RECENSIONE: “MAI PIU’ SOLA NEL BOSCO” DI SIMONA VINCI




Marsilio, 2019

Ho visto questo piccolo libro -in termini di dimensione, non di qualità- nella trasmissione “Quante storie” di Corrado Augias, su Rai Tre. Non ho parole per descrivere la gratitudine che provo verso quel programma e gli inserti culturali dei quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Repubblica.

Il giorno in cui ho ascoltato la scrittrice Simona Vinci raccontare con viva passione la redazione di questa perla di carta, mi sono sentita coinvolta ed eccitata insieme. Ognuno di noi ha un legame speciale con le fiabe, anche con quelle dei Fratelli Grimm e io non sono da meno, sebbene a casa mia, naturalmente, circolassero soprattutto le favole del patrimonio slavo. Nel caso dell’autrice, invece, i Grimm hanno rappresentato un legame profondo e lunghissimo, che affonda la sua origine nella prima infanzia, quando il padre le regalò le “Fiabe”:

“Nessun altro tra i miei libri è ridotto in queste condizioni e nessuno mi è più caro. Il reperto è qui davanti a me, sul tavolo da lavoro. La copertina manca da decenni, la costa è macchiata e il simbolo nero e bianco dello Struzzo Einaudi è rigato di crepe. È un tascabile in brossura rilegato a filo di refe, come oggi i tascabili non si fanno più. Sollevando le pagine si vede la tela giallastra con i nodini. La prima pagina è strappata, ne è avanzato soltanto un brandello nella parte alta, a sinistra”.

Chi di noi non possiede almeno un libro che lo ha seguito in quel modo per tutta la vita e che, per questa ragione, è tanto amato e consumato? Simona Vinci ha convissuto con le “Fiabe” fin da piccola ed esse sono diventate parte integrante della sua vita, inducendola anche ad analizzare le esperienze con la lente delle storie tedesche, che talvolta erano terrificanti. Dovete sapere, infatti, che il libro dei Grimm venne modificato nel corso dei secoli, ora per non “sconvolgere” il pubblico borghese che lo leggeva, ora per diventare politically correct. Dunque, la maggior parte di noi ha letto le fiabe nella loro veste edulcorata ed educata, ma non abbiamo perso la loro origine, che proprio Einaudi ci ripropone ancora, grazie al suo fornito catalogo.

“Mai più sola nel bosco” è una lunga passeggiata tra i boschi arcaici delle fiabe, quasi fianco con Cappuccetto Rosso. Durante il tragitto scopriamo eventi del passato dell’autrice, i drammi che l’anno segnata, ma anche le persone che ha incontrato (o immaginato, o sognato). Tutti passano attraverso il filtro delle fiabe e ne escono catartizzati, pur senza cancellare l’impronta lasciata nell’anima della scrittrice.

Ciò che più ho amato, fra queste pagine, è stato scoprire che il corpus delle storie ha una matrice autentica, che affonda le sue origini in una Germania sconosciuta alla maggior parte di noi e che sono le donne le vere protagoniste, perché rappresentano le fonti alle quali i Grimm hanno attinto per comporre il loro grande libro. Balie, nutrici, sorelle di famiglie agiate. Tutte, in coro, oppure in un angolo buio di una stanza, mentre erano intente ad allattare, hanno sussurrato o cantato i loro ricordi, le storie sentite da bambine e le piccole leggende che altrimenti sarebbero andate perdute, e i giovani scrittori tedeschi si sono talmente appassionati a quelle vicende da percorrere tutta la Germania, instancabilmente, pur di continuare a tessere quell’arazzo infinito di frammenti di vita. Perché le fiabe dei fratelli Grimm hanno un origine vera, come i miti e, proprio come i miti, sono diventati archetipi, che oggi rappresentano anche materiale prezioso per l’Arteterapia, grazie alla quale i cantastorie e gli psicologi aiutano adulti e bambini ad affrontare le loro paure e psicosi.

Ho amato la sincerità di Simona Vinci nel raccontarsi, fragilità e sensibilità incluse, come quella della dendrofilia. Lei ama abbracciare gli alberi e non ne ha alcuna vergogna, proprio come possono ammettere molti di noi.

