Intervista allo scrittore Francesco Boer

Francesco Boer, 2018

1. Francesco, noi ci conosciamo, ma vuoi presentarti ai nostri lettori? Chi sei e qual è la tua formazione?

Ho trentasette anni e abito a Selz, in provincia di Gorizia. Crescere e vivere vicino al confine mi ha dato la possibilità di comprendere che la realtà non è risolvibile in una visione univoca. Il mondo è fatto di contrasti e sfumature, non c’è una verità unica ma tante voci diverse. Voci che possono cercare di sopraffarsi l’una contro l’altra, oppure accordarsi in un coro armonioso. Forse è anche per questo che sono affascinato dal mondo dei simboli, un argomento che studio da anni in tutte le sue sfaccettature. L’espressione simbolica è infatti una costante dell’essere umano. Nei simboli si può trovare un tratto comune a diverse culture, che permette di tracciare linee che uniscono in un significato affine fenomeni storici distanti sia nello spazio che nel tempo. Il simbolo poi è anche il fulcro che permette di collegare conoscenze che in genere vengono divise in materie di studio diverse: psicologia e storia, arte e natura, religione e scienza.

L’approccio che ho scelto ha portato di necessità ad una formazione da autodidatta, con i pregi e i difetti che ciò comporta. Procedere senza una guida è più difficile, ma mi permette di costruire una rete di collegamenti a 360 gradi, invece di sbilanciarmi in approfondimenti unilaterali su una sola materia.

2. Ho scelto la foto dell’intervista personalmente, perché mostra tutta la tua ironia. Sei un giovane uomo erudito e pieno di progetti, eppure conservi uno spirito giocoso e profondamente autoironico. Addirittura, nelle tue informazioni su Facebook, dichiari di essere un ”eremita part-time”. Da dove provengono la tua semplicità e umiltà?

L’umiltà non è tanto una scelta quanto una conseguenza degli studi e delle esperienze che ho intrapreso. Di fronte alla vastità delle cose da studiare e comprendere ci si sente come uno che deve misurare il mare con un secchio. C’è poco di che insuperbirsi! L’autoironia e gli scherzi sono per me un modo per non inaridire il discorso, e soprattutto per evitare di apparire come un maestro o un guru – cosa che non sono di certo, e che comunque non vorrei essere. La giocosità però non significa concedersi inesattezze o leggerezze nella ricerca. Su questo sono molto esigente con me stesso, e preferirei ritrattare tutte le mie tesi che sorvolare su un dettaglio incongruente.

3. Nel romanzo “Labirinto interiore” (Leucotea, 2017), hai inserito argomenti legati a una grande quantità di credi e conoscenze. Alchimia, Antropologia, Cristianesimo, Gnosticismo, Psicanalisi Junghiana, solo per citarne alcune. E’ una scelta presa a priori, oppure si è presentata mentre scrivevi il romanzo?

Per me il processo di scrittura non è finalizzato all’esposizione di qualcosa che so già. Al contrario, scrivo per imparare, scopro mentre cerco le parole. I simboli sono come una fonte che sgorga spontanea, basta sapersi chinare per attingerne a piene mani. I sistemi e le credenze che citi sono però altrettanto importanti, perché costituiscono lo stampo in cui colare il metallo fuso del simbolo vivo. Servono da struttura per collocare in un insieme armonioso la materia prima che si raccoglie. Senza questa mediazione la storia resterebbe un sogno confuso: sarebbe come se qualcuno ci parlasse dicendoci cose importanti, ma in una lingua che non comprendiamo.

4. La vicenda che narri è avvincente e coinvolgente, ricca di riferimenti eruditi e simbologia. La cosa sorprendente è che, a una prima lettura, il lettore è libero di farsi un’idea soggettiva, e poi, alla fine del romanzo, troviamo una spiegazione dettagliata dei contenuti, che concede al lettore un approfondimento ulteriore. L’ho trovato geniale, ma soprattutto un generoso dono verso chi vuole conoscere gli argomenti trattati. Come ti è venuta in mente questa particolare architettura?

Ho pensato a lungo se includere o meno questa appendice. Non volevo venisse recepita come la “soluzione” della storia, come se fosse la risposta definitiva che mette una pietra tombale su un indovinello. Mi sono però reso conto che la nostra cultura ci ha allontanato dalla ricerca del significato intrecciato nelle parole, abituandoci invece a una comunicazione immediata e superficiale. La guida ai simboli che chiude la storia non vuole dunque essere una spiegazione esaustiva, né potrebbe esserlo, perché i simboli sono una fonte di significato inesauribile: più si raccoglie e più dona con abbondanza. L’appendice è dunque un invito ad andare oltre, l’inizio di un viaggio individuale che potrebbe portare verso mete distanti e inattese.

