VIAGGIO DALLE CASCATE DI ARZINO AL LAGO DI CORNINO

Evidentemente questa è per me l’estate delle cascate e dei pic-nic. Ogni fine settimana a disposizione, organizzo infatti una gita fuori porta per la famiglia, stimolata dalla necessità di condurre mio figlio nell’esplorazione di nuovi posti e dal mio bisogno primario di Natura.

Due domeniche fa eravamo alle Cascate di Kot e, mentre tornavamo indietro lungo il sentiero, ci siamo imbattuti in una coppia che ci chiedeva quanto tempo fosse necessario per arrivare alla fine del percorso. E’ iniziato uno scambio di informazioni che ha consentito a noi di scoprire l’esistenza delle Cascate di Arzino. Vivo in Friuli Venezia Giulia da tutta la vita e non ne avevo mai sentito parlare prima. Ecco cosa significa fermarsi a parlare con gli escursionisti: ogni volta c’è qualcosa di nuovo da scoprire.

Così domenica mattina ho preparato dei semplici panini, ho ripulito la dispensa dai dolci cucinati in settimana, ho riempito le borracce d’acqua e siamo partiti alla volta della montagna.

C’è voluta quasi un’ora e mezza per raggiungere Preone, e per uno sbaglio di percorso, abbiamo fatto una strada in salita lunga ben sette chilometri, così stretta che a malapena sarebbe potuta passare qualche moto, a fianco del nostro suv. Infatti, ogni volta che ci imbattevamo in una macchina, o noi o l’altro guidatore doveva fare retromarcia fino a trovare uno spiazzo dove mettersi di lato per consentire all’altro veicolo di passare. Il tutto su una forte pendenza. E ciò nonostante un buontempone locale si è fatto beffe di me quando gliel’ho raccontato: “Ma se io vado su e giù da una vita: in macchina, motorino, in bici, a piedi e pure al contrario”. Grazie tante, noi veniamo da Gorizia… Insomma, non è stata esattamente una passeggiata di salute, ma al ritorno abbiamo trovato una strada più semplice.

Comunque sia, ne è valsa la pena:

A leggere la tabella, il tempo di percorrenza dell’intero sentiero sarebbe stato di sette chilometri e mezzo, per un’ora e mezza, ma da un lato il mio bambino, di sei anni, era già bello stanco dopo pranzo e dall’altro noi abbiamo pure iniziato il percorso, ma ci siamo imbattuti in un grosso albero caduto che sbarrava la strada. Così noi, come altre famiglie che ho notato, abbiamo desistito, mentre altre persone, senza bambini appresso, sono saltati oltre l’ostacolo e hanno proseguito.

Nonostante questa limitazione, non mi posso lamentare. Non ero salita per fare del vero e proprio escursionismo, ma per far godere a mio figlio lo spettacolo che si schiudeva a ogni angolo del bosco.

Abbiamo quindi consumato il nostro pic-nic, siamo scesi fino al torrente a giocare con l’acqua e ci siamo riposati sul plaid steso a terra. Rispetto alle Cascate di Kot, lì c’era più gente e inoltre mancava quell’atmosfera rarefatta, quel colore lattiginoso dell’ambiente circostante. Faceva caldo, non freddo come nelle Valli del Natisone. Inoltre il rumore delle cascate era molto più invadente rispetto a quelle di Kot. Ci trovavamo insomma in tutt’altro contesto, ma non per questo meno apprezzabile e anche la constatazione del fatto che intorno a noi ci fossero tanti ragazzi e famiglie con bambini di ogni età ci ha fatto molto piacere. Significa che, nonostante tutto, il lockdown causato dalla pandemia ha provocato un cambiamento: le persone cercano di ritagliarsi del tempo libero nel proprio territorio, scoprendo o riscoprendo scorci magici come questo, anziché trascorrere i soliti fine settimana chiusi in qualche centro commerciale o outlet village.

Tornando indietro abbiamo trovato la scritta Fontanon poco distante dalla macchina e abbiamo seguito il percorso. In teoria, saremmo arrivati in una zona molto bella del torrente, ma anche in questo caso abbiamo trovato la difficoltà del terreno e degli impedimenti, così sia noi che altre persone siamo tornati indietro, accontentandoci di vedere il torrente da lontano.

Poco male: una volta risaliti in macchina, mi sono messa a cercare la distanza tra il Lago di Cornino e noi, scoprendo con sollievo che si trovava proprio lungo la strada del ritorno e così, nonostante un bambino riluttante, abbiamo parcheggiato la macchina a 26 chilometri di distanza, accanto al sentiero che porta a questo lago dai colori sgargianti.

Ho coperto che qui arrivano molte persone per il Bird Watching. Si trovano infatti numerose specie di uccelli rapaci (come il nibbio reale, il capovaccaio e l’aquila di mare) e l’area è situata su un importante rotta migratoria (qui si possono ammirare il falco di palude, l’albanella reale e minore, il falco pescatore e il cuculo, oltre che lo smeriglio), perciò di qui passano molte specie sia in primavera che in autunno. Ma il vero protagonista del Lago di Cornino è il grifone, e per lui gli autoctoni si sono mossi in ogni modo, al fine di consentirgli di ripopolare la zona.

Mi dispiace per gli appassionati di Bird Watching, ma io non rientro nel club: sono venuta fin qui per ammirare il lago, che è davvero spettacolare. Piccolo, ma impressiona a causa dei suoi colori e della limpidezza dell’acqua. Viene una gran voglia di tuffarsi, peccato che, nonostante la zona più profonda sia di dodici metri, i gradi siano dieci, e quindi si rischia l’ipotermia.

E’ stata davvero una bella domenica. Stancante a causa del caldo e dell’afa, che non ti aspetti in montagna, ma sappiamo che i cambiamenti climatici comportano anche questi profondi mutamenti. Un segno tangibile delle conseguenze dell’agire dissennato dell’uomo e dell’importanza di tutti noi, non soltanto di Greta Thunberg e degli Eco-Millennials, di agire in modo illuminato per rallentare i danni di chi ci ha preceduti.

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VIAGGIO DALLE CASCATE DI KOT A PULFERO, NELLE VALLI DEL NATISONE

Il giorno dopo il mio compleanno, ho voluto organizzare una gita fuori porta con tanto di pic-nic e sono molto soddisfatta del suo esito, nonché di aver scovato posti nuovi, estremamente interessanti, con alcuni aspetti da approfondire.

Siamo partiti dalle Cascate di Kot, alle quali si giunge arrivando nel paese di San Leonardo e percorrendo un sentiero di circa 600 metri. Ci vogliono circa 20 minuti a piedi, attraversando pietre talvolta grandi, sconnesse e scivolose, ma ne vale la pena, perché la cascata più alta (12 metri), anche quando l’acqua è poca, resta incantevole:

La cascata di Kot

Tornando indietro, alla ricerca di uno spiazzo dove consumare il nostro pic-nic, abbiamo trovato il posto adatto accanto al magico torrente Erbezzo, circondati da una flora e un boschetto che ci hanno lasciato a bocca aperta:

Abbiamo attraversato un bosco di forra dominato dal carpino bianco, accostato da tigli selvatici, frassini maggiori e aceri campestri. Mi ha colpita in particolare questa pianta:

In seguito ho scoperto che si tratta di una pianta rara, che cresce in pochi luoghi, con un microclima particolare. Ha diversi nomi: Erba bonifica, Ruscolo maggiore, Linguette, Bislingua (in latino Ruscum Hypoglossum). Appartiene alla famiglia delle Asparagaceae, è perenne. Ha delle ramificazioni fogliari particolari, per cui sembra che su una foglia ce ne siano due e sotto la più piccola, posta sopra la grande, cresce una bacca di colore rosso-vivo scarlatto. Si resta affascinati dalla sua particolarità.

Fra le piante presenti c’erano anche il Geranio nodoso, il Veratro nero, l’Asarabacca, la Scolopendria comune e il Pungitopo:

Dopo aver trascorso più tempo possibile nel bosco, anche stesa, con gli occhi rivolti in su:

Ci siamo diretti verso Pulfero, dove ho fatto delle grandi scoperte, come la Casa Raccaro:

E il Castello di Ahrenberg:

Purtroppo nessuno di questi luoghi era visitabile, tra le chiusure causate dal Covid-19 e le ristrutturazioni, ma questo non mi ha impedito di ammirare quello che avevano da offrire e soprattutto di prendere appunti per il futuro, o per contattare le associazioni del luogo, dal momento che c’è davvero tanto da indagare.

Il luogo é molto importante per la tradizione locale in quanto sede della vicinia grande di Antro, sede delle riunioni della banca di Antro. L’intera comunità delle valli del Natisone era rappresentata dalle due banche di Antro e di Merso, che si riunivano in arengo, nella piazza di San Quirino (nei pressi di San Pietro al Natisone), composto da due sindaci, due decani e due giurati detti Grandi, uno per convalle. Ogni banca si radunava in Vicinia grande per trattare gli affari di competenza. La complessa prassi scomparve verso il X secolo. Gli scavi archeologici, nel 2003 hanno riportato alla luce i resti di un castello, pochi metri a nord di Biacis. Un castello di cui è conservata una torre e resti di mura.

Non lontano si trova una lastra di origini celtiche. Presenta diverse incisioni e sul vecchio basamento furono ritrovate delle monete. Probabilmente erano state poste lì con gesto propiziatorio. Attorno alla lastra si riunivano i capifamiglia per discutere dei problemi della Vicinia e i giudici della Banca di Antro.

Nella Casa Raccaro, invece, sbirciando dalle finestre e porte, ho scoperto dati interessanti: anzitutto la lingua autoctona, il Nediško, che i locali cercano di difendere dall’estinzione con le unghie e con i denti, rivendicandone l’importanza per la tradizione della loro terra e cercando di lottare contro chi la vorrebbe identificare come un qualsiasi dialetto sloveno.

