RECENSIONE: PERSONE NORMALI

di Sally Rooney, Einaudi, 2019

Mi sono convinta a comprare un’opera della scrittrice irlandese Sally Rooney solo dopo aver letto un’intervista su Robinson de La Repubblica. Di norma, infatti, non mi interesso dei “casi letterari” appena usciti. Lascio decantare l’effetto che si crea intorno al nuovo successo editoriale per capire se è solo una bolla di sapone, oppure l’inizio della carriera di una scrittrice o di uno scrittore dotati di autentico talento. Ecco, già dall’intervista a Rooney, si evincono la sua erudizione e intelligenza. Per questo mi sono incuriosita e ho acquistato i suoi primi due libri.

A questo punto, non posso che accordarmi alla scia di applausi, in quanto la capacità descrittiva della psicologia dei personaggi di Rooney è palpabile, quasi in senso fisico. Benché i suoi protagonisti, Marianne e Connell tendano -anche troppo spesso- a non far trapelare i loro sentimenti e quasi a muoversi il meno possibile nella loro porzione di spazio, l’autrice è capace di farci conoscere a fondo ciò che si muove all’interno delle loro anime. Arriva addirittura a farlo comprendere prima a noi lettori, che ai suoi personaggi.

E allora succede che ti affezioni ai due ragazzi, che nella vicenda narrata trascorrono assieme gli anni delle superiori e poi quelli dell’università, affrontando le sfide che tutti, più o meno conosciamo, anche perché Mariane parte da una condizione agiata, mentre Connell è esattamente all’opposto della scala sociale, essendo figlio di una ragazza madre che, peraltro, è la colf della famiglia di Marianne. E nonostante una realtà ambientale tanto favorevole, Marianne si trova immersa in un’anestesia emotiva. Nessuno la ama, anzi, è vittima di violenze psico-fisiche. Per questa ragione cresce “storta”, emotivamente instabile. Per converso, Connell riceve molto più amore, ma la sua posizione di inferiorità lo spinge a fare tutto il possibile per guadagnarsi uno spazio di notorietà e fama nel mondo, di accettazione sociale, fissazione che, purtroppo, minerà il rapporto con Marianne.

La storia colpisce anche perché mi sarei aspettata tutt’altro finale. L’autrice sa sorprenderci, scuotere i suoi personaggi e portarli a limiti e oltre.

Dunque è un libro che consiglio caldamente, perché è un romanzo di formazione nel quale possiamo riconoscerci e imparare molto. Inoltre si trovano delle riflessioni interessanti sia sul mondo accademico che su quello economico. Rooney sa lanciare strali contro la realtà universitaria, pregna di sofisti, piuttosto che di menti realmente pensanti e profonde e inoltre, senza timore di andare contro il politicamente corretto, dimostra coi fatti che le nostre vite, per essere pienamente ricche e vissute, hanno anche bisogno di una situazione economica solida, altrimenti, come osserva Connell, tutti i bei posti che vorresti visitare, restano delle immagini sulle riviste, non si concretizzano mai. E chi ama l’arte e la cultura sa che, qui, né io né Rooney ci riferiamo alle vacanze alle Maldive o nei resort svizzeri, bensì ai viaggi culturali, alle visite ai musei, ai siti archeologici, alle mostre, alle biblioteche, insomma, a tutti quei templi a cielo aperto o chiuso che possono insegnarci tanto ed espandere le nostre menti, oltre che i nostri spiriti.

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Rivista culturale “Sotto il Vulcano” di Feltrinelli Editore

Rivista culturale “Sotto il Vulcano”, Feltrinelli editore, #1 e #2

Negli ultimi vent’anni non ho fatto altro che dispiacermi per l’assenza di una rivista culturale che riflettesse i miei gusti. Ne ho passate in rassegna tante -e non farò i nomi, perché sono una persona educata- ma nessuna riusciva a soddisfare le mie poliedriche necessità. Avevo bisogno di leggere le riflessioni degli scrittori e degli intellettuali contemporanei, ma volevo anche gettare uno sguardo sull’attualità e sulla situazione geopolitica. Anelavo anche alle discussioni tra filosofi e scienziati, così come a divagazioni di genere artistico, fumettistico e, non da ultimo, avrei apprezzato molto anche la presenza delle poesie, che vengono così snobbate dal mainstream.

Potete immaginare la mia sorpresa, quando ho scoperto l’uscita de “Sotto il Vulcano”, la rivista trimestrale dell’editore Feltrinelli. Devo essere sincera: non ci credevo. Di primo acchito mi dicevo che sarebbe stata l’ennesima delusione, e infatti ho preso l’ultima uscita, la n° 2. Inutile cominciare una collezione, se fossi rimasta bruciata anche da questa lettura frettolosa. Invece mi sono piacevolmente ricreduta e no, non è stata una lettura frettolosa: non solo ho letto e riletto gli articoli di “Metamorfosi”, il tema scelto per la seconda uscita, ma ho mandato degli estratti alle mie amiche, per discuterne e sono sorti dibattiti profondamente interessanti e profondi. Proprio quello che mi mancava, e che continua a mancarmi… lo so, lo so, sembra che io abbia il dilemma della coperta troppo corta, che se la tiri da un lato ti scopre i piedi, e se la tiri giù, prendi freddo alla gola, ma realmente: sono l’unica letterata che sente la mancanza di luoghi di aggregazione in cui parlare di questi argomenti? Arte, scrittura, disegno, fumetto, filosofia, geopolitica, storia, narrativa di viaggio, poesia, ecologia, ecc? La risposta è no e lo so perché non vivo dentro una torre d’avorio, sotterrata dai miei amati libri, ma dialogo con le persone, e per carità, molte di esse sono prese dal tran tran quotidiano, dalla necessità di portare il pane a casa -viviamo una crisi economica ormai ventennale!- e dalle conseguenze psicologiche della pandemia di Covid-19, ma la sete di cultura e intellettuale, chi più, chi meno, ce l’hanno tutti.

