfi” (Tre Editori).

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LA CONSULENZA FILOSOFICA -INTERVISTA ALLA DOTT.SSA CHIARA PRADELLA-

Come promesso, questa settimana intervisto la Dottoressa Chiara Pradella, filosofa e scrittrice che, una settimana fa, ha inaugurato in Via Garibaldi 9 a Gorizia il suo studio di Consulenza Filosofica. Un inizio importante: affiancata dal sindaco Rodolfo Ziberna, dal Vicepresidente della Camera di Commercio Gianluca Madriz e dallo psicologo Franco Perazza, la filosofa ha illustrato i suoi prossimi progetti ai presenti e alla stampa. Oggi passa dal nostro blog per raccontarci di più.

La Dott.ssa Chiara Pradella nel suo studio “Lo Ziqqurat”

-Dunque Dottoressa Pradella, come si sente a poco più di una settimana dall’inizio del suo nuovo progetto?

Mi sento molto emozionata e, a dirla tutta, ancora non mi sembra vero!

Aprire uno studio privato per aiutare le persone a ritrovare sé stesse e il loro sorriso è un sogno che ho da quando avevo 15 anni, ovvero dal primo anno al Liceo delle Scienze Sociali.

La strada per arrivare fino a qui è stata davvero molto dura, fatta di tanti anni di studio, volontariato e – nel contempo – presa in carico di lavori completamente diversi per mantenermi, tanto che quasi non ci credevo più, all’apertura di un mio studio privato, invece… Dopo tanto impegno è successo. Mai smettere di inseguire i propri sogni!

-Vuole parlarci della storia della Consulenza Filosofica, per spiegarla a chi potrebbe esserne digiuno?

Nonostante la Filosofia sia antica quasi quanto il mondo (va bene, ora non esageriamo, ma sicuramente antecedente alla psicologia e a Cristo), la Consulenza Filosofica è una disciplina piuttosto recente, nata in Germania negli anni ’80 con Gerd B. Achenbach, grazie al quale si è configurata come “dialogo che cura” (espressione mia), che aiuta – concretamente – nella risoluzione dei problemi di tutti i giorni, intervenendo nel mondo reale, delle relazioni.

E’ una pratica che aiuta a riflettere sul proprio modo di vedere le cose, le persone, sviluppando una visione sul mondo aperta a 360°, capace di far rientrare entro il suo raggio di veduta tutte le risorse interne all’individuo (anche quelle che ancora non conosce di sé), comprese le risposte alle sue difficoltà.

-La filosofia è una materia che affascina moltissime persone, ma certamente nel XXI secolo, così votato alla scienza e alla tecnologia, in tanti potrebbero pensare che sia desueta. Cosa risponderebbe agli scettici?

Quando (molto spesso) mi fanno questa osservazione mi torna sempre in mente una frase del filosofo Carlo Michelstaedter, il quale affermava che “Vana cosa è la filosofia se esce dalla vita – è l’ultima illusione, e l’ultimo gioco del vecchio rimbambito – è l’ultimo ottimismo che arresta la vita nel suo glorioso svolgimento verso l’universale”.

Un pensiero così (espresso per giunta più di 100 anni fa) ci fa pensare come sia ormai un pregiudizio ritenere la filosofia una disciplina che ha poco a che fare col mondo. Aristotele stesso (e qui andiamo molto, molto più indietro nel tempo) la riteneva alla base di tutte le altre discipline, in quanto ha a che fare con la domanda, con la riflessione profonda sul senso di ciò che, poi, varierà di contenuto in contenuto.

Per dirla con una metafora in termini comuni, mi piace pensare alla filosofia come una sorta di allenamento (o di prova generale) prima di una partita importante o di un concerto: un luogo e un momento in cui ragionare, pensare e sperimentare scelte importanti, decisioni difficili da prendere, cambiamenti, emozioni, vita.

-E lei, come si è innamorata della filosofia?

E’ stato un vero e proprio amore a prima vista. Ho cominciato a studiarla al terzo anno di liceo. Mi ricordo che prima non sapevo nemmeno cosa fosse! Eppure, appena iniziato il manuale, non sono più riuscita a staccarmene! Leggevo ovunque e tutto quello che contenevano i vari capitoli, anche le parti che non era necessario studiare. Mi portavo dietro il libro anche quando dovevo andare a fare la fila alle poste o se uscivo al parco per una passeggiata.

