RECENSIONE: “HATHA YOGA” DI YOGI RAMACHARAKA

Venexia, 2012

Prima di iniziare questa recensione, vorrei fare un plauso alla casa editrice Venexia, perché è una di quelle aziende dell’editoria italiana capace di scegliere autori e argomenti poco noti, talvolta scomodi e, molto spesso, sconosciuti ai più. Inoltre, le sue copertine sono talvolta di una tale bellezza, che il piacere di tenere in mano il loro libro è doppiamente intenso.

In questo caso, la grafica è modesta, ma il contenuto vince su tutto.

Yogi Ramacharaka non è un misterioso yogin indiano, ma lo pseudonimo di un avvocato americano di Chicago, William Walker Atkinson, autore di numerosi testi sulle filosofie orientali e l’esoterismo in generale, alcuni dei quali fondamentali per la diffusione dello yoga in Occidente. Sono datati all’inizio del Novecento, ma non invecchiano, anzi, il loro fascino è dovuto anche allo stile della scrittura: elegantissimo, limpido e divulgativo. Questo saggio completa una trilogia “della salute”. Gli altri due titoli sono “La Scienza del Respiro (Venexia, 2000) e “La cura dell’acqua” (Venexia, 2000).

Sono una yogini da cinque anni: i calcoli mi riescono facili e sarà sempre così, dal momento che ho iniziato a praticare Hatha Yoga nel 2014, mentre ero incinta di mio figlio Damon. Mi ero imbattuta in questa disciplina molti anni prima, ma qualcosa non era andato per il verso giusto e mi addormentai durante la lezione. Volli riprovare perché, mentre ero al quinto mese di gestazione, in edicola trovai un numero del mensile Yoga Journal che recava un enorme titolo: “Yoga in gravidanza”. Non resistetti. Lo acquistai, lo sfogliai e scattò qualcosa. Allora contattai la mia amica poetessa e Maestra Yoga Cristiana Samaya, che ancora oggi insegna e realizza video on-line meravigliosi come questo:

Mi accordai per iniziare le lezioni di Yoga in Gravidanza con lei e fu vero amore. Da allora non ho mai spesso di praticare. L’ho fatto con lei per tre anni, ma in seguito, per ragioni lavorative e familiari, proseguii da sola, a casa e il benessere che mi procurò e continua a donarmi Hatha Yoga è tale che non posso definire me stessa una persona disciplinata. Mentirei. Pratico Yoga perché mi fa stare bene a un tale livello che non è spiegabile, se non si prova.

Ho così iniziato anche a studiare l’argomento e la sua cugina, l’Ayurveda, che mi ha insegnato come mangiare in modo tale da rendere la mia alimentazione una vera e propria prevenzione per le malattie. Era quindi naturale che arrivassi a questo libro di Yogi Ramacharaka.

Il saggio descrive la summa dello Yoga: energia pranica, respirazione, stile di vita, asana, alimentazione e una dettagliata spiegazione delle funzioni del nostro corpo, perché:

“Il corpo è un abito indossato da uno spirito”.

Nelle religioni monoteiste e anche in buona parte della filosofia Indù, in fondo, al corpo viene data un’importanza secondaria, rispetto al valore altissimo dello spirito, ma Yogi Ramacharaka non è di questo avviso -e neppure io- perché, anche se uno spirito fortificato può resistere al dolore, alla sofferenza o al semplice disagio fisico, promuoverli è insensato. Dedicare tempo alla cura del proprio corpo, rende ogni altra azione, pensiero e spiritualità semplici e fluidi.

Vi consiglio caldamente questo saggio, sia che voi siate delle yogini o degli yogin, sia che siate semplicemente interessati alla comprensione del funzionamento del vostro corpo e al modo migliore per nutrirlo e curarlo.

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RECENSIONE: “L’ALTRA META’ DI DIO” DI GINEVRA BOMPIANI

Feltrinelli, 2019

“E’ possibile che un altro mondo sia già stato,

che lo abbiamo dimenticato,

che abbiamo letto male le nostre storie,

che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo”.

Un retro di copertina che dice tutto.

Auspico che in molti leggano, studino e riflettano grazie a questo saggio straordinario di Bompiani, scrittrice, saggista, traduttrice e grande erudita, perché i contenuti sono dirompenti. A cominciare dalla Genesi, che ha diverse interpretazioni e una di esse può risultare sconvolgente a molti. Non soltanto: le conseguenze di una tale revisione comportano cambiamenti radicali nello spirito delle persone. Lo spirito, che in ebraico è femminile: Ruach. “Per questo viene considerato la parte femminile di Dio. E poiché la voce è parola femminile, è dunque la parte femminile di Dio a produrre il creato. Così come Giovanni avrebbe detto in un testo apocrifo: ‘Divenne la Madre di ogni cosa, poiché esisteva prima di tutti, il madre-padre’”.

Ciò ricorda la Divina Sophia, divulgata da Padre Bulgakov e dal Leonardo da Vinci russo, il grande scienziato e teologo Pavel Florenskij. Una Divina Sophia repressa in ogni modo dalla Chiesa Ortodossa Russa: la corrente mistica sofianica è ritenuto ancora oggi eretica.

Icona russa con la Divina Sophia seduta al centro.

