RECENSIONE: “LA RINASCITA DI VENERE” DI GINETTE PARIS

Moretti & Vitali, 2006

Qualche giorno fa ho ascoltato con viva attenzione una conferenza del Tempio della Grande Dea di Roma sul tema: “Nudità sessualità pornografia”. La potete vedere integralmente al seguente link:

𝑰 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑭𝒆𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒍𝒆

🌈 𝑰 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒐𝒍𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑭𝒆𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒍𝒆🌈 Un Poker di Donne Maya Vassallo, Laura Ghianda, Luisa Camatta, Giulia Goggi, Irene Zanier, fedeli ricercatrici del Sacro, riunite per parlare di una nuova prospettiva possibile, una prospettiva rivoluzionaria ed antica, individuale e collettivainsieme.Un tuffo in un Femminile integro, completo. Parleremo di Sessualità di ieri e di oggi, energia sessuale e repressione ad opera del patriarcato e delle grandi religioni monoteiste.#direttafacebook #imillecoloridelfemminile #pokerdidonne #ricercatricidelsacro #prospettivarivoluzionaria #femminileintegro #infinitesfumature

Pubblicato da Tempio della Grande Dea – Roma su Lunedì 10 agosto 2020

Ebbene, fra i tanti libri proposti dalle relatrici, uno ha catturato particolarmente la mia attenzione, perché ricordavo -e non ricordavo- di averlo in casa da diversi anni. Alla fine dell’ascolto, in effetti, sono andata a cercarlo e l’ho trovato, con mia grande gioia. Intuivo, infatti, che al suo interno potessero trovarsi delle risposte ai conflitti nei quali mi sono arenata da qualche anno. Ed è andata proprio così: non soltanto ho sciolto un grosso nodo, un dubbio importante, ma ho aggiunto nozioni preziose per il mio percorso di conoscenza, che non rappresenta la Verità assoluta (non sono così mitomane da prenderlo in considerazione). Ritengo che ognuno di noi abbia il suo percorso, e il mio passa attraverso le tappe del mito e dei suoi archetipi.

Il saggio che ho potuto studiare è scritto dalla professoressa di psicologia e mitologia Ginette Paris, canadese di origine francese. Il suo scopo è quello di sviscerare le varie sfaccettature della sessualità, che non è soltanto uno dei maggiori piaceri della vita, ma un’esperienza che può portare a scoprire molti lati di se stessi, del proprio partner. Può condurre a un’unione profonda con l’altro, ma anche a una vera e propria illuminazione.

E’ la dea Afrodite che ci conduce attraverso questa sconosciuta iniziazione a nuovi stati di coscienza, ma solo nel caso in cui ci proponiamo di liberarci dalle sovrastrutture e dai condizionamenti religiosi e sociali, spirituali e famigliari. Bisogna entrare nello spazio sacro afroditico per compiere un simile percorso di trasformazione.

Ciò che mi ha tanto colpita del saggio, è la ricerca approfondita delle diverse espressioni della dea, lungo il suo percorso mitico e lo svelamento dell’ipocrisia e della volontà di migliaia di ecclesiastici, studiosi e politici che hanno tentato, con ogni mezzo a loro disposizione, di velare e addirittura occultare, la multiforme natura della dea, tentando di privare, in questo modo, i suoi accoliti dalla verità che essa cela, una verità sfaccettata, capace di farci vivere intensamente e profondamente l’unione con l’altro.

Eppure il libro non si riduce a tutto questo, va oltre. Per esempio, mettendo in coppia Afrodite con Apollo e Artemide con Dioniso, la professoressa ci svela dei dettagli delle vite degli dei -e di riflesso delle nostre- sui quali meditiamo poco: Afrodite rappresenta la Bellezza effimera, temporanea, o delicatissima di un ricamo, dell’arredamento di una dimora, del trucco e della scelta di una composizione floreale. Lei ama in una maniera raffinata, cura il proprio corpo e i suoi modi per offrirsi agli amanti in modo indimenticabile. Apollo rappresenta la Bellezza scolpita nella pietra, quella che tende all’eternità, poiché permanente. La si trova nelle statue, nei templi, nei monumenti. La sua bellezza, come il suo amore sono detti apollinei, poiché distaccati, non partecipanti dell’ardore. Al contrario, abbiamo Artemide, la dea vergine (non in quanto ignorante rispetto al sesso, ma in quanto “bastante a se stessa”!), colei che si riflette nella Bellezza selvaggia del bosco, delle fiere, dell’erba che cresce disordinata. Infine vi è Dioniso, il dio dell’ebbrezza, del sesso selvaggio, colui che erompe nei laghi per stupire le ninfe e farle sue.

Ma ecco il conflitto che mi ha accompagnata per tanti anni: negli studi dell’Ermetismo e dello Stoicismo, come in altri campi filosofico-esoterici, ho trovato concordia sul fatto che il corpo debba essere “lasciato indietro” al fine di concedere allo spirito di liberarsi dalle passioni, dai tormenti che i rapporti fisici possono comportare, nonché da quelli causati dalle malattie e da altri disagi. Eppure, mi chiedevo, come molti altri, perché il nostro involucro esterno dovesse essere considerato ricettacolo di ogni perturbamento? Una donna come me, in particolare, sa fare buon uso del proprio corpo e amarlo, in quanto è la culla della maternità (per chi la sceglie, beninteso, non è un dovere), ma anche il luogo dove si svolgono riti di passaggio fondamentali, dalle mestruazioni alla menopausa, dai massaggi studiati per il ben-essere ai rapporti sessuali. Perché, dunque, il corpo deve essere “lasciato indietro”? Non che questi filosofi consigliassero di non occuparsene affatto: mentre si è in vita, infatti, il corpo è essenziale per consentirci una condotta esemplare e progredire nei nostri studi. Se esso è in sofferenza, infatti, non è semplice continuare la cerca. E tuttavia il sesso è realmente messo da parte. C’è dunque una similitudine importante con i precetti delle religioni monoteiste e io mi sono sempre trovata immersa nel dubbio.

Ecco cosa ne pensa la professoressa Paris:

“La filosofia platonica segna l’eclissi di Afrodite, perché privilegia Eros e separa l’amore dalla sua matrice corporea, elevandolo a forma che trascende il rapporto uomo-donna. La scissione tra anima e corpo ha inizio nel momento in cui i filosofi classici suggeriscono che per raggiungere l’estasi della conoscenza suprema bisogna andare “oltre” il corpo. Apollo ottiene il controllo su Dioniso, l’Eros dei filosofi assume la forma dell’amore superiore, rispetto all’amore afroditico, destinato ai comuni. Platone ritiene infatti l’amore omosessuale tra uomini più elevato rispetto all’amore eterosessuale, perché è sotto la protezione di Eros.