Dulcis in fundo, grazie a questo libro ho scoperto che in Germania esiste “la vera strada dei Grimm”, lunga più di seicentosessanta chilometri, che parte dalla loro città natale, Hanau e arriva fino a Brema, attraversando un territorio enorme, composto da piccole e medie cittadine che vantano villaggi, boschi, castelli, tutti elementi delle “Fiabe”. Si chiama Deutsche Märchenstrasse, (la strada tedesca delle fiabe) ed è stata creata come itinerario turistico nel 1975. Comprende settanta località, tra cui alcune sorprendenti, come la Facherkhäuser, il “vero” castello di Biancaneve, ovvero la dimora bavarese della famiglia Von Erthal, a Lohr am Main, dove sarebbe vissuta Maria Sophia Margaretha Catharina, nata nel 1725 e figlia del principe Von Erthal. Dopo la morte della madre, la fanciulla venne scacciata di casa dalla matrigna e costretta a vagare da sola nei boschi. Sopravvisse grazie all’aiuto dei piccoli lavoratori delle miniere che il padre possedeva in quelle zone. Nani, ma più probabilmente bambini, dal momento che l’infanzia, per come la intendiamo noi nel XXI secolo, è una realtà piuttosto nuova. Un tempo, la maggioranza dei bambini, era considerata forza lavoro in miniatura. Il ché mi fa pensare a quanto siamo fortunati. Coccolati fin dal piccoli, ascoltatori di fiabe di altri bambini meno amati e curati, eppure sono molti di noi a perdere, crescendo, il senso di gratitudine e di stupore…

Non tutti però. Simona Vinci non lo ha perso. Io non l’ho perso. E mi auguro che anche voi conserviate, con la massima cura, la meraviglia dell’infanzia, delle sue letture e i suoi preziosi messaggi.

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RECENSIONE: “MAGIA FILOSOFICA” DI ROBERTO RADICE

Morcelliana, 2018

“L’antico filosofo cerca le tracce della verità, che a suo giudizio si colloca nel passato piuttosto che nel futuro, come oggi per lo più si ritiene. Mentre ai nostri tempi nessuno mette in dubbio che il domani sarà progresso, anticamente nessuno dubitava che il futuro è decadenza, in quanto equivale a un costante allontanarsi dalla verità, che per sua natura si ritiene all’origine, nei pressi dell’arché (del principio) di tutte le cose. Come noi ci lasciamo illuminare dalla scienza e guidare dal suo sviluppo, così i primi pensatori della Grecia si fidavano dell’annuncio dei miti, ad esempio del mito dell’età dell’oro di Esiodo”.

Trovare un libro che contenga due fra le parole che più amo -filosofia e magia- sembrava impossibile e invece… invece, una bella domenica mattina, il quotidiano Il Sole 24 Ore mi ha regalato questa emozione. E non è tutto: a scrivere un saggio tanto speciale è stato un professore di Storia della Filosofia, nonché allievo del grande Giovanni Reale, uno dei massimi conoscitori della materia in Italia.

Vista la premessa, potete immaginare come abbia atteso l’arrivo del testo -ordinato in libreria, perché in provincia è pressoché impossibile trovare certi libri già in sede, ed è un vero peccato, perché non tutti leggono gli inserti culturali dei quotidiani- come se fosse una reliquia. Appena ritirato, l’ho letto e riletto con la massima concentrazione.

E, come accade raramente, la realtà ha superato le aspettative.

Il saggio è scritto da un importante accademico, ma il suo linguaggio è divulgativo e alla portata di tutti. Radice comincia la sua ricerca della filosofia magica viaggiando fin nella notte dei tempi, quando “il paleo-filosofo (che disegnava animali sulle pareti delle grotte) ha imparato a considerare il mondo stesso come un vivente dotato di anima, anche se l’anima a cui pensa è ben al di sopra per natura e intelligenza a quella di un comune vivente”.

Prosegue con un approfondimento sullo Sciamanesimo, dal momento che in molti considerano l’Orfismo greco imparentato con esso e l’Orfismo è centrale, dal momento che “sparse le sue spore su quasi tutta la filosofia ellenica”.

