Rivista culturale “Sotto il Vulcano” di Feltrinelli Editore

Rivista culturale “Sotto il Vulcano”, Feltrinelli editore, #1 e #2

Negli ultimi vent’anni non ho fatto altro che dispiacermi per l’assenza di una rivista culturale che riflettesse i miei gusti. Ne ho passate in rassegna tante -e non farò i nomi, perché sono una persona educata- ma nessuna riusciva a soddisfare le mie poliedriche necessità. Avevo bisogno di leggere le riflessioni degli scrittori e degli intellettuali contemporanei, ma volevo anche gettare uno sguardo sull’attualità e sulla situazione geopolitica. Anelavo anche alle discussioni tra filosofi e scienziati, così come a divagazioni di genere artistico, fumettistico e, non da ultimo, avrei apprezzato molto anche la presenza delle poesie, che vengono così snobbate dal mainstream.

Potete immaginare la mia sorpresa, quando ho scoperto l’uscita de “Sotto il Vulcano”, la rivista trimestrale dell’editore Feltrinelli. Devo essere sincera: non ci credevo. Di primo acchito mi dicevo che sarebbe stata l’ennesima delusione, e infatti ho preso l’ultima uscita, la n° 2. Inutile cominciare una collezione, se fossi rimasta bruciata anche da questa lettura frettolosa. Invece mi sono piacevolmente ricreduta e no, non è stata una lettura frettolosa: non solo ho letto e riletto gli articoli di “Metamorfosi”, il tema scelto per la seconda uscita, ma ho mandato degli estratti alle mie amiche, per discuterne e sono sorti dibattiti profondamente interessanti e profondi. Proprio quello che mi mancava, e che continua a mancarmi… lo so, lo so, sembra che io abbia il dilemma della coperta troppo corta, che se la tiri da un lato ti scopre i piedi, e se la tiri giù, prendi freddo alla gola, ma realmente: sono l’unica letterata che sente la mancanza di luoghi di aggregazione in cui parlare di questi argomenti? Arte, scrittura, disegno, fumetto, filosofia, geopolitica, storia, narrativa di viaggio, poesia, ecologia, ecc? La risposta è no e lo so perché non vivo dentro una torre d’avorio, sotterrata dai miei amati libri, ma dialogo con le persone, e per carità, molte di esse sono prese dal tran tran quotidiano, dalla necessità di portare il pane a casa -viviamo una crisi economica ormai ventennale!- e dalle conseguenze psicologiche della pandemia di Covid-19, ma la sete di cultura e intellettuale, chi più, chi meno, ce l’hanno tutti.

Anzi. Anzi… la pandemia prima, le guerra ucraino-russa poi, ci ha resi tutti spossati e assetati di risposte. “Sotto il Vulcano” non ha certamente la tracotanza di giungere a questo, di offrirci tutte le chiavi per le soluzioni ai nostri problemi. Nessuno può farlo, ma è una bussola potente, perché ci permette di orientarci nel mondo, a specchiarci in quello che siamo diventati.

Ho comprato anche il n° 1 della rivista, il cui titolo è “Cronache dal mondo nuovo”. Tra questo titolo, e il seguente, “Metamorfosi”, appunto, c’è un filo conduttore, una narrazione che ci porta a un viaggio dentro il mondo, ma anche dentro a noi stessi. Gli autori hanno fatto un lavoro mirabile, per indurci alla riflessione e alla reazione rispetto al “New Normal” nel quale ci stiamo faticosamente abituando a vivere. Parlo di: Ilaria Gaspari, Fabio Genovesi, Francesca Mannocchi, Telmo Pievani, Igiaba Scego, Chiara Valerio, Walter Siti, Jonathan Bazzi, Fumettibrutti, Paolo Giordano, Elvira Mujčič, Katja Petrowskaja, Davide Toffolo, Nicla Vassallo, Banana Yoshimoto e molti, molti altri.

Non posso che ringraziare l’editore, i curatori dei primi due numeri -Helena Janeczek e Melania G. Mazzucco- e tutti coloro che hanno contribuito a redigere questa rivista, perché mi hanno fatta finalmente sentire nel mio elemento, mi hanno offerto la possibilità di avviare discussioni con le mie amiche e di interfacciarmi a spaccati di vita lontani al mio spazio, ma non dal mio tempo (Afghanistan e Bosnia, solo per citarne due), cosa che non avviene nel quotidiano, né in tv, né sui social e men che meno nella realtà.

Ecco, adesso manca il passo successivo: creare un luogo di aggregazione in presenza, per continuare a dialogare.