Dal momento in cui il mito di Eros ha soppiantato quello di Afrodite, la relazione tra l’uomo e la donna si è gerarchizzata, come accade ancora oggi. Il corpo e la donna non sono più vie d’accesso all’esperienza del sacro, ma un ostacolo. Platone ha aperto la porta al machismo e al masochismo cristiani”.

Dunque anche il corpo e le sue percezioni sono validissime per una ricerca spirituale, filosofica ed esoterica. Purché si segua una determinata purezza di intenzioni:

“La perla è uno degli attributi della dea Afrodite. Essa evoca qualcosa di esclusivo, di segreto, di difficile reperimento, qualcosa di estremamente prezioso. Come il diamante, la perla è spesso il simbolo della spiritualizzazione della materia, una immagine che ben si adatta alla rappresentazione della mistica di Afrodite e il suo legame con la realtà corporea. Per chi sa trovare le perle, la loro purezza e il loro splendore non sono offuscati dalla rozza conchiglia che le racchiude, dalla melma che simbolizza la pesantezza della vita corporea. La perla si nasconde alla vista e per trovarla, come accade per ogni conquista spirituale, occorre una profonda immersione nell’interiorità, occorrono cura e disciplina.

L’apostolo Matteo ha detto: “Non dare le perle ai porci”. Lo stesso ammonimento vale per la mistica di Afrodite: l’orgia e la promiscuità sessuale non hanno nulla a che fare con i misteri afroditici, perché manca la spiritualizzazione della materia”.

Come dice la mia amica astrologa Irene Zanier: “La strada della donna è stata smembrata”. Io credo che dobbiamo ricostruirla noi tutte, come delle piccole Isidi, dobbiamo operare assiduamente per ricomporre il nostro corpo, conoscerlo e ricercare la spiritualizzazione della materia. Individualmente e tutte insieme.

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DOPPIA RECENSIONE: “IL CIBO DELLA SAGGEZZA” DI F. BERRINO E M. MONTAGNANI – “LA FELICITA’ FA I SOLDI” DI D. F. SADA E E. GARZOTTO

Vi starete chiedendo perché ho deciso di recensire due libri insieme e perché proprio questi, che sembrano anni luce lontani fra loro per argomento e ambiente. Ebbene, da un lato sono costretta a fare economia di tempo e risorse, perché attualmente lavoro parecchio, ma vi stupirà scoprire quanto, in realtà, i due saggi che ho appena terminato di leggere “si parlino” tra loro.

Il primo, “Il cibo della saggezza” non ha neppure bisogno di un’introduzione per quanto riguarda il Dottor Franco Berrino, uno dei suoi autori. Medico ed epidemiologo in pensione, scrive da anni saggi divulgativi per indurre le persone a nutrirsi consapevolmente per non ammalarsi. Ha creato, assieme ad altri collaboratori, il sito internet www.lagrandevia.it dove elargisce preziose informazioni e collabora mensilmente con la rivista mensile Yoga Journal. Marco Montagnani, invece, è un Maestro Taoista, docente di Medicina tradizionale cinese e Filosofia taoista presso la Scuola di agopuntura di Firenze, nonché tecnico di Qigong terapeutico ed MTC. Perchè hanno scritto questo libro a quattro mani? Per unire le conoscenze mediche occidentali a quelle orientali, un po’ come fa lo Yoga, che unisce corpo, mente e anima per trovare un equilibrio fra tutte le parti che ci compongono.

Il libro è una miniera di informazioni scientifiche, di errori medici, spesso di visione della medicina e della cura del paziente. Anche chi non è taoista come me, può trarre, proprio come succede con il buddhismo, preziosi consigli da una filosofia che aiuta l’uomo a vivere meglio nel suo presente, nonostante le avversità, umane e fisiche, psicologiche e ambientali.

Sono anni, ormai, che compro i libri di Berrino a occhi chiusi: escono in libreria ed entrano direttamente nella mia biblioteca personale, dove vengono collocati in una posizione prioritaria, dal momento che l’autore ci stimola profondamente a volerci bene e a onorare questo tempio del nostro spirito, il corpo.

E per il male di vivere?

Marco Montagnani ricorda: “Un giorno di sole, in Cina, in un monastero taoista mi trovavo in compagnia di alcuni monaci e di qualche bambino. Chiesi loro il motivo di quella che mi sembrava una gioia contagiosa e mi risposero: ‘Come si può essere tristi quando il sole ci riscalda il corpo e ci illumina l’esistenza?’

Verso le tre del pomeriggio il tempo cambiò. Malgrado il forte temporale e la pioggia violenta, nessuno sembrava aver notato il brusco peggioramento. Rimasi un po’ perplesso dal modo in cui tutti erano rimasti indifferenti all’accaduto e così chiesi: ‘Sta piovendo molto forte e il sole se né andato, quale motivo avete adesso per essere così gioiosi della giornata?’

La loro risposta fu questa: ‘Dopo che il sole ci ha riscaldato il corpo e illuminato l’esistenza, oggi il Tai onora la vita dando da bere a tutte le creature della natura e il cielo lascia cadere sulle nostre teste le sue meravigliose perle di gioia per festeggiare l’accaduto. Come si può essere tristi in un giorno di festa?’

Penserete che sono tante belle parole, ottime per chi vive nella semplicità, in un monastero ai confini con la civiltà umana, ma che nel caos delle nostre vite quotidiane, non è fattibile. Al contrario, io ritengo che sia una giusta via da scegliere: non sono solo i monaci taoisti e i bambini residenti nei loro spazi a pensarla-viverla così, ma anche i bambini, e ora ne ho la prova quotidiana. Ancora, ribatterete che i bambini sono bambini e gli adulti sono adulti. I primi hanno il sacrosanto diritto di vivere in un mondo ovattato e semplice, mentre gli adulti hanno doveri e responsabilità, devono portare il cibo a casa, quindi lavorare duramente, sacrificarsi, altro che contemplazione.

Ed ecco che ci viene incontro magicamente il secondo libro nella fotografia: “La felicità fa i soldi”, titolo ironico, per stessa ammissione degli autori, due traders, esperti di economia e finanza che ci danno consigli seri e competenti su come diventare dei “ricchi consapevoli”. Avete ragione, sia il libro che questa sequenza di parole, ricorda troppo da vicino un’americanata, quei libri automotivazionali e di business che scrivono fior di scrittori yankee con il sorriso a sessanta denti, naturalmente tutti finti, ma segno dell’altissimo status da loro raggiunto. Ecco perché non bisogna avere pregiudizi: Sada e Garzotto hanno fatto esperienza anche con quei “fantastici” personaggi, hanno provato a lavorare in Borsa, sono stati traders d’assalto, hanno guadagnato milioni di euro salvo poi comprendere che erano stressati, infelici e sull’orlo di una crisi di nervi. Erano ricchi, ma infelici. Era questo il fine dell’arricchimento? Tutt’altro.

