DA DIVERSAMENTE ABILI A DIVERSAMENTE FELICI – un viaggio nell’Autismo con Federico De Rosa

Il depliant e i miei appunti

La scorsa settimana ho assistito a un incontro speciale presso la Fondazione Carigo della mia città Gorizia. Il giornalista e scrittore Federico De Rosa, accompagnato da suo padre Oreste, è intervenuto per presentarci la sua condizione di ragazzo autistico.

Mi fermo subito: nel titolo di questo posto ci sono due termini: “diversamente abili” e “Autismo” che porterà la maggioranza di voi lettori a passare oltre, per scegliere un altro argomento. Non è colpa vostra, non del tutto, almeno. Esiste ancora un forte pregiudizio su queste realtà e ve lo dico io stessa che, confesso, a primo impatto mi sono sentita a disagio davanti a De Rosa. Il suo modo di muoversi, i suoi spasmi, certi versi, mi inducevano alla fuga. Una specie di reazione istintiva. Mentre provavo questa emozione così strana per me, che nella vita non sono mai fuggita da niente, mi domandavo: “perché reagisci così? Non lo conosci neppure. Sei qui per imparare qualcosa di nuovo. Ti sei mai fermata davanti all’apparenza? No, e allora perché adesso vorresti andartene, o guardare altrove?” Mi sono data della stupida e ho sollevato lo sguardo. L’incontro è cominciato e, alla sua conclusione, mi sono sentita commossa e grata. Commossa perché l’apertura dell’anima di Federico, la sua generosità nel spiegarsi e nel voler aiutare gli altri, sia i ragazzi affetti da autismo, sia noi neurotipici, è illimitata e incondizionata. Grata perché ha detto delle cose che mi hanno fatta vergognare per il 98% di noi neurotipici. La profondità dell’anima di questo ragazzo ha pochi paragoni e lo posso affermare con certezza, perché io di gente ne conosco tanta.

Perciò, se volete mantenere saldi i vostri pregiudizi, “proteggervi” da quello che non conoscete e non uscire dalla vostra zona di conforto, passate oltre. Se, invece, come me amate la conoscenza e l’altro, rimanete e stupitevi come ho fatto io, perché vi si schiuderà un mondo poco noto, ma dal quale si possono estrarre tesori che, nella vita quotidiana, sono preclusi alla maggioranza.

Tuttavia conosco le vostre resistenze. Facciamo un gioco, allora: vi propongo di leggere solo le parti scritte in grassetto. Sono le parole di Federico De Rosa. Se vi stupiscono come è successo a me, mi promettete di leggere tutto il post? Pronti? Via!

Federico e Oreste De Rosa, Prof. Fabio Sesti

L’incontro è cominciato con un lungo intervento del Prof. Fabio Sesti, presidente di “Diritto di parola”, un’associazione di volontariato che opera sul territorio da più di dieci anni per favorire l’emancipazione e l’autonomia delle persone con varie difficoltà di comunicazione, grazie all’idea che la diversità permea un po’ tutta la società. Secondo i soci e i volontari, infatti, il grado di evoluzione della società si misura dall’inclusione, dalla volontà di non lasciare indietro nessuno. Ci sono diversi ostacoli, anche quello culturale e scientifico: un tempo, le persone disabili erano classificate come handicappate, ritardate e subnormali, mentre oggi il linguaggio ha subito una modificazione causata dalla sensibilità. Tuttavia c’è ancora una lunga strada da fare. Fino a pochi decenni fa, persone come Federico erano invisibili, perché chiuse in istituti. Progressivamente sono entrate in società, ma ancora oggi permane l’idea che debbano essere “interpretate”. Ci sovrapponiamo a loro. Facciamo in modo di soddisfare i loro bisogni. “Non capisce”, pensiamo. In realtà, la diversità di certe persone non è una malattia (che è degenerativa), ma è un modo di essere. Può essere geneticamente connaturato, ci sono varie ragioni. Sono persone diverse, esattamente come noi neurotipici siamo uno diverso dall’altro. Quindi c’è la necessità di aggiornare la cultura e la società in merito a queste riflessioni, perché il nostro filtro culturale è pesantissimo e dobbiamo superarlo: in una società interagente non si corregge nessuno, ma si offre la possibilità di essere tutti alla pari. Anche perché una simile società, dotata di accoglienza, ci fa stare bene insieme.

L’associazione promuove l’idea di comunicare con loro alla pari, lasciandoli esprimere liberamente e per questo vogliono trovare tutti gli strumenti possibili affinché questo dialogo scorra in modo fluido e continuo.

