RECENSIONE: “IL GIARDINO SEGRETO” DI BANANA YOSHIMOTO

Feltrinelli, 2016

Siamo al terzo e ultimo romanzo della trilogia “Il regno” e la protagonista, Shizukuishi, giunge al termine del suo passaggio da giovane fanciulla ingenua, cresciuta tra le montagne con la nonna guaritrice a giovane donna temprata dalla vita di città, da un nuovo lavoro e una relazione che inizia a scricchiolare nel momento in cui si avvia alla convivenza.

Ho trovato quest’ultimo tomo davvero intenso. So che per alcuni potrebbe rivelarsi pesante, perché è come un lungo flusso di coscienza. Tuttavia, credo che contenga delle perle di saggezze e delle riflessioni importanti per ogni lettore. Come per esempio:

“Da bambini ci costringono a diventare grandi quando non siamo ancora pronti, poi basta un niente e ci aggrappiamo disperati al tempo perduto dell’infanzia, trascorriamo l’età adulta immersi nel senso di colpa e, voltandoci troppo spesso dall’altra parte, ci avviamo alla morte… Vivono tutti sbilanciati, con le lancette dell’orologio spostate in avanti di cinque minuti. Se fossero uno o dieci anni avrebbe senso. Ma cinque minuti servono solo a procurare ansia. Tutti si affrettano, sciupano energie. Perché sono convinti che sia semplice ricaricare le batterie. In questo modo cediamo al tempo e alle circostanze il dominio della nostra vita…”

C’è poi un tuffo nel cuore del senso dell’essere e della Natura:

“C’era qualcosa che non mi tornava. Perché alla gente non sono sufficienti dipinti e fotografie, perché sentono il bisogno di usare la natura per dare vita alle proprie opere? Si parla di armonia tra uomo e natura, ma in quel caso gli elementi naturali erano utilizzati per produrre un’opera del tutto umana. Era il mondo della sua immaginazione, e ogni pianta, fiore o ramo si era messo al servizio del suo estro prendendo la forma che lui desiderava.

Ebbi l’impressione che quel giardino contenesse le risposte alle mie domande: perché non ci accontentiamo della natura? Perché ci ostiniamo a riprodurla? Era forse perché la si ritiene soltanto un frammento della pur meravigliosa opera degli dèi? Takahashi doveva sapere molto di più. Probabilmente riusciva a vedere più lontano, e a ciò che vedeva non avrebbe voluto rinunciare. Di fronte alla perfezione della natura era in grado di immaginarselo. Ecco perché non riusciva a trattenere la spinta creativa. Ma com’è che si era infilato in un’impresa così diversa dalle altre? Perché non poteva muoversi? O perché sapeva che non sarebbe vissuto a lungo?”

Domande che mi fanno sollevare la testa.

Takahashi era un ragazzo su una sedia a rotelle morto giovane, che nell’arco della sua breve vita aveva sviluppato un amore immenso nei confronti della natura e aveva creato il “giardino segreto” che dà il titolo al romanzo. Nella citazione trovo una riflessione che in molti dovrebbero fare: c’è bisogno di tempo per creare qualcosa di bello, per progettare e sognare. Noi ce lo concediamo? Oppure viviamo alla mercé dei condizionamenti, del “dovere”. Che poi quel dovere è reale, oppure siamo noi ad averlo fatto diventare sempre più grande, imponente, fino a schiacciarci?

In molti ritengono che Yoshimoto sia un’autrice difficile, malinconica e a tratti pesante. Io credo invece che sia una donna, prima di tutto, profondamente consapevole e che nei suoi romanzi ci faccia dono di dubbi utilissimi alla nostra quotidianità.

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