RECENSIONE: “LA GRANDE VIA” DI FRANCO BERRINO E LUIGI FONTANA

Il sottotitolo di questo saggio dice tutto: “Alimentazione, movimento, meditazione per una lunga vita felice, sana e creativa”.

Potrei non aggiungere altro.

Davvero, raramente consiglio con tanto ardore un libro, ma questo non è un semplice saggio: è la Bibbia della Salute e del corretto Stile di Vita, in modo oggettivo e insindacabile. Se volete farvi un regalo, o farlo a chi amate, mettete questo libro in cima alla lista.

Non a caso, i suoi autori sono Franco Berrino, un medico ed epidemiologo che io ho conosciuto grazie alla rivista mensile Yoga Journal, e che è stato direttore del Dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. La sua conoscenza in materia di salute e di prevenzione da malattie gravissime, quali i tumori, è sterminata e i suoi consigli preziosissimi.

Luigi Fontana, il co-autore, è un medico e scienziato riconosciuto a livello mondiale, considerato come uno dei massimi esperti mondiali nel campo della nutrizione e degli stili di vita per promuovere la longevità in salute.

Va da sé che in questo libro troverete molti dati scientifici, ma fidatevi, è scritto in modo divulgativo e, quello che mi interessa principalmente, è anche un manuale, che vi consente di iniziare a seguire le migliori strategie per la vostra vita da subito.

Personalmente, sono stata davvero felice di scoprire una lista di ingredienti da introdurre nella mia dispensa, salutari e ricchi di nutrienti, addirittura farine e cereali “dimenticati”, che appartengono cioè al passato della tradizione italiana, ma che contadini avveduti e bio continuano a far crescere. Inoltre ho trovato conferma che la disciplina dello Hatha Yoga, che pratico da anni, è quanto di meglio ci sia per la triade mente-corpo-spirito.

Nota sorprendente (o no!), c’è una parte dedicata alla spiritualità, che non è semplice fede, ma trova eco nella voce di filosofi e scienziati di tutti i tempi:

“Secondo il maestro e filosofo taoista Chuang-Tzu, ogni essere vivente è veramente felice solo quando riesce a vivere in accordo con la propria natura.

A questo proposito, Albert Einstein diceva: ‘Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità ad arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido’.

L’invito a guardare dentro di sé, presente nella Grecia arcaica, si trova anche negli antichi sistemi filosofici orientali. Nel Tao Te Ching, scritta dal saggio Lao Tzu, probabilmente tra il IV e III sec.a.C., si dice: ‘Comprendere gli altri è saggezza, ma conoscere se stessi è illuminazione. Gli altri si possono dominare con la forza, ma per regnare su se stessi è necessario conoscere il principio universale, il Tao. Chi possiede molte cose materiali è considerato un benestante, ma solo colui che conosce se stesso, ed è tutt’uno con l’universo, è veramente ricco e autosufficiente. Forza di volontà nell’applicarsi allo scopo significa carattere, ma solo la serenità della mente, la tranquillità dello spirito, ci permetteranno di vivere una vita lunga e felice. Unicamente colui le cui idee non cessano d’essere dopo la morte è veramente immortale’.

Pure nel Yoga Sutra di Pantanjali, uno dei più imporanti testi filosofici dell’induismo, è scritto: ‘Il saggio non scruta il cielo per trovare Dio, sa che Egli è in lui, conoscendolo come Antaratma, l’Io profondo’.

Anche gli altri pensatori come Spinoza e Krishnamurti hanno intuito l’importanza di una conoscenza diretta e viva delle leggi che regolano l’universo, che non è possibile senza una profonda consapevolezza del funzionamento della nostra mente, dei meccanismi attraverso cui essa comprende e riconosce le cose. Capire come funziona la mente ci permette di liberarci dalle illusioni, dai tabù, dai condizionamenti culturali che distorcono la visione della realtà. Una visione falsata della realtà e di se stessi è una delle maggiori cause di sofferenza, d’inquietudine e di malessere che condiziona pesantemente la vita quotidiana delle persone. Ma allora come possiamo elevare la nostra consapevolezza ed esplorare la vera natura e potenzialità della nostra mente fino ad arrivare a trascenderla?”

Leggete il libro per scoprirlo!

E per tutti gli aggiornamenti, restate connessi a: www.lagrandevia.it

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DOPPIA RECENSIONE E INTERVISTA ALLA SCRITTRICE SIMONA MATARAZZO

In queste settimane ho avuto la fortuna di leggere due romanzi di una blogger, fotografa, scrittrice, nonché di un’amante della natura e dell’autoproduzione: Simona Matarazzo. Seguo i suoi blog (https://apiedinudi.blog/https://appuntiealtrestorie.blogspot.com/) da anni e rimango sempre stupita e rapita dal contenuto -solo apparentemente- caotico dei suoi post: fotografie scattate da Simona in ogni viaggio, dagli States alla gita fuori porta, citazioni e recensioni di film, fini perlustrazioni dell’anima umana -anche in questi cupi tempi di Coronavirus e quarantena-. Insomma, il mondo interiore di Simona Matarazzo è denso e ricchissimo. Proprio per questa ragione leggere i suoi ultimi due romanzi è stata una piccola grande sorpresa: le trame e le ambientazioni sono limpide come una goccia di rugiada sulla foglia di una primula, oppure, dal momento che siamo nel genere gotico, come la vernice su una sedia medievale di legno di noce.