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L’inestinguibile ferita del popolo slavo

The flame of contemplation – Laura Makabresku

Avrei potuto scrivere un lungo articolo di geopolitica, per illustrare l’attuale situazione bellica ucraino-russa. Avrei potuto stilare la lunga lista dei crimini compiuti in questi giorni. Avrei potuto trascrivere i numeri dei profughi, degli orfani e dei soldati morti sulla neve, sia tra gli ucraini che tra i russi, ma tutte queste informazioni, ciascuno di noi le può trovare -nella migliore delle ipotesi- documentandosi seriamente, e non ascoltando la tv o la radio, in modo passivo e inconcludente.

Quello che posso fare, invece, e che ritengo essere più utile, è dare una testimonianza diretta di cosa significhi portare addosso l’inestinguibile ferita del popolo slavo. Perché la mia famiglia è slava, proviene da Vranjak, nell’attuale Republika Srpska di Bosnia. Benché nata a Grado, in Italia, alla nascita mi è stata conferita la cittadinanza jugoslava: i miei genitori erano intenzionati a tornare “a casa” nel giro di qualche anno. Invece gli eventi si sono svolti diversamente e siamo arrivati all’annus horribilis, il 1991, quando la Jugoslavia ha cominciato a sgretolarsi, fino a frammentarsi in tanti piccoli staterelli.

Fu l’inizio della fine, per la mia famiglia. Sia per il dolore causato dalla visione dei milioni di profughi e morti in Bosnia, sia perché l’anima di mio padre si inabissò, assieme al dolore del nostro popolo. Io ero un’adolescente e feci la mia parte: al momento dell’arrivo dei profughi della mia scuola, mi offrii spontaneamente per aiutarli a imparare l’italiano, stetti loro più vicino possibile, fino al mese di maggio quando, mancando poco alla fine dell’anno scolastico, e avendo loro appreso l’italiano in modo adeguato, improvvisamente giunsero a scuola muti. Un mutismo selettivo. Tacquero solo con me, e con nessun altro. I nostri insegnanti, sbigottiti, tentarono in ogni modo di avere delle spiegazioni, invano. Allora convocarono i loro genitori e scoprirono la verità: “Nataša è serba. I nostri, figli con lei non devono parlare!” Già, i miei compagni di scuola, provenienti dall’ex-Jugoslavia, erano tutti cattolici e musulmani. Io non ci avevo neanche pensato, per me l’importante era mettermi a servizio per aiutarli. Invece per loro la differenza c’era, eccome. Ricordo che la mia insegnante di Lettere esplose: “Sì, è serba, ma non mi sembra che questo abbia costituito un problema, fino a quando la ragazzina serviva loro per imparare l’italiano”. Nessun commento. Le parole si erano esaurite e io cercai di placare l’ira della mia insegnante, o meglio, il suo sdegno. In fondo me lo aspettavo.

Mi aspettavo l’odio delle persone, in generale, perché ero serba. Ero quella del popolo che tagliava le gole agli innocenti croati e musulmani. Venivo guardata con timore e disprezzo. Per anni subii una sottile gogna pubblica, mai espressa chiaramente, sempre velata. Perché ci vuole coraggio anche per scagliarsi contro le persone, un coraggio manca alla maggior parte della gente. È più semplice lanciare frecciatine, fare allusioni.

L’11 settembre 2001 cambiò tutto: col crollo delle torri gemelle, la pubblica opinione si scagliò contro i musulmani di tutto il mondo, rei di avere compiuto un attentato imperdonabile. Le stesse persone che mi avevano denigrata tornarono da me sconvolte, a chiedermi perdono per la loro “errata visione della situazione”. Improvvisamente i serbi erano diventati dei profeti, un popolo che aveva visto anzitempo di cosa erano capaci i musulmani.

Ero basita. Mi chiedevo: come si può cambiare idea così tante volte, nel lasso di così pochi anni? Come si può continuare a credere che un popolo, nella sua interezza, anche subendo diaspore e divisioni interne per secoli, sia identico, sia nei periodi di pace che in quelli di violenza?

Eppure la “massa” funziona proprio così: si inebetisce davanti alla tv. Non approfondisce. E da quando ci sono i social, è tutto un passarsi notizie false, esasperanti, strappalacrime, senza porsi il minimo dubbio: sto forse traghettando delle fake news? Sono inconsapevolmente a servizio di una propaganda?

Macchè, domande troppo impegnative.

E intanto un’altra guerra tra popoli slavi è cominciata. Stavolta russi contro ucraini. Di nuovo, davanti ai miei occhi, scorrono le immagini di bombe, distruzione, profughi e sangue. Di nuovo i gruppi umanitari si muovono per aiutare i civili inermi. Solo che oggi non sono un’adolescente, ma una donna e una madre. La differenza è sostanziale. Da venti giorni, la mia consapevolezza ha aggiunto un nuovo tassello: adesso riesco a comprendere meglio il dolore di mio padre. Non arriverò mai a una percezione simile alla sua, perché nel ’91, a frantumarsi, è stata la sua terra, quella in cui era nato e cresciuto, quella che aveva servito come militare per tre lunghi anni. Io sono nata in Italia e non ho vissuto la Jugoslavia, se non durante le vacanze. Dunque no, la mia comprensione resta ancora superficiale, ma nonostante questo è viva, vibrante. Adesso riesco a riconoscere meglio la sensazione di impotenza di un essere umano che vede la sua patria distrutta e si danna pensando che dei fratelli slavi uccidono altri fratelli slavi.

