RECENSIONE: “L’ISOLA” DI SIRI RANVA HJELM JACOBSEN

Ero in dubbio se postare o meno questa recensione. Mi è capitato in passato, in effetti, di scrivere recensioni poco positive di un romanzo e di venire attaccata, dapprima dagli amici e dai lettori affezionati dell’autore e, in seguito, dallo scrittore stesso. Ora, senza entrare nel merito delle situazioni specifiche, trovo queste reazioni controproducenti per l’opera stessa e svilenti per l’autore. Io stessa scrivo romanzi, articoli, recensioni e quant’altro e trovo che la critica -sempre se costruttiva e sincera- possa essere di grande aiuto allo scrittore. Purtroppo non è così per tutti, oppure esistono al mondo autori così sensibili da abbattersi per il giudizio di un singolo lettore. Beh, mi dispiace per loro, ma non credo di essere mai stata cattiva o insensibile. Ciò che scrivo, lo faccio perché sento di farlo e non perdo mai la speranza di leggere un’opera migliore dell’autore stroncato.

Tornando a l’”Isola”, l’ho voluto leggere sulla scia di commenti entusiastici, anche da parte di scrittrici che apprezzo personalmente, ragion per cui sono rimasta un po’ interdetta quando, pagina dopo pagina, ho constatato che il mio interesse andava via via scemando. Non è uno di quei romanzi che non vedi l’ora di tornare a leggere, per il quale tenti di accorciare i tempi per infilarti tra le lenzuola e goderti la lettura.

La trama è semplice: una ragazza danese prova nostalgia nei riguardi dell’sola delle Faroe che ha sempre chiamato «casa», non perché ci abbia mai vissuto, ma perché i suoi nonni emigrarono da lì. La protagonista viaggia dapprima con la mente e poi fisicamente, muovendosi verso l’amata isola e rievocando i fantasmi del passato, dal nonno pescatore, che sognava una vita migliore, alla nonna Marita, irrequieta fanciulla che desiderava abbracciare una realtà più contemporanea.

Si tratta di un’opera in parte autobiografica, che scava nell’identità, nell’emigrazione, nello sradicamento dalle radici, nei legami di sangue e, scrivono in molti, lo fa attraverso una prosa poetica e sognante, degna di grandi autori del passato nordico. Bene, questo è il punto: forse sono io a peccare di insensibilità, o autentica ignoranza, ma a parte rare pagine, non ho percepito tutta questa poetica, anzi. E’ ammirevole il tentativo dell’autrice di descrivere anche i più minuti dettagli della vita in barca, del pescatore, dell’aborto, ma forse la sua voce non collima con il mio gusto e per questo non ho trovato la lettura né scorrevole, né piacevole.

Tuttavia salvo alcune pagine, soprattutto quelle che descrivono le gesta dello zio Ragnar il Rosso, uno strano faroese basso e dai colori scuri, comunista e divoratore di libri, che per amore della sposa Beate, candida, alta e delicata, desidera eliminare un grande masso dal suo giardino per consentirle di realizzare l’orto dei suoi sogni. Quel masso, tuttavia, appartiene a una Huldra, che nel folklore scandinavo è una bellissima creatura del bosco dalle fattezze femminili e tuttavia dotata di una lunga coda e una schiena cava come il tronco di un albero, una fata sfuggente temuta e certamente ostinata. Infatti Ragnar userà ogni mezzo per eliminare il masso che abita, ma invano e la Huldra saprà anche vendicarsi dell’oltraggio subito.

Come si noterà, casco sempre sui miti e sulle leggende, l’etnografia e il folklore che mi affascinano e quindi riescono a salvare da una nota totalmente negativa anche un romanzo che per centinaia di pagine mi ha trasmesso poco o niente.

Lo consiglio agli amanti delle terre scandinave, del tema dell’emigrazione e a chi è affascinato da scritture che, in molti, definiscono poetiche e antiche. Per quanto mi riguarda, darò una seconda possibilità all’autrice, che in alcuni punti è stata efficace, ma per ora passerò decisamente ad altro.

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RECENSIONE: “LA DONNA E’ UN’ISOLA” DI AUĐUR AVA ÓLAFSDÓTTIR

Einaudi, 2014

Se imparare la pronuncia del suo nome rappresenterà una sfida non da poco, acquistare tutti i suoi romanzi sarà un gioco da ragazzi. Auđur Ava Ólafsdóttir è, infatti, una scrittrice islandese dalle grandi potenzialità. La scoprii grazie a un programma di LaEffe, “Scrittori d’Europa”. Già l’Islanda è una terra che desidero visitare, misteriosa e selvatica com’è, poi, quando vidi Ólafsdóttir, rimasi colpita dal suo carisma e dal suo sguardo intenso e scrutatore. Classe 1958, insegnante di storia dell’arte e direttrice del Museo dell’Università d’Islanda per anni, oggi è una scrittrice a tempo pieno (anche) per la mia delizia.

In “La donna è un’isola”, narra le rocambolesche vicende di una traduttrice trentatreenne, all’apparenza molto fredda e distaccata, alle prese con un divorzio. Le prime scene mi hanno scioccata: lei torna a casa dopo essere stata a letto con l’amante, trova il marito, cenano insieme, lui le dice che ha una relazione con la collega e che aspettano un figlio; la protagonista annuisce e, quando parte la raffica di domande su chi terrà cosa, lascia che sia lui a depredare l’appartamento. Sembra davvero un’isola, questa donna. Come l’Islanda, che appare lontana e, forse, irraggiungibile. Senonché, proprio quando ha deciso di partire per le vacanze estive (a novembre!) per cambiare aria, la sua amica musicista la raggiunge con la cena, ma prima di varcare la soglia del suo nuovo mini appartamento, cade e finisce in ospedale. È incinta di due gemelle e c’è il primo figlio, il gracile e sordo Tumi, da andare a prendere all’asilo. Che poi la questione non finirà lì, anzi, Tumi seguirà la traduttrice nel suo viaggio nell’est dell’isola e raggiungerà presto la strada del suo cuore, sciogliendolo.

Insomma, se vi sembra che ci sia già tanta carne al fuoco, non stupitevi se vi dico che c’è molto, molto di più in questo romanzo, incluse 47 ricette di cucina e un lavoro a maglia!

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Intervista alla scrittrice Sibilla Pinocchio

Riuscire a collocare questo post in una delle categorie del blog è stato assai complicato: letteratura? Si. Arte? Si. Artigianato? Si. Intervista? Ovvio. Alla fine ho optato per inserirlo in quest’ultima sede, anche perché è nuova e sono molto felice di inaugurarla con Sibilla Pinocchio, una scrittrice e artista poliedrica, perché non soltanto è una donna dalle mille capacità e virtù, ma una custode del sapere nascosto del Friuli Venezia Giulia, la cui ricerca ha fatto sì che i nostri sentieri si incrociassero in diverse occasioni.

