Intervista alla ricercatrice e saggista Erika Maderna

Dott.ssa Erika Maderna

 

1. Sono anni che apprezzo i tuoi saggi, ma dal mio blog passano anche lettori che potrebbero non conoscerti ancora. Puoi presentarti e raccontarci la tua formazione e la tua attività?

Il mio percorso di studi parte dalla laurea in Lettere Classiche ad indirizzo archeologico. L’archeologia di scavo, però, l’ho coltivata poco, e solo da studentessa: mi ha sempre appassionato di più scavare nelle pagine immateriali della storia piuttosto che in quelle materiali. Finita l’università, ho avuto l’opportunità di realizzare un paio di pubblicazioni che, in un certo senso, hanno aperto la strada alle successive ricerche a cui mi sono dedicata. Alcuni anni fa, l’incontro fortunato con il progetto culturale di Aboca ha costituito per me una svolta molto interessante. Grazie al rapporto di fiducia e affetto reciproco che si è instaurato, oggi mi dedico prevalentemente alla ricerca indipendente e alla divulgazione, e posso trascorrere gran parte del mio tempo con il naso infilato fra i libri… una bella fortuna!

2. Ho avuto modo di leggere tre delle tue opere: “Aromi sacri, fragranze profane”, “Medichesse” e “Per virtù d’erbe e d’incanti”, editi da Aboca dal 2009 a oggi. Nell’articolo precedente (http://www.arteculturae.it/saggistica/recensione-per-virtu-derbe-e-dincanti-la-medicina-delle-streghe-di-erika-maderna/) ho recensito proprio l’ultimo uscito. Da dove provengono i tuoi interessi?

Negli ultimi anni ho avuto modo di approfondire due filoni di studio, entrambi a me molto cari. Il primo è collegato alla dimensione del mito e dei simboli, che è confluito nelle esplorazioni botaniche di “Le mani degli dèi”, una ricerca complessa ma appassionante sulla sacralità del mondo vegetale e sulle sue mitologie. Il secondo filone è quello della storia della medicina femminile, che ha preso avvio dall’idea di “Medichesse”, attingendo a uno straordinario bacino di saperi, curiosità e aneddoti ancora poco esplorato nell’editoria divulgativa.

3. Sono molto colpita dalla profondità delle tue ricerche. La bibliografia, che doni al lettore alla conclusione di ogni saggio, è ricchissima e io stessa ho attinto ad essa per approfondire certi temi. Sbaglio, o leggi le fonti direttamente nella lingua originale (greco e latino)?

E’ l’eredità degli studi classici, fortificata dalla mia passione per la lingua greca e latina, che mi consente di accedere alle fonti originali. Parto sempre dalla parola antica perché lì trovo grande ispirazione: nelle parole ci sono radici, e le radici attingono acqua in profondità.

4. Tornando per un attimo a “Per virtù d’erbe e d’incanti”, un dettaglio mi ha particolarmente fatto riflettere: l’uso della parola all’interno del percorso di guarigione che le guaritrici compivano per i loro pazienti. Fino al secolo scorso (e forse ancora oggi), le empiriche adottavano delle preghiere e degli scongiuri cristianizzati, ma sappiamo che la loro origine è pagana. Hai trovato qualche fonte antica dove è rimasta traccia di queste parole? E qual è la struttura di tali preghiere?

La consapevolezza del potere intrinseco della parola ha accompagnato tutta la storia della medicina magica: nella tradizione classica ne troviamo traccia a partire dalla filosofia pitagorica. Perfino la raccolta delle erbe officinali era accompagnata da preghiere e formule, che avevano lo scopo di attivare il potenziale terapeutico custodito nella natura. Di queste antichissime liturgie abbiamo qualche fortunata sopravvivenza negli erbari medievali, ma anche nei testi medici sono conservate importanti testimonianze di questa fase sacerdotale e liturgica. Forse non tutti sanno che uno dei primi “abracadabra” presenti nelle fonti scritte si trova nel trattato di medicina di Marcello Empirico, un autore latino del V secolo. Nel passaggio dalla cultura pagana al cristianesimo, il nuovo linguaggio religioso si è semplicemente appropriato di quelle modalità rituali, riadattandole. “Herba et verba”, erbe e parole magiche, sono da sempre la colonna portante della medicina magica delle cosiddette streghe curatrici.

5. Le umili guaritrici di campagna e le medichesse ti hanno insegnato qualcosa?

La storia della medicina osservata attraverso lo sguardo delle curatrici empiriche dice molto della natura femminile e ci consegna uno sguardo “di genere” sull’atto di cura. Ci invita a rivalutare i valori che hanno accompagnato le pratiche quotidiane delle nostre antenate, che ci raccontano l’attitudine all’osservazione, il rispetto, la partecipazione emotiva. Un “tocco” femminile che ancora oggi è bene che continui ad essere parte viva del contributo delle donne.