ALLA RICERCA DI AGATA

Amazon, 2019

Isotta Giovenale è una scrittrice di successo. Dopo alcuni racconti per bambini, il romanzo “Canto d’inverno” l’ha portata alla ribalta. Lei non vive questo clamore con grande entusiasmo. È una donna introversa e irrequieta, la sua mente talvolta fluttua per conto proprio e non è un caso che l’incontro con il misterioso Douglas MacFarlane, corrisponda al suo mondo interiore onirico. Douglas è un signore elegante e ombroso che cattura immediatamente la sua attenzione. All’inizio, lui sembra un ammiratore della sua opera, ma dopo un appuntamento, Isotta capisce che l’interesse di Douglas nei suoi confronti è mosso anche da una necessità: la storia d’amore che Isotta ha raccontato nel suo romanzo descrive l’amore di Douglas per la sua Agata. I nomi e i personaggi sono incredibilmente somiglianti con il vissuto del signor MacFarlane. Tuttavia, nella vita reale, Douglas ha perduto la sua Agata e vuole che Isotta la ritrovi. L’autrice si sente in principio smarrita: la sua è una storia d’invenzione, una fiction. Come può un uomo pretendere che lei trovi una donna che ha inventato per il suo romanzo? Eppure Isotta si intenerisce, sia per il dolore che percepisce dietro a quel desiderio, sia perché Douglas è diventato non vedente in seguito a un incidente stradale e questo smuove qualcosa in lei.

Inizia in questo modo la ricerca di Isotta, una ricerca difficile, perché irta di ostacoli e pericoli, il cui esito è tuttavia sorprendente, sia per lei che per il lettore.

AL TEMPO DEI LUPI

Amazon, 2020

Anna Gada è un’insegnante che trova lavoro in un collegio femminile di Lago di Mezzo, in Irlanda. Approda nel piccolo villaggio con la speranza di costruire la vita che desidera, un’esistenza emancipata, rispetto alle donne della sua epoca -siamo nell’Ottocento-, perché ha studiato molto per bastare a se stessa e vivere del suo lavoro, un mestiere che ama. Purtroppo, lo scontro con la realtà sbriciola le sue aspettative. Gli insegnanti del collegio sono tutti uomini e nemmeno il direttore, il Signor Baker, può -o vuole- opporsi al loro conformismo. Anzichè insegnare geografia e storia, Anna è costretta a trasmettere alle piccole allieve la conoscenza del disegno e dell’economia domestica. Oltre a questo, dal momento che i signori insegnanti aborrono la presenza di una donna nubile alla tavola da pranzo, ad Anna diventa chiaro che mangerà assieme ai domestici.

Tuttavia, tutto questo non abbatte la giovane insegnante, che è abituata a lottare fin da bambina, essendo a sua volta cresciuta in un rigido collegio. Ed è proprio in cucina che, in mezzo a un nutrito gruppo di cameriere e cuoche, conosce il silenzioso Edward Brandon, un uomo che possiede qualcosa di selvaggio e oscuro nello sguardo cristallino. Anna si sente incuriosita dal suo modo di fare schivo e ne resta rapita quando condivide con lui il salvataggio di una bambina che, vittima di un attacco epilettico, rischia di essere internata in un manicomio. Da quel momento, Anna ed Edward condividono un segreto, il primo di tanti, che condurrà la giovane istitutrice a conoscere un uomo e un popolo antichi, le cui usanze e peculiarità affondano le loro origini nella notte dei tempi e rischiano l’estinzione.

Simona Matarazzo, 2020

Simona Matarazzo, finalmente riesco a intervistarti! Quale occasione migliore: dopo aver recensito il tuo primo libro, “Romanzo Gotico” (http://www.arteculturae.it/letteratura/recensione-racconto-gotico-di-simona-matarazzo/), ora ho potuto affondare i denti nelle tue nuove opere. Devo dirti che la mia preferita è “Al tempo dei lupi”, sia per affinità etnica -io sono serba e il mio popolo è chiamato “figlio dei lupi”- sia perché l’atmosfera è così gotica e misteriosa, che ti ammalia. Senza contare che amo la complicata storia dell’emancipazione femminile, che ancora oggi risulta motivante per noi donne, che non dobbiamo mai abbassare la guardia rispetto ai diritti che abbiamo conquistato nei secoli, minacciate come siamo da continue incursioni maschiliste, machiste e patriarcali. Anna Gada ne sa più di qualcosa. Ma passiamo alle domande, andando con ordine.

“Alla ricerca di Agata” è un romanzo ricco di colpi di scena. Non si può stare calmi un attimo, che subito accade qualcosa. Qual è stata la sua genesi?

“Alla ricerca di Agata” è nato quasi per caso. Inizialmente avevo in mente una storia completamente diversa. Presi spunto da “Racconto gotico” per costruire qualcosa di buffo. Una commedia brillante, dove la protagonista si trova coinvolta in episodi al limite dell’assurdo. Ma a mano a mano che andavo avanti con la storia i protagonisti hanno preso il sopravvento e il racconto si è scritto da solo. Quando vedo un film o leggo un libro mi aspetto “l’effetto sorpresa”, per certi versi “Alla ricerca di Agata” ha consentito al mio lato fantasioso di esprimersi.