Attraverso il loro libro, i due giovani traders mettono a disposizione dei lettori aneddoti, riflessioni, link e podcast utili per comprendere che si può arrivare a uno stato di agiatezza senza per forza fare gli strilloni, gli splendidi, andare alle feste giuste, dannarsi per raggiungere un numero di followers vertiginoso su Instagram, ecc. Si fa impegnandosi su uno scopo e attivando tutta la propria capacità intellettuale, diminuendo -anziché aumentando- le ore di lavoro perché è statisticamente confermato che, allungando i tempi trascorsi davanti al computer o in studio, l’efficacia diminuisce.

Gli autori insegnano vari modi e metodi per trovare la propria vocazione del mondo e lavorare su quella, raggiungendo la capacità di attuare un vero e proprio Yoga Finanziario, simpatico termine da loro usato in quanto autentici yogin, uomini che hanno fatto della meditazione il centro delle loro vite, perché sanno che solo togliendo, anziché aumentando (risorse, tempo, acquisti, strumenti) si può raggiungere un benessere consapevole e attraverso esso un benessere totale. Ecco perché Yoga Finanziario: raggiungere una sicurezza economica non deve per forza significare rischiare di impazzire a causa del denaro, spendere e spandere a piene mani -benché ti consiglino di farlo, per un periodo, al fine di comprendere quanto sia sciocco e insensato- no! Raggiungere una sicurezza economica tale che metta insieme il tuo benessere economico, quello interiore, quello familiare, alimentare, fisico.

Unione.

Non divisione: unione.

Sono libri che fanno riflettere e credo che, anche se ci soffermiamo su pochi punti, ne trarremo grande giovamento.

Buone letture.

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RECENSIONE: “LA GRANDE VIA” DI FRANCO BERRINO E LUIGI FONTANA

Il sottotitolo di questo saggio dice tutto: “Alimentazione, movimento, meditazione per una lunga vita felice, sana e creativa”.

Potrei non aggiungere altro.

Davvero, raramente consiglio con tanto ardore un libro, ma questo non è un semplice saggio: è la Bibbia della Salute e del corretto Stile di Vita, in modo oggettivo e insindacabile. Se volete farvi un regalo, o farlo a chi amate, mettete questo libro in cima alla lista.

Non a caso, i suoi autori sono Franco Berrino, un medico ed epidemiologo che io ho conosciuto grazie alla rivista mensile Yoga Journal, e che è stato direttore del Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. La sua conoscenza in materia di salute e di prevenzione da malattie gravissime, quali i tumori, è sterminata e i suoi consigli preziosissimi.

Luigi Fontana, il co-autore, è un medico e scienziato riconosciuto a livello mondiale, considerato come uno dei massimi esperti mondiali nel campo della nutrizione e degli stili di vita per promuovere la longevità in salute.

Va da sé che in questo libro troverete molti dati scientifici, ma fidatevi, è scritto in modo divulgativo e, quello che mi interessa principalmente, è anche un manuale, che vi consente di iniziare a seguire le migliori strategie per la vostra vita da subito.

Personalmente, sono stata davvero felice di scoprire una lista di ingredienti da introdurre nella mia dispensa, salutari e ricchi di nutrienti, addirittura farine e cereali “dimenticati”, che appartengono cioè al passato della tradizione italiana, ma che contadini avveduti e bio continuano a far crescere. Inoltre ho trovato conferma che la disciplina dello Hatha Yoga, che pratico da anni, è quanto di meglio ci sia per la triade mente-corpo-spirito.

Nota sorprendente (o no!), c’è una parte dedicata alla spiritualità, che non è semplice fede, ma trova eco nella voce di filosofi e scienziati di tutti i tempi:

“Secondo il maestro e filosofo taoista Chuang-Tzu, ogni essere vivente è veramente felice solo quando riesce a vivere in accordo con la propria natura.

A questo proposito, Albert Einstein diceva: ‘Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido’.

L’invito a guardare dentro di sé, presente nella Grecia arcaica, si trova anche negli antichi sistemi filosofici orientali. Nel Tao Te Ching, scritta dal saggio Lao Tzu, probabilmente tra il IV e III sec.a.C., si dice: ‘Comprendere gli altri è saggezza, ma conoscere se stessi è illuminazione. Gli altri si possono dominare con la forza, ma per regnare su se stessi è necessario conoscere il principio universale, il Tao. Chi possiede molte cose materiali è considerato un benestante, ma solo colui che conosce se stesso, ed è tutt’uno con l’universo, è veramente ricco e autosufficiente. Forza di volontà nell’applicarsi allo scopo significa carattere, ma solo la serenità della mente, la tranquillità dello spirito, ci permetteranno di vivere una vita lunga e felice. Unicamente colui le cui idee non cessano d’essere dopo la morte è veramente immortale’.

Pure nel Yoga Sutra di Pantanjali, uno dei più imporanti testi filosofici dell’induismo, è scritto: ‘Il saggio non scruta il cielo per trovare Dio, sa che Egli è in lui, conoscendolo come Antaratma, l’Io profondo’.

Anche gli altri pensatori come Spinoza e Krishnamurti hanno intuito l’importanza di una conoscenza diretta e viva delle leggi che regolano l’universo, che non è possibile senza una profonda consapevolezza del funzionamento della nostra mente, dei meccanismi attraverso cui essa comprende e riconosce le cose. Capire come funziona la mente ci permette di liberarci dalle illusioni, dai tabù, dai condizionamenti culturali che distorcono la visione della realtà. Una visione falsata della realtà e di se stessi è una delle maggiori cause di sofferenza, d’inquietudine e di malessere che condiziona pesantemente la vita quotidiana delle persone. Ma allora come possiamo elevare la nostra consapevolezza ed esplorare la vera natura e potenzialità della nostra mente fino ad arrivare a trascenderla?”

Leggete il libro per scoprirlo!