Sono stata cresciuta da forti valori etnici: i miei genitori mi hanno sempre fatto presente quanto fosse potente ed essenziale la percezione del “noi”, tra il popolo slavo. Un “noi” che significa zadruga (comunità), rod (tribù, famiglia), in contrapposizione a quell’”io” egoriferito che serpeggia nell’Occidente. Quasi che il popolo slavo sia più onorevole e saggio, rispetto a quello europeo, proprio perché pensa alla società tutta, perché reca in sé un comunismo naturale: “io sto bene solo se tutti noi stiamo bene”, “non mi interessa accumulare la ricchezza: se il mio vicino non ha di che mangiare, non potrei sentirmi felice nemmeno se nuotassi nell’oro”, ecc.

Giunti a questo giorno, mi rendo conto che, per la seconda volta in una sola vita, mi hanno strappato l’innocenza e i valori con i quali sono cresciuta. Perché una guerra tra slavi può essere un caso, ma due, in meno di mezzo secolo l’una dall’altra, no. Significa che i valori che mi sono stati trasmessi non sono così puri, non sono percepiti da tutti gli slavi allo stesso modo. Non da Putin, né da quei nazionalisti che si trovano sia in Russia che in Ucraina. Non dagli oligarchi, né dal regime politico russo. Men che meno dai militari russi e da tutta quella popolazione russa che resta in silenzio, contrariamente ai coraggiosi che urlano in piazza, contro la guerra, a ogni età, e vengono incarcerati e zittiti per questo.

Sia ben chiaro: il mio dolore vale zero, rispetto a quello dei cittadini ucraini che, dall’oggi al domani, sono diventati dei profughi e degli orfani, che hanno perso la casa o pezzi di famiglia, che hanno un genitore, uno zio o un nonno sul fronte. Sono perfettamente consapevole di non avere alcun diritto a fare la vittima, perché al contrario di tutti loro, vivo nel “ricco Occidente”, sono una cittadina italiana e non mi manca nulla.

Quello che intendo dire è solo questo: per anni ho onorato e messo su un piedistallo la mia etnia slava. Adesso tutto questo è finito. Resterò sempre devota alle mie antenate e ai miei antenati, e a quello che rimane della loro terra, ma anche l’ultimo legame, l’ultimo condizionamento identitario è totalmente caduto. Non mi posso riconoscere in un popolo capace di compiere crimini fratricidi. Dall’inizio di questa guerra, sono diventata una donna che si rispecchia non in un popolo, ma solo ed esclusivamente tra quegli esseri umani capaci ancora di provare amore, compassione, fratellanza, sorellanza e solidarietà gli uni nei riguardi degli altri, senza alcuna distinzione identitaria.

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Lettera al Premier Mario Draghi

Care lettrici e cari lettori,

in questi giorni, mossa dall’indignazione per la situazione farraginosa e inaccettabile nella quale si trovano le donne in generale -dalla pandemia in particolare- ho deciso di scrivere una lettera al nostro Premier per chiedergli di attuare i diritti che ci riguardano sul piano concreto e quotidiano.

Sono e siamo tutte stanche di vivere in un Paese che non rispetta la nostra personalità, i nostri piani di vita e ci costringe ad abbandonare il lavoro, a chiuderci in casa con i figli, a loro volta incatenati allo schermo del computer a causa della D.a.d., oppure a occuparci delle persone fragili della famiglia, o ancora a rinunciare alla formazione e all’università, perché l’economia è crollata.

Nel corso di ogni evento critico dell’umanità, il prezzo più alto è stato pagato dalle donne, come se, sul nostro corpo, dovessero svolgersi tutte le battaglie: politiche, economiche, belliche, sanitarie, familiari, filosofiche e psicologiche.

Non è questo il modo in cui vogliamo vivere.

Ascoltando me stessa e le donne che fanno parte della mia geografia, ho stilato una lista di azioni concrete di cui il nostro governo deve occuparsi immediatamente.

Il link per leggere la lettera e firmare è il seguente:

https://www.change.org/p/premier-mario-draghi-e-governo-italiano-lettera-al-premier-draghi-per-l-attuazione-dei-diritti-delle-donne?recruiter=42994940&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_petition&recruited_by_id=bf402a00-66f7-0130-d618-3c764e048845

Tra un mese invierò la lettera e le firme al Premier Draghi.

Più siamo, più possibilità avremo di emergere sulla scrivania del capo del governo, perciò agiamo compatte e compatti.

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