RECENSIONE: MORGANA – L’UOMO RICCO SONO IO

di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, Mondadori, 2021

Non vedevo l’ora di recensire questo libro, nonostante la vergogna. Sì, perché in casa ho la prima “Morgana”, ma non l’ho ancora letta! Cosa mi ha indotta a cominciare dalla seconda? Naturalmente il messaggio sotteso: l’abbattimento di uno degli ultimi tabù legati a “ciò che le donne possono fare”, ovvero: guadagnarsi il proprio denaro e andarne fiere.

Da che mondo è mondo, infatti, la donna viene vista come colei che studia, entra nel mondo del lavoro, si sposa (o va a convivere), mette al mondo dei figli (preferibilmente uno solo, visti i tempi grami) e… fine della storia. Si riduce a vivere per le creature, abbandonando il proprio mestiere, la carriera o qualsiasi altra velleità artistica e creativa.

Triste storia, non credete? Perché avere figli non significa che bisogna dedicarsi a loro definitivamente. Qualcuno pretenderebbe mai una cosa simile da un uomo? Niente affatto. È un’ipotesi, se ci pensate bene, improponibile. Invece, come si è visto anche durante la pandemia, è stato il 90% delle donne a perdere il proprio posto di lavoro, e solo il 10% degli uomini. Perché? Perché ancora oggi (nel XXI secolo!) ci si aspetta che siano proprio le madri a occuparsi dei figli, sotto ogni aspetto.

Ma è davvero accettabile?

No, affatto. Non lo è per la mia generazione (1979) e men che meno per quella delle mie quattro nipoti che, mi auguro, continuino la battaglia che stiamo conducendo noi oggi. Una battaglia assurda, se ci pensate bene, perché stiamo parlando di uno stile di vita equo, che dovrebbe essere naturale e ovvio. Vi faccio uno schema per capire meglio e per comodità mi riferirò alla cosiddetta coppia tradizionale, composta da una donna e da un uomo con figlio/a, ben consapevole della presenza di coppie arcobaleno e senza figli (per scelta o meno):

  • Lei e lui lavorano;
  • Lei e lui pagano l’affitto, le tasse e le spese dell’appartamento/casa in cui vivono;
  • Lei resta incinta continuando, nella maggior parte dei casi, a lavorare fino al giorno prima del parto, mentre lui lavora prima, durante e dopo, anche perché in Italia non abbiamo il congedo parentale previsto in molti Paesi virtuosi, come quelli Scandinavi;
  • Lei resta a casa per qualche mese, in modo da potersi occupare del bambino/a, mentre lui continua a lavorare, ma appena torna a casa, aiuta la sua compagna, visto e considerato che, nella maggioranza dei casi, le reti familiari si sono talmente sfilacciate che le puerpere hanno ben pochi aiuti (o zero) durante i primi mesi con il proprio/a bebè;
  • Quando il bambino/a inizia a frequentare l’asilo, lei torna a lavorare, mentre lui non ha mai smesso;
  • Spesso lei torna al lavoro con il part-time, ma appena terminato, deve correre a riprendere il figlio/a all’asilo e occuparsene, mentre lui torna alla solita ora a casa;
  • Se il bambino/a si ammala, i genitori decidono di occuparsene in modo egualitario: una volta sarà lui a restare a casa con il bambino, la volta seguente lo farà lei;
  • Se lei e lui hanno altre passioni e progetti extra-lavorativi, si accordano per occuparsene in modo equo;
  • In casa tutti e due si occupano delle faccende domestiche in modo paritario;
  • Entrambi continuano a pagare le tasse e la spesa congiuntamente.

Al netto del problema relativo all’assenza di un congedo parentale da parte del padre, cosa rileviamo? Che se lo schema venisse applicato in ogni famiglia, bene o male avremmo un equilibrio delle parti.

Qualche uomo, mi ha fatto spesso notare che, però, è l’uomo a portare a casa l’introito economico maggiore, perché di norma è lui ad avere un lavoro più remunerativo, ad essere pagato di più (in quanto uomo) e quindi c’è una disparità netta nei riguardi della compagna che, dopo la nascita del figlio, inizia a lavorare di meno e quindi a portare meno soldi a casa.