E per tutti gli aggiornamenti, restate connessi a: www.lagrandevia.it

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RECENSIONE: “HATHA YOGA” DI YOGI RAMACHARAKA

Venexia, 2012

Prima di iniziare questa recensione, vorrei fare un plauso alla casa editrice Venexia, perché è una di quelle aziende dell’editoria italiana capace di scegliere autori e argomenti poco noti, talvolta scomodi e, molto spesso, sconosciuti ai più. Inoltre, le sue copertine sono talvolta di una tale bellezza, che il piacere di tenere in mano il loro libro è doppiamente intenso.

In questo caso, la grafica è modesta, ma il contenuto vince su tutto.

Yogi Ramacharaka non è un misterioso yogin indiano, ma lo pseudonimo di un avvocato americano di Chicago, William Walker Atkinson, autore di numerosi testi sulle filosofie orientali e l’esoterismo in generale, alcuni dei quali fondamentali per la diffusione dello yoga in Occidente. Sono datati all’inizio del Novecento, ma non invecchiano, anzi, il loro fascino è dovuto anche allo stile della scrittura: elegantissimo, limpido e divulgativo. Questo saggio completa una trilogia “della salute”. Gli altri due titoli sono “La Scienza del Respiro (Venexia, 2000) e “La cura dell’acqua” (Venexia, 2000).

Sono una yogini da cinque anni: i calcoli mi riescono facili e sarà sempre così, dal momento che ho iniziato a praticare Hatha Yoga nel 2014, mentre ero incinta di mio figlio Damon. Mi ero imbattuta in questa disciplina molti anni prima, ma qualcosa non era andato per il verso giusto e mi addormentai durante la lezione. Volli riprovare perché, mentre ero al quinto mese di gestazione, in edicola trovai un numero del mensile Yoga Journal che recava un enorme titolo: “Yoga in gravidanza”. Non resistetti. Lo acquistai, lo sfogliai e scattò qualcosa. Allora contattai la mia amica poetessa e Maestra Yoga Cristiana Samaya, che ancora oggi insegna e realizza video on-line meravigliosi come questo:

Mi accordai per iniziare le lezioni di Yoga in Gravidanza con lei e fu vero amore. Da allora non ho mai spesso di praticare. L’ho fatto con lei per tre anni, ma in seguito, per ragioni lavorative e familiari, proseguii da sola, a casa e il benessere che mi procurò e continua a donarmi Hatha Yoga è tale che non posso definire me stessa una persona disciplinata. Mentirei. Pratico Yoga perché mi fa stare bene a un tale livello che non è spiegabile, se non si prova.

Ho così iniziato anche a studiare l’argomento e la sua cugina, l’Ayurveda, che mi ha insegnato come mangiare in modo tale da rendere la mia alimentazione una vera e propria prevenzione per le malattie. Era quindi naturale che arrivassi a questo libro di Yogi Ramacharaka.

Il saggio descrive la summa dello Yoga: energia pranica, respirazione, stile di vita, asana, alimentazione e una dettagliata spiegazione delle funzioni del nostro corpo, perché:

“Il corpo è un abito indossato da uno spirito”.

Nelle religioni monoteiste e anche in buona parte della filosofia Indù, in fondo, al corpo viene data un’importanza secondaria, rispetto al valore altissimo dello spirito, ma Yogi Ramacharaka non è di questo avviso -e neppure io- perché, anche se uno spirito fortificato può resistere al dolore, alla sofferenza o al semplice disagio fisico, promuoverli è insensato. Dedicare tempo alla cura del proprio corpo, rende ogni altra azione, pensiero e spiritualità semplici e fluidi.

Vi consiglio caldamente questo saggio, sia che voi siate delle yogini o degli yogin, sia che siate semplicemente interessati alla comprensione del funzionamento del vostro corpo e al modo migliore per nutrirlo e curarlo.

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RECENSIONE: “L’ALTRA META’ DI DIO” DI GINEVRA BOMPIANI

Feltrinelli, 2019

“E’ possibile che un altro mondo sia già stato,

che lo abbiamo dimenticato,

che abbiamo letto male le nostre storie,

che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo”.

Un retro di copertina che dice tutto.

Auspico che in molti leggano, studino e riflettano grazie a questo saggio straordinario di Bompiani, scrittrice, saggista, traduttrice e grande erudita, perché i contenuti sono dirompenti. A cominciare dalla Genesi, che ha diverse interpretazioni e una di esse può risultare sconvolgente a molti. Non soltanto: le conseguenze di una tale revisione comportano cambiamenti radicali nello spirito delle persone. Lo spirito, che in ebraico è femminile: Ruach. “Per questo viene considerato la parte femminile di Dio. E poiché la voce è parola femminile, è dunque la parte femminile di Dio a produrre il creato. Così come Giovanni avrebbe detto in un testo apocrifo: ‘Divenne la Madre di ogni cosa, poiché esisteva prima di tutti, il madre-padre’”.

Ciò ricorda la Divina Sophia, divulgata da Padre Bulgakov e dal Leonardo da Vinci russo, il grande scienziato e teologo Pavel Florenskij. Una Divina Sophia repressa in ogni modo dalla Chiesa Ortodossa Russa: la corrente mistica sofianica è ritenuto ancora oggi eretica.

Icona russa con la Divina Sophia seduta al centro.

Ma tornando alla Genesi, la versione che presenta qui Bompiani è questa:

“Un’essenza divina maschio e femmina (Elohim, non Dio) crea un essere maschio e femmina che le somiglia. Così la creazione procede senza strappi: ogni cosa proviene dall’altra, la luce dalla tenebra, i serpenti dalle acque, i germogli dalla terra, gli umani dagli dei. Ogni cosa nasce nel suo elemento, nell’humus in cui frutterà e si moltiplicherà. […] La figura finale porta impresso lo stampo di Elohim. Chiudendo il cerchio della creazione, la sua duplice natura si riflette nella loro, e può lasciarli liberi sulla terra ospitale.

Niente divieti, né colpe, né punizioni nella creazione di Elohim. Non vi è un amore geloso fra dio e la creatura. Una sola parola definisce la loro relazione: tzelem (immagine). È questa immagine che li farà riconoscere in futuro, e ricordare di se stessi e dell’Altro. Quando Agostino inciterà a guardare dentro di sé, a conoscere se stessi per conoscere Dio, parlerà di questa intima e libera relazione con Dio, che la prima creazione lascia intravedere.

La creatura somiglia al creatore: creata dal soffio e dalla voce, la sua storia comincia quando, fra le anime viventi, un maschio e una femmina simili a dio si diffondono insieme sulla terra, fra le erbe del campo e i frutti degli alberi, copulando, coltivando e proteggendosi a vicenda”.

[…]

“La storia della prima creazione non contiene il male, ma contiene il tempo ed è contenuta nel tempo: un giorno dopo l’altro, fino al giorno del riposo in cui contemplare l’opera compiuta. Non c’è il male in questa storia”.