Ma tornando alla Genesi, la versione che presenta qui Bompiani è questa:

“Un’essenza divina maschio e femmina (Elohim, non Dio) crea un essere maschio e femmina che le somiglia. Così la creazione procede senza strappi: ogni cosa proviene dall’altra, la luce dalla tenebra, i serpenti dalle acque, i germogli dalla terra, gli umani dagli dei. Ogni cosa nasce nel suo elemento, nell’humus in cui frutterà e si moltiplicherà. […] La figura finale porta impresso lo stampo di Elohim. Chiudendo il cerchio della creazione, la sua duplice natura si riflette nella loro, e può lasciarli liberi sulla terra ospitale.

Niente divieti, né colpe, né punizioni nella creazione di Elohim. Non vi è un amore geloso fra dio e la creatura. Una sola parola definisce la loro relazione: tzelem (immagine). È questa immagine che li farà riconoscere in futuro, e ricordare di se stessi e dell’Altro. Quando Agostino inciterà a guardare dentro di sé, a conoscere se stessi per conoscere Dio, parlerà di questa intima e libera relazione con Dio, che la prima creazione lascia intravedere.

La creatura somiglia al creatore: creata dal soffio e dalla voce, la sua storia comincia quando, fra le anime viventi, un maschio e una femmina simili a dio si diffondono insieme sulla terra, fra le erbe del campo e i frutti degli alberi, copulando, coltivando e proteggendosi a vicenda”.

[…]

“La storia della prima creazione non contiene il male, ma contiene il tempo ed è contenuta nel tempo: un giorno dopo l’altro, fino al giorno del riposo in cui contemplare l’opera compiuta. Non c’è il male in questa storia”.

Gli Elohim, creando l’uomo e la donna e a loro immagine e somiglianza, li lasciano liberi. La memoria collettiva, confondendo le due origini, ha dimenticato la sua libertà.

Quali sono le due culture che hanno formato il nostro immaginario? Quella greca e quella giudaica. Cosa racconta Esiodo? Che ci fu un’Età dell’Oro nella quale i figli maschi del dio Crono venivano inghiottiti per la paura che facessero come lui, ovvero lo spodestassero. L’astuzia di Gaia salva l’ultimo di loro, Zeus, allevandolo di nascosto a Creta, dopo aver fatto inghiottire una pietra al padre. Così si conclude l’Età dell’Oro e inizia quella dell’Argento, durante la quale la società si fondava sulle donne, o meglio, sulle madri. Gli uomini vivevano con loro, infantili e sciocchi, fino a cento anni. Quando finalmente lasciavano la casa materna, non sapevano fare altro che guerreggiare e uccidersi. Dal momento che non recavano offerte agli dei, essi si stancarono di loro e li cacciarono agli Inferi, dove diventarono divinità minori.

A questa era ne seguiranno altre, tra cui l’Età degli Eroi, in cui le stesse attività belliche verranno viste come buone e giuste.

Dunque, anche secondo Esiodo, ci fu un’età Matriarcale. L’archeologia lo ha confermato e questo ha aperto la possibilità che la nostra civiltà sia stata preceduta da molte altre, diverse tra loro, che ci insegnano -tra le altre cose- che l’idea del progresso e dello sfruttamento delle risorse non è un destino, e non è neppure naturale.

Nel saggio sono presenti diversi esempi di culture matriarcali e matrifocali, ma quello che mi colpisce di più, è la quantità di analisi e di dati concreti esposti dall’autrice per dimostrare quanto sia sbagliato restare invischiati nella manipolazione delle religioni monoteiste. Questo non significa che io sia nemica di un ebreo, di un cristiano, o di un musulmano. Ciascun essere umano è libero di scegliere la propria religione. Scegliere -e già qui potremmo aprire nuove pagine di discussione, dal momento che altri ci impongono una religione, attraverso il battesimo-. Quello che mi preme trasmettere è la necessità di studiare, ricercare e riflettere su quanto ci viene propinato, per farci una nostra idea, perché, come diceva il grande scienziato Stephen Hawking:

”Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza,

ma l’illusione della conoscenza”.

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RECENSIONE: “CON GRAZIA DI TOCCO E DI PAROLA – LA MEDICINA DELLE SANTE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2019

Magari l’argomento non stava in cima alla lista delle mie preferenze ma, buon Dio, questa saggista riesce sempre a sorprendermi! I contenuti dei suoi libri sono ineccepibili, frutto di una ricerca seria e approfondita e, soprattutto, di una passione che esce dalla pagine in modo potente e ti travolge.

L’introduzione riporta la citazione di una delle mie scrittrici più amate: Isabel Allende.

“Le streghe, come le sante, sono stelle solitarie che brillano di luce propria, non dipendono da nulla e da nessuno, perciò non hanno paura e possono lanciarsi alla cieca nell’abisso con la certezza che, invece di schiantarsi, spiccheranno il volo”.

Troppo fantasioso? Letterario? Niente affatto, a giudicare dalle storie di sante vere, raccontate da Maderna. Infatti, uno dei molti punti in comune tra una strega e una santa è la disobbedienza: se le streghe sono donne libere, o che almeno tentano di ribellarsi a una religione patriarcale che le schiaccia, le sante non sono da meno. Possono assoggettarsi a determinati doveri, come quelli coniugali, ma nel profondo e nel quotidiano, agiscono mosse da una fede e da una volontà ferree.

La donne che entravano in convento, per esempio, anziché andare in spose, sfuggivano al controllo di un uomo e potevano approfondire studi erboristici, medici, teologici, addirittura astronomici. Il convento, dunque, non come prigione e privazione della libertà ma, per quegli spiriti dediti alla conoscenza e allo studio, ingresso principale verso la piena presa di coscienza dell’essere uomo e donna, del corpo e delle sue funzioni, della spiritualità più alta e della compassione autentica.