La nostra foto insieme è molto giocosa ed è stata scattata da me nella zona Selfie posta all’ingresso della mostra della Galleria Tullio Crali di Via Diaz a Gorizia, dove Sibilla ha collocato anche un cerchio di lana rossa e i capelli della fata Agana per arricchire l’immagine finale. E’ dunque un gioco, ma è anche la conclusione di un incontro magico e speciale con un’autrice esordiente solo per modo di dire, dal momento che Sibilla è una cantastorie da anni, una ricercatrice, un insegnante, una libera professionista e… qui mi fermo, perché c’è molto, molto da scrivere in merito al nostro incontro mattutino.

Prima di tutto, all’ingresso, si trova una grande bottiglia che raccoglie i tappi. Un progetto molto importante che Sibilla segue da anni e di cui potete trovare i dettagli qui: http://www.sorgentedeisogni.it/

Una volta entrata nel vortice artistico “sibillino”, nessuna delle due sapeva cosa fare per prima cosa: io perché ero travolta dalle energie delle opere esposte, a dir poco estasianti e lei perché doveva ancora capire come inquadrarmi. Avevo tempo per una guida approfondita e tranquilla? Ero di corsa perché dovevo andare a prendere mio figlio da qualche parte? Sibilla ha anche questa capacità: comprendere il suo interlocutore nel lasso di qualche minuto e trovare il modo per metterlo a suo agio, mostrandogli ciò che ha da offrire in base al tempo a disposizione, all’età e alla conoscenza dei soggetti delle opere esposte. E’ una grande virtù.

La mostra è un’illustrazione del romanzo “La rilegatrice di abiti”, che narra di turismo letterario e di luoghi e fiabe friulane dimenticati.

Le opere che maggiormente mi hanno colpita sono le seguenti:

Un quadro, qui esposto in formato di cartolina (l’originale si trova esposto al momento in un altro luogo) realizzato da Emanuela Riccioni, che crea composizioni con carte di sua produzione. A ispirare l’artista sono state le fate dell’acqua Agane, che hanno la capacità di trasformarsi in salamandre.

Germana Fasolo ha esposto una “Fata dell’acqua”, acrilico su tela, molto suggestiva, che si può ammirare frontalmente, oppure di lato, per meglio comprendere la consistenza della sua chioma, per metà asciutta e per metà bagnata dall’acqua.

“La Madre Terra” di Roberta Palladino è una scultura realizzata con panni riutilizzati e ha un forte impatto emotivo. Le Agane sovente erano donne divenute madri a causa di violenze, e i loro figli potevano essere portati via e gettati in inghiottitoi. Lì crescevano diventando Scrat e facendo dispetti ai passanti. La statua raffigura una Madre senza ventre, perché privata della maternità e senza braccia, perché impossibilitata a cullare il suo bambino.

“Prima neve sul Montasio” è un’illustrazione di Barbara Jelinkovich, artista molto nota all’estero, tanto da essere stata selezionata in Oriente per illustrare l’Occidente.

“L’inverno” di Manuela Iuretig rappresenta un villaggio della Valle del Natisone. L’artista trova il materiale in natura. Realizza anche Krivapete con volti che sono funghi lasciati essiccare per diciotto mesi e piedi realizzati con sassi, dito per dito.

“Ancora in viaggio” di Marina Sussa narra un mondo di persone in viaggio, con fregi dedotti da cassapanche friulane realmente esistenti e poi mostrando grandi fuochi con uomini che li circondano.

Quando l’uomo ha scoperto il fuoco, ha anche cominciato a occuparsi di arte. All’interno di molte grotte europee sono state rinvenute impronte di mani, soprattutto di bambini e donne, che venivano realizzate premendo le mani sulle ceneri e poi sulle pareti delle grotte. In Friuli, il fuoco scoppiettava nel fogolar e il larìn era una delle pietre con cui era realizzato, un nome che è legato ai Lari, e ci induce a riconoscere la comunione del popolo friulano con i suoi antenati: anche quando si trovava attorno al fuoco, sentiva ben presenti i cari estinti.

“Il laghetto segreto di montagna” ci sussurra un segreto noto a pochi: nel borgo di Movada, nel pordenonese, c’è il lago di Redona, che nasconde un villaggio abbandonato decenni fa e dal quale spunta, in certi periodi dell’anno, la punta del campanile della chiesa.

Il cardo acquerellato di Germana Fasolo è il fiore dell’amore friulano. Veniva reciso ed esposto alla rugiada di San Giovanni. Se fioriva, la fanciulla che si era occupata del rituale lo esponeva a tutto il paese, facendo così sapere che si sarebbe maritata entro l’anno.

Il Gugjet, qui realizzato in ceramica da Laura Piani, era il dono di fidanzamento tipico della Carnia. Originariamente realizzato in metallo, talvolta in legno, veniva appeso al collo della fanciulla promessa e tenuto bloccato a un fianco con il grembiule. Mentre la fanciulla carnica lavorava, magari trasportando con la gerla grossi ciocchi di legno dalla montagna al villaggio e ritorno, sferruzzava. Con una mano teneva bloccato un ferro e l’altro le sbatteva lungo il fianco, ma non la pungeva, perché il Gugjet la proteggeva.

Il primo bottone della Krivapeta:

Ma sapete chi era la Krivapeta? Secondo molti, come le Agane e altri personaggi femminili friulani, era una figura acquatica, mitica o proveniente dalla realtà. Tutti queste creature avevano una deformazione: le Krivapete avevano i piedi al contrario, mentre le Agane piedi caprini. Erano così perché creavano percorsi diversi, perché erano donne libere e spesso, proprio per questo, non accettate. Vivevano di conseguenza fuori dalla comunità, nell’ultima casa “al limitar del bosco”, oppure all’ombra del campanile, perché “il Cristianesimo è luce e il Paganesimo tenebra”.

Sibilla, però, nelle sue lunghe peregrinazioni, ha trascritto un’intervista a una levatrice delle Valli del Natisone. La donna le ha raccontato che aveva fatto nascere diversi bambini con piedi al contrario. Quando avveniva un parto con un bambino deformato, indagando lei scopriva che era frutto di uno stupro. I bambini, dunque, nascevano con i piedi al contrario, perché non era il modo giusto di entrare nel mondo.

INTERVISTA

Qual’è la fonte di ispirazione de “La rilegatrice di abiti”? E il romanzo è stato scritto come in un’epifania, a seguito della prima ispirazione, oppure è mutato nel tempo?

“Nasce dall’idea che, secondo la psicologia, noi indossiamo tante maschere e i personaggi delle fiabe fanno tutti parte di noi, perché noi siamo re quando dobbiamo prendere una decisione -il re rappresenta il libero arbitrio, infatti è simboleggiato dalla corona, che poggia sul capo tra due orecchie, ovvero le due direzioni-; siamo eroi quando agiamo seguendo il cuore; siamo fate quando crediamo e speriamo. Io mi sono immaginata tutti i caratteri umani e da lì sono partita, ma certo nel tempo il romanzo è cambiato, anche grazie a un incidente che mi fece perdere i primi 27 capitoli. Però, visto che nulla accade per caso…”

L’editore Bookabook è nuovo e “particolare”. Vuoi parlarcene e spiegarci la ragione della tua scelta?