Attenzione: se la compagna avesse la stessa opportunità dell’uomo, di fare carriera, siamo proprio sicuri che continuerebbe a guadagnare di meno, rispetto all’uomo? La risposta è no. Inoltre, se è lei ad andare a prendere il figlio all’asilo dopo aver terminato di lavorare, e a occuparsene per altre quattro, o sei ore, prima del ritorno del compagno a casa, possiamo davvero affermare che lei lavori part-time? Ma poi, voi li avete visti i padri che trascorrono i primi mesi a casa col bebè h24? Io no. E quelli che dicono alla compagna: no guarda, il part-time lo richiedo io, tu ritorna al lavoro full-time: “Sarò io ad andare a prendere il bambino/a all’asilo e a occuparmene”? No, nemmeno quelli…

Insomma, bando alle ipocrisie e alle congetture. Se noi donne ci battiamo per avere pari diritti e opportunità, è perché sappiamo chi siamo, quanto valiamo e siamo perfettamente consapevoli del fatto che questa culturale maschilista e patriarcale è giunta al capolinea. Senza nulla togliere al valore dell’uomo -che ha la stessa importanza di quello della donna- c’è bisogno proprio di uno schema come quello che vi ho presentato, con tutti i miglioramenti del caso già delineati, e perché no? Molti altri ancora. Se esiste una giustizia universale, ve lo dico chiaramente: noi donne dovremmo venire portate sul palmo di una mano, perché per millenni siamo rimaste sotto, sotto a tutto e a tutti. Schiacciate dalla morale religiosa, dalle leggi, costrette a fungere da incubatrici senza diritti sui nostri figli/e, a camminare a capo chino, a usare mille sotterfugi per avere una boccata di aria fresca, di libertà, ma sempre con una percezione di un terrore di sottofondo, perché guai a essere scoperte. Siamo state degli oggetti che passavano dalla mano del padre a quella del marito, per finire poi in quella dei figli maschi. Siamo state (e siamo) oggetto di persecuzioni e violenze, stalking e critiche feroci che, guarda caso, ai maschi non verrebbero mai rivolte.

Insomma: basta! Basta! Basta!

Adesso vogliamo i nostri diritti, senza se e senza ma, anche perché non si tratta di richieste straordinarie, ma ordinarie e imbarazzanti per la loro semplicità che, tuttavia, ancora non viene messa in atto!

E allora ben vengano libri come questo, dove si presentano delle vere e proprie icone di empowerment femminile, donne che sono riuscite a spuntare tutti (o la maggior parte) i loro sogni e che rappresentano uno stimolo continuo per tutte noi. Chi sono?

  • Oprah Winfrey
  • Nadia Comǎneci
  • Francesca Sanna Sulis
  • J.K. Rowling
  • Helena Rubinstein
  • Angela Merkel
  • Veuve Clicquot
  • Beyoncé
  • Chiara Lubich
  • Asia Argento

La maggior parte di loro ha sofferto pene indicibili e/o è nata in epoche talmente ostili all’indipendenza economica femminile che possiamo affermarlo con certezza: sono state capaci di compiere un miracolo, qualcosa di oggettivamente impossibile. Invece ci sono riuscite, e lo hanno fatto partendo, talvolta, da condizioni così difficili, da famiglie e società talmente crudeli e violente, che oggi riteniamo impensabile, sovrumano, un simile successo.

Invece si può arrivare dove si vuole.

Questo è il messaggio che deve restare impresso nelle nostre menti e, a maggior ragione, in quelle delle nuove generazioni.

Noi arriviamo dove vogliamo. Magari ci vorranno anni. Magari troveremo lungo il percorso gli orchi, i mostri, i nostri carcerieri, ma se abbiamo l’intenzione, se la nutriamo quotidianamente, usciremo dalle gabbie che ci hanno costruito intorno. Lo faremo perché è un nostro diritto e perché l’ora è arrivata da un bel pezzo.

Quindi, mi auguro che in tante di voi leggano questo libro, e che lo facciano anche i maschi. Io l’ho letto a voce alta con mio figlio -certo saltando le parti intrise di maggior violenza, perché bisogna sempre tenere a mente come veicolare i messaggi, ai bambini a seconda della loro età- proprio perché è essenziale che anche i maschi della generazione che ha appena aperto gli occhi sul mondo, conosca il valore delle donne e i loro diritti, oltre che quelli degli uomini.

N:B Questo è il primo libro in cui ho trovato l’uso dello schwa: Ə, un fonema di inclusione adottato per parlare a femmine, maschi e agli altri, ovvero a tutti coloro che non si ritrovano nel genere binario. Uso questo fonema nelle mie comunicazioni social quando voglio invitare le persone a un evento o incontro letterario e culturale, e lo trovo molto pratico. Non mi ha dato alcun fastidio, nel corso della lettura e, mentre rileggevo questo post, avrei voluto adottarlo per comodità (anziché scrivere figli/e, per esempio), ma per il momento lo uso moderatamente.

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VIAGGIO DALLE CASCATE DI ARZINO AL LAGO DI CORNINO

Evidentemente questa è per me l’estate delle cascate e dei pic-nic. Ogni fine settimana a disposizione, organizzo infatti una gita fuori porta per la famiglia, stimolata dalla necessità di condurre mio figlio nell’esplorazione di nuovi posti e dal mio bisogno primario di Natura.