Anzi. Anzi… la pandemia prima, le guerra ucraino-russa poi, ci ha resi tutti spossati e assetati di risposte. “Sotto il Vulcano” non ha certamente la tracotanza di giungere a questo, di offrirci tutte le chiavi per le soluzioni ai nostri problemi. Nessuno può farlo, ma è una bussola potente, perché ci permette di orientarci nel mondo, a specchiarci in quello che siamo diventati.

Ho comprato anche il n° 1 della rivista, il cui titolo è “Cronache dal mondo nuovo”. Tra questo titolo, e il seguente, “Metamorfosi”, appunto, c’è un filo conduttore, una narrazione che ci porta a un viaggio dentro il mondo, ma anche dentro a noi stessi. Gli autori hanno fatto un lavoro mirabile, per indurci alla riflessione e alla reazione rispetto al “New Normal” nel quale ci stiamo faticosamente abituando a vivere. Parlo di: Ilaria Gaspari, Fabio Genovesi, Francesca Mannocchi, Telmo Pievani, Igiaba Scego, Chiara Valerio, Walter Siti, Jonathan Bazzi, Fumettibrutti, Paolo Giordano, Elvira Mujčič, Katja Petrowskaja, Davide Toffolo, Nicla Vassallo, Banana Yoshimoto e molti, molti altri.

Non posso che ringraziare l’editore, i curatori dei primi due numeri -Helena Janeczek e Melania G. Mazzucco- e tutti coloro che hanno contribuito a redigere questa rivista, perché mi hanno fatta finalmente sentire nel mio elemento, mi hanno offerto la possibilità di avviare discussioni con le mie amiche e di interfacciarmi a spaccati di vita lontani al mio spazio, ma non dal mio tempo (Afghanistan e Bosnia, solo per citarne due), cosa che non avviene nel quotidiano, né in tv, né sui social e men che meno nella realtà.

Ecco, adesso manca il passo successivo: creare un luogo di aggregazione in presenza, per continuare a dialogare.

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Nuova presentazione letteraria alla Società Ginnastica Triestina

Sono davvero lieta di comunicarvi la mia prossima presentazione letteraria in presenza!

Ci vediamo dunque a Trieste, dopo il mio intervento su MRTV Italia, che potete rivedere su questo link: Zibaldone N. 13 – Intervista a Nataša Cvijanović: Lettere dai frammenti dell’anima – YouTube

Di seguito, il Comunicato Stampa della S.G.T.:

“Un libro per la SGT”: alla riscoperta della scrittura epistolare
Il ciclo di eventi “Un libro per la SGT” giunge all’ultimo appuntamento in programma: si torna a scrivere una lettera a mano con la scrittrice goriziana Nataša Cvijanović.
L’autrice infatti presenterà un’opera – “Lettere dai frammenti dell’anima” (Quduibri, 2019) – esplicitamente dedicata alla bellezza dell’epistolario: dall’emozione di ricevere una lettera, al piacere di scriverne una a propria volta all’amico di penna, al valore della lettera come auto analisi esistenziale.

La presentazione avverrà questo sabato 11 dicembre, ore 18, nella sala Primo Rovis della Società Ginnastica Triestina (SGT), Via della Ginnastica 47, Trieste. L’accesso, dall’ingresso che porta al parcheggio coperto, è gratuito previo Super Green Pass (vaccino o ertificato di guarigione).

In conclusione, per chi lo desidera, si terrà una visita guidata del curatore Zeno Saracino alla mostra “Il Dante ‘Adriacus’: una storia risorgimentale” e al Museo sportivo.

Il romanzo, scritto per i ragazzi, pensato in particolare per “giovani adulti”, ma rivolto equanimemente a insegnanti, genitori e nonni, nasce con l’intento di instillare nel lettore la curiosità per la scrittura epistolare. Non a caso il libro rappresenta un assoluto unicum nel panorama editoriale, perchè comprende le lettere scritte a mano dall’autrice stessa.
In un mondo caratterizzato dalla comunicazione breve e veloce, come quella offerta dai Social e dagli Smartphone, l’autrice offre un’alternativa aggiornata al nostro secolo: l’epistolario, la scrittura a mano, la ricerca di una bella e personale grafia.
La protagonista, Helene, è una giovane insegnante di lettere, vive a Trieste e viene colpita da una tragedia. Giorno dopo giorno, cerca di rimanere ancorata alla vita, risalendo faticosamente la china, ma la sua è una battaglia solitaria e irta di ostacoli. In questo percorso difficile, solo poche persone riescono a oltrepassare la bolla nella quale è rinchiusa: suo figlio, le sue corrispondenti e due insoliti uomini. Attraverso il loro sguardo e quello immaginario, ispirato alla fotografa bavarese Helene Hoffman, cui deve il nome, la protagonista comprenderà le possibilità e il potere della resilienza femminile.