Cosa ci fa sentire spesso alieni rispetto alle suore e alle badesse? L’idea della loro vita dimessa, votata alla clausura, alla preghiera. Ebbene, grazie a questo saggio possiamo cambiare idea: i conventi diventano biblioteche ricchissime, tempi di conoscenza e ricoveri per persone bisognose, reietti, lebbrosi e malati di ogni genere. Le spose di Cristo sono le loro protettrici, infermiere e medichesse, curano i loro corpi, ma anche lo spirito. Le preghiere rimangono, ma c’è anche l’azione, il “fare la differenza” in modo concreto, fattore che mi ha stupita in modo positivo. L’uomo sovente distrugge e uccide. La donna dà la vita e cura. Le suore non hanno figli, ma pongono rimedio alla violenza sempiterna dell’uomo.

E’ un saggio da leggere con calma, prendendosi del tempo per riflettere su alcuni suoi passaggi e sulla vita di sante che conosciamo, come Agata e Lucia, la somma Ildegarda di Bingen e altre meno note, come Radegonda di Poitiers e la straordinaria Elisabetta d’Ungheria, la Carità personificata, morta giovanissima dopo una vita totalmente dedicata alla propria famiglia e ai bisognosi.

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RECENSIONE: “SPLENDERE” DI JOHANNA MAGGY

Mondadori, 2019

Pochi giorni fa ho festeggiato il mio compleanno: 40 anni. Che traguardo! Sono innamoratissima del numero 40, dal significato simbolico così potente. Durante la mia festa, le amiche si sono premurate di rendermi felice nel modo più semplice e concreto: regalandomi buoni per l’acquisto di libri, saggi e romanzi. Potete immaginare come mi sono sentita: una bambina a cui abbiano regalato un abito pieno di brillantini e volant, o una bacchetta magica di Hermione. Naturalmente mi sono subito tuffata nelle letture, tra le quali figurava “Splendere” di Johanna Maggy.

Sono consapevole del fatto che molti di voi hanno dei pregiudizi su libri come questo: titoli e foto accattivanti, concilianti. Manuali di auto-aiuto, motivazionali. Sottotitoli zuccherosi come: “Piccoli incantesimi per brillare ogni giorno”. Eppure avete mai pensato che, fermarsi alle evidenti operazioni di marketing, potrebbe farvi perdere qualcosa di importante?

Prendete me: teoricamente non avrei alcun bisogno di manuali di auto-aiuto e men che meno motivazionali. Il buon Salvador Dalì scriveva: “La droga sono io!” Tranchant. Eppure mi ci ritrovo: non ho bisogno di droghe, né di motivazioni per vivere serena, entusiasta e ben centrata. Sto bene, mi sento in armonia con me stessa e il mondo da molti anni. E’ stata una lunga strada, ma è valsa la pena attraversarla, sia per il benessere personale che ne è derivato, sia per quello che oggi posso estendere alle persone care della mia vita. Quindi vi chiederete: perché hai preso quel libro? Perché seguo l’autrice da diverso tempo sia attraverso il blog, sia attraverso Instagram e trovo i suoi consigli misurati, costruttivi e utili. E’ madre come me. Ha i suoi impegni quotidiani e professionali (come insegnante di Pilates e coach Olistica) come me. E sorride quasi sempre, proprio come me. Dulcis in fundo proviene da un Paese, l’Islanda, che trovo affascinante e che un giorno desidero visitare insieme alla famiglia. Ho sempre pensato che il suo sguardo avesse qualcosa di originale, di laterale rispetto al nostro, e non mi sbagliavo.

Nel libro, Johanna spiega la sua infanzia: era una bambina selvatica che, come i suoi conterranei, fin da piccola dormiva all’aria aperta, certo ben coperta, ma esposta agli agenti atmosferici più estremi. I suoi occhi hanno convissuto con il cielo fin dai primi mesi di vita, quel cielo immenso, nuvoloso e terso, luminoso e oscuro, che le ha trasmesso -ne sono certa- la consapevolezza di quella che è la vita di ogni creatura vivente, uomini inclusi: un continuo scorrere da un opposto all’altro, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione. Uno scivolare da un estremo all’altro che, tuttavia, dovremmo cercare di affrontare con uno scopo: quello di raggiungere il centro, l’equilibrio, l’accettazione. Attraverso le esperienze della sua infanzia, la constante consapevolezza di essere ancora quella bambina -riconoscimento del Sè autentico-, Johanna affronta la vita con il sorriso, e ha le risorse per combattere contro le avversità. Elargisce consigli pratici: dalla respirazione, pilastro della vita consapevole, al cibo. Dall’acqua alla creazione di una routine quotidiana sana per se stessi e per la famiglia. Dalla necessità di prendersi cura di sé a quella di stare più possibile a contatto con la prima Madre, Madre Natura, la Grande Madre.

Secondo alcuni, sono semplici dimostrazioni di buon senso. Una mia amica ha detto: “Beh, ma non dovremmo farlo tutti? E’ come se ci fossimo dimenticati dove sta il nostro Bene”. Certo che è così! La maggior parte delle persone ha scordato di riconnettersi alla sua parte bambina, al Sè interiore. Come scrivo spesso, ci sono lavoratori e studenti che non sollevano lo sguardo da terra e dallo smartphone per tutto il giorno e non guardano il cielo neppure una volta. Quel cielo che ha così tanto da insegnarci, così come ogni altro elemento della natura. Quel cielo che Johanna, bambina, ha osservato tanto a lungo e che le è entrato dentro.