Gli Elohim, creando l’uomo e la donna e a loro immagine e somiglianza, li lasciano liberi. La memoria collettiva, confondendo le due origini, ha dimenticato la sua libertà.

Quali sono le due culture che hanno formato il nostro immaginario? Quella greca e quella giudaica. Cosa racconta Esiodo? Che ci fu un’Età dell’Oro nella quale i figli maschi del dio Crono venivano inghiottiti per la paura che facessero come lui, ovvero lo spodestassero. L’astuzia di Gaia salva l’ultimo di loro, Zeus, allevandolo di nascosto a Creta, dopo aver fatto inghiottire una pietra al padre. Così si conclude l’Età dell’Oro e inizia quella dell’Argento, durante la quale la società si fondava sulle donne, o meglio, sulle madri. Gli uomini vivevano con loro, infantili e sciocchi, fino a cento anni. Quando finalmente lasciavano la casa materna, non sapevano fare altro che guerreggiare e uccidersi. Dal momento che non recavano offerte agli dei, essi si stancarono di loro e li cacciarono agli Inferi, dove diventarono divinità minori.

A questa era ne seguiranno altre, tra cui l’Età degli Eroi, in cui le stesse attività belliche verranno viste come buone e giuste.

Dunque, anche secondo Esiodo, ci fu un’età Matriarcale. L’archeologia lo ha confermato e questo ha aperto la possibilità che la nostra civiltà sia stata preceduta da molte altre, diverse tra loro, che ci insegnano -tra le altre cose- che l’idea del progresso e dello sfruttamento delle risorse non è un destino, e non è neppure naturale.

Nel saggio sono presenti diversi esempi di culture matriarcali e matrifocali, ma quello che mi colpisce di più, è la quantità di analisi e di dati concreti esposti dall’autrice per dimostrare quanto sia sbagliato restare invischiati nella manipolazione delle religioni monoteiste. Questo non significa che io sia nemica di un ebreo, di un cristiano, o di un musulmano. Ciascun essere umano è libero di scegliere la propria religione. Scegliere -e già qui potremmo aprire nuove pagine di discussione, dal momento che altri ci impongono una religione, attraverso il battesimo-. Quello che mi preme trasmettere è la necessità di studiare, ricercare e riflettere su quanto ci viene propinato, per farci una nostra idea, perché, come diceva il grande scienziato Stephen Hawking:

”Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza,

ma l’illusione della conoscenza”.

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RECENSIONE: “CON GRAZIA DI TOCCO E DI PAROLA – LA MEDICINA DELLE SANTE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2019

Magari l’argomento non stava in cima alla lista delle mie preferenze ma, buon Dio, questa saggista riesce sempre a sorprendermi! I contenuti dei suoi libri sono ineccepibili, frutto di una ricerca seria e approfondita e, soprattutto, di una passione che esce dalla pagine in modo potente e ti travolge.

L’introduzione riporta la citazione di una delle mie scrittrici più amate: Isabel Allende.

“Le streghe, come le sante, sono stelle solitarie che brillano di luce propria, non dipendono da nulla e da nessuno, perciò non hanno paura e possono lanciarsi alla cieca nell’abisso con la certezza che, invece di schiantarsi, spiccheranno il volo”.

Troppo fantasioso? Letterario? Niente affatto, a giudicare dalle storie di sante vere, raccontate da Maderna. Infatti, uno dei molti punti in comune tra una strega e una santa è la disobbedienza: se le streghe sono donne libere, o che almeno tentano di ribellarsi a una religione patriarcale che le schiaccia, le sante non sono da meno. Possono assoggettarsi a determinati doveri, come quelli coniugali, ma nel profondo e nel quotidiano, agiscono mosse da una fede e da una volontà ferree.

La donne che entravano in convento, per esempio, anziché andare in spose, sfuggivano al controllo di un uomo e potevano approfondire studi erboristici, medici, teologici, addirittura astronomici. Il convento, dunque, non come prigione e privazione della libertà ma, per quegli spiriti dediti alla conoscenza e allo studio, ingresso principale verso la piena presa di coscienza dell’essere uomo e donna, del corpo e delle sue funzioni, della spiritualità più alta e della compassione autentica.

Cosa ci fa sentire spesso alieni rispetto alle suore e alle badesse? L’idea della loro vita dimessa, votata alla clausura, alla preghiera. Ebbene, grazie a questo saggio possiamo cambiare idea: i conventi diventano biblioteche ricchissime, tempi di conoscenza e ricoveri per persone bisognose, reietti, lebbrosi e malati di ogni genere. Le spose di Cristo sono le loro protettrici, infermiere e medichesse, curano i loro corpi, ma anche lo spirito. Le preghiere rimangono, ma c’è anche l’azione, il “fare la differenza” in modo concreto, fattore che mi ha stupita in modo positivo. L’uomo sovente distrugge e uccide. La donna dà la vita e cura. Le suore non hanno figli, ma pongono rimedio alla violenza sempiterna dell’uomo.

E’ un saggio da leggere con calma, prendendosi del tempo per riflettere su alcuni suoi passaggi e sulla vita di sante che conosciamo, come Agata e Lucia, la somma Ildegarda di Bingen e altre meno note, come Radegonda di Poitiers e la straordinaria Elisabetta d’Ungheria, la Carità personificata, morta giovanissima dopo una vita totalmente dedicata alla propria famiglia e ai bisognosi.

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RECENSIONE: “SPLENDERE” DI JOHANNA MAGGY

Mondadori, 2019

Pochi giorni fa ho festeggiato il mio compleanno: 40 anni. Che traguardo! Sono innamoratissima del numero 40, dal significato simbolico così potente. Durante la mia festa, le amiche si sono premurate di rendermi felice nel modo più semplice e concreto: regalandomi buoni per l’acquisto di libri, saggi e romanzi. Potete immaginare come mi sono sentita: una bambina a cui abbiano regalato un abito pieno di brillantini e volant, o una bacchetta magica di Hermione. Naturalmente mi sono subito tuffata nelle letture, tra le quali figurava “Splendere” di Johanna Maggy.

Sono consapevole del fatto che molti di voi hanno dei pregiudizi su libri come questo: titoli e foto accattivanti, concilianti. Manuali di auto-aiuto, motivazionali. Sottotitoli zuccherosi come: “Piccoli incantesimi per brillare ogni giorno”. Eppure avete mai pensato che, fermarsi alle evidenti operazioni di marketing, potrebbe farvi perdere qualcosa di importante?