Vecchie case di Pulfero

Ho poi trovato la Camera di San Giacomo, una camera da letto con il letto, detto “lettiera”, molto particolare, in quanto sopra di esso veniva posto un primo materasso piuttosto rigido, confezionato con il rustico tessuto “bercando”, al quale venivano sovrapposti uno o più morbidi “piumazzi”, le lenzuola, e il “cussino” o “cervelliera”, un cilindro di stoffa imbottito della larghezza del letto, atto a sostenere la testa. C’erano poi i “cussinelli”, piccoli cuscini di norma rettangolari confezionati con stoffe aventi una più o meno spiccata valenza decorativa. Le coperte e la coltre, quasi sempre a colori vivaci, erano anch’esse decorate. Le lettiere che si potevano trovare nelle locande potevano variare a seconda dello status sociale e del censo degli ospiti. Normalmente, la lettiera era dotata di una cortina con l’evidente scopo di creare una sorta di schermo tra il dormiente e l’ambiente circostante dal momento che la camera da letto di una locanda spesso era zona di passaggio e condivisa con altri clienti. Sotto la lettiera quasi sempre era infilata la cosiddetta “carriola”, una piccola lettiera provvista di ruote che si estraeva all’occorrenza, solitamente per il servitore personale che normalmente dormiva nella camera del suo padroni. I lati lunghi erano invece occupati da predelle, utili per salire sulla lettiera, ma più spesso da cassoni, che a questa funzione abbinavano anche quella di conservare la biancheria.

Nella camera, oltre agli arredi presenti, c’erano scranni a tre gambe con dorsale sagomato e “armario”, tavole, “cattedre” de paleis, ovvero sedie impagliate provviste di braccioli, sedili che garantivano una certa comodità e quindi adatti per la lettura e la conversazione.

Tutto ciò mi ha fatto pensare che la Casa Raccaro contenesse altri tesori e infatti, dalle indicazioni:

Ho capito che ci deve essere anche un Laboratorio tessile e, al piano di sopra, un ampio spazio dedicato al Pust e alle sue maschere, ovvero il Carnevale delle Valli del Natisone. Ma questa è un’altra lunghissima storia.

Abbiamo salutato il posto rinfrescandoci sotto una fontana bellissima, con l’effige e il volto dell’imperatore Francesco Giuseppe, due turchi e una quarta figura misteriosa che non sono riuscita a decifrare.

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RECENSIONE: “SEDICI ALBERI” DI LARS MYTTING

Caro Edvard, ci sono solo due momenti in cui siamo completamente innocenti: quando sogniamo e quando siamo bambini”.

Ho comprato questo libro a seguito di una recensione letta su alcune riviste culturali e letterarie che divoro settimanalmente e devo ammettere che ha superato tutte le mie aspettative.

“Sedici alberi” è un romanzo strano, sia perché l’autore è norvegese e quindi il suo stile è diverso rispetto a quello di un italiano, un inglese o tedesco, sia perché è pregno della conoscenza della terra, in particolare di quella misteriosa Norvegia che molti di noi osservano stupiti, dalle calde sponde del Mediterraneo. E’ una terra aspra, nevosa, ricchissima di alberi -una passione dell’autore, già noto per “Norwegian Wood, Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna”, che si è aggiudicato il Premio dell’associazione dei librai norvegesi e il Bookseller Industry Award 2016-.

La trama racconta le vicende di Edvard, un ragazzo norvegese che lavora nella fattoria del nonno, in un paese sperduto del nord, carico di neve in inverno e straordinariamente caldo in estate, a causa dei cambiamenti climatici. Una vita apparentemente banale, se non fosse che, nella sua famiglia, nulla è normale.

Suo nonno Sverre fece parte della sezione nazista norvegese durante la II Guerra mondiale, mentre il fratello di lui, Einar, si trovò a combattere e morire per la Resistenza francese. Edvard è il figlio di un norvegese e di una francese, ma di loro ricorda poco: aveva tre anni quando fecero un viaggio in Francia, nei luoghi della drammatica battaglia della Somme, e lì i suoi genitori morirono annegati in uno stagno, mentre lui venne ritrovato tre giorni dopo, a un centinaio di chilometri di distanza, misteriosamente illeso. Chi lo aveva portato fin lì? Fu un rapimento, o un salvataggio?

Edvard cresce lavorando duramente per il nonno, sopportando gli sguardi di rimprovero dei compaesani nei riguardi dell’ex-nazista e di compassione per lui. Ma Edvard cosa prova? Poco o niente. In lui ogni emozione è attutita, come velata da uno spesso manto di ignoranza rispetto al suo passato.

Sarà al momento della morte di Sverre, che in lui scatterà qualcosa. Il parroco del paese, infatti, farà pervenire al giovane una bara realizzata in legno di betulla fiammata, ricca di decorazioni create da un’ebanista finissimo. Un feretro degno di un nobile. Lo realizzò Einar per il fratello, negli anni ’60. Ma non era morto in guerra? No, non era vero. Allora cosa lo era? Ed Einar è ancora vivo?

Edvard deve partire. Deve ripercorrere la sua vita a ritroso, tornare nelle Shetland, da dove proviene la misteriosa bara, e poi in Francia, sui luoghi della Somme, dove la sua eredità, i “suoi” sedici alberi lo aspettano. Lo deve ai suoi genitori, e lo deve a se stesso.

Questo è un romanzo importante. Sia perché è l’intensissima storia di una famiglia le cui origini si spargono in tutta Europa, sia perché essa è intrecciata a ben due conflitti mondiali e, in modo laterale, ma non per questo meno efficace, ci insegna moltissimo sulla violenza e l’ingiustizia che i nostri antenati subirono nel corso di quegli anni mostruosi.

Una lettura dovuta alla memoria dei morti, ma anche a quella dei vivi, perché è nell’oscurità che si apprezza di più la luce. Da sempre.