Nataša Cvijanović ha pubblicato due romanzi “La dama e l’aquila” (2012), “Tempora d’autunno – una guerra di Streghe e Benandanti” (2015) e un ricettario con il quale ha vinto il primo premio del Concorso Letterario Donne tra Ricordi e Futuro della Città di Pratovecchio (AR): “Il ricettario di Baba Ljuba – la cucina rurale jugoslava” (2014) tutti editi da Segno Editore.

Società Ginnastica Triestina – 1863
https://www.societaginnasticatriestina.it/museo-societa-ginnasti

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RECENSIONE: “IL RITORNO DELLA GRANDE MADRE” DI GABRIELE LA PORTA

Il Saggiatore, 1997

Gabriele La Porta è stato direttore di Raidue e responsabile del palinsesto notturno delle tre reti televisive Rai, occupandosi principalmente di cultura ed esoterismo. Laureato in filosofia, ha scritto una biografia di Giordano Bruno e ha tradotto le sue opere latine “De umbris idearum” e “Cantus circaeus”. Numerosi i libri scritti successivamente e, a un lettore di passaggio, potrebbe sembrare strano che un signore con queste credenziali si sia occupato della dea primigenia, la Grande Madre, invece essa fu il perno attorno al quale si svolse tutta la sua vita, perché la Dea non è solo un’essenza spirituale, ma anche archetipo e carne, è sorella, madre, nonna. Ed è proprio dal nucleo familiare di La Porta, squisitamente matriarcale, che dobbiamo partire per comprendere la parabola della sua vita.

L’autore nasce a Roma nel 1945 e, per ragioni davvero particolari, ad allattarlo non è sua madre, ma la nonna Carla, con la quale trascorrerà gran parte dell’infanzia, alle pendici del Vesuvio, protetto dalle sue rassicuranti braccia e da quelle della zia, che vive con loro. Fin da bambino, Gabriele è curioso, cerca, indaga, e scopre ben presto di possedere una qualità rara, nella sua epoca, così come in quella di Giordano Bruno e nella nostra. Lui la chiama “brillantanza”. Vede, cioè, al di là quanto gli altri riescono a percepire. E le sue esperienze si fanno, di anno in anno, sempre più peculiari e legate strettamente al mondo femminile e a quello del femminino sacro, che sono in fondo la stessa cosa.

In questo suo saggio, La Porta ci accompagna attraverso una serie di incontri fortuiti, coincidenze (che non sono coincidenze) e illuminazioni, ci fa conoscere grandi ricercatori del passato come Giorgio Colli ed Elemire Zolla, ma soprattutto ci mette davanti a ri-scoperte di figure femminili antiche e contemporanee, che tessono, sia per lui che per noi lettori, un arazzo antico, i cui fili ci riconducono ad antiche reminiscenze, ci scuotono e ci fanno annuire interiormente.

Come la vicenda della guaritrice campana Cornelina, che per salvare un neonato attaccato da un roditore, effettua un rituale talmente delicato, da sembrare anacronistico e fuori luogo, per una donna povera come lei: “Cornelia aveva mostrato a Ninnillo (il fratello maggiore dell’infante) una scatola blu e gli aveva confidato che dentro c’era dipinto il cielo stellato e che le sue facoltà, di cui non si dava spiegazione razionale, derivavano in parte dal cielo blu e in parte dalla sua immaginazione. Lei ‘vedeva’ la parte del corpo, di chi ricorreva alle sue arti, già ‘risanata’. Insomma, si immaginava la guarigione e spesso questa avveniva davvero. Ma senza il cielo blu e il colore blu, lei non poteva nulla”.

Dal mondo contadino della Campania, il libro passa a quello ‘alto’ di ricercatrici e scrittrici come Frances A. Yates, Daniela Palladini e Barbara Alberti, la cui grandezza è evidente a tanti accademici ed altrettanti spettatori della televisione, ma fatica ancora a essere completamente accolta. Perché delle donne, dai tempi delle antiche baccanti, gli uomini hanno ancora tanta paura. Non tutti però. Non Gabriele La Porta, né Giorgio Galli, che da sapiente filosofo e storico contemporaneo ha saputo raccontarne la storia, spesso occultata ai più. Secondo le sue ricerche, tra il 1000 e l’800 a.C., le baccanti fecero parte di un movimento di rivolta femminile -poi passato alla storia con il nome di Amazzoni- che lottò per mantenere l’antico culto della Dea, una società matriarcale egualitaria, e venne stroncato dagli ‘eroi’ dell’antica Grecia, da Ercole fino a Giasone.