-Ci sono delle scuole di pensiero filosofiche che la rispecchiano di più? E sono le stesse che trova utili per l’uomo e la donna contemporanei?

I miei riferimenti fanno dei grandi salti temporali. Di sicuro la mia guida principale è il filosofo Socrate, il primo vero “ideatore” del “dialogo autentico”, colui che interrogava gli interlocutori per far emergere la loro personale visione delle cose e non quelle convenzioni imparate a memoria. Diciamo che in qualche modo, attraverso lo scambio verbale, aiutava le persone ad essere pienamente sé stesse.

Un altro importante riferimento è senza dubbio Kant, che ci permette di capire l’importanza degli altri, della moralità intesa come fare del bene. Infine, Wittgenstein, Derridà (che ci lasciano la responsabilità di scoprire cosa si nasconde dietro le cose, i limiti del linguaggio come limiti del nostro mondo) e Luigi Vero Tarca, quello che è stato il mio professore all’Università, fautore del “puro positivo”.

-Ha un’idea di dove si sta dirigendo la filosofia oggi?

Contro ogni pronostico, sembra si stia facendo sempre più strada nel mondo contemporaneo. Le persone sono spaventate dalla tecnica, dalle derive a cui può condurre troppa scienza… E hanno bisogno di ritrovare sé stesse e il senso della vita.

Allora ricominciano a interrogarsi, ricercando quei valori che forse hanno perduto, o magari rimescolando le carte e capendo l’importanza di crearne di nuovi. Insieme. Un nuovo modo di con-vivere, insomma, e di con-dividere. Non a caso, sempre più aziende chiedono l’aiuto di un filosofo per migliorare il proprio operato.

-Torniamo al suo studio di Consulenza Filosofica. Cosa trasmetterà ai suoi pazienti, individualmente?

Prima di tutto mi piacerebbe che nel mio piccolo spazio trovassero un luogo accogliente e familiare in cui sentirsi ascoltati e accolti per ciò che sono. Vorrei riuscissero a sentirsi liberi di esprimersi, di tirare fuori tutto ciò che gli crea ansia, paura, dolore.

Poi – così come ha fatto con me, tanti anni fa, la mia consulente Regina – vorrei guidarli nel riuscire a guardare sempre l’altro lato della medaglia: quello della gioia, del superamento della difficoltà che parte, innanzitutto, dalla sua accettazione e – prima ancora – dall’accettazione di sé stessi, senza rimorsi e sensi di colpa (le assicuro che non è una cosa facile!).

-Nei quotidiani, ho letto che offrirà anche caffè letterari, conferenze e gruppi di auto-aiuto. Può raccontarci questi progetti così diversificati?

Il bello della filosofia è che va d’accordo con tutti! Ovvero, dato che facilita l’emergere di contenuti – ma senza mai imporli – può intervenire in diversi ambiti, essendo d’aiuto sia in gruppi di lavoro/equipe che in libere associazioni di persone.

Così, quello che vorrei fare è innanzitutto far conoscere meglio questa disciplina, attraverso conferenze con colleghi ed esperti; poi, aiutare nella sperimentazione della pratica filosofica, attraverso caffè letterari e incontri. Infine, credo molto nel ruolo dei gruppi di auto-mutuo-aiuto: un insieme di persone che si riunisce sulla base di un vissuto, di un’esperienza comune (malattia, lutto, disagio…). Per questo, vorrei fare rete con le strutture psichiatriche del territorio e le istituzioni laiche e religiose, al fine di individuare le difficoltà più diffuse e provare a dare una mano.

-Lei è una giovane donna competente e dinamica. C’è un messaggio che vorrebbe lanciare a chi leggerà questa intervista, e vorrebbe saperne (ancora) di più sulla consulenza filosofica?

