RECENSIONE: “IL RITORNO DELLA GRANDE MADRE” DI GABRIELE LA PORTA

Il Saggiatore, 1997

Gabriele La Porta è stato direttore di Raidue e responsabile del palinsesto notturno delle tre reti televisive Rai, occupandosi principalmente di cultura ed esoterismo. Laureato in filosofia, ha scritto una biografia di Giordano Bruno e ha tradotto le sue opere latine “De umbris idearum” e “Cantus circaeus”. Numerosi i libri scritti successivamente e, a un lettore di passaggio, potrebbe sembrare strano che un signore con queste credenziali si sia occupato della dea primigenia, la Grande Madre, invece essa fu il perno attorno al quale si svolse tutta la sua vita, perché la Dea non è solo un’essenza spirituale, ma anche archetipo e carne, è sorella, madre, nonna. Ed è proprio dal nucleo familiare di La Porta, squisitamente matriarcale, che dobbiamo partire per comprendere la parabola della sua vita.

L’autore nasce a Roma nel 1945 e, per ragioni davvero particolari, ad allattarlo non è sua madre, ma la nonna Carla, con la quale trascorrerà gran parte dell’infanzia, alle pendici del Vesuvio, protetto dalle sue rassicuranti braccia e da quelle della zia, che vive con loro. Fin da bambino, Gabriele è curioso, cerca, indaga, e scopre ben presto di possedere una qualità rara, nella sua epoca, così come in quella di Giordano Bruno e nella nostra. Lui la chiama “brillantanza”. Vede, cioè, al di là quanto gli altri riescono a percepire. E le sue esperienze si fanno, di anno in anno, sempre più peculiari e legate strettamente al mondo femminile e a quello del femminino sacro, che sono in fondo la stessa cosa.

In questo suo saggio, La Porta ci accompagna attraverso una serie di incontri fortuiti, coincidenze (che non sono coincidenze) e illuminazioni, ci fa conoscere grandi ricercatori del passato come Giorgio Colli ed Elemire Zolla, ma soprattutto ci mette davanti a ri-scoperte di figure femminili antiche e contemporanee, che tessono, sia per lui che per noi lettori, un arazzo antico, i cui fili ci riconducono ad antiche reminiscenze, ci scuotono e ci fanno annuire interiormente.

Come la vicenda della guaritrice campana Cornelina, che per salvare un neonato attaccato da un roditore, effettua un rituale talmente delicato, da sembrare anacronistico e fuori luogo, per una donna povera come lei: “Cornelia aveva mostrato a Ninnillo (il fratello maggiore dell’infante) una scatola blu e gli aveva confidato che dentro c’era dipinto il cielo stellato e che le sue facoltà, di cui non si dava spiegazione razionale, derivavano in parte dal cielo blu e in parte dalla sua immaginazione. Lei ‘vedeva’ la parte del corpo, di chi ricorreva alle sue arti, già ‘risanata’. Insomma, si immaginava la guarigione e spesso questa avveniva davvero. Ma senza il cielo blu e il colore blu, lei non poteva nulla”.

Dal mondo contadino della Campania, il libro passa a quello ‘alto’ di ricercatrici e scrittrici come Frances A. Yates, Daniela Palladini e Barbara Alberti, la cui grandezza è evidente a tanti accademici ed altrettanti spettatori della televisione, ma fatica ancora a essere completamente accolta. Perché delle donne, dai tempi delle antiche baccanti, gli uomini hanno ancora tanta paura. Non tutti però. Non Gabriele La Porta, né Giorgio Galli, che da sapiente filosofo e storico contemporaneo ha saputo raccontarne la storia, spesso occultata ai più. Secondo le sue ricerche, tra il 1000 e l’800 a.C., le baccanti fecero parte di un movimento di rivolta femminile -poi passato alla storia con il nome di Amazzoni- che lottò per mantenere l’antico culto della Dea, una società matriarcale egualitaria, e venne stroncato dagli ‘eroi’ dell’antica Grecia, da Ercole fino a Giasone.

Ciclicamente i movimenti femminili ritornano. Fu il caso delle antiche sapienti, delle guaritrici, delle streghe, delle sufraggette, delle femministe. Ogni donna, ancora oggi, in fondo lotta per un ritorno alle origini: il riconoscimento della propria essenza e quindi quello del proprio potere. Perché una donna non è solo Madre, non è solo grembo. Una donna può essere tutto ciò che desidera e, per ottenerlo, e per vivere, compie azioni, scelte e assume comportamenti che spesso terrorizzano gli uomini, così legati al concetto di categorizzazione e ordine.

Di tutto questo Gabriele La Porta è stato consapevole. Lo aveva interiorizzato fin dal latte di Carla e, anziché esserne impaurito, è diventato un Uomo Consapevole, uno di quelli che noi donne del XXI secolo cerchiamo disperatamente. Altrimenti facciamo a meno di qualunque uomo, perché siamo tutte stanche degli uomini-etichetta, della pandemia, della reclusione forzata, della mancanza di lavoro e prospettive, di avere il peso del mondo (e dei bambini) esclusivamente sulle nostre spalle. E allora, una lettura come questa non può che spronarci a raddrizzare la schiena -ancora e ancora- e a lottare per ottenere quello che ci spetta, per vivere apertamente la nostra multiforme essenza femminile e riabbracciare il mondo della Grande Madre. Lo dobbiamo a noi, e alle nostre antenate, fino alle baccanti e alle amazzoni.

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