Ciclicamente i movimenti femminili ritornano. Fu il caso delle antiche sapienti, delle guaritrici, delle streghe, delle sufraggette, delle femministe. Ogni donna, ancora oggi, in fondo lotta per un ritorno alle origini: il riconoscimento della propria essenza e quindi quello del proprio potere. Perché una donna non è solo Madre, non è solo grembo. Una donna può essere tutto ciò che desidera e, per ottenerlo, e per vivere, compie azioni, scelte e assume comportamenti che spesso terrorizzano gli uomini, così legati al concetto di categorizzazione e ordine.

Di tutto questo Gabriele La Porta è stato consapevole. Lo aveva interiorizzato fin dal latte di Carla e, anziché esserne impaurito, è diventato un Uomo Consapevole, uno di quelli che noi donne del XXI secolo cerchiamo disperatamente. Altrimenti facciamo a meno di qualunque uomo, perché siamo tutte stanche degli uomini-etichetta, della pandemia, della reclusione forzata, della mancanza di lavoro e prospettive, di avere il peso del mondo (e dei bambini) esclusivamente sulle nostre spalle. E allora, una lettura come questa non può che spronarci a raddrizzare la schiena -ancora e ancora- e a lottare per ottenere quello che ci spetta, per vivere apertamente la nostra multiforme essenza femminile e riabbracciare il mondo della Grande Madre. Lo dobbiamo a noi, e alle nostre antenate, fino alle baccanti e alle amazzoni.

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L’UNIVERSITA’ A 40 ANNI

Dopo parecchi mesi di lontananza torno sul mio blog con una carica tutta nuova. Sono stata a lungo assente perché ho iniziato un’avventura che mi porterà lontano, e che mi ha stravolto la vita. A distanza di ventitre anni dalla fine delle superiori, infatti, mi sono finalmente iscritta all’università. E questo finalmente va sottolineato ed evidenziato, perché in tutto questo lasso di tempo non ho mai perduto la speranza di farcela e l’attuale consapevolezza di esserci riuscita, già di per sé, è travolgente.

La mia facoltà si trova a Udine. Mi sono iscritta a Lettere, curricula Divulgazione Culturale e Umanistica. Non avendo qui in Italia una facoltà di Scrittura Creativa, come ne esistono in altre parti del mondo, quando ho letto sul sito internet universitario della creazione di questo nuovo curricula, qualcosa mi si è acceso dentro il petto. Quanto è accaduto in seguito, è una miscellanea di forza di volontà, ossessione, testardaggine e fortuna. Sì, perché nel tempo della pandemia globale, dove tutti si lamentano (a ragione) del “New Normal”, io posso dire che ho ottenuto dei benefici impensati.

Lezione di Storia dello Spettacolo nel Mondo Antico

Già tre anni fa, su Il Domenicale (inserto de Il Sole 24 Ore) avevo letto che, nel 2020, si sarebbe tenuto un meeting internazionale a Dubai per fare il punto della situazione in merito all’attuale stato della didattica a distanza nelle università europee. Da anni, in effetti, c’era un grande malcontento sia da parte degli studenti, sia da parte dei rettori, per l’aumento delle università private on-line che competevano con gli atenei presenti, per esempio in Italia, da secoli. Come tutti sappiamo, quando c’è di mezzo l’economia, gli obiettivi si raggiungono in tempi brevi, ma ancora una volta nel nostro Belpaese qualcosa deve essere andato storto se io ho potuto usufruire pienamente della didattica a distanza solo questo anno. Con lo stile di vita che conduco e la famiglia, infatti, mi sarebbe stato impossibile partecipare alle lezioni in presenza. Il Covid-19 ha compiuto il miracolo, almeno in questo senso e così a ottobre 2020 sono riuscita a iniziare le lezioni del mio corso, munita di un entusiasmo che neanche un bambino in un hangar pieno di giocattoli sfavillanti.

Lezione di Letteratura Italiana I

Ho seguito le prime quattro materie del primo semestre e la scorsa settimana ho dato l’ultimo esame, il più carico, quello da 12 CFU. Io, che ero partita con la ferma volontà di procedere a passo spedito, senza preoccuparmi dei voti, mi sono ritrovata con tre 30 e lode su quattro. Non riesco ancora a crederci, non ho davvero elaborato, ma è evidente la ragione di questo esito: io non sono un genio. Sono solo una donna che ha dovuto attendere per oltre due decenni di potersi iscrivere all’università e, nonostante le difficoltà – perché ci sono e ci saranno anche nei prossimi anni, avendo tante responsabilità e impegni – ama la conoscenza e, soprattutto ha la “fame”. Ho “fame” di imparare, di confrontarmi con le eccellenze, di ottenere una laurea a lungo agognata, ma negata. Non mi pento di essermi impegnata nella scrittura e nei vari mestieri, nella famiglia e nella maternità, in tutti questi anni, ma vi assicuro che non potevo morire con il rimpianto di non averci nemmeno provato.

Studio matto et disperarissimo di Dante

Oggi mi godo dei giorni di riposo – si fa per dire, io non mi posso permettere il riposo – prima dell’inizio del nuovo semestre universitario. Avrò quattro nuove materie, quattro nuovi professori e quattro nuovi esami da dare. Sono trepidante ed eccitata al pensiero di quello che mi attende e già lo so, sarà bellissimo, perché il corso che hanno attivato questo anno a Lettere presenta tutte – e ripeto tutte! – le materie che amo. Non ce n’è una che mi lasci indifferente, o tiepida, tanto che, se me lo potessi permettere, mi iscriverei a molti più corsi di quanti ho pianificato con la mia tutor. Invece no, devo placare la mia sete di conoscenza per seguire quanto è necessario e procedere in modo fluido verso la fine di questo primo anno.