Ogni tanto, al Master che ho frequentato a Ca’ Foscari, ci dicevano che “La Consulenza Filosofica è il Consultante!”, intendendo dire che la nostra pratica si basa sul rapporto che instauriamo con chi viene a chiederci aiuto. Perchè ogni persona – si sa – è unicità e imprevisto, per cui la Consulenza Filosofica viene a configurarsi come un’apertura all’altro – che, in fin dei conti, è sempre un altro io, un altro me stesso (Levinas).

Quando facciamo consulenza, perciò, non rimaniamo impassibili, e nemmeno professionisti seduti dietro una scrivania che mettono in pratica delle teorie, ma ci mettiamo in cammino, anche noi, consultante dopo consultante, alla scoperta di noi stessi. In un circolo virtuoso che va da anima ad anima.

Questo è ciò che di più bello il nostro lavoro possa offrirci!

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RECENSIONE: “NIENTE CAFFE’ PER SPINOZA” DI ALICE CAPPAGLI

Einaudi, 2019

Mapi è una giovane donna che non sa cosa fare. Si è sposata giovane, vive con il marito e la suocera accanto. Hanno un cane. Lui non è mai a casa e, quando torna dal lavoro, le chiede di lavare e stirare le sue camicie, per il resto risponde a monosillabi o grugnisce. La suocera è una spina nel fianco. Non fa che accusarla delle disgrazie economiche del figlio e si lamenta di tutto.

E’ tutta lì la sua vita? Quante donne si saranno chieste le stessa cosa?

Ecco perché questo romanzo può catturare subito la nostra attenzione, ma non è tutto qui, anzi, il meglio deve ancora arrivare, perché Mapi, a un certo punto si deciderà a cercare un lavoro, “per non essere più di peso a nessuno”, ma soprattutto per scappare da quell’atmosfera domestica pesante e inutile.

Mapi frequenta la chiesa e le parrocchiane riescono a indirizzarla sulla strada giusta: in un’agenzia di lavoro per badanti, la responsabile le propone un impiego quotidiano nella casa di un professore di filosofia in pensione. L’anziano ha chiesto un’aiutante italiana che sappia leggere in modo fluido, perché ha perso la vista. È autosufficiente e l’essenziale per lui è trovare una persona che gli legga i suoi amati libri e articoli.

In questo modo, Mapi riprende possesso della sua vita: prima di tutto, il professore la chiama col suo nome anagrafico, al quale attribuisce grande valore. Poi, tra le letture di un aforisma di Epitteto e uno di Spinoza, il professore sembra dialogare direttamente con l’anima della sua dipendente, che piano piano inizia a risvegliarsi, scossa dalla luce che emana l’anziano, una fonte inesauribile di saggezza e tenerezza.

Mentre la vita del suo titolare si spegne, Maria Vittoria sente riaccendersi la sua. Ogni dettaglio della sua esistenza apparirà nella sua evidente superficialità e lei sentirà che può e deve concedersi di più di quanto abbia avuto fino a quel momento.

Questo è un romanzo filosofico divulgativo che consiglio a tutti coloro che si interrogano sulla Vita nella sua complessità, ma anche a coloro che credono che tutto ciò che vedono i loro occhi è quello che è realmente presente su questa terra. In realtà, da millenni gli uomini e le donne sapienti si interrogano su aspetti che esulano dal tangibile. Fra queste pagine non troverete tutte le risposte che cercate, ma alcune sì e soprattutto, vi metterete in discussione, riguardo ad alcune zone oscure.

Non un capolavoro, ma un buon libro.

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RECENSIONE: “UN’ESTATE CON LA STREGA DELL’OVEST” DI KAHO NASHIKI

Feltrinelli, 2017

Chi mi conosce bene, sa che non avrei potuto perdermi la lettura di un romanzo con questo titolo.

La vicenda racconta l’estate della tredicenne Mai trascorsa a casa della nonna, una signora inglese rimasta vedova, che abita tra le montagne giapponesi, immersa nella natura e nel silenzio. Mai è considerata una bambina difficile, non vuole più andare a scuola e sua madre pensa che la vicinanza alla matriarca, in un luogo incontaminato come quello in cui risiede, potrebbe indurla a cambiare atteggiamento.

