RECENSIONE: “PER VIRTU’ D’ERBE E D’INCANTI – LA MEDICINA DELLE STREGHE” DI ERIKA MADERNA

Aboca, 2018

E’ tempo, Luna, di assistere ai tuoi riti.

Seneca, Medea, v.770

Oggi sono davvero lieta di poter recensire un saggio importante come quello della Dott.ssa Maderna. Per citare il titolo, le sue virtù non si contano: l’autrice vanta una laurea in Lettere Classiche ed è solita fare ricerca attingendo direttamente dalle fonti, perciò i suoi scritti raccolgono riflessioni originali, non trascritte da altri testi, benché anche la bibliografia fornita sia ricchissima; l’editore Aboca realizza libri con carta di altissima qualità, destinati a durare nel tempo; la grafica è curatissima e felice nella scelta delle immagini stampate, a cominciare dalle tavole botaniche.

Nel saggio ho riscontrato un effetto specchio tra due tipi di donne: da una parte la monaca, che grazie alla sua (?) scelta virginale, ha potuto emanciparsi dalla famiglia, studiare e talvolta fare carriera, come la nota Badessa Hildegard Von Bingen -oggi Dottoressa della Chiesa, una delle uniche quattro donne al mondo cui è stato assegnato questo titolo dalla Chiesa Cristiano-Cattolica di Roma-; dall’altra parte le popolane, talvolta conoscitrici di erbe per la cura di animali e uomini, talvolta levatrici, che per riuscire a mettere insieme i pasti per sé e le famiglie, erano solite accettare ogni tipo di mestiere: la contadina, la sarta, la prostituta. Entrambi i gruppi femminili avevano accesso a diverse forme di conoscenza, ma se le prime erano protette dalla vita monastica, che le limitava, soprattutto fisicamente, le seconde erano più libere, seppur costrette alla miseria e, in casi estremi, al rogo, perché le loro conoscenze esulavano dal dogma cristiano, attingevano spesso a reminiscenze pagane e, nel periodo storico moderno, con la nascita della medicina ufficiale, diventarono una spina nel fianco all’unico genere di cura accettato: quello promosso dagli uomini abbienti e laureati.

Dunque, nel corso di secoli, le donne che, grazie alla loro personalità, carisma e competenza, emergevano rispetto alla massa, trovarono due possibilità: “diventare le spose di Cristo o sue adultere; essere inglobate nel sistema, oppure perseguitate”. E in nessuno dei due casi, la vita diventava facile: la monaca subiva il martirio, attraverso crisi mistiche e stimmate; la strega andava incontro al supplizi inquisitoriali. Le esperienze estatiche provocavano in entrambe uno stato di coscienza alterato e impressioni di distacco dal proprio corpo, simili a “viaggi astrali”. E poi, la scelta di un percorso, piuttosto che dell’altro, era dovuta sovente dalle famiglie: quelle ricche mettevano al mondo figlie che venivano date in sposa a buoni partiti, oppure finivano in convento, mentre le popolane conducevano le loro esistenze tra la dura vita dei campi, delle famiglie e delle malattie, oppure con un minimo di dignità in più guadagnato grazie alle conoscenze erboristiche, dignità che poteva venire spazzata via se qualcosa andava storto (un bambino nato morto, un legamento d’amore fallito, ecc).

Eppure, la conclusione è che “streghe e sante sono state medichesse e farmaciste: le prime per necessità, le seconde per vocazione alla cura del mondo”.

Nel saggio si trovano anche figure mitiche e mitologiche, dedite alla cura, alla magia e alla morte, come la dea Afrodite, che possedeva una cintura magica che conteneva tutti gli incanti, o Circe, la maga che, grazie alla sua capacità di comprensione della natura, era una pharmakìs, o polypharmakòs, cioè un’esperta di erbe magiche e medicinali, conoscitrice dei segreti metamorfici. Dall’antichità fino all’epoca moderna, i nomi si sprecano e quanti non hanno mai raggiunto l’inchiostro? Una cosa è certa: “la medicina delle empiriche rappresentava il terminale di quel percorso variegato che dall’antica medicina sacerdotale, fatta di divinazione, sapere erboristico e parola taumaturgica, attraversava la dimensione mitica e folclorica delle lamie rapitrici di bambini, delle maghe preparatrici di filtri erotici, delle negromanti e delle malefiche sovvertitrici delle leggi naturali”.