L’associazione stampa una rivista, “Dadi Esagonali”. Il nome è strano, si tratta di una figura geometrica impossibile. Il suo inventore, uno dei redattori, lo ha scelto per la complessità dei pensieri delle persone diversamente abili, pensieri diversi da noi neurotipici, ma capaci di apportare benessere a tutto il genere umano. Il giornalismo del giornale è strutturato in modo tale da abbassare il chiacchiericcio che si legge sulle testate famose, è meno litigioso, ma si concentra sulle riflessioni di temi importanti, come la ricchezza umana. Tende a mostrare cosa si può fare quando non si ha l’uso della parola vocale. Di solito, in riferimento alle persone diversamente abili si dice: “Non hanno una capacità di verbalizzazione”, ma usare il verbum non è la prima qualità umana, ce ne sono tante altre.

Oreste De Rosa è il papà di Federico, un giornalista e scrittore romani di venticinque anni che è anche autistico. Oreste ci ha spiegato che Federico è il suo terzo figlio. Entrò nella famiglia come una mazzata su un tavolo di cristallo, perché la sua condizione devastò la famiglia. Per dieci anni, Oreste ha cercato di strappare Federico all’autismo, di farlo diventare “normale”, ma il bambino peggiorava. Chi è nato autistico, rimane autistico, perché non è una malattia, ma un modo di essere. Ai quattordici anni di Federico, il padre avverte un cambiamento e dice al figlio: “Fammi diventare come te, mostrami come è essere autistici”. Federico ha iniziato a scrivere a computer e spiega al padre la sua iposensibilità (sentire amore per i piccoli profumi, le esperienze nei boschi), gli ha trasmesso la contentezza basica: nel suo mondo, quello che è importante è volersi bene con chi gli sta vicino, mangiare bene, andare alle terme e stare immersi nel silenzio. Ha anche scritto al padre: “Il silenzio ha un grande potere per conoscere. Se sei solo conosci te stesso, se sei con gli altri, nel silenzio conosci l’altro”.

Perciò se pensiamo che l’autismo ha dei valori, allora lo vivremo in modo armonioso, ma devi crederci. Se non ci credi, non verrà mai fuori. Se tu vuoi far diventare un ragazzo autistico come te, non funzionerà. Se lo capirai e lo farai esprimere per quello che è, fiorirà.

Oggi Federico ha due professioni, gira l’Italia e il mondo, ha venduto 11000 copie dei suoi libri (“L’isola di noi. Guida al paese dell’autismo”, “Quello che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo” di San Paolo Edizioni).

Ognuno di noi ha un handicap e diverse abilità. Se cerchiamo nell’altro il diversamente felice, lo troveremo. C’è una frase del Buddha che dice: “La mente è tutto: tu diventi ciò che pensi”. E’ perfetto.

Federico ha commentato: “Forte papà. È il Lenin dell’autismo”.

Oreste ci ha spiegato anche l’ipersensibilità di alcune forme di autismo: se il figlio viene avvisato dell’arrivo imminente di un rumore, lo può gestire, ma sono i rumori improvvisi a spaventarlo, a infastidirlo. Quando il padre gli chiese quale fosse il posto più difficile per lui, Federico gli rispose: la stazione di Roma Tiburtina. In generale, in città fa fatica a dormire, perché ci sono tantissimi rumori e spesso improvvisi, che noi neurotipici filtriamo, lui no.

Anche quando si parla con lui, bisogna farlo piano e scandendo bene le parole, ma senza esagerare, infilandoci un “ok”, ogni tanto.

Domanda a Federico: Che musica ti piace?

Federico: “Sì, mi piace il Boogie Woogie. Adoro Championi Jack Dupree. Adoro il piano suonato come uno strumento più percussivo che armonico”.

Soffrono non avendo amici?

Oreste spiega che hanno un diverso modo di intendere la socialità. Prima di tutto, hanno bisogno di un equilibrio tra la parte della solitudine (che vogliono) e la socializzazione. E’ necessario, da genitori, aiutarlo a stare con i compagni di scuola, far capire ai ragazzi cos’è l’autismo, perché questo Federico, per esempio, non può farlo da solo, in quanto non possiede capacità organizzative. Lo fai tu, padre, genitori, poi lo lasci andare.

È importante fare il padre, soprattutto dai quattordici anni in su. Oreste e Federico vanno in montagna, fanno lunghe camminate, spesso nel silenzio assoluto. Poi giocano tanto a bowling.