Sembri avere un fortissimo legame con il mondo irlandese. Ci sono tracce più o meno evidenti in ognuna delle tue opere, puoi spiegarne il motivo?

Sono stata un paio di volte in Irlanda, ed entrambe le volte sono rimasta colpita dal paesaggio: il Connemara con le sue insenature; la bellezza ruvida e desolata del Burren; l’oceano che si infrange sulle altissime scogliere; i muri di pietra delle isole Aran; i cimiteri megalitici immersi nel verde… L’Irlanda è una terra di contraddizioni, leggende, superstizioni, sofferenza, crudeltà, sangue. Non è, come banalmente si pensa, il regno delle fate e degli elfi, è un paese complicato con una storia complicata. L’Irlanda è, nella mia immaginazione, sinonimo di ribellione. Infine, alcune zone mi hanno riportata con la mente nel Montello – mia madre è nata a Crocetta del Montello -, ad alcuni luoghi della mia infanzia. Luoghi che non ho più rivisto e che quasi certamente sono cambiati.

Ogni inizio capitolo in “Alla ricerca di Agata” presenta una citazione. E ogni frase è appropriata al racconto che segue. Sono le citazioni ad averti ispirata, oppure hai una mente talmente enciclopedica da essere riuscita a ricordare quelle citazioni ogni volta?

Le citazioni sono arrivate in seguito. L’idea mi è venuta dopo aver letto, in libreria, la frase di Sylvia Townsend Warner: “Se sarà maschio” disse “Lo chiamerò Dolore. Ma se sarà femmina si chiamerà Gioia”. Pensai subito che avrei dovuto farci qualcosa. Scrivere un post, un racconto, condividerla.

Mi ricordai alcune frasi di Allende, Yoshimoto e Christie, e, per gioco, cercai le altre sui libri. Scelsi di inserire all’inizio di ogni capitolo una citazione. Non utilizzai la frase di Sylvia Townsend Warner, ma se non fossi inciampata sulla sua citazione non avrei aggiunto quei richiami.

Cosa ti ha ispirata a scrivere “Al tempo dei lupi”?

Come per “Alla ricerca di Agata”, “Al tempo dei lupi” è nato grazie a “Racconto Gotico”. Sono stata influenzata da “Jane Eyre” e dai racconti di fantasmi, come quelli di Walpole, Hoffmann e Crawford.

L’istitutrice Anna Gada è davvero una donna anticonformista per la sua epoca. Nel tuo immaginario, questo deriva dalla sua biografia -orfana, cresciuta in un collegio-, oppure da una presa di coscienza avvenuta con la maturità?

Le esperienze, il dolore, le gioie, possono cambiare le persone e le loro le vite. Alcuni non usciranno mai dalla zona di comfort: lavoro, famiglia, casa, amicizie, paese. Dinanzi a uno ostacolo si abbattono o lo sottovalutano. Questo accade per svariati motivi: educazione, ambiente, trascorsi. Grazie al suo vissuto Anna è una donna indipendente. Non è una femminista nel verso senso del termine, conosce il mondo che la circonda e tenta di cambiarlo.

Il mondo arcaico e ferino di Edward Brandon proviene da una realtà antropologica e storica irlandese autentica, da un mito, oppure dalla tua invettiva?

Per i nomi dei luoghi mi sono ispirata alle strade e ai sentieri di montagna, come quelli del Trentino Alto Adige e del Veneto. L’Alto Adige, come l’Irlanda, compare spesso nei miei racconti. In merito ai “Faoladh”, e alla loro mitologia, ho preso spunto da alcuni racconti irlandesi. Le case dei Faoladh, invece, somigliano a quelle vichinghe, l’idea mi è venuta dopo un viaggio in Danimarca. Quando scrissi “Racconto Gotico” scelsi a caso antichi nomi irlandesi, senza sapere che fossero legati ai boschi e ai lupi. Più che alle coincidenze, credo nel destino e mi piace pensare che le leggende sui Faoladh facciano, in qualche modo, parte del mio DNA. Purtroppo, l’ultimo lupo irlandese venne ucciso alla fine del millesettecento.

Mi hai fatto venire una voglia matta di scrivere un romanzo o un racconto gotico. Significa che i tuoi romanzi mi hanno davvero rapita. Tu sei un’appassionata del genere, oppure è un caso che tu abbia sempre scelto questo stile? E se la prima ipotesi è corretta, quali sono i tuoi autori-guida?

Non è un caso che mi sia ispirata ai racconti gotici per scrivere le mie storie. Benché il genere gotico si sia sviluppato dopo il 1700, l’epoca Vittoriana è la culla dell’orrore, basti pensare a Jack lo squartatore. E’ un’epoca in bilico tra il fascino e il ribrezzo, in cui la ricerca del bello stride con la povertà dei bassifondi. Da una parte abbiamo circoli letterari, dall’altra quartieri sovrappopolati. Per questi motivi ho scelto come ambientazione temporale di “Al tempo dei lupi” gli ultimi anni del 1800. I miei punti di riferimento sono Robert Louis Stevenson e Edgar Allan Poe. Ma anche Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Charles Dickens o Francis Marion Crowford. Mi piacciono le vecchie storie di fantasmi e le leggende metropolitane.

Ad ogni modo, i miei racconti sono stati influenzati dalla vita di Charlotte Brontë e dal suo romanzo: “Jane Eyre”. Per me il romanticismo deve avere un tocco di “tenebra”.