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“IL METODO SPRECO ZERO” DI ANDREA SEGRE’

Bur, 2019

Ogni tanto mi concedo libri che posso usare come manuale pratico per una delle mie passioni: l’ecologia e, in generale, la cura della Madre Terra. Il prof. Andrea Segrè ha scritto davvero un libro prezioso, in tal senso, e lo consiglio a tutti, anche a coloro che già si sentono dei virtuosi guerrieri della terra, perché si occupano in modo corretto di smaltimento dei rifiuti e acquistano solo ciò che possono consumare.

Non è sufficiente. Non lo è perché Segrè spiega quanto cibo sprechiamo, spesso senza neppure accorgercene. In un mondo dove bisogna stare attenti a come e quanto si spende, a causa della crisi economica che colpisce la maggioranza della popolazione, l’autore consiglia come risparmiare in modo intelligente ed ecologico, sia attraverso l’attenzione all’acquisto, sia grazie alla rielaborazione degli avanzi. I nostri nonni sapevano quanto fosse doveroso non gettare niente, ma nel corso degli ultimi decenni, noi nipoti ci siamo ammorbiditi in modo eccessivo e decisamente vergognoso. C’è stato un boom economico negli anni ’80 che ci ha resi, magari inconsapevolmente, ciechi di fronte alla dovere di consumare il giusto.

Cosa è il giusto? Vi faccio un esempio personale. Da circa un anno, ho iniziato una dieta ayurvedica -iper-personalizzata in base al cibo a km zero e stagionale- che mi ha fatto perdere i chili in eccesso senza sofferenze ed è poi diventata il mio stile di vita. Ebbene, mi sono resa conto che, acquistando gli alimenti al mercato della città, evitando i cibi precotti e surgelati, diminuendo le dosi di consumo, calibrandole in base a quel che consumo effettivamente in termini di calorie, ho riscontrato un risparmio economico che ha dell’incredibile. Quindi, riassumendo: sono dimagrita, continuo a mantenere la linea, mangio cibi freschi e di stagione. e mi rimangono in tasca molti soldi in più.

C’è altro da dire?

Molto, e infatti Segrè presenta due esempi di famiglie tipo, per aiutarci a capire quali sono i piccoli errori che possiamo commettere senza neppure accorgercene.

Leggete questo libro e regalatelo, per tornare a uno stile di vita sano, ecologico e pure economico!

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BOSCHI IN FESTA -al Bosco Bolderatis in cerca di erbe spontanee-

Ve lo assicuro: erano vent’anni che aspettavo questo momento! Vent’anni che cercavo una guida esperta che mi insegnasse a riconoscere le erbe spontanee, a evitare di scambiarne una per un’altra e introdurmi nella preziosa arte di saperle cogliere nel modo e nel momento più adatto. Certamente, in due decadi, le occasioni ci sono state, ma ogni volta accadeva qualcosa per cui il tanto atteso evento saltava.
Ebbene, domenica 29 aprile 2018, tutto è andato come sognavo e quello che vi presento è un riassunto delle 14 facciate di appunti che ho preso freneticamente durante la passeggiata al Bosco Bolderatis di Carlino (UD). Le mie emozioni, beh, quelle potete immaginarle.
Buona lettura.

Introduzione geologico-storica

Fino a circa 10000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, i ghiacciai arrivavano fino a sud di Udine. 5000 anni fa, quando il ghiacciaio si era già ritirato, la vegetazione era caratterizzata dalla presenza di pini e betulle, chiaramente per un fattore climatico. Il problema fondamentale è che i ghiacciai, quando si ritirano, depositano ghiaia molto fine, con sassi spigolosi. In questi posti vivevano piante come quelle scandinave di oggi.

Con il miglioramento del clima, è arrivato il faggio. Poi la temperatura è aumentata ancora e qui sono arrivate la quercia e il carpino, alberi che ancora oggi caratterizzano questi luoghi. A monte della linea della risorgive, abbiamo il deposito di ciottoli (magredi, grave). Più a valle c’è il deposito di materiale più fine: sabbia e limo. Nei magredi l’acqua sembra non ci sia, invece procede nel sottosuolo verso il mare, per risalire in superficie quando incontra i terreni meno permeabili. Le olle (di risorgiva) sono i buchi dove l’acqua, da sotto terra, risale. Qui l’acqua è priva di sabbia e a temperatura costante: abbiamo acqua di risorgiva di 10-11 gradi di temperatura, pulitissima. Poi, dovendo l’acqua andare sempre verso la sua foce più a sud, possiamo trovarne di più pulita o più torbida, ma la cosa importante da ricordare è che le piante sentono la presenza di un’acqua diversa, che cambia da zona a zona.

Carpino con infiorescenze

Zellina, fiume di risorgiva. Siamo a 5 m di quota

Mentre attraversiamo i campi, incontriamo lo Zellina, fiume di risorgiva. Siamo a 5 m di altezza sul livello del mare. Osservandolo, possiamo godere di un panorama molto naturale, con vegetazione fluviale (salice, ontano e canna palustre) e poche altre specie di piante.

Possiamo fare anche incontri simpatici, come la tartaruga di terra. In questo periodo è in amore, per questo è facile trovarla lungo la strada, anzi, proprio per questa ragione vi raccomando di non correre come matti in macchina, moto o scooter, perché potreste ​investire queste creature inermi.