Pochi minuti prima dell’esame di Laboratorio di Scrittura e Comunicazione

E sono così grata. Alla Vita, alla mia famiglia, ai miei amici, ai compagni di studio, al destino, agli dèi, a tutti coloro che mi hanno sostenuta in questi mesi e ai magnifici professori che ho avuto, persone davvero deliziose, oltre che stimolanti e professionali. Sono stati capaci di andare ampiamente oltre ogni mia più rosea aspettativa: sapevo che avrei amato l’università, ma loro me l’hanno resa una dimensione magica e ultra-stimolante.

Ansia estrema poco prima dell’esame di Letteratura Italiana I

Quando mi chiedono com’è studiare oggi alla facoltà, rispondo che è come scegliere un argomento che ami e immergerti in un documentario lungo 300 ore, con al fianco due scaffali di libri inerenti all’argomento e, in più, dei professori competenti ai quali chiedere qualunque dubbio.

Tutto ciò che spero è di continuare il mio percorso come ho fatto fino a questo momento.

E per il resto, auspico di tornare a scrivere tra queste pagine in maniera più continuativa.

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RECENSIONE: “SEDICI ALBERI” DI LARS MYTTING

Caro Edvard, ci sono solo due momenti in cui siamo completamente innocenti: quando sogniamo e quando siamo bambini”.

Ho comprato questo libro a seguito di una recensione letta su alcune riviste culturali e letterarie che divoro settimanalmente e devo ammettere che ha superato tutte le mie aspettative.

“Sedici alberi” è un romanzo strano, sia perché l’autore è norvegese e quindi il suo stile è diverso rispetto a quello di un italiano, un inglese o tedesco, sia perché è pregno della conoscenza della terra, in particolare di quella misteriosa Norvegia che molti di noi osservano stupiti, dalle calde sponde del Mediterraneo. E’ una terra aspra, nevosa, ricchissima di alberi -una passione dell’autore, già noto per “Norwegian Wood, Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna”, che si è aggiudicato il Premio dell’associazione dei librai norvegesi e il Bookseller Industry Award 2016-.

La trama racconta le vicende di Edvard, un ragazzo norvegese che lavora nella fattoria del nonno, in un paese sperduto del nord, carico di neve in inverno e straordinariamente caldo in estate, a causa dei cambiamenti climatici. Una vita apparentemente banale, se non fosse che, nella sua famiglia, nulla è normale.

Suo nonno Sverre fece parte della sezione nazista norvegese durante la II Guerra mondiale, mentre il fratello di lui, Einar, si trovò a combattere e morire per la Resistenza francese. Edvard è il figlio di un norvegese e di una francese, ma di loro ricorda poco: aveva tre anni quando fecero un viaggio in Francia, nei luoghi della drammatica battaglia della Somme, e lì i suoi genitori morirono annegati in uno stagno, mentre lui venne ritrovato tre giorni dopo, a un centinaio di chilometri di distanza, misteriosamente illeso. Chi lo aveva portato fin lì? Fu un rapimento, o un salvataggio?

Edvard cresce lavorando duramente per il nonno, sopportando gli sguardi di rimprovero dei compaesani nei riguardi dell’ex-nazista e di compassione per lui. Ma Edvard cosa prova? Poco o niente. In lui ogni emozione è attutita, come velata da uno spesso manto di ignoranza rispetto al suo passato.

Sarà al momento della morte di Sverre, che in lui scatterà qualcosa. Il parroco del paese, infatti, farà pervenire al giovane una bara realizzata in legno di betulla fiammata, ricca di decorazioni create da un’ebanista finissimo. Un feretro degno di un nobile. Lo realizzò Einar per il fratello, negli anni ’60. Ma non era morto in guerra? No, non era vero. Allora cosa lo era? Ed Einar è ancora vivo?

Edvard deve partire. Deve ripercorrere la sua vita a ritroso, tornare nelle Shetland, da dove proviene la misteriosa bara, e poi in Francia, sui luoghi della Somme, dove la sua eredità, i “suoi” sedici alberi lo aspettano. Lo deve ai suoi genitori, e lo deve a se stesso.

Questo è un romanzo importante. Sia perché è l’intensissima storia di una famiglia le cui origini si spargono in tutta Europa, sia perché essa è intrecciata a ben due conflitti mondiali e, in modo laterale, ma non per questo meno efficace, ci insegna moltissimo sulla violenza e l’ingiustizia che i nostri antenati subirono nel corso di quegli anni mostruosi.

Una lettura dovuta alla memoria dei morti, ma anche a quella dei vivi, perché è nell’oscurità che si apprezza di più la luce. Da sempre.