Una peculiarità dei tuoi libri è che le copertine provengono tutte da fotografie scattate da te. Sono immagini suggestive e uniche, che riescono a trasmettere la tua interiorità alla perfezione. Lo trovo un dettaglio di un’eleganza unica. E’ mai successo che un’ispirazione ti rapisse proprio grazie a una foto che avevi scattato, magari a distanza di anni?

Anni fa andai a visitare le rovine di Žička kartuzij (la certosa di Seitz) in Slovenia. Aveva appena nevicato e c’era un’atmosfera incredibile. Le foto mi hanno influenzata per “Alla ricerca di Agata” e per la copertina di “Racconto gotico”.

Nella vita reale, tu sei una donna piena di talenti artistici e pratici. Riesci a individuare cosa ti rappresenta di più in questa fase della tua vita -la scrittura, la fotografia, il tuo giardino e orto, ecc- e se c’è qualcosa in cui ti vorresti focalizzare di più, oppure continui a gestire, come una maestra d’orchestra, tutte le tue passioni quotidianamente?

Non riesco a gestire le mie passioni. Sono un bradipo iperattivo. In pratica, sono un ossimoro. Non corro, eppure durante il giorno, quando non lavoro, passo dall’orto al preparare una torta, da un time-lapse a una ricerca sulle piante. Probabilmente la fotografia è l’attività che mi rappresenta di più. Diciamo, che amo sperimentare e vorrei che le giornate, vista la mia lentezza, durassero 48 ore.

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RECENSIONE: “LE OTTO MONTAGNE” DI PAOLO COGNETTI

Einaudi, 2016

Questo è un romanzo che ha vinto il Premio Strega nel 2017. E a ragione.

Narra la storia di due amici, si potrebbe dire opposti per carattere e natura, ma simili per quanto concerne l’amore per la montagna, che li unisce fin da bambini.

Pietro viene dalla città, ma i suoi genitori, appassionati di trekking, lo accompagnano spesso sulle montagne lombarde, piemontesi e venete. A un certo punto scelgono Grana, come loro residenza estiva e qui Pietro conosce l’undicenne Bruno, figlio e nipote di montanari, che tra un pascolo e l’altro sfugge al suo obbligo di bambino lavoratore per stare con Pietro e i suoi genitori, che piano piano diventeranno un po’ anche la sua famiglia.

Bruno è colui che resta, Pietro colui che và e viene e sarà sempre così, anche quando Pietro e il Destino consiglieranno a Bruno di cambiare rotta.

Ma se uno nasce montanaro può reinventarsi?

E se uno sale (in montagna), sempre più su, è solo per desiderio di avventura e passione, o perché vuole lasciare il basso (la civiltà, il capitalismo, il corri corri) alle spalle?

Mi hanno davvero travolta, le vicissitudini di Pietro e Bruno, anche perché a una prima lettura possono sembrare talvolta banali o minime, ma in realtà contengono universi di riflessioni, mentalità, cultura e anima.

L’autore ci presenta diverse personalità, le mette in comparazione, poi le allontana. E’ come mettere a fuoco un immagine. E in questo modo riesci a coglierne tutte le sfumature.

Le domande che Cognetti si pone e ci pone sono tante, e restano dentro di noi anche a fine lettura. Sedimentano. Forse sono semi, che germoglieranno a tempo debito. Di certo sto recensendo un romanzo prezioso, che talvolta può risultare noioso a causa di alcune nozioni tecniche, ma che lascia un sapore di autenticità e selvatico in bocca, sapore di cui abbiamo fame.

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SECONDA VIDEO-PRESENTAZIONE DI “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” DI NATASA CVIJANOVIC’, QUDU LIBRI, 2019

Cari lettori,

oggi vi offro la mia seconda video-presentazione letteraria, stavolta con un focus su uno degli argomenti principali del mio libro: l’epistolario.

Spero vi godrete il mio monologo, che contiene anche numerose informazioni utili per chi è incuriosito dal mondo della corrispondenza e non sa dove andare a cercare un amico di penna.

Buona visione:

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RECENSIONE: “IL SOGNO DELLA MACCHINA DA CUCIRE” DI BIANCA PITZORNO

Bompiani, 2018

Sono tremenda: non avevo mai letto niente della scrittrice Bianca Pitzorno. Conoscerla attraverso questo romanzo, ha fatto sì che ora desideri leggere tutto ciò che ha scritto fino a oggi, anche gli articoli. Il motivo? La sua scrittura è scorrevole, preziosa, coinvolgente e la storia che ha scelto per questo romanzo mi è rimasta nel cuore. O meglio, nell’anima. Perché parla a tutte noi, donne emancipate e contemporanee, perché ci ricorda che abbiamo molti più diritti di quanti ne abbiano mai avuti le nostre antenate in (quasi) ogni angolo del mondo, ma che una certa mentalità patriarcale e machista continua a strisciare sottoterra, pronta ad afferrarci le caviglie e a trascinarci giù, nella meschinità, nell’ingiustizia, nello stupro e nella totale assenza di libertà.