Ho una teoria. Premetto che entriamo nel realismo magico: Johanna è l’incarnazione di una fata islandese. Un bel giorno, la fata ha deciso che voleva vivere nuove avventure e ha scelto un piccolo corpicino dentro al quale entrare. Così è diventata Johanna, una bambina vivente che porta nel suo dna i geni dei vichinghi, i temuti e resilienti dominatori dei mari nordici. Ora la fata vichinga vive tra noi e ci trasmette una percezione ancestrale della Natura e la forza, la tenacia per riconnetterci a essa.

Mi piace tanto pensare a Johanna in questi termini. E come potrebbe essere altrimenti per chi scrive parole come queste:

“Ciascuno di noi ha dentro qualcosa che deve tenere a bada e di cui si deve occupare. Non significa che siamo guasti, sbagliati o negativi.

Come esseri umani conserviamo la traccia di un evento passato, a volte piccolo, a volte molto grande -dipende da cosa ci è accaduto-, la cui voce sottile ha bisogno di essere ascoltata. È rimasto sulla tua anima un segno che non ti ha più abbandonato e al quale non hai prestato sufficiente attenzione. Magari non sai nemmeno che per tutto questo tempo ha bloccato un flusso di energia positiva dentro il corpo. Prova a ricordartene. Poi abbraccia il bambino che eri, teneramente e con consapevolezza. Lui è sempre stato presente e lo è ancora, ha bisogno di te e delle tue attenzioni, della tua cura. Chiediti come si sentiva, in mezzo alla natura, nel suo posto sacro. Cosa lo ha strappato da lì? Quale azione o parola lo ha ferito?

Molte persone vivono una vita intera trascurando questa parte della loro esistenza. Una parte perduta, sola, rinchiusa dentro di noi ma che richiede attenzione, amore e solo un abbraccio. Chiede soltanto che la sua voce sia ascoltata. Se l’abbiamo sempre ignorata, probabilmente esploderà in un comportamento o in parole che non riconosceremo che non avremmo mai pensato di voler dire. Potremmo arrabbiarci facilmente, diventare nervosi, trattare le persone che amiamo in modo inaspettato.

Diamo a noi stessi il tempo e l’amore per domandarci che cosa non va. Stai bene? Come ti senti davvero? Ogni volta che ce lo domanderemo, nelle diverse fasi della vita, troveremo risposte differenti e nuove. È un processo che non finisce mai. Per ogni fase che attraversiamo ci saranno nuovi splendori.

L’amore per noi stessi è accettazione di chi siamo, in ciascun passo, in ciascun momento del viaggio. L’amore e la cura di sé richiedono duro lavoro, una profonda connessione e un tempo dedicato durante tutto il corso della propria vita. Un tempo che meritiamo, profondamente e veramente. Quando siamo in contatto con noi stessi e abbiamo un equilibrio sano viviamo in modo diverso. Spontaneamente mangiamo cibi sani, desideriamo camminare in mezzo alla natura, fare Pilates, Yoga, o qualsiasi tipo di esercizio fisico.

E la nostra famiglia trae beneficio dal nostro stato”.

Sì, ne vale la pena. Lo sa Johanna. Lo so io. Ho trovato un’anima gemella e sono certa che anche a voi verrà voglia di diventare -o tornare a essere- così, dopo aver letto “Splendere”.

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RECENSIONE: “IL METODO ARISTOTELE – COME LA SAGGEZZA DEGLI ANTICHI PUO’ CAMBIARE LA VITA” DI EDITH HALL

Vai in biblioteca per prendere un libro e, se non stai attenta a tenere lo sguardo fisso sul banco del bibliotecario, finisce che ti porti altri volumi a casa. Vi succede? A me sempre! Poco tempo fa è accaduto proprio con questo saggio su Aristotele e il suo pensiero, di cui avevo già letto sulle riviste letterarie. Non mi pento dell’ennesimo libro portato a casa (anche perché stavolta era gratis!), anzi, opere come questa sono benedette, soprattutto nel nostro mondo caotico e controverso.

Edith Hall è una delle più importanti classiciste del mondo e insegna Lettere classiche al King’s College di Londra. Ha scritto diversi libri divulgativi sull’antica Grecia e sulla sua filosofia e in questo ha infuso tutti i cardini del pensiero aristotelico. Il libro è diviso in capitoli che possono essere letti e ripresi più volte, infatti i titoli sono: Felicità, Potenziale, Decisioni, Comunicare, Conoscenza di sé, Intenzioni, Amore, Comunità, Tempo libero e Caducità. Insomma, un saggio che rimane sul comodino per tutta la vita, che può essere consultato spesso, per schiarirsi le idee, prendere decisioni e scegliere il giusto percorso da intraprendere in un momento in cui ci si sente confusi. Anzi, io credo che questo testo andrebbe letto a scuola. Fin dalle medie. Perché? Vi propongo uno stralcio illuminante:

“I Leitmotive di Aristotele sono i seguenti: studio della situazione con cui si è alle prese, ponderazione, continua attenzione alle intenzioni, flessibilità, buon senso pratico, autonomia individuale, importanza di consultarsi con gli altri. E la premessa fondamentale della sua concezione della felicità è straordinariamente semplice e democratica: tutti possono decidere di essere felici. Dopo un certo tempo, agire rettamente diventa un’abitudine radicata, che fa stare bene con se stessi. Lo stato mentale che ne consegue è quello che va sotto il nome di eudaimonia, usato da Aristotele per indicare la felicità”.