“Sì, si tratta di un editore che ha vinto una Start Up europea ed è quindi una nuova realtà. Ha una piattaforma di crowfunding che quindi sovvenziona l’edizione del libro inizialmente dal basso, ovvero dai lettori che ci credono, ma per arrivare a Bookabook devi partire da una selezione severa. Ci sono arrivata dopo aver ricevuto altre proposte molto interessanti, che però mi avrebbero costretta a una pubblicazione principalmente regionale, mentre la mia storia ha bisogno di spazio, anche perché non si colloca esclusivamente in regione e tuttavia ha la volontà di esportare la conoscenza delle fiabe e dei miti locali ovunque”.

Siamo amiche da anni. Ti conosco come un’esploratrice appassionata dei miti e delle leggende del nostro Friuli Venezia Giulia (e non solo!). Cantastorie, fiorista, libera professionista e ora scrittrice. Ammettilo: anche tu, come me, vivi con un piede nella realtà e l’altro nella dimensione artistica!

“Sì e comporta il fatto di riuscire a essere molto concreta e realizzare in questo modo i miei sogni. Tutte le mie ricerche diventano corsi e percorsi. Quindi tutto confluisce in un romanzo e nei miei progetti e viene condiviso con gli altri. Nella realtà”.

In questo momento della tua vita, cosa ti senti? Cantastorie? Scrittrice? Più cose insieme?

“Il lavoro di fiorista non lo faccio da tanto tempo, ma continuo a realizzare corsi sui fiori e sui riti. Ora mi sento una scrittrice e sono la cantastorie del mio libro! In questa mostra ricevo bambini, adulti, anziani e studenti, quindi interpreto, faccio l’attrice, la cantastorie e cambio in continuazione modo di comunicare”.

Come ti è venuta l’idea di creare rete con altre artiste e artigiane per un progetto così importante? Un romanzo che diventa mostra. Opere artistiche che entrano ed escono dal tuo romanzo.

“E’ nata dalla necessità e dall’amore per l’arte. Per me i confini sono molto fluidi. E poi non solo l’arte, perché il mio libro è diventato anche cibo: alla fine del romanzo sono presenti ricette friulane! E non solo: se andate a Udine, alla pasticceria Dama Dolce, la titolare e pasticcera Michela Salerno ha creato un percorso di gusto ispirato dal mio romanzo, fatto di infusi e biscotti”.

Hai scelto le artiste con cui viaggiare, oppure le hai conosciute vivendo?

“Vivendo. E aggiungo che sono partite da 3 e oggi sono arrivata a 81!”

Sei un’artista eclettica, lo sai. Adesso che il tuo primo romanzo è stato stampato ed edito anche in eBook, sei nell’occhio del ciclone. Mostre, presentazioni, interviste. Riesci a vederti da qui a dieci anni e a immaginare chi e cosa starai facendo?

“Sì, perché questo è il primo capitolo di una saga e quindi già so in quale regione capiterò tra qualche anno: la Liguria. Perciò sarò principalmente una scrittrice”.

Sibilla Pinocchio vi saluta e vi attende accanto a una creazione profumatissima di lavanda, realizzata dall’Azienda Agricola di Luigia Zian di Gorizia. La mostra del romanzo “La rilegatrice di abiti” rimarrà aperta fino al 14 marzo con i seguenti orari: 9:00/20:00

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Mostra: La Rivoluzione Russa. L’arte da Djagilev all’Astrattismo 1898-1922

A Palazzo Attems-Petzenstein

Una mostra preziosa non soltanto per me, che vanto origini russe, oltre che serbe e montenegrine, ma per tutti coloro che amano l’arte, la cultura e la storia. Un evento importante per comprendere le dinamiche di un passato “rosso” che ha investito l’Oriente, quanto l’Occidente.

Dalle parole di una delle curatrici della mostra, la Prof.ssa Silvia Burini, durante un’intervista a TG Est-Ovest del 11/02/18:

“Non si tratta solo di una rivoluzione che sarà quella della pittura Astratta, ma di più momenti esplosivi che cominciano sicuramente con i simbolisti russi, quindi gli artisti legati a questa grande figura di Djagilev che cominciano a portare l’arte russa in Europa. L’idea incredibile dell’Avanguardia era quella di una trasfigurazione totale. Questi artisti saranno all’inizio i fautori della Rivoluzione (Kandinskij, Majakovskij, Malevič), tutti all’interno della macchina di propaganda. La cosa che facciamo fatica a capire in Occidente è perché questi stessi artisti, dopo pochi decenni, diventano invece gli oppositori, da un certo punto di vista: è il passaggio agli anni ’20, quando dal pluralismo di situazioni di gruppi e di arte tutto sommato libera, si passerà nel ’32 al dogma del Realismo Socialista. Quindi questi artisti capiscono a un certo punto -il suicidio di Majakovskij è del ’30- che il loro progetto rivoluzionario non è lo stesso progetto della rivoluzione politica”.

Il percorso inizia con il 1898: è la fine del secolo e un’epoca di effervescenza intellettuale e di inquietudine: i valori della tradizione vengono messi in discussione. Viene stampata una nuova rivista artistica e culturale: Mir iskusstva (Il mondo dell’arte). Sergej Djagilev vi difende il principio dell’autonomia e dell’indipendenza dell’arte. Vuole aprirsi verso l’Europa e mostrare la Russia. Secondo lui e il suo gruppo di artisti, l’arte deve svilupparsi contro ogni utilitarismo e allontanarsi dall’impegno dichiarato dagli ideologi degli anni Sessanta o dalla spinta etica sostenuta da Tolstoj: si abbandona il realismo critico degli “Ambulanti” per orientarsi verso l’Impressionismo e lo Stil’modern.

Sono il figlio debole di un’epoca malata.

Innokentij Annenskij, Ego

Voi capirete chi siete soltanto quando vedrete gli altri,

la natura russa è troppo elastica per spezzarsi

sotto l’influsso dell’Occidente.

Sergej Djagilev

1905. Il gruppo moscovita dei Simbolisti, conosciuto come Golubaja roza (La rosa azzurra), si può considerare il punto di partenza dell’Avanguardia. Gli artisti sostituiscono la solidità materiale con l’indeterminatezza, sperimentano una pittura “filosofica” e indipendente, tendono all’astratto, convinti che la sollecitazione soggettiva sia più creativa della registrazione documentaria: attraverso la mescolanza della massa e la perdita dei contorni, le loro opere trasmettono la risonanza di una realtà ulteriore, scoperta oltre il mondo delle apparenze.

Nell’arte non ci interessa la proiezione della realtà su un piano;

non è l’immagine a dover uscire allo scoperto,

quanto piuttosto la veridicità di emozioni e stati d’animo.

Andrej Belyj

Ancora confuso e fresco di neve è il cammino,

ancora sensibile e orrendo come una notizia.

Nell’irreale novità di questi giorni

tutt’intera tu sei, Rivoluzione.

Borìs Pasternàk, L’anno Novecentocinque

1910. Il fante di quadri è un’associazione di artisti più formale rispetto alla “Rosa azzurra”. Propone sin dalla sua prima mostra una poetica provocatoria: elimina il consueto modo di vedere un dipinto, si prende gioco del “buon gusto”, rifiuta l’anatomia e la prospettiva. I ritratti hanno volti dipinti grossolanamente, le figure risultano deformi, le nature morte spaventano per le dimensioni interne inquietanti. Alla filosofia, alla serietà eccessiva, alla contemplazione lirica, che erano state esaltate nell’arte russa del XIX secolo -inizio del XX, la prima avanguardia oppone una fervente gioia di vivere che si ispira al folklore nazionale e all’arte “primitiva”.