La trama racconta la vicenda di una bambina di fine Ottocento, alla quale il colera ha ucciso tutti i parenti, fuorché la nonna. L’anziana è una donna forte, che per tutta la vita ha sbarcato il lunario come domestica nelle case dei signori, oppure come sartina. Essendo rimaste sole, la nonna decide di insegnare alla nipotina di sette anni tutto quello che sa della sartoria, perché sa, in cuor suo, di non poter sopravvivere ancora a lungo, e vuole affidare alla bambina un mestiere che le consentirà di essere economicamente indipendente e di non dover sottostare alle regole di una famiglia ricca, alle molestie e crudeltà, all’umiliazione. In quel modo potrà stare anche lontana dalle fabbriche e dalle lavanderie, dove subirebbe le stesse attenzioni orribili da parte degli uomini e tornerebbe ogni sera a casa stremata dalle lunghissime ore trascorse rinchiusa fra quattro mura o con le mani sempre immerse nelle tinozze di acqua e cenere. La bambina cresce quindi fianco a fianco con la nonna, accompagnandola nelle case dei ricchi e dei borghesi per realizzare corredini per bambini, biancheria per gli adulti, corredi matrimoniali, rammendi, tutte quelle cose che un tempo venivano affidate alle sartine, un diminutivo utilizzato per distinguerle dalle sarte, quelle che avevano una boutique in centro città e realizzavano capi di alta sartoria per le passeggiate, il teatro, i matrimoni e ogni altro importante evento dove confluivano i signori e le signore.

La sartina si ritrova sola ancora minorenne, ma grazie alle conoscenze della nonna, riesce a continuare a fare il suo mestiere con la testa alta, addirittura a tenere dei soldi per togliersi dei piccoli capricci -il teatro, le riviste, i libri- e per le emergenze. Soldi che tiene in due scatole di latta ben distinte e nascoste. Fra queste conoscenze, due sono molto speciali per la giovane sartina: la marchesina Ester e la sua insegnante di inglese, la Miss americana. Due donne talmente diverse dalla protagonista, che seppur dello stesso sesso, grazie alla classe sociale e al denaro di cui dispongono riescono a vivere un’esistenza dignitosa, scappando da un marito, con la propria figlia la prima e vivendo in totale libertà la seconda. Ma entrambe, nonostante tutto, pagheranno un prezzo alto, perché restano due donne in una società, di un mondo, dove il loro ruolo è estremamente circoscritto.

Questo romanzo parla a tutte noi, dicevo, e mi hanno sconvolta due dettagli, in particolare: il fatto che ogni vicenda prenda spunto da un fatto realmente accaduto, e che le persecuzioni subite da alcuni personaggi somigliano spaventosamente alla caccia alle streghe che ha infiammato l’Europa e buona parte dell’America del Nord per secoli. Non me lo aspettavo. Non avevo mai riflettuto su questa drammatica somiglianza: se una donna di fine Ottocento -ma potremmo parlare di secoli, anche in questo caso- non sottostava alle regole, finiva in manicomio -e questo lo sapevo- ma poteva anche venire perseguitata legalmente da un potente, che pagava dei testimoni, i quali dichiaravano esattamente quello che, il ricco di turno, comandava, al fine di distruggere la reputazione e la vita intera della vittima destinata. Anche la nostra sartina corre questo rischio. Anche lei viene perseguitata dall’ombra del triste destino di Ofelia, una ragazza che si era ribellata alle molestie di un ricco “signore”, che gliela aveva fatta pagare e aveva finito i suoi giorni in una casa di tolleranza, dopo essere passata per ogni genere di tribunali, carceri e persecuzioni.

E’ un quadro triste e deprimente, quello di Bianca Pitzorno, che ci regala una specie di lieto fine, ma ci lascia l’amaro in bocca. Perché quando non disponi della tua libertà, quando devi lottare con le unghie e con i denti per mangiare ogni giorno e proteggerti dalle angherie e dalle violenze, e non puoi neppure permetterti di sognare, la vita non ha davvero alcun senso.

Questo è un romanzo necessario. Leggetelo.

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RECENSIONE: “HATHA YOGA” DI YOGI RAMACHARAKA

Venexia, 2012

Prima di iniziare questa recensione, vorrei fare un plauso alla casa editrice Venexia, perché è una di quelle aziende dell’editoria italiana capace di scegliere autori e argomenti poco noti, talvolta scomodi e, molto spesso, sconosciuti ai più. Inoltre, le sue copertine sono talvolta di una tale bellezza, che il piacere di tenere in mano il loro libro è doppiamente intenso.

In questo caso, la grafica è modesta, ma il contenuto vince su tutto.

Yogi Ramacharaka non è un misterioso yogin indiano, ma lo pseudonimo di un avvocato americano di Chicago, William Walker Atkinson, autore di numerosi testi sulle filosofie orientali e l’esoterismo in generale, alcuni dei quali fondamentali per la diffusione dello yoga in Occidente. Sono datati all’inizio del Novecento, ma non invecchiano, anzi, il loro fascino è dovuto anche allo stile della scrittura: elegantissimo, limpido e divulgativo. Questo saggio completa una trilogia “della salute”. Gli altri due titoli sono “La Scienza del Respiro (Venexia, 2000) e “La cura dell’acqua” (Venexia, 2000).