Due domeniche fa eravamo alle Cascate di Kot e, mentre tornavamo indietro lungo il sentiero, ci siamo imbattuti in una coppia che ci chiedeva quanto tempo fosse necessario per arrivare alla fine del percorso. E’ iniziato uno scambio di informazioni che ha consentito a noi di scoprire l’esistenza delle Cascate di Arzino. Vivo in Friuli Venezia Giulia da tutta la vita e non ne avevo mai sentito parlare prima. Ecco cosa significa fermarsi a parlare con gli escursionisti: ogni volta c’è qualcosa di nuovo da scoprire.

Così domenica mattina ho preparato dei semplici panini, ho ripulito la dispensa dai dolci cucinati in settimana, ho riempito le borracce d’acqua e siamo partiti alla volta della montagna.

C’è voluta quasi un’ora e mezza per raggiungere Preone, e per uno sbaglio di percorso, abbiamo fatto una strada in salita lunga ben sette chilometri, così stretta che a malapena sarebbe potuta passare qualche moto, a fianco del nostro suv. Infatti, ogni volta che ci imbattevamo in una macchina, o noi o l’altro guidatore doveva fare retromarcia fino a trovare uno spiazzo dove mettersi di lato per consentire all’altro veicolo di passare. Il tutto su una forte pendenza. E ciò nonostante un buontempone locale si è fatto beffe di me quando gliel’ho raccontato: “Ma se io vado su e giù da una vita: in macchina, motorino, in bici, a piedi e pure al contrario”. Grazie tante, noi veniamo da Gorizia… Insomma, non è stata esattamente una passeggiata di salute, ma al ritorno abbiamo trovato una strada più semplice.

Comunque sia, ne è valsa la pena:

A leggere la tabella, il tempo di percorrenza dell’intero sentiero sarebbe stato di sette chilometri e mezzo, per un’ora e mezza, ma da un lato il mio bambino, di sei anni, era già bello stanco dopo pranzo e dall’altro noi abbiamo pure iniziato il percorso, ma ci siamo imbattuti in un grosso albero caduto che sbarrava la strada. Così noi, come altre famiglie che ho notato, abbiamo desistito, mentre altre persone, senza bambini appresso, sono saltati oltre l’ostacolo e hanno proseguito.

Nonostante questa limitazione, non mi posso lamentare. Non ero salita per fare del vero e proprio escursionismo, ma per far godere a mio figlio lo spettacolo che si schiudeva a ogni angolo del bosco.

Abbiamo quindi consumato il nostro pic-nic, siamo scesi fino al torrente a giocare con l’acqua e ci siamo riposati sul plaid steso a terra. Rispetto alle Cascate di Kot, lì c’era più gente e inoltre mancava quell’atmosfera rarefatta, quel colore lattiginoso dell’ambiente circostante. Faceva caldo, non freddo come nelle Valli del Natisone. Inoltre il rumore delle cascate era molto più invadente rispetto a quelle di Kot. Ci trovavamo insomma in tutt’altro contesto, ma non per questo meno apprezzabile e anche la constatazione del fatto che intorno a noi ci fossero tanti ragazzi e famiglie con bambini di ogni età ci ha fatto molto piacere. Significa che, nonostante tutto, il lockdown causato dalla pandemia ha provocato un cambiamento: le persone cercano di ritagliarsi del tempo libero nel proprio territorio, scoprendo o riscoprendo scorci magici come questo, anziché trascorrere i soliti fine settimana chiusi in qualche centro commerciale o outlet village.

Tornando indietro abbiamo trovato la scritta Fontanon poco distante dalla macchina e abbiamo seguito il percorso. In teoria, saremmo arrivati in una zona molto bella del torrente, ma anche in questo caso abbiamo trovato la difficoltà del terreno e degli impedimenti, così sia noi che altre persone siamo tornati indietro, accontentandoci di vedere il torrente da lontano.

Poco male: una volta risaliti in macchina, mi sono messa a cercare la distanza tra il Lago di Cornino e noi, scoprendo con sollievo che si trovava proprio lungo la strada del ritorno e così, nonostante un bambino riluttante, abbiamo parcheggiato la macchina a 26 chilometri di distanza, accanto al sentiero che porta a questo lago dai colori sgargianti.

Ho coperto che qui arrivano molte persone per il Bird Watching. Si trovano infatti numerose specie di uccelli rapaci (come il nibbio reale, il capovaccaio e l’aquila di mare) e l’area è situata su un importante rotta migratoria (qui si possono ammirare il falco di palude, l’albanella reale e minore, il falco pescatore e il cuculo, oltre che lo smeriglio), perciò di qui passano molte specie sia in primavera che in autunno. Ma il vero protagonista del Lago di Cornino è il grifone, e per lui gli autoctoni si sono mossi in ogni modo, al fine di consentirgli di ripopolare la zona.

