RECENSIONE: “LA CASA CHE MI PORTA VIA” DI SOPHIE ANDERSON

Rizzoli, 2019

Poi dicono che Facebook sia il male…

Come ogni altro mezzo a nostra disposizione, dal mestolo della cucina alla penna stilografica, uno strumento è inerme finché non gli infondi vita, non lo muovi nella direzione che desideri. Allo stesso modo, se un social viene utilizzato a fini conoscitivi, apre mondi. E così è successo anche stavolta: Morena Luciani Russo, sul suo diario Facebook, ha tessuto le lodi di questo libro per ragazzi e, non appena ho capito che si trattava di una storia contemporanea di Baba Jaga (come la chiamo io, ma voi la troverete nel libro con la “y”), mi sono precipitata in libreria per acquistarlo. Sì, perché nonostante le mie scorribande letterarie, non lo avevo visto e me lo sarei probabilmente perso, se non fosse stato per Facebook.

Ora, questa recensione è indirizzata al romanzo, non al social, ma se sono così petulante è solo perché vorrei evidenziare ancora una volta che il dito va puntato su chi e come utilizza un social, non sul social in sé…

Tornando al protagonista di questo post, sono rimasta incantata dalla trama: Marinka è una giovane ragazza dai capelli rossi che gira il mondo su una casa con le zampe di gallina, la casa di Baba Jaga, la Guardiana del Cancello, ovvero colei che accompagna i morti sulla soglia tra il mondo dei vivi e quello delle stelle. Ogni notte, ovunque si trovi, Baba Jaga prepara da mangiare per i defunti che arriveranno: borsch, kvass e altre leccornie russe. Accorda la sua balalaika e prepara il foulard rosso con i teschi e l’atmosfera della sala da pranzo affinché tutto sia accogliente e dolce per l’ultimo banchetto dei morti. A Marinka spetta il compito quotidiano di preparare il recinto di femori e teschi, senza il quale gli spiriti non saprebbero riconoscere una casa Jaga da qualsiasi altra. Ma ogni giorno che passa, a Marinka quel compito pesa di più, perché rispecchia il suo futuro, già tracciato: un giorno diventerà la Guardiana del Cancello, ma lei non desidera quella vita. Ad accompagnare la ragazza c’è una taccola nera, che lei ha adottato quando era solo un pulcino e poi c’è la casa stessa, che fin da bambina l’ha coccolata e amata come una seconda madre, facendo crescere per lei giardini di muschio in camera e sbocciare fiori profumati da rami che faceva crescere accanto alla fanciulla. Tutti doni meravigliosi che però, Marinka, come ogni adolescente o preadolescente, inizia a sentire come pesanti fardelli, lei, che vuole un’altra vita.

Leggere questa storia è stato come tornare all’infanzia e all’adolescenza, perchè la favola di Baba Jaga è nota in tutto il mondo slavo e perciò anche nella mia famiglia e, anche se così non fosse stato, l’avrei scoperta da sola, perchè sono molto legata alle mie radici. È stato quindi sorprendente scoprire che anche la nonna materna dell’autrice gallese Sophie Anderson, Gerda, era slava e proprio da qui deriva la passione della nipote per tutto il mondo delle favole slavo. Alla fine del romanzo c’è una breve ma chiarificatrice intervista alla scrittrice, che spiega proprio il suo interessamento a Baba Jaga attraverso i racconti della nonna, passione che è divampata in età adulta, quando ha voluto scavare, saperne di più di lei e da quelle ricerche si è formata la trama di “La casa che mi porta via”. L’ho sentita due volte vicina a me, sia per le radici comuni, sia per le ricerche che sfociano in romanzi!

Insomma, è una storia per ragazzi che consiglio davvero a tutti, grandi e piccini – io la leggevo a mio figlio quattrenne!- perché racconta la morte esattamente come andrebbe raccontata: come l’epilogo di una vita spesa bene (sta a noi condurla nel migliore dei modi!), con un gran banchetto finale, ricordi, musica e balli, prima di varcare il cancello che porterà i nostri spiriti tra le stelle, là da dove proveniamo tutti.

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