RECENSIONE: “UNA PRINCIPESSA IN FUGA” DI ELIZABETH VON ARNIM

Bollati Boringhieri, 2013

Dovete sapere che, da quando la giornalista e scrittrice Natalia Aspesi mi fece conoscere Elizabeth Von Arnim attraverso un articolo su La Repubblica, mi invaghii dell’autrice australiana e decisi di comprare il primo Von Arnim il giorno seguente. Fu amore. Mi innamorai del suo stile, della sua ironia unica, della sua erudizione. Terminato il primo libro Von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, iniziai la ricerca dei successivi testi e scoprii che Bollati Boringhieri era il riferimento italiano per le opere vonarnimiane, e che aveva edito diciannove romanzi. Cominciai a ordinarne alcuni, altri li ricevetti in regalo. A oggi ne possiedo una decina, e conto di comprare i restanti prima possibile, perché vivo con l’ansia che finiscano fuori catalogo, o vengano assorbiti da Fazi Editore, verso il quale nutro simpatia, ma sapete com’è: se hai iniziato a collezionare i libri di un autore editi da un nome, poi vuoi vederli tutti in fila con lo stesso bollino d’origine! O forse sono solo io così pignola. Beh, non importa. Fatto sta che questo è il quinto Von Arnim che leggo, e sono deliziata come cinque anni fa, anno in cui mi tuffai per la prima volta nell’inchiostro dell’autrice!

In “Una principessa in fuga” ci troviamo alle prese con due protagonisti: la principessa di un regno (inventato) Priscilla e il suo bibliotecario Fritzing. Lei è una fanciulla che ha tutto, cresciuta negli agi e, diciamolo pure, nella bambagia, mentre lui proviene da una famiglia umile ed è un uomo che si è fatto da solo, diventando un grande intellettuale, un uomo dotato di mnemonica straordinaria, ma con due difetti: l’adorazione di Priscilla e l’incapacità di vivere la quotidianità e condurre un’economia domestica. I due provano un affetto reciproco e la loro confidenza li porta a isolarsi spesso, rispetto alla corte, per confidarsi. Il giorno in cui Priscilla riceve la proposta di matrimonio di un cugino, Priscilla esplode. Non ne può più della vita di corte, di tutta la superficialità e l’oppressione provocata dalla sua opulenta dama di compagnia, che la segue dappertutto. Priscilla anela alla vita autentica, che lei percepisce possibile solo nell’anonimato, in un cottage immerso nella campagna, lontana dal padre e dal castello, dove potrà fare del bene al prossimo come la ragazza buona e dolce che sente di essere, seppure intrappolata nel corpo di una principessa il cui unico dovere è un buon matrimonio e il proseguimento dei doveri aristocratici. Fritzing raccoglie lo sconforto della sua pupilla e decide che deve fare qualsiasi cosa per aiutarla. Decide quindi di organizzare una fuga e, nel lasso di una manciata di giorni, prende una cameriera, un tesoretto, un calesse e parte con Priscilla alla volta dell’Inghilterra.

Il viaggio e il soggiorno inglese rappresentano il centro del romanzo, che si sviluppa tutto intorno all’approccio di Priscilla al nuovo mondo, con un susseguirsi di errori madornali, equivoci e danni involontari di cui sono vittime gli ignari autoctoni, che da un lato amano la giovane e misteriosa straniera per la sua generosità e dall’altro la disprezzano per la zizzania che riesce a creare in un villaggio che, prima del suo arrivo, era timorato di Dio ed era governato con la precisione di un orologio svizzero.

Non vi nascondo di aver trascorso tante ore, anche dopo la mezzanotte, ridendo a crepapelle.

Se amate l’ironia e l’intelligenza, se volete trascorrere ore luminose e con qualche riflessione sulla psicologia umana -perché, in fondo, qui ce n’è parecchia- questo è un libro che vi consiglio.

Vi saluto con una citazione chiave:

“La storia di Priscilla mi ha talmente catturata, tanto mi è sembrata, fin dal primo momento che l’ho sentita, piena di insegnamenti, che mi sento in dovere di metterla per iscritto dall’inizio alla fine a uso e monito di tutte le persone, principesse e non, convinte che andando in cerca, andando lontano, troveranno la felicità, e non si accorgono che la felicità è sempre stata lì ai loro piedi. Non la vedono perché è troppo vicina. Talmente vicina che corrono il rischio di calpestarla o allontanarla con un calcio. Mentre la felicità è timida, e aspetta di essere raccolta” .

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