Testudo hermanni

D’ora in avanti, ogni volta che troverò una pianta o un albero interessanti, ve lo indicherò.

ORTICA: da non confondersi con i vari Lamium (fiori rosa) che hanno il fusto a sezione quadrata, mentre la vera ortica ce l’ha scannellato. L’ortica ha i peli, l’altra no. Qui nella Bassa Friulana c’è abbastanza ortica, più che al nord (da collina a montagna), perché predilige i terreni più profondi e con meno calcare! Va raccolta quando è giovane, ma, se vogliamo tentare, possiamo prendere le punte (se sono ancora tenere) e si può cucinare.

Perché procura il prurito? Perché dentro il fusto ci sono delle cavità. Lì c’è una molla che in cima ha un aghetto. Il pelo è il grilletto che, appena toccato, fa attivare la molla che spinge l’aghetto ricoperto di acido formico (lo stesso delle formiche) che lo rilascia nella nostra cute. C’è un trucco per evitarlo: cogliere il fusto spostando la mano dal basso verso l’alto.

L’ortica saltata in tegame, è come lo spinacio.

Coda cavallina o Equiseto

CODA CAVALLINA o EQUISETO: pianta antica, quasi un fossile vivente. Quasi tutto il carbone che noi abbiamo usato nei secoli, proviene da lei. Decotto ricco di  silice. È una pianta dioica, con gli apparati riproduttivi (maschio – femmina) su due individui distinti. La “pannocchia” di quella femmina, se si mangia fritta, come il fiore di zucca, è una leccornia.

IRISI PSEUDACORUS (giallo): tipica pianta che vive in acqua e nei canali. La ritroveremo anche nel bosco.

Euforbia

EUFORBIA: senza petali evidenti, contiene un lattice caustico. Si può usare sui porri, ma per guarire, meglio ancora la CELIDONIA.

Romice

ROMICE o RUMEX: si può masticare per togliere il senso di sete.

Bosco giovane

BOSCHETTO GIOVANE: quando trovate un bosco giovane come questo, dove si vedono piante di diverse specie in filari come un vigneto, dovete sapere che sono boschi di impianto. Questo è un terreno, dove il proprietario ha deciso di reimpiantare un bosco. L’impianto del bosco, avendo specie diverse e disposte a scacchiera, è più veloce nella crescita. È un bene piantare boschi, perché è il massimo di sviluppo vegetazionale che la nostra terra può produrre. Comunque, quando vedete filari di alberi, sapete che non sono spontanei.

PAPAVERO: ottima pianta mangereccia. Fino a 20-25 cm di altezza, si taglia ed è buonissimo dopo cucinato. Se il fusto è duretto, si taglia e si mangia quello più tenero con le foglie. Ha un gusto dolce unico.

FIORDALISI: sono spariti dai campi! Erano come la cicoria ed erano buonissimi.​

Asparagus Tenuifolius

ASPARAGUS TENUIFOLIUS: sta nelle zone umide e fresche, mentre in Carso e nelle Prealpi più secche, cresce l’ACUTIFOLIUS, la versione che è vero asparago. Quello che punge ha senso raccoglierlo, rispetto a quello che troviamo qui, che ha poca consistenza. Un mazzetto del Acutifolius ha un sapore cento volte più forte dell’asparago coltivato che si compra.

BOSCO BOLDERATIS

Facendo studi sui fossili e pollini di questi terreni, si è capito che nel IV sec. a.C. (Età del Ferro) la composizione floristica era pressoché identica a quella attuale. Questo era un bosco che dal Piemonte arrivava fino al Friuli Venezia-Giulia. Tutto bosco! E’ come stare a 500-600 m di quota!
Alla fine del periodo romano e nel periodo medievale, l’uomo ha iniziato a disboscare, quindi il bosco ha cominciato a scomparire. Nel periodo veneziano e asburgico, il disboscamento è rallentato. Solo dopo la I Guerra Mondiale, si è ripreso ad abbattere il bosco, per aumentare la superficie coltivabile, assieme alle bonifiche e con la lotta alla malaria. Nel II Dopoguerra, è subentrata in modo pesante l’agricoltura industriale e si è ripreso a disboscare.
La situazione di partenza era la Selva Lupanica, una foresta che si estendeva dall’Isonzo al Livenza, nella zona sotto le risorgive.
Oggi il Bosco Bolderatis è una porzione di quei boschi, ed è rimasto integro, per nostra fortuna. Quando si parlava di Selva Lupanica, c’erano 16 000 ettari di bosco, ora la quota si è ridotta all’osso. Pertanto questo bosco è un reperto storico!
Dovete sempre tenere a mente che, se si disbosca, ci vogliono circa cento anni per ritornare alla situazione di partenza. Qui è meglio non pensarci nemmeno: se si dovesse disboscare questo bosco, perderemmo una testimonianza storica millenaria.
Dato importante: questo è un bosco di quercia (farnia) e carpino bianco, ovvero un unicum, molto raro da trovare.
Al suo interno, ci sono delle vasche d’acqua, con un massimo di 1 m di profondità. Nei campi circostanti, c’erano molte altre vasche. Probabilmente erano vasche per il prelievo dell’argilla, usate dai Romani per realizzare le loro ceramiche invetriate.
Camminando qui dentro, soprattutto in questo periodo, bisogna stare attenti alla Vipera aspis. Procediamo sul sentiero, e stiamo attenti! Parlando delle vipere, la Vipera ammodytes può avere più veleno, ma è meno aggressiva. L’Aspis ha meno veleno, ma tende a essere più pericolosa. In pianura possiamo trovare anche la Vipera berus (Marasso palustre).
Come vedete, passeggiando incontriamo vari di questi stagni, ricoperti da polline che galleggia e salici che crescono all’interno. In estate, le pozze possono asciugarsi del tutto. Ora ci sono rane, tritoni, salamandre.