Mai e sua madre hanno sempre chiamato la nonna “La Strega dell’Ovest”, ma solo vivendo con lei, la ragazza scoprirà che quel soprannome non è il risultato di uno scherzo, bensì la verità. La nonna insegnerà alla nipote a usare la magia nella vita quotidiana, in seguito a un addestramento intenso, ma soprattutto attraverso l’amore, l’ascolto, la comunicazione, e i tempi lunghi e semplici della vita di montagna.

Nashiki scrisse questo romanzo breve nel 1994 con il chiaro intendo di opporsi alla “società di massa”, alle “voci tonanti” che vorrebbero le persone tutte allineate, uguali, conformi a una visione comune. Si capisce, tra le righe, che l’autrice è diversa da questo modello. Essere “diversi” in Giappone, è sempre stato un difetto. La sua Mai è diversa per ragioni comprensibili e commoventi, per noi occidentali, ma nella sua terra rischia l’emarginazione. Mi ha colpita piacevolmente trovare una voce letteraria capace di lottare contro questa forma mentale usando la dolcezza di un romanzo che non sbraita, non urla, ma sussurra e, in questo modo, raggiunge direttamente il cuore. Non mi sorprende, quindi, che “Un’estate con la Strega dell’Ovest” sia stato un successo proprio in quel Giappone che avrebbe dovuto ripudiarlo. Evidentemente, Nashiki e la sua creatura, Mai, non sono le sole ad avere una personalità altra, rispetto a quella della massa.

Ho apprezzato molto la storia, l’intrigante presenza della nonna inglese nella realtà orientale, e soprattutto la sorpresa: tre racconti a fine romanzo, che riprendono l’atmosfera e i personaggi della storia. L’autrice li ha scritti nel corso di questi venticinque anni e li ha donati ai suoi affezionati lettori. Un dono essenziale, dal momento che ci si sente davvero orfani della Strega dell’Ovest, una volta terminata la storia.

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RECENSIONE: “MAGIA NERA” DI LOREDANA LIPPERINI

Bompiani, 2019

Mi succede spesso di parlare con lettori forti come me e, nella maggior parte dei casi, trovo pochi appassionati di racconti, classici a parte. Le ragioni si sprecano e non starò qui a tediarvi spiegandovele, ma trovo che sia un vero peccato. Il “problema” è soprattutto nostrano. In America, per esempio, c’è molto interesse verso le short stories, sia perché rappresentano un cavallo di battaglia letterario nazionale, sia perché si sposano perfettamente con i tempi stretti dei lettori oltre oceano. Un racconto si può leggere in una manciata di minuti e, nella terra degli smartphone, dei tablet e dei laptop, è perfetto.

A questo punto, sono certa di non sbagliare nell’affermare che ci vorrebbero più Lipperini, nella letteratura italiana. Ho comprato la sua raccolta di racconti intrigata dal nome suggestivo: “Magia nera”, ma senza alcuna aspettativa. Non avevo infatti mai letto nulla dell’autrice. Che errore madornale! Dovrò correre subito ai ripari, perché, in effetti, Loredana Lipperini è una scrittrice che non può mancare nella vostra biblioteca personale. Ha una scrittura fluida, potente, evocatrice. Le storie che racconta non si dimenticano, sia perché alcune di esse affondano le radici nella storia, e quindi le sentiamo vibrare in noi come una eco, sia perché hanno una potenza, un pathos che pochi altri autori possono vantare. In Italia, per esempio, non me ne viene in mente proprio nessuno.

Mentre leggevo questi racconti magici -in tutti i sensi- continuavo a registrare mentalmente: “questo è il mio preferito, “no, questo è il mio preferito, devo ricordarmene per recensirlo a dovere”, “ma no, ma anche questo!” e così, a un certo punto, ho lasciato perdere. Non c’è un solo racconto che non valga la pena di essere divorato e consumato, integrato e naturalmente ricordato.

