Appunti dall’incontro con il filosofo Massimo Cacciari sul tema “La nave dei folli. L’immagine della follia nell’Umanesimo”


Presso il Kulturni Dom di Gorizia, in data 23 ottobre 2021

Il tema della follia nell’Umanesimo è vastissimo. Le immagini della follia, come quella che vedete alle mie spalle, sono numerosissime.

Vedremo che queste immagini non sono relegabili solo a questa epoca, ma che irromperanno anche in questo attuale periodo storico.

C’è un dibattito dunque ampio e anche tragico, perché anche per il tema della follia, l’Umanesimo è un periodo in cui, con grande realismo e disincanto, gli autori affrontano fattori tragici (come il delirio e la follia) del loro tempo. Questi temi entrano in conflitto e in contraddizione con le altre materie dell’Umanesimo, più luminose e armoniose.

È istruttivo vedere come non si relegasse la follia in una casa matta: la follia è in relazione al nostro essere quotidiano, anche presso persone apparentemente razionali. Non c’è separazione: di qua razionalità e di là follia. Anzi, l’Umanesimo tragico indica che la nostra natura è vista -come scrisse Leon Battista Alberti, il grande architetto- come l’incurabilis homo. L’uomo non è curabile, ma è ontologicamente insano perché, tra tutti gli esseri, lui cerca sempre di andare oltre a sé, non è mai sazio, è infermissimus, non sta mai fermo. È e non è una follia, questa? Ho chiamato il mio saggio “La mente inquieta” per questo.

Einaudi, 2019

Lucrezio diceva della mente che era impiger, ovvero mai pigra. “La mente arriva e poi va sempre oltre”, motto di Carlo V. e non è insano, questo? Salute è, dunque, essere quieti.

Questa follia comporta spesso la violenza, perché questo andare sempre oltre, non rende l’uomo violento? Dove sta il confine tra questa volontà di trascenderci e il voler sempre andare oltre? Dove poniamo il confine? È molto difficile.

Vogliamo costantemente fare, creare.

È una stessa linfa, dice Alberti, da cui si produce la grande opera del genio e la violenza.  E quindi, che fatica discernere, prendere una via anziché l’altra, perché la linfa è la stessa. E questa è follia, insana, non essere mai sani, in salute. Quindi vi è una inguaribile inquietudine dell’essere.

Il primo aspetto generale su cui proiettare tutto ciò che dirò: vi è un’ontologica insania dell’essere. Può darsi che in India non sia così, né in Cina, ma da noi in Occidente è così.

Questo è lo sfondo. E comporta che noi ogni giorno dobbiamo interrogarci e chiederci: la mia insania e follia procede in senso buono? Mi dà energie per cui creo opere buone ed edifico? O procede invece nel senso della violenza, della prepotenza, dell’imporsi del mio essere? Scelgo l’armonia -collegare, misurare le cose insieme- o deliro, divoro? La mia insania procede nel senso del donare o del prendere? Perché l’energia, lo ripeto, è la stessa, che fa in modo che trascendiamo lo stato in cui siamo. E noi dobbiamo cercare, ammesso che siamo liberi, di deciderci per una via o per un’altra.

E Machiavelli dice: quasi sempre decidiamo per la pessima via. E divoriamo tutto. Divoriamo la natura (Alberti), denaturiamo la natura, perché la deprediamo, ma con lo stesso sistema deprediamo anche gli altri uomini, li usiamo come cose. E non dovremmo fare né l’una, né l’altra cosa. Ma l’uomo lo fa sempre e perché?

  1. Risposta naturalista e laica, tendenzialmente ateistica. Ce la forniscono Alberti e Machiavelli. “La natura dell’uomo è captiva (prigioniera)”, Machiavelli. Tu sei prigioniero delle tue passioni, dei tuoi affetti, ma principalmente della filopsichia (amore per la propria anima). Curiamo soltanto il nostro interesse, ciecamente, perché questo comporta entrare in lotta col prossimo. Siamo captivi, ed è arduo liberarsi di questa natura, entrare ai ferri corti con questa passione di sé. L’amore per sé è cieco, perché la ragione dovrebbe farti capire che è l’armonia, la via giusta per star bene tu e gli altri. Ma guai a dire a questi prigionieri che sono cattivi: non è una loro colpa. Essi sono prigionieri, è la loro natura. Possono liberarsene? Sì, c’è la possibilità di uscire da questa caverna egotica.

