RECENSIONE: “LA RAGAZZA DEL CONVENIENCE STORE” DI MURATA SAYAKA

E/O, 2018

Mi ero preparata all’impatto con un romanzo del genere seguendo da anni lo sviluppo sociale giapponese, tuttavia devo confessare che il finale mi ha spiazzata.

Chiaramente non scriverò lo spoiler, ma posso assicurarvi che ci sono molti motivi per cui questa opera è stata premiata in patria e sono certa che proprio la sua vittoria possa rappresentare un sonoro schiaffo in faccia a un conformismo distruttivo e, a tratti, grottesco.

La vicenda si svolge a Tokyo, in una delle metropoli più caotiche del mondo, dove si muove la protagonista, Keiko, che da ben diciotto anni lavora in un konbini, “abbreviazione dell’inglese convenience store: un minimarket aperto fino a tarda notte o, più spesso, 24 ore su 24”, come ci suggerisce l’utile glossario a fine libro. A noi occidentali potrebbe sembrare una vicenda banale, ma non lo è per la società giapponese: che una donna di trentasei anni lavori in un konbini, part-time, con un contratto a tempo determinato, che non sia sposata e non abbia figli, ma neanche una relazione, rappresenta l’acme della stranezza. Come le suggerirà brutalmente Shiraha, il suo “partner di interesse”: “anche i miei testicoli appartengono alla società, esattamente come il tuo utero”, a significare che il popolo conservatore giapponese respinge e rigetta in ogni modo gli individui che non seguono un percorso di vita tracciato fin dalla più tenera infanzia: studio, apprendimento della disciplina e della responsabilità, lavoro, formazione di una famiglia con figli. In questa successione.

Keiko è invece una donna strana. Lo è sempre stata, fin da bambina, quando certe sue uscite lasciavano attoniti i genitori. L’unica sua fortuna è stata la sorella minore, che l’ha protetta e aiutata a trovare varie scuse, nel corso degli anni, per apparire il più normale possibile allo sguardo degli altri. Ma la vera colonna portante dell’esistenza di Keiko è stato proprio il konbini, perché come in un gioco di opposti, la struttura e l’organizzazione rigida del negozio le hanno permesso di conformarsi alle regole sociali. Keiko è la commessa perfetta. Keiko dorme le ore necessarie per essere lucida per il lavoro. Keiko si offre di coprire turni impossibili, anche all’ultimo momento. Keiko lavora a Capodanno, se necessario. Keiko si riesce ad addormentare la sera, o calmare in un momento di disagio, solo ascoltando mentalmente la musica di sottofondo del konbini.

Nemmeno l’incontro con l’irrequieto commesso Shiraha, che dal konbini verrà espulso molto velocemente per la totale incapacità di accettazione delle regole, riesce a smuovere Keiko da quello che io definisco torpore, ma che alcuni di voi potrebbero valutare altrimenti.

Di più non posso raccontare, perché andrei a svelare troppo della trama.

Ciò che continua a colpirmi profondamente è l’incapacità di una cultura tanto florida e profonda come quella giapponese, di accettare il diverso, l’estroso o semplicemente l’unicità della persona. Ma forse non dipende nemmeno dalla cultura in sé, bensì dalla velocità con cui la società si è modificata dall’Ottocento a oggi. Non dobbiamo dimenticarci che fino a duecento anni fa, i giapponesi vivevano in una realtà che noi definiremmo medievale e che l’incontro con il nostro mondo creò un autentico terremoto. Forse fu proprio questo trauma a renderli così attaccati, con le unghie e con i denti, a certi meccanismi interni. Può essere comprensibile a livello logico, lo è meno quando, ancora oggi, si ascoltano dei giovani ragazzi asserire che, per il solo fatto di essersi fatti un tatuaggio, non vengono accettati dagli altri. Oppure ascoltare lavoratori indefessi ai quali viene chiesto sempre di più, tanto da sentirsi in dovere di portare in ufficio i loro futon per dormire qualche ora e tornare a essere operativi. La cosa che più mi ha lasciata basita, tuttavia, è stato scoprire l’alto tasso di suicidio tra i bambini. La pressione è talmente alta fin dalla prima infanzia che molti scolari non ce la fanno e piuttosto di ammettere ai propri genitori di avere fallito (perché per loro un pessimo voto in pagella è un fallimento) decidono di uccidersi, come samurai sconfitti.

Credo sia una lettura straniante, a tratti alienante, ma “La ragazza del convenience store” ci apre una finestra molto grande su una realtà che difficilmente potremmo conoscere così da vicino.

Commenti da Facebook

You may also like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *