RECENSIONE: “IL SOGNO DELLA MACCHINA DA CUCIRE” DI BIANCA PITZORNO

Bompiani, 2018

Sono tremenda: non avevo mai letto niente della scrittrice Bianca Pitzorno. Conoscerla attraverso questo romanzo, ha fatto sì che ora desideri leggere tutto ciò che ha scritto fino a oggi, anche gli articoli. Il motivo? La sua scrittura è scorrevole, preziosa, coinvolgente e la storia che ha scelto per questo romanzo mi è rimasta nel cuore. O meglio, nell’anima. Perché parla a tutte noi, donne emancipate e contemporanee, perché ci ricorda che abbiamo molti più diritti di quanti ne abbiano mai avuti le nostre antenate in (quasi) ogni angolo del mondo, ma che una certa mentalità patriarcale e machista continua a strisciare sottoterra, pronta ad afferrarci le caviglie e a trascinarci giù, nella meschinità, nell’ingiustizia, nello stupro e nella totale assenza di libertà.

La trama racconta la vicenda di una bambina di fine Ottocento, alla quale il colera ha ucciso tutti i parenti, fuorché la nonna. L’anziana è una donna forte, che per tutta la vita ha sbarcato il lunario come domestica nelle case dei signori, oppure come sartina. Essendo rimaste sole, la nonna decide di insegnare alla nipotina di sette anni tutto quello che sa della sartoria, perché sa, in cuor suo, di non poter sopravvivere ancora a lungo, e vuole affidare alla bambina un mestiere che le consentirà di essere economicamente indipendente e di non dover sottostare alle regole di una famiglia ricca, alle molestie e crudeltà, all’umiliazione. In quel modo potrà stare anche lontana dalle fabbriche e dalle lavanderie, dove subirebbe le stesse attenzioni orribili da parte degli uomini e tornerebbe ogni sera a casa stremata dalle lunghissime ore trascorse rinchiusa fra quattro mura o con le mani sempre immerse nelle tinozze di acqua e cenere. La bambina cresce quindi fianco a fianco con la nonna, accompagnandola nelle case dei ricchi e dei borghesi per realizzare corredini per bambini, biancheria per gli adulti, corredi matrimoniali, rammendi, tutte quelle cose che un tempo venivano affidate alle sartine, un diminutivo utilizzato per distinguerle dalle sarte, quelle che avevano una boutique in centro città e realizzavano capi di alta sartoria per le passeggiate, il teatro, i matrimoni e ogni altro importante evento dove confluivano i signori e le signore.

La sartina si ritrova sola ancora minorenne, ma grazie alle conoscenze della nonna, riesce a continuare a fare il suo mestiere con la testa alta, addirittura a tenere dei soldi per togliersi dei piccoli capricci -il teatro, le riviste, i libri- e per le emergenze. Soldi che tiene in due scatole di latta ben distinte e nascoste. Fra queste conoscenze, due sono molto speciali per la giovane sartina: la marchesina Ester e la sua insegnante di inglese, la Miss americana. Due donne talmente diverse dalla protagonista, che seppur dello stesso sesso, grazie alla classe sociale e al denaro di cui dispongono riescono a vivere un’esistenza dignitosa, scappando da un marito, con la propria figlia la prima e vivendo in totale libertà la seconda. Ma entrambe, nonostante tutto, pagheranno un prezzo alto, perché restano due donne in una società, di un mondo, dove il loro ruolo è estremamente circoscritto.

Questo romanzo parla a tutte noi, dicevo, e mi hanno sconvolta due dettagli, in particolare: il fatto che ogni vicenda prenda spunto da un fatto realmente accaduto, e che le persecuzioni subite da alcuni personaggi somigliano spaventosamente alla caccia alle streghe che ha infiammato l’Europa e buona parte dell’America del Nord per secoli. Non me lo aspettavo. Non avevo mai riflettuto su questa drammatica somiglianza: se una donna di fine Ottocento -ma potremmo parlare di secoli, anche in questo caso- non sottostava alle regole, finiva in manicomio -e questo lo sapevo- ma poteva anche venire perseguitata legalmente da un potente, che pagava dei testimoni, i quali dichiaravano esattamente quello che, il ricco di turno, comandava, al fine di distruggere la reputazione e la vita intera della vittima destinata. Anche la nostra sartina corre questo rischio. Anche lei viene perseguitata dall’ombra del triste destino di Ofelia, una ragazza che si era ribellata alle molestie di un ricco “signore”, che gliela aveva fatta pagare e aveva finito i suoi giorni in una casa di tolleranza, dopo essere passata per ogni genere di tribunali, carceri e persecuzioni.

E’ un quadro triste e deprimente, quello di Bianca Pitzorno, che ci regala una specie di lieto fine, ma ci lascia l’amaro in bocca. Perché quando non disponi della tua libertà, quando devi lottare con le unghie e con i denti per mangiare ogni giorno e proteggerti dalle angherie e dalle violenze, e non puoi neppure permetterti di sognare, la vita non ha davvero alcun senso.

Questo è un romanzo necessario. Leggetelo.

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