I neo-primitivisti hanno uno sguardo attento alle radici orientali della civiltà russa, e sono orientati verso fonti non classiche: fotografia provinciale, insegne di negozi, lubki (stampe popolari di basso costo), giocattoli, icone, l’arte dei popoli antichi.

Ci sembrava che la nostra pittura sconfiggesse il mondo dei morti […].

Per noi era importante che il nostro linguaggio pittorico suonasse

come un organo, un’orchestra, un coro di trombe di persone sane.

Il’ja Maškov

Il passato ci soffoca.

L’Accademia e Puškin sono più incomprensibili dei geroglifici. Gettare Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, ecc ecc

dal Vapore Modernità.

Chi non sa dimenticare il suo primo amore non potrà mai conoscere l’ultimo.

Gruppo di artisti in Schiaffo al gusto corrente

1913. L’ultimo anno di pace inizia con la pubblicazione in lingua trasnmentale di un componimento di Aleksej Kručënych, subito percepito come “un buco sul futuro”; termina con la rappresentazione al Luna Park di San Pietroburgo dell’opera La vittoria sul sole di Michail Matjušin e dello stesso

Kručënych. Le scenografie e i costumi li realizzò Kazimir Malevič, e in questi lavori già si cela la sua maggiore scoperta: “La tenda presenta un quadro nero, l’embrione di tutte le possibilità, che nel suo sviluppo acquisisce una forza spaventosa”. Il 1913 segna in Russia l’affermazione del cubo-futurismo: un linguaggio che riuniva pittori cubisti e poeti futuristi, ma per arrivare a forme differenti di pittura astratta. L’approdo all’astrazione è l’elemento cruciale: i cubisti francesi si erano spinti sulla soglia della non oggettualità, ma senza oltrepassarla. Toccò all’Avanguardia russa il superamento del rappresentativo e il coerente passaggio all’arte astratta.

E’ anche l’epoca di grandi presenze femminili. Livšic definì queste artiste “vere Amazzoni, scudiere sciite”, a sottolineare la matrice orientale comune a molte espressioni culturali di questo periodo. Non si tratta di figure con uno stile artistico simile. Non esistono prove sul fatto che si considerassero una categoria a parte. Come per l’Avanguardia nel suo complesso, rappresentano tendenze, filosofie artistiche, concezioni estetiche, politiche e sociali diverse le une dalle altre. Un elemento che le accomuna merita tuttavia di essere considerato: è l’atteggiamento verso il corpo, gli oggetti, i vestiti. Pur mimetizzati dietro lo smontaggio cubista, oggetti “femminili” fanno la loro comparsa nelle opere delle Amazzoni, non dimentiche, si direbbe della loro stravagante esistenza.

1917. L’aspirazione alla democratizzazione dell’arte trova campo fertile nei progetti di propaganda. Le grandi feste per anniversari e congressi del Partito si dotano di scenografie monumentali. I treni e i battelli partono da Mosca decorati dagli artisti dell’Avanguardia. L’agenzia telegrafica russa incolla nelle sue sedi delle grandi affiches, in cui Majakovskij congiunge immagini primitive e versetti illustrativi, in una sorta di tendenziosa cronaca contemporanea. L’arte insomma scende in piazza, non necessariamente in forma di “pittura”. La scarsità di esempi di pittura futurista si spiega anche con la “liberazione” dell’arte dalle sue forme precedenti.

La Rivoluzione fu accolta da artisti e intellettuali come la realizzazione dei loro sogni: una rottura definitiva con l’odiato passato. Ci potevano essere divergenze di fondo sul futuro, ma l’obiettivo era lo stesso: la trasformazione radicale del paese. La contrapposizione tra gli artisti e le autorità sovietiche riguarda la funzione della cultura nei confronti della nuova classe dirigente, il proletariato, cui bisognava offrire prospettive del tutto nuove. C’è in comune la tensione verso un’estetica che privilegi la forma rispetto al contenuto, dato che il proletario doveva costruire un nuovo quadro sociale e in questo senso il problema della forma risulta prevalente.

Ho sconfitto la fodera del cielo colorato

e dopo averla afferrata ho messo

i colori nel sacco che ne ho formato

e ho un nodo. Navigate!

Il bianco libero abisso,

l’infinito sono dinanzi a voi.

Kazimir Malevič

Tutto è bene quel che comincia bene.

E finisce?

Non ci sarà fine.

Velimir Chlebnikov, La vittoria sul sole

Rifare tutto: rifare in modo che tutto diventi nuovo;

che la nostra falsa, sporca, tediosa, mostruosa vita

diventi una vita giusta, pulita, allegra e bellissima.

Aleksandr Blok

Battete in piazza il calpestio delle rivolte!

In alto, catena di teste superbe!

Con la piena d’un nuovo diluvio

laveremo la città dei mondi.

Vladimir Majakovskij, La nostra marcia

1922. L’uso del termine Costruttivismo è legato alla fondazione del Primo gruppo di lavoro dei Costruttivisti (con Aleksandr Rodčenko, Varvara Stepanova, Kostantin Meduneckij e i fratelli Vladimir e Georgij Štenberg). Nella sua prima accezione il termine implicava che l’arte dovesse mescolarsi alla vita, organizzare, formare, “costruire la vita” attraverso la produzione di massa e l’industria.

Pur esposte in luoghi tradizionali, le opere dei Costruttivisti alludevano al fatto che la loro presenta aveva un carattere passeggero, oggetti/ospiti in attesa di uscire all’aperto, o allo scoperto, per acquistare una funzione produttiva, per entrare nella vita. Nella propaganda monumentale rientrano prima i grandi piatti commemorativi, poi i vassoi, grandi e piccoli, che resuscitavano il culto piccolo borghese degli oggetti. Agli artigiani di Žostovo, a quelli di Palech e persino a quelli che nel villaggio di Sergiev Posad vicino al Monastero creavano giocattoli di legno intagliato, vennero suggeriti, richiesti o imposti temi rivoluzionari.

Incontro all’Ottobre universale, Andrej Strachov, 1925, carta, stampa

Viene abrogata la presenza dell’arte

nei ripostigli del genio umano:

palazzi, gallerie, salotti, biblioteche, teatri.

I pittori e gli scultori sono tenuti

a prendere subito tubetti e pennelli

della loro arte per ornare

di colori e disegni

i fianchi, le fronti, i petti delle città.

Che il cittadino possa da oggi

dilettarsi, contemplare il policromo splendore

in ogni luogo.

Vladimir Majakovskij

Chi potrà, mia epoca, mia belva,

fissarti nelle pupille un istante

e di due secoli agganciare le vertebre

incollandole con il proprio sangue?

Osip Mandel’štam, Epoca

Al primo fra tutti i maggi

andiamo incontro, compagni,

con la voce affratellata nel canto.

E’ mio il mondo con le sue primavere.

Sciogliti in sole, neve!

Io sono operaio,

è mio questo maggio!

Io sono contadino,

questo maggio è mio!

Vladimir Majakovskij, Il mio maggio

Informazioni e contatti:

Palazzo Attems-Petzenstein

Piazza De Amicis, 2

34170 Gorizia

Tel. 0481/547499

Orari: da martedì a domenica 10-18

Chiuso i lunedì

Ingresso eur 6/ ridotto eur 3

Prenotazioni visite guidate: 0481/547499 / 348/1304726

didatticamusei.erpac@regione.fvg.it

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RECENSIONE: “L’INTERPRETATORE DEI SOGNI” DI STEFANO MASSINI

Mondadori, 2017

Stefano Massini è uno dei pochi autori italiani che ammiro, rispetto e (lo ammetto) amo profondamente, sia dal punto di vista letterario che umano. Ogni sua apparizione televisiva, intervista e ogni sua opera, che sia una piece teatrale, un romanzo o un articolo su La Repubblica mi inducono a profonde e inusuali riflessioni. Ecco, qui c’entra anche la gratitudine. Sono grata a Massini per il Bene che fa alla nostra Italia e alla nostra cultura. Va da sé che, quando ho finalmente avuto tra le mani il suo ultimo romanzo “L’interpretatore dei sogni”, le aspettative erano altissime. In questi casi due sono le possibilità: o trovo conferma della validità dello scrittore (e dell’uomo), oppure mi crolla miseramente ai piedi.

Indovinate un po’?

Massini ha alzato ulteriormente l’asticella. Ci è riuscito sia per il coraggio, che per l’abilità narrativa. Nel primo caso, mi riferisco al carattere che ci vuole per tentare un’impresa come la sua: scrivere il diario dello psicanalista Sigmund Freud. Nel secondo caso, ancora una volta ho trovato conferma della capacità letteraria dell’autore e, aggiungo, dell’ardore, della sperimentazione e del desiderio di cercare nuovi strumenti per portare il lettore a un altro grado di conoscenza. Massini, in questo romanzo, non cerca solamente di entrare nella mente e nell’anima di Freud, ma attraverso di lui, prova a sondare il subconscio umano che, anche se spesso tendiamo a dimenticarcene, ci dona i sogni, sogni che noi releghiamo con troppa faciloneria al riposo notturno, ma che possono rappresentare invece un invito a conoscerci, a guardarci dentro profondamente e anche ad aiutarci nella risoluzione di problemi quotidiani.

Ho un rapporto di grande amore con il sogno. Sogno molto, fin da quando ero una bambina e, anche se non mi ricordo sempre tutto, negli ultimi anni ho adottato l’abitudine di tenere un “Dream Journal” (lo che vedete nella foto, sopra il romanzo), che custodisco nel cassetto del comodino accanto al letto, in modo da averlo sotto mano al risveglio e poter trascrivere subito le attività oniriche che, con il trascorrere delle ore, svanirebbero con i fumi del caffè. I sogni mi hanno anche aiutata in circostanze tragiche, come un lutto che mi ha colpita qualche anno fa. L’ho superato anche grazie a un sogno dove il mio caro estinto è venuto a trovarmi e ha svolto un ruolo catartico prezioso. Credo davvero che lui sia venuto a trovarmi attraverso il sogno? Ho una risposta razionale, benché indiretta: vederlo mi ha fatto bene come nient’altro e nessun altro avrebbe potuto, perciò è solo questo che conta.

Nel suo ultimo romanzo, Stefano Massini traccia una serie di linee guida alla comprensione dei sogni, non da psicanalista, ma da studioso della materia e lo fa con una capacità narrativa invidiabile e instancabile -scrivere e riscrivere il sogno di un personaggio non deve essere stata cosa da poco- aiutando così il lettore a riconsiderare il simbolismo e il valore dei suoi sogni e ad allargare lo spettro della sua visione. In un mondo dove tutti asseriscono di non avere tempo per sé e per pensare, ragionare e amare, Massini ci regala una grande opportunità: non viviamo soltanto mentre siamo svegli, ma continuiamo a farlo nei sogni, e spesso essi sono di gran lunga più ricchi e significativi della veglia.

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RECENSIONE: “AL FARO” DI VIRGINIA WOOLF

Traduzione di Nadia Fusini, Feltrinelli, 2017

Viva o morta, la signora Ramsay è onnipresente, dalla prima all’ultima riga di questo romanzo, noto ai più come “Gita al faro”, ma tradotto dall’anglista e scrittrice Nadia Fusini con più correttezza: “Al faro” e presentato con una pagina di note e una postfazione preziose e irrinunciabili.

Dicevo, la signora Ramsay è la figura centrale del romanzo tanto che, sebbene il signor Ramsay le sopravviva, rimane vivida nel cuore e soprattutto nella mente dei suoi familiari.

Perché la signora Ramsay è così importante? Per la sua concretezza? Per la sua bellezza? Per la sua capacità di occuparsi senza lamentele della numerosa prole e del marito difficile? Oppure per la compassione che la faceva alzare dalla sedia, dritta come una frusta, riempire un cestino pieno di viveri e incamminarsi verso le case della gente povera e bisognosa?

Più che il faro posto su isolotto, che il figlioletto James vuole raggiungere a ogni costo, e il padre allontana sempre di più dalla rosa delle possibilità a causa del tempo instabile, è la signora Ramsay a sembrare il vero faro della famiglia. Lei è la luce che tutto illumina e che rende anche le ombre più scure, tanto che la sua scomparsa fa crescere il piccolo James in un figlio che disprezza il padre tanto da provare l’impulso di ucciderlo.

Lily è l’osservatrice di questa cosmogonia familiare, un’affittuaria della dimora estiva dei Ramsay, una donna di mezza età appassionata alla pittura, spesso sollecitata dalla signora Ramsay a sposarsi perché è nel matrimonio che la donna trova compimento. E tuttavia, pur essendo anche Lily affascinata, quasi ammaliata dalla bellezza caleidoscopica della dama, sente l’impulso di ribellarsi a quell’appello, anche perché tutta la perfezione che pure sente provenire da lei, cela qualcosa di indecifrabile, un non detto che, messo assieme all’enigmatico rapporto che la lega al pretestuoso signor Ramsay, deforma l’immagine finale della signora Ramsay in qualcosa di inclassificabile.

“Al faro” è l’unico romanzo di Virginia Woolf che io sia riuscita a leggere dopo “Orlando”. Anzi, è un’elegia, ecco forse spiegato il motivo della mia riuscita. Pur essendo un membro della Italian Virginia Woolf Society -per il secondo anno, la lettera con la tessera nella foto mi è arrivata da poco!-, infatti, apprezzo maggiormente gli articoli, le conferenze e i racconti della scrittrice inglese, tuttavia in questa elegia mi ha catturata soprattutto la consapevolezza del retroscena: Woolf narra infatti l’affresco dei suoi genitori, descritti in modo talmente realistico che, in una lettera di Vanessa alla sorella Virginia, la pittrice le confesserà che, leggendo l’opera, le era sembrato di veder resuscitare la loro madre. Cosa che certamente le avrebbe rese felici. Lo stesso, tuttavia, non si poteva dire del padre, Leslie Stephen, che “se fosse vissuto più a lungo non mi avrebbe permesso di scrivere e sperimentare”. Questa è, più o meno, l’ammissione della stessa Virginia, la quale, pur amando il padre, era consapevole che la perentorietà, l’egoismo e il vittimismo della sua personalità erano il più potente veleno della famiglia.

