RECENSIONE: “LE PERSIANE VERDI” DI GEORGES SIMENON

Adelphi, 2018

Èmile Maugin è un attore francese ultracinquantenne di cinema e teatro. È molto famoso. Ha avuto tre mogli e l’ultima gli ha dato una figlia, l’amata Baba. Ha un’autista e un assistente personale che lo accompagnano dappertutto, una casa enorme e presto acquisterà una villa in Costa Azzurra con le persiane azzurre, non verdi, come avrebbe desiderato.

E’ da questo ultimo dettaglio che si potrebbe partire per strappare la maschera a Maugin e rivelare la sua vera natura: quella di un vecchio alcolizzato e grasso con il cuore di un settantenne, un uomo irrisolto che ha trascorso la vita con Bacco e Venere, costantemente alla ricerca di qualcosa che non ha trovato.

Acclamato dalla critica europea come il romanzo dell’autentico talento letterario di Georges Simenon, mille miglia distante dalle decine di episodi del pur famosissimo commissario Maigret, pure amatissimo da milioni di lettori nel mondo, “Le persiane verdi” conferma i lusinghieri giudizi. Lo stile di Simenon è impeccabile, lo scavo psicologico chirurgico. Anche se l’atmosfera e i personaggi possono non piacere -per me, a tratti Maugin è disturbante- la maestria dello scrittore rende la lettura ipnotica, a tratti ossessiva. Impossibile allontanarsi da queste pagine, tale è la capacità narrativa dell’autore. A posteriori ho scoperto che il romanzo venne scritto in undici giorni.

Diavolo di un Simenon! Verrebbe da dire. E me lo immagino a sogghignare dietro il fumo della sua pipa, lassù, oltre le nuvole, nell’Iperuranio dove dimorano gli dèi dei miti e della letteratura.

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