RECENSIONE: PAPYRUS – L’INFINITO IN UN GIUNCO

di Irene Vallejo, Bompiani, 2021

Come riuscire a condensare la meraviglia e lo stupire destati in un essere umano da un libro, scrivendo una recensione di qualche riga? E’ difficile, non perché sia incapace di usare le parole, ma perché esse hanno un grosso limite: non riescono a contenere la straripante conoscenza, esperienza e Vita della filologa spagnola Irene Vallejo.

E vi dico subito cosa mi ha più stupita: la confessione della sua infanzia, dove si trova un forte contrasto tra l’amore immenso dei suoi genitori e il bullismo scolastico. Un bullismo che l’ha portata a tacere per tanti anni, perché “chi fa la spia non è figlio di Maria” e allora, per sua stessa ammissione, quel mutismo ha avuto come contraltare una comunicazione sfrenata e un immenso flusso di coscienza in età adulta.

Allora mi domando: dovremmo ringraziare quei bulli, per il dono di “Papyrus”? La domanda è lecita, ma io non ho il coraggio di rispondere sì, nonostante sia evidente che una tale capacità narrativa sia scaturita da una motivazione molto forte.

Irene Vallejo ha recuperato il tempo perduto nel silenzio e nell’umiliazione, e lo ha fatto in maniera superba, con una capacità affabulatoria che non ha eguali. Leggo almeno ottanta libri all’anno e non mi sono mai confrontata con nulla di simile.

Il libro ha più di 500 pagine, è corredato da un’ampia bibliografia e narra la storia del libro e delle biblioteche dall’epoca sumera a oggi. È ricchissimo di aneddoti, citazioni bibliografiche e cinematografiche, incursioni nei templi delle Muse odierni, come la Bodleian Library di Oxford.

Cito alcuni passi, il primo inerente alle maledizioni che i bibliotecari scagliavano sui ladri di libri:

“Pensai ai brillanti anatemi scagliati nel corso della storia contro i ladri di libri, testi di oscura invettiva che mi attraggono in modo inspiegabile, forse perché escogitare una maledizione efficace non è da tutti. Un’ipotetica antologia che lo raccogliesse dovrebbe iniziare con le minacciose parole custodite nella biblioteca del monastero di Sant Pere de les Puelles, a Barcellona: “Se qualcuno ruba un libro o lo prende a prestito e non lo restituisce, possa esso mutarsi in una serpe nelle sue mani, e morderlo. Possa egli esser colto da paralisi, e gli si dissecchino tutte le membra. Possa essere travagliato da infiniti tormenti invocando pietà, e la sua pena non cessi finché non si sarà consumato. Possano i vermi divorare le sue viscere, e quando si presenterà al Giudizio Finale, venga scagliato nelle fiamme dell’Inferno che lo consumino per sempre”.

E questo gioiello sulla similitudine tra la scrittura e la tessitura, arte femminile per antonomasia da millenni:

“Eppure, fin dai tempi più remoti le donne hanno raccontato storie, hanno cantato romanze e inanellato versi sedute all’amorevole calore del fuoco. Quand’ero bambina, mia madre dispiegò davanti ai mei occhi l’universo delle storie sussurrate; non fu un caso che lo facesse lei. Nel corso del tempo, il compito di sdipanare di notte la memoria dei racconti è spettato soprattutto alle donne. Sono state le tessitrici del narrato e dell’ordito. Per secoli hanno intessuto storie mentre facevano girare la conocchia o maneggiavano la spola del telaio. Furono loro le prime a plasmare l’universo come maglie di una rete. Annodavano in fila gioie, speranze, angosce, terrori e le più intime convinzioni. Tingevano di tanti colori la monotonia. Intrecciavano verbi, lana, aggettivi e seta. Per questo “testi” e “tessuti” hanno in comune così tante parole: la trama di un racconto, il nodo di un romanzo, il filo della storia, lo scioglimento della narrazione; cavillare; ricamare un discorso; fare un ragionamento senza una grinza; parlare senza fronzoli; tessere una gran trama d’inganni. Per questo gli antichi miti parlano della tela di Penelope; delle tuniche di Nausicaa; dei ricami di Aracne; del filo di Arianna; di quello delle Moire, tessitrici della vita; dei filamenti cuciti dalle Norne; dell’arazzo magico di Sherazade.

Adesso mia madre e io sussurriamo le storie della buona notte a mio figlio. Non sono più la bambina di allora, ma scrivo perché i racconti non finiscano. Scrivo perché non so cucire e nemmeno fare a maglia; non ho mai imparato a ricamare, ma la delicata tessitura delle parole mi affascina. Racconto le mie fantasie raggomitolate tra sogni e ricordi. Mi sento erede di quelle donne che da sempre hanno intessuto e disfatto storie. Scrivo perché non si spezzi il vecchio filo della voce”.

Ed ecco perché scrivo anche io: so lavorare a maglia, ricamare, merlettare, conosco l’uncinetto e la tessitura, eppure l’intreccio delle storie mi ha catturata fin da quando ho iniziato a leggere e restare affascinata da scrittori e scrittrici. Irene Vallejo è un’autrice speciale di cui è impossibile non innamorarsi. A una mia compagna universitaria, la notte prima dell’esame di Storia e Trasmissione dei testi, ho dichiarato: “Voglio sposare Irene Vallejo!”

La mia ammirazione e il mio entusiasmo sono comparabili a quelli che provai la prima volta che lessi “La casa degli spiriti” di Isabel Allende, perciò non posso che consigliarvi caldamente la lettura e la diffusione di questo preziosissimo papiro contemporaneo, ricordandovi che dovete ringraziare Johannes Gutenberg, se non adesso vi potete portare “Papyrus” a spasso sotto un braccio: se fossimo rimasti ai papiri, a quest’ora dovreste spremervi le meningi per trovare una soluzione al trasporto di un enorme rotolo di una ventina di metri (almeno).

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