Pungitopo

Getto del Pungitopo

PUNGITOPO: pianta mangereccia. Si mangiano i suoi getti, che sono ottimi. Quando si coglie, non serve rasare a terra, basta piegarne il fusto e si spezza da solo. Lessato, si accompagna con la maionese o un uovo sodo se si vuole; altrimenti con solo olio.
La sensibilità al gusto amaro è genetico: ciascuno di noi vi è più o meno sensibile.

CROCCO SATIVO: si raccoglie in primavera. È quello che dà lo zafferano. Invece il COLCHICO è un fiore d’autunno, quando sembra non avere foglie né frutti, che compaiono in primavera, ma che è sempre velenoso; perciò attenzione! Tempo fa, il Colchico venne usato per tentare di fermare i tumori, in quanto blocca il proliferare delle cellule. Ma c’era il problema della dose e di come metterlo nel posto utile.

Foglie di Primula

PRIMULA: le foglie buone per la frittata. Meglio se si colgono quelle più piccole e tenere. In generale vanno solo saltate nel tegame, senza sbollentarle.

Aglio Orsino

AGLIO ORSINO: si raccoglie la foglia. Sott’olio, messo in vasetti, si usa anche a Natale. È piuttosto dolce, non piccante. Per le frittate e i risotti è buonissimo e non serve sbollentarla. Si coglie prima della fioritura, ma anche col fiore si possono cogliere le foglie più giovani.
Trovate impronte di cinghiali e caprioli. È difficile vedere gli animali: magari all’alba o al crepuscolo, attendendo fermi per ore in silenzio!

Biotopo di Hottonia Palustris

HOTTONIA PALUSTRIS: pianta a fiori rosati che cresce in acqua. È rarissima. A livello di biodiversità, si tratta di un autentico gioiello. Funghi che crescono sugli alberi. In questi boschi ci sono tantissimi funghi: chiodini, porcini, amanite cesarea, ma ci sono anche funghi mortali. In autunno si possono cogliere se si ha il patentino e stando comunque sempre bene attenti.
Quercia e frassino insieme hanno dato il nome a questo tipo di bosco: Querco frassineto.

FRASSINO OSSIFILLO: cresce nelle zone paludose, come queste. Ma oggi abbiamo trovato anche il FRASSINO ORNIELLO, che è quello da cui si ottiene la manna, normalmente nelle zone più calde (la Sicilia ne è piena).

Sentito i fischi sopra le nostre teste? Sono le poiane. Qui ci sono anche assioli e gufi. Ai margini del bosco anche i picchi, che sono capaci di scavare anche 20 cm in ​profondità, per realizzare i loro nidi, senza danneggiare l’albero che li ospita.

Listera Ovata

LISTERA OVATA: è in piena fioritura. Di norma è una pianta che cresce in montagna. Qui relitto glaciale. Per dire cosa fanno le glaciazioni!

Fornace romana

Fornace romana: ne parlavamo prima. Alla fine degli anni ’60, ci sono state grosse alluvioni e quindi si sono fatti degli sbancamenti, per cui negli anni ’70/’71 hanno trovato reperti archeologici e scoperto che era una fornace. Era un’industria bella grossa, le vasche erano almeno un centinaio, stando alle foto aree scattate sui campi circostanti. Comunque, qui c’era una produzione a sé stante, non come quella di Aquileia. Si realizzavano soprattutto bicchieri per l’esercito romano di stanza nel Danubio e in Ungheria, non per gli autoctoni. Il sito è stato aperto e riaperto tre volte.
L’anno scorso hanno trovato una fibula di bronzo. Tutti i materiali archeologici sono raccolti nel museo di Aquileia.

Corniolo Comune

Visto il (CORNIOLO) SANGUINELLO. Poi c’è anche un altro tipo: il CORNIOLO (COMUNE) che veniva usato per fare i denti dei rastrelli.

TARASSACO: il decotto di fittone (radice) di Tarassaco rende più fluido il sangue. Un bicchiere la mattina, soprattutto per gli anziani, allunga la vita. Si prende a settimane alterne. Il fittone meglio coglierlo in autunno!

Luppolo e Tamaro

LUPPOLO (URTISON in friulano): ha dei dentelli lungo il fusto e lo riconosci perché, se prendi il fusto tra le dita, non riesci a scivolare. Meglio mangiare solo la parte superiore, più tenera.

Il TAMARO sembra luppolo, ma ha il fusto liscio. Si mangia in primavera, non più tardi: già in tarda primavera, quando si vede che ha i fiori, sviluppa una certa tossicità.

Curiosità: in tempi di guerra, in mancanza delle sigarette, si fumavano i fusti legnosetti della clematide (liana dei boschi).