 

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Visita alla mostra “Nel mare dell’intimità – L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico” – Parte 2/2

Diorama della Laguna di Grado

Nella laguna di Grado, al pari di altre simili zone dell’alto Adriatico, le particolari condizioni del mare -bassi fondali emergenti con l’alta marea- avevano permesso lo sviluppo di un singolare tipo di pesca, semplice, ma remunerativo: quello del “serraglio”. Si trattava di un recinto a graticcio di canne facilmente reperibili sul posto, collocato su banchi di sabbia soggetti ad esseri sommersi dall’alta marea. Con il mare entravano nel serraglio pure i pesci (cefali, passere, sogliole, rombi, anguille, ecc), ma, al calare della marea, dei cogolli (reti a forma tubolare congegnate per intrappolare i pesci), posti nei punti di deflusso delle acque, ne permettevano una facile cattura.

Nelle zone interessate dai serragli, così come dalle altre loro attività, i pescatori realizzavano delle capanne anche di notevoli dimensioni, dette appunto “casoni”, in genere abitate stagionalmente.

Gli Uscocchi

L’Adriatico, mare frequentato fin dall’antichità e crocevia di popoli spesso contrapposti per quanto prossimi geograficamente, non poteva certo essere immune al fenomeno della pirateria. Inoltre, volenti o nolenti, la pirateria è stata spesso un’economia di sussistenza dei popoli costieri, soprattutto in litorali che si prestano a questo tipo di attività, come le insenature e gli arcipelaghi della sponda orientale.

Quando la pirateria viene esercitata con l’avallo di uno stato e si configura quindi come un atto di guerra, può essere considerata come guerra di corsa, e i pirati definiti “corsari”, anche se la distinzione può essere ardua.

Abbiamo quindi ampie testimonianze di questo tipo di attività, più o meno organizzata, in Adriatico sin dall’epoca antica. A partire dal Medioevo, la contrapposizione con il mondo islamico caratterizza gli scontro sul versante politico e religioso, e ciò accade soprattutto quando, dall’inizio del XVI secolo e poi ancora dopo Lepanto, il Mediterraneo diventa teatro di una “guerra minore”, condotta dai “corsari barbareschi”, così detti perché provenienti soprattutto dai porti dell’Africa settentrionale al tempo chiamata appunto “Barberìa”, come Algeri, Tripoli, Tunisi: città-stato la cui economia era fondata sui bottini e sui riscatti delle persone catturate in mare o sulla coste. In Adriatico, peraltro, attacchi e incursioni venivano portati più spesso da piccole barche provenienti dai porti più meridionali della sponda orientale sottoposti al dominio turco, come Valona o Dulcigno, ai danni di pesatori e popolazioni costiere.

L’Adriatico settentrionale fu anche teatro per circa un secolo delle azioni dei temibili Uscocchi, stanziati a Segna dopo essere fuggiti dai turchi, che ingaggiano feroci scontri con le navi della Repubblica di Venezia, ma che non disdegnavano di attaccare anche navi di altri stati e di compiere incursioni sulle coste di Romagna e Marche.

Guerrieri feroci prima, pirati senza scrupoli poi, gli Uscocchi erano cristiani cattolici provenienti dai Balcani che si stabilirono sulle coste dell’Adriatico per sfuggire all’avanzata dei turchi, accettando l’egemonia degli Asburgo. Nel 1537 abbandonarono l’originaria Clissa (presso Spalato) per rifugiarsi a Segna, una roccaforte circondata da montagne, foreste e da cale accessibili solo via mare con piccole imbarcazioni. Poco alla volta ai nuclei originali si unirono banditi e avventurieri di varia provenienza, e a partire dal 1540 i corsari di Segna cominciarono a colpire non più solo i turchi, ma tutte le grandi potenze che commerciavano col Mediterraneo. Nel 1615 le azioni di pirateria degli Uscocchi fornirono il pretesto per la Guerra di Gradisca, tra Venezia e l’Austria, che insanguinò il Veneto e l’Istria. Terminato il conflitto, su intercessione dei re di Spagna e per effetto del Trattato di Madrid del 1617, le famiglie superstiti degli Uscocchi vennero trasferite a forza vicino Karlovac, al confine tra Croazia e la Carniola, in un’area conosciuta da allora come Monti degli Uscocchi. Molti fra i temibili pirati furono arrestati o uccisi, e le loro navi bruciate.

Medusa, la polena che incontrò i pirati, legno dorato, da Capodistria, prima metà del XIX sec.

La polena con la mitica immagine della Medusa ornava la prua del veliero Corriere d’Egitto, di proprietà di due capitani capodistriani: i fratelli Nazario e Domenico Zetto. Le loro navi, nella prima metà del XIX secolo, facevano la spola tra Trieste e il Vicino Oriente. Nel 1911 Francesco Majer descrisse l’avventura del brick Corriere d’Egitto, capitanato da Nazario Zetto: nel 1828, navigando verso l’Egitto, la nave fu attaccata dai pirati. Avvisati forse che a bordo c’erano brillanti preziosi, affidati a Zetto da tale Pietro Iussuf e destinati all’allora principe regnante d’Egitto Mehmet Aly, i pirati depredarono la nave ma senza trovare il tesoro, perfettamente occultato. Il veliero raggiunse quindi l’Egitto, dove il Capitano consegnò i gioielli al monarca, il quale però non espresse gratitudine alcuna.

Polena della fregata francese Danaè, legno dorato, XIX sec.

La devozione dei marinai e dei pescatori: il breviario romano di Rab/Arbe, inizi del XV sec.

I Santuari di Diomede in Dalmazia

Il famoso eroe greco Diomede fu venerato come un dio in Adriatico, dove divenne il protettori dei naviganti. Le storie più popolari su di lui sono correlate alla sua morte e alla sua sepoltura su qualche isola dell’Adriatico, che da lui prese il nome.

Gli scavi archeologici sull’isola di Palagruža/Pelagosa, situata al centro dell’Adriatico, hanno rivelato migliaia di frammenti di ceramica datati dal tardo VI sec.aC., al I sec.d.C.. Più di 200 frammenti recano iscrizioni graffite dedicate all’eroe, che ci permettono di identificare Palagruža come l’isola di Diomede citata nelle antiche fonti letterarie. L’altro santuario marittimo a lui dedicato è stato individuato su Punta Planca/Capo Ploča, antico promunturium Diomedis, il promontorio di Diomede, sulla costa dalmata. Le indagini archeologiche hanno riportato alla luce i resti di un santuario frequentato dal IX sec.a.C. al I sec.d.C., che ha restituito 500 iscrizioni graffite su frammenti di ceramica, dedicate all’eroe.

In entrambi i siti sono state trovate iscrizioni greche con il nome del dedicante e l’espressione “e l’equipaggio della nave”. Queste iscrizioni confermano che i visitatori dei santuari di Diomede erano naviganti che si fermavano qui per offrire doni agli dei e procacciarsi la sua protezione per i loro viaggi in Adriatico.