Lo confesso: per anni non mi sono voluta avvicinare allo stagirita perché avevo letto che considerava donne e schiavi inferiori e, di conseguenza, nei suoi scritti, non c’era niente per loro. Mi sono dovuta ricredere leggendo Hall, una donna, che per prima si era relazionata a questo dato di fatto. La professoressa ricorda il rapporto che ebbe Aristotele con le donne della sua vita, in particolare con Erpillide, la madre dell’amato figlio Nicomaco. Il filosofo non sposò Erpillide, probabilmente perché apparteneva a un rango inferiore, ma non soltanto la trattò da sua pari: prima di morire si assicurò che le venissero assegnati dei servitori, delle proprietà e una parte sostanziosa di denaro. Allo stesso modo, nel suo testamento scrisse di liberare gli schiavi di sua proprietà. Hall è certa che, se Aristotele vivesse nella nostra società, si ravvederebbe circa il potenziale della donna, osservando con scrupolo tutto ciò che riusciamo a fare, da nubili e da sposate, da ragazze e da vegliarde, con pochi mezzi o dotate di ricchezza.

Trovo questo saggio così utile da scambiarlo per un manuale. Sarò la prima a tenerlo sul comodino per consultarlo ancora e ancora. Non posso fare altro che consigliarvi caldamente di leggero e di riflettere sopra ogni singolo capitolo.

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RECENSIONE: “MAI PIU’ SOLA NEL BOSCO” DI SIMONA VINCI




Marsilio, 2019

Ho visto questo piccolo libro -in termini di dimensione, non di qualità- nella trasmissione “Quante storie” di Corrado Augias, su Rai Tre. Non ho parole per descrivere la gratitudine che provo verso quel programma e gli inserti culturali dei quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Repubblica.

Il giorno in cui ho ascoltato la scrittrice Simona Vinci raccontare con viva passione la redazione di questa perla di carta, mi sono sentita coinvolta ed eccitata insieme. Ognuno di noi ha un legame speciale con le fiabe, anche con quelle dei Fratelli Grimm e io non sono da meno, sebbene a casa mia, naturalmente, circolassero soprattutto le favole del patrimonio slavo. Nel caso dell’autrice, invece, i Grimm hanno rappresentato un legame profondo e lunghissimo, che affonda la sua origine nella prima infanzia, quando il padre le regalò le “Fiabe”:

“Nessun altro tra i miei libri è ridotto in queste condizioni e nessuno mi è più caro. Il reperto è qui davanti a me, sul tavolo da lavoro. La copertina manca da decenni, la costa è macchiata e il simbolo nero e bianco dello Struzzo Einaudi è rigato di crepe. È un tascabile in brossura rilegato a filo di refe, come oggi i tascabili non si fanno più. Sollevando le pagine si vede la tela giallastra con i nodini. La prima pagina è strappata, ne è avanzato soltanto un brandello nella parte alta, a sinistra”.

Chi di noi non possiede almeno un libro che lo ha seguito in quel modo per tutta la vita e che, per questa ragione, è tanto amato e consumato? Simona Vinci ha convissuto con le “Fiabe” fin da piccola ed esse sono diventate parte integrante della sua vita, inducendola anche ad analizzare le esperienze con la lente delle storie tedesche, che talvolta erano terrificanti. Dovete sapere, infatti, che il libro dei Grimm venne modificato nel corso dei secoli, ora per non “sconvolgere” il pubblico borghese che lo leggeva, ora per diventare politically correct. Dunque, la maggior parte di noi ha letto le fiabe nella loro veste edulcorata ed educata, ma non abbiamo perso la loro origine, che proprio Einaudi ci ripropone ancora, grazie al suo fornito catalogo.

“Mai più sola nel bosco” è una lunga passeggiata tra i boschi arcaici delle fiabe, quasi fianco con Cappuccetto Rosso. Durante il tragitto scopriamo eventi del passato dell’autrice, i drammi che l’anno segnata, ma anche le persone che ha incontrato (o immaginato, o sognato). Tutti passano attraverso il filtro delle fiabe e ne escono catartizzati, pur senza cancellare l’impronta lasciata nell’anima della scrittrice.

Ciò che più ho amato, fra queste pagine, è stato scoprire che il corpus delle storie ha una matrice autentica, che affonda le sue origini in una Germania sconosciuta alla maggior parte di noi e che sono le donne le vere protagoniste, perché rappresentano le fonti alle quali i Grimm hanno attinto per comporre il loro grande libro. Balie, nutrici, sorelle di famiglie agiate. Tutte, in coro, oppure in un angolo buio di una stanza, mentre erano intente ad allattare, hanno sussurrato o cantato i loro ricordi, le storie sentite da bambine e le piccole leggende che altrimenti sarebbero andate perdute, e i giovani scrittori tedeschi si sono talmente appassionati a quelle vicende da percorrere tutta la Germania, instancabilmente, pur di continuare a tessere quell’arazzo infinito di frammenti di vita. Perché le fiabe dei fratelli Grimm hanno un origine vera, come i miti e, proprio come i miti, sono diventati archetipi, che oggi rappresentano anche materiale prezioso per l’Arteterapia, grazie alla quale i cantastorie e gli psicologi aiutano adulti e bambini ad affrontare le loro paure e psicosi.

Ho amato la sincerità di Simona Vinci nel raccontarsi, fragilità e sensibilità incluse, come quella della dendrofilia. Lei ama abbracciare gli alberi e non ne ha alcuna vergogna, proprio come possono ammettere molti di noi.

