RECENSIONE: “L’EREDITA’ DELLE DEE” DI KATEŘINA TUČKOVÁ

Keller, 2017

Partiamo da un mio odioso pregiudizio. Odioso in quanto detesto i pregiudizi, eppure scopro di averne io in primis. Riguarda l’idea che una donna dell’est sia capace di sopportare molto di più di quanto non riesca a farne una occidentale. Esempio pratico: la stregoneria e le sue condanne, in maggior parte riguardanti lo spettro femminile. Ebbene, presso i popoli slavi non c’è stata un’Inquisizione di registro occidentale, perciò credevo che certe torture psico-fisiche fossero state risparmiate alle donne dell’est. Con questo romanzo ho scoperto che è vero: l’Inquisizione non c’è stata, tuttavia l’uomo ha trovato altri modi per schiacciare le donne slave che possedevano una sapienza maggiore rispetto alla massa. Incassato il colpo, la voce dentro di me diceva: va bene, ma sono state certamente più impermeabili al dolore, più forti. Ed ecco il primo, grande potere di questa opera: ha sradicato molte delle mie certezze e mi ha esposta a un dolore lancinante, perché le vicende delle bohyni (dee) qui raccolte, spesso affondano le loro radici negli archivi di stato cechi e slovacchi, confermando il fatto che si tratta di avvenimenti realmente accaduti, che quelle donne sono esistite e hanno sofferto a causa del voltafaccia dei loro pazienti e di autorità crudeli e infami.

La storia è narrata, per la maggior parte del romanzo, da Dora Idesová, studentessa di etnografia a Brno, nella Repubblica Ceca. Come tesi di laurea ha scelto un argomento tanto problematico quanto personale: la storia delle bohyni, le dee dei Carpazi Bianchi, villane residenti in luoghi sperduti della Repubblica Ceca e della Slovacchia e custodi di una sapienza ancestrale, che permetteva loro di guarire animali e uomini, di prevedere il futuro attraverso la lettura della cera fusa, di dominare i temporali, di far innamorare e abortire. Per Dora il tema è personale, perché la sua è una famiglia di dee: sua zia e sua madre, sua nonna e le loro antenate lo erano. Potrebbe esserlo anche lei, e forse lo è, ma nessuno l’ha addestrata, e la sua erudizione accademica le impedisce di credere a certe superstizioni. Tuttavia continua a cercare, a creare archivi febbrilmente, attraversando i due Stati, arrivando fino in Polonia, pur di recuperare tutto il materiale cartaceo rimasto sulle dee. Dora è spinta anche da un’insopprimibile necessità di comprendere appieno le ragioni per cui la sua famiglia ha scelto quello stile di vita e perché le è stata strappata così presto. Perché Dora è cresciuta in un collegio dall’età di otto anni, perché suo fratello Jakub, nato deformato e con ritardo mentale è stato messo in un centro di igiene mentale e separato da lei, perché suo padre ha assassinato sua madre, perché sua zia Terezie, l’ultima dea di Žitková, che si è occupata per anni di Dora e Jakub con amore e dedizione, è stata rinchiusa in un manicomio, anche sei Dora la ricordava perfettamente capace di intendere e di volere? E’ stato un destino avverso a strapparle gli affetti più cari, oppure c’era una strategia diabolica, dietro a tanto dolore? Con una sinossi del genere, si potrebbe già scrivere un lungo romanzo, ma vi assicuro che c’è molto, molto di più, perché la storia fa incursione in questo romanzo ibrido, dove trovate anche ritagli di giornale e archivi dell’ex-Cecoslovacchia e della Germania del Terzo Reich.

Ho terminato la lettura del romanzo una settimana fa, ma le sue parole continuano ancora a lavorare dentro di me. Smuovono reminiscenze del villaggio dei miei genitori in Bosnia, Vranjak, visite a donne sapienti che praticavano rituali simili alle dee. E poi c’è la coscienza collettiva, la sensazione che tutto l’orrore contenuto in queste pagine meravigliose e strazianti al tempo stesso, non sia frutto di un passato ormai chiuso e sepolto, ma qualcosa di ciclico, che è capace di riproporsi quando la combinazione di politica, ideologia, magia e vendetta si incastra in un puzzle pericoloso e mortale.

Consiglio a tutti la lettura del romanzo di Tučková, perché sa parlare a tutti noi, farci conoscere luoghi remoti dell’est e scoperchiare diverse certezze.

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