La caverna rimanda ovviamente alla metafora platonica, dove ci sono uomini reclusi in una caverna che credono che le ombre (oggi la tv) sono la realtà. Ma possono uscirne, ammesso che siano liberi.

E come fanno a uscire?

  • Ci sono coloro, tra noi, che scelgono le naviculae (i libri, i testi dei grandi filosofi nel passato, la cultura, lo studio, ecc) che ci permettono di farci attraversare il fiume-vita. Quindi siamo tutti insani, ma ci sono quelli che scelgono le naviculae. Che li porta all’ateismo. Poi, dopo la morte, si vedrà. Tra di essi si trovano gli artisti, che non sono soltanto i grandi, gli architetti, i pittori e gli scultori, ma anche, semplicemente, coloro che hanno compiuto l’opera della loro vita;
  • Poi ci sono quelli che si gettano nel fiume-vita, annaspano, e sono i “tiepidi”. Costoro sono i folli, quelli che sono sopravvissuti a metà. Gli accidiosi, direbbe Dante, quelli che non hanno fatto parte di niente, ma che si ritenevano saggi. Invece sono dei folli;
  • Infine vi sono i peggiori, quelli che per sopravvivere si aggrappano a coloro che nuotano. Costoro sono coloro che sfruttano il prossimo.

Siamo tutti nel fiume-vita, ma ci sono queste tre categorie, tra di noi.

2. Risposta teologica. Certo che l’uomo appare incurabile, insano. Certo che dimostra questa filopsichia, i vizi, la cupidigia (avarizia, invidia, lussuria, ecc), ma ciò dipende non dal fatto che la nostra natura è vulnerata (atteggiamento ateistico), ma che la nostra natura ha peccato. C’è un peccato originale. Ma questo, si dirà, è stato risarcito da Gesù. No! Ci ha messo nella condizione di superare il peccato originale, ma soltanto se diventi veramente cristiano, allora sì. Cisto ti ha reso possibile la liberazione dal peccato, ovvero dalle follie. Se tu imiti Cristo, se santifichi la tua vita, ecco che ti potrai liberare.

La prima è una risposta che non ti salva: ti consente di morire, e che la morte abbia il tuo nome, che sia tu a compiere l’opera della tua vita attraverso lo studio e l’applicazione.

Nella seconda risposta, invece, ti viene offerta la liberazione attraverso la religione. È una prospettiva salvifica. La morte è la tua morte, ma anche transito all’immortalità.

Quindi sono due dimensioni rinascimentali che si contraddicono, ma coesistono in epoca umanistica. La nostra insania si radica nella storia del peccato e comporta la possibilità della redenzione, perché il Cristo è venuto tra di noi, e quindi la speranza è certa, secondo i cristiani.

Possiamo articolare le due prospettive ancora di più: cosa aggiunge Machiavelli nella prospettiva naturalistica? Che a volte, nella nostra vita, impazzire è necessario. Cioè, quando la situazione è disperata, quando tu vedi addirittura con occhio profetico che il tuo Paese, la tua patria vanno in rovina, devi cercare degli estremi rimedi, rimedi che sono pazzi. Ne “Il principe”, Machiavelli, per salvare l’Italia, si appella a un capitano di ventura. Follia. Oppure quando Machiavelli, dopo aver demonizzato il Papa per decenni, ipotizza che sia lui a salvare l’Italia. Machiavelli afferma insomma che, quando la situazione è disperata, occorre affrontarla da pazzi. Certi, serve una analisi della situazione a monte, che ci porta a comprendere che la situazione è appunto estrema, ma dopo è necessaria un’azione pazza per modificare lo status quo.

È successo molte volte nella storia: la rivoluzione marxista al tempo della Russia bolscevica, per esempio, fu un’azione folle. Quindi, nella prospettiva naturalistica-ateistica troviamo il “folle volo” (Dante), l’impresa folle, per affrontare una situazione ho analizzato razionalmente come disperata.