I santuari costieri del Salento, Roca, Grotta Poesia, Lecce

Fitti reticoli di iscrizioni sulle pareti della Poesia Piccola e foto aeree del sistema carsico, con la Poesia Grande, più vicina alla costa e l’apertura della Poesia Piccola, presso la statua della Madonna di Roca

I promontori del Salento, sedi di santuari connessi all’approdo, sono emblematici della duplice valenza nautica e religiosa di questi luoghi: il promontorio di Roca, con il luogo di culto in zona Castello e il santuario di Grotta Poesia, e Punta Matarico, con la grotta di San Cristoforo, gravitano sull’approdo di Torre dell’Orso; Punta Meliso, con un probabile edificio religioso e Punta Ristola, con Grotta Porcinara. Il rito religioso che si svolgeva nella Grotta Poesia prevedeva l’atto della scrittura del voto e del ringraziamento a una divinità maschile altrimenti sconosciuta, Taotor Andirahas, o Tutor Antraio, Andraius, Andreaus o Andreus in latino: le iscrizioni occupano un’area di circa 600 mq, intersecandosi e sovrapponendosi fino a formare un fitto reticolo; la richiesta d’aiuto al dio viene accompagnata dalla promessa di un’offerta di beni, come anfore di vino o addirittura capi di bestiame.

La fruizione della Grotta di San Cristoforo come luogo di culto si segue dalla fase preromana a età medievale, con la consueta trasformazione del culto pagano a culto cristiano e l’intitolazione della chiesa a San Cristoforo, non a caso il santo “traghettatore”. Nella stessa baia si riconoscono dediche di marinai imbarcati sulle liburne.

Informazioni:

La mostra è visitabile fino al 01.05.2018

Da martedì a venerdì 9-17

Sabato, Domenica e Festivi 10-19

Lunedì chiuso

Intero eur 7,00

Ridotto eur 5,00

www.nelmaredellintimita.it

info@nelmaredellintimita.it

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Visita alla mostra “Nel mare dell’intimità – L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico” – Parte 1/2

Presso l’ex-Pescheria – Salone degli Incanti di Trieste

Il titolo della mostra proviene da una citazione dello scrittore croato Predrag Matvejevic’ e ben descrive il Mare Adriatico, circoscritto, colmo di reperti archeologici e così caro alle sue genti antiche e contemporanee.

L’esposizione copre 10 000 anni di storia marittima ed è ricca, a cominciare dall’allestimento, realizzato in concerto con l’architetto Giovanni Panizon:

Ci sono riproduzioni di caracche, pascòne, golette, piroscafi, corazzate e imbarcazioni di ogni genere, e inoltre mappe, sestanti, bussole e carichi diversi tra loro per provenienza e utilizzo.

La visita è un incanto per chiunque, per chi ama il mare in particolare. A trentotto anni, ho scoperto reperti archeologici rinvenuti nella mia natia Grado, che non avevo mai visto prima e mi sono interfacciata con storie che non conoscevo e altre, come quelle dei pirati Uscocchi, che avevo solo ascoltato di sfuggita.

Naturalmente io sono rimasta colpita dalle statue, dalle polene e da imbarcazioni particolari che nemmeno conoscevo, perciò la scelta fotografica che vi espongo è frutto del mio gusto. I reperti esposti sono molti, molti di più.

Testa in bronzo della Dea Artemide da Vis/Lissa, epoca ellenistica, III sec. a.C., dotata di un’acconciatura caratterizzata da un diadema e uno chignon sulla nuca, legato da un nastro. Artemide era una delle dee principali di Issa (odierna Vis), colonia fondata da Siracusa attorno alla metà del IV sec. a.C. sull’isola omonima. Lo stesso profilo della statua compare sulle monete di bronzo locali.

Statua di Diadumeno, marmo, Prima metà del I sec. d.C.

Scultura di marmo greco rinvenuta durante gli scavi di una villa marittima eseguiti alla fine dell’Ottocento a Barcola (Trieste). Recuperata in vari frammenti, decorava un ambiente affacciato sul peristilio. E’ la copia romana di una delle sculture più famose di Policleto, un atleta che si mette la benda da vincitore, creata attorno al 430 a.C.

Contrappeso a forma di busto di Minerva e asta graduale riferibile a due diverse bilance a mano.

Lo zoppolo di Aurisina, Trieste

Lo zoccolo è un’imbarcazione monossile, quindi ottenuta da un unico tronco scavato, in uso presso le località costiere del circondario di Trieste, così come in alcune zone del Quarnero, fino alla metà del secolo scorso.

Si trattava di un tronco, generalmente di pino o larice, della lunghezza di 6-7 m per circa 80 cm di diametro, quasi certamente proveniente dai boschi della Carniola (oggi Repubblica di Slovenia) non esistendo sul Carso -allora come oggi- alberi di tali dimensioni.

Scavato e talvolta dotato di assi laterali che ne aumentavano l’altezza delle fiancate, doveva essere mosso unicamente a remi non essendo possibile, data la sua scarsa stabilità, dotarlo di una vela.

Di questo singolare tipo di imbarcazione sono giunti a noi solo due esemplari: lo zoppolo “Lisa” ora qui esposto, e un analogo modello conservato presso il Museo Etnografico di Lubiana.

La marotta

La marotta viene realizzata in legno con le stesse modalità costruttive di una piccola barca, ma è interamente pontata con un piccolo boccaporto normalmente chiuso con una serratura. La sua non è una funzione navigativa, bensì di galleggiamento a mezz’acqua nei canali, conservando al suo interno pesce vivo, come cefali, anguille o crostacei. La marotta può raggiungere la lunghezza di alcuni metri ed è l’ultima evoluzione di forme di allevamento praticate fin dall’antichità. Questa esposta, risale agli anni ’60 del XX secolo ed era utilizzata nel Porto Canale di Cesenatico e nei canali interni.

L’Amazzone di Parenzo, frammento di statua in marmo, acque di Parenzo, II-III sec. d.C.

Il frammento di rilievo, recuperato da alcuni pescatori dai fondali marini presso Poreč/Parenzo, raffigura un’Amazzone in movimento.

La figura, conservata dal collo fino alle ginocchia, è vestita con una tunica corta e aderente che lascia la parte destra del petto scoperta. Ha il corpo in torsione; doveva tenere un braccio leggermente alzato e l’altro disteso. Le attraversa il petto la cinghia della faretra per le frecce.

Il rilievo sembra realizzato nel marmo bianchissimo proveniente dalla famosa cava del Monte Pentelico in Grecia, non lontano da Atene. Molto probabilmente apparteneva alla decorazione di un sarcofago: scene di Amazzoni in battaglia contro i Greci decoravano spesso i sarcofagi delle officine attiche, che ebbero grande diffusione presso la costa adriatica, specialmente a Salona e ad Aquileia, tra la fine del I e il III secolo d.C..

Pare che il rilievo fosse già rotto quando fu gettato in mare.