Sono una yogini da cinque anni: i calcoli mi riescono facili e sarà sempre così, dal momento che ho iniziato a praticare Hatha Yoga nel 2014, mentre ero incinta di mio figlio Damon. Mi ero imbattuta in questa disciplina molti anni prima, ma qualcosa non era andato per il verso giusto e mi addormentai durante la lezione. Volli riprovare perché, mentre ero al quinto mese di gestazione, in edicola trovai un numero del mensile Yoga Journal che recava un enorme titolo: “Yoga in gravidanza”. Non resistetti. Lo acquistai, lo sfogliai e scattò qualcosa. Allora contattai la mia amica poetessa e Maestra Yoga Cristiana Samaya, che ancora oggi insegna e realizza video on-line meravigliosi come questo:

Mi accordai per iniziare le lezioni di Yoga in Gravidanza con lei e fu vero amore. Da allora non ho mai spesso di praticare. L’ho fatto con lei per tre anni, ma in seguito, per ragioni lavorative e familiari, proseguii da sola, a casa e il benessere che mi procurò e continua a donarmi Hatha Yoga è tale che non posso definire me stessa una persona disciplinata. Mentirei. Pratico Yoga perché mi fa stare bene a un tale livello che non è spiegabile, se non si prova.

Ho così iniziato anche a studiare l’argomento e la sua cugina, l’Ayurveda, che mi ha insegnato come mangiare in modo tale da rendere la mia alimentazione una vera e propria prevenzione per le malattie. Era quindi naturale che arrivassi a questo libro di Yogi Ramacharaka.

Il saggio descrive la summa dello Yoga: energia pranica, respirazione, stile di vita, asana, alimentazione e una dettagliata spiegazione delle funzioni del nostro corpo, perché:

“Il corpo è un abito indossato da uno spirito”.

Nelle religioni monoteiste e anche in buona parte della filosofia Indù, in fondo, al corpo viene data un’importanza secondaria, rispetto al valore altissimo dello spirito, ma Yogi Ramacharaka non è di questo avviso -e neppure io- perché, anche se uno spirito fortificato può resistere al dolore, alla sofferenza o al semplice disagio fisico, promuoverli è insensato. Dedicare tempo alla cura del proprio corpo, rende ogni altra azione, pensiero e spiritualità semplici e fluidi.

Vi consiglio caldamente questo saggio, sia che voi siate delle yogini o degli yogin, sia che siate semplicemente interessati alla comprensione del funzionamento del vostro corpo e al modo migliore per nutrirlo e curarlo.

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RECENSIONE: “IL LIBRO DELLA VITA E DELLA MORTE” DI DEBORAH HARKNESS

Piemme, 2011

Questa non è la classica storia di demoni, streghe e vampiri, perché è scritta da una storica americana con una lunga carriera accademica alle spalle. Specializzata in Storia e, soprattutto, nella Storia della Scienza e della Magia nell’Europa dal 1500 al 1700, ha insegnato in diverse università americane. Dopo aver scritto diversi articoli e saggi di taglio scientifico, questo è il suo primo romanzo, l’inizio di una trilogia chiamata “All Souls”.

E proprio di anime stiamo parlando, dal momento che Diana Bishop e Matthew Clairmont, una strega e un vampiro, una storica esperta di Scienze Occulte e un genetista, agli antipodi in ogni aspetto delle loro esistenze, si innamorano a causa del richiamo delle loro anime, che li attraggono irresistibilmente l’uno verso l’altra. E forse non soltanto per Amore e affinità elettiva, ma per una ragione ancestrale legata alla sopravvivenza delle loro specie.

Infatti, nonostante Diana abbia ripudiato la magia fin da bambina, perché le ha tolto, a soli 7 anni, entrambi i genitori, potenti stregoni, la ricerca sull’alchimia, che conduce presso la rinomata biblioteca Bodleiana di Oxford la avvicina a un misterioso libro antico, Ashmole 782, al cui contatto Diana vedrà scaturire la magia senza alcuna volontà. Il semplice contatto delle sue mani con il manoscritto, infatti, provoca una reazione particolare al libro, che si anima, e fa emergere parole perdute nel tempo e invisibili agli occhi profani. Spaventata dall’evento, Diana renderà il libro al bibliotecario, inconsapevole del fatto di aver dato l’avvio a una caccia sfrenata: a quel testo, che è un autentico “Libro della Vita e della Morte” e a lei, che occulta, senza saperlo, un potere magico senza precedenti.

Matthew Clairmond desidera tutto quello che le Creature vogliono da Diana: Ahmole 782 e lo studio delle capacità della strega, ma quando scopre di amarla, ogni cosa passerà in secondo piano e la necessità di proteggerla gli farà compiere gesti estremi, che lo renderanno un paria davanti ai suoi simili.

E’ una storia avvincente, che si conclude con i patemi d’animo, perché si vorrebbe sapere di più e seguire i due protagonisti cacciati e ricercati ai limiti del mondo. Stiamo tutti dalla loro parte, e per fortuna ci sono altre due libri da leggere, per proseguire il cammino assieme a loro!

Ho molto apprezzato lo sfondo storico, la ricostruzione ambientale e psicologica del personaggi. E’ stato tutto studiato fin nei minimi dettagli. L’unica nota stonata è la parola Wicca, scritta una sola volta, all’interno del romanzo, in riferimento alla famiglia di Diana Bishop. Con tutto il rispetto per i wiccan di ieri e di oggi, sempre più numerosi, ma difficilmente riesco ad associare manoscritti medievali, biblioteche storiche e la nota antenata di Diana Bishop, che diede l’avvio alla caccia alle streghe di Salem, alla moderna Wicca. E mi stupisce che un’accademica lo abbia fatto. Misteri o marketing? Nonostante questo e alcune altre sbavature, consiglio caldamente la trilogia a tutti gli appassionati del genere.