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DOPPIA RECENSIONE E INTERVISTA ALLA SCRITTRICE SIMONA MATARAZZO

In queste settimane ho avuto la fortuna di leggere due romanzi di una blogger, fotografa, scrittrice, nonché di un’amante della natura e dell’autoproduzione: Simona Matarazzo. Seguo i suoi blog (https://apiedinudi.blog/https://appuntiealtrestorie.blogspot.com/) da anni e rimango sempre stupita e rapita dal contenuto -solo apparentemente- caotico dei suoi post: fotografie scattate da Simona in ogni viaggio, dagli States alla gita fuori porta, citazioni e recensioni di film, fini perlustrazioni dell’anima umana -anche in questi cupi tempi di Coronavirus e quarantena-. Insomma, il mondo interiore di Simona Matarazzo è denso e ricchissimo. Proprio per questa ragione leggere i suoi ultimi due romanzi è stata una piccola grande sorpresa: le trame e le ambientazioni sono limpide come una goccia di rugiada sulla foglia di una primula, oppure, dal momento che siamo nel genere gotico, come la vernice su una sedia medievale di legno di noce.

ALLA RICERCA DI AGATA

Amazon, 2019

Isotta Giovenale è una scrittrice di successo. Dopo alcuni racconti per bambini, il romanzo “Canto d’inverno” l’ha portata alla ribalta. Lei non vive questo clamore con grande entusiasmo. È una donna introversa e irrequieta, la sua mente talvolta fluttua per conto proprio e non è un caso che l’incontro con il misterioso Douglas MacFarlane, corrisponda al suo mondo interiore onirico. Douglas è un signore elegante e ombroso che cattura immediatamente la sua attenzione. All’inizio, lui sembra un ammiratore della sua opera, ma dopo un appuntamento, Isotta capisce che l’interesse di Douglas nei suoi confronti è mosso anche da una necessità: la storia d’amore che Isotta ha raccontato nel suo romanzo descrive l’amore di Douglas per la sua Agata. I nomi e i personaggi sono incredibilmente somiglianti con il vissuto del signor MacFarlane. Tuttavia, nella vita reale, Douglas ha perduto la sua Agata e vuole che Isotta la ritrovi. L’autrice si sente in principio smarrita: la sua è una storia d’invenzione, una fiction. Come può un uomo pretendere che lei trovi una donna che ha inventato per il suo romanzo? Eppure Isotta si intenerisce, sia per il dolore che percepisce dietro a quel desiderio, sia perché Douglas è diventato non vedente in seguito a un incidente stradale e questo smuove qualcosa in lei.

Inizia in questo modo la ricerca di Isotta, una ricerca difficile, perché irta di ostacoli e pericoli, il cui esito è tuttavia sorprendente, sia per lei che per il lettore.

AL TEMPO DEI LUPI

Amazon, 2020

Anna Gada è un’insegnante che trova lavoro in un collegio femminile di Lago di Mezzo, in Irlanda. Approda nel piccolo villaggio con la speranza di costruire la vita che desidera, un’esistenza emancipata, rispetto alle donne della sua epoca -siamo nell’Ottocento-, perché ha studiato molto per bastare a se stessa e vivere del suo lavoro, un mestiere che ama. Purtroppo, lo scontro con la realtà sbriciola le sue aspettative. Gli insegnanti del collegio sono tutti uomini e nemmeno il direttore, il Signor Baker, può -o vuole- opporsi al loro conformismo. Anzichè insegnare geografia e storia, Anna è costretta a trasmettere alle piccole allieve la conoscenza del disegno e dell’economia domestica. Oltre a questo, dal momento che i signori insegnanti aborrono la presenza di una donna nubile alla tavola da pranzo, ad Anna diventa chiaro che mangerà assieme ai domestici.

Tuttavia, tutto questo non abbatte la giovane insegnante, che è abituata a lottare fin da bambina, essendo a sua volta cresciuta in un rigido collegio. Ed è proprio in cucina che, in mezzo a un nutrito gruppo di cameriere e cuoche, conosce il silenzioso Edward Brandon, un uomo che possiede qualcosa di selvaggio e oscuro nello sguardo cristallino. Anna si sente incuriosita dal suo modo di fare schivo e ne resta rapita quando condivide con lui il salvataggio di una bambina che, vittima di un attacco epilettico, rischia di essere internata in un manicomio. Da quel momento, Anna ed Edward condividono un segreto, il primo di tanti, che condurrà la giovane istitutrice a conoscere un uomo e un popolo antichi, le cui usanze e peculiarità affondano le loro origini nella notte dei tempi e rischiano l’estinzione.

Simona Matarazzo, 2020

Simona Matarazzo, finalmente riesco a intervistarti! Quale occasione migliore: dopo aver recensito il tuo primo libro, “Romanzo Gotico” (http://www.arteculturae.it/letteratura/recensione-racconto-gotico-di-simona-matarazzo/), ora ho potuto affondare i denti nelle tue nuove opere. Devo dirti che la mia preferita è “Al tempo dei lupi”, sia per affinità etnica -io sono serba e il mio popolo è chiamato “figlio dei lupi”- sia perché l’atmosfera è così gotica e misteriosa, che ti ammalia. Senza contare che amo la complicata storia dell’emancipazione femminile, che ancora oggi risulta motivante per noi donne, che non dobbiamo mai abbassare la guardia rispetto ai diritti che abbiamo conquistato nei secoli, minacciate come siamo da continue incursioni maschiliste, machiste e patriarcali. Anna Gada ne sa più di qualcosa. Ma passiamo alle domande, andando con ordine.