Prendete me: teoricamente non avrei alcun bisogno di manuali di auto-aiuto e men che meno motivazionali. Il buon Salvador Dalì scriveva: “La droga sono io!” Tranchant. Eppure mi ci ritrovo: non ho bisogno di droghe, né di motivazioni per vivere serena, entusiasta e ben centrata. Sto bene, mi sento in armonia con me stessa e il mondo da molti anni. E’ stata una lunga strada, ma è valsa la pena attraversarla, sia per il benessere personale che ne è derivato, sia per quello che oggi posso estendere alle persone care della mia vita. Quindi vi chiederete: perché hai preso quel libro? Perché seguo l’autrice da diverso tempo sia attraverso il blog, sia attraverso Instagram e trovo i suoi consigli misurati, costruttivi e utili. E’ madre come me. Ha i suoi impegni quotidiani e professionali (come insegnante di Pilates e coach Olistica) come me. E sorride quasi sempre, proprio come me. Dulcis in fundo proviene da un Paese, l’Islanda, che trovo affascinante e che un giorno desidero visitare insieme alla famiglia. Ho sempre pensato che il suo sguardo avesse qualcosa di originale, di laterale rispetto al nostro, e non mi sbagliavo.

Nel libro, Johanna spiega la sua infanzia: era una bambina selvatica che, come i suoi conterranei, fin da piccola dormiva all’aria aperta, certo ben coperta, ma esposta agli agenti atmosferici più estremi. I suoi occhi hanno convissuto con il cielo fin dai primi mesi di vita, quel cielo immenso, nuvoloso e terso, luminoso e oscuro, che le ha trasmesso -ne sono certa- la consapevolezza di quella che è la vita di ogni creatura vivente, uomini inclusi: un continuo scorrere da un opposto all’altro, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione. Uno scivolare da un estremo all’altro che, tuttavia, dovremmo cercare di affrontare con uno scopo: quello di raggiungere il centro, l’equilibrio, l’accettazione. Attraverso le esperienze della sua infanzia, la constante consapevolezza di essere ancora quella bambina -riconoscimento del Sè autentico-, Johanna affronta la vita con il sorriso, e ha le risorse per combattere contro le avversità. Elargisce consigli pratici: dalla respirazione, pilastro della vita consapevole, al cibo. Dall’acqua alla creazione di una routine quotidiana sana per se stessi e per la famiglia. Dalla necessità di prendersi cura di sé a quella di stare più possibile a contatto con la prima Madre, Madre Natura, la Grande Madre.

Secondo alcuni, sono semplici dimostrazioni di buon senso. Una mia amica ha detto: “Beh, ma non dovremmo farlo tutti? E’ come se ci fossimo dimenticati dove sta il nostro Bene”. Certo che è così! La maggior parte delle persone ha scordato di riconnettersi alla sua parte bambina, al Sè interiore. Come scrivo spesso, ci sono lavoratori e studenti che non sollevano lo sguardo da terra e dallo smartphone per tutto il giorno e non guardano il cielo neppure una volta. Quel cielo che ha così tanto da insegnarci, così come ogni altro elemento della natura. Quel cielo che Johanna, bambina, ha osservato tanto a lungo e che le è entrato dentro.

Ho una teoria. Premetto che entriamo nel realismo magico: Johanna è l’incarnazione di una fata islandese. Un bel giorno, la fata ha deciso che voleva vivere nuove avventure e ha scelto un piccolo corpicino dentro al quale entrare. Così è diventata Johanna, una bambina vivente che porta nel suo dna i geni dei vichinghi, i temuti e resilienti dominatori dei mari nordici. Ora la fata vichinga vive tra noi e ci trasmette una percezione ancestrale della Natura e la forza, la tenacia per riconnetterci a essa.

Mi piace tanto pensare a Johanna in questi termini. E come potrebbe essere altrimenti per chi scrive parole come queste:

“Ciascuno di noi ha dentro qualcosa che deve tenere a bada e di cui si deve occupare. Non significa che siamo guasti, sbagliati o negativi.

Come esseri umani conserviamo la traccia di un evento passato, a volte piccolo, a volte molto grande -dipende da cosa ci è accaduto-, la cui voce sottile ha bisogno di essere ascoltata. È rimasto sulla tua anima un segno che non ti ha più abbandonato e al quale non hai prestato sufficiente attenzione. Magari non sai nemmeno che per tutto questo tempo ha bloccato un flusso di energia positiva dentro il corpo. Prova a ricordartene. Poi abbraccia il bambino che eri, teneramente e con consapevolezza. Lui è sempre stato presente e lo è ancora, ha bisogno di te e delle tue attenzioni, della tua cura. Chiediti come si sentiva, in mezzo alla natura, nel suo posto sacro. Cosa lo ha strappato da lì? Quale azione o parola lo ha ferito?

Molte persone vivono una vita intera trascurando questa parte della loro esistenza. Una parte perduta, sola, rinchiusa dentro di noi ma che richiede attenzione, amore e solo un abbraccio. Chiede soltanto che la sua voce sia ascoltata. Se l’abbiamo sempre ignorata, probabilmente esploderà in un comportamento o in parole che non riconosceremo che non avremmo mai pensato di voler dire. Potremmo arrabbiarci facilmente, diventare nervosi, trattare le persone che amiamo in modo inaspettato.

Diamo a noi stessi il tempo e l’amore per domandarci che cosa non va. Stai bene? Come ti senti davvero? Ogni volta che ce lo domanderemo, nelle diverse fasi della vita, troveremo risposte differenti e nuove. È un processo che non finisce mai. Per ogni fase che attraversiamo ci saranno nuovi splendori.

L’amore per noi stessi è accettazione di chi siamo, in ciascun passo, in ciascun momento del viaggio. L’amore e la cura di sé richiedono duro lavoro, una profonda connessione e un tempo dedicato durante tutto il corso della propria vita. Un tempo che meritiamo, profondamente e veramente. Quando siamo in contatto con noi stessi e abbiamo un equilibrio sano viviamo in modo diverso. Spontaneamente mangiamo cibi sani, desideriamo camminare in mezzo alla natura, fare Pilates, Yoga, o qualsiasi tipo di esercizio fisico.

E la nostra famiglia trae beneficio dal nostro stato”.

Sì, ne vale la pena. Lo sa Johanna. Lo so io. Ho trovato un’anima gemella e sono certa che anche a voi verrà voglia di diventare -o tornare a essere- così, dopo aver letto “Splendere”.