Dulcis in fundo, grazie a questo libro ho scoperto che in Germania esiste “la vera strada dei Grimm”, lunga più di seicentosessanta chilometri, che parte dalla loro città natale, Hanau e arriva fino a Brema, attraversando un territorio enorme, composto da piccole e medie cittadine che vantano villaggi, boschi, castelli, tutti elementi delle “Fiabe”. Si chiama Deutsche Märchenstrasse, (la strada tedesca delle fiabe) ed è stata creata come itinerario turistico nel 1975. Comprende settanta località, tra cui alcune sorprendenti, come la Facherkhäuser, il “vero” castello di Biancaneve, ovvero la dimora bavarese della famiglia Von Erthal, a Lohr am Main, dove sarebbe vissuta Maria Sophia Margaretha Catharina, nata nel 1725 e figlia del principe Von Erthal. Dopo la morte della madre, la fanciulla venne scacciata di casa dalla matrigna e costretta a vagare da sola nei boschi. Sopravvisse grazie all’aiuto dei piccoli lavoratori delle miniere che il padre possedeva in quelle zone. Nani, ma più probabilmente bambini, dal momento che l’infanzia, per come la intendiamo noi nel XXI secolo, è una realtà piuttosto nuova. Un tempo, la maggioranza dei bambini, era considerata forza lavoro in miniatura. Il ché mi fa pensare a quanto siamo fortunati. Coccolati fin dal piccoli, ascoltatori di fiabe di altri bambini meno amati e curati, eppure sono molti di noi a perdere, crescendo, il senso di gratitudine e di stupore…

Non tutti però. Simona Vinci non lo ha perso. Io non l’ho perso. E mi auguro che anche voi conserviate, con la massima cura, la meraviglia dell’infanzia, delle sue letture e i suoi preziosi messaggi.

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RECENSIONE: “MAGIA FILOSOFICA” DI ROBERTO RADICE

Morcelliana, 2018

“L’antico filosofo cerca le tracce della verità, che a suo giudizio si colloca nel passato piuttosto che nel futuro, come oggi per lo più si ritiene. Mentre ai nostri tempi nessuno mette in dubbio che il domani sarà progresso, anticamente nessuno dubitava che il futuro è decadenza, in quanto equivale a un costante allontanarsi dalla verità, che per sua natura si ritiene all’origine, nei pressi dell’arché (del principio) di tutte le cose. Come noi ci lasciamo illuminare dalla scienza e guidare dal suo sviluppo, così i primi pensatori della Grecia si fidavano dell’annuncio dei miti, ad esempio del mito dell’età dell’oro di Esiodo”.

Trovare un libro che contenga due fra le parole che più amo -filosofia e magia- sembrava impossibile e invece… invece, una bella domenica mattina, il quotidiano Il Sole 24 Ore mi ha regalato questa emozione. E non è tutto: a scrivere un saggio tanto speciale è stato un professore di Storia della Filosofia, nonché allievo del grande Giovanni Reale, uno dei massimi conoscitori della materia in Italia.

Vista la premessa, potete immaginare come abbia atteso l’arrivo del testo -ordinato in libreria, perché in provincia è pressoché impossibile trovare certi libri già in sede, ed è un vero peccato, perché non tutti leggono gli inserti culturali dei quotidiani- come se fosse una reliquia. Appena ritirato, l’ho letto e riletto con la massima concentrazione.

E, come accade raramente, la realtà ha superato le aspettative.

Il saggio è scritto da un importante accademico, ma il suo linguaggio è divulgativo e alla portata di tutti. Radice comincia la sua ricerca della filosofia magica viaggiando fin nella notte dei tempi, quando “il paleo-filosofo (che disegnava animali sulle pareti delle grotte) ha imparato a considerare il mondo stesso come un vivente dotato di anima, anche se l’anima a cui pensa è ben al di sopra per natura e intelligenza a quella di un comune vivente”.

Prosegue con un approfondimento sullo Sciamanesimo, dal momento che in molti considerano l’Orfismo greco imparentato con esso e l’Orfismo è centrale, dal momento che “sparse le sue spore su quasi tutta la filosofia ellenica”.

Il Dionisismo, che venerava il dio Dioniso, donò all’uomo la tranquillità interiore attraverso il suo opposto, l’ebbrezza. Tuttavia, liberò anche l’anima e, quando questo avviene, può accadere di tutto. Infatti, la filosofie successive studieranno l’uomo e la sua natura in ogni direzione. Arriveranno il Pitagorismo, il pensiero di Empedocle, Eraclito, Platone e Ippocrate. Per poi sfociare nello Stoicismo, che rappresenta la filosofia più affine al mio quotidiano (“Dipende da te? Occupatene; Non dipende da te? Sii indifferente).

Di seguito, Radice getta luce sulla filosofia di Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo e, fra i documenti di “pratica magica”, ci dona esempi di magia onirica, demonica, astrale terapeutica; maledizioni, filtri d’amore e addirittura la lecanomanzia.

E se vi gira la testa, perché in 203 pagine è condensato il succo della “filosofia magica”, vi assicuro che non potrete fare a meno di voler approfondire ulteriormente, grazie alla nutrita bibliografia.

Insomma, si tratta di un saggio essenziale per chiunque desideri indagare l’anima e la mente dell’uomo attraverso la filosofia e la pratica magica dei nostri antenati e lascia a noi tutto lo spazio interiore per avviare una lunga riflessione su ciò che siamo realmente e quali strumenti possiamo cogliere dal passato per vivere nel modo migliore il presente, anche perché “è come se il mito fosse un tronco d’albero che per un po’ galleggia sulla superficie, impregnandosi di acqua e salsedine, e poi va a fondo, smette di vagare e fa da stabile sostrato allo stesso mare”.