Domanda a Federico: Come hai imparato a non essere impacciato in pubblico?

Federico: “Non lo so. Sono tanti anni che lo faccio. All’inizio era difficile, poi si impara”.

Come hanno fatto a superare certi blocchi?

Oreste spiega che Federico gli ha mostrato come, ogni tanto, il suo cervello parte e vada in loop. Quindi si va per tentativi. Gli autistici hanno le stereotipie: bisogna tentare con una, due, mille frasi. Se una funziona tre volte di fila, si capisce che si è creato un solco, ovvero una stereotipia che caccia un’altra stereotipia.

Domanda a Federico: Quali sono le cose che un genitori può fare per rendere felice un figlio autistico?

Federico: “Credere nelle nostre capacità. Credere nel valore dell’autismo. La fiducia un figlio la respira con il cuore”.

Domanda a Federico: Quali difficoltà hai avuto a scuola?

Federico: “Il fiero orgoglio neurotipico di gran parte della scuola. Da una scuola per tutti dobbiamo passare a una scuola per ciascuno”.

La loro percezione è fatta di dettagli. Non comprendono l’insieme, o faticano a farlo.

Domanda a Federico: Sei andato all’università?

Federico: “No. Non amo il sapere neurotipico. Troppo compilativo delle scoperte dei secoli precedenti. È chiuso alla dimensione del mistero e dell’assurdo. Modifica l’intuizione e l’intraprendenza”.

Domanda a Federico: A che età hai cominciato ad avere consapevolezza di te e a porti degli obiettivi: voglio andare al bosco, piuttosto che al ristorante?

Federico: “Da piccolissimo avevo tutto in testa e non riuscivo a dirlo”.

Oreste ricorda che, quando Federico aveva quattro o cinque anni, si è avvicinato a lui e gli ha detto: “Molto più intelligente di quello che pensi”. Non pensiamo mai che gli atipici possano avere un mondo dentro.

Perché verso i quattordici anni gli autistici “migliorano”?

Federico ha spiegato al padre che, dentro la loro mente, durante l’infanzia, hanno una grande nebbia. Verso l’adolescenza, a forza di stare con i neurotipici, imparano da loro, sebbene spesso gli autistici li evitino, perché infastiditi dai loro comportamenti e dalle loro “prove”.

Il problema, spiega Oreste, è che gli autistici fuggono dentro di sé. Siamo noi a dover trovare il modo per portarli fuori. In casa abbiamo un dogma: “Ogni giorno una cosa nuova”. Provate. Se si fa così, loro prendono fiducia e capiscono che possono vivere anche fuori da sé. Quindi il consiglio di Oreste è di indurli a imparare l’autonomia, una al giorno, magari aiutati all’inizio. Sarà spesso un disastro, ma bisogna perseverare e riconoscergli i passi avanti fatti, magari con frasi chiare: “Vedi che sei stato in grado di farlo?” Bisogna smantellare il concetto che l’autismo è impossibile da affrontare.

Federico: “Se non credono in Federico, peggio per loro. Io non ho tempo da perdere con le paure neurotipiche. Ho tanti fratelli autistici che soffrono e devo correre ad aiutarli. Costruire la società della piena integrazione. Ma non lo vedete che ce la stiamo già facendo? Manca poco. Un futuro felici ci attende tutti, io ci credo. Posso contare su di voi?”

Domanda a Federico: Cosa significa per te essere felice?

Federico: “Maturare la consapevolezza che l’altro è un altro da me. La felicità è figlia della parola insieme”.

Domanda a Federico: E’ vero che la felicità è sentirsi socialmente accettato?

Federico: “Molto bene. Io faccio così. Integro più di tutti chi mi esclude. Vado un po’ a caccia di chi mi umilia. Chi ti esclude mai immagina che tu lo accogli. È destabilizzante e apre a un opportunità di cambiamento”.

Credo che io non debba aggiungere altro. Federico ha detto tutto.

No, forse una cosa la devo aggiungere: condividete questo post dappertutto. In tempi come questi, dove l’esclusione e le paure stanno diventando endemiche e trasversali, Federico ci induce a riflettere profondamente sul valore dell’inclusione e dell’amore tra esseri umani. Ci insegna ad aprirci, non a chiuderci. Ci insegna il potere della volontà, a noi, che ci stressiamo per la coda in autostrada, o in posta. La sua profondità è una potente medicina per ciascuno di noi.

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