RECENSIONE: PERSONE NORMALI

di Sally Rooney, Einaudi, 2019

Mi sono convinta a comprare un’opera della scrittrice irlandese Sally Rooney solo dopo aver letto un’intervista su Robinson de La Repubblica. Di norma, infatti, non mi interesso dei “casi letterari” appena usciti. Lascio decantare l’effetto che si crea intorno al nuovo successo editoriale per capire se è solo una bolla di sapone, oppure l’inizio della carriera di una scrittrice o di uno scrittore dotati di autentico talento. Ecco, già dall’intervista a Rooney, si evincono la sua erudizione e intelligenza. Per questo mi sono incuriosita e ho acquistato i suoi primi due libri.

A questo punto, non posso che accordarmi alla scia di applausi, in quanto la capacità descrittiva della psicologia dei personaggi di Rooney è palpabile, quasi in senso fisico. Benché i suoi protagonisti, Marianne e Connell tendano -anche troppo spesso- a non far trapelare i loro sentimenti e quasi a muoversi il meno possibile nella loro porzione di spazio, l’autrice è capace di farci conoscere a fondo ciò che si muove all’interno delle loro anime. Arriva addirittura a farlo comprendere prima a noi lettori, che ai suoi personaggi.

E allora succede che ti affezioni ai due ragazzi, che nella vicenda narrata trascorrono assieme gli anni delle superiori e poi quelli dell’università, affrontando le sfide che tutti, più o meno conosciamo, anche perché Mariane parte da una condizione agiata, mentre Connell è esattamente all’opposto della scala sociale, essendo figlio di una ragazza madre che, peraltro, è la colf della famiglia di Marianne. E nonostante una realtà ambientale tanto favorevole, Marianne si trova immersa in un’anestesia emotiva. Nessuno la ama, anzi, è vittima di violenze psico-fisiche. Per questa ragione cresce “storta”, emotivamente instabile. Per converso, Connell riceve molto più amore, ma la sua posizione di inferiorità lo spinge a fare tutto il possibile per guadagnarsi uno spazio di notorietà e fama nel mondo, di accettazione sociale, fissazione che, purtroppo, minerà il rapporto con Marianne.

La storia colpisce anche perché mi sarei aspettata tutt’altro finale. L’autrice sa sorprenderci, scuotere i suoi personaggi e portarli a limiti e oltre.

Dunque è un libro che consiglio caldamente, perché è un romanzo di formazione nel quale possiamo riconoscerci e imparare molto. Inoltre si trovano delle riflessioni interessanti sia sul mondo accademico che su quello economico. Rooney sa lanciare strali contro la realtà universitaria, pregna di sofisti, piuttosto che di menti realmente pensanti e profonde e inoltre, senza timore di andare contro il politicamente corretto, dimostra coi fatti che le nostre vite, per essere pienamente ricche e vissute, hanno anche bisogno di una situazione economica solida, altrimenti, come osserva Connell, tutti i bei posti che vorresti visitare, restano delle immagini sulle riviste, non si concretizzano mai. E chi ama l’arte e la cultura sa che, qui, né io né Rooney ci riferiamo alle vacanze alle Maldive o nei resort svizzeri, bensì ai viaggi culturali, alle visite ai musei, ai siti archeologici, alle mostre, alle biblioteche, insomma, a tutti quei templi a cielo aperto o chiuso che possono insegnarci tanto ed espandere le nostre menti, oltre che i nostri spiriti.

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