Statua di un atleta (Apoxyomenos), II-I sec. a.C., Copia moderna, bronzo, rame

La statua è un raro esemplare di originale greco in bronzo giunto fino a noi. Rappresenta un giovane atleta e riprende un modello scultoreo ben noto e popolare nell’antichità, che fu spesso riprodotto e di cui si sono conservate almeno 13 versioni, tre delle quali in bronzo e le altre in marmo e pietra dura. L’atto di raschiare via la polvere dal corpo con una spatola, lo strilige, divenne un modo consueto di raffigurare gli atleti nell’arte greca. Questa statua, di Lussino, raffigura l’atleta nel momento in cui pulisce lo strigile con il pollice della mano sinistra.

I piccoli dei dalle acque di Grado

I due bronzetti, conservati nelle collezioni del museo triestino, provengono dalle acque di Grado. La presenza dei due bronzetti bene si addice tanto al piccolo altare consueto sulle navi mercantili romane, quanto al culto privato delle abitazioni, dove erano posto in angoli dedicati (larari) a protezione della casa.

La figura femminile seduta viene variamente interpretata come Salus/Igea o Bona Dea; ha nella mano destra una patera per nutrire tre serpenti che le scendono lungo il corpo, animali caratteristici delle divinità salutari e della medicina, così come la cornucopia, simbolo di fortuna e abbondanza.

 

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Un mio Manifesto sulla rivista letteraria “L’irrequieto”

 

Qualche mese fa, la mia amica artista Valeria Gergolet mi taggò su Facebook perché riteneva che il nuovo progetto della rivista culturale letteraria “L’irrequieto” avrebbe potuto interessarmi. Andai a leggere e subito sentii un clic nel cervello. Quando la scrittura sorge così spontanea, non puoi tirarti indietro. Mandai il mio Manifesto alla rivista e oggi lo vedo edito. Spero piacerà anche a voi, lo trovate a pagina 70:

 

Dalla nota della rivista:

Sembrerà un paradosso, eppure concedere spazio e voce al potere in questo momento storico è fuori moda.

Pericoloso com’è, infatti, viene sempre sfiorato superficialmente e mai analizzato al microscopio.

Per questo motivo, in occasione della quarantesima uscita della rivista, abbiamo deciso di lanciare un appello

a tutte le scrittrici che avessero voglia di misurarsi con questo tema.

Le adesioni sono state numerose e ancora più caleidoscopiche le prese di posizione,

che hanno consentito la pubblicazione di una rosa di contributi a dir poco eterogenea.

In “Il Potere visto dalle donne”, il primo numero tutto al femminile de L’Irrequieto,

troverete le poesie, i racconti e gli articoli inediti di 21 scrittrici contemporanee selezionati

ed editati dalla redazione. Buona lettura!”

 

La rivista si trova su questo link: https://issuu.com/irrequieto/docs/numero-40

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RECENSIONE: “UNA PRINCIPESSA IN FUGA” DI ELIZABETH VON ARNIM

Bollati Boringhieri, 2013

Dovete sapere che, da quando la giornalista e scrittrice Natalia Aspesi mi fece conoscere Elizabeth Von Arnim attraverso un articolo su La Repubblica, mi invaghii dell’autrice australiana e decisi di comprare il primo Von Arnim il giorno seguente. Fu amore. Mi innamorai del suo stile, della sua ironia unica, della sua erudizione. Terminato il primo libro Von Arnim, “Il giardino di Elizabeth”, iniziai la ricerca dei successivi testi e scoprii che Bollati Boringhieri era il riferimento italiano per le opere vonarnimiane, e che aveva edito diciannove romanzi. Cominciai a ordinarne alcuni, altri li ricevetti in regalo. A oggi ne possiedo una decina, e conto di comprare i restanti prima possibile, perché vivo con l’ansia che finiscano fuori catalogo, o vengano assorbiti da Fazi Editore, verso il quale nutro simpatia, ma sapete com’è: se hai iniziato a collezionare i libri di un autore editi da un nome, poi vuoi vederli tutti in fila con lo stesso bollino d’origine! O forse sono solo io così pignola. Beh, non importa. Fatto sta che questo è il quinto Von Arnim che leggo, e sono deliziata come cinque anni fa, anno in cui mi tuffai per la prima volta nell’inchiostro dell’autrice!

In “Una principessa in fuga” ci troviamo alle prese con due protagonisti: la principessa di un regno (inventato) Priscilla e il suo bibliotecario Fritzing. Lei è una fanciulla che ha tutto, cresciuta negli agi e, diciamolo pure, nella bambagia, mentre lui proviene da una famiglia umile ed è un uomo che si è fatto da solo, diventando un grande intellettuale, un uomo dotato di mnemonica straordinaria, ma con due difetti: l’adorazione di Priscilla e l’incapacità di vivere la quotidianità e condurre un’economia domestica. I due provano un affetto reciproco e la loro confidenza li porta a isolarsi spesso, rispetto alla corte, per confidarsi. Il giorno in cui Priscilla riceve la proposta di matrimonio di un cugino, Priscilla esplode. Non ne può più della vita di corte, di tutta la superficialità e l’oppressione provocata dalla sua opulenta dama di compagnia, che la segue dappertutto. Priscilla anela alla vita autentica, che lei percepisce possibile solo nell’anonimato, in un cottage immerso nella campagna, lontana dal padre e dal castello, dove potrà fare del bene al prossimo come la ragazza buona e dolce che sente di essere, seppure intrappolata nel corpo di una principessa il cui unico dovere è un buon matrimonio e il proseguimento dei doveri aristocratici. Fritzing raccoglie lo sconforto della sua pupilla e decide che deve fare qualsiasi cosa per aiutarla. Decide quindi di organizzare una fuga e, nel lasso di una manciata di giorni, prende una cameriera, un tesoretto, un calesse e parte con Priscilla alla volta dell’Inghilterra.

Il viaggio e il soggiorno inglese rappresentano il centro del romanzo, che si sviluppa tutto intorno all’approccio di Priscilla al nuovo mondo, con un susseguirsi di errori madornali, equivoci e danni involontari di cui sono vittime gli ignari autoctoni, che da un lato amano la giovane e misteriosa straniera per la sua generosità e dall’altro la disprezzano per la zizzania che riesce a creare in un villaggio che, prima del suo arrivo, era timorato di Dio ed era governato con la precisione di un orologio svizzero.

Non vi nascondo di aver trascorso tante ore, anche dopo la mezzanotte, ridendo a crepapelle.

Se amate l’ironia e l’intelligenza, se volete trascorrere ore luminose e con qualche riflessione sulla psicologia umana -perché, in fondo, qui ce n’è parecchia- questo è un libro che vi consiglio.

Vi saluto con una citazione chiave:

“La storia di Priscilla mi ha talmente catturata, tanto mi è sembrata, fin dal primo momento che l’ho sentita, piena di insegnamenti, che mi sento in dovere di metterla per iscritto dall’inizio alla fine a uso e monito di tutte le persone, principesse e non, convinte che andando in cerca, andando lontano, troveranno la felicità, e non si accorgono che la felicità è sempre stata lì ai loro piedi. Non la vedono perché è troppo vicina. Talmente vicina che corrono il rischio di calpestarla o allontanarla con un calcio. Mentre la felicità è timida, e aspetta di essere raccolta” .

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