Il Dionisismo, che venerava il dio Dioniso, donò all’uomo la tranquillità interiore attraverso il suo opposto, l’ebbrezza. Tuttavia, liberò anche l’anima e, quando questo avviene, può accadere di tutto. Infatti, la filosofie successive studieranno l’uomo e la sua natura in ogni direzione. Arriveranno il Pitagorismo, il pensiero di Empedocle, Eraclito, Platone e Ippocrate. Per poi sfociare nello Stoicismo, che rappresenta la filosofia più affine al mio quotidiano (“Dipende da te? Occupatene; Non dipende da te? Sii indifferente).

Di seguito, Radice getta luce sulla filosofia di Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo e, fra i documenti di “pratica magica”, ci dona esempi di magia onirica, demonica, astrale terapeutica; maledizioni, filtri d’amore e addirittura la lecanomanzia.

E se vi gira la testa, perché in 203 pagine è condensato il succo della “filosofia magica”, vi assicuro che non potrete fare a meno di voler approfondire ulteriormente, grazie alla nutrita bibliografia.

Insomma, si tratta di un saggio essenziale per chiunque desideri indagare l’anima e la mente dell’uomo attraverso la filosofia e la pratica magica dei nostri antenati e lascia a noi tutto lo spazio interiore per avviare una lunga riflessione su ciò che siamo realmente e quali strumenti possiamo cogliere dal passato per vivere nel modo migliore il presente, anche perché “è come se il mito fosse un tronco d’albero che per un po’ galleggia sulla superficie, impregnandosi di acqua e salsedine, e poi va a fondo, smette di vagare e fa da stabile sostrato allo stesso mare”.

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RECENSIONE: “PLANT REVOLUTION” DI STEFANO MANCUSO

Giunti, 2017
Il libro accanto al girasole nano di mio figlio Damon

Seguo il Prof. Stefano Mancuso attraverso i suoi articoli e le apparizioni in tv da parecchi anni, ma solo ora sono riuscita a leggerne un saggio e non poteva succede in un periodo migliore. L’Equinozio di Primavera è appena passato, mio marito e io abbiamo seminato le nostre piantine sul balcone (in attesa di un orto tutto nostro!), addirittura nostro figlio ha portato dall’asilo un girasole nano piantato con le maestre. Insomma, è un tripudio di verde dappertutto, in casa e fuori. Tuttavia, la lettura di “Plant Revolution” ha oltrepassato ogni mia più rosea aspettativa. E’ un libro che tutti dovremmo leggere, anche chi non è appassionato di Natura come me. Il motivo? E’ sufficiente leggere un quotidiano, o ascoltare il tg per rendersene conto: siamo ormai vicini al punto di non ritorno per la salvezza del nostro pianeta, perciò dobbiamo agire adesso.

Anche da questo punto di vista, il saggio ci istruisce in merito alle potenzialità delle piante che ci circondano e ci ricorda la nostra plant blindness, ovvero l’incapacità di osservare realmente i doni della natura, cecità che ha comportato nel corso dei secoli le nefaste conseguenze ambientali di cui siamo oggi testimoni. La verità è che dipendiamo completamente dalla vegetazione, vuoi perché ci procura l’ossigeno, vuoi perché ci nutre, protegge e cura. L’erboristeria è stata la prima medicina comparsa sulla terra. Non saremmo mai sopravvissuti senza l’applicazione curativa delle piante. Inoltre, per millenni l’uomo primitivo è vissuto della raccolta delle piante che trovava sul suolo, ma senza andare troppo lontano, i nostri nonni e bisnonni, che per la maggior parte erano semplici contadini e sono sopravvissuti alla fame coltivando la terra e nutrendosi di ciò che produceva, così come delle erbe spontanee dei campi, delle colline e delle montagne, la cui conoscenza è oggi quasi del tutto svanita.

Mancuso ci rende consapevoli di tutto questo, ma ci spiega anche come le piante, pur essendo prive di un cervello come il nostro o quello degli animali, pur incapaci di sfuggire da predatori e incendi, siano talmente evolute da scongiurare innumerevoli pericoli. Il segreto è insito nella loro struttura, che lo scienziato illustra alla perfezione, una struttura che, unita alle capacità strategiche attuate da ogni specie per superare gli ostacoli, ha molto da insegnarci. Non a caso gli scienziati stanno studiando da anni lo sviluppo di plantoidi, ovvero robot che imitano capacità e funzionalità di piante.