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RECENSIONE: “PLANT REVOLUTION” DI STEFANO MANCUSO

Giunti, 2017
Il libro accanto al girasole nano di mio figlio Damon

Seguo il Prof. Stefano Mancuso attraverso i suoi articoli e le apparizioni in tv da parecchi anni, ma solo ora sono riuscita a leggerne un saggio e non poteva succede in un periodo migliore. L’Equinozio di Primavera è appena passato, mio marito e io abbiamo seminato le nostre piantine sul balcone (in attesa di un orto tutto nostro!), addirittura nostro figlio ha portato dall’asilo un girasole nano piantato con le maestre. Insomma, è un tripudio di verde dappertutto, in casa e fuori. Tuttavia, la lettura di “Plant Revolution” ha oltrepassato ogni mia più rosea aspettativa. E’ un libro che tutti dovremmo leggere, anche chi non è appassionato di Natura come me. Il motivo? E’ sufficiente leggere un quotidiano, o ascoltare il tg per rendersene conto: siamo ormai vicini al punto di non ritorno per la salvezza del nostro pianeta, perciò dobbiamo agire adesso.

Anche da questo punto di vista, il saggio ci istruisce in merito alle potenzialità delle piante che ci circondano e ci ricorda la nostra plant blindness, ovvero l’incapacità di osservare realmente i doni della natura, cecità che ha comportato nel corso dei secoli le nefaste conseguenze ambientali di cui siamo oggi testimoni. La verità è che dipendiamo completamente dalla vegetazione, vuoi perché ci procura l’ossigeno, vuoi perché ci nutre, protegge e cura. L’erboristeria è stata la prima medicina comparsa sulla terra. Non saremmo mai sopravvissuti senza l’applicazione curativa delle piante. Inoltre, per millenni l’uomo primitivo è vissuto della raccolta delle piante che trovava sul suolo, ma senza andare troppo lontano, i nostri nonni e bisnonni, che per la maggior parte erano semplici contadini e sono sopravvissuti alla fame coltivando la terra e nutrendosi di ciò che produceva, così come delle erbe spontanee dei campi, delle colline e delle montagne, la cui conoscenza è oggi quasi del tutto svanita.

Mancuso ci rende consapevoli di tutto questo, ma ci spiega anche come le piante, pur essendo prive di un cervello come il nostro o quello degli animali, pur incapaci di sfuggire da predatori e incendi, siano talmente evolute da scongiurare innumerevoli pericoli. Il segreto è insito nella loro struttura, che lo scienziato illustra alla perfezione, una struttura che, unita alle capacità strategiche attuate da ogni specie per superare gli ostacoli, ha molto da insegnarci. Non a caso gli scienziati stanno studiando da anni lo sviluppo di plantoidi, ovvero robot che imitano capacità e funzionalità di piante.

Dunque, si tratta di un saggio imprescindibile, come la “Bibbia” per un cristiano o “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj per un letterato.

Buona lettura e…

Risotto di Asparago Selvatico e Radicchio

… un piccolo esempio di raccolta di erbe spontanee nel XXI secolo: dall’Aglio Ursino e dall’Asparago Selvatico selezionati (senza devastare!) durante una gita mattutina vicino al fiume Isonzo, abbiamo preparato dei piatti deliziosi, usando pochissimi altri ingredienti.

Naturalmente bisogna conoscere bene ciò che si trova: molte piante si somigliano tra loro, alcune di esse sono tossiche e possono quindi rivelarsi pericolose. Noi abbiamo imparato a raccoglierle grazie a professionisti e parenti che lo facevano da anni. Ora ci godiamo il piace di mangiare ciò che raccogliamo direttamente dalla terra durante la stagione corrente.

Madre Natura ci nutre, ci cura, ci affascina e ci ispira.

E’ Madre in ogni senso.

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RECENSIONE: “PER VIRTU’ D’ERBE E D’INCANTI – LA MEDICINA DELLE STREGHE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2018

E’ tempo, Luna, di assistere ai tuoi riti.

Seneca, Medea, v.770

Oggi sono davvero lieta di poter recensire un saggio importante come quello della Dott.ssa Maderna. Per citare il titolo, le sue virtù non si contano: l’autrice vanta una laurea in Lettere Classiche ed è solita fare ricerca attingendo direttamente dalle fonti, perciò i suoi scritti raccolgono riflessioni originali, non trascritte da altri testi, benché anche la bibliografia fornita sia ricchissima; l’editore Aboca realizza libri con carta di altissima qualità, destinati a durare nel tempo; la grafica è curatissima e felice nella scelta delle immagini stampate, a cominciare dalle tavole botaniche.

Nel saggio ho riscontrato un effetto specchio tra due tipi di donne: da una parte la monaca, che grazie alla sua (?) scelta virginale, ha potuto emanciparsi dalla famiglia, studiare e talvolta fare carriera, come la nota Badessa Hildegard Von Bingen -oggi Dottoressa della Chiesa, una delle uniche quattro donne al mondo cui è stato assegnato questo titolo dalla Chiesa Cristiano-Cattolica di Roma-; dall’altra parte le popolane, talvolta conoscitrici di erbe per la cura di animali e uomini, talvolta levatrici, che per riuscire a mettere insieme i pasti per sé e le famiglie, erano solite accettare ogni tipo di mestiere: la contadina, la sarta, la prostituta. Entrambi i gruppi femminili avevano accesso a diverse forme di conoscenza, ma se le prime erano protette dalla vita monastica, che le limitava, soprattutto fisicamente, le seconde erano più libere, seppur costrette alla miseria e, in casi estremi, al rogo, perché le loro conoscenze esulavano dal dogma cristiano, attingevano spesso a reminiscenze pagane e, nel periodo storico moderno, con la nascita della medicina ufficiale, diventarono una spina nel fianco all’unico genere di cura accettato: quello promosso dagli uomini abbienti e laureati.