6. Cosa hai capito dell’essere umano e del nostro mondo, grazie alla tua erudizione e riflessione personale?

Capire l’essere umano è davvero un’impresa ardua, ma vale assolutamente la pena di procedere per tentativi… Ognuno di noi sceglie i propri strumenti di elezione per leggere il mondo: a me appassiona la ricerca delle origini. Credo che la storia ci parli, e se la interroghiamo nel modo giusto può aiutarci a trovare qualche risposta, o almeno ad orientarci lungo il cammino.

7. Ti seguo anche su Facebook, dove hai un profilo ricco di approfondimenti e articoli che scrivi per il web. Fra tutti i ricercatori che conosco, sei stata l’unica a parlare del mito di Ananke. Lo vuoi illustrare anche ai lettori di questo blog e darci la tua interpretazione?

Dal mito di Ananke sono partita per tracciare il percorso archetipico della figura della strega. La Necessità, che per i Greci rappresentava una forza superiore perfino a quella degli dèi, nella visione proposta da Platone è una dea seduta in trono, intenta a far ruotare un fuso, metafora dell’atto creativo. Le sue tre figlie, le Moire (Parche per i Romani), proprio attraverso il processo della filatura governavano l’esistenza dei mortali. Creare, dare la vita, è il grande privilegio delle donne, e allo stesso tempo l’atto magico per eccellenza. Il fuso, così come l’arcolaio e il telaio, strumenti maneggiati con grande perizia da mani femminili, è da sempre considerato uno strumento magico potentissimo; addirittura pericoloso, tanto che nell’antica Roma leggi speciali proibivano di utilizzare tali oggetti in prossimità dei campi coltivati, nel timore che il gesto di rotazione, accompagnato da una volontà malevola, avesse il potere di guastare i raccolti.

8. Alla luce di tutto ciò, quanto ritieni siano importanti gli antichi miti per noi contemporanei?

Li ritengo addirittura necessari alla nostra sopravvivenza! Parlo della sopravvivenza psichica, immaginativa, perché i miti contengono tutto ciò che è essenziale per la nostra vita interiore; non diventano mai obsoleti, ma si rivitalizzano e rinnovano continuamente attraverso il simbolo. I miti parlano sempre di noi, in una dimensione che travalica il tempo, i luoghi e le culture, e ogni volta che ci immergiamo in quelle acque, la pesca è fruttuosa.

9. Grazie alla tua conoscenza, avrai compreso che il concetto di male è ciclico nella società umana, in ogni Paese e angolo del mondo. Esiste un rimedio?

Trovare un rimedio al male sarebbe come trovare la pietra filosofale! Può essere scoraggiante prendere coscienza di quanto lenti e pigri siano i passi verso i grandi obiettivi che l’umanità dovrebbe porsi, eppure non possiamo permetterci di rimanere indifferenti. Farci avvincere dalla ricerca di soluzioni è l’unico strumento a cui possiamo aggrapparci. E naturalmente, educare le nuove generazioni a fare altrettanto è l’eredità più importante che possiamo lasciare.

10. Siamo due donne e due madri. Fai un mestiere che ami profondamente. Non posso fare a meno di chiederti come concili la famiglia con la passione della tua vita. E cosa puoi dire alle tante donne che, ancora oggi, lamentano la solitudine e, spesso, l’abbandono del lavoro per la cura dei figli.

Mi ritengo fortunata perché l’attività di ricerca mi consente grande libertà e indipendenza nella gestione dei tempi, e questo mi ha sempre permesso di conciliare in modo flessibile lavoro e vita famigliare. A monte, però, anche per me c’è stata una scelta di campo, fatta consapevolmente anni fa, quando, vincitrice di concorso, ho rinunciato a una cattedra di ruolo assegnata in una sede troppo lontana, in un momento in cui era più importante che la mia presenza in famiglia fosse costante. Una decisione che mi ha certamente privato di una maggiore stabilità economica, ma di cui non mi sono mai pentita. In generale, per noi donne, il braccio di ferro fra famiglia e lavoro può comportare scelte difficili; nel mio caso, tuttavia, credo che si sia messa di mezzo la dea Ananke…

11. Hai appena terminato edito l’ultimo saggio, “Per virtù d’erbe e d’incanti” e lo stai presentando. E’ troppo presto per chiederti se hai in progetto un nuovo libro per i tuoi lettori più appassionati?

“Per virtù d’erbe e d’incanti”, è nato con l’intento di colmare una lacuna del precedente “Medichesse”, nel quale avevo rinunciato ad approfondire la cosiddetta “medicina delle streghe”, consapevole che lo spazio di un capitolo non avrebbe reso onore a un tema tanto affascinante. Ma la storia della vocazione femminile alla cura è un bacino ampio e interessante, che fatica ad esaurirsi. Ci sono altre suggestioni che mi affascinano, e credo che, complice anche la volontà del mio editore, tornerò a farmi incuriosire da nuovi spunti. Ma mi fermo qui per evitare di spoilerare troppo!

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