RECENSIONE: “LA LADRA DI FRAGOLE” DI JOANNE HARRIS

Garzanti, 2019

“Anch’io sono segnata e graffiata. È un pensiero che mi rassicura. Sono come il cucchiaio di legno, il tagliere, il tavolo. La vita mi ha presa e mi ha resa diversa. Ma io che cosa ho trasformato? Che cosa ho fatto per cambiare le persone intorno a me?”

Vianne Rocher è tornata. Dopo “Chocolat”, dopo “Le scarpe rosse” la ritroviamo in questo romanzo carico di realismo magico, e non potrebbe essere altrimenti, perché la protagonista ora è Rosette, la figlia che Vianne ha avuto col il misterioso Roux. Rosette ha 16 anni ed è una bambina “speciale”, ma la gente del villaggio la crede molto più incapace di quanto realmente sia. La voce di Rosette ci raggiunge attraverso le pagine, che descrivono i suoi pensieri e il suo modo di osservare il mondo. Il disegno è il suo medium. Attraverso la rappresentazione delle persone trasformate in animali, Rosette sonda le loro anime, regalando al lettore una nuova chiave di lettura per ciascuno. Dolce Rosette, amante della natura, del “suo” bosco, quello nel quale il vecchio e burbero Narcisse, che sembra non curarsi di nessuno, le fa vivere liberamente, fino a lasciarglielo in eredità, scatenando le ire dell’avida figlia. Ma Rosette, la “ladra di fragole”, è entrata nel cuore indurito di Narcisse fin da bambina, perché è speciale nel senso pieno di questa parola e perché gli ricorda Mimi, perduta per sempre.

Maman dice sempre che sono le storie a tenerci in vita; le storie che la gente racconta e che sparge come soffioni nel vento. Le storie sono tutto ciò che resta di noi quando non ci siamo più, dice maman, mentre il freddo vento del Nord canta la sua canzone desolata sopra il suono della neve che si scioglie”.

Ecco la voce di Rosette, “l’invalida” (agli occhi dei villani).

Ho faticato ad abbandonare la lettura di questo romanzo, perché ho un debole per il realismo magico e Joanne Harris ne è una sapiente interprete. Inoltre, i personaggi principali -Vianne, Roux, Anouk e Rosette- mi sono entrati sotto pelle dai tempi di “Chocolat” e sono rimasti nella costellazione della mia anima come parenti, o antenati. Dunque, ogni volta che Vianne torna a parlare della sua famiglia outsider, anche la mia anima trova sollievo e partecipa alle sue vicende. E qui ce ne sono tante. Dalla tristissima storia di Narcisse allo sfortunato nipote Yannick. Dalla misteriosa tatuatrice che raggiunge Lansquenet-sous-Tannes, al prete, Reynaud, sempre più tormentato e infelice, che fa una riflessione che non mi sarei mai aspettata in un romanzo di Harris:

“E’ questo essere genitori, mon père? Questo perenne senso di perdita? Se è così, allora probabilmente sono grato perché non lo conoscerò mai in prima persona. Eppure, io invidio loro quella gioia che non capirò mai. Mon père, ti sei mai chiesto perché ai preti è negato quel legame? Sicuramente nell’amore dei genitori per un figlio riecheggia l’amore di Dio per la sua gente. E se io non posso fare quell’esperienza, allora come posso esprimere davvero la Sua volontà?”

Uno scacco matto dritto come una freccia e chirurgico alla Chiesa e alle privazioni che causa ai suoi pastori e al suo gregge. Ma forse, come diceva Armande: “Quello che non sa, non le farà del male”.

E’ forse questa la potenza narrativa di Harris: non offre risposte, ma semina domande e ipotizza possibilità. Agli antipodi. Mette il lettore nella condizione di riflettere profondamente, il tutto in un contesto dipinto con colori intensi e speziati, che restano con il lettore per molto tempo, dopo la fine della lettura.

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