Pensiamo anche all’amore. È una follia. Lo dicevano Cavalcanti, Petrarca. È una passione che non ti permette di ragionare. Dante dice che l’amore muove tutto. Vi è l’amore-passione, l’amore-platonico, l’amore-sublimato (con Beatrice nel Paradiso). L’amore che vince l’amore stesso e la passione. Dante lo definisce come sovrumano e per farlo serve una particolare grazia. Il suo amore lo aveva portato proprio nella selva oscura e una grazia lo aveva posto accanto a Virgilio per uscirne, altrimenti Dante sarebbe ancora lì.

Quando amiamo, dunque, siamo folli, e ci vuole una grazia per uscirne. Dobbiamo scomodare la Santissima Vergine per riuscirci, come Dante? Ma la Madre si scomoderà per ciascuno di noi?

Il tema dell’amore è un leitmotiv di tutto l’Umanesimo, perché è follia, mania platonica. C’è una mania divina, c’è una mania umana (l’amore). Ma nell’Umanesimo e nel Rinascimento questa separazione è ardua da mantenere. Platone parla anche della mania divinatoria: ma come distinguere il falso profeta da quello vero? Platone dice: l’oracolo è mania, follia divina. Poi c’è la mania poetica (dell’artista, che viene da Dio), e la mania erotica, e così via. Ma sono tutte doppie queste manie. Come distinguere quelle buone da quelle cattive?

Questo rende drammatico il periodo dell’Umanesimo.

L’immagine che ricorre è la stultifera navis, la nave che porta gli stolti insani. Sempre c’è l’acqua, vicino alla follia. L’acqua sempre mobile, l’acqua marina che è pericolosa di per sé, la navigatio vitae che è sempre pericolosa. Ma la vita è navigazione e va affrontata con la stultifera navis. C’è l’immagine di Bosch che ce la mostra, una nave sulla quale si trova sull’albero della cuccagna, dunque un carnevale oscuro, perché i presenti sulla nave ballano, bevono, badano a soddisfare solo la loro cupidigia.

C’è anche un altro dipinto di Bosch, con il carro di fieno. Il carro porta il fieno n gran quantità e noi captivi lottiamo tra di noi per cercare di arraffare questo fieno il più possibile. Dietro al carro, cavalieri e papi che seguono. In cima al carro un angelo e un demone che si contendono le anime. E più lontano, molto più lontano, Gesù.

Sono tutte immagini apocalittiche, eppure sono immagini sentite come vicine, all’epoca. Lutero, un anno dopo affigge le sue tesi e inizia il grande sconvolgimento religioso, culturale e scientifico in tutta l’Europa.

Il Rinascimento è un periodo di crisi. Quando osservate le opere di Michelangelo, pensate a tutto ciò.

Erasmo da Rotterdam cerca una soluzione a tutti questi dilemmi attraverso “L’elogio della follia”. Consa tenta di fare, di fronte all’Apocalisse? Anzitutto cerca di prendere le distanze da tutte queste immagini apocalittiche. Dice che l’uomo non solo è folle, ma in realtà la sua follia è anche ironia, cosa buona. Grazie alla follia noi possiamo non vedere i nostri limiti, non disperare (mentre dovremmo disperare per le malattie, la morte, ecc), ma la follia è buona con noi, è consolante. La follia è anche una ragionevole insania. Il discorso è ironico, ma è in contraddizione con le immagini più cupe della nostra insania, che ci vengono da Alberti, Machiavelli, Bosch e Brandt. La follia può essere dunque ragionevole, ci dice la verità sul nostro essere, e giungiamo al fool shakesperiano, soprattutto il fool dell’Amleto. Quando Amleto scopre il cranio del burlone nel cimitero, il fool dice la verità proprio per indurre a vedere la verità del nostro essere, in modo da poterla controbattere. Non lo fa con crudeltà, ma con ironia, affinché tu veda la tua follia e te ne possa curare.