Dunque, nel corso di secoli, le donne che, grazie alla loro personalità, carisma e competenza, emergevano rispetto alla massa, trovarono due possibilità: “diventare le spose di Cristo o sue adultere; essere inglobate nel sistema, oppure perseguitate”. E in nessuno dei due casi, la vita diventava facile: la monaca subiva il martirio, attraverso crisi mistiche e stimmate; la strega andava incontro al supplizi inquisitoriali. Le esperienze estatiche provocavano in entrambe uno stato di coscienza alterato e impressioni di distacco dal proprio corpo, simili a “viaggi astrali”. E poi, la scelta di un percorso, piuttosto che dell’altro, era dovuta sovente dalle famiglie: quelle ricche mettevano al mondo figlie che venivano date in sposa a buoni partiti, oppure finivano in convento, mentre le popolane conducevano le loro esistenze tra la dura vita dei campi, delle famiglie e delle malattie, oppure con un minimo di dignità in più guadagnato grazie alle conoscenze erboristiche, dignità che poteva venire spazzata via se qualcosa andava storto (un bambino nato morto, un legamento d’amore fallito, ecc).

Eppure, la conclusione è che “streghe e sante sono state medichesse e farmaciste: le prime per necessità, le seconde per vocazione alla cura del mondo”.

Nel saggio si trovano anche figure mitiche e mitologiche, dedite alla cura, alla magia e alla morte, come la dea Afrodite, che possedeva una cintura magica che conteneva tutti gli incanti, o Circe, la maga che, grazie alla sua capacità di comprensione della natura, era una pharmakìs, o polypharmakòs, cioè un’esperta di erbe magiche e medicinali, conoscitrice dei segreti metamorfici. Dall’antichità fino all’epoca moderna, i nomi si sprecano e quanti non hanno mai raggiunto l’inchiostro? Una cosa è certa: “la medicina delle empiriche rappresentava il terminale di quel percorso variegato che dall’antica medicina sacerdotale, fatta di divinazione, sapere erboristico e parola taumaturgica, attraversava la dimensione mitica e folclorica delle lamie rapitrici di bambini, delle maghe preparatrici di filtri erotici, delle negromanti e delle malefiche sovvertitrici delle leggi naturali”.

E ci sono due elementi fondamentali nella conoscenza delle guaritrici: la misurazione e la parola. La “misurazione dei panni” è una delle pratiche più caratteristiche della magia terapeutica delle donne di conoscenza, noto anche nella mia regione, il Friuli Venezia-Giulia*, consisteva nel “sentire” il malessere dell’ammalato toccando i vestiti che erano stati a contatto con il suo corpo e misurandoli con la spanna mentre si pronunciavano parole misteriose. Le guaritrici usavano spesso la parola durante la somministrazione del medicamento, frasi sussurrate e spesso incomprensibili, preghiere o invocazioni. Un modus operandi conosciuto già dai pitagorici, come anche Galeno, che non ignorava affatto i messaggi del soprannaturale, affidandosi oltrettutto alle rivelazioni ottenute durante i sogni, prima di dedicarsi agli ammalati, seguendo precisamente gli insegnamenti dei medici-sacerdoti di Asclepio. Insomma, “la litania magica era parte integrante dell’offerta terapeutica e aveva la funzione di rivitalizzare le antiche procedure che rimettevano alla sinergia di herbe et cantus l’azione del medico sacerdote, garante della funzione connettiva della parola fra il mondo reale e la dimensione invisibile”. L’antico paradigma dell’incantare (o dell’excantare), presente già nella Roma antica, benchè perseguitato anche allora, attraversò indenne il passaggio dal paganesimo alla cristianità, trovando nuove forme di accomodamento che ne consentissero la sopravvivenza, ovvero da preghiere pagane a preghiere cristiane.

Arrivando alle erbe, le protagoniste del saggio, quelle dette “delle streghe” hanno due valenze: da un lato sono psicotrope, spesso letali, connesse ai rituali cosiddetti “demoniaci”. Sono allucinogeni e narcotici e sovente si trovavano tra gli ingredienti del cosiddetto unguento preparato dalle maliarde per compiere i viaggi notturni: aconito, belladonna, canapa, cicuta, giusquiamo, mandragora, oppio, papavero e stramonio. Poi c’è la farmacopea “dolce”, costituita dalle erbe comuni o spontanee, che grazie all’efficacia dei loro principi vegetali e al potere teurgico delle matres herbarum, guariva anche casi disperati. Queste erbe sono: artemisia, betonica, caprifoglio, malva, menta, mirto, ruta, salvia, verbena.

Nè mancano, tra queste pagine ricchissime, terribili racconti inquisitoriali ai quali la sottoscritta, ancora nel XXI secolo, non trova spiegazioni logiche. Né le trovò Franchetta Borelli di Triora nel 1588 se, durante un supplizio, concluse:

“Stringo i denti e diranno che rido”.

* L’etnografo Gian Paolo Gri ne ha scritto in “Altri modi – Etnografia dell’agire simbolico nei processi friulani dell’Inquisizione”, Eut, 2001

Postilla: aggiungo l’indice. Sono una divoratrice di libri e so quanto possa essere utile nella scelta dell’acquisto di un libro!

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