Mi dispiace per gli appassionati di Bird Watching, ma io non rientro nel club: sono venuta fin qui per ammirare il lago, che è davvero spettacolare. Piccolo, ma impressiona a causa dei suoi colori e della limpidezza dell’acqua. Viene una gran voglia di tuffarsi, peccato che, nonostante la zona più profonda sia di dodici metri, i gradi siano dieci, e quindi si rischia l’ipotermia.

E’ stata davvero una bella domenica. Stancante a causa del caldo e dell’afa, che non ti aspetti in montagna, ma sappiamo che i cambiamenti climatici comportano anche questi profondi mutamenti. Un segno tangibile delle conseguenze dell’agire dissennato dell’uomo e dell’importanza di tutti noi, non soltanto di Greta Thunberg e degli Eco-Millennials, di agire in modo illuminato per rallentare i danni di chi ci ha preceduti.

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Scrittrice, Creativa e Baby-Sitter!

Ebbene sì. Da una settimana esatta sono diventata la baby-sitter di una bambina meravigliosa (che chiamerò Camilla, per proteggere la sua privacy). Le cose raramente accadono per caso e, anche se adesso mi ritrovo a lavorare 12 ore al giorno, cinque giorni su sette, con tanto di figliolo (quasi sempre) al mio fianco, non riesco ancora a credere quanto questa nuova esperienza mi renda felice e stanca, quasi in egual misura.

Analizzandola, mi rendo conto di più fattori. Senza ritenere di aver scoperto chissà quale novità, ma stare a contatto con i bambini sia per maternità che per lavoro, ti porta a fare diverse considerazioni. Naturalmente quelle che leggerete sono personali e sindacabili, ma realmente, osservando il mondo qui fuori, trascorrere la maggior parte del proprio tempo con i bambini rappresenta un’àncora di salvezza. Non ripeterò frasi trite e ritrite (“i bambini sono puri”, “il candore dell’infanzia”, ecc ecc), perché i bambini sanno essere buonissimi e cattivissimi proprio come gli adulti, tuttavia quello che dei grandi ancora non hanno è la capacità machiavellica di manipolare, sfruttare e rendersi profondamente crudeli. Ce l’hanno in potenza, alcuni sono inoltre precoci, ma “i miei bambini” sono due perle. Anche quando litigano tra loro, si vede che si vogliono bene. Anche quando sono arrabbiati con me, perché con autorevolezza cerco di spiegare che non si può trascorrere troppo tempo davanti alla tv o al Sapientino, si capisce che gli passerà presto e che sono consapevoli del fatto che, quello che gli dico, è per il loro bene.

I bambini sono semplici.

I bambini sono autentici.

I bambini ti riportano a uno stato di “Inizio”, dove tutto può succede.

Sento inoltre molte persone lamentarsi delle lezioni su Zoom e dei compiti che i piccoli svolgono. Invece, nonostante mi debba giostrare fra due scuole e due piattaforme distinte, con orari e insegnanti diversi, ho apprezzato molto lo sforzo dei maestri e degli scolari stessi per riuscire a gestire una simile impalcatura. Certo sono convinta che ai bambini serva andare a scuola perché contribuisce alla loro evoluzione, non solo educativa, ma anche sociale, eppure il Ministero dell’Istruzione ha fatto il meglio che poteva e, anche se c’è da “stare addosso” ai piccoli, affinché mantengano la concentrazione, e la connessione a internet tira brutti scherzi, tutto si può fare con pazienza e volontà.

Ci sono poi i momenti del gioco e quelli delle coccole. In entrambi i casi, mi rendo conto che i bambini ti facilitano il compito -benedetto- di restare nel qui e ora. La cosiddetta mindfullness, grazie ai bambini, è uno stato facile da raggiungere. Si resta in un eterno presente fatto di idee, rincorse, palle che finiscono nel recinto dei vicini, capelli strappati, baci e abbracci. Puoi cercare di evadere dal tempo presente, pensando ossessivamente a quello che devi fare “dopo”, ma non ne vale la pena, perché quello che i bambini ti offrono è prezioso e non tornerà più indietro, nè per loro, nè per te.

Ci sono state tante scrittrici, fotografe e artiste che hanno svolto la mansione di baby-sitter prima di me. Il mio impiego sarà breve, però mi sto rendendo conto di quanta ricchezza stia accogliendo dentro di me e di quanto la piccola Camilla mi stia facendo sentire grata dell’opportunità di starle accanto.

E’ una nuova esperienza, che tornerà utile anche per i miei scritti e i progetti che si svilupperanno da settembre in poi, ma adesso è il momento dei bambini e mi voglio immergere in esso totalmente.

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