RECENSIONE: FOLLIA? VINCENT VAN GOGH

Bompiani, 2010

“La natura comincia sempre col dimostrarsi refrattaria a chi vuol disegnare, ma, se si è profondamente intenzionati a farlo, non ci si lascia sviare dalla sua ostilità. Al contrario, essa stimola a vincere, e in fondo il vero disegnatore e la natura sono d’accordo. Nondimeno è certo che la natura è intangibile: occorre afferrarla con mano ferma”.

Avevo comprato questo libro diversi anni fa, e come spesso succede, era rimasto sugli “scaffali dei libri da leggere” a decantare. Ci passavo spesso davanti e agognavo di immergermi fra le sue pagine, perché la scrittura di Giordano Bruno Guerri mi stupisce da sempre, sebbene buona parte della sua produzione bibliografica non sia di mio interesse (vedi alla voce analisi del Fascismo e dei suoi protagonisti).

Ma sono finalmente arrivata alla lettura della biografia di Van Gogh, la cui vita è del tutto superfluo rinarrare, perché ormai la conosciamo tutti. Negli ultimi decenni, in particolare, sono fioriti libri, mostre, documentari, film -tra i quali voglio menzionare e ricordare “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel del 2018, un autentico capolavoro.

Quello che voglio menzionare qui, in questa opera di Guerri, è la profonda passione dell’artista verso la pittura, che divenne la sua ragione di vita in un modo difficile da comprendere, per chi non è rapito dal cosiddetto “sacro fuoco dell’arte”.

“Molti hanno a cuore più la vita esteriore, che quella interiore e sono convinti di fare del bene ad agire così. La società ne è piena: gente che lotta per mostrare la facciata, invece di vivere una vita vera. Non sono cattivi: sono solo sciocchi”.

Van Gogh rinuncia a tutto: a una vita familiare, alla dignità (in alcuni periodi, soprattutto) e all’accettazione sociale, pur di seguire la sua Musa. Non riceverà alcuna soddisfazione in vita, e questa è una delle ragioni per cui, ancora oggi, molti potrebbero definirlo pazzo, ma era davvero follia quella di un uomo che dedica tutto se stesso ala sua più grande passione, vivendo nella povertà, reietto dalla società e ripudiato (quasi) da tutti, nonostante la totale mancanza di riconoscimenti? Oppure Van Gogh è un maestro, un insegnante prezioso per tutti coloro che credono nei loro talenti, a prescindere dai risultati?

Io credo questo: che l’uomo Vincent non abbia mai fatto del male a nessuno, nel corso della sua esistenza. Al contrario: nei brevi periodi di fervente religiosità, cercò di aiutare i poveri minatori belga in ogni modo possibile, addirittura donando loro le lenzuola del suo misero appartamento e il cibo, pur di lenire un poco la miseria nella quale vivevano. E per questo subì dapprima lo sdegno del clero e in seguito la cacciata dalla Chiesa, in quanto l’abito talare richiedeva un decoro che Vincent non dimostrava. È questa una delle ragioni per le quali lui arrivò a dire che: “Qualunque maiale è migliore di loro” e che i sacerdoti di tutte le chiese sono materialisti senza cuore, la corporazione più empia del consorzio sociale. Se i suoi uomini erano incapaci di dare tutto di sé stessi per il bene del popolo, come potevano essere coerenti con la loro missione spirituale?

“Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è soltanto uno schizzo che gli è riuscito male”.

È sempre Vincent che si unisce a una donna di strada, Sien, non bella, invecchiata anzitempo, già madre e incinta. La sua famiglia inorridisce, ma lui vuole stare con quella che è diventata anche la sua Musa, e per il lasso di tempo vissuto assieme, le offre tutto quello che può. La loro storia terminerà solo quando, messo alle strette dalla famiglia, dovrà scegliere tra lei e i pochi soldi per la pittura. Inevitabilmente sceglie la pittura, perché riconosce a se stesso che, se fossero rimasti con due spiccioli per mangiare, lui li avrebbe usati non per sfamarsi, ma per compare i colori…

E’ follia?

Ciascuno giudichi, se vuole farlo, per me la risposta è no: Van Gogh fu coerente con se stesso al 100%, e se questo gli costò prima innumerevoli sofferenze e poi la vita. Sono sicura che abbia anche avuto il privilegio di provare emozioni altissime, gioie incommensurabili per la maggior parte di noi, soprattutto nel momento in cui fu in grado di trasporre su tela la tavolozza di colori e le immagini che percepiva dentro di sé, stando a contatto con la natura. A noi ha consegnato la sua testimonianza e mi auguro che ne sapremo tutti fare buon uso.

Antonin Artaud scrisse di lui: “nessuno ha mai scritto, scolpito o dipinto, modellato, costruito, inventato, se non per uscire letteralmente dall’inferno”. E denuncia le repressioni di una società ipocrita, che soffoca il diverso e bolla come pazzo l’individuo che vuole emanciparsi dal sistema che lo rifiuta. “Una società malata ha inventato lo psichiatra per difendersi dalle indagini delle menti superiori, di cui non sopporta la facoltà di divinazione”. “Lo hanno ucciso perché rivela all’umanità di vivere sopra un’immensa bestia immonda. Questa terra fatta di carne ostile, di collera, di viscere sventrate. Rovinava la poesia della natura, non sarebbero più riusciti a camminare in un prato, se lo lasciavano fare. Così hanno detto che era pazzo, gli hanno fatto credere di essere pazzo”.

E Guerri aggiunge: c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere di che saziare mille grandi geni. E se Van Gogh non ha potuto appagare il suo desiderio così da irradiarne la sua esistenza intera è perché la società glielo ha proibito. L’umanità non vuole darsi il fastidio di vivere: ha sempre preferito accontentarsi di esistere”.

“Cosa sono io, agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico e sgradevole, qualcuno che non ha posizione sociale né mai ne avrà una. In breve, l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fossero vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero quello che c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno”.

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