N:S Dal romanzo è stata tratta una serie tv per Sky intitolata “A Discovery of Witches”. In ben 8 episodi si narrano le gesta dei protagonisti e delle altre Creature. Ho adorato la fotografia e la scelta degli attori -alcuni, di colore, hanno evidentemente rappresentato la “quota nera” necessaria a una serie tv contemporanea, e plaudo alla scelta- tutti molto posati, quasi teatrali, ma con capacità espressive che mostrano l’intensità di sentimenti e intenzioni. Bravi davvero. Anche in questo caso, purtroppo, nonostante il tempo a disposizione, non è stato possibile toccare con mano la bellezza e profondità del romanzo originale, e sono state eseguite vistose manipolazioni per allacciare alcune scene alle altre. Come ho detto ai miei amici, tuttavia, si può guardare l’intera serie premendo il tasto “mute” per il semplice fatto che le riprese sono bellissime: la luce scelta per mostrare Oxford, Venezia, le Higlands scozzesi e tutto il resto è strepitosa.

Un assaggio lo trovate in questo trailer:

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RECENSIONE: “LA LADRA DI FRAGOLE” DI JOANNE HARRIS

Garzanti, 2019

“Anch’io sono segnata e graffiata. È un pensiero che mi rassicura. Sono come il cucchiaio di legno, il tagliere, il tavolo. La vita mi ha presa e mi ha resa diversa. Ma io che cosa ho trasformato? Che cosa ho fatto per cambiare le persone intorno a me?”

Vianne Rocher è tornata. Dopo “Chocolat”, dopo “Le scarpe rosse” la ritroviamo in questo romanzo carico di realismo magico, e non potrebbe essere altrimenti, perché la protagonista ora è Rosette, la figlia che Vianne ha avuto col il misterioso Roux. Rosette ha 16 anni ed è una bambina “speciale”, ma la gente del villaggio la crede molto più incapace di quanto realmente sia. La voce di Rosette ci raggiunge attraverso le pagine, che descrivono i suoi pensieri e il suo modo di osservare il mondo. Il disegno è il suo medium. Attraverso la rappresentazione delle persone trasformate in animali, Rosette sonda le loro anime, regalando al lettore una nuova chiave di lettura per ciascuno. Dolce Rosette, amante della natura, del “suo” bosco, quello nel quale il vecchio e burbero Narcisse, che sembra non curarsi di nessuno, le fa vivere liberamente, fino a lasciarglielo in eredità, scatenando le ire dell’avida figlia. Ma Rosette, la “ladra di fragole”, è entrata nel cuore indurito di Narcisse fin da bambina, perché è speciale nel senso pieno di questa parola e perché gli ricorda Mimi, perduta per sempre.

Maman dice sempre che sono le storie a tenerci in vita; le storie che la gente racconta e che sparge come soffioni nel vento. Le storie sono tutto ciò che resta di noi quando non ci siamo più, dice maman, mentre il freddo vento del Nord canta la sua canzone desolata sopra il suono della neve che si scioglie”.

Ecco la voce di Rosette, “l’invalida” (agli occhi dei villani).

Ho faticato ad abbandonare la lettura di questo romanzo, perché ho un debole per il realismo magico e Joanne Harris ne è una sapiente interprete. Inoltre, i personaggi principali -Vianne, Roux, Anouk e Rosette- mi sono entrati sotto pelle dai tempi di “Chocolat” e sono rimasti nella costellazione della mia anima come parenti, o antenati. Dunque, ogni volta che Vianne torna a parlare della sua famiglia outsider, anche la mia anima trova sollievo e partecipa alle sue vicende. E qui ce ne sono tante. Dalla tristissima storia di Narcisse allo sfortunato nipote Yannick. Dalla misteriosa tatuatrice che raggiunge Lansquenet-sous-Tannes, al prete, Reynaud, sempre più tormentato e infelice, che fa una riflessione che non mi sarei mai aspettata in un romanzo di Harris:

“E’ questo essere genitori, mon père? Questo perenne senso di perdita? Se è così, allora probabilmente sono grato perché non lo conoscerò mai in prima persona. Eppure, io invidio loro quella gioia che non capirò mai. Mon père, ti sei mai chiesto perché ai preti è negato quel legame? Sicuramente nell’amore dei genitori per un figlio riecheggia l’amore di Dio per la sua gente. E se io non posso fare quell’esperienza, allora come posso esprimere davvero la Sua volontà?”

Uno scacco matto dritto come una freccia e chirurgico alla Chiesa e alle privazioni che causa ai suoi pastori e al suo gregge. Ma forse, come diceva Armande: “Quello che non sa, non le farà del male”.

E’ forse questa la potenza narrativa di Harris: non offre risposte, ma semina domande e ipotizza possibilità. Agli antipodi. Mette il lettore nella condizione di riflettere profondamente, il tutto in un contesto dipinto con colori intensi e speziati, che restano con il lettore per molto tempo, dopo la fine della lettura.

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RECENSIONE: “L’ALTRA META’ DI DIO” DI GINEVRA BOMPIANI

Feltrinelli, 2019

“E’ possibile che un altro mondo sia già stato,

che lo abbiamo dimenticato,

che abbiamo letto male le nostre storie,

che qualcuna di esse ce la possiamo raccontare di nuovo”.