Ho apprezzato molto anche la presenza di strofe di canzoni diverse per ogni racconto. Mi sono pure commossa quando ho trovato “Them bones” degli Alice in Chains nel racconto “Baby Blues”, perché questa band grunge mi ha accompagnata durante tutto l’arco della mia adolescenza e, quando sono arrivata alla fine della lettura del racconto, non ho potuto resistere e sono corsa a raccontarlo a mio marito che, da appassionato grunge, è rimasto molto coinvolto dal mio riassunto e dalla presenza di una canzone così underground all’interno di un libro edito da una casa editrice famosa come Bompiani. Senza contare che la trama di “Baby Blues” è inquietante: gioca su un argomento serio come questa forma depressiva che colpisce alcune neo-mamme, perciò poteva rivelarsi rischioso, in tempi di “politicamente corretto” a tutti i costi. Invece la storia prende una piega agghiacciante e il finale è davvero inaspettato e degno di un racconto dell’Ottocento inglese.

La raccolta di racconti è suddivisa in quattro temi:

  • Matrimoni;
  • Madri;
  • Ribellioni;
  • Doni.

Vi invito a leggere questo libro perché vi incanterà, vi farà riflettere e certamente vi spronerà a voler conoscere Lipperini molto di più, attraverso i suoi scritti.

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RECENSIONE: “LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKUE” DI DURIAN SUKEGAWA

Einaudi, 2018

Sentarō ha un passato difficile, ma un uomo gli ha dato fiducia e ora gestisce Doraharu, un piccolo take-away che sforna Dorayaki, un dolce composto da due dischetti di pandispagna e farcito di An (marmellata di fagioli rossi azuki). Sentarō spera di ripagare il suo debito al datore di lavoro prima possibile, anche perché lui è uno scrittore e vuole occuparsi di libri. Almeno, è quello che pensa, mentre si ammazza di lavoro ai fornelli per tutto il giorno, sette giorni su sette. Eppure l’incontro con la signora Tokue fa traballare le sue certezze. Si incontrano proprio da Doraharu, quando Sentarō riceve da lei la proposta di collaborazione. Inizialmente è incredulo: come può una signora, certamente pensionata, voler lavorare in un posto che richiede tante energie? Eppure lei è irremovibile, e arriva a richiedere la metà di quanto Sentarō può offrirle. Spalle al muro, l’uomo non può far altro che accettare, anche perché gli affari languono e la signora Tokue sembra saperla lunga sulla preparazione dell’An. Infatti quella collaborazione cambia tutto, perché la signora Tokue è davvero un’esperta pasticcera. Ha avuto tutta la vita per diventare così brava in cucina e i motivi non tarderanno a emergere, portando scompiglio nella vita di Sentarō e di una giovane cliente che si affeziona all’anziana.

Ho saputo che avrei amato questo romanzo fin dalla sua copertina, che rappresenta davvero una sintesi perfetta del romanzo (non sempre è così, anzi!), ma anche perché, leggendo la presentazione dell’autore, ho scoperto un multi-talento: scrittore, poeta, clown e due lauree agli antipodi. Una in Filosofia Orientale e l’altra in Pasticceria del Giappone. Ora, quando una persona sa fare tante cose, può essere incapace di fare tutto e bene, oppure può essere un genio. Sukegawa si avvicina al genio. Ha scritto un romanzo non impeccabile, ma che si ricorda, sia per i contenuti, sia per la spiegazione di eventi storici che non conoscevo -e molti di voi li scopriranno come me, leggendo il romanzo-. L’autore ci parla di disagio sociale ad ampio spettro. Tutti i protagonisti vivono problemi più grossi di loro e tutti lottano per non restare schiacciati da essi, perché vivere in Giappone, ancora oggi, può essere molto difficile. I pregiudizi sono forti e creano un tipo di emarginazione che a noi può sembrare incredibile, ma che laggiù è assolutamente “comprensibile”, e lo metto tra le virgolette, perché pur rispettando le altre culture e religioni, ho sofferto leggendo, in particolare, ciò che ha dovuto subire la signora Tokue.

Consiglio il romanzo a tutti, non solo a chi è pazzo per i dolci come me, perché questo è un romanzo che offre molto ai suoi lettori. Inoltre, chi è interessato, può vederne anche la trasposizione in pellicola: “Le ricette della signora Toku” è uscito nel 2015 con la regia di Naomi Kawase.