“Alla ricerca di Agata” è un romanzo ricco di colpi di scena. Non si può stare calmi un attimo, che subito accade qualcosa. Qual è stata la sua genesi?

“Alla ricerca di Agata” è nato quasi per caso. Inizialmente avevo in mente una storia completamente diversa. Presi spunto da “Racconto gotico” per costruire qualcosa di buffo. Una commedia brillante, dove la protagonista si trova coinvolta in episodi al limite dell’assurdo. Ma a mano a mano che andavo avanti con la storia i protagonisti hanno preso il sopravvento e il racconto si è scritto da solo. Quando vedo un film o leggo un libro mi aspetto “l’effetto sorpresa”, per certi versi “Alla ricerca di Agata” ha consentito al mio lato fantasioso di esprimersi.

Sembri avere un fortissimo legame con il mondo irlandese. Ci sono tracce più o meno evidenti in ognuna delle tue opere, puoi spiegarne il motivo?

Sono stata un paio di volte in Irlanda, ed entrambe le volte sono rimasta colpita dal paesaggio: il Connemara con le sue insenature; la bellezza ruvida e desolata del Burren; l’oceano che si infrange sulle altissime scogliere; i muri di pietra delle isole Aran; i cimiteri megalitici immersi nel verde… L’Irlanda è una terra di contraddizioni, leggende, superstizioni, sofferenza, crudeltà, sangue. Non è, come banalmente si pensa, il regno delle fate e degli elfi, è un paese complicato con una storia complicata. L’Irlanda è, nella mia immaginazione, sinonimo di ribellione. Infine, alcune zone mi hanno riportata con la mente nel Montello – mia madre è nata a Crocetta del Montello -, ad alcuni luoghi della mia infanzia. Luoghi che non ho più rivisto e che quasi certamente sono cambiati.

Ogni inizio capitolo in “Alla ricerca di Agata” presenta una citazione. E ogni frase è appropriata al racconto che segue. Sono le citazioni ad averti ispirata, oppure hai una mente talmente enciclopedica da essere riuscita a ricordare quelle citazioni ogni volta?

Le citazioni sono arrivate in seguito. L’idea mi è venuta dopo aver letto, in libreria, la frase di Sylvia Townsend Warner: “Se sarà maschio” disse “Lo chiamerò Dolore. Ma se sarà femmina si chiamerà Gioia”. Pensai subito che avrei dovuto farci qualcosa. Scrivere un post, un racconto, condividerla.

Mi ricordai alcune frasi di Allende, Yoshimoto e Christie, e, per gioco, cercai le altre sui libri. Scelsi di inserire all’inizio di ogni capitolo una citazione. Non utilizzai la frase di Sylvia Townsend Warner, ma se non fossi inciampata sulla sua citazione non avrei aggiunto quei richiami.

Cosa ti ha ispirata a scrivere “Al tempo dei lupi”?

Come per “Alla ricerca di Agata”, “Al tempo dei lupi” è nato grazie a “Racconto Gotico”. Sono stata influenzata da “Jane Eyre” e dai racconti di fantasmi, come quelli di Walpole, Hoffmann e Crawford.

L’istitutrice Anna Gada è davvero una donna anticonformista per la sua epoca. Nel tuo immaginario, questo deriva dalla sua biografia -orfana, cresciuta in un collegio-, oppure da una presa di coscienza avvenuta con la maturità?

Le esperienze, il dolore, le gioie, possono cambiare le persone e le loro le vite. Alcuni non usciranno mai dalla zona di comfort: lavoro, famiglia, casa, amicizie, paese. Dinanzi a uno ostacolo si abbattono o lo sottovalutano. Questo accade per svariati motivi: educazione, ambiente, trascorsi. Grazie al suo vissuto Anna è una donna indipendente. Non è una femminista nel verso senso del termine, conosce il mondo che la circonda e tenta di cambiarlo.

Il mondo arcaico e ferino di Edward Brandon proviene da una realtà antropologica e storica irlandese autentica, da un mito, oppure dalla tua invettiva?

Per i nomi dei luoghi mi sono ispirata alle strade e ai sentieri di montagna, come quelli del Trentino Alto Adige e del Veneto. L’Alto Adige, come l’Irlanda, compare spesso nei miei racconti. In merito ai “Faoladh”, e alla loro mitologia, ho preso spunto da alcuni racconti irlandesi. Le case dei Faoladh, invece, somigliano a quelle vichinghe, l’idea mi è venuta dopo un viaggio in Danimarca. Quando scrissi “Racconto Gotico” scelsi a caso antichi nomi irlandesi, senza sapere che fossero legati ai boschi e ai lupi. Più che alle coincidenze, credo nel destino e mi piace pensare che le leggende sui Faoladh facciano, in qualche modo, parte del mio DNA. Purtroppo, l’ultimo lupo irlandese venne ucciso alla fine del millesettecento.

Mi hai fatto venire una voglia matta di scrivere un romanzo o un racconto gotico. Significa che i tuoi romanzi mi hanno davvero rapita. Tu sei un’appassionata del genere, oppure è un caso che tu abbia sempre scelto questo stile? E se la prima ipotesi è corretta, quali sono i tuoi autori-guida?