Questa ironia di Erasmo, come può valere laddove tutto diventa mare mosso e la terraferma non c’è da nessuna parte?

Ed ecco Lutero, che se la prende con Erasmo: l’uomo è naturalmente insano e solo la fede in Cristo potrà salvare, non la tua ragionevole follia. Cosa andate in cerca voi umanisti di naviculae, di follia? Non vedi che la tua volontà non ha la potenza di liberarti da quella stultifera navis?

Le due opere, di Erasmo e di Lutero, segnano la fine di ogni speranza di pace. Diventano il fallimento del Rinascimento e dell’Umanesimo.

Fino a quel momento, le due prospettive si erano confrontate. Qui si arriva all’aut aut. Questa è la tragedia dell’Umanesimo.

Ma, direbbe Erasmo, anche Cristo è folle! Vi pare poca follia un Dio che rinuncia alla propria divinità, si fa uomo e muore sulla croce per liberare l’umanità? Non è, questa, una divina follia?

Lutero avrebbe risposto: è la follia di San Paolo. Soltanto se tu diventerai folle di questa follia, potrai salvarti dalla follia. L’unica follia che potrà vincere tutte le altre follie. Dunque solo se sarai superfolle, potrai andare oltre a tutte le altre follie. Una follia attiva, Erasmo: è Dio che vuole liberamente svuotarsi della sua follia, ed è Cristo che sale sulla croce liberamente. Non lo fa da captivo, lo fa di sua spontanea volontà.

Ecco la differenza: la follia del cristiano è attiva. Voglio svuotarmi di cupidigia, di passioni, ecc, mentre le altre sono serve, passive follie.

Domande e risposte dal pubblico:

D: Dove sfocia il fiume-vita?

R: Nella concezione albertiana, è un fiume che passa da una sponda all’altra. È un transitus. Secondo i cristiani si giunge a una foce, che porta a un transitus verso l’immortalità.

D: Pensando alla follia di San Francesco e poi a quella di Erasmo, quale fu la posizione della Chiesa?

R: La curia romana mise all’indice le opere di Erasmo, ma lui rimase sempre dentro alla Chiesa Cattolica. San Francesco era folle a modo suo, pensava alla follia divina che ti spoglia di tutto e ti fa amare l’altissima paupertas, che alla follia umana appare come una orribile paupertas. Cosa appare, infatti, più orrido dell’essere poveri?

D: Il coraggio è una via di uscita?

R: Lo è. Ci vogliono virtù e coraggio per affrontare i bivi e mettersi sul cammino. Bisogna ance riconoscere che non c’è nessuna superbia nel concetto di virtù umanistica. Tutti siamo dentro quel fiume, dobbiamo riconoscere la follia altrui, perché noi non ne siamo immuni. Dove è il confine tra me e loro? Non c’è. E la strada la costruisci andando. Ci vuole virtus, senza superbia.

D: Quali sono, a suo avviso, gli strumenti che ci aiutano a uscire da questo essere captivi, oltre alle naviculae?

R: Le naviculae, le virtù, la saggezza. Non è come andare a un tavolo con un rinfresco e scegliere tutto quello che si vuole. Bisogna selezionare. E bisogna essere compassionevoli nei riguardi dei captivi e dei folli. L’atteggiamento dell’umanista è questo, perché sa che costoro diventano tali per ignoranza, paura, disperazione, non soltanto per una loro volontà crudele. E allora bisogna offrire anche dei metodi per risolvere quelle situazioni.

D: Quali sono le follie odierne, rispetto a quelle del Cinquecento?

R: E’ tutto uguale, a parte la coscienza che abbiamo oggi e gli strumenti che abbiamo per affrontarli. La nostra natura non è cambiata, anzi, siamo sempre captivi, ne facciamo esperienza quotidianamente, e lottiamo per liberarcene ogni giorno. L’Umanesimo è uno specchio anamorfico: ci vediamo tutti stiracchiati, mostruosi, uguali ai folli di allora. Ci serve però per riflettere. Ma la gente legge poco per evitare questo specchiamento. L’ignoranza protegge. È una virtù, in qualche modo. Andare con la corrente, non pensare.

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