MOSTRA “NULLA E’ PERDUTO”, ILLEGIO, 13 SETTEMBRE 2020

Di fronte alla Casa delle Esposizioni

A un giorno di distanza dalla mia visita a questa mostra peculiare, ancora sto riflettendo sui contenuti, oltre che sulla straordinaria bellezza delle opere che ho potuto ammirare. Opere che sarebbero rimaste celate agli occhi della maggior parte delle persone, se ci trovassimo ancora privi di un’evoluzione tecnologica. I dipinti mirabili presenti a Illegio, infatti, sono ufficialmente distrutti, dispersi, bruciati e quelli che si possono guardare altro non sono che ricostruzioni perfette degli originali, realizzate da un’equipe di esperti madrilena, la Factum Arte.

Qualcuno ha esclamato: “Ma allora sei andata a vedere dei falsi! Che gusto c’è?”

Non so se mi è venuto più da ridere o più da piangere. Che quelle opere non siano originali è un dato di fatto. Che le pennellate di Vincent Van Gogh su una delle sue sei versioni di “Girasoli” non siano quelle autentiche, che gli sono costate “lacrime e sangue”, è un dato assodato, ma quella che ho potuto ammirare a Illegio è stata la ricostruzione dell’idea, della tecnica e soprattutto dello spirito dell’artista che ha realizzato opere immense, che arrivano dritte all’anima e la sconvolgono.

Nonostante il Covid-19 e le difficoltà organizzative che comporta, sono riuscita a godermi una mostra alla quale anelavo di partecipare con tutta me stessa, soprattutto per la presenza di “Medicina” (1900-07) di Klimt. Come moltissime altre persone, sono sempre stata affascinata dalla bellezza dei suoi dipinti, ma se ci si sofferma solo all’estetica, non si è capaci di cogliere la profondità, la frattalità di quanto l’artista ci ha voluto comunicare. Un messaggio che resta ben dopo la sua morte e che riesce a trascendere l’epoca in cui ha creato i suoi dipinti, perché è un messaggio eterno. Il grande pannello venne bruciato dalle SS nel Castello di Immendorf (Austria) nel 1945, e quella presente a Illegio è la sua rimaterializzazione in gesso, foglie d’oro e pigmenti su tela.

“A ogni epoca la sua arte, a ogni la arte la sua libertà”, diceva Klimt. E ha spinto la sua fin nel subconscio delle persone per liberarle dai loro condizionamenti. La sua è un’arte bidimensionale, primitiva e simbolista, sempre diretta allo scopo principale.

“Le arti sono un’interruzione di questo mondo alienante” aggiungeva. E quanta ragione aveva e ha?

Quando sono entrata nella sala di “Medicina” ero emozionata, ma alle pareti non riuscivo a scorgere che riproduzioni in bianco e nero, pannelli preparatori dell’opera. Poi un fascio di luce mi ha colpita dall’alto, ho sollevato lo sguardo e mi sono ritrovata il dipinto sul soffitto. Immenso e talmente affollato e denso, da restare senza fiato. “Medicina” mostra un’umanità fragilissima, sull’orlo della morte, in tutte le fasi della vita e della malattia, ma anche alla nascita e nel corso della crescita. E su tutte le persone umane domina lei, la sacerdotessa Igea, figlia del sommo Esculapio, padre nobile della medicina greca. Igea è avvolta dai serpenti, che finalmente trionfano nel loro simbolismo arcaico e autentico, come fautori del farmakon, capaci di elargire, vita, morte e rinascita. E oro, oro a 22 carati dappertutto. Il padre di Gustav Klimt era un orafo e mi sono commossa all’idea che il figlio, che perse il padre precocemente, lo abbia ricordato perpetuamente nei suoi quadri aggiungendo questo metallo prezioso che, a occhi superficiali, sembra una strategia per richiamare acquirenti, per incentivare l’ammirazione delle opere dell’artista. Invece è un proseguimento ideale del lavoro paterno, un modo per continuare a sentirlo ancora vicino.

Tornando all’opera, troviamo donne incinte, anziane, bambini innocenti. Nudità che, anziché suscitare vicinanza, intimità, hanno generato un’accusa di indecenza a Klimt.