E ci sono due elementi fondamentali nella conoscenza delle guaritrici: la misurazione e la parola. La “misurazione dei panni” è una delle pratiche più caratteristiche della magia terapeutica delle donne di conoscenza, noto anche nella mia regione, il Friuli Venezia-Giulia*, consisteva nel “sentire” il malessere dell’ammalato toccando i vestiti che erano stati a contatto con il suo corpo e misurandoli con la spanna mentre si pronunciavano parole misteriose. Le guaritrici usavano spesso la parola durante la somministrazione del medicamento, frasi sussurrate e spesso incomprensibili, preghiere o invocazioni. Un modus operandi conosciuto già dai pitagorici, come anche Galeno, che non ignorava affatto i messaggi del soprannaturale, affidandosi oltrettutto alle rivelazioni ottenute durante i sogni, prima di dedicarsi agli ammalati, seguendo precisamente gli insegnamenti dei medici-sacerdoti di Asclepio. Insomma, “la litania magica era parte integrante dell’offerta terapeutica e aveva la funzione di rivitalizzare le antiche procedure che rimettevano alla sinergia di herbe et cantus l’azione del medico sacerdote, garante della funzione connettiva della parola fra il mondo reale e la dimensione invisibile”. L’antico paradigma dell’incantare (o dell’excantare), presente già nella Roma antica, benchè perseguitato anche allora, attraversò indenne il passaggio dal paganesimo alla cristianità, trovando nuove forme di accomodamento che ne consentissero la sopravvivenza, ovvero da preghiere pagane a preghiere cristiane.

Arrivando alle erbe, le protagoniste del saggio, quelle dette “delle streghe” hanno due valenze: da un lato sono psicotrope, spesso letali, connesse ai rituali cosiddetti “demoniaci”. Sono allucinogeni e narcotici e sovente si trovavano tra gli ingredienti del cosiddetto unguento preparato dalle maliarde per compiere i viaggi notturni: aconito, belladonna, canapa, cicuta, giusquiamo, mandragora, oppio, papavero e stramonio. Poi c’è la farmacopea “dolce”, costituita dalle erbe comuni o spontanee, che grazie all’efficacia dei loro principi vegetali e al potere teurgico delle matres herbarum, guariva anche casi disperati. Queste erbe sono: artemisia, betonica, caprifoglio, malva, menta, mirto, ruta, salvia, verbena.

Nè mancano, tra queste pagine ricchissime, terribili racconti inquisitoriali ai quali la sottoscritta, ancora nel XXI secolo, non trova spiegazioni logiche. Né le trovò Franchetta Borelli di Triora nel 1588 se, durante un supplizio, concluse:

“Stringo i denti e diranno che rido”.

* L’etnografo Gian Paolo Gri ne ha scritto in “Altri modi – Etnografia dell’agire simbolico nei processi friulani dell’Inquisizione”, Eut, 2001

Postilla: aggiungo l’indice. Sono una divoratrice di libri e so quanto possa essere utile nella scelta dell’acquisto di un libro!

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2 commenti

  1. Ciao, dovrei fare un saggio per l’Università e dovrei fare un collegamento tra sapere delle guaritrici o streghe e sapere medico agli inizi del Medioevo che poi è alla base delle persecuzioni nei confronti di queste donne. Questo libro tratta questo tipo di collegamento in maniera più o meno approfondita?

    1. Sì, Marzia, in questo libro trovi anche questo materiale, oltre a un’approfondita lista bibliografica che ti sarà di enorme aiuto per le tue ricerche. Ti chiedo il favore di farmi sapere quando stamperai il saggio, perché ne voglio una copia.

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