Dunque, si tratta di un saggio imprescindibile, come la “Bibbia” per un cristiano o “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj per un letterato.

Buona lettura e…

Risotto di Asparago Selvatico e Radicchio

… un piccolo esempio di raccolta di erbe spontanee nel XXI secolo: dall’Aglio Ursino e dall’Asparago Selvatico selezionati (senza devastare!) durante una gita mattutina vicino al fiume Isonzo, abbiamo preparato dei piatti deliziosi, usando pochissimi altri ingredienti.

Naturalmente bisogna conoscere bene ciò che si trova: molte piante si somigliano tra loro, alcune di esse sono tossiche e possono quindi rivelarsi pericolose. Noi abbiamo imparato a raccoglierle grazie a professionisti e parenti che lo facevano da anni. Ora ci godiamo il piace di mangiare ciò che raccogliamo direttamente dalla terra durante la stagione corrente.

Madre Natura ci nutre, ci cura, ci affascina e ci ispira.

E’ Madre in ogni senso.

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RECENSIONE: “PER VIRTU’ D’ERBE E D’INCANTI – LA MEDICINA DELLE STREGHE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2018

E’ tempo, Luna, di assistere ai tuoi riti.

Seneca, Medea, v.770

Oggi sono davvero lieta di poter recensire un saggio importante come quello della Dott.ssa Maderna. Per citare il titolo, le sue virtù non si contano: l’autrice vanta una laurea in Lettere Classiche ed è solita fare ricerca attingendo direttamente dalle fonti, perciò i suoi scritti raccolgono riflessioni originali, non trascritte da altri testi, benché anche la bibliografia fornita sia ricchissima; l’editore Aboca realizza libri con carta di altissima qualità, destinati a durare nel tempo; la grafica è curatissima e felice nella scelta delle immagini stampate, a cominciare dalle tavole botaniche.

Nel saggio ho riscontrato un effetto specchio tra due tipi di donne: da una parte la monaca, che grazie alla sua (?) scelta virginale, ha potuto emanciparsi dalla famiglia, studiare e talvolta fare carriera, come la nota Badessa Hildegard Von Bingen -oggi Dottoressa della Chiesa, una delle uniche quattro donne al mondo cui è stato assegnato questo titolo dalla Chiesa Cristiano-Cattolica di Roma-; dall’altra parte le popolane, talvolta conoscitrici di erbe per la cura di animali e uomini, talvolta levatrici, che per riuscire a mettere insieme i pasti per sé e le famiglie, erano solite accettare ogni tipo di mestiere: la contadina, la sarta, la prostituta. Entrambi i gruppi femminili avevano accesso a diverse forme di conoscenza, ma se le prime erano protette dalla vita monastica, che le limitava, soprattutto fisicamente, le seconde erano più libere, seppur costrette alla miseria e, in casi estremi, al rogo, perché le loro conoscenze esulavano dal dogma cristiano, attingevano spesso a reminiscenze pagane e, nel periodo storico moderno, con la nascita della medicina ufficiale, diventarono una spina nel fianco all’unico genere di cura accettato: quello promosso dagli uomini abbienti e laureati.

Dunque, nel corso di secoli, le donne che, grazie alla loro personalità, carisma e competenza, emergevano rispetto alla massa, trovarono due possibilità: “diventare le spose di Cristo o sue adultere; essere inglobate nel sistema, oppure perseguitate”. E in nessuno dei due casi, la vita diventava facile: la monaca subiva il martirio, attraverso crisi mistiche e stimmate; la strega andava incontro al supplizi inquisitoriali. Le esperienze estatiche provocavano in entrambe uno stato di coscienza alterato e impressioni di distacco dal proprio corpo, simili a “viaggi astrali”. E poi, la scelta di un percorso, piuttosto che dell’altro, era dovuta sovente dalle famiglie: quelle ricche mettevano al mondo figlie che venivano date in sposa a buoni partiti, oppure finivano in convento, mentre le popolane conducevano le loro esistenze tra la dura vita dei campi, delle famiglie e delle malattie, oppure con un minimo di dignità in più guadagnato grazie alle conoscenze erboristiche, dignità che poteva venire spazzata via se qualcosa andava storto (un bambino nato morto, un legamento d’amore fallito, ecc).