“Medicina”, insieme a “Filosofia” e “Giurisprudenza” era state commissionate dallo Stato austriaco all’artista per coprire i soffitti dell’università viennese, ma tutto venne bloccato a causa dei corpi esposti. Si scatenò lo scandalo, e a Klimt venne chiesto di accettare la modifica della collocazione dei dipinti. L’artista non solo declinò l’offerta, ma infuriato, ricomprò le sue opere e da quel momento sancì la fine dei suoi rapporti con i burocrati, dedicandosi a opere realizzate su commissione da ricchi committenti.

Che peccato. Il messaggio di Klimt era che la Medicina non salva l’uomo dal dolore e dalle sofferenze, la Filosofia non gli permette certezze assolute e la Giurisprudenza non risolve le ingiustizie di questo mondo. Quanto bene avrebbero fatto agli studenti che le avessero ammirate quotidianamente? Quante coscienze avrebbe smosso? Non potè accadere a causa del conformismo, dell’indottrinamento religioso e politico, a causa della perpetua volontà di mantenere il popolo nell’ignoranza. Anche quando il popolo anela a un’elevazione intellettiva e studia, frequenta l’università.

Naturalmente è questa l’opera che ho più amato di tutta la mostra, ma vanno citati certamente anche i “Girasoli” di Van Gogh, prima soltanto accennati. Realizzato nel 1888, il dipinto venne distrutto durante il bombardamento di Ashyia (presso Osaka) il 6 agosto 1945. Factum Arte lo ricostruisce nel 2017 e oggi si trova nella Collezione Sky di Milano, riprodotto in gesso e pigmenti su tela.

La pittura ruvida e densa, anche con incisioni sulla tela con il legno del pennello, cerca di riportare in vita il gesto del pittore. Lo sfondo blu intenso, anch’esso ruvido, fa da contrasto al giallo dei girasoli.

Il blu era il colore della spiritualità per eccellenza, secondo Kandinskij, capace di far risuonare le corde più profonde dell’anima, mentre il giallo era il colore prediletto di Van Gogh.

“La luce del sole, che non posso definire meglio se non con un giallo pallido, oro” scrive al fratello Theo. Giallo è il suo colore, il più usato nelle sue tele. Van Gogh dipinge la forza che muove la vita, l’anelito dei fiori che si protendono verso il sole. I girasoli sono il sole della vita.

Per lui, l’arte ha la possibilità di cambiare le nostre anime. E ciò che la Natura ci offre è uno sguardo sull’infinito, ma solo per le anime pure e autentiche.

“Le ninfee” di Claude Monet (1924-26) furono gravemente compromesse in un incendio al MoMA nel 1958 e anche quelle presenti alla mostra sono una rimaterializzazione operata da Factum Arte.

Monet realizzò 48 tele di grandi dimensioni prendendo i soggetti dallo stagno che aveva realizzato nella sua dimora di campagna. Avrebbe voluto esporle in un’enorme sala circolare, per mostrarle tutte in fila ai visitatori.

Nelle sue tele naturalistiche non c’è un orizzonte, nè terra, nè cielo, solo acqua, foglie, piante e ninfee. La volontà era precisa. L’ultima parte della sua vita fu costellata da lutti e malattie, ma lui continuò a dipiongere anche sotto le bombe perché per lui la vastità spirituale genera dipinti, ma abita nella coscienza.

Contestava la cultura del positivismo e delle scienze esatte, voleva suggerire che la tela dipinta è solo l’inizio di una visione che poi si estende in tutte le direzioni.

Nelle altre sale mi sono imbattuta in vari San Matteo di Caravaggio e in un probabile falso caravaggesco d’epoca della “Buona ventura”, in un Vermeer, nelle vetrate della Cattedrale di Notre Dame di Chartres realizzate da un mastro vetraio del XII secolo.

Potrei descrivere ciascuna delle opere, ma questo post diventerebbe lunghissimo, invece quello che importa è andare a vedere la mostra. Avete ancora tempo per farlo. Fatelo per voi stessi e per l’arte e la cultura, che in questo momento critico ha la necessità di essere ancora più divulgata e vissuta. Quello che vi tornerà indietro è immenso, e molto soggettivo, naturalmente, ma anche “quell’interruzione da questo mondo alienante”che, ne sono certa, è preziosissima per ciascuno di noi.

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INFORMAZIONI:

Sede: Casa delle Esposizioni di Illegio, Tolmezzo (UD)

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

Tel. 0433-44445

Email: mostra@illegio.it

Sito: www.illegio.it

Costo del biglietto: 10 euro con audioguida e 13 euro accompagnati da guida

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