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RECENSIONE: “IL METODO ARISTOTELE – COME LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI PUO’ CAMBIARE LA VITA” DI EDITH HALL

Vai in biblioteca per prendere un libro e, se non stai attenta a tenere lo sguardo fisso sul banco del bibliotecario, finisce che ti porti altri volumi a casa. Vi succede? A me sempre! Poco tempo fa è accaduto proprio con questo saggio su Aristotele e il suo pensiero, di cui avevo già letto sulle riviste letterarie. Non mi pento dell’ennesimo libro portato a casa (anche perché stavolta era gratis!), anzi, opere come questa sono benedette, soprattutto nel nostro mondo caotico e controverso.

Edith Hall è una delle più importanti classiciste del mondo e insegna Lettere classiche al King’s College di Londra. Ha scritto diversi libri divulgativi sull’antica Grecia e sulla sua filosofia e in questo ha infuso tutti i cardini del pensiero aristotelico. Il libro è diviso in capitoli che possono essere letti e ripresi più volte, infatti i titoli sono: Felicità, Potenziale, Decisioni, Comunicare, Conoscenza di sé, Intenzioni, Amore, Comunità, Tempo libero e Caducità. Insomma, un saggio che rimane sul comodino per tutta la vita, che può essere consultato spesso, per schiarirsi le idee, prendere decisioni e scegliere il giusto percorso da intraprendere in un momento in cui ci si sente confusi. Anzi, io credo che questo testo andrebbe letto a scuola. Fin dalle medie. Perché? Vi propongo uno stralcio illuminante:

“I Leitmotive di Aristotele sono i seguenti: studio della situazione con cui si è alle prese, ponderazione, continua attenzione alle intenzioni, flessibilità, buon senso pratico, autonomia individuale, importanza di consultarsi con gli altri. E la premessa fondamentale della sua concezione della felicità è straordinariamente semplice e democratica: tutti possono decidere di essere felici. Dopo un certo tempo, agire rettamente diventa un’abitudine radicata, che fa stare bene con se stessi. Lo stato mentale che ne consegue è quello che va sotto il nome di eudaimonia, usato da Aristotele per indicare la felicità”.

Lo confesso: per anni non mi sono voluta avvicinare allo stagirita perché avevo letto che considerava donne e schiavi inferiori e, di conseguenza, nei suoi scritti, non c’era niente per loro. Mi sono dovuta ricredere leggendo Hall, una donna, che per prima si era relazionata a questo dato di fatto. La professoressa ricorda il rapporto che ebbe Aristotele con le donne della sua vita, in particolare con Erpillide, la madre dell’amato figlio Nicomaco. Il filosofo non sposò Erpillide, probabilmente perché apparteneva a un rango inferiore, ma non soltanto la trattò da sua pari: prima di morire si assicurò che le venissero assegnati dei servitori, delle proprietà e una parte sostanziosa di denaro. Allo stesso modo, nel suo testamento scrisse di liberare gli schiavi di sua proprietà. Hall è certa che, se Aristotele vivesse nella nostra società, si ravvederebbe circa il potenziale della donna, osservando con scrupolo tutto ciò che riusciamo a fare, da nubili e da sposate, da ragazze e da vegliarde, con pochi mezzi o dotate di ricchezza.

Trovo questo saggio così utile da scambiarlo per un manuale. Sarò la prima a tenerlo sul comodino per consultarlo ancora e ancora. Non posso fare altro che consigliarvi caldamente di leggero e di riflettere sopra ogni singolo capitolo.

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RECENSIONE: “MAI PIU’ SOLA NEL BOSCO” DI SIMONA VINCI




Marsilio, 2019

Ho visto questo piccolo libro -in termini di dimensione, non di qualità- nella trasmissione “Quante storie” di Corrado Augias, su Rai Tre. Non ho parole per descrivere la gratitudine che provo verso quel programma e gli inserti culturali dei quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Repubblica.

Il giorno in cui ho ascoltato la scrittrice Simona Vinci raccontare con viva passione la redazione di questa perla di carta, mi sono sentita coinvolta ed eccitata insieme. Ognuno di noi ha un legame speciale con le fiabe, anche con quelle dei Fratelli Grimm e io non sono da meno, sebbene a casa mia, naturalmente, circolassero soprattutto le favole del patrimonio slavo. Nel caso dell’autrice, invece, i Grimm hanno rappresentato un legame profondo e lunghissimo, che affonda la sua origine nella prima infanzia, quando il padre le regalò le “Fiabe”:

“Nessun altro tra i miei libri è ridotto in queste condizioni e nessuno mi è più caro. Il reperto è qui davanti a me, sul tavolo da lavoro. La copertina manca da decenni, la costa è macchiata e il simbolo nero e bianco dello Struzzo Einaudi è rigato di crepe. È un tascabile in brossura rilegato a filo di refe, come oggi i tascabili non si fanno più. Sollevando le pagine si vede la tela giallastra con i nodini. La prima pagina è strappata, ne è avanzato soltanto un brandello nella parte alta, a sinistra”.

Chi di noi non possiede almeno un libro che lo ha seguito in quel modo per tutta la vita e che, per questa ragione, è tanto amato e consumato? Simona Vinci ha convissuto con le “Fiabe” fin da piccola ed esse sono diventate parte integrante della sua vita, inducendola anche ad analizzare le esperienze con la lente delle storie tedesche, che talvolta erano terrificanti. Dovete sapere, infatti, che il libro dei Grimm venne modificato nel corso dei secoli, ora per non “sconvolgere” il pubblico borghese che lo leggeva, ora per diventare politically correct. Dunque, la maggior parte di noi ha letto le fiabe nella loro veste edulcorata ed educata, ma non abbiamo perso la loro origine, che proprio Einaudi ci ripropone ancora, grazie al suo fornito catalogo.

“Mai più sola nel bosco” è una lunga passeggiata tra i boschi arcaici delle fiabe, quasi fianco con Cappuccetto Rosso. Durante il tragitto scopriamo eventi del passato dell’autrice, i drammi che l’anno segnata, ma anche le persone che ha incontrato (o immaginato, o sognato). Tutti passano attraverso il filtro delle fiabe e ne escono catartizzati, pur senza cancellare l’impronta lasciata nell’anima della scrittrice.