5. Hai scelto ambienti carsici poco noti ai più, ma probabilmente sono luoghi a te noti. È un invito a conoscere le nostre zone?

Scegliere una terra lontana o un luogo di fantasia avrebbe portato al rischio di sviare il viaggio simbolico, trasformandolo in una fuga. Per come la vedo io l’immaginazione non è escapismo, ma è un lavoro che trasfigura la realtà, la libera dalle convenzioni e la fa fiorire. L’invito pertanto non è tanto a scoprire le terre che amo e a cui appartengo; idealmente ogni lettore dovrebbe riscoprire la propria appartenenza, trasfigurare i luoghi in cui è radicato fino a trasformare il deserto contemporaneo in un giardino vivo e meraviglioso.

6. Da dove proviene la tua sete di conoscenza? E perché ti capita di scegliere la forma narrativa, in luogo del saggio?

Credo che la curiosità sia un dono che chiunque possiede, solo che va alimentata. Non è una fame, che si placa dopo aver mangiato, ma un fuoco che più viene nutrito e più si ingrandisce. Purtroppo nella nostra società ci sono molti sistemi per soffocarla, ma non si spegne mai del tutto, rimane sempre una brace che si può rattizzare.

Il mio rapporto con la forma della scrittura è sempre duplice. Anche quando leggo, mi capita di interpretare i romanzi come se fossero saggi in forma figurata. Difficilmente riesco ad appassionarmi a quelle storie in cui l’autore non ha infuso idee ed argomenti.

Rispetto ad un saggio, in cui si espone solamente il punto di vista di chi scrive, il romanzo offre l’opportunità di esprimere diverse voci, raffigurando nei personaggi e nelle vicende i contrasti e le verità simmetriche che costituiscono la complessità del reale. E’ un’accortezza che cerco di non dimenticare anche quando scelgo di scrivere in forma saggistica. Di fatto i miei libri finiscono sempre in una via di mezzo: saggi articolati come storie, o racconti che mettono in scena idee.

7. Sei molto prolifico. Riesci a stare senza scrivere per qualche tempo? E, in caso affermativo, soffri della mancanza della scrittura?

Scrivo solo quando sento l’urgenza di farlo; in quei casi in pochi mesi butto giù le bozze del libro intero. Poi ovviamente segue un lavoro di riscrittura e rifinitura del testo, ma il grosso del lavoro devo farlo di getto, finché l’entusiasmo per l’idea è ancora vivo. Scrivere dunque per me è quasi una necessità: lasciar libero qualcosa che non riesce più a restare dentro.

Quando non ho niente da dire faccio tranquillamente a meno della scrittura. Non ne soffro, anzi: sono periodi in cui ho più tempo per dedicarmi a letture, viaggi e divertimenti. Sono però intervalli che in genere durano poco, proprio perché queste nuove esperienze innescano il fermento che culminerà in una nuova idea da affidare alla carta.

8. Che rapporto hai con la tua anima?

Per me l’anima è al tempo stesso un mondo interiore e una porta verso un regno ancora più vasto. Cito un passaggio da un testo sull’immaginazione che ho da poco finito di scrivere:

“Pensiamo che l’anima ci appartenga, ma forse siamo noi a esser parte di essa. Immagina un albero: ogni individuo è una piccola foglia, distinta dalle altre. Eppure le foglie vicine hanno in comune lo stesso rametto, e i singoli rametti confluiscono nei rami più grossi. Seguendo quella via si arriva al medesimo tronco. Ecco, l’anima è così. L’anima individuale è la foglia, ma il supporto che la regge è l’anima della collettività in cui è inserita. A sua volta la società si innerva nella sua storia e nella sua cultura, e infine converge nel tronco comune dell’umanità. Le radici dell’albero affondano nella terra, proprio come l’umanità è legata all’Anima Mundi.”

9. Perché hai voluto regalare un libro come “Gli assassini dell’Anima Mundi” (lo trovate in formato .pdf sul sito internet dell’autore: www.f-boer.com), scrivendo sull’ultima pagina: “Siete liberi di scaricarlo, distribuirlo, stamparlo e regalarlo a chi volete. Anzi, più lo fate e meglio è”? Che messaggio vuoi lanciare con questo regalo ai lettori?