I consigli e le raccomandazioni più importanti:

– Le parti aree vanno raccolte in primavera (tossicità bassa); se devo raccogliere le radici, va fatto in autunno, perché le sostanza più importanti si trovano allora.
– Le erbe spontanee sono piene di oligoelementi, come le acque minerali! Sono meglio che le pastiglie di minerali e vitamine dell’industria farmaceutica!
– E’ sempre una felicità trovare tanta biodiversità.

– L’animale si può muovere e trovare in diverse zone; la pianta non può muoversi, quindi si trova soltanto in ambienti a lei adatti; perciò, quando troviamo piante rare, strane, prendiamoci del tempo per osservarle e conoscerle.

Nota:

Se vi piacciono questi eventi, vi consiglio di seguire i siti internet e le pagine Facebook degli straordinari organizzatori. Non ve ne pentirete!

www.studioforest.it

www.slowfood.it

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RECENSIONE: “AGANE – FATE D’ACQUA” DI BARBARA BACCHETTI, TATIANA DEREANI ED ELIDO TURCO

Anguana Edizioni, 2016

Conosco le leggende e le storie delle Agane grazie agli scritti di Andreina Nicoloso Ciceri e, soprattutto, all’approfondito lavoro di ricerca di Silvana Sibille-Sizia, che con il suo “Liber de Aganis” (Circolo Culturale del Menocchio, 2010) si è spinta ben oltre la regione del Friuli Venezia-Giulia, per cercare le origini di queste creature misteriose.

Nel libro di Barbara Bacchetti si trova l’essenza delle Agane. Vengono illustrati infatti sia il sostrato arcaico delle fate d’acqua, attraverso la genealogia della Grande Madre, sia i residui recenti di queste figure mitiche (o umane, secondo alcuni), che si possono trovare, forse ancora oggi, in diversi paesi: da Cercivento a Resia, da Chiusaforte a Ragogna, da Cividale a Frisanco e così via. Gli studiosi hanno indagato la loro presenza anche al di fuori della regione perché la loro attività, talvolta con un’alterazione del nome (Anguane, Aquane) viene registrata anche in Veneto e Trentino, come in alcune reminiscenze letterarie francesi.

Quando si tratta l’argomento delle fate vengono in mente eteree figure danzerine dotate di ali, o anche Campanellino, la gelosa fata compagna di Peter Pan. Le Agane sono ben diverse dall’immaginario collettivo, perché anche quando vengono descritte come fate d’acqua, le troviamo impegnate a lavare enormi lenzuola di un bianco accecante, oppure intente a lavorare al telaio in prossimità di una caverna. Dal punto di vista estetico, possono apparire come donne bellissime, alte, fini, con una carnagione chiara e lunghissimi capelli che vanno dal colore biondo alle sfumature delle acque che le ospitano. Dotate di una voce suadente ai limiti dell’incantesimo, la peculiarità che le può rendere spaventose è la conformazione del piede, caprino o palmato. In questa modalità, sanno sedurre gli uomini di passaggio e talvolta farli sparire per anni, o addirittura secoli. Al contempo, esiste anche una versione oscura delle Agane, donne sgraziate con chiome arruffate e lunghi seni pendenti che lanciano dietro la schiena per allattare bambini che portano in ceste di vimini. Conoscono le erbe, sanno curare gli uomini e gli animali, ma sono anche capaci di lanciare maledizioni, diventando molto pericolose.

Sono creature che vivono in gruppi, soprattutto di tre e procreano per partenogenesi, di norma figlie femmine cui trasmettono tutta la loro conoscenza e magia.

Le loro peculiarità sono tante e tutte avvincenti. Nel libro viene spiegato il significato della loro zoppia, che in alcuni casi è presente, così come la similitudine con le Sirene, le Torke, la Perchta e le Krivapete. Inoltre si trova una nutrita descrizione di leggende e del territorio friulano in cui le Agane si possono incontrare.

Insomma, troverete informazioni estremamente interessanti e approfondimenti doverosi, e già questo significa che è un libro di valore. Eppure gli autori sono andati oltre: Tatiana Dereani ha illustrato il suo progetto di Turismo Esperienziale, un turismo sostenibile e verde che è concentrato sulle emozioni. Il fruitore dei percorsi turistici e delle visite a paesi, valli e musei, curato dal progetto “Aganis Spiritual Experience” ha lo scopo specifico di coordinare operatori turistici, istituzioni e attività culturali/ricreative atte a valorizzare le leggende e il mito delle Agane. Decisamente un’innovazione per la regione Friuli Venezia-Giulia e una grande possibilità per il turista consapevole, quello che, scegliendo di visitare un luogo, desidera viverlo intensamente. Le Agane rappresentano perfettamente il genius loci, in quanto potenti archetipi femminili e spirituali.

Per concludere, il fotografo Elido Turco ha illustrato il saggio con un numero poderoso di fotografie che, grazie alla presenza di modelle autoctone -e della stessa autrice Barbara Bacchetti- hanno impersonato le Agane in diversi momenti della loro quotidianità, ritualizzata e non. Le fotografie sono di altissima qualità e il livello artistico è notevole, a cominciare dall’immagine scelta per la copertina.