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RECENSIONE: “LA CASA CHE MI PORTA VIA” DI SOPHIE ANDERSON

Rizzoli, 2019

Poi dicono che Facebook sia il male…

Come ogni altro mezzo a nostra disposizione, dal mestolo della cucina alla penna stilografica, uno strumento è inerme finché non gli infondi vita, non lo muovi nella direzione che desideri. Allo stesso modo, se un social viene utilizzato a fini conoscitivi, apre mondi. E così è successo anche stavolta: Morena Luciani Russo, sul suo diario Facebook, ha tessuto le lodi di questo libro per ragazzi e, non appena ho capito che si trattava di una storia contemporanea di Baba Jaga (come la chiamo io, ma voi la troverete nel libro con la “y”), mi sono precipitata in libreria per acquistarlo. Sì, perché nonostante le mie scorribande letterarie, non lo avevo visto e me lo sarei probabilmente perso, se non fosse stato per Facebook.

Ora, questa recensione è indirizzata al romanzo, non al social, ma se sono così petulante è solo perché vorrei evidenziare ancora una volta che il dito va puntato su chi e come utilizza un social, non sul social in sé…

Tornando al protagonista di questo post, sono rimasta incantata dalla trama: Marinka è una giovane ragazza dai capelli rossi che gira il mondo su una casa con le zampe di gallina, la casa di Baba Jaga, la Guardiana del Cancello, ovvero colei che accompagna i morti sulla soglia tra il mondo dei vivi e quello delle stelle. Ogni notte, ovunque si trovi, Baba Jaga prepara da mangiare per i defunti che arriveranno: borsch, kvass e altre leccornie russe. Accorda la sua balalaika e prepara il foulard rosso con i teschi e l’atmosfera della sala da pranzo affinché tutto sia accogliente e dolce per l’ultimo banchetto dei morti. A Marinka spetta il compito quotidiano di preparare il recinto di femori e teschi, senza il quale gli spiriti non saprebbero riconoscere una casa Jaga da qualsiasi altra. Ma ogni giorno che passa, a Marinka quel compito pesa di più, perché rispecchia il suo futuro, già tracciato: un giorno diventerà la Guardiana del Cancello, ma lei non desidera quella vita. Ad accompagnare la ragazza c’è una taccola nera, che lei ha adottato quando era solo un pulcino e poi c’è la casa stessa, che fin da bambina l’ha coccolata e amata come una seconda madre, facendo crescere per lei giardini di muschio in camera e sbocciare fiori profumati da rami che faceva crescere accanto alla fanciulla. Tutti doni meravigliosi che però, Marinka, come ogni adolescente o preadolescente, inizia a sentire come pesanti fardelli, lei, che vuole un’altra vita.

Leggere questa storia è stato come tornare all’infanzia e all’adolescenza, perchè la favola di Baba Jaga è nota in tutto il mondo slavo e perciò anche nella mia famiglia e, anche se così non fosse stato, l’avrei scoperta da sola, perchè sono molto legata alle mie radici. È stato quindi sorprendente scoprire che anche la nonna materna dell’autrice gallese Sophie Anderson, Gerda, era slava e proprio da qui deriva la passione della nipote per tutto il mondo delle favole slavo. Alla fine del romanzo c’è una breve ma chiarificatrice intervista alla scrittrice, che spiega proprio il suo interessamento a Baba Jaga attraverso i racconti della nonna, passione che è divampata in età adulta, quando ha voluto scavare, saperne di più di lei e da quelle ricerche si è formata la trama di “La casa che mi porta via”. L’ho sentita due volte vicina a me, sia per le radici comuni, sia per le ricerche che sfociano in romanzi!

Insomma, è una storia per ragazzi che consiglio davvero a tutti, grandi e piccini – io la leggevo a mio figlio quattrenne!- perché racconta la morte esattamente come andrebbe raccontata: come l’epilogo di una vita spesa bene (sta a noi condurla nel migliore dei modi!), con un gran banchetto finale, ricordi, musica e balli, prima di varcare il cancello che porterà i nostri spiriti tra le stelle, là da dove proveniamo tutti.

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RECENSIONE: “L’ETA’ DEI PROFETI” DI MATTEO FARNETI

Amazon, 2018

Oggi recensisco un romanzo che mi ha spiazzata su molti fronti.