Ciò che più ho amato, fra queste pagine, è stato scoprire che il corpus delle storie ha una matrice autentica, che affonda le sue origini in una Germania sconosciuta alla maggior parte di noi e che sono le donne le vere protagoniste, perché rappresentano le fonti alle quali i Grimm hanno attinto per comporre il loro grande libro. Balie, nutrici, sorelle di famiglie agiate. Tutte, in coro, oppure in un angolo buio di una stanza, mentre erano intente ad allattare, hanno sussurrato o cantato i loro ricordi, le storie sentite da bambine e le piccole leggende che altrimenti sarebbero andate perdute, e i giovani scrittori tedeschi si sono talmente appassionati a quelle vicende da percorrere tutta la Germania, instancabilmente, pur di continuare a tessere quell’arazzo infinito di frammenti di vita. Perché le fiabe dei fratelli Grimm hanno un origine vera, come i miti e, proprio come i miti, sono diventati archetipi, che oggi rappresentano anche materiale prezioso per l’Arteterapia, grazie alla quale i cantastorie e gli psicologi aiutano adulti e bambini ad affrontare le loro paure e psicosi.

Ho amato la sincerità di Simona Vinci nel raccontarsi, fragilità e sensibilità incluse, come quella della dendrofilia. Lei ama abbracciare gli alberi e non ne ha alcuna vergogna, proprio come possono ammettere molti di noi.

Dulcis in fundo, grazie a questo libro ho scoperto che in Germania esiste “la vera strada dei Grimm”, lunga più di seicentosessanta chilometri, che parte dalla loro città natale, Hanau e arriva fino a Brema, attraversando un territorio enorme, composto da piccole e medie cittadine che vantano villaggi, boschi, castelli, tutti elementi delle “Fiabe”. Si chiama Deutsche Märchenstrasse, (la strada tedesca delle fiabe) ed è stata creata come itinerario turistico nel 1975. Comprende settanta località, tra cui alcune sorprendenti, come la Facherkhäuser, il “vero” castello di Biancaneve, ovvero la dimora bavarese della famiglia Von Erthal, a Lohr am Main, dove sarebbe vissuta Maria Sophia Margaretha Catharina, nata nel 1725 e figlia del principe Von Erthal. Dopo la morte della madre, la fanciulla venne scacciata di casa dalla matrigna e costretta a vagare da sola nei boschi. Sopravvisse grazie all’aiuto dei piccoli lavoratori delle miniere che il padre possedeva in quelle zone. Nani, ma più probabilmente bambini, dal momento che l’infanzia, per come la intendiamo noi nel XXI secolo, è una realtà piuttosto nuova. Un tempo, la maggioranza dei bambini, era considerata forza lavoro in miniatura. Il ché mi fa pensare a quanto siamo fortunati. Coccolati fin dal piccoli, ascoltatori di fiabe di altri bambini meno amati e curati, eppure sono molti di noi a perdere, crescendo, il senso di gratitudine e di stupore…

Non tutti però. Simona Vinci non lo ha perso. Io non l’ho perso. E mi auguro che anche voi conserviate, con la massima cura, la meraviglia dell’infanzia, delle sue letture e i suoi preziosi messaggi.

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RECENSIONE: “MAGIA FILOSOFICA” DI ROBERTO RADICE

Morcelliana, 2018

“L’antico filosofo cerca le tracce della verità, che a suo giudizio si colloca nel passato piuttosto che nel futuro, come oggi per lo più si ritiene. Mentre ai nostri tempi nessuno mette in dubbio che il domani sarà progresso, anticamente nessuno dubitava che il futuro è decadenza, in quanto equivale a un costante allontanarsi dalla verità, che per sua natura si ritiene all’origine, nei pressi dell’arché (del principio) di tutte le cose. Come noi ci lasciamo illuminare dalla scienza e guidare dal suo sviluppo, così i primi pensatori della Grecia si fidavano dell’annuncio dei miti, ad esempio del mito dell’età dell’oro di Esiodo”.

Trovare un libro che contenga due fra le parole che più amo -filosofia e magia- sembrava impossibile e invece… invece, una bella domenica mattina, il quotidiano Il Sole 24 Ore mi ha regalato questa emozione. E non è tutto: a scrivere un saggio tanto speciale è stato un professore di Storia della Filosofia, nonché allievo del grande Giovanni Reale, uno dei massimi conoscitori della materia in Italia.

Vista la premessa, potete immaginare come abbia atteso l’arrivo del testo -ordinato in libreria, perché in provincia è pressoché impossibile trovare certi libri già in sede, ed è un vero peccato, perché non tutti leggono gli inserti culturali dei quotidiani- come se fosse una reliquia. Appena ritirato, l’ho letto e riletto con la massima concentrazione.

E, come accade raramente, la realtà ha superato le aspettative.

Il saggio è scritto da un importante accademico, ma il suo linguaggio è divulgativo e alla portata di tutti. Radice comincia la sua ricerca della filosofia magica viaggiando fin nella notte dei tempi, quando “il paleo-filosofo (che disegnava animali sulle pareti delle grotte) ha imparato a considerare il mondo stesso come un vivente dotato di anima, anche se l’anima a cui pensa è ben al di sopra per natura e intelligenza a quella di un comune vivente”.

Prosegue con un approfondimento sullo Sciamanesimo, dal momento che in molti considerano l’Orfismo greco imparentato con esso e l’Orfismo è centrale, dal momento che “sparse le sue spore su quasi tutta la filosofia ellenica”.

Il Dionisismo, che venerava il dio Dioniso, donò all’uomo la tranquillità interiore attraverso il suo opposto, l’ebbrezza. Tuttavia, liberò anche l’anima e, quando questo avviene, può accadere di tutto. Infatti, la filosofie successive studieranno l’uomo e la sua natura in ogni direzione. Arriveranno il Pitagorismo, il pensiero di Empedocle, Eraclito, Platone e Ippocrate. Per poi sfociare nello Stoicismo, che rappresenta la filosofia più affine al mio quotidiano (“Dipende da te? Occupatene; Non dipende da te? Sii indifferente).

Di seguito, Radice getta luce sulla filosofia di Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo e, fra i documenti di “pratica magica”, ci dona esempi di magia onirica, demonica, astrale terapeutica; maledizioni, filtri d’amore e addirittura la lecanomanzia.

E se vi gira la testa, perché in 203 pagine è condensato il succo della “filosofia magica”, vi assicuro che non potrete fare a meno di voler approfondire ulteriormente, grazie alla nutrita bibliografia.

Insomma, si tratta di un saggio essenziale per chiunque desideri indagare l’anima e la mente dell’uomo attraverso la filosofia e la pratica magica dei nostri antenati e lascia a noi tutto lo spazio interiore per avviare una lunga riflessione su ciò che siamo realmente e quali strumenti possiamo cogliere dal passato per vivere nel modo migliore il presente, anche perché “è come se il mito fosse un tronco d’albero che per un po’ galleggia sulla superficie, impregnandosi di acqua e salsedine, e poi va a fondo, smette di vagare e fa da stabile sostrato allo stesso mare”.

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