Non è un caso che mi sia ispirata ai racconti gotici per scrivere le mie storie. Benché il genere gotico si sia sviluppato dopo il 1700, l’epoca Vittoriana è la culla dell’orrore, basti pensare a Jack lo squartatore. E’ un’epoca in bilico tra il fascino e il ribrezzo, in cui la ricerca del bello stride con la povertà dei bassifondi. Da una parte abbiamo circoli letterari, dall’altra quartieri sovrappopolati. Per questi motivi ho scelto come ambientazione temporale di “Al tempo dei lupi” gli ultimi anni del 1800. I miei punti di riferimento sono Robert Louis Stevenson e Edgar Allan Poe. Ma anche Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Charles Dickens o Francis Marion Crowford. Mi piacciono le vecchie storie di fantasmi e le leggende metropolitane.

Ad ogni modo, i miei racconti sono stati influenzati dalla vita di Charlotte Brontë e dal suo romanzo: “Jane Eyre”. Per me il romanticismo deve avere un tocco di “tenebra”.

Una peculiarità dei tuoi libri è che le copertine provengono tutte da fotografie scattate da te. Sono immagini suggestive e uniche, che riescono a trasmettere la tua interiorità alla perfezione. Lo trovo un dettaglio di un’eleganza unica. E’ mai successo che un’ispirazione ti rapisse proprio grazie a una foto che avevi scattato, magari a distanza di anni?

Anni fa andai a visitare le rovine di Žička kartuzij (la certosa di Seitz) in Slovenia. Aveva appena nevicato e c’era un’atmosfera incredibile. Le foto mi hanno influenzata per “Alla ricerca di Agata” e per la copertina di “Racconto gotico”.

Nella vita reale, tu sei una donna piena di talenti artistici e pratici. Riesci a individuare cosa ti rappresenta di più in questa fase della tua vita -la scrittura, la fotografia, il tuo giardino e orto, ecc- e se c’è qualcosa in cui ti vorresti focalizzare di più, oppure continui a gestire, come una maestra d’orchestra, tutte le tue passioni quotidianamente?

Non riesco a gestire le mie passioni. Sono un bradipo iperattivo. In pratica, sono un ossimoro. Non corro, eppure durante il giorno, quando non lavoro, passo dall’orto al preparare una torta, da un time-lapse a una ricerca sulle piante. Probabilmente la fotografia è l’attività che mi rappresenta di più. Diciamo, che amo sperimentare e vorrei che le giornate, vista la mia lentezza, durassero 48 ore.

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RECENSIONE: “LE OTTO MONTAGNE” DI PAOLO COGNETTI

Einaudi, 2016

Questo è un romanzo che ha vinto il Premio Strega nel 2017. E a ragione.

Narra la storia di due amici, si potrebbe dire opposti per carattere e natura, ma simili per quanto concerne l’amore per la montagna, che li unisce fin da bambini.

Pietro viene dalla città, ma i suoi genitori, appassionati di trekking, lo accompagnano spesso sulle montagne lombarde, piemontesi e venete. A un certo punto scelgono Grana, come loro residenza estiva e qui Pietro conosce l’undicenne Bruno, figlio e nipote di montanari, che tra un pascolo e l’altro sfugge al suo obbligo di bambino lavoratore per stare con Pietro e i suoi genitori, che piano piano diventeranno un po’ anche la sua famiglia.

Bruno è colui che resta, Pietro colui che và e viene e sarà sempre così, anche quando Pietro e il Destino consiglieranno a Bruno di cambiare rotta.

Ma se uno nasce montanaro può reinventarsi?

E se uno sale (in montagna), sempre più su, è solo per desiderio di avventura e passione, o perché vuole lasciare il basso (la civiltà, il capitalismo, il corri corri) alle spalle?

Mi hanno davvero travolta, le vicissitudini di Pietro e Bruno, anche perché a una prima lettura possono sembrare talvolta banali o minime, ma in realtà contengono universi di riflessioni, mentalità, cultura e anima.

L’autore ci presenta diverse personalità, le mette in comparazione, poi le allontana. E’ come mettere a fuoco un immagine. E in questo modo riesci a coglierne tutte le sfumature.

Le domande che Cognetti si pone e ci pone sono tante, e restano dentro di noi anche a fine lettura. Sedimentano. Forse sono semi, che germoglieranno a tempo debito. Di certo sto recensendo un romanzo prezioso, che talvolta può risultare noioso a causa di alcune nozioni tecniche, ma che lascia un sapore di autenticità e selvatico in bocca, sapore di cui abbiamo fame.

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SECONDA VIDEO-PRESENTAZIONE DI “LETTERE DAI FRAMMENTI DELL’ANIMA” DI NATASA CVIJANOVIC’, QUDU LIBRI, 2019

Cari lettori,

oggi vi offro la mia seconda video-presentazione letteraria, stavolta con un focus su uno degli argomenti principali del mio libro: l’epistolario.

Spero vi godrete il mio monologo, che contiene anche numerose informazioni utili per chi è incuriosito dal mondo della corrispondenza e non sa dove andare a cercare un amico di penna.

Buona visione:

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