Prima di tutto, io non sono un’amante dei generi giallo, noir, poliziesco, thriller, ecc e “L’età dei profeti” rientra certamente nel noir. Tuttavia sono passata oltre questo mio limite perché, come i lettori forti sanno, un romanzo può rivelarsi sorprendente anche se, a causa del suo genere, non lo avresti mai scelto, di primo acchito.

In secondo luogo, se la droga, la finanza e i certi estremismi di cui sono capaci gli uomini, vengono trattati in modo marginale, posso anche affrontarli, ma se per converso dominano una trama, mi respingono.

Ecco il punto. Ho trovato il romanzo di Farneti respingente, o forse è meglio usare il termine disturbante. Non perché sia scritto male, perché la trama sia contorta o, peggio, pretestuosa. “L’età dei profeti” è un romanzo scritto in modo impeccabile e, in filigrana, si possono intuire le passioni dell’autore -per esempio Capote- ma le vicende del protagonista, Mattia, sono torbide.

Mattia è un ragazzo che lavora in libreria, con una laurea in giurisprudenza in casa che gli ha fruttato ben poco. Sogna di riuscire nella vita, di farsi una posizione e di poter disporre di denaro a sufficienza per una vita degna di questo nome. Per questo non gli sembra vero quando un amico delle superiori, Nicola, il ricchissimo erede di Marcus Goldberg, dirigente di una delle banche svizzere più potenti al mondo, gli chiede di diventare il suo assistente personale. Mattia conosce i trascorsi di Nicola, i suoi lati oscuri e intravede i pericoli che rischia di correre, stando accanto a un fuoco inestinguibile come quello, ma si lascia travolgere. Il suo sarà un percorso in salita, non verso un futuro edificante e ricco, come aveva sognato, ma verso un crescendo di eventi drammatici, violenti e lutti che lo travolgeranno.

E non è tutto così semplice, perché nella vita di Mattia non è sufficiente la fredda determinazione di Nicola, il suo calcolo machiavellico per arrivare dove desidera, a prescindere dalle conseguenze e dai cadaveri che si lascia alle spalle. Nella vita di Mattia, infatti, intervengono anche altri amici, tutti provenienti dal periodo adolescenziale e tutti invischiati nella melma che Nicola ha saputo produrre, e interviene anche un’inquilina scrittrice curiosa e innaffidabile, oltre a Giulia, una ragazza innocente che pagherà un prezzo troppo alto per aver attraversato, anche solo di striscio, lo spettro mefitico di Nicola e della sua famiglia.

Insomma, nonostante le mie ritrosie, il romanzo mi ha tenuta incollata fino all’ultima pagina perché, per coinvolgere le letture attuali, è come vivere il contrasto tra l’apollineo e il dionisiaco. Anelo all’apollineo, ma sono irresistibilmente attratta, a causa della mia natura umana, anche dal dionisiaco, come tutti noi. Così, sebbene aneli alle letture più luminose, più artistiche ed edificanti, mi ritrovo affascinata anche da quelle i cui contenuti si rivelano oscuri, torbidi e distruttivi.

Certamente un romanzo forte, di impatto, che non vi lascerà indifferenti e vi spingerà a porvi molte domande sugli angoli bui della vostra anima, quelli che cercate di visitare meno possibile.

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RECENSIONE: “GUERRA E PACE” DI LEV TOLSTOJ

Einaudi, 2014 (Edizione originale 1863-1869)

Scegliere di scrivere la recensione di uno dei più grandi classici della letteratura mondiale rasenta la superbia, ma credo che sia interessante trovare la riflessione di una lettrice e scrittrice del XXI sec.. Ogni volta che leggo i classici, infatti, non posso fare a meno di pensare quanto sia diversa la percezione di quei mondi, di quegli stili di scrittura e quelle mentalità rispetto a noi, contemporanei, o rispetto a quello che ne avrebbero pensato mia madre, o mia nonna. Non soltanto ogni individuo è diverso dall’altro, ma il mutare incessante delle società, delle mentalità e delle religioni genera emozioni e reazioni diverse davanti a letture poderose come questa.

Ecco le mie.