E’ un testo che vorrei diffondere il più possibile, perché ritengo sia una presa di coscienza nei confronti di un problema vasto ed urgente. L’umanità e il pianeta sono invischiati in una rete di disastri correlati, la cui azione si somma a vicenda portando ad una gravità sempre crescente. Ne vediamo e ne conosciamo i singoli effetti, nella società e nell’ambiente, nell’estetica e nella psiche, e anche nell’economia e nella politica. Pochi però si accorgono che questi fenomeni sono sintomi di un male comune, e che è necessario agire in modo globale per arginare questa marea distruttiva che si auto-alimenta.

10. Come combatti tu, l’assassinio dell’Anima Mundi?

L’Anima Mundi è collegata all’anima individuale di ognuno di noi, ed è lì che a mio avviso bisogna iniziare. Mi sforzo di non indulgere in quelle debolezze che apparentemente sono insignificanti e prive di conseguenze, ma che sommandosi nella società portano a disastri di scala abissale. Non è che il primo passo, si intende, ma è un inizio necessario: anche le azioni più meritevoli possono portare a pericolosi squilibri, se chi le porta avanti ha in sé il seme della disarmonia.

11. Qual è il tuo prossimo libro in uscita?

Ho diversi inediti, ma il prossimo che vorrei pubblicare è un saggio sulla simbologia dell’allattamento. E’ un viaggio per immagini, dalla preistoria fino al cristianesimo, dall’India alla Parigi del 1900 fino ad arrivare alla simbologia dei trattati alchemici. In questo gesto naturale è racchiuso un grande tesoro di significato, declinato in tutte le sue sfumature da differenti culture con diverse sensibilità. E’ stato come scoprire un grande mosaico, un simbolo vivente e importante di cui spesso ci dimentichiamo.

12. Stai per partire alla volta di un viaggio molto importante, come scrittore: parteciperai a ben due presentazioni letterarie al prossimo Salone dei Libri di Torino. Come ti senti? Quali sono le tue aspettative? E vuoi trasmetterci i dati per rintracciarti?

Non cerco una vetrina in cui apparire o un piedistallo su cui salire. Spero invece in un confronto diretto, in una cultura che sia principalmente incontro e dialogo, per annodare esperienze creando rapporti diretti e fruttuosi.

Sicuramente poi spenderò una fortuna comprando libri!

L’undici maggio alle ore 15:30 sarò alla Sala della Poesia del padiglione 1 per presentare il mio libro “Favole della Grande Guerra” (Kappa Vu Edizioni): è una raccolta di storie fantastiche ambientate nel fronte della Prima Guerra Mondiale. E’ una riflessione su come la memoria rielabori la storia, e di come la retorica del potere sfrutti gli archetipi simbolici per creare narrazioni distorte a proprio uso e consumo.

Lo stesso giorno, alle ore 20, sarò alla Libreria Belgravia a presentare “Labirinto Interiore” nell’ambito dell’iniziativa SaloneOFF.

Sempre per il libro “Labirinto interiore” il 12 maggio alle 18:30 sarò disponibile per incontri e domande presso lo stand della casa editrice Leucotea, allo stand B68 del padiglione 1.

Insomma, una settimana impegnativa, contando che l’8 maggio (ore 18:00) ho anche un altro appuntamento alla libreria Ubik di Trieste: lì presenterò l’ultimo libro che ho scritto, “La Verità dei Tempi” in cui parlo di complottismo, leggende urbane e altri intrecci fra immaginazione e realtà.

13. Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che voglia lanciarsi nel mondo della narrativa o della saggistica?

Il consiglio principale è di gustarsi il piacere di scrivere. Non pensare alla pubblicazione, non orientare lo stile o limitare gli argomenti in base a calcoli di mercato.

E’ importante d’altro canto evitare di scrivere solo per sé. La scrittura dovrebbe essere un dialogo fra autore e lettore che arricchisce entrambi. Altrimenti rischia di diventare un esercizio vano che non porta da nessuna parte.

E’ utilissimo ascoltare i consigli e le considerazioni di chi legge i tuoi testi, ma bisogna trovare il giusto equilibrio fra apertura e sicurezza di sé. Non si potrà mai accontentare tutti. A un certo punto si deve individuare i propri punti di forza, e avere il coraggio di crederci anche quando qualcuno li critica.

14. Come ti vedi da qui a dieci anni?

Fra dieci anni avrò già finito di pagare le rate del mutuo! A parte gli scherzi, in genere navigo a vista, per cui mi riesce difficile immaginare scenari futuri. Mi piace seguire la spontaneità della vita. Piuttosto che sforzarmi in progetti artificiosi, lascio che la barca segua la corrente.

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