Eppure, la conclusione è che “streghe e sante sono state medichesse e farmaciste: le prime per necessità, le seconde per vocazione alla cura del mondo”.

Nel saggio si trovano anche figure mitiche e mitologiche, dedite alla cura, alla magia e alla morte, come la dea Afrodite, che possedeva una cintura magica che conteneva tutti gli incanti, o Circe, la maga che, grazie alla sua capacità di comprensione della natura, era una pharmakìs, o polypharmakòs, cioè un’esperta di erbe magiche e medicinali, conoscitrice dei segreti metamorfici. Dall’antichità fino all’epoca moderna, i nomi si sprecano e quanti non hanno mai raggiunto l’inchiostro? Una cosa è certa: “la medicina delle empiriche rappresentava il terminale di quel percorso variegato che dall’antica medicina sacerdotale, fatta di divinazione, sapere erboristico e parola taumaturgica, attraversava la dimensione mitica e folclorica delle lamie rapitrici di bambini, delle maghe preparatrici di filtri erotici, delle negromanti e delle malefiche sovvertitrici delle leggi naturali”.

E ci sono due elementi fondamentali nella conoscenza delle guaritrici: la misurazione e la parola. La “misurazione dei panni” è una delle pratiche più caratteristiche della magia terapeutica delle donne di conoscenza, noto anche nella mia regione, il Friuli Venezia-Giulia*, consisteva nel “sentire” il malessere dell’ammalato toccando i vestiti che erano stati a contatto con il suo corpo e misurandoli con la spanna mentre si pronunciavano parole misteriose. Le guaritrici usavano spesso la parola durante la somministrazione del medicamento, frasi sussurrate e spesso incomprensibili, preghiere o invocazioni. Un modus operandi conosciuto già dai pitagorici, come anche Galeno, che non ignorava affatto i messaggi del soprannaturale, affidandosi oltrettutto alle rivelazioni ottenute durante i sogni, prima di dedicarsi agli ammalati, seguendo precisamente gli insegnamenti dei medici-sacerdoti di Asclepio. Insomma, “la litania magica era parte integrante dell’offerta terapeutica e aveva la funzione di rivitalizzare le antiche procedure che rimettevano alla sinergia di herbe et cantus l’azione del medico sacerdote, garante della funzione connettiva della parola fra il mondo reale e la dimensione invisibile”. L’antico paradigma dell’incantare (o dell’excantare), presente già nella Roma antica, benchè perseguitato anche allora, attraversò indenne il passaggio dal paganesimo alla cristianità, trovando nuove forme di accomodamento che ne consentissero la sopravvivenza, ovvero da preghiere pagane a preghiere cristiane.

Arrivando alle erbe, le protagoniste del saggio, quelle dette “delle streghe” hanno due valenze: da un lato sono psicotrope, spesso letali, connesse ai rituali cosiddetti “demoniaci”. Sono allucinogeni e narcotici e sovente si trovavano tra gli ingredienti del cosiddetto unguento preparato dalle maliarde per compiere i viaggi notturni: aconito, belladonna, canapa, cicuta, giusquiamo, mandragora, oppio, papavero e stramonio. Poi c’è la farmacopea “dolce”, costituita dalle erbe comuni o spontanee, che grazie all’efficacia dei loro principi vegetali e al potere teurgico delle matres herbarum, guariva anche casi disperati. Queste erbe sono: artemisia, betonica, caprifoglio, malva, menta, mirto, ruta, salvia, verbena.

Nè mancano, tra queste pagine ricchissime, terribili racconti inquisitoriali ai quali la sottoscritta, ancora nel XXI secolo, non trova spiegazioni logiche. Né le trovò Franchetta Borelli di Triora nel 1588 se, durante un supplizio, concluse:

“Stringo i denti e diranno che rido”.

* L’etnografo Gian Paolo Gri ne ha scritto in “Altri modi – Etnografia dell’agire simbolico nei processi friulani dell’Inquisizione”, Eut, 2001

Postilla: aggiungo l’indice. Sono una divoratrice di libri e so quanto possa essere utile nella scelta dell’acquisto di un libro!

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