La trama è nota: Tolstoj apre il romanzo con una curatissima pennellata dell’alta società moscovita del 1805, alla vigilia della guerra contro Napoleone. Fra incontri più o meno interessati, intrighi di palazzo e pettegolezzi spiccano alcune figure di rilievo: Pierre Bezuchov, goffo e irrequieto giovane rientrato dall’estero a causa della grave malattia del padre, il principe Bezuchov; il suo amico Andrej Bolkonskij, principe altezzoso, intelligente e orgoglioso, già stanco del matrimonio con la giovane e insignificante Lisa; i ragazzi della famiglia Rostov, conti di modeste possibilità economiche che però spiccano per bellezza e talenti: Nikolaj, Petja e l’esplosiva, ingenua Nataša. Agli sfarzi della città è contrapposta la vita di campagna, dove scorrono lente e rigide le vite dei familiari del principe Bolkonskij: il vecchio e arcigno padre e la figlia Marja, dolce e pia, che sopporta passivamente l’animo dittatoriale paterno. La giovane sposa Lisa, già incinta, li ha raggiunti, ma trascorre nell’ansia e nella tristezza il periodo della gravidanza e, alla nascita dell’erede Nikolen’ka, muore.

Tutta la vicenda è uno scorrere parallelo tra la guerra franco-russa, che vede come protagonisti Nikolaj e Petja Rostov, Andrej e, in parte, Pierre e la vita in città e in campagna, dove in pochi anni avvengono innumerevoli cambiamenti, sia nelle vite dei protagonisti, sia nella loro visione del mondo. Pierre, infatti, eredita grandi ricchezze dal padre, sposa senza riflettere troppo la bellissima e avida Helene, per poi pentirsene. Entra nella massoneria alla ricerca di un’etica, di uno stile di vita che lo sorregga in un mondo di “isole flottanti”, dove le maschere sono tante e le anime autentiche poche. Conosce Nataša e se ne innamora, ma lei ha già dato il suo cuore al vedovo Andrej, il quale, costretto ad attendere un anno prima di sposarla, per evitare la furia paterna (che vorrebbe un partito migliore), va in guerra, si ammala, guarisce, viaggia, torna in guerra e… e qui già devo fermarmi, altrimenti darei anticipazioni che non sarebbero correte per il lettore che volesse cimentarsi con questa lettura.

Si dice che non si possa essere scrittori consapevoli se non si è letto “Guerra e pace”, allo stesso modo in cui non si può essere veri cristiani senza aver letto la Bibbia. Concordo. La storia del romanzo è ricchissima, mostra una profondità psicologica robusta e l’affresco di una società ingoiata brutalmente dalla storia, che i saggi non saprebbero trasmettere altrettanto bene e con la stessa impressione emotiva e mnemonica.

Ciò che ho trovato esagerato è il racconto della guerra: lungo, tortuoso,e pregno di morale. Certamente Tolstoj desiderava ammonire i lettori circa la crudeltà e inutilità di un qualsiasi conflitto, ma spesso le intenzioni superano il livello di tolleranza del lettore che, almeno nel mio caso, diventa astioso, rispetto alla sofferenza di interminabili capitoli bellici. Ed è il forte, dominante moralismo tolstojiano a rappresentare il difetto maggiore del romanzo, perché se da un lato offre perle preziose, dall’altro, nella sua onnipresenza, appesantisce l’atmosfera del racconto e, a un contemporaneo, sa tanto di maestro con la penna rossa in mano, per essere chiari.

Io credo questo: che ancora oggi “Guerra e pace” sia una lettura imprescindibile per lettori e scrittori, ma che indubbiamente ci siano delle difficoltà nell’affrontare temi che, per studi regolari, stampa e telegiornali, conosciamo tutti abbondantemente. Naturalmente dobbiamo compiere uno sforzo di immedesimazione, e pensare come, alla fine dell’Ottocento, i lettori non possedessero i nostri mezzi di comunicazione, né un’istruzione endemica, perciò l’opera di Tolstoj ha tutte le sue ragioni d’essere, ma oggi vi consiglio un periodo favorevole per la sua lettura, tanta pazienza e tranquillità.

N:B Cercate un’edizione con la traduzione dei numerosi dialoghi in francese: la mia non l’aveva!

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