Un retro di copertina che dice tutto.

Auspico che in molti leggano, studino e riflettano grazie a questo saggio straordinario di Bompiani, scrittrice, saggista, traduttrice e grande erudita, perché i contenuti sono dirompenti. A cominciare dalla Genesi, che ha diverse interpretazioni e una di esse può risultare sconvolgente a molti. Non soltanto: le conseguenze di una tale revisione comportano cambiamenti radicali nello spirito delle persone. Lo spirito, che in ebraico è femminile: Ruach. “Per questo viene considerato la parte femminile di Dio. E poiché la voce è parola femminile, è dunque la parte femminile di Dio a produrre il creato. Così come Giovanni avrebbe detto in un testo apocrifo: ‘Divenne la Madre di ogni cosa, poiché esisteva prima di tutti, il madre-padre’”.

Ciò ricorda la Divina Sophia, divulgata da Padre Bulgakov e dal Leonardo da Vinci russo, il grande scienziato e teologo Pavel Florenskij. Una Divina Sophia repressa in ogni modo dalla Chiesa Ortodossa Russa: la corrente mistica sofianica è ritenuto ancora oggi eretica.

Icona russa con la Divina Sophia seduta al centro.

Ma tornando alla Genesi, la versione che presenta qui Bompiani è questa:

“Un’essenza divina maschio e femmina (Elohim, non Dio) crea un essere maschio e femmina che le somiglia. Così la creazione procede senza strappi: ogni cosa proviene dall’altra, la luce dalla tenebra, i serpenti dalle acque, i germogli dalla terra, gli umani dagli dei. Ogni cosa nasce nel suo elemento, nell’humus in cui frutterà e si moltiplicherà. […] La figura finale porta impresso lo stampo di Elohim. Chiudendo il cerchio della creazione, la sua duplice natura si riflette nella loro, e può lasciarli liberi sulla terra ospitale.

Niente divieti, né colpe, né punizioni nella creazione di Elohim. Non vi è un amore geloso fra dio e la creatura. Una sola parola definisce la loro relazione: tzelem (immagine). È questa immagine che li farà riconoscere in futuro, e ricordare di se stessi e dell’Altro. Quando Agostino inciterà a guardare dentro di sé, a conoscere se stessi per conoscere Dio, parlerà di questa intima e libera relazione con Dio, che la prima creazione lascia intravedere.

La creatura somiglia al creatore: creata dal soffio e dalla voce, la sua storia comincia quando, fra le anime viventi, un maschio e una femmina simili a dio si diffondono insieme sulla terra, fra le erbe del campo e i frutti degli alberi, copulando, coltivando e proteggendosi a vicenda”.

[…]

“La storia della prima creazione non contiene il male, ma contiene il tempo ed è contenuta nel tempo: un giorno dopo l’altro, fino al giorno del riposo in cui contemplare l’opera compiuta. Non c’è il male in questa storia”.

Gli Elohim, creando l’uomo e la donna e a loro immagine e somiglianza, li lasciano liberi. La memoria collettiva, confondendo le due origini, ha dimenticato la sua libertà.

Quali sono le due culture che hanno formato il nostro immaginario? Quella greca e quella giudaica. Cosa racconta Esiodo? Che ci fu un’Età dell’Oro nella quale i figli maschi del dio Crono venivano inghiottiti per la paura che facessero come lui, ovvero lo spodestassero. L’astuzia di Gaia salva l’ultimo di loro, Zeus, allevandolo di nascosto a Creta, dopo aver fatto inghiottire una pietra al padre. Così si conclude l’Età dell’Oro e inizia quella dell’Argento, durante la quale la società si fondava sulle donne, o meglio, sulle madri. Gli uomini vivevano con loro, infantili e sciocchi, fino a cento anni. Quando finalmente lasciavano la casa materna, non sapevano fare altro che guerreggiare e uccidersi. Dal momento che non recavano offerte agli dei, essi si stancarono di loro e li cacciarono agli Inferi, dove diventarono divinità minori.

A questa era ne seguiranno altre, tra cui l’Età degli Eroi, in cui le stesse attività belliche verranno viste come buone e giuste.

Dunque, anche secondo Esiodo, ci fu un’età Matriarcale. L’archeologia lo ha confermato e questo ha aperto la possibilità che la nostra civiltà sia stata preceduta da molte altre, diverse tra loro, che ci insegnano -tra le altre cose- che l’idea del progresso e dello sfruttamento delle risorse non è un destino, e non è neppure naturale.

Nel saggio sono presenti diversi esempi di culture matriarcali e matrifocali, ma quello che mi colpisce di più, è la quantità di analisi e di dati concreti esposti dall’autrice per dimostrare quanto sia sbagliato restare invischiati nella manipolazione delle religioni monoteiste. Questo non significa che io sia nemica di un ebreo, di un cristiano, o di un musulmano. Ciascun essere umano è libero di scegliere la propria religione. Scegliere -e già qui potremmo aprire nuove pagine di discussione, dal momento che altri ci impongono una religione, attraverso il battesimo-. Quello che mi preme trasmettere è la necessità di studiare, ricercare e riflettere su quanto ci viene propinato, per farci una nostra idea, perché, come diceva il grande scienziato Stephen Hawking:

”Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza,

ma l’illusione della conoscenza”.

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