LINK:

www.anguanaedizioni.it

http://tdtatianadereani.wix.com/aganispiritual

www.aganispiritualexperience.it

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PERCHE’ INSERIRE LA CATEGORIA “NATURA” IN UN BLOG CULTURALE?

Forse questa è una domanda che vi sarete posti quando siete approdati su queste pagine della blogosfera, o forse no. Per fugare ogni dubbio, voglio spiegarvelo, perché credo che scrivere di arte, artigianato, letteratura et similia diventi meccanico, senza un pizzico di umanità e personalizzazione.

A tre anni, seduta sul davanzale della finestra della cucina dove trascorrevo ore a disegnare

Il motivo per cui ho voluto inserire anche la categoria “Natura” nel mio nuovo blog è perché ho avuto il privilegio di crescere tra campagna e mare. Molti di voi potranno capirmi al volo, tanti altri, invece, no. Ho conosciuto persone con il mio stesso background che sembravano aver scavalcato tutto il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza con un lungo salto per arrivare all’università e trasferirsi in una casa dello studente urbana. Persone che detestavano i campi, i vigneti, l’assenza di discoteche o locali trend. Naturalmente non le giudico, però mi sono spesso chiesta che senso avesse trascorrere vent’anni racchiusi dentro una bolla, quasi ibernati, in attesa di essere scongelati in una stanza di quattro pareti come una camera da letto studentesca per poi uscire sull’asfalto. Due decadi trascorse in attesa di altro, spostando ostinatamente lo sguardo altrove, piuttosto che lasciarlo scivolare sui fili d’erba e di grano, tra un vasto cielo sgombro da grattacieli e pali della luce, fabbriche e antenne telefoniche.

Il gelso centenario -e accanto il fico- del casolare di Terzo d’Aquileia dove sono cresciuta e dove ho imparato a camminare, sorridere, vivere

 

Potrebbe dipendere dal carattere. Sì, io credo che tutti nasciamo con una sorta di matrice, la cui provenienza mi è sconosciuta. Lo percepisco anche in mio figlio: già a un anno e mezzo presentava atteggiamenti a me sconosciuti e certamente svincolati da qualsiasi condizionamento. Potrebbe trattarsi delle eredità parentali? Sì.

Tornando a me, posso assicurarvi che mi sono trovata a mio agio nel casolare di famiglia in mezzo ai campi. Con mia nonna facevo lunghe passeggiate in mezzo a sentieri battuti da contadini e, fino a pochi decenni prima, da cavalli e muli. Con mio fratello costruivo sofà sopra il gelso secolare davanti casa e trascorrevo ore a giocare con i cani e i gatti di casa. Nelle fredde sere invernali mi arrampicavo sui mobili della cucina, con i piedini penzoloni davanti allo spargher, appoggiavo tutto il materiale da disegno sul davanzale della finestra e spaventavo gli ospiti di casa, perché quando entravano in quella stanza mi trovavano lì, in silenzio, intenta a disegnare con grande concentrazione. E non ero una bambina timida: mi trovavo a mio agio sia in solitudine che in compagnia, dettaglio che non è mai cambiato nella mia vita.

Nel 2004 con Mescal, durate un’indimenticabile cavalcata tra terra e fiume

Crescendo ho viaggiato e visto una porzione di mondo, la mia nuova famiglia mi ha portata lontano dalla terra, in città, proprio su quell’asfalto dal quale volevo tenermi bene a distanza. Mai dire mai… eppure continuo a ricercare la Natura ovunque. Dal terrazzo di casa, dove coltivo piante aromatiche e fiori di campo, ai parchi cittadini dove mi rifugio con mio figlio, dai fine settimana al mare ai viaggi in luoghi dove la natura la fa da padrone, insieme ai campi archeologici, ai musei e alle mostre di cui mi nutro.

I libri, va da sé, sono i miei compagni silenziosi e perpetui. Non serve nemmeno nominarli, tutti sanno che, dove c’è Nat, ci sono anche un libro, un quaderno e varie penne.

Però questo è il punto centrale: in città non posso proprio fare a meno dei libri e delle attività culturali, mentre quando mi trovo immersa nell’abbraccio di Madre Natura, spesso lascio perdere tutto il resto. Il silenzio, la tranquillità e gli insegnamenti che trovo in un bosco, immersa nell’acqua del mare, oppure davanti a un fiume sono tutto ciò che mi serve. Qualcun altro al posto mio potrebbe annoiarsi. Io smetto semplicemente di essere…Io. Mi lascio andare, la mente si espande e si disperde, divento parte dell’ambiente stesso e, credetemi, quando ne riemergo, la sensazione è impareggiabile. Non ci sono Spa, massaggi, ore in vasca da bagno che possano provocare lo stesso effetto di pace e di ripristino delle energie.

1998. Seduta sulle sponde del fiume Bosna, nella terra dei miei antenati

Ecco perché ho voluto inserire la Natura nel mio blog. Lei è l’altra faccia della medaglia della mia essenza, come lo è quella di molti di voi e non può rimanere una banalità, un elemento scontato. Troppo spesso le persone si perdono nella rete di internet, dimentiche del mondo reale. Voglio impedire che questo avvenga. Grazie al mio piccolo contributo, voglio portare il Bello e il Buono che la Terra ha da offrire a tutti noi, anche a coloro che prediligono l’asfalto.

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